Esame di letteratura italiana
L'italiano e le lingue romanze
Nel 1200 assistiamo alla fondazione della letteratura italiana. Per comprendere meglio l'evoluzione linguistica dal latino all'italiano è bene stabilire subito che all'origine delle lingue neolatine non c'era più il latino classico, bensì il volgare. L'italiano quindi non assunse un ruolo di egemonia; a tal proposito iniziò il processo di volgarizzamento, ossia l'adattamento in volgare di testi in latino. L'italiano continuò ad osservare un senso di rispetto e di subordinazione al latino, pur sviluppandosi di più.
Tra i primi documenti dei linguaggi romanzi d'Italia abbiamo: l'Indovinello Veronese, testo risalente alla fine dell'VIII - inizio IX secolo d.C. e scoperto in un codice liturgico di origine spagnola della Biblioteca Capitolare di Verona nel 1924. Lo scritto è un misto di latino e volgare, fu scritto da uno scrivano sconosciuto e cita:
"Se pareba boves, alba pratàlia aràba et albo versòrio teneba, et negro sèmen seminaba."
Si spingeva avanti buoi, arava bianchi prati, teneva un bianco aratro, seminava nera semente. La soluzione all'indovinello era la scrittura, in quanto i buoi erano le dita, i prati la pergamena, l'aratro la piuma e la nera semente l'inchiostro.
Furono la Francia e la Provenza (Francia Meridionale) ad esprimere, per prime, tra l'XI e il XII secolo, una fioritura letteraria in volgare “romanzo”. Esse costituivano due entità politiche diverse e pertanto avevano sviluppato due diverse lingue romanze: la lingua d'oil (francese antico) e lingua d'oc (provenzale).
- In lingua d'oil furono scritti il Ciclo Carolingio e il Ciclo Bretone.
Ciclo Carolingio
Componevano il ciclo le Chansons de geste (canzoni di gesta) che narravano le grandi imprese di Carlo Magno e dei suoi paladini contro i Saraceni. La più celebre delle chansons è la Chanson de Roland, scritta da Turoldo verso la metà dell'XI secolo, narra la retroguardia dell'esercito di Carlo Magno al passo di Roncisvalle sui Pirenei nel 778.
Ciclo Bretone
Narra delle vicende di Re Artù e dei cavalieri della tavola rotonda. Appartiene a questo ciclo il poema: Le roman de la rose di carattere allegorico-didascalico, che conta 20.000 versi e scritto in due tempi diversi da due autori: Guillaime de Lorris e Jan de Meung.
- La contea di Provenza occupava un'ampia parte della Francia Meridionale e all'ombra di quella corte fiorì la lirica provenzale occitanica detta anche lirica in lingua d'oc.
Il tema prevalente è l'amor cortese perché si sviluppa nelle corti. L'amore è sentito come omaggio, sentimento di devozione, servizio e fedeltà verso la donna, analogo a quello che lega il vassallo fedele al suo signore. Oggetto di tale amore omaggio è la donna feudale, la dama: domina ("padrona") e tra lei e l'amante intercorrono gli stessi rapporti vassallo-signore, rapporti extraconiugali che danno origine ad un principio di etica mondana che si scontra con l'etica religiosa.
I poeti di questo periodo creano la liturgia dell'amor cortese, un vero e proprio manuale di precetti in cui si illustrano i temi della lirica provenzale. L'amor cortese è anche al centro del trattato De Amore di Andrea Cappellano, composto alla corte di Eleonora d'Aquitania a Poiters. L'autore, mentre condanna l'amore sensuale, che intorpidisce l'intelletto ed offusca l'animo, considera l'amore spirituale fonte di nobiltà e gentilezza perché libera l'animo dall'avarizia, rende gentile un animo rozzo e rende casto l'amante.
Una caratteristica fondamentale dell'amor cortese è l'assoluto disinteresse dell'amante, che solo spera, ma mai pretende di essere corrisposto, perché la sua felicità non consiste nella conquista materiale, ma nella dolcezza beatificante del sentimento amoroso. Tra la fine dell'XI e XII secolo si perfeziona il modo di scrivere e nelle corti dell'Italia settentrionale è forte la presenza degli autori provenzali che scrivono in lingua d'oc, tra cui: Guglielmo d'Aquitania, Jaufrè Rudel, Lanfranco Cigala e Percivalle d'Oloia.
La letteratura religiosa e la scuola siciliana
Alla base della letteratura italiana oltre a proverbi ed ammaestramenti si ritrova anche il genere delle laudi, genere sviluppato in particolar modo in Umbria. Le personalità di spicco della letteratura umbra definita anche letteratura religiosa sono: Jacopone da Todi e San Francesco d'Assisi.
