Piccola storia della letteratura italiana
Il Medioevo
Nel Medioevo tre stili furono codificati come fondamentali: lo stile umile, o elegiaco, lo stile medio, o comico, e lo stile sublime, o tragico. Quando le vicende del cristianesimo portarono a percepire letteratura e mondo come un sistema di segni che rinvia sempre a qualcos’altro, ad un livello più elevato, vi si aggiunse l’allegoria.
Le origini della letteratura in volgare
Nel XII secolo assistiamo allo sviluppo delle letterature in volgare. Domina l’interesse per la poesia epica, in Spagna con il "Cantar de mio Cid", epopea della reconquista della penisola iberica agli Arabi, in Germania la saga dei "Nibelunghi", che riprende le leggende fondative dei popoli germanici. In Francia settentrionale la produzione avviene nella Langue d’oil, con poemi detti chansons de geste, come la "Chanson de Roland", celebrazione della lotta tra Carlo Magno e i Saraceni.
Sono testi che venivano cantati e recitati, e quindi trasmessi oralmente, con lo stile poetico molto cadenzato del decasillabo. Ai poemi epici succede la forma del romanzo, dalla metrica più leggera basata sull’ottonario, sulle leggende del mondo antico o sulle figure storiche, oppure con il ciclo bretone. Qui le vicende dei singoli protagonisti si intersecano e ciò rende difficile la memorizzazione e viene privilegiata la scrittura.
E per mezzo della scrittura si affermano le prime grandi individualità artistiche, come Chretien de Troyes, autore del "Perceval", o Andrea Cappellano, autore del "De Amore", che codifica l’amore cortese in dodici comandamenti, riprendendo Ovidio. La nuova concezione dell’amore porta alla rivalutazione della funzione della donna.
In Francia meridionale la lingua dominante è il provenzale, la Langue d’oc, in cui si esprime una poesia anch’essa elaborata nell’ambiente delle corti feudali, intorno alle quali gravitano i trovatori, poeti come il menestrello o il giullare. Caratteristica della poesia provenzale, accompagnata dalla musica, è l’attenzione alla forma, la sperimentazione delle strutture che porta alla creazione di forme metriche come la canzone, caratterizzata dalla suddivisione in strofe e da una conclusione, il congedo, in cui il poeta prende congedo dal suo testo e gli rivolge la parola.
Per contiguità geografica e culturale gli inizi della letteratura italiana sono strettamente legati all’area francese. I primi poeti italiani sono giullari e i loro componimenti sono definiti ritmi, con un fine generalmente comico.
Il Duecento
La poesia provenzale all’inizio del Duecento finì in modo improvviso. Il diffondersi di movimenti ereticali nel Mezzogiorno francese e la grande prosperità economica e indipendenza politica raggiunta dalle corti provenzali portarono alla Crociata bandita da Innocenzo III contro gli Albigesi, che portò alla fine delle corti feudali e alla diaspora degli ultimi trovatori, che trovarono rifugio nelle corti d’Italia.
Ora sono gli stessi italiani che iniziano a scrivere canzoni sul modello provenzale, e direttamente in lingua provenzale, come Sordello da Goito. La letteratura italiana è fondata da Federico II, che sale al trono nel 1220 e assume il titolo imperiale, ingaggiando una lotta nei confronti della Chiesa e della sua ingerenza nella politica terrena.
La sua maggiore difficoltà fu nei confronti dei liberi comuni italiani, che in maggioranza parteggiarono per il papa, temendo di perdere le loro autonomie. Fu in quest’epoca che la distinzione tra guelfi e ghibellini, tra partigiani del papa e partigiani dell’imperatore, divenne più acuta. Il sogno di Federico era quello della creazione di una struttura statale nuova e centralizzata, che superasse la staticità del mondo feudale.
Per poterlo attuare era necessaria una vera rivoluzione culturale, che l’imperatore cercò di sostenere con ogni mezzo. Al di là del fine politico, Federico volle promuovere la rinascita culturale in ogni campo, basandola sulla conquista di una reale autonomia dalla religione, invitando dotti provenienti dal resto d’Europa, dal mondo arabo e bizantino.
Cominciando a utilizzare il nostro volgare, si riuscì non solo a imitare molto bene i provenzali, ma addirittura a sperimentare nuove forme metriche: nella composizione del verso si impongono sinalefe, endecasillabi e settenari. Viene inventato il sonetto, probabilmente da Iacopo da Lentini, straordinaria forma metrica conclusa nel giro di 14 endecasillabi, divisi in due quartine, la fronte, e due terzine, la sirma.
