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Riassunto esame Letteratura Italiana, prof. Coluccia, libro consigliato La scrittura e l'interpretazione, Luperini, Castaldi, Marchiani Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Letteratura italiana, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente La scrittura e l'interpretazione, Luperini, Castaldi, Marchiani. con analisi dei seguenti argomenti: IL ‘700, l’età della ragione e dell'Arcadia, ritorno al platonismo, Pietro Metastasio, i tempi e i luoghi:... Vedi di più

Esame di Letteratura Italiana docente Prof. G. Coluccia

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ESTRATTO DOCUMENTO

ma veloce; la forza dell’abitudine è universale sopra ogni essere: non è il terribile ma

passeggero spettacolo della morte di un uomo ma il lungo esempio di un uomo privo di libertà

che compensa non le sue fatiche quella società che ha offeso. Questo è il freno maggiore

contro i delitti; la pena di morte, anche se è atroce, non compensa l’attitudine a dimenticare

facilmente: le passioni violente infatti sorprendono gli uomini ma non per lungo tempo.

In un libero e tranquillo governo, le impressioni devono essere più frequenti che forti; la pena

di morte diventa solo uno spettacolo per la maggior parte della persone e un insieme tra

compassione e sdegno per alcuni. Sono questi i sentimenti che riempiono gli animi della gente

e non quel terrore benefico che la legge avrebbe voluto creare: invece la completa perdita di

libertà persuaderebbe anche gli uomini più risoluti a commettere un crimine. A differenza

dell’esecuzione, l’ergastolo è in ogni momento, per l’osservatore esterno, un deterrente contro

il crimine: ne consegue che nulla meglio della detenzione consente alla legge di manifestare ai

cittadini la propria efficacia. A chi pensasse che la schiavitù perpetua sia dolorosa come la

morte risponde che sommando tutti i momenti infelici nella schiavitù, essa lo sarà anche di più

ma i momenti infelici sono distribuiti durante tutto l’arco della vita mentre la morte esercita

tutta la sua forza in un attimo solo; è questo l’aspetto della prigionia che spaventa di più chi la

vede che non chi la vive: Beccaria parla infatti dal punto di vista del detenuto per il quale la

forza dell’abitudine rende meno dolorosa la prigionia del condannato rispetto a quello che

crede chi la guarda dall’esterno. Per il detenuto non può esserci altro che l’umana

compassione, non essendo pensabile un suo reinserimento nella società.

Bisogna però considerare i sentimenti che spingono il ladro o l’assassino ad agire in quel

determinato modo; ancora una volta assume la prospettiva del colpevole che si chiede perché

mai dovrebbe rispettare quelle leggi se non lo mettono sullo stesso piano del rocco: lo stato

rifiuta di dargli i soldi che lui cerca e si mette il cuore in pace mandandolo a fare un duro

lavoro che lui neanche conosce. Chi ha creato queste leggi?uomini ricchi e potenti che non si

sono mai degnati di andare a vedere le squallide condizioni nelle capanne dei poveri, che non

hanno mai mangiato un pezzo di quel piccolo pane ammuffito tra le grida dei loro figli e le

lacrime della moglie. cercando di vivere libero e felice per qualche tempo con i frutti del suo

coraggio: avrà solo un giorno si stenti, quello in cui sarà giustiziato in cambio di molti anni di

libertà e felicità nella morte. La religione si affaccia nella mente di quest’uomo proponendogli

un facile pentimento e una quasi certezza di eterna felicità: l’etica cristiana del perdono e la

promessa della vita eterna attenuano il terrore dell’esecuzione capitale riducendola ad un

istante passeggero. Al contrario la certezza di una vita terrena lunga e faticosa scoraggerebbe

l’individuo dal commettere il crimine; sposta l’attenzione sulla temporalità e sulla concretezza

della sofferenza derivante dalla mancanza di libertà. Non è utile la pena di morte per l’esempio

di atrocità che dà agli uomini. Le leggi, espressioni della pubblica volontà che dovrebbero

punire un delitto, ne commettono un altro; già la storia degli uomini ci dà l’idea di un mare di

errori: solo poche società si sono astenute dal combatterle con la pena di morte.

Lo stile di questo brano unisce linearità e chiarezza tipiche di una trattazione scientifica. Parte

da una serie di domande che fungono da ipotesi per svolgere le dovute considerazioni

analitiche come verifica (ho dimostrato… se mi si opponesse… risponderò..). c’è anche un

aspetto appassionato e coinvolgente dato dal susseguirsi di domande e risposte e parla anche

di un ipotetico criminale assumendone il punto di vista.

L’ILLUMINISMO NOBILIARE E UTILITARISTICO DI PIETRO VERRI

Il conte Pietro Verri è una figura centrale nell’illuminismo lombardo; nasce a Milano nel 1728;

la sua infanzia fu segnata dal conflitto con la famiglia alla quale si ribellò precocemente a causa

della troppo rigida educazione ricevuta. Nel 1750 entra a far parte dell’accademia dei

trasformati ma restò insoddisfatto del tradizionalismo municipalista; nel ’59 si dedica alla

carriera militare partecipando brevemente alla guerra dei 7 anni come ufficiale dell’esercito

austriaco. Nel ’61 rientra a Milano convinto di dedicarsi all’economia; dà vita all’accademia dei

pugni, cosiddetta perché le discussioni finivano spesso in risse: tra gli aderenti il fratello

Alessandro e Beccaria. Le riunioni trattavano temi di particolare importanza sociale;

dall’accademia dei pugni nacque il “caffè”una rivista che usciva ogni dieci giorni tra il 64 e il

66. verri intanto entra a far parte dell’amministrazione austriaca, realizzando il suo progetto

riformista di collaboratore direttamente al servizio del potere; nel ventennio successivo

compone tante opere di storia, economia e filosofia.

Avverso però alla svolta autoritaria di Giuseppe II, fu sospeso da ogni incarico; l’arrivo dei

francesi in Italia e in particolare a Milano, dieci anni dopo, gli diede di nuovo la possibilità di un

coinvolgimento pubblico e accettò di fare parte della nuova municipalità democratica a cui

partecipò anche Parini: l’impegno però fu troppo dannoso per la sua salute e morì il 28 giugno

1797 stroncato da un infarto durante una seduta notturna del consiglio.

L’importanza di Pietro Verri nel gruppo degli intellettuali illuministi è legata alla sua attività di

guida e organizzatore sia all’interno dell’accademia dei pugni che nel caffè e anche l’edizione

italiana dell’enciclopedia si deve al suo interessamento. In opere come “meditazioni sulla

felicità”(63) e “discorso sull’indole del piacere e del dolore” (73)fonda sulle sensazioni e sulla

ricerca del piacere e dell’utile i presupposti di ogni attività umana. La convinzione di fondo è

che il dolore domini la vita dell’uomo mentre il piacere è solo una momentanea cessazione di

questo dolore: lo scopo della società è favorire la massima utilità possibile per il maggior

numero di persone per accrescere il piacere pubblico e alleviare il dolore. Anche il pensiero

economico e politico nasce da una visione pratica e materiale della società; l’opera più

organica in materia economica è “meditazioni sull’economia politica” del ’71, il suo pensiero

ebbe una certa evoluzione che lo portò dall’iniziale mercantilismo e moderate posizioni fino alla

fiducia in un governo assolutistico. Tra i tanti progetti incompiuti ricordiamo la “storia di

Milano” e invece di carattere storico- giuridico è “osservazioni sulla tortura” uscite dopo la sua

morte: analizza i percossi contro gli untori durante la peste milanese del 1630 con cui vuole

dimostrare su quali assurdi pregiudizi si fonda la pratica della tortura.

È LECITA LA TORTURA?: Verri ha voluto ricostruire le vicende di un processo contro i presunti

untori, colpevoli secondo i giudici e secondo l’opinione comune di aver diffuso la peste a

Milano. L’autore ha smontato gli indizi su cui si basava la condanna mettendo in luce

l’inaffidabilità e l’ingiustizia del sistema giudiziario e mostrando l’inefficacia della tortura al fine

di scoprire la verità: in quel caso infatti alcuni accusati arrivarono a confessare le proprie colpe

solo per sottrarsi alle atroci sofferenze fisiche inferte dai giudici. Il ragionamento è

semplicissimo e si basa su due punti fondamentali: la tortura è comunque una crudeltà perché,

se colpisce un colpevole, gli affligge sofferenze non necessarie perché dopo verrà punito con la

morte, se invece colpisce in colpevole solo probabile, rischia di colpire un innocente; inoltre la

tortura è eticamente inaccettabile e contro natura perché costringe gli accusati a rinunciare

all’istintiva difesa di sé accusando sé stessi. Dice quindi che se anche fosse questa un buon

metodo per scoprire la verità dei delitti, essa sarebbe comunque ingiusta. Le prove incomplete,

i sospetti, gli indizi, non possono cambiare la natura delle cose ma possono solo offuscare le

menti; se infatti un uomo è colpevole per certo, lo si condanna anche se nega e quindi la

tortura è ingiusta e inutile perché non si fa del male senza una ragione e se poi il delitto è solo

probabile e non si è certi delle prove che si possiede, allora non si può torturare quell’uomo

perché probabilmente è innocente. La tortura serve solo per fare distruggere vicendevolmente

gli uomini, come quando l’inquisizione permetteva ad un marito di accusare la moglie, o al

padre di accusare il figlio: allo stesso modo è sbagliato che un uomo accusi se stesso solo per

difendersi dalla tortura. La natura infatti ha messo in ognuno di noi un istinto, la legge

primitiva della difesa di sé stessi e questo accusarsi, se in alcuni casi è eroismo, in altri è

invece tirannide ingiusta perché si costringe un uomo a farlo per mezzo delle torture anche se

lui è sicuro di essere innocente. Neanche i tiranni pubblicarono mai delle leggi così crudeli che

portassero gli avvocati criminali tradire i loro clienti: una legge così infatti romperebbe i sacri

vincoli di natura.

Solo queste parole già bastano per capire che la tortura è un mezzo illecito e assurdo per

ricercare la verità.

*questo brano rappresenta un esempio dello stile efficace di Pietro Verri che costruisce le sue

dimostrazioni con il rigore di una procedura scientifica; il ragionamento procede infatti per

ipotesi e dimostrazioni: compiute queste si giunge alla tesi finale nella quale è esplicitata la

risposta dell’ipotesi iniziale e cioè che l’uso della tortura è sbagliato. Il rigore argomentativi si

affida a nessi di consequenzialità (se.. allora..). la forza delle tesi illuministe consiste nella

novità, cioè nel loro coraggio di contrapporsi a idee ormai ben salde nella tradizione: i fatti

sono giudicati alla luce del loro progetto innovativo di civiltà. La civiltà esistente cessa di

essere un punto di riferimento da rispettare come se fosse un’autorità ma può anche diventare

simbolo di barbarie.

IL PIACERE E IL DOLORE DELL’ARTE

Verri giudica l’arte come diretta a provocare sull’uomo effetti particolari attraverso i sensi;

vede nell’arte il bisogno di aggiungere piaceri alla vita. Secondo lui però il piacere non è

pensabile senza riferirsi al dolore perché solo in opposizione ad esso il piacere acquista

significato. L’arte deve presentarsi come un’abile alternanza tra piccoli dolori e immediati

piaceri che pongano almeno temporaneamente fine a quel dolore; se solo così l’uomo può

distrarsi dai dolori, nasce proprio da questo il bisogno dell’arte. L’artista colpisce soprattutto

all’inizio della sua opera con la sorpresa, e questi piaceri, gradatamente crescenti ma ogni

tanto interrotti, occupano almeno per un po’ di tempo l’attenzione. L’attacco clamoroso di una

grande orchestra, la parte iniziale del discorso di un oratore, la prima visione di un quadro

grande e colorato vivacemente ottengono il fine di creare nello spettatore un certo piacere

nato dalla sorpresa. Il compito della “grand’arte” consiste nel sapere distribuire delle piccole

sensazioni dolorose e fargliele rapidamente cessare. Non ci sarebbe infatti piacere se non

opposto al dolore, così come sarebbe intollerante una musica senza delle dissonanze sparse

opportunamente. Così anche nella poesia, dei versi aspri distribuiti in modo sapiente alternano

un certo disgusto alla melodia dei versi più dolci, anche se sono oggetti spiacevoli al vedersi.

Le belle donne, amano di più comparire di notte piuttosto che con la luce del sole; tante idee

ordinate e disposta con simmetria sono sì un buon libro per insegnare ma il vero piacere si

trova fra un leggiadro disordine. Prende poi come esempio il giardino del filosofo greco

Aristippo da Cirene, discepolo di Socrate, che creò una sua filosofia del piacere fondata sui

sensi: alternava de4lle belle visioni ad una collina o un bosco che ne oscuravano la vista; è

proprio questa alternanza tra il dolore e la stanchezza causate dalla scomodità, e luoghi

bellissimi da ammirare che dà il piacere. Bisogna che le cose belle siano ad una certa distanza

l’una dalle altre perché si possa godere di esse. Una galleria d’arte, un museo, non daranno

mai lo stesso piacere perché tra una sensazione e l’altra deve intromettersi il dolore.

Verri dà un’interpretazione materialistica dell’arte; indaga in modo scientifico sul diletto

provato dai fruitori delle opere d’arte perché lì l’uomo può mostrare i suoi bisogni inesprimibili,

quelli che lui chiama “dolori innominati”. L’utilitarismo che c’è alla base dalla concezione di

Verri tocca anche il privato e quindi dalla dimensione sociale si passa a quella interiore e

individuale: intenzione degli illuministi era infatti quella di creare un uomo felice in una società

felice. Lo stesso vuoto di cui parla Verri è quello che leopardi chiama noia: infatti l’esperienza

estetica si ricostruisce dalla discontinuità delle sensazioni e solo così si può evitare la noia.

ALESSANDRO VERRI

È il simbolo per eccellenza della rivoluzione dell’illuminismo ma dall’interno. Alessandro, (1741-

1816) è fratello minore di Pietro Verri. La sua formazione culturale è legata all’accademia dei

pugni e al “caffè”; egli fu infatti uno dei principali animatori della rivista sulla quale pubblicò “la

rinunzia davanti a notaio degli autori del presente foglio periodico al vocabolario della crusca”

prendendo definitivamente le distanze dal classicismo. È soprattutto grazie ai suoi scritti e ai

suoi contributi che l’illuminismo lombardo si orientò verso tendenze anticlassicistiche fino alla

rivoluzione dell’immediatezza e del sentimento. Nel ’67 si trasferì a Roma e l’ambiente

culturale romano lo spinse ad allontanarsi dalle posizioni illuministiche aderendo a idee più

conservatrici basando le tematiche delle sue opere a temi sepolcrali e cristiani care al nuovo

gusto pre- romantico. Scrisse, secondo la letteratura e l’arte classica e ispirato dal suo amore

per l’archeologia, “notti romane” e “le avventura di Saffo poetessa di Mitilene”. Tra gli altri

scritti ricordiamo “la vita di Erostrato” e “discorsi vari”.

GIUSEPPE BARETTI

Può essere considerato, uno studioso di letteratura nuova in cui vengono abolite le retoriche da

rispettare e il modo di avvicinarsi alla letteratura diventa più libero e spregiudicato. Oltre

all’impegno culturale con lui vengono esaltati la soggettività e il gusto soprattutto con nuove

riforme di intervento critico sull’attività letteraria. Nasce così la figura del CRITICO MILITANTE

che si schiera a favore o contro un’opera, una tendenza e che compie una specie di battaglia

culturale (proprio da qui viene il nome “militante”)

Baretti nasce a Torino il 24 aprile 1719 e anche se studia a Torino non rimane in quella città in

modo fisso ma viaggia tra Venezia, Milano, frequentando i centri di cultura più importanti come

l’accademia dei trasformati a Venezia. Va anche a Londra dove rimane per circa un decennio

occupandosi di attività critica e linguistica; torna poi a Milano dove pubblica un resoconto di

questi suoi viaggi nelle “Lettere familiari a’ suoi 3 fratelli” e infine si stabilisce a Venezia dove

dà vita alla rivista “la frusta letteraria in cui firma gli articoli con lo pseudonimo di Aristarco

Scannabue introducendo un nuovo personaggio con un’abile finzione letteraria. Dietro il

personaggio di Aristarco Baretti si scaglia contro i convenzionalismi dell’Arcadia e alcune

posizioni illuministe creando molte polemiche almeno in Italia.

Nel ’66 tornò a Londra e lì decise di restare definitivamente scrivendo opere in inglese e in

francese e difendendo le tradizioni e la cultura italiane contro gli attacchi di alcuni critici inglesi.

Muore a Londra il 5 maggio 1789.

Con Baretti nasce la figura dell’intellettuale moderno che vive del proprio lavoro di scrittore

senza contare su precettori né mecenati. Lui stesso disse che le cose scritte gli furono dettate

dalla fame e non invece dalla fama. Questo gli consentì anche una maggiore libertà di opinioni

di cui Baretti approfitta con larghezza, con polemiche clamorose e atteggiamenti estremi. Le

sue lotte non sono tanto sulla concezione della letteratura che infatti non risulta molto

innovatrice, quanto sulla posizione sociale della letteratura stessa che deve allargarsi dagli

intellettuali fino alle classi più basse. Forse proprio questo spiega l’impegno di Baretti nella

diffusione dei valori letterari esaltando un classicismo moderato e proponendo un nuovo

modello di prosa, chiaro ed efficace, mosso da misura e buon gusto: lo stile barettiano è fra i

più moderni della letteratura del ‘700, a volte garbato, altre ironico e sempre adeguato allo

stile giornalistico,vivo e fresco.

“LA FRUSTA LETTERARIA”. INTRODUZIONE AI LEGGITORI.

Nell’introduzione rivolta il lettori, Baretti presenta i protagonisti della sua finzione letteraria e

annuncia gli scopi e i metodi della sua iniziativa. I protagonisti sono Aristarco Scannabue, un

vecchio soldato in pensione e don Petronio Zamberlucco; il primo scriverà delle specie di

lettere al pubblico sui libri che don Petronio gli porterà da leggere nel suo rifugio appartato dal

mondo. La sua intenzione è quella di fustigare i gusti corrotti dei contemporanei e di mostrare

la scarsa qualità della produzione letteraria sul mercato, da qui il nome della rivista, la frusta.

[spiegazione del testo] i tanti cattivi libri, di pessimo gusto che si andavano stampando in quel

periodo e il perfidi costume che essi propagano lo hanno spinto in età avanzata a fare ciò che

non ebbe voglia di fare negli anni giovanili cioè procurarsi una buona metaforica frusta e di

sbatterla forte contro quei moderni sciagurati che si credono degli scrittori e che tutto il giorno

vanno in giro a scarabocchiare commedie impure, e poesie e prose di ogni genere che non

hanno in sé la minima sostanza o la minima qualità per rendersi gradevoli ai lettori. Vuole

dichiarare guerra ai tanti barbari (che chiama Goti e Vandali venuti ad imbarbarire il nostro

glorioso stivale, cioè simbolo di devastazione culturale e ignoranza). Poi chiede direttamente ai

suoi lettori se sanno chi è questo “soldataccio”(e che anzi chiama “bravaccio” per la figura del

bravo che si era diffusa nell’Italia del ‘600, una sorta di bandito mercenario al servizio del

signorotto locale) che con questa sua terribile frusta si accanisce contro gli scrittori moderni.

Chiede di essere pazienti perché lui non può ancora rivelare chi è quest’uomo di cui parla, ma

sapranno chi è quando avrà fatto diventare rosse a forza di frustate le carni di quei fannulloni e

quando le loro grida si saranno alzate per il dolore provato per le frustate, allora si toglierà dal

viso quella maschera che porta per ora, per terrorizzarli ancora di più e si lascerà guardare in

faccia e solo allora i lettori saranno informati sul suo conto, la sua educazione, la sua nascita, i

suoi studi…ma per ora si cela, come un indovinello, dietro il nome di Aristarco Scannabue:

Aristarco di Samotracia è il celebre grammatico alessandrino che curò l’edizione critica dei

poemi omerici, il nome scannabue è invece un’allegoria, un nome polemico contro i “buoi” cioè

i cattivi scrittori. Tra le sue pagine non bisogna aspettarsi di trovare cose comuni come la vita

di quella gente che volgarmente viene chiamata letterata perché la maggior parte di loro

ignora totalmente il sapere. Ma la vita di Scannabue, fu totalmente diversa: da 12 anni ormai

sta tranquillo in un posto poco distante da una delle più importanti metropoli d’Italia vivendo

da solo per la mancanza di parenti e per mancanza di amici come succede spesso agli uomini

onesti. La sua compagnia sono gli animali, alcuni uccelli e scimmie di varie parti d’America e

alcuni gatti dell’Angola; di libri ne ha una quantità enorme, sia stampati che manoscritti, di

tutto il mondo perché il suo principale passatempo è la lettura di questi libri e il coltivare un

suo piccolo orticello botanico.

Baretti lo descrive poi nel suo modo di vestire persiano, con i suoi 75 anni, senza la gamba

sinistra e con dei grossi baffi folti e particolarmente lunghi. Le uniche due persone con cui egli

conversa sono il suo schiavo turco Macouf e don Petronio, il curato del luogo in cui vive che

passa volentieri qualche domenica fumando con lui mentre Aristarco gli racconta dei suoi

viaggi, dei tanti pericoli passati, delle mode degli altri paesi che ha visitato; qualche volta

leggono insieme qualche pagina dei nuovi libri moderni che don Petronio si sforza di difendere

nonostante Aristarco li attacchi crudelmente: la pecca del curato, secondo Aristarco, è che lui

compre cubito una copia di questi libri appena usciti sul mercato, ma questo è un cattivo modo

di buttar via i soldi, vuol dire che suo nipote erediterà un po’ meno a causa di queste cattive

spese letterarie. Per fare guarire don Petronio da questo suo difetto, Aristarco ha cominciato a

scrivere questi fogli,e perché i moderni capiscano immediatamente la sua intenzione, ha voluto

intitolarli la frusta letteraria che servirà anche ad Aristarco per fargli sbollire un po’ di quella

rabbia che gli viene quando legge quei libri così brutti.

VINCENZO MONTI

Nuova figura del letterato che riassume le difficoltà e i rischi dell’intellettuale nel periodo

dell’illuminismo. Si differisce sia da Alfieri,pur essendo di 5 anni più piccolo, che dalle

personalità di Parini e Foscolo. Monti si misura con le grandi questioni civili e forse proprio da

queste partono le sue opere. In realtà dopo aver esaltato tanti avvenimenti, dalla rivoluzione

francese alla Restaurazione, ciò a cui realmente resta fedele è la letteratura stessa. Anche se è

legato alla tradizione classica,è contrario alle idee dei puristi infatti apre la sua tradizione

nazionale ad un pubblico nuovo perché il suo classicismo non è più concettuale, teorico, fatto

di riferimenti agli autori antichi ma lo si potrebbe definire un classicismo cortigiano. La sua

funzione sociale e culturale è quella di fare avere alla letteratura un ruolo centrale.

All’ interno della società borghese moderna: celebra i moderni e i suoi miti il prestigio culturale

e il bisogno estetico dei ceti dominanti. Il giudizio di Leopardi lo definisce un grande poeta

dell’orecchio e dell’immaginazione presente e dalle sue idee anche se la sua biografia ha un

rilievo critico.

Nasce tra Fusignano e Alfonsine in provincia di Ravenna il 19/02/1754 i genitori sono

proprietari terrieri. Studi prima a Faenza poi all’università di Ferrara Medicina e

Giurisprudenza. Ma la sua strada è quella della letteratura. È accolto nel ’75 nell’accademia

dell’Arcadia e nel ‘76 pubblica la sua 1° opera, “la visione di Ezechiello”. Poi va ad abitare a

Roma dove comincia la sua funzione di poeta partigiano ottenendo il favore di protettori illustri,

potenti e nobili legati al cauto riformismo di Papa Pio VI divenendo addirittura segretario del

nipote del Papa. Si propone quale moderato erede del riformismo illuministico. Dà ampia prova

della sua facilità di scrittura componendo negli anni successivi tante opere tra cui odi:”La

prosopopea di Pericle”(79) scritta per esaltare la rinascita culturale di Roma sotto Pio VI,”Al

signor Montgolfier”(84); poi molti testi lirici, SAGGIO DI POESIE(79),VERSI(83); il poemetto

“La bellezza dell’universo” che sembra ispirato al “mondo creato” di Tasso, invece i “pensieri

d’amore”(82) si ispirano al Werther. Scrive poi due tragedie “Aristodemo”e”Galeotto

Manfredi”e i primi 4canti della Bassvillana. Nel 97si allontana da Roma per l’ambiente ostile e

si stabilisce a Milano dopo essere andato a Bologna e Venezia. Si interessa alle politiche

francesi e a Napoleone dedica il poemetto “La Musogonia”e il 1°canto del Prometeo nel 97 e

nel 1805 compone ”Alla maestà di Napoleone”e altre opere con tematiche rivoluzionarie.

Diviene importante anche per le sue traduzioni come ”la Pulcelle d’Orleans”di Voltaire ,”le

Satire” di Persio e la 1°edizione dell’Iliade di Omero. Durante il periodo napoleonico la sua

fama tocca il culmine divenendo poeta ufficiale del governo e storiografo del Regno d’Italia

(1806). Riceve fortuna anche presso il pubblico. Diviene poi il poeta della restaurazione

quando dopo la sconfitta di Napoleone la cose iniziano a cambiare e gli austriaci entrarono in

Italia. Le sue posizioni classiche furono espresse in modo più accentuato nel 1825 col carme

“sulla mitologia” dove difende, contro i romantici, il valore della mitologia classica nelle opere

poetiche. Muore a Milano il 13/10/1828. La vasta produzione di Monti ,soprattutto lirica e

teatrale può essere suddivisa sotto diversi criteri:cronologici,tematici,di genere.Anche se lui

non contribuì allo sviluppo in modo particolare di nessun genere letterario:non si concentrò su

un genere specifico. Nella poetica di Monti,sono presenti 2 componenti importanti,una parte

lirica e una epica che riescono a conciliare il soggettivo e il realistico,il pubblico e il privato. Con

Monti il letterario assume una funzione differente rispetto al passato e anche rispetto

all’illuminismo. Se da un lato ha delle funzioni civili,dall’altro deve godere di quei privilegi

formali da qui invece si erano distaccati Parini, Alfieri…Con Monti l’arcadia si congiunge al

neoclassicismo e continua nell’800. La letteratura esalta i motivi illuministici,la scienza come

nell’opera “Al signor Montgolfier”che parla del 1° volo su un pallone aerostatico grazie ai 2

fratelli Charles e Robert Montgolfier e questo in loro onore si chiamerà proprio mongolfiera. Ci

sono anche alcuni testi autobiografici o meglio che nascono da esperienze personali come “La

battaglia di Marengo”scritta quando il poeta torna a Milano dopo la vittoria di Napoleone a

Marengo. Nei “pensieri d’amore” parla invece del suo amore per la poesia ispirato alla

malinconia di Goethe,tra compostezza arcaica e neoclassicismo a cui si ispirerà anche la

poesia idillica di Leopardi. Invece la componente più impegnativa emerge solo quando le opere

sono state commissionate per fini politici e quindi Monti diviene “il segretario dell’opinione

pubblica dominante”come lo definì De Sanctis.Altre opere riportano sul piano storico le idee

borghesi di Monti in contrapposizione all’aristocrazia e qui nascono le opere teatrali che

mancano però di profondità e tenacia. Il successo di Monti tra i suoi contemporanei fu vasto

ma non indiscusso specie per i suoi voltafaccia politici che gli furono rinfacciati sia dai vecchi

che dai nuovi. Monti si considera come una vittima eroica delle sue idee:la stima letteraria era

l’unica cosa che contò veramente per lui. Sia Foscolo che Leopardi sottolinearono più volte

nelle loro opere il loro rifiuto per le idee e il modo di fare letteratura di Monti; De Sanctis gli

rimproverò la mancanza di impulsi morali che non gli permetteva di esprimere contenuti

meditati e sentiti. Se da un lato è limitato, dall’altro viene molto apprezzato per la sua

scrittura: lo stesso Benedetto Croce lo definì infatti “poeta della poesia”.

Foscolo invece dice che pur essendo un uomo di ingegno,ha prostituito il suo ingegno

mettendolo a servizio del potere. Muscetta riprende il giudizio di De Sanctis definendo il

carattere esteriore e cortigiano dell’opera di Monti e chiamandolo “diplomatico dell’arte”.