- San Francesco d'Assisi (1182-1226): Nacque ad Assisi da una famiglia agiata, studiò latino e francese e fu avviato alla professione delle armi. Quando Assisi dichiarò guerra a Perugia vi partecipò. Maturò in seguito una profonda crisi religiosa e morale che lo portò, citato in giudizio dal padre dinanzi al vescovo di Assisi, a spogliarsi degli abiti del padre e a rinunciare ai beni paterni. Nel Cantico delle creature (o Laudes Creaturarum o Cantico di Frate Sole), si muove una premessa: cioè che all'uomo caduto in peccato non è lecito nominare Dio, gli è permesso solamente lodare gli animali, il creato e i quattro elementi (terra, fuoco, acqua, aria) che sono legati tra loro con un legame di fratellanza, in modo tale da abbreviare la sua distanza con Dio. Il Cantico è non solo una lode a Dio, ma anche un inno alla vita; è una preghiera permeata da una visione positiva della natura, poiché nel creato è riflessa l'immagine del Creatore: da ciò deriva il senso di fratellanza fra l'uomo e tutto il creato.
- Jacopone da Todi (1233-1306): Nacque a Todi da famiglia nobile, era un penitente, un asceta, uno spirituale che abbracciava l'ideale di povertà. Scrisse un centinaio di laudi, raccolte nel laudario, nelle quali spiccano le figure retoriche della reiterazione (la ripetizione ossessiva) e l'anafora.
Mentre in Umbria si sviluppava la letteratura religiosa, in Sicilia, alla corte di Federico II, la Magna Curia, corte sfarzosa e tollerante, convenivano dotti di ogni disciplina che venivano a formare la Scuola poetica siciliana, definita "siciliana" da Dante nel De vulgari eloquentia. I poeti della scuola siciliana coltivavano la poesia a puro scopo d'arte, con intenti artistici, filosofici e scientifici e finalità estetiche e letterarie. Essi sicuramente si differenziavano dai Provenzali per status sociale, infatti essi erano funzionari di corte che esercitavano tra una mansione e l'altra l'esercizio della poesia immune da ogni finalità poetica ed oratoria, religiosa o morale. La scelta monotematica è dovuta al fatto che la scuola siciliana prediligeva un unico tema, quello dell'amor cortese, della subordinazione del poeta alla donna e l'esplorazione del desiderio d'amore. La figura al centro della poesia siciliana era la donna.
- Jacopo da Lentini (1210-1260): Fu uno dei principali esponenti della Scuola siciliana e fu notaio alla corte di Federico II, designato con l'appellativo di “notaro” da Dante nel XXIV canto del Purgatorio. È considerato l'inventore del sonetto.
Il Dolce stil novo
La poesia del dolce stil novo è la più alta espressione della poesia d'arte della letteratura italiana del '200. Con la sua concezione mistica del sentimento amoroso, inteso come mezzo di perfezionamento morale, e della donna, intesa come ispiratrice di virtù e tramite tra Dio e l'uomo, essa porta a compimento quel processo di spiritualizzazione dell'amore; infatti poiché si riteneva che l'amore fosse un sentimento istintivo e violento, si pensò di liberarlo dalle impurità e armonizzarlo con l'etica cristiana e trasformarlo come strumento di salvezza. Come la definizione di Scuola siciliana, anche quella dello “Stil novo” si deve a Dante e precisamente ad alcuni famosi versi che egli fa dire a Bonagiunta Orbicciani da Lucca nel XXVI canto del Purgatorio. Il poeta chiede a Dante se sia davvero “colui che fore trasse le nove rime, cominciando Donne ch'avete intelletto d'amore." (Canzone in cui la donna-angelo è in grado di fare miracoli) e allora Dante risponde: “I'mi son un che, quando Amor mi spira, noto, e a quel modo ch'e' ditta dentro vo significando.”