Nascono gli ordini mendicanti, come i Domenicani: domenicano fu il più grande filosofo dell’epoca, Tommaso d’Aquino, autore della Summa Theologica, testo fondativo della filosofia Scolastica, basata sull’autorità aristotelica e sul tentativo di accordare fede e ragione. L’altro grande ordine mendicante fu l’ordine dei Francescani. Francesco compose nel dialetto umbro il Cantico delle creature, 33 versi senza misura fissa e senza rima, basati sull’anafora.
Dopo la morte di Federico II, nel 1250, con il crollo del dominio svevo e del partito ghibellino in Italia, a Napoli veniva incoronato Carlo d’Angiò. Il bolognese Guido Guinizzelli, di parte ghibellina, è costretto all’esilio in Veneto, dove porta la poesia fredericiana. Guinizzelli loda la donna ricorrendo a una serie mirabile di similitudini dal mondo naturale, al tema del saluto, all’amore che passa attraverso la vista, allo sguardo assassino della donna.
Il manifesto di questa poetica nuova fu la canzone "Al cor gentil rempaira sempre amore", che afferma il legame indissolubile tra amore e cuore nobile, svincolato dalle condizioni sociali, di cui è significativa la preferenza di "gentile" al posto di "cortese", fino alla sublimazione della donna-angelo. La lezione di Guinizzelli viene ripresa da un fiorentino, Guido Cavalcanti.
L’unico tema del suo canzoniere è l’amore, tema ossessivo, esplorato in ogni aspetto. Sfuggendo al dominio della ragione, l’amore finisce col dominare l’anima, diventando una specie di malattia e imponendo una serie di effetti patologici: tremore, paura, svenimento, pianto. Alla fine anche il tema del saluto diventa distruttivo.
Nel sonetto "Voi che per li occhi mi passaste ‘l core", Guido insiste su una serie di metafore, di immagini riprese dalla scena di una battaglia, in cui una donna, vista dal poeta, infierisce su di lui, fino al massacro e alla carneficina del cuore.
Su un binario parallelo alla poesia lirica alta, vi è la poesia comica bassa, di cui un filone era quello della poesia goliardica, legata ai motivi della vitalità giocosa, dissipata nell’eros, nel gioco, nella vita di taverna. Un esponente è Cecco Angiolieri.
Secondo gli schemi dell’allegoria, ogni dettaglio della storia rinvia a una complessa realtà intellettuale; il poema diventa una sorta di enciclopedia. Si tratta di poesia didascalica, in cui prevale lo scopo dell’insegnamento. L’autore più rilevante fu ser Brunetto Latini, la cui composizione più significativa fu il "Tesoretto", con il tema del viaggio in luoghi diversi e lontani.
Nel medioevo la religiosità popolare si era frequentemente espressa contro la corruzione dei costumi, per un ritorno alla purezza e alla povertà evangelica. Nel movimento dei Disciplinati vi erano momenti d’incontro collettivo che culminavano nella recitazione di testi poetici in volgare. Nasceva così la lauda, inno cantato in queste confraternite.
I temi preferiti sono quelli della storia sacra e le lodi della Vergine. La metrica è quella della ballata, caratterizzata dalla ripetizione del ritornello e dall’ottonario. Nei laudari emerge Iacopone da Todi, il cui laudario è multiforme, in cui sono presenti molti diversi registri stilistici, tragico, comico, profetico, didascalico, allegorico, e diverse tematiche, morale, religiosa, politica.
Nel Medioevo la prosa latina medievale era fondata sul ritmo delle clausole finali del periodo, chiamate cursus. Ve ne erano quattro: l’ordinario planus, il solenne velox, l’artificioso tardus e il cadenzato trispondaicus. La stessa tecnica passò al volgare. L’arte dello scrivere elegante veniva detta ars dictandi.
I volgarizzamenti furono una tappa fondamentale anche nella narrativa lunga, in cui si diffuse la letteratura romanzesca e cavalleresca francese e i romanzi del ciclo bretone. La storia del passato poteva essere narrata anche nella forma degli annali e delle cronache.
La narrativa breve del Medioevo si basava sulla tradizione degli exempla, aneddoti della vita di grandi uomini portatori di valori assoluti. Anche per questa fu importante il ruolo dei volgarizzamenti. Altra forma di narratio brevis comune nel Medioevo sono le favole degli animali, anch’esse dotate di valore esemplare.
La meraviglia nei confronti di un mondo che cominciava ad aprirsi alla conoscenza si avverte nel Milione di Marco Polo, scritto da Rustichello da Pisa.