DOPO LA BATTAGLIA DI MARENGO

Questa canzonetta fu composta da Monti dopo che Napoleone e il generale Desaix avevano

sconfitto a Marengo gli austriaci il 14 giugno del 1800; sul piano storico la vittoria significò la

liberazione dell’Italia con la creazione della repubblica Cisalpina e infatti ogni tanto a questo

testo viene attribuito il titolo “per la liberazione d’Italia”. Ciò che più conta per il poeta è che

egli ebbe la possibilità di ritornare in Italia dalla quale egli era dovuto fuggire nel 1799 in

seguito alla sconfitta dei francesi; un terzo titolo di quest’opera potrebbe infatti essere “il

ritorno”

Al saluto glorioso rivolto all’Italia, nella quale può tornare dopo quasi due anni di assenza,

Monti fa seguire l’esaltazione di Napoleone e del generale Desaix, il cui contributo era stato

decisivo e che era morto proprio in quella battaglia. La canzonetta si chiude con un

immaginario incontro tra Desaix e il cartaginese Annibale che non può reggere al confronto con

Napoleone. Anche se il senso tragico della storia è scarso, a differenza delle sue altre opere è

qui presente un forte slancio autentico dato anche dall’esperienza autobiografica. La metrica è

composta da ottonari disposti in quartine con rime alternate(abab)

[spiegazione dei versi] o bella Italia, o amate sponde, torno a rivedervi! l’anima sopraffatta dal

piacere mi trema in petto e si commuove. La tua bellezza, che per te fu sempre causa di amari

pianti, ti aveva posto sotto il dominio di amanti (mossi dalla cupidigia del possesso), stranieri e

crudeli. Ma la speranza dei re degli eserciti invasori sarà ingannevole e mai sicura. L’Italia

(chiamata con una metafora il giardini di natura), non, non è per gli incivili. Bonaparte tornò

immediatamente dall’Egitto per rimediare al tuo pericolo (l’invasione dell’esercito austro-

russo) vide il tuo dolore e impugnò le sue armi per riconquistarti. Al passaggio dell’esercito

napoleonico le Alpi tremarono e stupite fecero rimbombare suoni umani e le eterne nevi mai

calpestate fiammeggiarono di armi e di soldati. Il forte (Napoleone)scese attraverso le Alpi

veloce come un lampo (dal baleno al par veloce) e nessuno ne fu a conoscenza perché la voce

della fama lo seguì meno velocemente. I vasti campi di Marengo (le pianure di Alessandria e

Tortona dove si svolse la battaglia) intorpidirono del sangue dei nemici (gli ostili) e le

moltitudini fuggirono spaventate dinnanzi ai tuoni e ai lampi dei cannoni (bronzi). La pianura di

Marengo diede la tomba ai nemici (ripete poi la frase che il giardino di natura non è per gli

incivili). O algoso re dei fiumi (è il Po ricoperto di Alghe, secondo una definizione di Virgilio),

dirigi velocemente l’onda verso il mare, riferisci alla terra che si affaccia sull’Adriatico(ancora

occupata dall’Austria) che la grande battaglia ancora non è finita, che Napoleone non ha

ancora deposto le armi (non ha piantato l’asta al suolo), dì che dove c’è Bonaparte c’è libertà e

vittoria. O libertà, principio e fonte dell’onore, che con i piedi piantati a terra e la fronte in

cielo, sei la cosa più amata dagli uomini avvolgi quest’alloro ai tuoi capelli: lo nutrì il

sentimento della patria e il generale Desaix colorì la corona sacra con il suo sangue. La Francia

pianse su quella corona con i capelli sparsi (per la morte di Desaix; Bonaparte non lo pianse

malo invidiò per la gloriosa fine e sospirò, oh, spirito illustre, quell’invidia e quel sospiro ti

consolino: è vissuto molto chi suscitò con la sua morte il dolore degli eroi. Vedi sulle Alpi il

sacro e sofferente amore per la patria, dare riposo alle membra che ricoprirono la tua grande

anima (la salma di Desaix fu infatti deposta sul Gran San Bernardo. Il tempo abbasserà le ali ai

tuoi piedi in segno di rispetto, soffieranno tempeste e venti ma la tua tomba rimarrà salda. Per

la terribile valle alpina, che è solita sormontare le nubi, l’ombra corrucciata di Annibale verrà a

parlare con te e chiederà notizie di quel coraggioso generale (Napoleone) che dopo di lui varcò

le Alpi. Tu indicagli il passaggio e rispondi così al superbo guerriero: “quell’eroe ti superò in

prontezza e coraggio. Africano, rinuncia al paragone con lui, tu scendesti e lui volò. Tu fosti

l’odiato distruttore dei territori italiani, lui li riporta in libertà e ne riconquista la riconoscenza.

Con le tue imprese tu fosti colpevole di estenuanti contrasti interni a Cartagine, lui li placò e li

vinse con il sorriso e il perdono. Che chiedi di più? Tu fosti motivo di rovina, lui di salvezza per

la patria. Africano, rassegnati e abbassa lo sguardo, ogni astro sparisce di fronte al sole.

[analisi del testo] chiama Napoleone il “franco marte”, il dio della guerra; l’asta fissata al suolo

rappresenta secondo l’antico rituale bellico la cessazione delle ostilità. La libertà è

rappresentata da Monti come una divinità mitologica e sta con la fronte nel cielo perché è

pronta ad essere incoronata dagli dei. Annibale aveva attraversato le Alpi con l’esercito

cartaginese nel 218 a.C.

ALTA E’ LA NOTTE

I pensieri d’amore sono costituiti da 10 frammenti lirici in endecasillabi sciolti ispirati ai dolori

del giovane Werter di Goethe. L’ottavo frammento si riferisce all’ultima lettera scritta da

Werter all’amata Lotte. Con una scrittura malinconica e profonda, Monti fu poi ripreso sia da

Foscolo che da Leopardi che ai suoi temi si ispirò in alcuni tratti delle ricordanze, nel canto

notturno e a Silvia. Oh, stelle vaganti, anche voi dunque credete che verrà il tempo in cui Dio

ritirerà il suo sguardo da voi e spegnerà così tanti soli? Anche tu orsa maggiore (tardo boote),

tu, la più bella tra le costellazioni del polo nord cadrai con il carro fatto a pezzi e rovesciato?

Ora, perché mai mi sgombri la mente dagli altri pensieri e mi fai ricordare la beata notte in cui

seduto al fianco della mia donna virtuosa ti indicai ai suoi begli occhi! Lei volgeva gli occhi

ridenti al chiarore delle tue stelle e io intanto rimanevo inginocchiato davanti a lei per la gioia,

rivolto a contemplare un oggetto più bello delle stelle che riusciva a conquistare con maggiore

sospiro e intensità gli slanci di un cuore sensibile. Oh, ricordi! Oh, dolci istanti! Dunque io vi ho

perduto per sempre e vivo ancora? E questa sarebbe tranquillità? Queste sarebbero le passioni

placate? Il silenzio della notte e l’aspetto tenebroso della natura silenziosa e malinconica mi

hanno deluso! Già l’aria comincia di nuovo a risuonare dei miei sospiri e il pianto mi ritorna già

con abbondanza sugli occhi.

[spiegazione dei versi] è notte alta e il mondo dorme sommerso in una profonda calma e

insieme ad esso mostra di essersi calmato anche l’affanno del mio cuore. Io balzo fuori dal

letto e guardo fuori; attraverso le nubi che il tempestoso soffiare del vento squarcia e

sospinge, vedo le stelle scintillare solitarie qua e là per le distese del cielo.

[analisi del testo] la frase “del ciel per interrotti campi” corrisponde alla frase latina “per agros

coeli”. Vaghe invece vuol dire erranti, dal latino, ma anche belle se si fa riferimento alla poesia

petrarchesca. Il Boote, nella mitologia greca è il nome del guardiano dei sette buoi del carro

dell’orsa maggiore; lo chiama tardo perché è il più lento nelle sue evoluzioni perché è più

vicino al polo. Vuole sottolineare in generale nel testo il rapporto tra la natura e lo stato

d’animo del poeta richiamando elementi romantici.

L’ESECUZIONE DI LUIGI XVI

La “bassvilliana” (“in morte di Ugo Bassville”) fu stampata in 4 canti, incompiuta nel 1793; si

ispira all’uccisione di Joseph Hugou detto Bassville, il segretario della legislazione francese a

Napoli. Questi fu accoltellato a Roma il 13 gennaio 1793 mentre svolgeva la sua propaganda

rivoluzionaria: malcurato, morì dopo aver confessato la sua fede cristiana; il papa utilizzò

questo pretesto per mostrare la superiorità morale del cattolicesimo e delle forze

controrivoluzionarie pubblicizzando il perdono concesso a Bassville e assistendone la vedova e i

figli.

Monti fu favorevole all’idea del papa e immaginò che nella Bassvilliana, l’anima dell’ucciso

ottenga di dio il perdono ma sia costretta per espiazione a vedere le conseguenze negative

della rivoluzione che egli aveva servito. Nel brano, l’anima di Bassville assiste all’esecuzione

capitale di Luigi XVI descritta dal punto di vista del fanatismo antirivoluzionario che ispira la

composizione dell’opera. I rivoluzionari sono infatti rappresentati come belve sanguinose e

diaboliche mentre il re è addirittura paragonato a Cristo nel momento della passione. La

metrica si ispira a Dante, con terzine di endecasillabi alternati a rima incatenata secondo il

modello ABA BCB CDC…

[spiegazione dei versi] in quel momento Luigi XVI giunge al crudele palco dell’esecuzione; egli

alza lo sguardo e si dirige verso la scala con sicurezza, imperturbabile e coraggioso. Già vi

sale, già è arrivato in cima e procede con un’aria così maestosa che fa rimescolare il sangue

nelle vene. (tremar le vene è un’espressione dantesca). E già in ogni petto riaffiorava

l’inconfessata pietà e sembro addirittura che avrebbe allontanato le conseguenze del furore (la

decapitazione del re). Ma in quel momento apparve uno strepitoso prodigio: sul colpevole

patibolo salirono improvvisamente 4 enormi spettri; ciascuno stringe un pugnale macchiato di

sangue, sono tirati per la gola da un cappio, hanno le sopracciglia minacciose e il viso spietato.

I capelli scomposti sulla testa come un campo di biava già matura nel mezzo del quale è già

passata la tempesta. E sulla fronte “aggrottata” e scura ciascuno aveva scritto con il sangue il

proprio nome, un nome che rappresentava il terrore dei re e della natura. Il primo nome era

Damiens, il secondo Ankastrom, il terzo Ravaillac e il quarto nascondeva invece con la mano il

suo nome. Avvinghiato da queste furie, il misero re della dinastia dei Capetingi ormai passava

dal più importante dei troni alla ghigliottina; era simile a Cristo (QUEL GIUSTO) che moriva fra

i ladroni perdonandoli ed esclamando, “padre perché mi abbandoni?”. Anche lui moriva

pregando per chi lo conduceva a morte e diceva “signore, ti raccomando il mio popolo che non

sa quello che fa(che si delira) e la mia anima”. Mentre pronunciava queste parole uno degli

spettri lo spinse con violenza e con ira verso la ghigliottina e i secondo ve lo tira. La terza furia

lo tenne per le sacre chiome e la quarta tagliò la sottile corda che teneva le scure; al cadere

della lama affilata il cielo si aprì con un tuono e la rossa terra (perché macchiata dal sangue

dell’ucciso) e il mare sussultarono in modo orribile.

[analisi del testo] il capestro è la corda usata per impiccare; i 4 uomini uccisori di cui parla nel

testo sono dei famosi recidi: il primo uccise Luigi XV nel 1757, il secondo assassinò Gustavo III

re di Svezia nel 1792, Ravaillac uccise Enrico IV nel 1610; il quarto è invece il domenicano

francese Giacomo Clement che nel 1589 aveva assassinato Enrico III. È da notare la differenza

tra gli aggettivi usati per definire il re e quelli che usa per descrivere i suoi nemici; ne emerge

sicuramente un giudizio negativo sulla rivoluzione.

LE TRADUZIONI DI MONTI

Quello delle traduzioni fu il campo in cui Monti diede i migliori risultati. Accanto alle satire del

latino Persio (del I sec.) vanno ricordate soprattutto la pulcella d’Orleans di Voltaire e l’Iliade di

Omero. Traducendo infatti poteva tirar fuori la sua arte di verseggiare senza però mancare al

senso generale della scrittura e delle proporzioni. “la pulcella d’Orleans” è un poema satirico

dedicato a Giovanna d’Arco, bersaglio dell’illuminista Voltaire perché rappresentava il

tradizionalismo cattolico e il nazionalismo francese. Monti compie la traduzione in ottave, tipico

metro del poema cavalleresco riproducendo il ritmo serrato e la sua originalità con il, ricorso

alla varietà della poesia precedente. Di orientamento anticlericale, la traduzione fu ripresa

dopo l’abbandono da parte di Pio VI di Roma tra il 1798 e il ’99, iniziata probabilmente a Parigi

dove però non fu pubblicata fino a che Roma venne ripresa e finì il dominio temporale della

chiesa. Per quanto riguarda la traduzione dell’Omero, Foscolo scrisse per lui un epigramma:

“questi è Monti, poeta e cavaliero, gran traduttor dei traduttori d’Omero”; in effetti Monti non

conosceva il greco e fece la traduzione servendosi di altri scritti già tradotti in latino. La prima

edizione fu pubblicata nel 1810 e a questa ne seguirono altre; nella versione di Monti non sono

da ricercare la correttezza filologica o la fedeltà all’originale omerico ma bisognava ammirare la

capacità della sua attualizzazione storica e culturale: l’eroismo greco si riversa nell’Italia

napoleonica e si adatta al moderno patriottismo risorgimentale. La dimensione umana e

psicologica degli eroi omerici è rivestita di quella malinconia interiore tipica del neoclassicismo

europeo. Monti tentò quindi non di resuscitare il mondo greco ma piuttosto di rappresentarlo

come una cosa sentimentale e nostalgica per renderlo più fruibile ai suoi lettori presenti.

Nonostante il preziosismo lessicale e la ricercatezza dello stile, l’opera si rivela vuota

LA BELLA AGNESE E SUOR FACCENDA

Il brano è un ottimo esempio della vena schietta e popolare che anima Monti nelle traduzioni

specie in quella della pulcella d’Orleans di Voltaire. Il brano descrive l’incontro tra Agnese e

suor Faccenda, che in realtà è un bel giovane tenuto all’interno del convento delle monache

dalla madre badessa perché è il suo amante. Agnese è l’amante di Carlo VII re di Francia, è

l’antitesi di Giovanna d’arco, la sua versione carnale e terrena: rapita dagli inglesi e violentata

da un brutale cappellano, poi il paggio a cui è stata affidata e che la ama riesce a liberarla dal

cappellano violentatore e in poco tempo si sostituisce a lui con il volere della donna; anche lui

è però interrotto dall’arrivo dei soldati mandati dal cappellano. Allora fugge con un cavallo e si

rifugia in questo convento di suore dove incontra suor Faccenda, che è la vicaria in assenza

della madre superiora. Agnese finisce tra le braccia del baldo giovane. Lo stile è semplice e

diretto e mescola la colta tradizione letteraria soprattutto di Ariosto, e il registro popolare per

esprimere meglio la forza della sensualità, caratteristica della bella Agnese.

L’onorevole Badessa era andata in città per due giorni per parlare con l’avvocato affinché si

impegnasse a difendere in miglior modo le questioni legali del convento, lasciando lì al suo

posto suor Faccenda madre vicaria di quella comunità religiosa. Questa scese di gran fretta al

parlatorio e fece aprire per fare entrare Agnese, entrate-disse- gentile straniera, quale santo

del cielo,quale sorte avventurosa oggi fa giungere ai piedi dei nostri altari questa bellezza così

pericolosa per gli uomini? Siete forse una santa, un angelo divino celato sotto sembianze

umane che si allontana dal cielo per venire qui a consolare le spose di Gesù? Troppo onore

madre mia,disse la bella fanciulla (il bel viso, sineddoche) io non sono che una povera creatura

terrena e se mai andrò in Paradiso non potrò che stare accanto a Maddalena (cioè alle donne

che hanno peccato, antonomasia), tanto il mio corpo è macchiato di peccati. Il destino che mi

fa muovere secondo il suo capriccio, l’angelo custode, e il mio custode mi hanno condotto qui e

il come lo sa Dio. Ho l’anima ferita da un forte rimorso, ho il cuore indurito nella colpa, per i

troppi peccati commessi, aspiro alla virtù ma ha smarrito la strada per raggiungerla e ora la

trovo in questo convento. Sento la voce di Dio che mi invita a venire qua per la mia salvezza.

Tacque e suor Faccenda le diede conforto con un discorso assennato ma che fece piacere alla

giovane penitente. Poi, dopo aver reso grazie a Dio, condusse Agnese nella cella, pulita e ben

illuminata che profumava di sostanze preziose, con un letto soffice; insomma, la si sarebbe

ornata dalle mani di Amore. Agnese in cuor suo ringrazia la provvidenza e la penitenza le

sembra troppo dolce rispetto a come la immaginava; terminata la cena, suor Faccenda le

disse: mia cara, giunge la notte e ormai lo sapete, si avvicina l’ora in cui l’incubo vagante

dell’inferno è solito venire nei conventi per indurre le donne che vivono nella grazia di Dio.

Dunque c’è bisogno di far qualcosa che ci aiuti, dormiamo insieme, affinché se succedesse che

il diavolo ci tenta un agguato, ci trovi in due e sia meno forte a combattere. Agnese sembra

approvare la proposta, si mette a letto credendo di fare un’azione onesta; si crede infatti nella

grazia di dio e assolta da ogni peccato ma il suo destino la perseguita anche questa volta. Poi

dice Monti, che parla direttamente in prima persona rivolgendosi al lettore: come posso

raccontare chi era suor Faccenda senza arrossire? Io non metto nulla di mio e procedo con

sincerità (continua quindi il racconto). Suor Faccenda era un giovane che aveva il vigore di

Ercole e contemporaneamente il grazioso aspetto di Adone(la divinità che per il suo

bell’aspetto fece innamorare Venere, Ercole è invece chiamato Alcide con il suo nome originario

che deriva da quello del nonno Alceo). Di 21 anni e mezzo ha la pelle fresca e liscia come il

latte bianco; la badessa, da scaltra, se n’era fatto il suo amante da non molto tempo, e lei

(anzi lui) pascolava dentro il convento come una pecorella, alla stesso modo, un giorno nella

reggia di Licomede, Achille, nascosto in abiti femminili si sentiva beare dai dolci baci della sua

tenera Deidamia(la figlia del re Licomede presso la quale reggia lui si era rifugiato per sfuggire

alla guerra di Troia)

Dunque, appena la giovane penitente si trovò a letto con la suora sentì all’improvviso accadere

una nuova strana trasformazione in colei che l’abbracciò. Lei ci guadagno in questo

cambiamento, ma cosa doveva fare?lamentarsi, chiedere soccorso? Mettere sottosopra il

monastero? Ciò sarebbe stato uno scandalo soprattutto a quell’ora; tutto ciò che può fare è

rassegnarsi alla pazienza e tenere la bocca chiusa, del resto con queste situazioni improvvise

raramente si ha il tempo di pensare. Come le forze di suor faccenda si furono un po’ affaticate

in quella piacevole occupazione(perché dai dai convenne pur prendere fiato e riposarsi, non

senza pentimento) e la bella Agnese fa questa riflessione tra sé e sé: dunque la volontà di

essere onesta finora mi prese invano anche se vi ho messo tutto il cuore? Allora concluse che

per essere casta non sempre la buona volontà da sola è sufficiente.

GIUSEPPE PARINI

Il suo vero cognome e’ Parino (la ì finale e’un ritocco voluto dal poeta) .Nasce a Bosisio in

Brianza il 23 maggio 1729 il padre e’ un commerciante di seta. Le disagiate condizioni

economiche della famiglia non assicurano al giovane Parini una istruzione adeguata e quindi

deve trasferirsi a Milano presso una zia che si occuperà di lui economicamente. Potrà perciò

usufruire di questi benefici solo a costo che prosegua gli studi e si ordini sacerdote presso i

Barnabiti fino al 52.Si dedica contemporaneamente alla lettura appassionata di classici latini e

greci e dei maggiori lirici italiani. A 23 anni scrive”Alcune poesie di Ripano Eupilino”,94 testi di

vario argomento.Lo pseudonimo contiene un anagramma. Ripano è infatti Parino e Eupilino

allude infatti alla provenienza dell’autore che vive sulle rive del lago Eupili,nome latino del lago

Pusiano sulle cui sponde sorge Bosisio. Tra il 52 ed il 54 arriva la svolta della sua vita: viene

accolto presso l’accademia dei trasformati, uno dei centri più importanti della cultura milanese,

entrando a contatto con i fratelli Verri,Baretti,Beccaria e dove dominava il nuovo spirito

illuminista. Fu poi accolto come precettore presso la famiglia Sorbelloni: Nel 1763 dopo che si

allontanò dalla famiglia del Duca compose il Mattino e nel 65 il Mezzogiorno 2 poemetti scritti

per ritrarre i vizi della nobiltà parassita e corrotta. Infatti durante la permanenza in casa

Sorbelloni aveva avuto la possibilità di conoscere la “ decaduta aristocrazia del 700” e i suoi

vizi ed era abbastanza informato su questo da poterli criticare.Ottenne intanto un nuovo

incarico presso il conte Giuseppe Maria Imbonati diventando il precettore del figlio Carlo e

proprio per lui scrisse l’ode “l’Educazione”nel 64.Acquistava prestigio anche all’interno

dell’accademia schierandosi a favore di una letteratura civile e impegnata.Ottenne diversi

incarichi pubblici dopo la morte del conte, grazie alla fama ottenuta dalla pubblicazione delle

odi.Divenne nel 68 poeta ufficiale del Teatro Regio,dove si fece conoscere anche presso gli

austriaci con Maria Teresa e il figlio Giuseppe II. Scrisse diverse odi per diverse occasioni e

vennero raccolte pubblicate nel 91.Parini, se da un lato era favorevole alla

rivoluzione,vedendone gli orrori e le stragi mostrò la sua parte più moderata che difendeva

l’autonomia dei cittadini. L’attività creativa di Parini si spense lasciando incompiute le ottime 2

parti del Giorno(il vespro e la notte).Scrive nel 95 l’ultima sua ode”alla musa”.Poco prima di

morire, umiliato, non può fare a meno di scrivere un sonetto ai “liberatori”per non essere

perseguitato come tutti quelli che avevano appoggiato la rivoluzione francese.Dopo la morte

avvenuta peraltro in modo molto umile,diviene il simbolo del letterato impegnato civilmente: i

temi nuovi si fondono con schemi antichi come l’ode.La critica più feroce è affidata all’ironia.

Il suo tono e schietto e nello stesso tempo riesce a mantenere un raffinato autocontrollo.

Costretto al sacerdozio,non rinnegò mai la sua fede cristiana cogliendone invece,anche se in

modo generico, i temi ugualitari. Mantiene alti i suoi valori nonostante povero e umile sia

costretto a vivere tra ricchi aristocratici. La regola che sta alla base di tutto l’equilibrio

ideologico pariniano è la moderazione. Non aderisce a nessuna tendenza del periodo né ci si

scaglia contro in modo violento anche se respinge le posizioni atee e materialiste di alcuni

pensatori francesi. Contemporaneamente critica i vizi delle elites ma ne esalta la cultura e

l’arte. Vuole trasformare i contenuti dall’interno,senza alterarne la struttura riuscendo a

conciliare idee politiche e concezioni artistiche. Proprio il frequentare gli ambienti aristocratici

gli dà lo spunto per una critica antinobiliare sia nel DIALOGO SOPRA LA NOBILTà che nel

GIORNO. Secondo le antiche tradizioni spetta alle élites il compito di rinnovare la cultura; la

nobiltà non deve essere soppiantata,deve solo perdere i suoi vizi. Gli intellettuali illuministi

credono che lo sviluppo non dipenda più dall’agricoltura ma dall’industria. Parini è invece

convinto che i sistemi tradizionali non devono essere travolti dallo sviluppo. Forse la cosa più

strana nel pensiero di Parini è che vuole attuare delle riforme senza però preoccuparsi delle

forze sociali e produttive in grado di realizzarle. E poi se da un lato apprezzava la ragione e la

scienza, dall’altro non accettava una completa sottomissione ad esse.

Sulla funzione della letteratura si crearono le maggiori spaccature tra Parini e gli altri

intellettuali nonostante credessero entrambi nel sensismo, cioè che il significato della poesia

dipende dall’effetto materiale sulla sensibilità e sull’interiorità dell’uomo. Parini rifiutava la

riduzione della letteratura all’utile senza la bellezza:le due cose infatti dovevano essere

conciliate. Da questa teoria deriva l’originalità di Parini aperto alle nuove tematiche civili e allo

stesso tempo fedele alle forme della tradizione classica e alla bellezza.

IL DIALOGO SOPRA LA NOBILTA’ fu scritto verso il 1757, nei primi anni di frequenza

dell’ambiente illuministico di Milano. Questo dialogo si avvicina molto alle due odi del giorno sia

per la critica antinobiliare che per il tono satirico. Rappresenta un dialogo tra il cadavere di un

ricco nobile e quello di un povero poeta, sepolti uno accanto all’altro in una fossa comune. Il

poeta riesce a smontare quelle pretese di superiorità che aveva il nobile intaccando l’orgogliosa

sicurezza del suo interlocutore.

IL POETA E IL NOBILE PARLANO DELLA NOBILTA’

Il poeta,chiamato Animale, dice di non aver mai sentito parlare degli antenati del nobile e si

chiede che cosa abbiano fatto di così importante perché lui se ne debba ricordare (hanno

creato la religione, le leggi…?). invece il nobile risponde che prestarono servizio agli antichi

aiutandoli nelle guerre e quelli per ricompensarli li fecero diventare ricchissimi. Alcuni

divennero fuorilegge, altri si offrirono come mercenari al servizio prima di un signore, poi di un

altro. Nonostante la loro vita miserabile, passata senza far niente, se ne tengono i ritratti

appesi nelle case. Il poeta è sicuro che tra quelli c’è sicuramente qualcuno che merita di essere

ricordato per le sue virtù morali ma siccome questi valori non si curano di mostrarsi in giro

come se fossero in una processione, verranno dimenticati. Il poeta sembra rimproverare il

nobile perché ha scambiato i vizi per delle virtù continuando ad esaltarli. Il nobile,ascoltando i

discorsi del poeta sembra si cominci a persuadere che la nobiltà non sia poi una grande cosa.

I nomi degli antenati di cui parla il nobile rappresentano infatti solo la parte più brigante, senza

valori. Il poeta crede che ci furono pure dei saggi ma forse proprio perché furono tali non

vengono ricordati. Il nobile dopo tutti questi discorsi si sente confuso e si paragona alla

cornacchia d’Esopo : nella favola di Esopo si narra che una cornacchia si travesta da pavone

per partecipare ad un’assemblea tra animali ma viene riconosciuta e spennata in pubblico. Se

fino a quel momento il nobile era convinto di meritare tanto, si convinse invece di non meritare

niente. Il poeta lo consola dicendo che finalmente è giunto a conoscere la verità. Visto che

sono uguali in tutto e per tutto,il nobile gli propone di darsi del tu.

Un altro brano è IL DISCORSO SOPRA LA POESIA letto nel 1761 nell’accademia dei

trasformati. Le tesi che Parini sostiene riguardano la poesia e la sua utilità accogliendo il

sensismo. l’intervento della poesia sull’amino umano fa di essa oltre che uno strumento di

piacere, un possibile strumento di intervento morale e sociale: la poesia ha infatti la possibilità

di trasformare la natura morale e sociale degli uomini. Proprio da questa fiducia nasce

l’impegno civile nella poesia pariniana.

Alle odi è affidata la gloria del poeta. La loro composizione va dal 1757 al 1795 cioè nel periodo

della sua produzione maggiore. Parini pensò più volte di riunirle e pubblicarle in un’opera

organica ma il progetto non fu mai realizzato. La disposizione dei testi fa vedere come l’autore

abbia voluto dividerle in base ai temi: prima le odi civili (L’innesto del vaiolo, la salubrità

dell’aria, il bisogno), poi testi più leggeri e ironici (il brindisi, l’impostura), e poi quelli sulla

funzione civile della poesia (l’educazione, la recita dei versi). Troviamo infine delle odi varie (la

tempesta, la caduta, il dono) e chiude tutto Alla musa. Questa disposizione tematica coincide

con quella cronologica; questo significa che in ogni periodo si è dedicato a temi ben precisi.

Sia La vita rustica che La salubrità dell’aria, si basano sulla contrapposizione tra città e

campagna, con l’esaltazione della vita agreste e la denuncia alla società moderna.

L’impostura(1759) parla della falsità su cui si fonda la vita associata, in cui non trovano spazio

io valori di giustizia e verità. L’innesto del vaiolo (1765)fu stampato come allegato alle opere

del medico Giovanmaria Bicetti al quale è dedicata tutta l’opera. Il bisogno (’66) riprende i

temi del “dei delitti e delle pene”sulle degradate condizioni di vita che portano alle cause dei

delitti e di questo accusa l’intera società. La musica (1769/70) si scaglia contro la crudele

abitudine di castrare i cantanti per ottenere delle voci femminili. La seconda fase non

abbandona i temi civili, è solo che sembra più concentrata sulla funzione sociale

dell’educazione e della cultura, già tema rilevante ne “l’educazione” scritta per il conte Carlo

Imbonati . la caduta(1785)annuncia il tema che dominerà nella terza fase: si fondono

l’impegno civile e quello sociale, ci si ripiega però in una interiorità esistenziale con malinconia

e nostalgia. Nel 1795 scrive “a Silvia” in cui condanna le nuove mode femminili della cultura

rivoluzionaria. Si vede qui un intreccio tra l’apparente innocuità della moda e la crudeltà dei

processi storici. “alla musa”, scritto nel 1795, è dedicata all’ex allievo Febo d’Adda: innalza gli

affetti domestici e spinge il destinatario a coltivare la poesia per perfezionare il proprio modello

di vita.