Per quanto riguarda l'ambiente del dolce stil novo, esso ha il suo luogo d'origine in Bologna anche se il centro è Firenze. Gli elementi dottrinali della corrente stilnovistica sono due: l'identità d'amore e il cuor gentile e la donna-angelo. Entrambi si rinvengono nella canzone di Guido Guininzelli “Al cor gentil rempaira sempre amore”, considerata il manifesto di questa nuova corrente poetica. Perciò Dante nel XXVI canto del Purgatorio indica il Guininzelli come padre e precursore del movimento. I temi del dolce stil novo sono legati ai due elementi dottrinali, quindi sono:
- La figurazione della donna-angelo che è eterea, dolce, celeste e che provvisoriamente sta nel mondo terreno;
- La celebrazione della donna che è così bella da suscitare stupore in chiunque la vede;
- Il saluto della donna che fa tremare il cuore;
- La lode a questa creatura così perfetta;
- L'amore interiorizzato e la lontananza che genera rimembranza e ricordo (tema ripreso da Petrarca e Boccaccio);
- L'amicizia, in quanto i poeti stilnovisti erano molto uniti tra loro, a tal proposito, infatti, si ricorda il sonetto di Dante dedicato al Cavalcanti: “Guido, I' vorrei che tu, Lapo ed io”.
Oltre al Guininzelli che ne è l'iniziatore, i poeti dello stil novo sono: Guido Cavalcanti, Dante Alighieri, Cino da Pistoia.
- Guido Guininzelli (1230-1276): Nato a Bologna, ebbe come maestro Guittone d'Arezzo ed è considerato il padre fondatore del “Dolce stil novo” con la canzone: “Al cor gentil rempaira sempre amore”, in cui ci sono le premesse allo stilnovismo di Dante. Scrive 25 poesie.
- Guido Cavalcanti (1250-1300): Nato a Firenze da una nobile famiglia guelfa, precisamente egli era un guelfo bianco. Fu un grande amico di Dante, al punto che viene nominato nel X canto dell'Inferno, quando Dante parla con Cavalcante de Cavalcanti, padre di Guido. Fu un uomo molto iracondo e ateo, stilnovista già formato di cui parla anche il Boccaccio nel Decamerone e ne evidenzia l'atteggiamento eretico. Scrive un canzoniere di cinquanta componimenti.
- Cino da Pistoia (1270-1335): Nacque a Pistoia, studiò legge a Bologna e fu insegnante di diritto nelle università di Siena, Perugia e Napoli. Fu amico di Dante e quando insegnò a Napoli fu maestro di Boccaccio. Fu apprezzato molto da Dante e dal Petrarca che nel sonetto “Piangete, donne, e con voi pianga amore” compianse la morte. Il suo canzoniere comprende oltre 150 componimenti; inoltre l'autore si difese dal furto di versi di Cavalcanti (Primo caso di plagio).
Dante Alighieri (1265-1321)
Nato a Firenze da una nobile famiglia guelfa ormai decaduta. Si ritiene che sia stato educato nel convento di Santa Croce dai frati francescani e che i suoi primi studi siano stati sui classici latini e principalmente su Virgilio. Partecipò alla battaglia di Campaldino, in cui i fiorentini sconfissero gli aretini. Partecipò alla vita politica e quando i guelfi neri salirono al potere, i guelfi bianchi, tra cui anche Dante, furono costretti all'esilio. In seguito, partecipò ai moti ghibellini per rientrare a Firenze, ma fallirono. Nel 1315 il Comune di Firenze concesse un'amnistia per tutti gli esiliati politici, a condizione che pagassero una multa, ma Dante non si piegò e iniziò a girovagare per le corti finché non si spense a Ravenna.
Vita Nuova
Composta nel 1293, a tre anni dalla morte di Beatrice, è un libretto di 42 capitoli, costituito da prose e rime, dedicato a Guido Cavalcanti; in esso Dante narra le vicende del suo amore per Beatrice. L'opera di 42 capitoli, consta di 25 sonetti, 4 canzoni, una ballata e una stanza di canzone ed oltre a indicare la vicenda d'amore del poeta, ne rappresenta anche il rinnovamento spirituale. Quasi ogni componimento poetico è costituito da una prosa che funge da tessuto narrativo, in cui si narra l'occasione in cui il componimento è stato scritto e la dimensione spirituale nuova in cui è stato reinterpretato dal poeta; seguito poi da un'altra prosa che ne chiarisce le difficoltà e ne indica le caratteristiche strutturali. L'alternarsi di prose e rime denota che l'opera appartiene al genere del prosimetro, secondo il modello del De consolatione philosophiae di Federico Boezio.