Dante
Dalle evidenziature sul libro
Il primo Trecento
All’inizio del Trecento le strutture della civiltà medievale entrano in crisi profonda. Il papato passa sotto la tutela della monarchia francese e si trasferisce ad Avignone. L’impero rinuncia alla politica d’influenza in Italia e nell’Europa occidentale orientandosi all’Europa centrale e orientale. Emergono i primi stati nazionali, la Francia e l’Inghilterra. L’impero bizantino inizia a crollare.
In Italia le istituzioni politiche comunali lasciano il posto all’effettivo esercizio del potere da parte di una sola famiglia nelle forme di governo della Signoria e poi del Principato. Il sistema italiano, in assenza di un’entità più forte delle altre, capace di unificare la penisola, tende a costituirsi come un sistema di stati regionali, cui corrisponde un’autonomia culturale e linguistica.
I contemporanei hanno l’impressione di vivere in un mondo profondamente cambiato, dominato dalla mutevolezza. La cronaca diventa una delle forme di scrittura più adatte alla registrazione della contemporaneità. A Napoli la scrittura cronachistica è il prodotto della registrazione degli eventi a opera di funzionari della corte regia. La Cronaca di Partenope è il primo testo letterario in volgare napoletano, denso di notizie favolose sulle origini della città.
Petrarca
Francesco di Petracco nasce ad Arezzo nel 1304. Si trasferisce durante l’infanzia in Provenza, dove inizia lo studio del trivio e svolge poi studi di diritto a Montpellier, che dovrà completare a Bologna dove, però, si appassiona alle lettere e non viene ostacolato dal padre. Nel 1326 torna ad Avignone ed entra a far parte dei Colonna, diventando chierico.
Ad Avignone, il 6 aprile 1327, avviene il fondamentale incontro con Laura, nella chiesa di Santa Chiara, un amore sconvolgente per una donna irraggiungibile, oggetto di intensa fantasia erotica proiettata nelle sue prime poesie in volgare. Intorno a Laura Petrarca costruisce il suo mito più grande, ripreso dal mito antico di Apollo e Dafne, la ninfa che si trasforma in lauro nell’istante in cui viene toccata dal dio.
In questo periodo si inventò il nome d’arte Petrarca, richiamandosi al mito di Medusa. Alla donna che diventa legno corrisponde l’amante che si muta in pietra. A Valchiusa comincia a scrivere le prime importanti opere letterarie in latino, il De viris illustribus e il poema Africa, che gli fruttano la coronazione poetica nel Campidoglio, nel 1341.
Tornato ad Avignone deve affrontare un momento di crisi, di ripensamento della propria condizione esistenziale, sospesa tra vane attività mondane e la tensione per una più alta spiritualità, acuita dalla conversione del fratello Gherardo e riflessa nel De vita solitaria, che promuove la solitudine come valore e presenta Valchiusa come luogo dell’elaborazione intellettuale, nel De otio religioso, nei Psalmi penitentiales e nel Secretum.
A Parma, il 6 aprile 1348, gli giungerà notizia della peste che devasta l’Europa e uccide Laura. Andando a Roma per il Giubileo incontra a Firenze Boccaccio, restando legato a lui per sempre. Muore nel 1374 ad Arquà, nei Colli Euganei.
La prima produzione letteraria di Petrarca avviene sotto il segno della poesia volgare, negli anni della prima diffusione della Commedia, con iniziale predilezione verso il trobar clus, una poesia raffinata ed elitaria, molto attenta all’elaborazione formale. Nell’ambito della mitologia Petrarca sente la necessità di vedere con occhi nuovi i miti, attualizzandoli.
Dai classici deriva l’impulso a raccogliere le rime in un canzoniere individuale, operazione che nessuno dei precedenti poeti in volgare aveva tentato. L’elemento di aggregazione fu l’innamoramento di Laura e già nel 1330 Petrarca ricorda un suo primo libello di rime volgari relative alla sua storia d’amore, seguito dal Codice degli abbozzi, in 22 sonetti.
Una nuova raccolta del 1342 ci dà il primo testo proemiale, "Apollo, s’ancor vive il bel desio", sostituito poi con la composizione "Voi ch’ascoltando in rime sparse il suono", dove indica il possibile titolo di Rime sparse, dando una chiave di lettura diversa, dopo la morte di Laura, non più la totalizzante storia d’amore ma la storia dell’anima di Francesco.