La forma delle odi si rifà al modello arcaico, specie a Metastasio: predilige versi brevi,

soprattutto settenari e fa molta attenzione alle rime.il tono è elevato ma leggero allo stesso

tempo. Le strutture metriche eleganti vengono portate al massimo grado di espressività.

Il capolavoro di Parini è senz’altro IL GIORNO incompiuto poema di endecasillabi sciolti che

doveva essere diviso in 4 parti però ne vennero pubblicate solo 2: IL MATTINO (1763) e IL

MEZZOGIORNO (1765).

L’oggetto del poema è il racconto di una giornata esemplare della vita di un giovane nobile,

scandita nei 4 momenti della giornata. Il racconto è svolto dal punto di vista di un precettore

che guida il “giovin signore”attraverso tappe della sua giornata dedicata solo al divertimento.

Mentre finge di gradire questo mondo e di celebrarne i meriti, lo critica con quel taglio ironico

dominante. La vanità, i vizi diventano oggetto di caricatura e denuncia: questo corrisponde

all’impegno civile che si era proposto Parini. Gli avvenimenti nella loro successione mostrano la

debolezza del ceto aristocratico. Nelle ultime 2 parti vorrebbe allargare la sua visione in modo

più generale a tutto il mondo sociale ma diventa troppo impegnativo per il poeta che quindi le

lascia incompiute. Parini dedicò a quest’opera più di 40 anni solo che con tutte le stampe e le

correzioni fatte, sarebbe impossibile ricostruire l’opera seguendo fedelmente la volontà

dell’autore. In una prima fase il poeta aveva pensato a tre poemetti il mattino- il mezzogiorno-

la sera: non compare invece il titolo IL GIORNO. Di questo furono progettati 2/3. Nella 2° fase

che va dagli anni 70 fino alla morte del poeta, pensò di unire questi poemetti in un’unica opera

organica. Il titolo appartiene quindi solo a questo 2° progetto che stavolta venne diviso in 4

parti: anche se il soggetto rimane lo stesso, la prospettiva ideologica cambia. Questa di Parini

può essere considerata un’opera in PROGRESS cioè rimasta in corso di svolgimento. Senza

dubbio gli 8 anni (dal 54 al 62) trascorsi in casa Sorbelloni costituiscono la base iniziale per

l’idealizzazione del poema. Qui poteva bene osservare i comportamenti dell’aristocrazia

milanese, la ricchezza e il lusso che segnavano lo stile di vita dei nobili mentre il giovane poeta

doveva combattere ogni giorno con la povertà. L’aristocrazia viene per questo definita un ceto

parassitario, fatto solo di costumi corrotti.

Proprio nel mattino e nel mezzogiorno si vede la formazione arcaica del poeta, il suo stile

aulico e il continuo riferimento ai temi mitologici.

Il MATTINO si apre con un’ode alla moda che viene considerata da Parini la dea che ha

sconfitto la ragione, il buonsenso. Il poemetto vero e proprio inizia con la rappresentazione dei

2 protagonisti e della materia da trattare. Il Giovin Signore è dedito solo ai divertimenti e

estraneo ad ogni impegno serio (guerre o studi). Il precettore dice che la sua funzione non è

tanto quella di educare il giovane quanto quella di descrivere la sua giornata.

Già al risveglio deve affrontare una “la dura” scelta su cosa prendere a colazione, caffè o

cioccolata?quanto molti hanno lavorato duramente per fare avere a lui queste bevande. Poi è il

momento della vestizione descritta quasi in modo epico solo che al posto dell’armatura ci sono

i vestiti alla moda. Il giovin signore si fa bello per la sua donna, lui non è il marito ma il suo

amante, il cicibeo. Parini fa quindi una distinzione tra Amore e Imene, figli di venere entrambi

ma che portano uno al matrimonio e l’altro al solo piacere corporeo, il cicibeo. Legge qualche

libro “alla moda” mentre lo pettinano e poi esce con un sacchetto di erbe profumate a portata

di naso per non sentire “il puzzo” della gente comune. Si reca quindi in carrozza dalla sua

Dama che lo attende per il pranzo. Nel mezzogiorno comincia quindi la dimensione pubblica del

giovin signore che invece durante la mattina era nelle sue stanze a prepararsi. Il giovin signore

durante il pranzo apprezza il piacere raffinato offerto dal cibo. Si inserisce qui la favola

mitologico del piacere che creò alcuni esseri più sensibili,altri invece restarono in balia degli

istinti primitivi. C’e poi la storia della vergine cuccia,la cagnetta della Dama colpita con un

calcio da un signore che chiedeva l’elemosina…concluso il pranzo tutti seguono la dama in

un’altra stanza per il caffè e intanto il signore sceglie con cura la carrozza con cui portare a

spasso la Dama per la passeggiata pomeridiano. Il Mezzogiorno viene pubblicato nel 65 e 30

anni dopo,anno della sua morte,nessun altro pezzo è mai stato più stampato nonostante il

poeta abbia più volte annunciato di aver quasi ultimato la 3° parte,la sera cioè il vespro. Tra la

1° e la 2° fase non vi sono cambiamenti nella materia ma di ideologie, nella 1° prevalgono

infatti le rappresentazioni di un intera classe sociale rappresentata dal giovin signore. Anche

perché i tempi erano cambiati, non si poteva più mettere sotto processo l’intera classe

aristocratica milanese ma bisognava fare una distinzione tra quelle disposte a collaborare per

una modernizzazione sociale e culturale e chi invece restava ancorato al passato. L’aristocrazia

era ormai morta, era come se ci si stesse scagliando contro un cadavere. In pochi decenni

l’aristocrazia era destinata all’estinzione. Dagli anni 70 la poetica di Parini subisce un profondo

cambiamento distaccandosi dall’impegno civile anche se non lo abbandonerà mai totalmente.

Nella seconda fase la critica alla nobiltà si trasforma in generale alla critica al vivere dell’uomo,

la rappresentazione è meno radicale e più distaccata dai rapporti sociali. La 2° fase comporta

nella parte dell’opera una serie di tagli, revisioni e aggiunte e anche il titolo IL MEZZOGIORNO

viene trasformato in MERIGGIO per un impreziosimento neoclassico. Dalla 3° parte del giorno,

IL VESPRO, restano circa 350 versi ripresi dalla conclusione del mezzogiorno della 1° versione.

È una parte incompiuta che inizia con la passeggiata in carrozza del giovin signore con la dama

spesso interrotta per alcune visite e si propongono di andare a visitare una giovane nobile che

ha da poco partorito il suo primogenito. La parte più originale è però LA NOTTE poco meno di

700 versi continuati. Il poeta rappresenta la notte come piena di ignoto, minacciosa. C’è la

contrapposizione tra la notte degli antichi nobili che si riposavano dopo le gloriose imprese e

quella dei moderni, occupata dai nuovi piaceri nei salotti di oggi. Il poeta vede che il giovane

sta tranquillamente prendendo aria in compagnia della sua dama ma la noia comincia ad

invadere i 2 amanti che decidono di recarsi ad un ricevimento notturno. Nella stanza più

esclusiva del palazzo ci sta la matrona, distesa sul canapè (un divano inventato da Amore che

in un angolo buio consentiva la complicità degli amanti) ora trasformato in luogo di ozio e

vanità. Egli passaggi tra i suoi pari,ognuno però ha una diversa mania su cui concentra tutta la

sua misera personalità…Largamente diffuso nel 700 e il ricorso alla poesia per

tematiche,filosofiche,sociali politiche ma nessuna riesce a competere col risultato raggiunto da

Parini con il Giorno influenzato dalla poesia classica di Orazio,e Virgilio,che dalle idee

illuministiche di Rousseau sulle disuguaglianze tra gli uomini. La scelta dell’endecasillabo

sciolto e tipico di una poesia divulgativa satirica,poi Parini lo rende imponente attraverso

l’attento uso della metrica dei fonemi e l’uso frequente di enjambements per dare solennità al

costrutto sintattico. Nel Giorno prevale il modello descrittivo su quello narrativo; le tipologie

spaziali sono due, gli interni e gli esterni dove più importanti e numerosi sono i primi. Il giorno

è infatti il primo poema di letteratura ambientato negli interni; è questa la prima grande novità

dell’opera. La dimensione degli interni definisce un equivalente del prestigio sociale; gli esterni

invece sono esplicitamente introdotti nell’opera per fare da contrasto con la vita nobiliare.

Anche il tempo è molto importante visto che costituisce il cardine di tutto il racconto: i titoli

stessi sono incentrati sulle ore della giornata. Forse un effetto di innaturalità è dato dal

susseguirsi di troppi eventi nell’arco della giornata perché anche se insignificanti, fanno dilatare

il racconto in modo artificiale. Il protagonista “ufficiale” è il giovin signore a cui il precettore si

rivolge in modo diretto, con la seconda persona singolare o esortandolo a fare qualcosa o solo

descrivendolo. Egli però manca di qualsiasi identità e personalità. In realtà il narratore,cioè il

precettore è il vero protagonista dell’opera; si ha però una maschera perché dietro il precettore

che si finge contento di questa situazione, ci sta colui che critica questi costumi corrotti. Non

c’è nulla però all’interno del poema che mostri che egli intenda ironizzare sulla sua materia,

anzi, il lettore sembra assistere ad una complicità tra i due.

I due momenti della narrazione e della scrittura sembrano coincidere, visto che l’unica voce è

quella del precettore-narratore. La figura del narratore deve essere considerata come

portatrice del punto di vista dell’autore.

Un personaggio secondario è la dama che non è altro che il corrispettivo femminile del suo

cicisbeo, il Giovin Signore. I loro rapporti sono falsi, basati solo sulle regole sociali di quel

mondo in autentico.

- 3 delle 4 parti che formano la struttura del giorno contengono al loro interno delle favole

mitologiche. Fa eccezione il vespro incompiuto e di dimensioni molto più ristrette. Il mattino e

il meriggio hanno due favole ciascuno: nel mattino troviamo Amore e Imene e quella

sull’origine della cipria; nel meriggio la favola del Piacere e quella sul gioco del tric-trac. Nella

notte si trova la favola sulle origini e gli sviluppi del canapè. Questi servono a rendere più

elegante il racconto visto che mostrano la sua bravura letteraria. Un’ importanza fondamentale

ha la favola del Piacere che tratta il tema della disuguaglianza tra gli uomini.

IL PENSIERO FISIOCRATICO: corrente economica nasce in Francia agli inizi del 700. Divide il

lavoro in due gruppi: quello produttivo e quello sterile. L’agricoltura è un lavoro produttivo

perché si nota quella differenza tra i beni prodotti e quelli consumati per la produzione e

questa eccedenza è un dono della natura stessa. Fisiocratico infatti vuol dire potere della

natura e i bisogni di tutti vengono soddisfatti con l’agricoltura, con la sussistenza della terra.

UGO FOSCOLO

Sul piano biografico è importante per l’oscillazione tra stati d’animo opposti, ora

appassionati,ora malinconici fino all’idea del suicidio. Anche nella composizione delle sue opere

si trovano le stesse difficoltà, e quando vorrebbe essere perfetto e razionale, si abbandona

all’istinto. Proprio perché formata da queste contraddizioni, la poesia di Foscolo è simbolo della

nuova condizione dello scrittore e dell’intellettuale in Italia: Foscolo deve vivere infatti solo del

suo lavoro di scrittore e per questo comincia a scrivere su giornali e riviste. Può essere

considerato uno scrittore tradizionale e classico perché proprio nel momento in cui è costretto

a vendere la sua arte, si ritaglia una nicchia preclusa dalla mercificazione e proprio a questa

parte dedica tutto il suo impegno rendendolo il momento più alto della sua scrittura. In Foscolo

per questo rinchiudersi in sé stesso manca la volontà di comunicazione sociale che è invece

tipica del romanticismo e quindi la sua esperienza è collegabile più al razionalismo e

all’illuminismo del ‘700 che non al romanticismo. Il classicismo è infatti accolto come

espressione autentica del soggetto, allontanandosi dall’impegno sociale e civile di Parini.

Nasce il 6 febbraio del 1778 a Zante, un’isolette dello Ionio appartenente alla repubblica

veneta. Il suo nome di battesimo è in realtà Nicolò. Il padre, Andrea,era medico, e la madre

era di origini greche ortodosse. Si trasferisce in Dalmazia con la famiglia ma nell’88, dopo la

morte del padre, va a vivere a Venezia con la madre e lì impara presto l’italiano riuscendo a

farsi subito apprezzare presso i colti ambienti veneziani, e divenendo addirittura l’amante della

moglie del conte Albrizzi,Isabella Teotochi. Deve però lasciare la città perché sospettato di

essere contro la repubblica e si arruola tra i cacciatori e cavallo della repubblica cisalpina

quando i francesi di Napoleone entrarono a Venezia. Si sposta quindi a Milano per alcuni mesi

collaborando al “monitore italiano” e ad altre riviste. Inizia nel ’98 a Bologna stampa delle

“ultime lettere di Jacopo Ortis” e successivamente pubblica l’ode “A Luigia Pallavicini caduta da

cavallo” e ritorna a Milano dove scrive l’ode “all’amica risanata”. Dal 1804 al 1806 va nella

Francia del nord con il contingente italiano e dalla relazione con Sophia Hamilton, nasce la

figlia Mary. Scrive intanto “la notizia intorno a Didimo Chierico”. Dopo un decennio di

separazione ritorna in Italia raggiungendo la madre e la sorella a Venezia e lì conosce

Pindemonte e qualche mese dopo, Monti. Dopo diversi viaggi tra Venezia e Milano, il poeta

prende definitivamente dimora a Firenze dove viene coinvolto in altri amori e pubblica la

traduzione di “viaggio sentimentale” di Sterne e scrive la tragedia”Ricciarda”, la cui prima ha

luogo a Bologna il 17 settembre 1813 mentre lui lavora al poema “le grazie”. Riprende il

proprio posto nell’esercito dopo la sconfitta di Napoleone a Lipsia e cerca di salvare il regno

degli austriaci. Quando gli austriaci prevalgono è costretto a fuggire in esilio (30 marzo

1815)prima in Svizzera,a Ginevra e poi in Inghilterra. Dove vive in condizioni davvero misere.

La sua residenza sarà ora Londra,fino alla sua morte di idropsia il 10 settembre 1827. Lì lavora

per diversi giornali,non conclude però “LE GRAZIE”e scrive le “LETTERE DALL’INGHILTERRA”e

poi la LETTERA APOLOGETICA. Solo nel 1871 i resti di Foscolo verranno trasportati dal cimitero

di Chiswick dove era stato seppellito dopo un umile funerale a Santa croce a Firenze accanto a

quelli degli altri grandi italiani. L’EPISTOLARIO è una delle opere più ricche e interessanti

della letteratura italiana dove oltre alle tante lettere d’amore,si trovano quelle rivolte alla

famiglia,agli amici e ai conoscenti e in circostanze pubbliche e politiche. Anche se in queste

lettere non abbandona mai il suo abito di letterato e che quindi non ci permettono di conoscere

realmente la sua personalità. Anzi proprio attraverso il filtro della scrittura riesce a esprimere

la propria soggettività,anche attraverso la costruzione di un personaggio:e come se sentisse il

bisogno di specchiarsi in un doppio,in un alter ego. Sia con Jacopo Ortis tra le esperienze

giovanili che in Didimo Chierico più distaccato e disincantato,tipico di una fase più matura.Con

questo Foscolo mostra la nuova condizione dello scrittore che si trova a dover mediare tra

autenticità e scrittura,tra dimensione pubblica e privata dall’io. Gli scrittori sono ora coinvolti

nel processo produttivo della scrittura. Ad esempio nelle lettere d’amore il confine tra

spontaneità e artificio diventa indefinibile. Come abbiamo già detto,gli scritti teorici di Foscolo

nascono da esigenze pratiche legate all’attivita pubblica di intellettuale,cioè quelli legate alle

lezioni dell’insegnamento universitario come si vede in alcune traduzioni e in alcuni scritti di

critica letteraria. L’intellettuale diviene uno specialista delle comunicazioni e quindi deve

servirsi di strumenti linguistici diversi a secondo del pubblico a cui si rivolge. Egli deve quindi

avere degli obbiettivi da realizzare con forme diverse. È questa quella che viene chiamata

POLITICA CULTURALE:interviene spesso su riviste e giornali prendendo posizioni critiche come

nel caso della traduzione dell’Iliade di Monti (per le truppe critiche mise in gioco la stessa

amicizia con Monti). Fu soprattutto in Inghilterra che Foscolo si dedicò all’attività di critico

letterario rifiutando il modello della letteratura 700, fatta di compilazioni troppo erudite: la

letteratura non deve essere una successione di episodi ma Foscolo individua un legame

strettissimo tra poesia e individualità e anche tra poesia e condizioni storiche e sociali. Questi

rapporti devono essere alla base della critica letteraria. In Inghilterra Foscolo compose molti

saggi criticando anche Dante con il “DISCORSO SUL TESTO DELLA DIVINA COMMEDIA” e poi

uscirono 4 saggi su Tetrarca in inglese e il “DISCORSO STORICO SUL TESTO DEL

DECAMERONE”. Tiene anche 14 lezioni sulla storia della letteratura italiana, dalle origini al

1823.

- Tra le poche opere compiute troviamo “LE ULTIME LETTERE DI JACOPO ORTIS”, un

romanzo epistolare: tra i primi abbozzi e l’edizione definitiva passano quasi 20 anni perché

l’impegno civile contro gli austriaci lo aveva costretto ad interrompere il lavoro. Il romanzo è

composto da una serie di lettere che Jacopo indirizza all’amico Lorenzo Alderani fra l’11 marzo

1797 e il 25 marzo 1799. Alcune lettere sono indirizzate all’amante Teresa e ad altri. La

vicenda inizia col trattato di Campoformio in cui Napoleone cede Venezia agli austriaci

perdendo così la sua indipendenza. Jacopo si ritira quindi sui colli Euganei. Qui si innamora di

Teresa ma il padre vuole darla in sposa al ricco Odoardo per risanare le condizioni economiche

della famiglia. Jacopo decide quindi di allontanarsi da lei viaggiando per l’Italia (Milano,

Ventimiglia) dove fa conoscenze importanti come quella di Parini. Ritorna sui colli Euganei

quando apprende la notizia delle nozze di Teresa. La incontra per l’ultima volta, le strappa un

bacio e poi si pugnala al cuore. La struttura e alcuni temi del romanzo si ispirano alla nouvelle

Eloise di Rousseau e ai dolori del giovane Werter di Goethe. Tuttavia Foscolo riesce a creare un

romanzo originale perché proietta le proprie passioni firmandosi col proprio nome; inoltre la

lirica e la staticità fanno sembrare l’opera più un diario che un romanzo.

Jacopo ha inoltre un atteggiamento eroico simile a quello dei personaggi alfieriani incapace di

compromessi e mediazioni e nello stesso tempo Foscolo riversa il suo senso di impotenza e

fatalità. Nell’Ortis troviamo anche parte di una cultura illuministica: la società viene

considerata in modo crudo come avrebbe fatto Machiavelli. È come se gli ideali della

rivoluzione fossero già superati. È proprio il razionalismo illuministico ad essere entrato in crisi

affermando invece un materialismo meccanicistico. È quasi possibile leggere l’Ortis in chiave

preromantica rifiutando il mito del progresso e della provvidenza. È come se la morte di Jacopo

fosse un sacrificio in mancanza di possibilità di redenzione (la stessa data del 25 marzo

sembra richiamare la passione di Cristo). Le illusioni presenti nel romanzo sono soprattutto 2:

l’amore e la poesia. Alla prima corrisponde il personaggio di Teresa, figura angelica simbolo di

bellezza incontaminata e sfuggente che a causa di questo mondo materialistico è costretta a

sposare un uomo ricco ma senza personalità.

Alla poesia spetta il compito di unificare i contrasti interni del soggetto trasmettendo un senso

di equilibrio. Egli si sente però uno scrittore fallito non riuscendo a consolarsi nell’arte. Dietro il

fallimento di Jacopo come scrittore si vedono le tante difficoltà di Foscolo di esprimere con

risultati concreti la propria ispirazione. La figura di Lorenzo Alderani, corrispondente di Jacopo,

è un altro possibile alter ego di Foscolo ispirato a Laurence Sterne per il suo distacco

autoironico. Solo nella fase successiva, quando cadranno tutti i suoi miti, Foscolo si distaccherà

dal personaggio di Jacopo per crearne un altro: Didimo. Il suicidio di Jacopo non libera Foscolo

da quei fantasmi autodistruttivi che si era creato ma rappresenta il suo futuro: il mito della

giovinezza lascia il posto ai miti di rinuncia, distacco, perdita e poi al mito dell’esilio e a quello

della tomba. L’interiorità di Jacopo è ciò che veramente caratterizza il romanzo, per questo non

c’è da stupirsi se egli si sia ispirato di più a modelli lirici che non romanzeschi¸specie con il

racconto autobiografico il romanzo è reso più interessante, senza forzature letterarie.

All’interno della personalità di Foscolo è come se si incontrassero 2 personalità che

rispecchiano 2 società: quella borghese e mercantile e quella aristocratica. Amava i lirici greci

con disinvoltura e questo suo rapporto con la cultura classica si concretizza nella sua attività di

traduttore che però ebbe poca fortuna forse anche a causa del rapporto che Foscolo ebbe con

le opere originali; se da un lato voleva restituire la verità espressiva dell’opera dall’altro era

convinto che tradurre significasse rivivere nella propria lingua il testo originale e ciò che esso

esprimeva. Per questo il pubblico preferiva la traduzione omerica di Monti più dolce e

scorrevole rispetto a quella più aspra di Foscolo; nonostante questo la traduzione dell’Omero

impegnò Foscolo fino agli ottimi anni della sua vita senza però risultati concreti. Foscolo

pensava inoltre che tradurre non significasse soddisfare solo editori e pubblico ma

immedesimarsi nell’opera che si traduce:tradurre quindi un’ esperienza privata. Le 2odi e i 12

sonetti composti fino al 1803 furono le uniche approvate da Foscolo e hanno alle spalle tanti

anni di prove giovanili alcune pubblicate tra cui la CROCE e A BONAPARTE LIBERATORE,la

1°opera che gli recò successo. Solo nel 1802 usciranno sulla rivista “Nuovo giornale dei

letterati” 7 sonetti e l’ode “A Luigia Pallavicini caduta da cavallo”. Nella primavera dell’ anno

dopo aggiunse i suoi 3 sonetti più importanti, “Alla sera,a Zacinto e alla Musa,e poi alla l’ode

“all’amica risanata”un’ode più intensa e personale composta nel1802 per l’amica e amante del

poeta,Antonietta Fagnani Arese ,che durante l’inverno era stata spesso malata. La bellezza

della donna, attraverso la compostezza neoclassica, sprigiona un turbamento sensuale. La

bellezza della donna corrisponde alla bellezza della poesia che riesce a dare durata alle cose

che esalta. Le odi sembrano lontane dal mondo appassionato dell’Ortis nonostante il periodo di

composizione sia lo stesso. Il sonetto è più una concentrazione di espressività. Per le odi il

modello è Parini, mentre per i sonetti è Alfieri, anche se lo stesso Foscolo dice di risalire al

canzoniere di Petrarca. I temi trattati dagli 8 sonetti più antichi sono vari: al dominante motivo

amoroso si affiancano tematiche politico-culturali (ad es. quella contro l’abolizione del latino).

Sono la tensione interna dell’io e il conflitto a spingere il poeta alla creazione e proprio nei

momenti più sublimi nasceranno i sepolcri e le grazie. “Alla sera” accosta i 2 motivi principali

della personalità foscoliana: l’aspirazione all’equilibrio e alla pace da un lato, e dall’altro il suo

spirito guerriero. “A Zacinto” mostra invece un misto tra autobiografia e mito rievocando il

fascino naturale dell’isola mentre pensa al suo esilio, alla sventura.

Il CARME “DEI SEPOLCRI”: nel 1806 viene annunciato all’Italia il trattato napoleonico di

Saint-Claud che imponeva l’obbligo di seppellire i propri morti in appositi cimiteri extraurbani

vietandone la sistemazione in chiese o altri luoghi cittadini. Foscolo rivolge quindi a Ippolito

Pindemonte un carme di materia sepolcrale formato da 295 endecasillabi sciolti sul modello del

GIORNO di Parini. La tomba è il luogo dove meglio si esprime la continuità tra una generazione

e un’altra, almeno dal punto di vista simbolico: nel ricordo dei cari defunti prosegue il rapporto

con essi. Anche sul piano storico le memorie di una nazione si ricordano nei suoi eroi. Il tema è

affrontato non in modo discorsivo ma attraverso l’accostamento di brusche tematiche, dal mito

classico della Grecia all’Italia moderna. Lo stile è solenne e incisivo e tende al sublime. Una

funzione particolare è riservata alla poesia, portatrice nel tempo dei valori umani. È l’opera più

compatta e conclusa di Foscolo, scritta in appena qualche mese e mai ritoccata dopo la prima

pubblicazione. In realtà se può proprio per questo sembrare un testo poco interessante, ha dei

temi molto attuali,come le polemiche nei confronti della storia e della morte di quelli che hanno

combattuto per le varie cause. E nello stesso tempo è un carme nato in rapporto alle idee

filosofiche, politiche del suo tempo, la restaurazione. La questione centrale è quella della morte

e del rapporto tra scomparsi e superstiti: come affrontare questo tema se non si crede in modo

religioso al dogma dell’aldilà? Bisogna ridefinire quindi il concetto della morte stavolta in modo

laico. Il testo è scritto tra l’estate e l’autunno del 1806 visto che già a gennaio del nuovo anno

viene inviato a Monti per averne un giudizio. Foscolo nella primavera del 1806 era stato da

Pindemonte che intanto aveva composto parte del 1° canto dei CIMITERI. È forse nata proprio

da questi incontri l’idea di scrivere il carme e il 6 settembre comunica pubblicamente l’idea di

dedicare proprio a lui la sua opera. Nel dibattito internazionale, Pindemonte e Albrizzi si erano

lamentati della severità della legge francese accusandola di non tener conto dell’aspetto umano

e religioso. Foscolo invece rifiuta queste idee perché la sua concezione è più laica e

materialista. Forse per ragioni più complesse, anche lui rifiuta comunque la legislazione

francese. Da Monti riceve alcuni suggerimenti che vengono subito fatti nei primi mesi del 1807

e i primi di aprile avviene la stampa visto che il 7 ne invia una copia a Ippolito. I sepolcri

vengono definiti CARME (dal latino CARMEN, cioè canto, verso) dallo stesso Foscolo indicando il

significato classico del termine, cioè una poesia impegnata e solenne. Nella 2° edizione li

definisce EPISTOLA, per la presenza di un destinatario diretto, lo stesso Pindemonte. L’

innovazione di quest’opera non sta né nella metrica né nel tema più volte trattato ma

nell’intento dimostrativo procedendo per argomentazioni ed esempi, in modo scientifico. Il

testo è diviso in 4 parti: la 1°PARTE: tema dell’utilità delle tombe e dei riti dedicati ai morti.

Dal punto di vista laico non riscattano la vita, e sono perciò inutili. Ma c’è il senso sociale per

cui piangendo un defunto si resta in qualche modo in contatto con lui prolungandone la vita

attraverso la memoria. La morte quindi non è uguale per tutti: i cattivi possono solo sperare

nel perdono di Dio, i buoni vivono nel ricordo dei loro cari. Ad esempio dice che è vergognoso

che un grande uomo come Parini non abbia avuto una sepoltura adeguata ma giace in una

fossa comune. SECONDA PARTE parla delle varie concezioni che si sono avute delle tombe

durante gli anni della civiltà umana. Foscolo dà esempi contrapposti: il modello cattolico

medievale presenta la morte in modo angoscioso, le civiltà classiche in modo sereno; in

Inghilterra si costruiscono cimiteri che sembrano giardini, nell’ Italia contemporanea invece le

tombe servono solo a ricordare la morte. TERZA PARTE: spiega il significato privato e quello

pubblico della morte e poi parla di Santa Croce a Firenze dove sono seppelliti i più grandi

uomini Italiani (da Machiavelli a Michelangelo e Galilei). È dalla memoria del glorioso passato

che dovrà ripartire il riscatto italiano e prende l’esempio di Alfieri che spesso aspettava la

rinascita del valore nazionale, con lo stesso sentimento che ha mosso i Greci nella battaglia di

Maratona dove molti hanno accettato di morire pur di difendere la propria patria. E la memoria

di quel sacrificio non si è spenta, ma continua a durare nei secoli. QUARTA PARTE: la parte

conclusiva si apre con la descrizione del mondo classico. Secondo una leggenda il mare

avrebbe deposto sulla tomba di Ajace le armi di Achille che Ulisse aveva ottenuto con l’inganno

spingendo Ajace al suicidio. Ciò fa pensare al valore morale della morte che colma le ingiustizie

della vita. Ma perché la morte abbia un valore positivo sulla terra occorre che ci siano persone

che si rechino nelle tombe a commemorare i propri defunti. La poesia ha la stessa funzione

delle tombe:conserva i valori nel tempo anche quando le cose materiali si dissolvono. Alla fine

troviamo un ultimo riferimento al mondo classico che si estende fino alla fine del carme,

riferendosi alle vicende di Troia, vinta e distrutta dai greci divenuta però eterno ricordo per le

generazioni successive.