Dante narra di incontrare per la prima volta Beatrice quand'egli aveva appena nove anni e poi la seconda volta, nove anni dopo, a diciotto anni, quando riceve il suo saluto. Si dispone allora all'amor cortese, puro, che esige discrezione, segretezza e per non compromettere Beatrice, finge di corteggiare altre donne dette “schermo” che fungono da difesa della verità. Beatrice, venuta a conoscenza delle voci che fanno Dante innamorato di altre donne, non gli concede più il suo saluto salvifico, generando nel poeta una profonda prostrazione. Un giorno, durante una festa nunziale, Beatrice alla vista del turbamento di Dante, lo tratta con scherno e derisione; è questo il momento del gabbo, infatti “Con l'altre donne mi ha visto gabbare”. Dante poi si ammala gravemente e nel delirio della febbre riceve la visione della morte di Beatrice e quando la donna muore davvero lascia il poeta in un profondo dolore; al punto che non narra della sua morte, ma la annuncia solamente, ma nonostante tutto, l'amore del poeta per Beatrice non ha bisogno di presenza fisica, ma spirituale.
Vedendo Dante costernato e triste, una giovane e pietosa donna cerca di risollevarlo, fungendo da consolatrice. Per lei il poeta scriverà quattro sonetti, ma questo finto amore dura poco in quanto in sogno una “mirabile visione” gli mostra Beatrice nella gloria dei cieli e rimuove in Dante il “malvagio desiderio” sostituendolo a quello casto e puro di lei, la “gentilissima” (dal cuore nobile) Beatrice.
L'opera è ricca di significati allegorici come:
- Il nome di Beatrice, dal latino Beatrix: portatrice di beatitudine;
- Il saluto che Beatrice rivolge al poeta, da latino Salus-salutis: simbolo di salvezza;
- Il numero nove, che ricorre spesso, è simbolo di perfezione, in quanto multiplo di tre che è un numero sacro, evidente richiamo alla Trinità.
Il Convivio
Dieci anni separano la Vita Nuova, in cui Dante narra le vicende del suo amore per Beatrice, dal Convivio, in cui Dante affronta una fase di maturazione e si rende consapevole della morte di Beatrice. Il Convivio è la prima opera di argomento dottrinale, composto tra il 1304 e il 1308 e secondo il progetto iniziale, l'intenzione era di scrivere un'opera in volgare (destinata quindi anche a coloro che non conoscessero il latino) ripartita in un'introduzione e in quattordici trattati di commento a quattordici canzoni. Dante si ferma però al quarto trattato, sicché l'opera comprende l'introduzione e tre trattati di commento a tre canzoni. C'è, inoltre, una reinterpretazione della donna, che non è reale, ma spirituale, una “regina”, allegoricamente intesa come: figlia di Dio, regina di tutto e di filosofia, evidente richiamo all'opera: De consolatione philosophiae di Federico Boezio.
Il termine “convivio” deriva dal latino “convivium” e può essere tradotto come banchetto filosofico, spirituale a cui Dante non invita i dotti, ma tutti coloro che per ragioni familiari o sociali, non hanno potuto studiare e nutrirsi del cibo della sapienza, pur avendo un cuore gentile ed essendo animati da un grande desiderio di conoscenza. I destinatari dell'opera, non sono solo uomini: principi, cavalieri e nobili, ma anche le donne. Il Convivio rientra pertanto tra le opere in prosa volgare del '200 di carattere divulgativo e rispecchia lo sforzo della società dei Comuni, di strappare ai chierici il monopolio della cultura e dell'istruzione. Dante utilizzando il volgare vuole portarlo ad una certa dignità, pur riconoscendo la superiorità del latino.
Nel secondo trattato il poeta affronta l'argomento dei quattro sensi:
- Letterale: Spiega il testo fermandosi al significato comune delle parole;
- Allegorico: Il significato nascosto sotto quello comune delle parole;
- Morale: La verità morale che si ricava dalla lettura di un testo;
- Anagogico: Ciò che da un significato spirituale ad un fatto reale;
Nel terzo trattato c'è il commento alla canzone: “Amor che ne la mente mi ragiona” in cui si esalta il sapere e la conoscenza come tramite per avvicinare l'uomo a Dio e come fonte di felicità, l'agire secondo virtù.
Nel quarto trattato c'è il commento alla canzone: “Le dolci rime d’amor ch’io solìa” in cui si parla dell'impero, della nobiltà e dei valori pertinenti ai nobili. Circa la cultura filosofica e le fonti di Dante, dall'opera si notano come modelli: San Tommaso, le Sacre Scritture, gli autori latini fino a Seneca, Boezio, Sant'Agostino e Alberto Magno.
De Vulgari Eloquentia
Il titolo di quest'opera va tradotto come: “ammaestramento intorno all'arte del dire in volgare”, composta da Dante negli stessi anni del Convivio, ed è anch'esso un trattato rimasto incompiuto, doveva essere composto almeno di quattro libri ma il poeta si è fermato qui.
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Letteratura Italiana: dalle origini al 900
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