Nella redazione definitiva il titolo latino voluto dall’autore fu Rerum vulgarium fragmenta, che richiama una delle espressioni conclusive del Secretum, in cui Petrarca si sforzava di raccogliere i fragmenta della sua anima. Se guardiamo alla struttura, si tratta ben altro che di frammenti, ma di una costruzione dalla coesione interna fortissima, un’opera che raggiunge il miracolo dell’unità solo alla fine, paragonabile alla sola Commedia.
Una metamorfosi interiore di 366 testi, divisi in due parti definite "in vita" e "in morte", un anno diviso in quattro stagioni. I temi dominanti sono la perpetua metamorfosi e l’instabilità della vita umana, più dell’amore della donna, oggetti di focalizzazione sui dettagli del corpo o su oggetti feticistici che entrano in contatto con il suo corpo divino.
Petrarca riduce lo sperimentalismo dei suoi predecessori a un unilinguismo, creando un lessico dotato di maggiore densità semantica, preferendo la paratassi e una metrica che si riduce a due soli tipi di verso, endecasillabo e settenario, combinati in cinque forme metriche, sonetti, canzoni, sestine, ballate e madrigali. Il sonetto proemiale presenta le vicende del primo giovanile errore e del suo cammino di pentimento.
Segue una prima serie di testi giovanili. La prima canzone delle metamorfosi, "Nel dolce tempo della prima etade", è un vero manifesto di poetica. Un deciso cambio di poetica avviene con la canzone delle citazioni "Lasso me" in cui Petrarca fa i conti con la tradizione, premessa alle canzoni degli occhi e a una poesia della memoria "Erano i capei d’oro a l’aura sparsi".
Si presenta poi un importante blocco di cinque canzoni, recupero memoriale del fantasma di Laura assente, con "Chiare, fresche et dolci acque". Poi le canzoni di lontananza, con l’intermezzo della grande canzone politica "Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno". Il labirinto d’amore espresso nei testi successivi è un labirinto di perdizione morale, cui fa sponda la corruzione di Avignone.
Ne deriva l’ossessiva e non salvifica ripetizione del nome di Laura, nei sonetti de "l’aura", in cui l’espressione è sempre in incipit, modulata da quattro aggettivi diversi, gentil, serena, celeste e soave. Il presentimento della morte di Laura si insinua attraverso sogni premonitori, anche se la prima parte "in vita" si conclude con l’apoteosi del lauro "Arbor victoriosa triumphale".
La seconda parte "in morte" si apre con la canzone "I’ vo pensando, et nel penser m’assale", un testo di meditazione sulla vanità della vita. Il primo testo in cui si presenta la morte di Laura è il sonetto "Oimè il bel viso, oimè il soave sguardo". Tornato a Valchiusa, nel ciclo del sogno Petrarca comincia a sognare frequentemente Laura, che si ferma a conversare con lui.
Petrarca riprende il tema giovanile delle metamorfosi con la grande canzone delle visioni "Standomi un giorno solo a la finestra", in cui rivede la morte di Laura in sei visioni oniriche successive. L’ultima canzone "Quando il soave mio fido conforto" è un dialogo quasi familiare con Laura seduta sulla sponda del letto ma rappresentata come una santa.
Il finale del canzoniere ricorda quello della Commedia, una canzone alla Vergine che rielabora i moduli più puri della poesia religiosa medievale. Nel 1352 Petrarca concepì l’idea di un poema allegorico che raccontasse la vicenda del suo amore per Laura, i Triumphi, basati su una successione di sei visioni.
Nel Trionfo d’Amore ha una visione del carro trionfale di Amore e della processione degli dei e degli uomini asserviti al suo dominio, tra quali entra anche lui, che raggiunge l’isola di Venere, Cipro, dove viene incarcerata da Amore. Nel Trionfo della Pudicizia Laura sfida a battaglia Amore, lo vince e lo imprigiona nel tempo della Pudicizia a Roma.
Nel Trionfo della Morte la morte supera Laura e ne spegne la vita, restando però soggiogata dalla sua bellezza e perdendo i suoi caratteri orrendi. Nel Trionfo della Fama i grandi uomini continuano a vivere oltre la morte. Ma anche la fama svanirà, nel corso dei secoli, con il Trionfo del Tempo, che sarà a sua volta superato dal Trionfo dell’Eternità.
La complessa struttura rimase incompiuta e Petrarca ci lavorò fino alla morte. L’imitazione dantesca è evidente in una serie di riprese testuali e palese nell’uso della terzina, ma il carattere di visione fa privilegiare l’elemento visivo-descrittivo su quello narrativo.
Come poeta latino
Dopo 66 carmi latini nella forma di epistola in versi raccolti nei tre libri delle Metrice, Petrarca si lanciò subito nel...
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