Il tema sepolcrale domina tutto il periodo del preromanticismo inglese con Gray e Young ma

Foscolo affronta questo tema in modo diverso, da un punto di vista civile e non religioso. È un

tema che coinvolge tante altre idee di Foscolo, dal materialismo al significato della poesia e

alla condizione storica dell’Italia. Il materialismo era già stato affrontato nell’Ortis ma niente lo

riesce a spiegare meglio dei concetti delle tombe e della morte. Foscolo fu senza dubbio

influenzato dallo studio di un autore latino molto materialista e il suo rifiuto per la religione si

riscontrerà proprio nei sepolcri. Egli aspira ad una forma diversa di sacralità, ad una religiosità

laica e civile, fondata sui valori della civiltà. È questo infatti uno dei temi centrali: Vico ad

esempio credeva che sulle tombe dovesse basarsi il significato della vita di una civiltà. In

essa,nella civiltà, la vita umana accetta una condizione essenzialmente materialista creando

nelle idee di Foscolo una religione umanistica. Il terzo tema centrale è il riscatto, riscoprendo la

storia della grandezza dell’Italia. Il poeta vuole anche riflettere sul proprio destino

autorappresentandosi come aveva fatto già nell’Ortis; scopre quindi la sua funzione storica e

politica, quella di risvegliare attraverso i suoi insegnamenti la civiltà dal sonno in cui era caduta

ormai da troppo tempo. La grandezza dei sepolcri sta nella capacità di Foscolo di unire e

compattare temi tanto diversi tra loro. Alla perfezione della parte generale corrisponde

un’altrettanta perfezione nei particolari, valorizzati dalla ricercatezza stilistica. Il metro

dell’endecasillabo sciolto è sembrato inoltre il più adeguato a temi discorsivi. Quella dei sepolcri

è stata definita “un’originale poesia che non descrive ma ragiona”.

LE GRAZIE: LA BELLEZZA SOPRA LE ROVINE. Troviamo qui due tendenze ,una che lo porta al

confronto col presente e l’altra alla fuga verso l’idea assoluta dell’arte. È considerato il

capolavoro incompiuto della maturità. La sua elaborazione fu lunga e complessa lavorandoci

soprattutto tra il 1812 e il 1813 a Firenze dividendo il testo in 3 parti con 3 inni alle 3 dee

(Venere,Vesta e Pallade). È dedicato alla scultore Canova. Nel 1813 il lavoro alle 3 grazie si

blocca a causa delle vicende politiche italiane(ritorna a Milano,i francesi vengono battuti dagli

austriaci)e il poeta deve fuggire all’estero. Altri pensano che questa frammentazione faccia

parte del suo stesso progetto volendo imitare questa frammentazione della tradizione poetica

greca. Nel 1822 scrive LA DISSERTAZIONE DI UN ANTICO INNO ALLE GRAZIE presentando la

sua opera come tradizione del poeta Alessandrino Fanocle. Il 1°inno è dedicato a Venere dea

della bellezza. Ambientato nel mare greco, introduce agli uomini primitivi la civiltà e il culto

della bellezza. Attraverso questa allegoria vuole quindi rappresentare la nascita della civiltà

nella Grecia classica. Il 2° inno è dedicato a Vesta. Ambientato nel luogo tipico del

Rinascimento italiano ,Firenze, dove il poeta rappresenta 3 donne per compiere un raffinato

rito in onore delle Grazie:la fiorentina Eleonora Nencini suonatrice d’arpa,la milanese

Maddalena Bignani danzatrice e la bolognese Cornelia Martinetti portatrice del miele fornito

dalle api di Vesta. Nelle 3 donne Foscolo celebra la bellezza della civiltà italiana.La bellezza è

sempre uguale anche se in forme apparentemente diverse.Il 3°inno a Pallade doveva

riguardare la perdita dei valori rappresentati dalle Grazie che vanno nel mitico continente di

Atlantide lasciando gli uomini in balia degli orrori e del degradamento. Doveva chiamarsi “Il

velo delle Grazie”per simboleggiare il valore della poesia rispetto al difficile presente. Dietro

questo elogio alla bellezza si vede il rimpianto per l’antico prestigio sociale dei poeti nella

modernità. Non realizzò in ordine le varie parti dell’opera ma attraverso liberi frammenti

unendoli solo in un secondo tempo;però più frammenti ci sono più è difficile metterli insieme

in modo organico. Solo nel 1985 è stata pubblicata un’edizione che sembra più completa

rispetto alle precedenti anche se nessuna potrà mai rispecchiare fedelmente il progetto

originario dello scrittore. L’esaltazione della bellezza come tema dominante sembra anticipare il

Romanticismo di Holderlin, Keats e perfino il simbolismo. Non c’è dubbio che Foscolo mirava

alla creazione di un unico poema con delle prospettive civili e politiche dalla quale sarebbe

dovuta uscire una prospettiva di riscatto per l’Italia. L’intenzione di fondo sembra molto simile

alla commedia di Dante. La qualità dell’opera è data dai continui riferimenti classici e dal

ricorso insistente ai miti. La bellezza scomparsa dal mondo moderno può esistere solo se viene

nominata. Attraverso l’uso degli endecasillabi sciolti, dà musicalità e scioltezza al testo com’è

avvenuto anche nei sepolcri. Nell’opera di Foscolo non c’è solo la presenza dell’esaltazione

della bellezza ma anche il sentimento di negatività del presente. IL MONDO DELLA BELLEZZA

E’ BLOCCATO IN UNA LINGUA MORTA.

Il rapporto che Foscolo ha con la classicità va ben oltre i termini stabiliti dalla poesia

neoclassica. Il riferimento al mondo classico non è solo imitazione di un modello perfetto ma

una responsabilizzazione del presente. Per lui la bellezza è solo espressione esemplare della

civiltà e non un valore estetico primario. I sepolcri possono essere considerati un’esaltazione

dell’arte che si basa sulla storia. E poi tutto il passato è analizzato in relazione col presente. La

civiltà coincide per Foscolo con la memoria: esalta la condizione umana attraverso i valori. La

memoria storica sopravvive alla distruzione materiale solo però a quelle persone o fatti ritenuti

degni dai posteri. La concezione laica diventa per lui superiore a quella religiosa. Questa

visione etica allontana Foscolo dalle concezioni egualitarie del cristianesimo. Forse questa

concezione aristocratica ed elitaria di Foscolo deriva proprio dalla decadenza del presente:la

valorizzazione della civiltà avviene attraverso la poesia che prolunga nel tempo i valori, le idee.

Anche Orazio esaltava la poesia definendola “un monumento più resistente del bronzo”. La

poesia per Foscolo non serve solo a tenere vivi e tramandare i valori del passato. C’è una

funzione attualizzante non meno importante: risvegliare nel presente i valori passati può

spingere alla creazione di nuovi valori etici e civili. All’ interno dei sepolcri, la componente

autobiografica è molto evidente sin dall’inizio “a me”, “la mie”… forse per dare al testo una

dimensione colloquiale, con il TU del destinatario, Pindemonte. Forse anche per sottolineare le

limitata vicenda umana: il poeta si sofferma sulla sua triste vicenda, consolata solo dall’arte e

dall’amore. Il poeta è l’esule consolato solo dalla poesia e l’augurio che fa a se stesso e

all’amico è quello di avere una degna sepoltura, un destino diverso da quello di Parini. Perché il

poeta possa avere la funzione di aprire il futuro, deve prima testimoniare il presente nel

passato rendendo quei valori antichi ancora vivi e utili, insomma ETERNI per risvegliare virtù

civili e sentimento di patria negli Italiani.

LE GRAZIE, INNO 1°: IL SORRISO DELLE GRAZIE

E’ il brano che doveva concludere il primo inno. Foscolo riprende alcuni motivi che

caratterizzano i riferimenti alla villa di Bellosguardo a Firenze. Il poeta introduce la materia dei

due inni successivi dichiarandosi sacerdote delle grazie e volendo per sé un pubblico elette. A

lui spetta il compito di preparare il loro ritorno in Italia, dove ora sono in stato d’abbandono. Il

fato le ha sottratte alla Grecia rendendole profughe in giro per la terra. Il poeta non vuole

abbandonarle e si chiede dove potrà seguirle visto che ormai sono straniere in Grecia, il luogo

dove sono nate e straniere anche in Italia dove rinacquero con il Risorgimento. Foscolo da’ dei

giudizi sulla decadenza italiana che si riscontrano anche in altre sue opere. Alla generale

condizione di corruzione che domina ovunque, il poeta contrappone la solitaria resistenza di

alcuni uomini italiani fedeli ai valori perduti. E tra questi pone se stesso in posizione di spicco

preparando la propria consacrazione che avverrà nei versi seguenti. Al poeta spetta dunque di

celebrare nel presente il valore delle grazie, cioè dell’arte e della bellezza, ottenendo dai

contemporanei il giusto riconoscimento verso le grazie, due volte meritevoli nei confronti

dell’ingrata Italia: per averle donato la civiltà romana e per l’averle concesso nel rinascimento

la ripresa della grande civiltà greca.

Il simbolo emblematico che viene concesso alla città di Firenze è l’ulivo sacro della dea Minerva

che rappresenta appunto la civiltà classica rinata con l’umanesimo. Assistite dalla mediazione

del poeta, le grazie possono ancora riportare la civiltà in Italia.

Questi versi servono a rappresentare l’elaborazione sofisticata delle Grazie con la

valorizzazione degli aggettivi che di solito precedono il sostantivo. Una particolare funzione

musicale spetta poi alle ripetizioni (inno/inni.. dea/deità/dea..)

Questo poema risente della poesia civilmente impegnata che caratterizza il poeta; egli mira

infatti al riscatto nazionale dell’Italia solo che alla fine tutto si riduce al sorriso della bellezza

perdendo ogni collocazione politica e civile. L’unica alternativa infatti alla degradazione

presente è il culto della bellezza.

UNA LETTERA AD ANTONIETTA FAGNANI ARESE

È la donna con cui ebbe una relazione dal 1801 al 1803. Lo stile è quello tipico dell’Ortis, con

frasi staccate, bruschi salti di umore, esclamazioni. La retorica serve per esprimere meglio le

emozioni solo che sono talmente un artificio da sfiorare l’inautenticità. Esprime quanto sia

divenuta importante per lui che se lei lo lasciasse, non avrebbe altre alternative se non la

morte, vorrebbe amarla più di quanto non faccia. Piange in continuazione, al solo pensiero di

non riuscire ad amare abbastanza da accontentarla. L’ambiguità si vede nel fatto che prima la

implora per abbandonarlo, poi la supplica di non lasciarlo mai. Nessun’altra donna potrà avere

il suo cuore come lo ha avuto lei. Si accontenterebbe di morire subito se solo gli fosse data la

possibilità di vivere anche solo un anno solo con lei, senza nessun altro. Nell’altra lettera,

scritta poco più tardi (la prima all’alba, l’altra alle 11) la ringrazia per tutte le sensazioni che gli

ha fatto provare, che oggi conserva gelosamente nel cuore e che un giorno gli saranno da

conforto nella solitudine. Ammette poi di amare la gloria, di voler ritornare a studiare per

essere più colto perché è alla gloria che aspira…

PARTENDO PER L’ESILIO

E’ una lettera rivolta da Foscolo ai suoi familiari al momento di partire per l’esilio dopo il ritorno

degli austriaci a Milano,vittoriosi dopo il crollo del governo italico .A Foscolo era stata data la

possibilità di servire il nuovo governo ma fuggì prima di poter prestare giuramento in qualità di

ufficiale.Lascia alla famiglia i suoi soldi(60 napoleoni detti anche marenghi per ricordare la

vittoria ottenuta dai francesi sugli austriaci nella battaglia di Marengo vicino Alessandria nel

giugno del 1800).Questi soldi consentiranno di farli “campare” prima che lui possa inviargliene

altri dal posto in cui si troverà .Il 30 marzo 1815 infatti lascia ilano rifugiandosi in Svizzera e

M

poi in Inghilterra. Il suo unico volere era quello di servire l’ Italia e non di mettersi al servizio

dei francesi e dei tedeschi. L’unica cosa che professa lui è la letteratura,arte libera e

indipendenti,per questo va in esilio e anche se vivrà lontano dalla madre lei non deve pensare

di avere un figlio snaturato,ma ansi sarà vicino a lei col cuore,continuerà ad aiutarla finche

potrà sperando di avere la sua benedizione. Dice che se vorrà avere sue notizie dovrà cercarlo

come Lorenzo Alighieri.In questo nome si uniscono 2 immagini Lorenzo Alderani compilatore

dell’Ortis e Dante Alighieri,grande poeta anche lui costretto all’esilio.

LE IDEE:LETTERATURA E SOCIETA’.

Visione laica della storia e della società. Gli illuministici rinnegano la tradizionale visione

dell’intellettuale come letterato,facendone invece uno scienziato al servizio della società.

Foscolo vede nell’intellettuale non un operatore sociale ma una coscienza collettiva. Ha poi un

atteggiamento pessimistico e negativo nei confronti delle convenzioni e delle strutture sociali

esistenti,dati dalla ragione. Rifiuta i miti illuministici della scienza e del progresso influenzato

nelle sue scelte da Parini, Alfieri e Vico. Proprio la valorizzazione della poesia si inserisce nella

sua concezione pessimistica della storia e della società. La poesia deve essere interprete di

valori nobili e deve avere la forza di renderli universali : solo che i ceti dominanti a lui

contemporanei risultarono inefficaci nel rendere questi valori da particolari a generali proprio

diversi suoi scritti sul rapporto tra società e letteratura. Sparsi qua e là furono alla fine

sistemati un ciclo di lezioni tenute x l’università di Pavia ( 5 lezioni + una inaugurale:

DELL’ORIGINE E DELL’UFFICIO.

“ O ITALIANI,VI ESORTO ALLE STORIE”

E’ una pagina famosa di quell’orazione tenuta a Pavia il 22 gennaio 1809 è un invito di

dedicarsi alle storie, cioè allo studio del passato che si collega al grande tema dei sepolcri: solo

rivedere il grande patrimonio della civiltà nazionale del passato può favorire nel presente la

rinascita di valori civili e morali. Questo implica un giudizio negativo sulla contemporaneità .La

necessità di intervenire sul presente attribuisce alla letteratura una funzione educativa la storia

infatti si spiega nobiltà dello stato, le virtù , la poesia c’è sicuramente qualcuno della nostra

famiglia che ha lottato per difendere la patria e che morendo ha un po’ di consolazione che

continuerà a vivere nei suoi cittadini.

La letteratura secondo lui non può essere apprezzata né dal popolo ( impegnato nei problemi

della sopravvivenza ) , né dai ceti dirigenti troppi occupati dalle cariche amministrative. La

letteratura deve quindi essere coltivata dal ceto medio- borghese che deve però abbandonare

le novelle e le poesie per dedicarsi allo studio della storia, civilmente utile e applicabile al

benessere dell’intera nazione.

DALLE “ULTIME LETTERE DI JACOPO ORTIS”

“L’INCIPIT DEL ROMANZO”

E’ la 1 lettera del romanzo. Jacopo si rivolge all’amico mentre Napoleone col trattato di

Campoformio cede Venezia all’Austria. Il crollo dell’illusione politica con sé tutte le altre e il

romanzo si apre con un’idea eroico- negativa tipica del romanzo alfieriano. Jacopo ha lasciato

la nativa Venezia ritirandosi sui colli Euganei per sfuggire alle persecuzioni degli austriaci col

termine si riferisce agli italiani che non hanno difeso l’indipendenza della Repubblica e quindi

ormai per non consegnarsi a chi lo ha tradito sotto consiglio di sua madre ha deciso di lasciare

Venezia per evitare la persecuzione.

Aspetta quindi morte, l’importante è che il suo corpo non cada in mani straniere. In questa

parte iniziale sono già preannunciate i temi della morte e del suicidio ma anche il desiderio che

la sua vita sia prolungata nel ricordo dei buoni e dei giusti.

“ CONTRO NAPOLEONE “

Questa lettera fa parte della parte centrale del romanzo dove dichiara la propria avversione

contro Napoleone che ha tradito gli ideali di libertà che portava la rivoluzione e invece è

divenuto un tiranno noncurante del destino dei popoli e pronto a vederli solo per il suo

tornaconto politico analizza la società nei suoi strati sociali dopo che si è distaccato dagli ideali

giacobini e rivoluzionari disprezza quei patrioti convinti che si debba aspettare soccorso solo

dallo straniero e riluttanti nell’impugnare le armi per la patria. Vuole quindi prendere le

distanze da essi. Meglio essere sconfitti ma non tradire. La libertà non si può comprare col

denaro e solo convinti che gli stranieri vengono x giustizia , armati di valori superiori e

disinteressati. Attraverso le parole di Jacopo è enunciato il programma politico foscoliano: una

riforma della società italiana . Foscolo affronta direttamente un giudizio sulla figura di

Napoleone e sulla possibilità di intervento che liberi l’Italia dallo straniero rivolgendosi alle

istituzioni storiche.

L’AMORE PER TERESA

È uno dei tanti brani in cui parla del suo amore per Teresa. Descrive con sacralità e morbosità

il sonno della donna amata. Jacopo mostrala natura lirica e descrittiva dell’opera.

Voleva abbracciarla ma rimane a guardarla nel sonno.giaceva con un bel corpo sul divano. Il

ritratto di Teresa è fatto come se fosse un opera d’arte con un braccio sotto la testa e uno

penzolante e le sue vesti lasciavano trasparire le sue belle forme. La toccava come se fosse un

devoto che tocca le vesti di un santo; rende religioso e sensuale il rapporto dell’innamorato con

lei. Stava per baciarla quando l’ ha sentita sospirare e anelare nel sonno e allora si allontana

da lei.solo che lei ormai è stata promessa sposa da suo padre a un giovane ricco, Odoardo, e

l’amore di Teresa è stato consesso dal cielo solo per aumentare il dolore di entrambi.E’

un’espressione che conferma il pessimismo laico di Foscolo. L’amore di Jacopo nutrito di

gioventù e bellezza,acquista una forza che supera le convenzioni sociali e le barriere imposte

dalla famiglia. La natura lirica e soggettiva del brano è testimoniata dall’esperienza personale

filtrata dell’emotività del narratore, mentre sono quasi assenti i riferimenti oggettivi. La

passione di Jacopo è innalzata a una passione sacrale: le forme del corpo sono definite

angeliche, le labbra “celesti “ , la mano è sacra, lui è un devoto.

“ IL BACIO E LE ILLUSIONI “

Durante una passeggiata Jacopo confida a Teresa il suo amore e i due si baciano.La donna

però si ritira subito dichiarando impossibile il suo amore perché è ormai promessa sposa ad un

altro. Il bacio, come anche altri momenti del romanzo , è filtrato attraverso considerazioni

letterari: ad esempio cita alcuni versi di Saffo. Riflettendo su quel momento il poeta esalta la

grandezza delle illusioni. Ma è un momento che dura poco all’interno di questa vicenda.

Mentre passeggiano Leopardi parla d’amore. Teresa è stanca e i due decidono di riposarsi sotto

un gelso. Erano rimasti soli perché Isabella, la sorella di Teresa , si era allontanata.

Non ha il coraggio di proseguire il racconto di quella sera nella stessa lettera, e lo racconterà a

Lorenzo in una lettera successiva dicendo di non volere dimenticare quel momento perché ora

sa che Teresa l’ama.

Avrebbe voluto la morte in quel preciso istante perché avrebbe reso eterno quel gesto. Ma poi

lei si alza di scatto correndo dalla sorella e Leopardi, che si definisce codardo, non ha voluto

trattenerla. L’approssimarsi della notte e l’eclissarsi dell’astro di Venere a cui avrebbe voluto

rivolgersi hanno un valore simbolico perché indicano per Jacopo il crollo di ogni illusione.

LETTERA DA VENTIMIGLIA

E’ una delle lettere più celebri del romanzo dove parla in modo pessimistico sia delle vicende

storiche che della condizione esistenziale dell’uomo costretto ad un dolore senza senso. Mostra

la delusione del post- illuminismo nel comportamento di Napoleone. Jacopo è giunto a

Ventimiglia, al confine con la Francia per mettersi in salvo. Ma preso dallo sconforto, cambia

opinione e decide di tornare indietro preferendo morire nella patria nativa piuttosto che

fuggire. Jacopo descrive in modo molto dettagliato il confine dell’Italia in cui ha vagato per

tanto tempo; si chiede perché non ci sia nessuno a difendere la patria dall’attacco dei nemici.

Lui da solo non può fare niente contro gli stranieri che defraudano le tombe dei grandi

distruggendo il glorioso passato dell’Italia. Pensa quindi che gli italiani siano gli artefici delle

proprie sventure visto che non hanno il coraggio di difendersi. Poche volte nel corso della storia

delle conquiste di vandali, “cesari”,”papi”, all’Italia è toccata una simile sorte, cioè quella di

essere dominata senza neanche lottare.

Foscolo richiama poi il principio filosofico di Hobbes, che vede la naturale condizione umana

come il rapporto tra conflitti egoistici. La legge sta dalla parte dei più forti perché non

condanna chi per ambizione defrauda intere province ma manda a morte chi ruba un pezzo di

pane per sfamarsi. E’ questa la realtà degli uomini e del mondo. La vera virtù,dice Jacopo

rivolgendosi direttamente a Lorenzo, sta nei pochi come loro, deboli e sventurati. In questo,

come in altri passi del romanzo è anticipato uno dei grandi passi dei sepolcri: l’unico valore che

rimane all’uomo è il conforto dopo la morte, la forza del ricordo.

IL TEATRO: IL MELODRAMMA IN ITALIA E IN EUROPA

Nella seconda metà del ‘700 il melodramma continua ad occupare un posto di rilievo tra i

generi teatrali specie in Italia e continuerà ancora nell’800 con Rossini e Verdi. Il primato

dell’Italia è determinato da tre fattori: appartengono alla tradizione italiana le opere

melodrammatiche più fortunate; sono italiani i compositori più rilevanti e apprezzati nelle varie

corti europee e sono italiani anche i maggiori librettisti. L’italiano è la lingua internazionale del

melodramma e in genere della musica. La riforma di Goldoni sviluppa all’interno del

melodramma la parte comica, cioè l’opera buffa; legata soprattutto alla tradizione napoletana

vede l’emergere di Baldassarre Galoppi, Niccolò Piccinini, Giovanni Pasiello e Domenico

Cimarosa. L’opera buffa raggiunge però il suo risultato più alto con Gioacchino Rossigni, la cui

attività teatrale è legata soprattutto all’età giovanile. Tra i suoi capolavori ricordiamo “il

barbiere di Siviglia”(1816) “la Cenerentola”(1817) e l’italiana in Algeri del 1813 approfondendo

nelle sue opere la parte psicologica oltre a quella comica e perfezionando il rapporto tra parole

e musica. Viene data molte attenzione anche alla dimensione sociale dei personaggi

rappresentati in modo quasi meschino attraverso il suo pessimismo.

CARLO GOLDONI

Se si parla di teatro, anche il grande tragediografo Vittorio Alfieri resta spesso escluso dalla

scena e quasi sconosciuto a livello internazionale. Solo la produzione di Goldoni e Pirandello

godono tutt’oggi di fama internazionale. Goldoni è diventato importante per le sue commedie e

soprattutto per la coscienza di scrivere per un pubblico reale rispondendo con le sue opere alle

esigenze del pubblico moderno. Nella Venezia del ‘700 il teatro era divenuto simbolo della vita

sociale e della civiltà.

Goldoni nasce a Venezia il 25 febbraio 1707 ma decide di studiare presso il collegio dei Gesuiti

a Perugina dove il padre Giulio lavora come medico. Studia poi filosofia a Rimini e si dedica al

commediografo latino Plauto. Nel 1721 fugge a Chioggia per andare a lavorare con un

baraccone di comici. Dopo aver lasciato gli studi in diritto e va a Udine dal padre e lì nel ’26

stampa un’edizione di sonetti religiosi. Nel 1729 va a Feltre dove può finalmente dedicarsi al

teatro e l’anno dopo scrive due intermezzi: “il buon padre” e “la cantatrice”. Ma con la morte

del padre, Carlo è costretto a ritornare a Venezia per proseguire gli studi giuridici e nel 1731 si

laurea a Padova. Lavora nel teatro San Samuele con la compagnia di Giuseppe Imer, il

capocomico per cui scrive la tragicommedia Belisario e altri testi. Sposa nel 1736 Nicoletta

Connio . tornato a Venezia, gli viene affidata la direzione del teatro san Giovanni Cristosomo

fino al 1741 e lì rappresenta anche alcune sue opere come “momolo cortesan” nel 1738,

riducendo lo spazio destinato all’improvvisazione, cosa che invece sembrava dominante nel

teatro comico di quei tempi. Si dedica anche a comporre opere in musica collaborando con i

più grandi musicisti tra cui Vivaldi. Risale al ’43 la prima commedia scritta: “la donna di garbo”.

Ma a causa dei debiti fugge di nuovo da Venezia a Pisa dove ha maggiore fortuna come

avvocato e intanto compone nel ’45 “il servitore di due padroni” e nel ’48 “l’uomo prudente” e

“la vedova scaltra”. In seguito torna a Venezia a lavorare con la compagnia di Melbach e con

lui compone “la putta onorata”(49), “la famiglia dell’antiquario”(50), “la locandiera”(52) e altri

capolavori tra cui il bugiardo, la bottega del caffè, i pettegolezzi delle donne e “la casa nuova”

che parla della borghesia mercantile in cui una giovane coppia finisce in bancarotta per i lussi

della giovane sposa. Comincia in questo periodo la polemica con l’abate Pietro Chiari più

conformista e tradizionale al contrario di Goldoni che appoggia la cultura illuminista. Dal ’53 al

’62 lavora per il teatro san Luca impegnandosi per 8 commedie l’anno, ottenendo importanti

successi con “gli innamorati”(58),una commedia in cui due giovani si amano ma sono troppo

gelosi l’uno dell’altra e questo li porterà ad una crisi senza motivo; “il campiello” (56)in cui

descrive una piazza ma non viene messo in risalto nessun personaggio principale; per questo è

una commedia d’ambiente e non di carattere; e “i rusteghi” (60), in dialetto veneziano in cui

descrive l’ambiente ma è una commedia di carattere.”rusteghi”infatti in veneziano vuol dire

asociali e chiusi.[Parla di 4 borghesi, Leonardo, Maurizio, Canciano e Simone, seguaci degli usi

antichi e nemici delle mode e dei divertimenti. Pur avendo le stesse idee, i personaggi sono

molto diversi tra loro e questo fa sì che la commedia non sia monotona. Lunardo e Maurizio

decidono di far sposare i loro figli, Lucietta e Filippetto senza mai averli fatti incontrare ma

prima delle nozze i due riescono a vedersi e si piacciono davvero. I genitori, essendo stati

ingannati, inizialmente decidono di non farli sposare più ma poi capiscono e si ravvedono.

All’interno della commedia c’è anche l’urto tra i conservatori (i vecchi) e gli innovatori (i

giovani). Goldoni appoggia le ragioni dei giovani perché sono sane, sobrie ed oneste.] Intanto

dal ’50 aveva iniziato a pubblicare le sue opere prima con l’editore Bettinelli di Venezia, poi con

l’editore Paperini di Firenze, fino alla stampa del teatro completo di Goldoni, interrotto nel

1778.

Cominciano ad essere rappresentate anche a Roma alcune delle sue commedie tra cui “le

baruffe chiozzotte”(nel dialetto di Chioggia) che parla di una comunità di pescatori in cui un

giovane porta scompiglio tra le ragazze del paese generando gelosie e malintesi, ma Goldoni

non vuole fare una caricatura di tutto questo;“una delle ultime sere di carnevale”, “la buona

figliola”, musicato da Piccinini, “sior Todero Brontolon” in dialetto veneziano, è stato definito il

5° rustego. Anche qui il centro della commedia è la lotta tra vecchi e giovani, infatti Todero

vuole fare sposare la nipote Zanetta, ad un uomo innamorato di una cameriera promessa però

ad un altro.

Poi va a Parigi con la moglie dove però la sua bravura viene delusa: gli viene chiesto infatti

solo di ritoccare qualche opera già provata. L’unico successo di quel periodo è “il ventaglio” del

1765 che lo fa assumere presso il re Luigi XV come insegnante di italiano delle figlie a

Versailles e poi al servizio delle sorelle di Luigi XVI. Ritorna nel 1780 a Parigi dove inizia la

stesura delle “memorie” (mémoires) . muore il 6 febbraio 1793

Nel ‘600 Venezia, la città di Goldoni, aveva una fiorente tradizione teatrale dovuta anche alla

crisi dei commerci che fa investire in nuove attività produttive tra cui proprio il teatro. Il

numero di teatri aumenta, favorendo l’affermazione di grandi artisti, il pubblico si allarga

dall’aristocrazia alle classi borghesi fino ad arrivare a quelle più umili. Proprio grazie ad un

pubblico più vasto hanno successo nuovi generi teatrali come la commedia e il melodramma.

La commedia segue quasi alla lettera le regole imposte dalla commedia dell’arte: gli attori

impersonano caratteri fissi, l’azione si deve basare su un canovaccio rischiando di banalizzare

le varie situazioni se gli attori non sono in grado di rappresentarle. Goldoni agisce proprio

contro queste regole troppo rigide, ponendo in primo piano i bisogni del pubblico. Goldoni

sembra agire come un vero professionista del teatro (infatti dal successo dell’opera dipende il

guadagno del suo autore). Lui è uno dei pochi intellettuali che vivono della propria professione

e per questo deve soddisfare i gusti del pubblico senza potersi soffermare su un’idea troppo

superiore di arte. Proprio il pubblico doveva essere uno dei parametri principali per il

rinnovamento della commedia dell’arte; se fino a quel momento si era data troppa attenzione

alla spettacolarità della rappresentazione, dalla scenografia alla recitazione, poco si erano

attenzionati i testi come invece era avvenuto negli altri paesi. Goldoni vuole dare priorità al

testo per un desiderio di ordine e perfezione causato dalle troppe improvvisazioni degli attori.

Amava la naturalezza come egli stesso scrisse in due libri:il mondo e il teatro. Quando parla di

teatro non vuole riferirsi ai modelli classici ma alla vita concreta dei teatri in cui al centro ci sta

il pubblico: lascia dunque spazio direttamente sulla scena per coinvolgerlo maggiormente. Il

mondo è invece la realtà della vita psicologica. Bisogna andare oltre i caratteri tradizionali,

senza schemi prefissati; non vuole fornire modelli ideali né criticare ma rappresentare le cose

come stanno realmente. Il teatro non è altro che il giudizio del pubblico che deve confrontarsi

con ciò che lo circonda. Le commedie devono dare la possibilità di riflettere su questioni sociali,

morali, psicologiche reali. Goldoni è lontano dallo sfarzo e dagli eccessi della vecchia commedia

e vicino a questo genere nuovo è più serio.

Un’altra rivoluzione di Goldoni riguarda i caratteri, ridotti a fisse tipologie, personificazione

ciascuno di un valore o un vizio. Lui invece crede che ogni persona sia diversa e paricolare

perché frutto di un insieme di cause che ci sono solo in quel determinato momento. Non ci

sono più IL servo e IL padrone in generale ma UN servo e UN padrone in quel momento e in

quel contesto storico- sociale. Anche l’ambiente in cui si svolge l’azione deve essere

attenzionato con particolare cura. Scrive anche dei testi teorici per spiegare meglio le sue idee

sulle riforme come nelle “prefazioni”. Nel 1750 scrive “il teatro comico” un vero e proprio

sperimento meta-teatrale che rappresenta le prove di una compagnia e le loro difficoltà nel

rispettare un copione..

Ludovico Zorzi, un critico teatrale, in una delle sue analisi su Goldoni dice che con lui si passa

da teatro d’élites a teatro di massa.

La produzione di Goldoni è molto vasta: si contano circa 200 opere teatrali tra cui commedie,

tragicommedie, libretti, libretti, intermedi, melodrammi. La carriera di Goldoni si può dividere

in 5 periodi:

Prima della riforma;

• Verso la riforma;

• Realizzazione della riforma;

• Oltre la riforma;

• Ripiegamento su sé stesso.

Come si può ben vedere, la riforma teatrale è il centro della sua vicenda creativa. La prima

fase va dall’esordio del 1730 con i due intermezzi (il buon padre e la cantatrice) fino al 1738

con il “momolo cortesan”. E’ per lui un periodo di apprendistato: l’incontro con il teatro si limita

ai testi scritti per il teatro musicale. La seconda fase dura un decennio esatto, dal ’38 nel

teatro san Samuele con il momolo cortesan, rappresentato ancora in modo tradizionale, con il

canovaccio in cui solo la parte del protagonista è scritta per intero. E’ comunque il primo passo

verso la riforma, una specie di compromesso che viene adottato da Goldoni anche per altre

due commedie “momolo sulla brenta” e “il mercante fallito”. Ancora il pubblico però non

apprezza il suo voler regolarizzare la commedia e sembra apprezzare invece il genere comico.

Tra il ’42 e il ’43 arriva la svolta con “la donna di garbo”, la prima commedia scritta per intero.

Il 1748 segna l’inizio della terza fase con un trionfo al teatro sant’Angelo con la vedove scaltra,

una commedia di carattere: Rosaura ha un atteggiamento schietto e seducente, che poi verrà

ripreso nella figura di Mirandolina nella “locandiera”. Cominciano ad essere introdotte anche

nelle commedie successive dei personaggi di carattere popolare ritratti nella loro originalità

della vita quotidiana. Diminuisce sempre di più la differenza tra commedia di carattere e

commedia d’ambiente. Comincia un periodo intenso di lavoro , produce molto per la compagnia

Melbach e questo suo apprezzamento per il mondo popolare si vede ne “il cavaliere e la

dama”(49) nel confronto tra il mercante operoso e il nobile arrogante, quasi in tono satirico

contro l’aristocrazia. Ne “il padre di famiglia”, il padre deve lottare per non disgregare la

serenità familiare, smascherando inganni e rivalità. La famiglia è al centro della sua attenzione

anche ne “la famiglia dell’antiquario”(1750) in cui si ha uno scontro di classe tra la suocera,

che rappresenta l’aristocrazia in declino e la nuora, che invece è simbolo dell’alta borghesia

arricchita.il conte Anselmo, grande collezionista di oggetti antichi, si fa sovrastare dalla moglie,

la “padrona di casa”; anche il figlio Giacinto e marito di Doralice è una figura passiva che si fa

comandare dalla moglie. Il dialetto in alcune rappresentazioni è riservato ai personaggi più

bassi. I risultati più importanti del periodo tra il ’50 e il ’51 sono, oltre alle opere del teatro

comico (ispirato a “l’impromptu de Versailles”, l’improvvisazione di Versailles di Moliere), “le

femmine puntigliose” (ancora conflitto sociale tra borghesia e nobiltà nei pettegolezzi

femminili), “la bottega del caffè”, una rappresentazione della vita veneziana tra i locali di una

piccola piazza. Don Marzio, un nobile decaduto,grottesco eroe calunniatore,causa invidie e

gelosie con le sue maldicenze fino a quando viene scoperto e insultato pubblicamente. Goldoni

vuole denunciare la corruzione dei costumi attraverso la voce malevola di don Marzio.

Il passaggio nel ’53 al teatro san Luca avviene in un periodo di crisi per Goldoni. Inizia qui la

4° fase della sue produzione: se da un lato cerca le riforme, dall’altro deve affrontare le sfide

del rivale Pietro Chiari; si rompe l’equilibrio su cui si basava tutto il periodo precedente. Se

prima infatti era il periodo dello scontro solo vocale, ora è il tempo del confronto. Nonostante

tutto, proprio tra il ’59 e il ’62 nascono le sue commedie più riuscite.

Viene deluso anche dal ceto stesso a cui prima si rivolgeva, la borghesia che sembra non

apprezzare più le sue opere, se infatti nella prima fase del suo teatro il mercante è il portatore

positivo dei valori borghesi, verso gli anni ’60 la sua figura entra in crisi. La borghesia

mercantile viene giudicata ormai incapace di porsi come classe egemonica e di promuovere il

rinnovamento civile e culturale della repubblica.

L’affermazione “il teatro si fonda sul dialogo” sembra essere ancora più vera per Goldoni che

per gli altri autori teatrali suoi contemporanei. I suoi personaggi sono protesi verso la

comunicazione, disponibili al confronto tra punto di vista diversi. Si può dire che per lui, il

teatro è una lezione di democrazia basata sul dialogo.

Spinto da idee ugualitarie, crede che i dialetti abbiano la stessa dignità della lingua nazionale,

comprese le lingue dei ceti popolari, sottolineando come il suo teatro sia molto realistico e

anche quando usa l’italiano, non è mai quello letterario ma è l’italiano parlato. Goldoni spiega

il suo rifiuto per la “gentilissima lingua toscana”: la commedia è un’imitazione di persone che

parlano e non di persone che scrivono e per questo si serve del linguaggio comune anche se

cerca di evitare termini troppo dialettali.

Anche lo stile è lontano dalla complessità con l’uso della paratassi e periodi brevi,

rispecchiando i canoni del ‘700. L’arte di Goldoni si trova più a suo agio con il dialetto perché

riesce ad esprimere meglio le varie situazioni specie se sono ambientate nel mondo popolare.

Alcuni critici, forse proprio per il suo interesse verso il popolo, pensavano che egli fosse incolto

e impulsivo e invece vengono smentiti dai tanti testi che lasciò intanto nelle prefazioni delle

sue opere con “l’autore a chi legge” e poi con la sua produzione autobiografica “le memorie

italiane” (per distinguerle da quelle redatte in francese”. Uscirono tra il ’61 e il ’78 e parlano

della vita di Goldoni sin dalla nascita. Oltre ad essere un documentario per lo sviluppo delle sue

idee sulla commedia dell’arte, sono importanti dal punto di vista artistico. Nel racconto infatti,

la vita si identifica sempre con il teatro anche se si capisce che tratta l’opera da una

prospettiva successiva alla riforma. Le avventure al di fuori del teatro hanno solo un piccolo

spazio, come la fuga in barca da Chioggia e la laurea. Anche la sua vita è rappresentata come

se fosse una commedia, con distacco e un po’ di ironia; più che l’interiorità del soggetto,

contano la vita di relazione, la Venezia della giovinezza, le piazze e le vie animate, le

imbarcazioni. La lingua e lo stile collaborano a questa armonia, con un francese raffinato e

diretto.

La realizzazione della riforma fu favorita dalla presenza di una borghesia sviluppata; la

posizione però nei suoi confronti non è sempre coerente, e se prima si identifica con essa e con

i suoi ideali, poi finisce per criticarla. Oggetto costante di critiche è la vecchia nobiltà che

rendeva difficile la realizzazione delle idee goldoniane e giustificavano il loro comportamento

accusandolo di immoralità. Un’adesione più convinta al suo teatro veniva invece dagli

illuministi e dall’ambiente del caffè di Pietro Verri anche se a volte gli rimproveravano il troppo

formalismo.

Nell’800 la fama di Goldoni da un lato si rafforza, accettato anche da personaggi di spicco

come Manzoni, dall’altro invece viene messa in dubbio perché portatrice di una realtà

provinciale e priva di valori specialmente perché alcune sue opere vennero fraintese..

benedetto Croce ad esempio ne dà un giudizio molto limitativo: “una totale assenza di riuscita

artistica”. Solo dopo la seconda guerra mondiale il suo teatro ha una svolta positiva nel nuovo

rapporto con la borghesia mercantile.

LA LOCANDIERA E LA RIFORMA.

La locandiera viene rappresentata per la prima volta al teatro sant’Angelo di Venezia, nel

carnevale del ’53, nel periodo in cui il suo rapporto con Girolamo Melbach entra in crisi fino alla

successiva rottura. Goldoni voleva proporre al pubblico veneziano qualcosa di inedito che però

il pubblico non seppe apprezzare.

La locandiera è divisa in tre atti, ognuno a sua volta formato da altrettante unità tematiche

(rappresentate dal cambiamento scenico).

PRIMO ATTO: le prime dieci scene si svolgono nella sala comune della locanda dove il conte

d’Albafiorita, nuovo arricchito e il marchese Forlinpopoli, nobile con poco denaro,discutono

animatamente e a loro si aggiungono Fabrizio, cameriere della locanda rassegnato e fedele alla

padrona e il cavaliere di Ripafratta,uno zotico introverso e nemico giurato delle donne. I temi

principali sono due: le differenze sociali e le differenze tra i sessi; Mirandolina decide però di

attuare un piano nella sua camera per punire la superbia del cavaliere attraverso la seduzione

SECONDO ATTO: il cavaliere resiste alle provocazioni di Mirandolina per non cadere nella

trappola amorosa. Con lo svenimento di Mirandolina però il cavaliere di Ripafratta si accorge di

essere perdutamente innamorato di lei.

TERZO ATTO: la scena si apre con Mirandolina che stira e con il cavaliere molto geloso sia per

la continua presenza di Fabrizio sempre accanto a lei, ma soprattutto perché lei non sembra

considerarlo e dopo aver raggiunto il suo scopo, gli nega ogni sua attenzione. Il finale della

commedia è ambientato in una camera con tre porte, una per ogni personaggio principale.

Dopo che Mirandolina lo ha fatto scoprire davanti a tutti, il cavaliere esce di scena

confermando la sua opinione iniziale sulle donne. Mirandolina decide di sposare Fabrizio

almeno per mantenere la sua reputazione. In realtà nulla è cambiato.

La locandiera è preceduta da una lettera di dedica indirizzata al nobile fiorentino Giulio

Ruccellai, professore a Pisa e magistrato a Firenze che Goldoni aveva conosciuto nel 1744. lui

infatti era favorevole ad una moderata riforma della commedia e alla creazione di un genere

teatrale medio per il pubblico borghese.

Un altro testo importante per capire la poetica della locandiera è “l’autore a chi legge” risalente

al ’53: il lettore chiamato in causa però non coincide perfettamente con il pubblico reale della

commedia. La premessa serviva anche a Goldoni per difendersi dalle accuse di immoralità che

gli erano state mosse e per questo insiste sul valore esemplare dei due personaggi, soprattutto

nella parte finale. Il cavaliere nel suo comportamento è irrazionale e asociale; nel personaggio

di Mirandolina vuole mostrare la “barbara crudeltà” con cui certe donne si burlano dei

miserabili, sottolineando allo stesso tempo l’abilità con cui lei riesca a dominare un uomo di

una classe sociale superiore. Tutto il personaggio di Mirandolina ruota attorno alla simulazione

della modestia: “sono una povera donna senza grazia…”

VITTORIO ALFIERI

Nasce ad Asti il 19 febbraio 1749 da una famiglia nobile,costretto a vivere con il patrigno dopo

la morte del padre. L’appartenere alla nobiltà sarà considerato per Alfieri un ottima possibilità

per criticarla senza sembrare invidioso. Studia nella Reale accademia di Torino fino al 66.

invece di intraprendere la carriera militare decide di viaggiare molto in giro per l’Italia fino a

diventare per lui una sfida estrema come dirà nelle testimonianze autobiografiche scritte nella

“VITA”qualche anno dopo. Tutto è un continuo tedio:raggiunto un obbiettivo con tanti sacrifici

subito si ispira a qualcosa di più problematico e impegnativo. Viaggia tra

Milano,Roma,Firenze,Napoli,Londra,Olanda,Berlino,Francia,e poi Spagna,e Portogallo. Torna a

Torino dopo aver girato tutta l’Europa a soli 23 anni. La sua formazione culturale è quindi

tardiva e soprattutto incerta; si avvicina alla letteratura con ribellione e sofferenza. Nel 1773

compone in francese “l’esquisse du jugement universel” (saggio di giudizio universale) e inizia

una relazione amorosa che durerà due anni ,con una donna sposata, Gabriella Falletti e ispirata

a lei sarebbe nata la sua prima tragedia, “Cleopatra”, rappresentata per la prima volta a Torino

il 16 giugno 1775. inizia qui il suo periodo più creativo in cui compone:

il “Filippo” dove ci presenta la prima figura del tiranno, del potere come oppressione in

• cui il re Filippo II per affermarsi non conosce limiti e sposa la giovane Isabella

togliendola al figlio nonostante i due giovani si amino ancora e alla fine uccide il figlio

Carlo;

“Polinice”, una tragedia scritta secondo i modelli classici in cui racconta lo scontro tra

• due fratelli, Eteocle e Polinice per la conquista della grandezza. Ma la loro stirpe è

maledetta, sono nati infatti dall’incesto di Edipo con la madre e quindi condannati

all’infelicità.

“Antigone”: è una continuazione della tragedia precedente, la sorella dei due rivali è la

• vittima che si uccide non per affermare la propria individualità, ma per sfuggire alla

crudele realtà e ristabilire la propria purezza.

“Agamennone”; in cui emergono il pessimismo e la debolezza umana. Clitennestra fa

• uccidere il marito Agamennone dall’amante Egisto ma lei sarà solo sopraffatta dalle sue

passioni.

“Oreste”; ha una tematica accoppiata a quella dell’Agamennone, è stata definita la

• tragedia gemella. Il figlio di Agamennone deve vendicare il padre e compirà un

matricidio ma il giovane resterà imprigionato da incubi e ossessioni;

“Virginia”; si ispira allo storico Livio: Iciglio vuole difendere Virginia da Ippo Claudio ma

• muoiono entrambi.

“Maria Stuarda”; è la tragedia voluta dalla contessa d’Albany, sua amante che non parla

• della morte della regina ma del suo inetto marito.

“Ottavia”; ispirata allo storico Tacito.

Non sentendosi ancora culturalmente all’altezza dei grandi scrittori italiani, perché parlava e

scriveva solo in francese, decise di studiare in modo forzato e con dei “viaggi letterari” come

lui stesso li chiamava, in Toscana, per accrescere la padronanza della lingua italiana. Si

stabilisce a Firenze dove conoscerla contessa d’Albany, anche lei sposata, destinata a divenire

la donna della sua vita. Per essere libero dalla censura del re di Sardegna dona tutto il suo

patrimonio alla sorella Giulia a patto però di una sostanziale pensione. Si reca poi a Parigi con

la contessa e lì scrive altre opere e traduce Virgilio e il poeta inglese Pope. Dedica anche

un’ode alla presa della pastiglia. Ritorna a Firenze, deluso sia dalla Francia che dai suoi ideali e

scriverà anche una satira antifrancese, “il misogallo”, parte delle rime e 17 satire. Muore a

Firenze il 17 ottobre 1803, a 54 anni. Il bisogno di Alfieri di allontanarsi dal Piemonte era dato

dal fatto che questa era una delle zone culturalmente più arretrate d’Italia e non c’era neanche

una borghesia moderna. Alfieri nelle sue opere vuole criticare soprattutto l’aristocrazia ma la

sua critica resta fine a sé stessa, non ha alternative sociali o civili positive come invece

accadeva con Parini. Alla cultura moderna preferisce i grandi modelli classici, Plutarco, Dante…

questo atteggiamento di rifiuto si incontra in una sua opera politica, “della tirannide”(’77), un

trattato diviso in due libri, il primo per definire la tirannide e le sue forme, il secondo per

spiegare i modo di resistere e ribellarsi ad essa sulla base dei modelli di Montesquieu e

Machiavelli. Il tiranno e il suo oppositore creano uno scontro titanico non storico, ma basato

sull’individualità e sull’eroismo; la sconfitta e la libertà si unificano solo nella morte eroica.

L’unico modo per combattere il titanismo è la scrittura; la letteratura infatti è antitesi del

potere: Alfieri rinuncia per questo ad ogni compromesso tra scrittore e istituzioni e rifiuta il

modello dell’intellettuale cortigiano. Lo scrittore deve invece essere solitario e aristocratico.

Questo aspetto dell’ideologia di Alfieri si trova soprattutto nell’altra sua grande opera, “del

principe e delle lettere”, composto in tre libri dal 78 all’86. i suoi limiti però vengono fuori

quando vengono sconfitti gli ideali della rivoluzione francese inizialmente sostenuta con

entusiasmo. Il culmine di questa “sconfitta ideologica” si avrà appunto nel “misogallo”, il cui

titolo significa infatti l’odiatore dei francesi.

Per quanto riguarda la scrittura, come è già stato accennato, Alfieri sostiene un ideale di

scrittore puro e libero da ogni condizionamento e fedele solo alla verità. L’attività di scrittore,

secondo lui, deve essere riservata solo a quelle persone che riescono a procurarsi con altre

attività il necessario per vivere, altrimenti la scrittura non ha più come fine la verità ma il

guadagno e la sopravvivenza. Se Parini accentuava la funzione sociale e civile del poeta, Alfieri

attenziona di più la sua soggettività, facendo un’esibizione pubblica del proprio carattere con

una tendenza irresistibile all’autobiografismo, rappresentandosi come apostolo dell’Amore,

della Libertà e parlando quindi del proprio odio verso i tiranni che la vietano. La sua tendenza

all’autobiografismo trova spazio nelle tante RIME la cui prima raccolta fu pubblicata nel 1789 e

l’intera produzione solo nel 1804, la forma privilegiata è quella del sonetto perché viene

considerato un “contenuto di espressività”. Dal canzoniere di Tetrarca prende invece la

compattezza e la nobiltà dei versi anche se la sua natura è spesso minacciosa, orrida e piena di

inquietudine. Le Rime hanno una configurazione aperta e irrisolta, ogni testo rappresenta un

singolo episodio interiore, un sentimento. Accanto alle rime troviamo le composizioni sparse

come un’ode scritta per proclamare l’indipendenza americana, “l’America liberata” e una per la

presa della pastiglia, “Parigi sbastigliato”. A parte invece si colloca un poemetto di 4 canti in

ottave “l’Etruria vendicata” dedicato a vicende fiorentine del Rinascimento.

Per il TEATRO si contano 6 commedie, 19 tragedie oltre a quelle non pubblicate e gli abbozzi.

Le commedie furono scritte negli ultimi anni e pubblicate nel 1806; alcune raffigurano idee

politiche animate da sentimenti reazionari come in “l’uno- i pochi- i troppi- l’antidoto”. Altre

invece sono più moraliste, come “il divorzio”.

Le tragedie vengono realizzate negli anni più fertili della sua produzione. Proprio il suo

temperamento duro ed eroico lo spingeva al teatro, e soprattutto alla tragedia, per un’urgenza

espressiva: è come se i personaggi nascessero dai vari punti di vista dell’autore. Anche nelle

tragedie infatti viene espressa al massimo la parte autobiografica. La decisione di misurarsi

con il teatro tragico fu presa come una vera e propria sfida perché nella tragedia non c’erano

dei modelli validi a cui riferirsi nella storia letteraria italiana. Ma c’erano anche ragioni

ideologiche: la tragedia poteva rappresentare bene la contrapposizione tra bene/male,

coraggio/viltà, libertà/tirannide. La tragedia era inoltre una forma d’arte aulica, elitaria e

distante dai nuovi generi borghesi come il romanzo. La sua composizione si articola secondo

tre momenti fondamentali e ben distinti tra loro. IDEARE: scegliere il soggetto e abbozzare

qualcosa secondo ispirazione, dividere in atti e scene. STENDERE:scrivere gli atti e le battute in

prosa.VERSEGGIARE:trasformare le battute in prosa in versi. La tragedia prende quindi

l’aspetto definitivo, riorganizzando la prosa in endecasillabi sciolti.

Tra una fase e l’altra deve passare un po’ di tempo per organizzare le idee (possono passare

settimane, ma anche mesi o anni). Si segue quindi passo- passo lo sviluppo dei temi;lo

sviluppo dell’opera è anche un duro lavoro di correzione.

Le idee di Alfieri sul proprio lavoro non sono contenute in nessuno scritto teorico; il modello

adottato da Alfieri è quello della tradizione aristotelica delle 3 unità, di tempo, di luogo e di

azione con un numero ristretto di personaggi, tutti essenziali allo svolgimento del dramma,

attorno ai quali è concentrata tutta la tensione. Il lessico è scelto ed elevato, senza tracce di

banalità e anche la sintassi indica tensione con una fitta punteggiatura. Si ricerca il sublime

invece della naturalezza. Lo svolgimento dell’azione è meno importante rispetto alle ragioni

che portano allo scioglimento finale ed al realizzarsi della tragedia. Il destino tragico di morte

che segna i personaggi alfieriani è l’unico segno di grandezza che li distingue.

Il periodo di composizione delle tragedie va dal 75 all’88 dopo l’intensa stagione dei viaggi;

nella scrittura delle tragedie è espressa tutta la sua personalità.

“SAUL”: è tra le tragedie più riuscite di Alfieri e anche tra le predilette visto che più volte ne

recitò la parte del protagonista. La fonte di ispirazione è IL LIBRO DEI RE della Bibbia ma

Alfieri ne alterò la vicenda semplificandone l’intreccio per rispettare le unità aristoteliche. Gli

ebrei attendono lo scontro decisivo con i Filistei e il loro re, Saul, si mostra inizialmente sicuro

della vittoria ma poi una crisi psicologica sconvolge la fiducia in se stesso. Gli manca la difesa

di David, lo sposo di sua figlia, che lui stesso aveva mandato in esilio. Lo manda a chiamare e

David ritorna disposto anche a morire pur di difendere il suo re. All’inizio Saul si abbandona

totalmente a lui ma poi si sente di nuovo minacciato dalla sua presenza e non lo vuole come

successore. David è costretto a fuggire di nuovo. Viene messo in risalto l’eroismo generoso di

David, fedele sia alla sua sposa Micol che al suo re; vive in modo assoluto il senso del dovere.

La solitudine di Saul e la sua condanna sono causati dal suo animo inquieto, dalla sua voglia di

primeggiare senza mediazioni. Dall’altra parte troviamo invece un desiderio di sicurezza e di

amore. Le due spinte sono però inconciliabili e dopo aver oscillato tra quei sentimenti

contrastanti, Saul si allontana da tutti decidendo di morire da re, mantenendo il suo primato.

Saul non è più un personaggio titanico come gli altri eroi alfieriani;il suo mondo non è più ben

saldo. Lo scontro infatti non avviene come accadeva prima tra due personalità diverse in due

personaggi diversi perché le due personalità appartengono entrambe al protagonista. Consiste

proprio in questo l’evoluzione del sistema tragico di Alfieri e l’originalità della tragedia sta nella

folli del suo personaggio centrale.

Alfieri affida allo stile la tragicità dei personaggi; la sintassi non segue quasi mai l’ordine più

ovvio, ad esempio l’aggettivo viene preposto al nome per dare un effetto solennizzante; il

soggetto si trova spesso alla fine della frase e le ripetute interruzioni nelle battute dei

personaggi servono ad aumentare la tensione assieme alle continue pause, ai puntini di

sospensione ecc… un altro elemento di insicurezza è la brevità dei periodi e il loro ritmo

incalzante.

La prima ambivalenza nel Saul è il rapporto tra presente e passato: se il passato è sereno,

vittorioso, il presente è invece incerto e decadente. L’identità di Saul oscilla tra il ricordo delle

glorie passate e la possibilità di una sconfitta presente. La seconda ambivalenza è il rapporto

tra vecchiaia e giovinezza che può essere collegata al rapporto precedente tra presente e

passato. La terza è invece il rapporto con gli altri perché se da un lato ha bisogno di loro,

dall’altro li respinge. Il delirio si Saul, nella terza scena, si manifesta nella visione di cose che

non esistono, quando proietta nella dimensione reale i contenuti del proprio mondo interiore;

sente su se stesso tutta la debolezza e la maledizione divina sotto forma di incubi e angosce,

cerca quindi di ribellarsi a Dio e affermare il suo io e il suo titanismo ma alla fine l’unica

soluzione sarà la morte( una liberazione dal tormento per ristabilire la dignità.

Dopo aver scritto il Saul, Alfieri si fermerà per due anni, preso dal pessimismo e dal disprezzo

per l’esistenza. Dopo questa crisi infatti si sposterà verso nuovi ideali, dove non ci sarà più

l’eroe chiuso nella sua solitudine ma più altruismo verso gli altri, senso di pietà e infelicità e

una nuova attenzione verso gli affetti privati.

Tra le ultime opere teatrali troviamo:

“Sofonisba”: dove non prevalgono è più sentimenti individuali ma amicizia, amore,

• solidarietà e mitezza.

“Mirra”: una tragedia che si rifà al mondo classico ma che è ambientata in un interno

• familiare e borghese. Parla di un’eroina innamorata del padre Cinico che cerca di

sopraffare le sue passioni con una grande forza di volontà ma questa passione la

porterà ad una corrosione interiore e poi alla morte. È stata considerata la più grande

tragedia dopo il Saul.

“Bruto 1°”e “Bruto 2°”: risalgono entrambe all’86. sono ambientate a Roma su delle

• figure di politici eroici ed esemplari. Il primo libera Roma dalla tirannia dei re, il secondo

uccide Giulio Cesare.

“Alceste Seconda”: rielabora la tragedia di Euripide sui temi cari ad Alfieri: amicizia,

• affetti domestici e fragilità umana.

“Abele”: tragedia non molto importante che si ispira al personaggio biblico.

LA “VITA”

l’opera nella quale meglio si esprime la tendenza all’autobiografismo è la “vita di Vittorio Alfieri

da Asti scritta da esso”: l’autore pone la propria esistenza a oggetto della scrittura. Fu

composta sotto l’influenza delle “memoires” di Goldoni. La prima stesura risale alla primavera

del 1780, invece la versione definitiva tra il 1798 e il 1803. l’opera è divisa in due parti: la

prima dalla nascita fino al 1790, divisa in 4 epoche, Puerizia, Adolescenza,Giovinezza e Virilità.

La seconda, rimasta incompiuta, racconta le vicende dopo il 1790. Tutto ruota attorno al

motivo della conversione letteraria in cui l’autore prende coscienza di sé e si dedica alla

scrittura. Nella Vita si trovano disseminate le tematiche portanti della sua poetica; lo stile

serve da un lato a rendere familiare l’esperienza, dall’altro ad innalzarla fino al sublime.

De Sanctis, nell’analisi di Alfieri riconosce come necessario il classicismo mentre altri lo

avevano considerato un limite. Croce invece mette in luce il significato “protoromantico” delle

opere alfieriane: tratti romantici sarebbero l’individualismo, la tendenza all’autobiografia e le

passioni soggettive. Un arricchimento delle idee di Croce è dato dalle idee di Fubini e Binni che

mettono anche in risalto la componente pessimistica accanto a quella eroica. Sapegno

individua come limite nelle sue opere l’astrattismo e l’aristocraticismo specie se vengono messi

in rapporto con il periodo in cui visse, l’illuminismo. La prima stesura completa di quest’opera

risale al 1790, poi l’opera subì diversi piccoli ritocchi e il volume completo uscì postumo nel

1806 con una datazione falsa (Londra 1804). Il testo si divide in due parti: la prima si apre con

una introduzione, è divisa in 4 sezioni per le 4 fasi più importanti della vita di Alfieri: puerizia,

adolescenza, giovinezza e virilità. La seconda parte è la continuazione della quarta epoca del

primo libro nel periodo che va dal giugno 1790 al 14 maggio 1803, la divisione è dovuta al

fatto che nella prima edizione l’opera arrivava fino al 1790.

Nell’introduzione Alfieri giustifica la sua idea di scrivere un’autobiografia; gli argomenti centrali

sono l’amor proprio, la curiosità che i lettori manifestano nelle tragedie per le vicende personali

dell’autore e la consapevolezza che comunque una biografia su di lui sarebbe stata scritta

quando avrebbero ristampato le sue opere. La prima epoca, la puerilità inizia col parlare

dell’origine sociale e familiare di Alfieri perché secondo lui il nascere agiato e nobile gli ha

permesso di rimanere libero e puro, di non servire nessuno e di potere liberamente attaccare

la nobiltà senza essere accusato di invidia e risentimento come invece era accaduto con Parini.

Tra i temi centrali di questa parte troviamo alcune reminiscenze infantili in cui cerca la causa

delle sue inclinazioni naturali alla malinconia, il desiderio di gloria e il suo carattere passionale.

A 9 anni viene mandato all’accademia militare di Torino(istituzione che formava i giovani nobili

piemontesi) e dopo la morte del padre passa sotto la tutela di uno zio; l’allontanamento dalla

famiglia è rievocato come un trauma e il periodo nell’accademia è considerato di ineducazione,

di non- studi in un luogo in cui allievi e maestri sono allo stesso modo asini. Questa stagione di

infermità, ozio e ignoranza diventa il tema centrale della seconda parte in cui Alfieri cresce

insoddisfatto della vita che conduce; i viaggi che si susseguono ininterrottamente per quasi 7

anni sono argomenti invece della terza epoca, in cui descrive i momenti in cui attraversa l’Italia

fino a Napoli, visita la Francia, l’Inghilterra, l’Olanda, l’Austria, la Germania: i viaggi infatti

erano una parte fondamentale nell’educazione dei giovani nobili a metà del ‘700, lui però era

animato non dalla curiosità o dalla voglia di imparare, ma dall’insoddisfazione provata in

qualsiasi posto si trovasse, dalla malinconia e dalla noia. Compie letture importanti, la Plutarco

agli illuministi francesi. I viaggi terminano nel maggio del 1772 e nei tre anni successivi

partecipa alla vita nobiliare torinese e diventa l’amante della moglie di un marchese; sono di

questo periodo i suoi primi tentativi di comporre poesie. La quarta epoca, la virilità e poi anche

la sua continuazione sono il racconto della sua carriera letteraria e degli studi intrapresi; la

lingua con cui abitualmente si esprimeva era il francese e quindi dovette imparare l’italiano e

per questo fece molti viaggi soprattutto on Toscana.

L’INTRODUZIONE ALLA “VITA”

Qui alfieri precisa i motivi che lo hanno spinto a scrivere la “vita” e illustra la divisione interna

del libro in epoche spiegandone le scelte stilistiche. Secondo lui, oltre ai motivi già citati, è

importante il contributo che può dare un’autobiografia alla studio dell’uomo: le opere infatti

devono avere per lui un fine pubblico e illustrare verità universali; qualche anno dopo, con

l’affermazione del Romanticismo, gli autori non sentiranno più la necessità di trovare delle

giustificazioni scientifiche e pubbliche per esprimere la propria interiorità privata. È questa la

ragione per cui nasce l’autobiografia moderna, l’intellettuale si sente legittimato a parlare di sé

perché esiste un pubblico che considera importante la sua esperienza personale. L’introduzione

comincia con una citazione latina “plerique suam ipsi vitam narrare, fiduciasm potius morum,

quam arrogantiam arbitrati sunt” cioè: “i più ritennero che narrare la propria vita significhi

fiducia nei propri costumi piuttosto che vanagloria” (Tacito- vita di Agricola) sicuramente il

parlare di sé nasce da vanagloria e dall’amore per sé stesso, quindi non vuole dare false e

illusorie ragioni perché non verrebbero credute; confessa quindi che quello è senz’altro il

motivo principale. Avendo scritto molto, e anche cose che non avrebbe voluto scrivere, dice

che forse quei lettori che più lo hanno apprezzato, sono curiosi di sapere qualcosa di più su di

lui, e poi, una biografia scritta dopo la sua morte da persone che neanche lo conoscevano solo

per ricavare qualche soldo in più dalla vendita della sue opere, sicuramente risulterà più falsa e

quindi è meglio che la scrive da solo perché sia meno cattiva e più vera.

Spiega poi il disegno dell’opera proponendo di essere breve per ciascuna parte anche se vuole

spiegare le cose principali e non vuole nominare nessun altro a parte sé stesso perché sono le

sue vicende che vuole narrare e non quelle degli altri. Il nucleo centrale della “vita” è

rappresentato dalla scoperta della vocazione letterarie e l’opera viene idealmente divisa in due

da questo evento. Le vicende anteriori ad esso sono manifestazioni del “forte sentire” cioè di

quel carattere passionale che l’io narrante avrebbe potuto esprimere solo successivamente con

la composizione della tragedie; il vero tema della vita è quindi la rievocazione di quelle tappe

fondamentali che gli hanno permesso di diventare scrittore.

LE REMINISCENZE INFANTILI E IL CONTROLLO SULLA NARRAZIONE [ EPOCA I- CAP. II ]

Uno dei brani più famosi dell’opera ha come argomento il ricordo delle esperienze infantili:

Benedetto Croce e Luigi Russo di cono che queste parti sembrano anticipare una concezione

della memoria che trova la sua massima espressione nel ‘900 col romanzo di Proust. Alfieri

chiama la sua infanzia “vegetazione”, intesa come uno stato di vita vegetativa, contrapposta

alla vita cosciente. Gli ritorna in mente il suo zio paterno di cui non si ricordava più, che

accarezzandolo gli dava ottimi confetti. Solo qualche anno dopo, quando rivide quelle scarpe

come quelle che portava lo zio ormai morto, gli ritornarono in mente quei ricordi che

sembravano persi. Si ricorda anche di quando, a 5 anni fu in fin di vita per dissenteria e

desiderava che la morte ponesse fine alla sua vita e ai suoi dolori anche se ancora non sapeva

neanche che cosa fosse la morte; sono queste, nonostante i suoi sforzi per ricordare, gli unici

due episodi che gli tornano in mente della sua infanzia. Poi, lui e la sorella Giulia, andarono ad

abitare assieme agli altri due figli che la loro madre aveva avuto dal primo matrimonio, col

patrigno; si ricorda anche del dolore provato quando all’età di sette anni fu separato dalla

sorella Giulia che venne messa in convento, anche se lui aveva la possibilità di vederla ogni

giorno. Egli rimase solo nella casa paterna e fu dato in custodia ad un buon prete, don Ivaldi

che gli insegnò a leggere e scrivere fino in quarta elementare; solo che poi si rese conto che lo

stesso padre era un po’ ignorante e che dopo i 9 anni con lui non avrebbe imparato più nulla se

fosse rimasto ancora con lui. Anche i suoi genitori erano ignoranti e per giustificarsi dicevano

sempre che un nobile non deve diventare dottore(solo che lui per natura aveva una certa

inclinazione allo studio).

Il passo che colpisce di più sul passato di Alfieri è quello del ricordo involontario degli episodi

con lo zio, che richiamano da vicino la concezione di Proust sulla memoria secondo il quale il

tempo perduto riemerge pienamente nel ricordo involontario generato da una situazione

presente che per caso ne richiama una simile accaduta in passato. Alfieri si rifà però al

sensismo,secondo il quale esiste un nesso diretto tra il pensiero e i sensi. L’io narrante non si

abbandona liricamente al ricordo infantile, egli tende invece a trovare delle giustificazioni

razionali per legittimare il racconto di queste puerilità.

ALFIERI PREROMANTICO: IL PASSAGGIO SUBLIME [ EPOCA III, CAP. IX ]

I tratti preromantici in Alfieri risaltano con maggiore evidenza nella descrizione dei suoi viaggi

compiuti tra il 1766 e il 1772; tra i più interessanti, quelli in Scandinavia e in Spagna. Anche se

si trovava bene a Stoccolma, capital della Svezia decide di partire per la Finlandia per poi

andare a san Pietroburgo, la seconda città della Russia accessibile dalla Svezia solo attraverso

la Finlandia. Giunse a Grisselhamn, un porticello della Svezia, dove nonostante fosse aprile,

trovò l’inverno, il mare are ancora gelato per metà e il tragitto dal continente verso le isole

risultava impossibile alle barche dato il mera ghiacciato per cui dovette aspettare lì tre giorni

aspettando che l’acqua si scongelasse, come diceva anche Dante nel 32° canto dell’inferno..

nella descrizione dei luoghi è tipico di Alfieri usare tanti aggettivi superlativi e accrescitivi

sostantivali per sottolineare le cose, ad esempio viuzza, barcuzza, densissima crostona… Le

isolette rendevano stranissimo l’aspetto del mare orrido, sembrava più una terra dissestata che

una massa d’acqua. Il vento per fortuna era leggero e nella barca dava più l’impressione di

carezze che di urti; più di una volta, assieme ai marinai, egli scese in quelle piccolissime isole

dalla barca; con dei bastoni di legno staccati dalle barche cercavano di farsi spazio tra gli

“insistenti accompagnatori”, i blocchi di ghiaccio e solo così riuscirono a percorrere il tragitto di

sette miglia in più di 10 ore. La novità di questo viaggio lo divertì molto (solo che dice forse

per il lettore non sarà stato altrettanto interessante nel sentirlo raccontare). Il resto del

tragitto, superati i ghiacci si fece in meno tempo. Nonostante la sua “ruvidezza”, quello è uno

dei paesi d’Europa che più lo colpirono; ciò che Alfieri racconta in questo brano è l’esperienza

del sublime, cioè di quella forma di bellezza che non genera quiete e appagamento ma

malinconia e vertigine.

La prospettiva del racconto che ha come centro la maturazione dell’io personaggio, spiega la

differenza tra le prime tre epoche e la quarta; i fatti anteriori al rivelarsi della vocazione sono

organizzati in rapporto con essa, gli eventi posteriori si susseguono invece come una cronaca e

la scissione tra io personaggio e io narratore tende ad annullarsi. Da qui l’impressione di una

maggiore staticità che suscitano i fatti successivi al 1775. anche “la vita” come il Werter o

l’Eloise di Rousseau fa emergere una nuova sensibilità; l’io alfieriano ha dei caratteri che

anticipano la nuova sensibilità romantica nella forza delle passioni, nel rifiuto della mediocrità e

delle convinzioni, nella noia, nella malinconia, la sofferenza dello stare e la smania dell’andare.

Questa è la ragione principale della fortuna di Alfieri presso le generazioni future; la

conversione trasforma un giovane aristocratico ozioso in un letterato: celebra la propria ascesa

al ruolo di poeta perché diventare poeta significa uscire dalle convenzioni sociali ed esprimere

sé stessi in forma aristocratica.

UNA NUOVA CONCEZIONE DEL LETTERATO: ALFIERI, METASTASIO E LA VITA DI CORTE

Il rifiuto della società dell’ancien regime si manifesta già nel giovane Alfieri ancora prima della

sua conversione; il carattere indipendente e anticonformista si manifesta molto chiaramente in

due episodi: una avviene durante i suoi viaggi in Austria e in Germania e arriva alla corte

dell’imperatrice Maria Teresa e lì viene colpito negativamente dal gesto di Metastasio, poeta di

corte che si genuflette servilmente di fronte all’imperatrice; l’altro episodio è quando arriva in

Prussia e rivolge una battuta priva di riguardo al ministro del re alludendo al militarismo e

all’autoritarismo si quello stato. Nel primo paragrafo l’io narratore parla della sua

insoddisfazione e inquietudine; nel secondo e terzo mostra la sua contestazione verso l’ancien

regime e demarca in modo evidente la distanza fra il personaggio principale e l’intellettuale di

corte. Dal punto di vista dello stile, sono presenti due tipi di ironia: la prima è bonaria e rivolta

all’io personaggio colpendo la sua passionalità ingenua e giovanile; la seconda attacca invece il

servilismo di Metastasio e la tirannide prussiana, criticando in modo definitivo la società di

corte.

Un autoritratto all’epoca della conversione alla letteratura e alcune considerazioni di

poetica[EPOCA IV,CAP.I]

La conversione di alfieri alla letteratura non avviene in modo istantaneo ma è un processo che

dura alcuni anni, dai primi tentativi di poesia del ’73 fino alla decisione definitiva del ’75; con la

scoperta della vocazione comincia una nuova fase della sua vita. Il primo capitolo si pare con

un autoritratto nel periodo della conversione, a quasi 27 anni, quando comincia un duro

impegno con sé stesso. Si definisce un amino risoluto e ostinatissimo, un animo in cui prevale

l’amore e la ribellione contro qualsiasi tipo di tirannide. Amava le tragedie francesi che aveva

visto in quegli anni, quando non aveva alcuna conoscenza delle regole dell’arte tragica;

ignorava anche l’arte del saper scrivere bene e non padroneggiava neanche la sua lingua. A

questo si aggiungeva poi la presunzione e l’arroganza di cercare la verità a qualunque costo,

ma a lui si contrapponevano gli insegnamenti e i consigli profondi di alcuni amici che lo

esortavano a studiare di nuovo la grammatica della lingua italiana come se fosse un bambino a

scuola. Alla fine chinò il capo, mise da parte il suo orgoglio cercando di superare questi

“schifosi ostacoli”. La recita della tragedia Cleopatra gli aprì gli occhi e decise di “rientrare

nell’aringo” (è il luogo in cui si riunivano i cittadini nelle assemblee dei comuni medievali) cioè

che voleva ritornare sui suoi passi e ridiscutere i fondamenti della sua attività; gli cadde dagli

occhi quel velo che fino ad allora lo aveva oscurato e da quel momento in poi non sarebbe più

mancata la capacità di ideare e comporre bene. Fatto questo giuramento decise di “tuffarsi”

nella grammatica e si rese conto di avere fatto male le cose fino a quel punto nonostante gli

altri le avessero più o meno lodate; le aveva anche scritte in francese, “una meschina lingua”.

Questo autoritratto completa l’immagine di un autore preromantico che alfieri aveva dato

anche in altri passi della vita. La prima decisione letteraria di Alfieri riguarda quindi la lingua,

cioè la tradizione letteraria e culturale a cui appartenere; egli vuole essere un autore italiano e

per questo deve in parte dimenticare il francese e imparare l’italiano appropriandosi della sua

tradizione culturale.. l’interesse di Alfieri per la scrittura autobiografica si manifesta ancora

prima della conversione letteraria; già da giovane aveva scritto delle memorie che poi

andranno perdute e teneva un diario in francese. Anche nelle “rime” i tratti autobiografici sono

molti; la decisione della scrittura della vita è simbolo dell’evoluzione della scrittura alfieriana.

Su di essa ha sicuramente influito l’esempio di Goldoni e di Rousseau; la vita è incentrata sulla

ricerca della propria vera identità e il punto centrale si manifesta quando essa viene scoperta.

Anche la registrazione degli eventi e dei sentimenti del passato è affrontata nella prospettiva

della ricerca di una via di salvezza. Alfieri rifiuta la compromissione emotiva col passato e la

distanza tra io narrante e io personaggio si manifesta con le forme di giudizio e di ironia.

Questo andamento raziocinante in molte parti risente dell’influsso di Montagne che fa

emergere una seconda prospettiva narrativa oltre a quella sulla conversione, l’ottica scientifica.

Attraverso lo studio di sé stesso, alfieri sembra voler dimostrare le tappe dello sviluppo di ogni

uomo. Sono comunque episodi isolati che non modificano l’andamento generale dell’opera;

molti letterati italiani nel corso del ‘700 scrissero le loro memorie in francese, come Goldoni e

casanova. Alfieri invece decise di voler appartenere alla tradizione letteraria italiana. Quanto

allo stile, lui stesso dice di voler lasciare fare alla penna con spontanea naturalezza creando

opera dettate dal cuore e non dall’ingegno. In realtà le sue opere furono frutto anche della

tecnica oltre che di un’espressione immediata; alfieri infatti subordina i ricordi del passato alla

conversione letteraria in un’ottica raziocinante; questo stile si adatta al sentire aristocratico di

colui che racconta: l’esperienza personale viene sempre conciliata con la necessità di

mantenere una dignità formale alta, simbolo del nobile letterato- eroe. Anche la scelta lessicale

è sempre sostenuta, con superlativi aggettivali, vezzeggiativi , accrescitivi e con la creazione di

parole nuove per necessità espressiva, definiti “alfierismi”. Solo in tempi recenti l’interesse per

“la vita” si è separata dalla fortuna generale dell’autore e specie negli ultimi decenni la critica

ha preferito occuparsi di più di quest’opera che di quelle teatrali. In epoca risorgimentale alfieri

divenne un modello eroico da seguire, soprattutto con l’autobiografia che esaltava l’elemento

patriottico. La sua conversione avvenne non solo dal punto di vista letterario ma anche politico

e umano.

De Sanctis disse che “il nostro Alfieri è un uomo che al solo nominarlo si sentiamo superbi di

essere italiani”. Una nuova fase critica inizia con Croce che vede in alfieri l’iniziatore della

nuova letteratura italiana. Il racconto della vita ebbe una notevole influenza sullo Zibaldone di

Leopardi perché anche secondo lui la memoria nasce dall’assuefazione cioè dalla fissazione

involontaria nata dall’abitudine. Proprio per il suo carattere inconsapevole, la memoria

favorisce un rotino improvviso al passato. Questa concezione è uno dei nuclei centrali della

rimembranza. Luigi Russo ha evidenziato la nuova figura del letterato- eroe e le ragioni della

sua fortuna tra le generazioni future. Egli è il primo superuomo, secondo la concezione di

Nietsche, è colui che rifiuta la morale socialmente approvata e ricerca l’affermazione libera di

sé stesso. Egli può essere considerato un vero letterato, ma non nel senso dispregiativo del

termine, come colui che è privo di senso pratico e di legami con la vita quotidiana. È invece al

di sopra dell’estetica dei tempi e della tirannide; rappresenta il mito dell’uomo libero e secondo

lui la vera poesia nasce dall’insurrezione interiore infrangendo le vecchie regole e creandosene

di nuove e ancora tornando a spezzare quelle nuove quando queste si irrigidiscono.

L’ARMONIA DELLA TRAGEDIA

Nel 1783 Ranieri de’ Calzabrighi, prestigioso autore di libretti d’opera indirizza una lettera ad

Alfieri con una critica alla sue prime 4 tragedie; Alfieri risponde con questo brano difendendo le

proprie scelte stilistiche e sostenendo che la tragedia necessita uno stile ben diverso sia dalla

lirica che dall’epica, dove non ci sia armonia e contabilità ma che metta in luce i vocaboli più

importanti. La sintassi diventa quindi volutamente ardita perché si vuole allontanare del

parlato e cercare di allontanare l’artificiosità lirica usando l’endecasillabo sciolto. Le prime

tragedie secondo il Calzabrighi (Filippo, Polinice, Antigone e virginia) mancavano di armonia e

chiarezza di stile; l’autore si difende proponendo una specie diversa di armonia in base ai tre

generi letterari: la lirica, l’epica e la tragedia:

nella poesia lirica parla il poeta che vuole dilettare gli orecchi prima e poi tutti gli altri

• sensi, descrive, prega, si duole… Già il nome lirica stessa denota che il suo fine

principale sarebbe il canto(il nome deriva infatti dalla lira, antico strumento musicale

con cui gli autori dell’antichità classica accompagnavano l’esecuzione dei loro testi).

Anche nell’epica parla il poeta, dove descrive e narra, e ogni tanto inserisce dialogo e

• lirica.

La tragedia invece non canta niente tra i moderni; la cosa più importante è invece

• riflettere che né i greci e neanche i latini si sono mai serviti dell’epica o della lirica, ma

del gambo(un piede della metrica greco- latina formato da una sillaba breve e una

lunga che veniva usato nelle parti dialogate della tragedia e della commedia). Inoltre

non si è mai attribuito nessuno strumento musicale alla tragedia: sia gli inglesi che gli

italiani hanno allontanato l’uso della rima in versi nella tragedia e se i simboli della lirica

e dell’epica sono la tromba e la lira deifica,i simboli della tragedia sono il coturno (la

calzatura con la suola alta indossata dagli attori) e il pugnale, che confermano la

distanza della tragedia moderna dalla musica. Anche la tragedia come gli altri generi

usa l’endecasillabo, solo che questa compone il verso in modo diverso perché la

tragedia si deve ispirare alla nobiltà e alla magniloquenza. L’amore tragico non vuole

armonia, e come questo neanche l’ira, la passione, la libertà, la vendetta; nella

tragedia, un amante parla alla sua amata, le parla e non le fa versi, non recita secondo

lo stile di un sonetto perché la donna che lo ascolta non debba ridere delle sue

espressioni e neanche la platea che lo sta a sentire. Questo effetto si ottiene dalla non

comune collocazione delle parole; ad esempio nell’Antigone fa dire a Creonte: “i’lo

tengo io finora/quel, che non vuoi tu, trono!” è questa una delle trasposizioni più difficili

che abbia scritto; sa berne che il modo più comune era dire “quel trono che tu non

vuoi” e quando lui rappresentava le sue tragedie al pubblico, faceva attenzione se i suoi

versi “offendevano” le loro orecchie, ma queste non lo facevano, anzi il pubblico restava

molto colpito dalle parole di Creonte. Nasceva quindi la fierezza delle trasposizione di

quella parola, TRONO, pronunciato staccato con maestria dal tu e spostava l’attenzione

del pubblico sul trono che effettivamente era la parte più importante della frase. La

parola doveva quindi stare bene in quel contesto non armonicamente ma teatralmente

e nel suo significato. Dice alla fine che non si possono giudicare dei versi tragici con

l’armonia di quelli lirici.

SAUL E MIRRA: UN ESEMPIO DI SCISSIONE DELL’IO

Raimondi offre un esempio di lettura psicoanalitica delle tragedie alfieriane mettendo in risalto

la tendenza già moderna di Alfieri di esplorare le zone più profonde e oscure della psiche; da

qui l’interesse e l’attualità dei suoi personaggi, il cui dramma nasce dallo scatenarsi di impulsi

irrazionali che attaccano l’unità dell’io. Saul è l’ultimo testo che egli recita, dichiarando di

morire come attore drammatico come Saul muore da re sulla scena : è un caso di

identificazione estrema. Il Saul è una strana interpretazione alfieriana di una crisi di identità, di

una scissione dell’io come accadde con Shakespeare con re Lear e Amleto, dove il personaggio

dominante è conteso dal dubbio sulla perdita di se stesso. Sia nella Mirra che nel Saul vediamo

che esiste una specie di itinerario strano dove ogni personaggio gioca la sua forza, il

personaggio che è al centro della realtà drammatica è in realtà indefinito, non possiede più sé

stesso perché scopre che esiste in lui qualcosa che parla contro di lui: il personaggio alfieriano,

prima titanico, comincia a scoprirsi allora come un personaggio scisso. Alfieri ci porta a

conoscere ciò che oggi è chiamato inconscio, come negazione di tutti i rapporti istituzionali,

con l’uscire fuori del “barbarico” che c’è dentro di ogni individuo, si rende conto che ci sono

delle forze oscure all’interno dell’animo stesso dell’uomo che operano al suo interno terribili

distruzioni.

DEFINIZIONI E CARATTERISTICHE DEL ROMANTICISMO

È il periodo del congresso di Vienna (1814-1815) e l’età della restaurazione. La nuova

immobilità dopo la rivoluzione francese contrastava con le idee innovatrici della borghesia che

ispirava alla libertà e all’indipendenza nazionale. La situazione in Italia e in Germania era però

diversa da quella degli altri paesi europei che in quel periodo erano già forti stati nazionali.il

termine “romanticismo non viene più usato con significato negativo, ma indica adesso l’unione

tra paesaggi e stati d’animo malinconici. È usato per indicare un nuovo movimento artistico e

letterario che stava nascendo in Germania con il gruppo di Jena che si riuniva attorno alla

rivista Atheneum dei fratelli Schlegel. Esso era un movimento anti-illuminista e anti-classicista,

che voleva un ritorno al cristianesimo contro il deismo e l’ateismo che dominavano in quegli

anni; esalta anche i valori nazionali contro il cosmopolitismo. Se il classicismo è simbolo di

perfezione e di armonia, il romanticismo simboleggia malinconia e senso di vuoto, la ricerca

della Sensucht (male del desiderio).

L’anno esatto della sua nascita è il 1798 in Inghilterra con le “ballate liriche” di Wordsworth e

Coleridge; in Francia e in Italia invece inizierà 20 anni dopo con la decisiva azione culturale di

madame de Stael solo che in Italia la battaglia tra classici e romantici non si svolge in campo

politico, nella lotta fra patriottici e austriacanti ma solo in campo letterario.

Il romanticismo e la sua colonna portante, la borghesia, devono molto allo sviluppo economico

e commerciale di questo periodo: vengono eliminati i latifondi, nasce il proletariato industriale,

si assiste ad uno sviluppo demografico senza precedenti. Gli uomini hanno più diritti, i bambini

vengono tutelati contro il lavoro forzato; grazie alla nascita della ferrovia e delle macchine a

vapore cominciano i trasporti e i commerci a lunga distanza. La città e il treno diventano i

protagonisti anche nella letteratura, come nei romanzi di Dickens e Balzac. La città cambia, si

allarga crescendo anche economicamente. Specie dopo la rivoluzione francese nasce la figura

del letterato borghese che vende sul mercato i propri prodotti, celebra i valori sociali e civili del

suo paese e non si rivolge più ad una ristretta cerchia di letterati ma ad un vasto pubblico di

persone. Ma soprattutto in Italia nascono tante difficoltà perché l’editoria è ancora artigianale e

la borghesia non è molto sviluppata; Si sviluppa bene anche l’opinione pubblica e nasce il terzo

stato che di fatto coincide con la borghesia e viene chiamato da Berchet “popolo”. La crescita

della borghesia fa aumentare gli scritti nelle università e si riscontra una maggiore

partecipazione alla vita sociale, nei teatri e nei salotti. Se in Francia e in Inghilterra, la stampa

era ben avviata, in Italia la situazione era ben diversa e ancora Alfieri affermava che solo i

ricchi potevano essere dei letterati perché gli autori dovevano pagare le spese di stampa e

rischiavano di rimetterci si il libro non aveva successo. Nonostante questi limiti, l’editoria inizia

il suo sviluppo anche nel nostro paese soprattutto a Milano, Venezia, Firenze e Torino. Nel

romanticismo la natura è considerata come un organismo vivente dotata di una forza magica e

spirituale. Addirittura Schelling la considerava come uno spirito assoluto, avvicinandosi al

simbolismo.

L’uomo viene esaltato nei suoi aspetto spontanei e creativi; il tempo e lo spazio vengono

umanizzati in modo soggettivo. Nel romanticismo si evidenzia soprattutto il contrasto tra io e

mondo, tra anima e idee materiali. Il male del secolo è il Sensucht, cioè quel malessere

prodotto dal desiderio e dal senso di estraneità. L’artista avverte attorno a sé in senso di vuoto

e questa rottura col mondo produce un forte individualismo.esso è considerato la conseguenza

dell’affermazione della borghesia. La ragione ha distrutto le illusioni facendo emergere quel

contrasto storico tra reale ed ideale. L’unica reazione a questa estraneità sociale è l’esaltazione

del genio artistico; la contrapposizione tra natura e società può portare ad atteggiamenti

diversi: o la nostalgia per il passato, specie per il medioevo, o l’invenzione di una nuova realtà,

con miti e leggende fantastiche. Anche il tema dell’amore diventa centrale nell’età romantica

perché è uno dei modi con cui si cerca di andare oltre la realtà ; sulla conquista dell’amata si

basa l’intero senso della vita. Anche qui è presente la contrapposizione tra reale e ideale che

sfocia nel contrasto tra passione eroica e leggi sociali che invece rispettano le convenzioni.

Nascono all’interno della borghesia, il romanzo storico, il romanzo sociale, la novella in versi,

dove i personaggi sono “eroi problematici” per i loro sentimenti interiori che non possono

essere affermati nella società in cui vivono. Nasce anche il racconto fantastico, come il

“Frankenstein” di Mary Schelley. Con il romanticismo, il carattere lirico di un’opera non dipende

più dalla forma che assume ma dallo spirito che l’anima; gli autori non obbediscono più a

regole e canoni prestabiliti. Il romanzo storico è il genere più adatto a rappresentare fatti e

avvenimenti del presente; la lirica è invece la tipica espressione musicale dell’individuo che

canta se stesso; nasce dall’isolamento, dalla perdita di rapporti sociali e tande all’assoluto e

all’infinito. Il componimento poetico tende a divenire breve, a trasformarsi in un vero canto

senza regole. Sicuramente però il fenomeno più importante è il trionfo del romanzo, che

presuppone la società di massa e un pubblico più ampio di lettori a cui rivolgersi con un

linguaggio medio. È come un genere anti-letterario in cui è possibile trattare qualsiasi

argomento si voglia e i lettori possono facilmente identificarsi nelle vicende narrate. Il trionfo

del romanzo indebolisce gli altri generi, la tragedia scompare del tutto e nella poesia

compaiono la ballata e la novella. I nuovi letterati rifiutano le regole aristoteliche ispirandosi

invece alla libertà creativa di Shakespeare . l’allargarsi del pubblico modifica anche la critica

letteraria che appare ora sui giornali mediando tra autori e pubblico. La presenza di un vasto

pubblico non significa però che tutti i generi letterari siano ugualmente apprezzati: grandi

successi sono il melodramma, la novella, il romanzo, mentre ad esempio la letteratura

scientifica interessa solo un ristretto numero di persone.

I CARATTERI DEL ROMANTICISMO ITALIANO

La città guida del romanticismo italiano è Milano che era stata anche la patria dell’illuminismo

di Parini e del caffè.i nuovi temi che i romantici propongono fanno parte del clima romantico

europeo e sono molto estranei alla cultura illuministica. Dall’illuminismo questi riprendono la

razionalità , la morale che respinge l’irrazionalismo e il misticismo del romanismo inglese e

tedesco. L’avvio del dibattito tra classici e romantici è dato dalla pubblicazione di un articolo di

madame de Stael sulla biblioteca italiana nel gennaio 1816, “sulla maniera e sull’utilità delle

traduzioni”. Prende di mira il gusto dell’erudizione e l’amore per la classicità e per la mitologia

degli italiani; i classicisti risposero polemicamente alla de Stael con Giordani e Leopardi, invece

la difesero pubblicamente Ludovico di Breme, Pietro Corsieri e Giovanni Berchet. I classici

sostengono l’eternità del bello, i romantici invece il suo valore storico; i primi propongono

l’imitazione degli autori antichi con temi mitologici, gli altri vogliono invece originalità con temi

più moderni e cristiani. Se il pubblico dei classici è formato da studiosi e da un’elite di eruditi, il

pubblico dei romantici è un pubblico più vasto, con una lingua che si basa sull’uso comune e

non più sulle tradizioni del passato. La reazione più lucida dei classicisti è espressa da Pietro

Giordani. Egli dice a chi chiede novità che nel campo del bello non ci possono essere progressi

perché la perfezione è già stata raggiunta e non resta quindi che riprodurlo. Giordani difende

anche la grande tradizione italiana, erede di quella latina (evidenzia il carattere patriottico e

risorgimentale del classicismo).

Più complessa è la posizione di Leopardi. Egli interviene due volte: una direttamente contro

madame de Stael ma il suo pezzo non viene pubblicato; poi nel 1818 con “il discorso di un

italiano intorno alla poesia romantica” dove gioca sull’opposizione tra antico/moderno,

natura/ragione, illusioni/vero. Il mondo moderno è nemico delle illusioni e della natura, ma

solo con esse può nascere la poesia per questo il compito del poeta è imitare la natura. Anche

lui difende la tradizione letteraria, ragione patriottica della gloria del nostro paese.

Bisogna quindi fare attenzione al fatto che la distinzione tra classici e romantici non deve

necessariamente corrispondere a quella tra reazionari e patriottici. C’è infatti anche un filone

classico illuminista che si batte per l’unità d’Italia con posizioni democratiche. I romantici

rifiutano l’appello al passato perché secondo loro questo non può giustificare il presente; è

un’esigenza di rinnovamento che parte dall’esempio dei tedeschi.

È importante anche lo scritto di Berchet che individua tre fasce di popolazione nella sua opera:

gli ottentoti, la plebe ignorante e analfabeta, indifferente alla cultura; i parigini, troppo

intellettuali e raffinati, privi di passioni e di fantasia ma dominati solo dalla ragione filosofica e

alla fine il popolo, formate dalle classi intermedie, la borghesia. È proprio a questi ultimi che si

rivolge il romantico. L’arte romantica è quindi un’arte popolare che si ispira direttamente alla

natura e all’animo umano. Non imita il mondo passato ma rappresenta il modo attuale di

vivere la natura.

La tesi di Berchet: “la sola vera poesia è popolare”.

Nella “lettera semiseria di Grisostomo al suo figliuolo”, l’autore assume il punto di vista di un

pedagogo erudito che espone le teorie romantiche solo per sconfessarle e allontanare da esse il

figlio. Ciò che vuole fare realmente è mettere in ridicolo il pedagogo dicendo che non tutti gli

animi delle persone sono predisposte allo stesso modo alla poesia: lo stupido ottentotto non fa

altro che dormire tutto il giorno e quando si sveglia guarda attonito ciò che lo circonda; il

parigino, agiato nella capitale del lusso, ha il “cuore allentato” per il troppo esercizio, il suo

cuore non è più capace di vibrare,come le corde di uno strumento troppo usato. Le cose

esterne non lo soddisfano più, ha bisogno di cercarne le ragioni usando l’intelletto e a forza di

ragionare diventa filosofo. Né il primo, né il secondo sono predisposti alla poesia, o per un

motivo o per un altro. Se dovesse cercare una disposizione poetica, andrebbe in Germania

perché questa comprende una maggiore quantità di persone della terza classe, quelle che lui

chiama il popolo, la borghesia. Essi soli hanno ancora delle attitudini alle emozioni; critica

infatti quei moderni che imitano l’antichità o che interrogano la natura senza però trovarvi

delle risposte. I primi sono i classici, gli altri i romantici. La poesia dei classici è poesia morta,al

contrario di quella dei moderni. Dice cosa sensata chi afferma che tra i poeti classici i migliori

furono quelli che possedevano elementi romantici e dovevano essere grati proprio allo spirito

romantico se le loro opere non risultavano noiose. Se la poesia dev’essere lo specchio di ciò

che commuove l’animo, nella modernità l’animo è commosso dalle cose che lo circondano ogni

giorno e non da quelle antiche che invece gli sono estranee e arrivano solo attraverso libri di

erudizione.

La tesi di Leopardi: “l’ufficio del poeta è di imitare la natura”.

Secondo Leopardi non si può cantare la modernità perché sarebbe una contraddizione visto che

modernità e civiltà sono antitesi l’una dell’altra. La poesia può nascere solo dall’imitazione della

natura. Certo, non loda i tempi antichi perché non furono più felici di quelli moderni ma dice

che la vita degli antichi era conforme alla natura mentre quella dei moderno non lo è. Non

basta però imitare la natura in quanto tale senza uno scopo come fanno i classici ma bisogna

sentirla con quella pienezza di vita che ci libera la mente dagli affanni del presente. La funzione

della poesia non è quindi quella di abbellire, ma di alleviare l’animo sofferente dell’uomo

moderno. In questo brano, Leopardi spiega poi la differenza tra classici e romantici dicendo che

i primi cantano la natura, l’opera di Dio, le bellezze eterne e immutabili invece i romantici

cantano la modernità, le opere degli uomini, l’incivilimento e le cose mutevoli. Questo riduce

l’abbellimento stilistico, l’elocuzione poetica e, nel complesso, tutta la poesia.

Il rigetto principale dei romantici verso i classici è dato dal rifiuto delle tre unità aristoteliche; è

un argomento che Manzoni riprenderà nella prefazione al “conte di Carmagnola” e nella “lettre

à Monsieur Chauvet sur l’unitè de temps, de lieu et d’action dans la tragedie”. Egli si schiera a

favore dei romantici anche nella lettera al marchese Cesare d’Azeglio sul romanticismo del

1823 dove riassume la poetica romantica: il vero per soggetto, l’utile per iscopo, l’interessante

per mezzo. Un altro dibattito è quello sulla lingua perché i romantici sono favorevoli ad un

linguaggio comune, anche con l’uso del dialetto e dei termini stranieri; i classicisti invece sono

fermamente contrari al dialetto e alle innovazioni in genere, preferendo una lingua letteraria e

conforme alla tradizione aulica. La lingua non viene più studiata in modo sensistico, cioè solo

come strumento di comunicazione ma diviene espressione dello spirito di un popolo: “ogni

lingua è dotata di una forma interna corrispondente alla visione del mondo del popolo che la

parla” (von Humboldt). Il linguaggio viene studiato come un organismo vivente in continua

evoluzione. C’è la tendenza ad una concezione mistica del linguaggio; nasce l’esigenza di

creare una lingua d’uso scritto e parlato a livello nazionale, altrimenti, come diceva Manzoni, la

conversazione tra gli stessi italiani non poteva avvenire in modo spontaneo. Fare l’unità d’Italia

doveva significare creare anche un’unità linguistica. Su questo punto però i romantici si

trovavano divisi: alcuni proponevano il toscano, altri l’insieme di tutti i vocaboli più usati nelle

varie occasioni ( e questa tesi era appoggiata soprattutto dagli scrittori del conciliatore e da

Manzoni prima che si “convertisse” al toscanismo). I romantici erano comunque molto uniti

contro le posizioni puriste dei classicisti che volevano una lingua fedele alle sue tradizioni. Tra

questi, padre Cesari propose una revisione del vocabolario della Crusca; un altro purista fu

Basilio Puoti che aprì una scuola per la lingua e la letteratura italiana in cui si formò anche

Francesco De Sanctis. Fra i classicisti illuministi una importante funzione fu svolta da Pietri

Giordani che voleva una lingua senza dialetti perché li riteneva inferiori alla lingua nazionale,

incapace di comunicazione intellettuale. Contrario all’uso della lingua comune è anche Leopardi

perché secondo lui antico e poetico coincidono.

Il romanzo è un genere moderno che nasce con la borghesia. È questo il motivo del ritardo del

romanzo in Italia: le condizioni sociali erano deboli o assenti, il tasso di analfabetizzazione era

ancora molto alto, la borghesia non era la classe dominante.il romanzo storico si sviluppa nei

primi dell’800 ponendo come problema principale il rapporto tra storia e invenzione, la loro

convivenza o la prevalenza di un aspetto sull’altro. Prima per necessita, l’autore doveva

ricorrere alla sua fantasia invece poi dirà Manzoni che se alcuni personaggi sono inventati, la

storia deve comunque essere verisimile cioè aderente alla realtà storica. Il primo modello di

romanzo storico è l’ “Ivanhoe” di Walter Scott; esso nasce nel romanticismo perché è questo il

periodo in cui si pone più attenzione alla storia e alla nascita dello spirito degli stati. Prevale

l’interesse per il medioevo come affermazione di identità nazionale. La fortuna del romanzo

storico in Italia ha inizio con la prima edizione dei promessi sposi nel 1827 invece nel 1840,

data della sua seconda edizione, inizieranno le prime crisi di questo genere letterario.

Le riviste più importanti del romanticismo italiano erano “l’antologia” dei moderati, “il

politecnico” di Cattaneo e il “crepuscolo” di Tenca; a Milano troviamo anche “il conciliatore” e

“la biblioteca italiana” tra i più noti e diffusi. La biblioteca italiana, inizialmente era diretta da

Giordani e Monti e aveva idee liberali, ma quando questi ne furono allontanati, finì per

appoggiare posizioni austriacanti. Il conciliatore nasce invece nel 1818 quando alcuni liberali e

romantici si distaccano dalla biblioteca italiana (Pellico, Breme,Berchet); la rivista aveva

l’intento di “conciliare” letteratura e ricerche tecnico-scientifiche, con idee liberali e di stampo

cattolico. “l’antologia” nasce a Firenze verso il 1823 per unire letteratura, statistica, economia,

a livello nazionale e aveva uno stampo moderato. Il “politecnico” era invece più radicale e

illuminista.

IL PROGRAMMA DEL CONCILIATORE

Fu esteso da Pietro Corsieri e il suo primo numero uscì il 3 settembre 1818: in esso è subito

evidente la battaglia contro quel clima di eruditismo che si era venuto a cerare nell’illuminismo.

Nonostante si schieri contro il classicismo, mantiene posizioni moderate. Nel voler conciliare

letteratura, economia, scienza, sembra prendere spunto dal modello del caffè. Dice Corsieri

che già da tempo la cultura era riservata a pochi e invece di un’elegante filosofia e letteratura,

si pensava solo alla minuziosa erudizione e al pubblico disinteressato ne giungeva solo una

piccola voce. La maggior parte delle persone erano annoiate dalle gare arcadiche e dalle

battaglie grammaticali.

Vista questa situazione, si era deciso di offrire al pubblico ITALIANO(vuole sottolineare il

carattere nazionale del pubblico), un nuovo giornale che si chiamerà “il conciliatore”, che

affronterà argomenti sicuramente più attuali e interessanti. L’utilità generale era infatti il primo

obiettivo di chi vuole spiegare le sue idee al pubblico e visto che l’Italia, ed in particolare la

Lombardia, è un paese agricolo, si parlerà soprattutto dei buoni metodi dell’agricoltura e della

divisione delle ricchezze; la sua finalità sarà quindi utile.

GIOVANNI BERCHET

Tipiche della prima fase del romanticismo, nata negli anni ’80 del 700 in Lombardia, di cui

fanno parte Berchet, Grossi e Pellico, sono la ballata romantica e la novella in versi. In tutte e

due prevale l’aspetto narrativo, drammatico che deriva da una storia nella maggior parte dei

casi ambientata nel medioevo, o dalla cronaca contemporanea. La ballata è più breve della

novella in versi ed è composta da versi scanditi, musicali e facilmente orecchiabili. Berchet usa

soprattutto settenari, senari e dodecasillabi tipici delle odi civili manzoniane. La novella in versi

ha uno sviluppo più lungo e usa prevalentemente l’ottava o l’endecasillabo sciolto; in questo

genere si distinguono Tommaso Grossi e Prati. In Italia il genere della ballata romantica viene

introdotto da Giovanni Berchet che prende spunto dai componimenti tedeschi, ad esempio

nella “lettera semiseria di Crisostomo” egli traduce in prosa due ballate di Burger ,“il cacciatore

feroce” e “Eleonora”.

Berchet nasce a Milano nel 1783 e aderisce al romanticismo nel 1816 scrivendone uno dei

manifesti in cui dice di voler realizzare una “poesia popolare”. A causa dei moti del ’21,

assieme agli altri redattori del conciliatore, fugge da Milano e si rifugia a Parigi e poi a Londra.

Pubblica nel ’24 “le romanze” e nel ’29 “le fantasie”. Solo nel ’45 tornerà in Italia dove morirà

nel 1851 a Torino.

Le ballate di Berchet sono quasi sempre di argomento patriottico e storico, ispirate al medioevo

comunale e i loro fervore nasce dalla passione politica. È strano però come la sua opera più

importante, “il trovatore”, nasca invece da un’esperienza personale anche se ambientata nel

medioevo. L’amore per Costanza Arconti, la moglie del marchese suo benefattore che a lungo

ospito all’estero il poeta. La semplicità espressiva mostra meglio il carattere intimo del

componimento. Il trovatore, cioè il poeta provenzale è stato allontanato dal marito geloso che

lo ha sentito cantare una canzone d’amore; la castellana innocente, che nulla sapeva

dell’amore del poeta per lei, supplica il marito di placare la sua ira. Alla fine il marito si calmerà

ma il poeta verrà cacciato ugualmente. Questa vicenda rappresenta il punto di vista soggettivo

dell’esiliato costretto a lasciare il castello e a errare per i boschi senza poter dimenticare la

donna che ama. Il testo è importante anche per la leggerezza e la semplicità espressivi uniti al

carattere lirico e intimo del componimento.

IL TROVATORE

L’opera si ispira al medioevo e alla poesia provenzale. La metrica è formata da quartine di tre

settenari e un quinario in chiusura e i versi sono in rima baciata che si ripete uguale in tutte le

strofe secondo lo schema ABBA.

[spiegazione dei versi] il poeta provenzale va solo (dopo essere stato cacciato dal castello) per

la selva oscura, piegato per la crudeltà della fortuna. Il dolore fece sfiorire la sua faccia così

bella e la sua voce non è più quella di un tempo. Il trovatore ardeva di passione nel suo

segreto e affidò imprudentemente i suoi desideri, i lamenti, l’ardore del suo sentimento alla

canzone d’amore. Il suo signore lo udì dalla camera nuziale mai raggiunta dal trovatore,

l’incauto cantore tradì sé stesso. Alla donna, ignara fino a quel momento di una passione così

grande, tremò il cuore per la sorte futura del giovane, e con tono supplichevole tratteneva il

furore del marito geloso: bella del proprio onore piacque allo sposo. L’ingenua(cioè ignara del

suo amore) sorrise. Il castellano calmatosi l’accarezzò, ma il giovane trovatore è condannato

all’esilio. Egli non vedrà più lo splendore degli amati occhi che hanno segnato il suo

destino(fatali) non riceverà più da loro la possibilità di dimenticare i suoi mali. Attraversò

silenziosamente quelle sale che egli rallegrava ogni ora con dei canti epici (gl’inni dei valor)

con il suo liuto, lo strumento tipico dei trovatori. Scese, attraversò le porte, si fermò, le guardò

ancora. E il cuore gli scoppiava come se fosse in punto di morte. Giunse nella foresta oscura:

qui erra il trovator fuggendo ogni luce al di fuori di quella della luna la sua guancia così bella

non somiglia più ad un fiore, la voce del cantore non è più quella.

[analisi del testo] il “va solingo” della prima strofa richiama il passegger solingo dei sepolcri;

l’enjambement dell’ultimo verso conferisce un accento ancora più drammatico alla solitudine

del poeta. Vediamo come in assenza dell’amore perde valore anche il canto poetico, quando

dice che la sua voce non è più quelle di prima. Con la seconda strofa inizia la rievocazione

dolorosa della vicenda che ha portato il poeta trovatore a vagare disperato nella selva. Si

tratta si un’analessi. Si noti lo stile drammatico con cui è descritta la partenza del poeta. Con

la descrizione dell’ultima strofa in cui dice che fugge ogni luce tranne quella della luna, spiega

il perché della selva bruna che aveva detto all’inizio nel primo verso. La ballata è costruita

secondo una struttura circolare: le due strofe finali ripetono le due iniziali con qualche piccola

variazione. Ciò gli conferisce un andamento popolaresco; la facilità del ritmo rende più

semplice la memorizzazione del testo. La figura del poeta esule ed errante per amore, fa parte

dell’immaginario romantico così come era tipica per i poeti risorgimentali la figura del poeta

esule per motivi politici. Romantica è anche l’ambientazione medievale che poi verrà ripresa

nel seconda romanticismo con Prati e Aleardi.

ALESSANDRO MANZONI

Con Manzoni inizia la letteratura italiana moderna; con lui sembra diminuire il divario tra lingua

scritta e lingua parlata: la prosa narrativa si adegua alla realtà e al pensiero moderni. I

“promessi sposi” non segnano quindi solo l’inizio del romanzo storico in Italia ma anche la fine

di quella crisi letteraria durata quasi due secoli. Questo accadde per le varie influenze culturali

che agivano su Manzoni, dall’illuminismo al romanticismo e alla cultura francese che gli

permettono di costruire una nuova linea nazionale.

Il legame di Manzoni con l’illuminismo non è solo culturale ma di sangue: era infatti nipote di

Cesare Beccaria e alcuni pensano addirittura che il padre naturale fosse Giovanni Verri, un

fratello di Pietro. Anche se studiò presso i Barnabiti, aveva un atteggiamento insofferente nei

confronti della cultura repressiva del padre. Tra le opere giovanili ricordiamo nel 1801 “il

trionfo della libertà”, un idillio, “l’Adda” e quattro sermoni nella quale composizione venne

influenzato da Parini e Monti. Nel 1805 va a Parigi con la madre e lì scrive “in morte del conte

Carlo Imbonati”, frequenta alcuni illuministi tra cui Fauriel che lo avviò al passaggio in modo

naturale e senza rotture, dall’illuminismo al romanticismo. Nel 1809 compone altri due

poemetti, “Urania” e “a Parteneide”. Il 1810 è invece l’anno della conversione religiosa (forse

dovuta al miracoloso ritrovamento della moglie all’interno di una grande chiesa dopo che si era

dispersa tra la folla). Contemporanea alla conversione religiosa, o come alcuni pensano,

dovuta proprio a questo, arriva la svolta poetica con gli “inni sacri”, scritti tra il 1812 e il 1815.

Manzoni può liberamente dedicarsi alle sue opere, non dovendo vivere di esse, visto che il

padre gli aveva lasciato una prosperosa eredità.

Nel periodo tra il ’20 e il ’27 scrive due tragedie: “il conte di Carmagnola” e l’ “Adelchi”, due odi

nel 1821 (“Marzo 1821” e “il 5 maggio”) , “il discorso sopra alcuni punti della storia

longobardica in Italia” degli scritti di poetica come la “lettera al signor Chauvet sull’unità di

tempo e luogo nella tragedia” ( del 1820 in francese) e ancore una lettera a Cesare D’Azeglio

“sul romanticismo”, le “osservazioni sulla morale cattolica” e infine nel 1822 un altro inno

sacro, “la Pentecoste”.

A partire dal ’27, anno in cui risale la prima edizione dei promessi sposi, il suo interesse per la

letteratura diminuisce; progetta un trattato “della lingua italiana” mai portato a termine. Si

reca poi a Firenze per “sciacquare i panni in Arno” cioè per impossessarsi del fiorentino colto.

Comincia però per lui un periodo intenso di lutti in famiglia:infatti nel 1833 muore la moglie

Enrichetta Blondel, due anni dopo la primogenita Giulia, la madre nel ’41 e l’amico carissimo

Fauriel. Scriverà in questo periodo molto poco, alcune opere varie e un inno sacro che resterà

incompiuto “ognissanti”. Muore a Milano nel 1873 a 88 anni.

Nelle sue prime opere, “a Parteneide” e “Urania” i maestri sono Monti, Parini, Orazio..

inizialmente anche l’idillio è concepito in modo classico, ad esempio in “vaccina” il paesaggio

tipico dell’idillio si incontra con un tema sociale, quello della vaccinazione, sul modello

pariniano. L’ode “in morte di Carlo Imbonati” fu scritta soprattutto perché in quel periodo lui

conviveva con la madre e voleva darle consolazione, quasi continuando l’impegno sociale di

Parini che era stato suo precettore e che per lui aveva scritto l’ode “l’educazione”.

La spinta alla scrittura nasce anche per il voler polemizzare contro il “secol sozzo” e la

corruzione dei suoi tempi. In bocca ad Imbonati, Manzoni mette i temi della sua vita morale e

della sua poetica dicendo che resterà sempre fedele al santo vero.

Nel 1815 pubblica i primi 4 “inni sacri”: la Resurrezione, il nome di Maria, il Natale e la

Passione. Avrebbe voluto scriverne 12 per le principali festività del calendario liturgico

(l’Epifania, l’Ascensione, l’Assunzione, i morti..). gli inni sacri nascono dalla volontà di

cambiamento letterario di cui Manzoni stesso aveva sentito la necessità dopo aver composto il

poemetto Urania: è scontento di questi versi in cui c’è solo una totale mancanza di interesse.

Occorreva trovare quindi una materia che realmente interessasse l’autore; la sua poesia non

vuole essere più solo espressione dell’io e rivolgersi solo a quei pochi che sanno comprendere i

riferimenti mitologici e classici. Vuole invece dei versi brevi e cantabili che si rifacciano alla

tradizione popolare, al melodramma, ma senza avvicinarsi troppo al misticismo religioso; vuole

restare ancorato al vero e alla rappresentazione storica. Ne deriva quasi un esperimento che

solo nella Pentecoste riuscirà a trovare il suo equilibrio linguistico e stilistico. Nei primi inni è

infatti ancora troppo ancorato all’illuminismo e ai suoi valori ugualitari e democratici. Del

cristianesimo vuole esaltare l’uguaglianza tra gli uomini; la divinità è rappresentata come

riparo e consolazione morale anche se il Dio di Manzoni mantiene una dimensione inquietante

e quasi minacciosa.

La struttura degli inni sacri è insieme una narrazione delle vicende cristiane e l’esaltazione

gloriosa di Cristo. Nella Resurrezione racconta l’episodio dello scoperchiamento del sepolcro di

Gesù nel giorno di Pasqua; nel nome di Maria la visita della Vergine alla cugina Elisabetta; nel

Natale la nascita di Cristo che libera dal peccato originale.

LA PENTECOSTE

Evoca invece la discesa dello Spirito Santo è l’ultimo degli inni sacri composto nel 1822; è più

maturo rispetto agli inni precedenti, celebra la pentecoste, in greco 50° cioè il cinquantesimo

giorno dopo la Pasqua. Il componimento si divide in tre parti: la prima si riferisce al passato,

con la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli; la seconda è dedicata alle conseguenze di

quell’avvenimento e al rinnovamento dell’umanità; la terza è una preghiera allo spirito santo

perché scenda di nuovo sugli uomini. È formato da strofe di 8 settenari, il 2° e il 4° a rima

alternata, il 6° e il 7° a rima baciata. Rispetto agli altri inni non troviamo una differenza tra il

linguaggio popolare e quello liturgico; il tono è meno realistico e vengono prese solo le

immagini più importanti e significative. Allo stesso tempo i verbi e le immagini non sono

astratti, anzi molto concrete e quasi militari. Alla storia atemporale della divinità si unisce

quella temporale della chiesa, accentuata dall’uso del passato remoto come tempo storico.

Grazie a delle espressive similitudini, si passa dalla astrattezza dei contenuti teologici alla

precisione di avvenimenti concreti. In questo inno sono due gli aspetti principali trattati da

Manzoni, uno è quello della chiesa che obbedisce al suo Dio, l’altro quello dell’uguaglianza tra

gli uomini; i miseri e i poveri vengono esaltati come prediletto figli di Dio. Il messaggio di

fratellanza e solidarietà tende ad investire anche la dimensione politica e sociale.

LE OSSERVAZIONI SULLA MORALE CATTOLICA

È un’opera pubblicata nel 1819, un trattato che ha a che fare sia con la morale che con la

teologia. Nasce dalla sollecitazione di monsignor Tosi, consigliere spirituale della famiglia

Manzoni, per rispondere a de Sismondi che aveva scritto la “storia delle repubbliche italiane nel

medioevo” sostenendo che la decadenza politica e morale della chiesa derivava dall’operato

della chiesa cattolica. Manzoni non rispose a De Sismondi sul piano politico e storico ma su

quello teologico sostenendo che la chiesa non avesse origini umane ma divine e quindi che la

morale cattolica fosse perfetta e superiore alla morale laica. Attraverso questa prosa

argomentativi, Manzoni potrà gettare le basi per la composizione dei promessi sposi.

Un’altra prosa saggistica moderna è “il discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in

Italia” del 1822 all’interno del quale si trova un’appendice intitolata STORIA DELLA

COLONNA INFAME. Confuta in modo illuministico gli errori del passato e la critica che era

stata fatta ad una cattiva storiografia che non aveva assolutamente toccato le masse.

Nel ‘600 la responsabilità della peste veniva attribuita agli untori ma era solo una scusa della

classe dominante incapace di combattere il morbo. L’attenzione di Manzoni per gli untori non è

casuale; rivela sempre un vivo interesse per la malvagità umana. La sua formazione illuminista

lo portava a vedere nella storia una serie di sbagli e ad indagare sugli errori del passato, specie

quelli dovuti alla superstizione. Le ragioni religiose lo portavano poi ad occuparsi della colpa

personale, della responsabilità morale dei singoli e dell’esistenza del male nonostante la

provvidenza. Nella “storia della colonna infame”, tutti questi temi vengono alla luce. È la storia

di un’ingiustizia che si cela dietro l’apparato istituzionale giudiziario; è il resoconto di una

superstizione e di una falsa credenza.. Manzoni accusa le responsabilità morali e le colpe

individuali dei giudici; è anche una storia di aguzzini e vittime con interrogatori crudeli e

torture, con la denuncia ad un meccanismo perverso di persecuzioni, esecuzioni capitali,

distruzioni di intere famiglie. Il titolo deriva da una colonna commemorativa che il tribunale

fece elevare al posto di una della case degli imputati demolita come esempio e ammonimento

dopo la distruzione della sua famiglia. La parola infame ha un doppio significato: per il

tribunale era rivolta al presunto untore; per Manzoni invece si riferisce all’infamia dei giudici.

Secondo il progetto originario, questi argomenti dovevano confluire all’interno del romanzo e

oggi si trova nell’edizione moderna del “Fermo e Lucia” col titolo “appendice storica su la

colonna infame”. L’opera vuole essere una specie di trattato storiografico che ricostruisce il

processo che nel ‘600 mandò a morte 5 innocenti; altri infatti vennero assolti perché di classi

sociali superiori. Non mancano episodi narrativi e racconti psicologici perché l’opera non è solo

storica; a Manzoni infatti interessava anche il vero morale. La storia nasce in opposizione alla

tesi sostenuta da Pietro Verri in “osservazioni sulla tortura” che aveva individuato nella tortura

la responsabilità della condanna degli innocenti. Invece secondo Manzoni sarebbe stato

possibile per i giudici emettere un giudizio di assoluzione. Verri da la responsabilità

esclusivamente al sistema giudici finendo per assolvere i giudici ai quali invece secondo

Manzoni andrebbe tutta la colpa del loro operato. Anzi erano colpevoli due volte, una sul piano

giuridico perché avevano commesso delle scorrettezze procedurali applicando la tortura, e una

sul piano morale perché si erano lasciati guidare non dalla ricerca della verità ma dai pregiudizi

dell’epoca, per trovare un capro espiatorio per le pressioni del ceto dominante. L’opera non è

solo storiografica, è anche un pamphlet morale, un intreccio fra la documentazione storica, gli

spunti narrativi e la riflessione morale e religiosa. Manzoni inventa quindi un genere di scrittura

che anche se si avvicina al pamphlet illuministico, se ne differenzia per il suo carattere

strettamente storico. Viene ripreso anche in età contemporanea come in un romanzo inchiesta

di Sciascia del ’78 dove ricostruisce un fatto storico reale da un punto di vista morale unendo

anche lui storiografia, denuncia morale, psicologia e narratività. Quello che Manzoni si chiede

nell’introduzione è se le responsabilità siano solo individuali o anche sociali e storiche.

INTRODUZIONE ALLA “STORIA DELLA COLONNA INFAME”

Manzoni polemizza apertamente con Verri ponendo sotto accusa il sistema della tortura mentre

lui gli dava ogni responsabilità dell’accaduto. Secondo Manzoni sono i giudici i responsabili di

aver mandato a morte degli innocenti. Fa riferimento anche al libero arbitrio cristiano: la

presenza della provvidenza non esclude la responsabilità dei singoli. Manzoni si rivolge

direttamente a quei giudici che nel 1630 a Milano condannarono a morte alcuni uomini accusati

di aver diffuso la peste con dei riti. Secondo loro hanno fatto una cosa degna di essere

ricordata facendoli uccidere, distruggendo le loro case al posto delle quali sorge ora una

colonna che doveva servire alle generazioni future la notizia del crimine commesso dagli

accusati. Vuole presentare al pubblico proprio questa storia senza vergognarsene come già era

stato fatto da “un celebre scrittore” (dice chiaramente che è Pietro Verri), solo con un altro

intento. Verri si propose di prendere da quei fatti degli argomenti che sostenessero la sua tesi

contro la tortura facendo vedere come questa abbia estorto la confessione di un delitto che

invece era impossibile da commettere. Ma da questa storia si devono poter ricavare

osservazioni più generali; si rischia infatti di creare una concezione falsa che attribuisce

all’ignoranza dei tempi le barbarie della giurisprudenza. Manzoni invece cerca di mettere in

luce un’altra verità, e cioè che quei giudici hanno condannato degli innocenti e con una

legislazione che ammetteva la tortura cercavano di giustificare e le loro azioni e addirittura

dovettero sforzarsi molto per far credere al popolo che le persone fossero davvero colpevoli.

Non si vuole certo sminuire la parte dell’ignoranza e della tortura in questa situazione, ma la

colpa non può essere attribuita solo a questo. I giudici sono colpevoli di aver lavorato con

troppo accanimento pur di trovare loro delle colpe per non deludere le aspettative generali

perché sarebbero sembrati meno abili se avessero scoperto che i condannati in realtà erano

innocenti. Solo Dio sa se quei magistrati che trovarono delle colpe di un delitto che non c’era,

furono più colpevoli di quella moltitudine accecata dall’ignoranza ma ancora di più dalla

malignità; proprio questi ultimi hanno spinto i giudici ad azioni così crudeli. Manzoni propone ai

lettori di tornare a guardare, ma con un occhio diverso, i fatti già noti: il giudizio di condanna

deve indirizzarsi non al complesso delle istituzioni giuridiche e delle condizioni storiche che

legittimarono la tortura ma verso la condotta immorale dei singoli uomini. Così facendo infatti,

oltre all’orrore per le ingiustizie, compare anche la colpa individuale che è l’unica responsabile

dei crimini commessi. Parla poi del principio del libero arbitrio e della Provvidenza nella

religione cristiana; se la presenza del male nel mondo non dipendesse dall’agire degli uomini,

essa potrebbe essere negata o accusata, ma se si guardano attentamente quei fatti si

scoprono delle colpe che potevano essere viste anche da chi le commetteva in quel momento

stesso. Dobbiamo pensare che se non seppero cosa stavano facendo, è perché non lo vollero

sapere e quindi non è una scusa ma una colpa. Anche se dice così, Manzoni non crede

totalmente all’ingiustizia volontaria dei giudici ma ha solo voluto sottolineare che è anche loro

una parte della colpa. Egli si accanisce nella ricerca delle colpe individuali più che nelle

responsabilità storiche: passa nella critica a Verri, dal piano storico e collettivo a quello morale

e personale.

Nel 1820 scrive la lettera a Chauvet sull’unità di tempo e luogo nella tragedia riprendendo

alcuni temi presenti anche nell’Adelchi: va contro quelli che considerano l’arte come qualcosa

di assoluto a cui si deve sacrificare tutto. Al centro delle sue idee, più che l’arte e la poesia ci

sono degli interessi pratici che possono giovare alla felicità dell’uomo; la sua è una posizione

già sostenuta dagli illuministi che guardano con disprezzo la figura del letterato tradizionale.

Nella prefazione al conte di Carmagnola esprime le sue idee sulla tragedia in tre punti:

Aristotele non ha dato queste tre regole ma si limitava a constatare un dato di fatto e c’è stata

solo un’errata interpretazione; inoltre non si può accettare l’idea che ci siano solo due idee di

dramma, uno quello ben riuscito e interessante , l’altro quello moralmente dannoso e poi dice

che il coro è una parte importante perché è la “personificazione dei pensieri morali che l’azione

ispira” cioè il cantuccio riservato al poeta in cui lui esprime le sue considerazioni. Manzoni

infatti veniva criticato dallo scrittore francese Victor Chauvet per non aver rispettato le regole

dell’unità aristoteliche nella tragedia. Manzoni si difende dicendo che l’unità di azione non può

essere rispettata; un’azione infatti non sempre può svolgersi in 24 ore altrimenti si rischia di

falsare la scena e gli stessi personaggi. Considera poi il rapporto tra storia e invenzione: lo

scrittore non deve inventare ma attenersi ai fatti realmente accaduti per ricostruire quegli

aspetti che di solito restano fuori in una critica storiografica:passioni, sentimenti e sofferenze.

La letteratura deve secondo lui completare la storia.

A queste posizioni bisogna aggiungere la lettera che nel 1823 scrisse al marchese Cesare

Taparelli d’Azeglio “sul romanticismo” perché d’Azeglio lo considerava un movimento dalle idee

ormai superate invece Manzoni ne prendeva le difese anche se si distaccava da quel

romanticismo irrazionale sviluppatosi in Germania e in Inghilterra, scegliendo invece un

romanticismo più “ragionevole”, più vicino all’illuminismo. Critica poi il neoclassicismo e i suoi

riferimenti a miti falsi, il suo concetto di imitazione delle regole classiche. Sembra che le sue

proposte per il romanticismo possano riassumersi nella formula l’utile per iscopo, l’interessante

per mezzo, il vero per soggetto.. ogni argomento deve infatti cercare di scoprire l’utile e il vero

storico e morale, come sorgente del bello. Anche il falso riesce a dilettare ma questo diletto

viene poi distrutto dalla cognizione del vero risultando quindi solo un piacere momentaneo. Il

vero genera invece un diletto più vivo e stabile.

LE ODI CIVILI.

Nascono dal suo interesse per le vicende politiche italiane non appena vede aprirsi uno

spiraglio di speranza. “aprile 1814” venne scritta dopo la caduta di Napoleone e la cacciata dei

francesi dall’Italia; “il proclama di Rimini” invece per sostenere Murat che in un appello del

1815 chiamava gli italiani a lottare per l’indipendenza nazionale. “marzo 1821” è composta per

i moti carbonari di quel mese per spingere il re Carlo Alberto a dichiarare guerra agli austriaci

per l’indipendenza. L’entusiasmo patriottico si unisce qui al tema biblico di un dio guerriero che

salvò Mosè sommergendo l’esercito del faraone. Il “5 maggio” viene scritto nel 1821 alla

notizia della morte di Napoleone, è un’ode civile che prende spunto dagli inni sacri. Si

immagina l’approdo alla fede religiosa del potente umiliato e sconfitto e poi la sua vicenda si

inserisce in un corso più ampio voluto dalla Provvidenza; l’autore vuole sottolineare la vittoria

della religione sulle vicende terrene.

LE TRAGEDIE.

Se nel ‘700 in Italia e in Francia anche la tragedia si apre alle regole classiche, le cose

cambiano a fine secolo partendo dalla Germania con lo Sturm und Drang che sfocerà poi nel

movimento romantico. Nella sua prima tragedia, “il conte di Carmagnola”, Manzoni si ispira

proprio a Schlegel non rispettando più le tre unità aristoteliche. Un problema importante da

affrontare in quel campo era quello del linguaggio; il linguaggio delle tragedie era infatti molto

lontano da quello dell’uso comune, era letterario e aulico. Il conte di carmagnola può essere

considerato un esempio delle sue iniziali innovazioni mentre più equilibrato risulterà l’Adelchi.

La prima tragedia fu iniziata nel 1816 e finita nel 1819 prendendo spunto dalla “storia delle

repubbliche italiane” di de Sismondi che rivalutava la figura di Francesco di Bartolomeo di

Bussone, capitano di ventura vissuto all’inizio del ‘400 e conosciuto come il conte di

carmagnola, che dopo aver lottato per i Visconti, passò al servizio dei nemici perché caduto in

disgrazia. Sospettato di avere un accordo col duca di Milano, venne accusato di tradimento e

condannato a morte. Manzoni invece lo vede come una vittima della ragion di stato. La vicenda

inizia nel 1426 nel momento in cui il conte scampa ad un attentato organizzato da Filippo Maria

Visconti; anche se il protagonista è un personaggio storico realmente esistito, all’interno della

tragedia ci sono anche dei personaggi inventati e ideali, tra cui un senatore veneziano, Marco,

all’interno del quale si svolge il contrasto tra sentimento e dovere. Secondo alcuni lui è il

portavoce delle idee di Manzoni secondo cui il giusto non riesce a vivere in una società

dominata dalla malvagità; il conflitto di Manzoni oppone un giusto alla società ingiusta

riducendolo ad una vittima. Un altro tema dell’opera è la lotta fratricida tra gli italiani che

possono solo favorire l’avanzata degli stranieri nel nostro paese. Il conflitto in generale, in

questa tragedia, come anche nell’Adelchi, non ha soluzioni se non nella morte; il suo

pessimismo è dato dal fatto che anche nell’Adelchi deve affrontare tante contraddizioni

interiori: l’essere figlio di un re oppressore quanto lui coltiva sogni di giustizia. Adelchi è infatti

figlio di Desiderio, re dei Longobardi e oppressore dei Latini che spera per le sue conquiste

nell’aiuto dei Franchi di Carlo Magno che invece devono appoggiare la chiesa aprendo gli

scontri. Manzoni con questa tragedia vuole confutare le tesi di de Sismondi secondo cui

longobardi e latini fossero fusi dopo anni di guerre; Manzoni vedeva nei longobardi un popolo

oppressore tutt’altro che fuso con i latini. Ermengarda, figlia di Desiderio, viene ripudiata dal

marito Carlo Magno e il padre vuole vendicarla e approfittarne per avere le terre papali.

Nell’atto secondo, la guerra è iniziata e i franchi sono bloccati nella val Susa, una strettoia

difesa da Adelchi. Nell’atto terzo invece Adelchi confida all’amico Anfrido la sua insoddisfazione

e amarezza per non poter realizzare i suoi sogni di giustizia essendo invece costretto a

combattere per il padre. L’atto quarto è dedicato ad Ermengarda che, saputa la notizia delle

nuove nozze di Carlo e ancora innamorata di lui, cade in delirio e muore. L’atto quinto si svolge

a Verona dopo che Desiderio si arrende e i franchi conquistano Pavia. Adelchi morente esorta il

padre a buone azioni. Ermengarda e Adelchi sono i due personaggi divisi tra sogno e realtà,

opposti all’altra coppia formata da Desiderio e Carlo Magno, simili tra loro perché entrambi

vogliono il potere. Quando conclude l’Adelchi, Manzoni pensa di scrivere un’altra tragedia che

però resta incompiuta, Spartaco.

I PROMESSI SPOSI.

Lo stimolo a comporre quest’opera venne da un viaggio in Francia compiuto tra il ’19 e il ’20 e

le discussioni molto frequenti in quel periodo a proposito del romanzo storico. Dopo aver letto

l’ “Ivanhoe” di Scott, Manzoni inizia a scrivere il romanzo fra il 21 e il 23 chiamandolo “Fermo e

Lucia”. La seconda fase invece inizia nel ’24 quando ne modifica la struttura eliminando le

lunghe digressioni e le parti troppo romantiche. La prima edizione stampata risale al ’27 e per

questo viene chiamata la “ventisettana”; il titolo definitivo è già “i promessi sposi”. Nel 1840

c’è invece la 2° edizione, quella definitiva in cui aggiunge un appendice del processo agli untori

durante la peste del 1630. l’argomento trae spunto da vicende storiche accadute tra il 1628 e il

1630: la carestia, la discesa dei lanzichenecchi, la peste nella Lombardia del dominio spagnolo.

Anche stavolta, come era già accaduto nelle tragedie, accanto a personaggi storici, come il

cardinale Borromeo, ci sono i personaggi inventati delle classi più umili fingendo però che la

loro storia sia vera per dare l’impressione di veridicità. Il Fermo e Lucia doveva essere diviso in

quattro tomi, solo che alcune scene erano fin troppo lunghe, l’impianto rigido, e la struttura

lineare veniva messa in crisi dalle lunghe digressioni in cui dominavano i temi dell’ amore e

della crudeltà; anche il linguaggio era molto sperimentale ricco di francesismi e lombardismi.

In realtà il “Fermo e Lucia” e “i promessi sposi” possono essere considerate due opere tra loro

autonome dove la seconda era una riflessione più distaccata ed equilibrata sulle vicende e

forse il fascino della prima è dovuto proprio a quegli squilibri e alla rigidità: lì neanche la

Provvidenza bastava a fermare la malignità umana mentre nella seconda edizione sarà proprio

lei a prevalere. Al momento della sua uscita il romanzo venne attaccato dai classicisti che

attaccavano il romanzo storico e da altri che vedevano nell’ideologia religiosa un limite

all’attività manzoniana.

L’edizione del ’27, rispetto a quella del ’40 non si limita ad abolire le digressioni narrative e

quelle morali ma ristruttura in modo diverso tutta l’opera che non procede più in modo lineare

secondo dei blocchi narrativi ma viene distribuita in modo articolato intrecciando le vicende dei

vari personaggi. La polemica contro la società e la storia viene temperata, come anche la

morte di Don Rodrigo che nella prima edizione era avvolta di maledizione e ore invece di una

luca di speranza dalla Provvidenza e spicca per la sua importanza religiosa la pioggia

purificatrice dopo la peste, che serve a riconciliare Dio col mondo umano. Si modifica in parte

anche l’atteggiamento politico nella descrizione dei tumulti milanesi, con un tono più distaccato

e ironico; cambia anche il linguaggio che prima era un composto indigesto di frasi un po’

lombarde, un po’ toscane e francesi, perché Manzoni pensa di ricorrere all’uso del toscano

vivo. Si era infatti convinto della necessità politica di una lingua nazionale che potesse essere

riconosciuta da tutti, prendendo come fondamento non la lingua letteraria del passato ma il

toscano parlato. Contemporaneamente si svolgeva con Ascoli il dibattito sulla lingua

cominciando a respingere il fiorentinismo proposto da Manzoni

All’inizio il tempo del racconto è molto lento: ci vogliono 17 capitoli per raccontare 7 giorno, poi

invece il tempo si restringe e l’azione vera e propria si svolge nell’arco di due anni, dai 17

novembre 1628 ai primi di novembre del 1630;25 capitoli per i primi 40 giorni e poi solo 13

per gli altri 23 mesi. Nell’ultima parte, rispetto all’azione vera e propria prevale l’intento

riflessivo e morale, nel voler lasciare al lettore un messaggio ideologico ben definito. Il tempo

della storia (non quello del racconto), si realizza subito dopo la conversione dell’innominato,

con il secondo addio di Lucia al paese; tutto comincia a svolgersi a favore dei due innamorati.

La conversione rappresenta quindi la parte decisiva di tutto il romanzo. Le prime parti si

svolgono in un borgo vicino Lecco dove abitano Renzo e Lucia, e anche l’ultimo dove avviene il

matrimonio. Quelle centrali invece lungo le strade, specie a Milano con Renzo e a Monza nel

convento. Gli spazi fondamentali sono due, il paese e la città; altri sono invece di minore

importanza come il convento, l’osteria o il lazzaretto. Il paese e la città sono in antitesi tra loro

perché il paese specie nell’addio ai monti è uno spazio idillico opposto alle città tumultuose.

Questo è vero però solo nel ricordo: questo idillio è infatti in crisi, segnato dalla fame e dalla

carestia e il “paesello” sembra dominato dal palazzotto di don Rodrigo. Il tempo storico

distrugge quello idillico e alla fine del romanzo la coppia andrà ad abitare proprio in una città

che tanto disprezzavano, Bergamo. Il paese mantiene comunque quell’ordine in cui gli abitanti

riescono ad orientarsi perfettamente e il loro disorientamento comincia nella città dove domina

il movimento con grandi masse in azione; nella città infatti il “sapere contadino” di Renzo

sembra inefficace e per ritrovare la sua identità, Renzo deve ritrovare l’Adda, il fiume delle sue

esperienze contadine. Il viaggio della strada introduce diversi cronotopi spazio/tempo: la

strada, tipica di un romanzo di avventura; è il luogo degli incontri, delle esperienze, lo spazio

cambia di continuo come anche le persone che si incontrano. La strada è l’itinerario dell’eroe

cercatore. Il castello è invece tipico di un romanzo gotico o di quello storico di Scott. Lo

caratterizza il tempo al passato e ha un legame storico con l’ambiente che lo circonda e lo

stesso effetto fa il palazzo di don Rodrigo dove l’esterno ha un aspetto solo simbolico, quello di

un castello che dall’alto domina tutto il borgo rappresentando un potere che opprime. Il

castello dell’innominato è invece privo di quella storicità rappresentata dai quadri degli antenati

di don Rodrigo, le stanze sono nude e l’innominato sembra non avere storia né famiglia.

All’esterno il castello esprime superbia, quasi come se volesse sfidare Dio e il fatto che si trovi

tra due stati, la Lombardia e la repubblica di Venezia, sembra che non voglia neanche alcuna

autorità politica.

Nel romanzo si incontrano anche le osterie, uno spazio chiuso dove si incontrano però tante

persone diverse con le loro notizie, speranze, minacce. Si contrappone all’esterno perché è un

tempo improduttivo, fatto solo di gioco e trasgressione. Il convento è un luogo chiuso e isolato

rispetto all’esterno, una specie di prigione dove il tempo è sempre uguale e ripetitivo. Non

esiste l’attesa ma solo la ripetizione. Dal punto di vista umano è solo pura convenzione morale

e soprattutto sociale: Dio è più lontano dal convento di Gertrude che non dal castello

dell’Innominato. Il lazzaretto rappresenta gli inferi sulla terra con scene tra orrore e carità.

La figura di un Dio misericordioso giustiziere dà al romanzo l’attesa perché con la speranza

rinasce la possibilità di un nuovo avvenire.

I protagonisti principali sono i due ragazzi visto che dall’inizio alla fine si parla di questo

matrimonio prima proibito ma che poi si realizza. Gli altri personaggi cercano di aiutarli o di

distruggerli e tutto cambia quando l’innominato passa dalla parte dei protettori. I personaggi si

dividono in coppie o per opposizione ( Renzo/don Rodrigo, Lucia/ innominato) o per similarità (

Renzo e Lucia le vittime, Don Rodrigo e l’innominato gli oppressori); gli otto personaggi

centrali del romanzo rappresentano anche per metà il mondo laico e per metà il mondo

ecclesiastico, quest’ultimo nelle figure di padre Cristoforo, don Abbondio, Gertrude e il

cardinale Borromeo, che a loro volta si dividono in due poveri e due ricchi e corrotti. Tutto è

costruito su un sistema binario che serve a comunicare un preciso scopo ideologico, la

contrapposizione tra bene e male.

I due protagonisti hanno un destino molto diverso: Renzo è estroverso, un personaggio

pubblico che potrebbe ben rappresentare l’eroe di un romanzo picaresco con le sue avventure;

è il tipico eroe- cercatore, nel mondo esterno pian piano abbandona la sua impulsività per

uscire dai guai avvicinandosi ad una maggiore saggezza. Lucia invece trova all’interno di sé i

propri percorsi; ha una maturità e una forza spirituale innata. È un personaggio domestico, il

suo spazio è la casa e anche se sembra incerta e timorosa, non è una figura debole; è solo che

la sua identità sociale e sessuale vengono sempre lasciate in ombra. La figura femminile viene

ridotta ad un’immagine di interiorità domestica La sua modestia le dà la capacità di iniziativa e

proprio alle sue parole è affidata la parte dottrinale; attraverso di lei, Manzoni comunica la sua

morale. Il fatto che Lucia eviti la vita mondana per dedicarsi a Dio rispecchia molto la

personalità di Manzoni e anche in padre Cristoforo troviamo molti aspetti autobiografici. Egli è

il personaggio principale per quanto riguarda la narrazione. A vincere infatti, attraverso Lucia è

la morale di fra Cristoforo: tutto raccomanda il totale abbandono alla volontà di Dio qualunque

essa sia perché l’uomo non ne è capace di capirne il senso; è un personaggio ideale che vuole

calarsi nel reale perché lui è umile e vive del sacrificio quotidiano. Non ci sono più quelle

astrattezze tipiche dei personaggi alfieriani ma si calano in situazioni più concrete. Fra

Cristoforo può essere considerato sia come il padre che come il fratello di Renzo perché da un

lato lo ammonisce e lo esorta a fare la volontà di Dio, dall’altro però ha il suo stesso carattere

impulsivo. Anche la conversione e il passaggio da Lodovico a Cristoforo non avviene su un

piano ideale ma lo spiega con psicologia e ragione. Il tema autobiografico ritorna anche nella

conversione dell’innominato che avviene senza miracoli e come era già accaduto per lui è una

conversione dal punto di vista morale ed esistenziale. Nell’innominato c’è molto del Napoleone

del 5 maggio nel suo conflitto con l’autorità divina; non le opere hanno salvato l’innominato ma

la capacità di trovare Dio nel suo cuore. Il Dio di Manzoni non si rivela quindi nella storia, ma

nel più profondo dell’io. Anche il cardinale Federigo Borromeo è visto negli aspetti della sua

cultura personale in modo da lasciare intravedere una luce positiva nonostante vengano

evidenziati i suoi tanti errori. Molto diverso dall’innominato è don Rodrigo, considerato con

distacco polemico; solo una volta viene adottato il suo punto di vista, quando viene colpito

dalla peste, perché solo questa lascia intravedere una piccola possibilità di salvezza. Di nuovo

questa non dipende dalle opere ma dalla grazia di Dio, come già era avvenuto per la

conversione dell’innominato. Gli altri due personaggi religiosi, don Abbondio e Gertrude,

rappresentano la “chiesa cattiva”. Gertrude cade nelle pressioni continue del padre, che è

descritto come un perfetto conoscitore della psicologia della figlia. La condanna del principe-

padre è anch’essa molto forte: egli non dice mai alla figlia esplicitamente di doversi fare

monaca ma la convince attraverso un processo psicologico di colpevolizzazione.Al giudizio

negativo si alternano pietà e compassione. Don Abbondio è il personaggio più legato alla

dimensione terrena, carnale e fisica; egli sprofonda nel suo mondo di paure e di piccoli e

meschini egoismi. Proprio la sua fisicità lo fa sembrare quasi simpatico agli occhi dei lettori. I

personaggi secondari sono tipi realistici, cioè riflettono precise condizioni sociali, come il Griso

che obbedisce solo alla logica del denaro, o ancora Agnese e Perpetua, tipiche figure femminili

del mondo contadino.

L’ironia di Manzoni si rivolge soprattutto alla cultura, al comportamento e alla lingua del ‘600.

la critica al potere è infatti uno dei più grandi temi del romanzo, come si vede nella descrizione

delle tavolate di don Rodrigo e nella figura del principe- padre. La Lombardia del ‘600 viene

scelta perché si presta bene al parallelismo con la società dell’800 oppressa dagli austriaci.

Bisogna anche tenere conto che il ‘600 era il bersaglio preferito dall’ironia illuminista. La storia

non è solo lo sfondo del romanzo ma è uno dei grandi protagonisti perché condiziona in

profondità i comportamenti dei personaggi. Troviamo infatti avvenimenti realmente accaduti in

quel periodo come la carestia, la peste, prese da Manzoni da libri di storia e di economia. I

personaggi invece non sono storici, come nei romanzi di Scott ma inventati, sono gli umili. È

questo un aspetto originale del romanzo: sono rappresentati nella loro umanità e presi come

modelli esemplari, non ridicolizzati. Indubbiamente nella sua scelta verso il popolo viene

influenzato dalla sua cultura cristiana, infatti il tema dei poveri prediletti da Dio era già negli

inni sacri. L’argomento resta quindi limitato alla sfera religiosa senza toccare quella politica; i

poveri in questa terra devono essere operosi e pazienti e confidare nella misericordia di Dio.

Per quanto riguarda la idee politiche ed economiche, esse sono di tipo liberista perché Manzoni

è favorevole all’ascesa della piccola borghesia; polemizza infatti contro le autorità governative

di quel tempo per avere aumentato i prezzi del pane e prende posizioni apertamente contro la

mancanza di libertà nei commerci, intralciati da leggi doganali stupide. Dice che il liberismo

economico è un indubbio vantaggio per tutti. Critica però allo stesso modo anche le masse

popolari perché, anche se capisce i motivi che li spingono ad agire, non approva la lotta come

strumento per farlo. Anche il tema della giustizia non viene mai affrontato solo da un’ottica

terrena ma soprattutto in quella religiosa: “contro i poveri c’è sempre giustizia”. Per aspirare

alla vera giustizia di Dio bisogna sopportare e affidarsi alla provvidenza, perché la vera

giustizia non è di questo mondo. Il cattolicesimo in Manzoni si mescola con il giansenismo sul

mistero della salvezza individuale e della giustizia divina; critica la stessa religione per il suo

essersi messa al servizio delle varie corporazioni. È la natura umana in generale ad essere

messa sotto tiro perché spinge all’errore e alla colpa. Nella storia agisce la provvidenza, vista

coma la provvide sventura: il male prodotto dall’uomo può essere spesso evitato, ma i mali

naturali come la peste? sono una punizione divina alla malvagità umana? Sono queste le

domande che Manzoni si pone sempre; ogni cosa accade perché voluta da Dio, ma i suoi fini

sono incomprensibili alla mente umana. Il Dio di Manzoni è il “Deus absconditus” cioè il dio

nascosto di Pascal e dei giansenisti; sul piano storico il male resta un enigma come il percorso

della provvidenza, specie se si considera che neanche la condotta più tranquilla basta a tenere

lontani i guai, ma solo la fiducia in Dio li raddolcisce e li rende utili per una vita migliore e per

la salvezza dell’anima.

Somigliano nota l’aspetto psicologico dei personaggi manzoniani; Croce, in “Alessandro

Manzoni” vede sia nell’Adelchi che nei promessi sposi più un’opera oratoria che di poesia,

aprendo un grande dibattito. Un’altra importante opinione è quella di Gramsci che mette a

confronto Manzoni e Tolstoji mostrando il carattere aristocratico del primo e l’atteggiamento

evangelico del secondo. Secondo lui è come se Manzoni compatisse gli umili con un

atteggiamento quasi scherzoso, nega loro la vita interiore che invece riserva ai ricchi.

La prospettiva dell’autore non coincide con quella della voce narrante che si inserisce tra i vari

personaggi fino a quelli più ignoranti e poveri. I narratori in realtà sono due, uno è l’anonimo

che scrisse il manoscritto, l’altro è l’io narrante che trascrive la prosa nell’italiano moderno.

Questo narratore è onnisciente e ne sa molto di più dei suoi personaggi; il punto di vista del

narratore sembra coincidere con la verità morale e storica della vicenda. Questo tipo di

narratore vicino alla reale prospettiva dell’autore era molto usato in tutto l’800.

Secondo Spinazzola si ha un punto di vista unitario in tutto il romanzo che supera le ottiche

parziali dei vari personaggi; Baldi invece parla di autoritarismo perché questo punto di vista

unitario vuole indirizzare la visione dell’opera. Al contrario dei primi, Ezio Raimondi crede

invece che ci siano tante prospettive e che “non sempre l’autore riesce a dire ciò che vorrebbe”

e anzi spesso gli capita di dire tutt’altro.

Un’altra importante distinzione importante da fare è quella tra lettore ideale, cioè il lettore

modello che capisce anche i significati impliciti dell’opera e il lettore reale, formato dal vasto

pubblico di lettori. Il lettore ideale per Manzoni non è sicuramente il letterato e quindi i due tipi

di lettori cominciano ad avvicinarsi. Manzoni infatti non si rivolge ad una piccola cerchia di

persone ma ad un pubblico molto più grande e quindi anche meno preparato culturalmente

fino a crearsi un suo pubblico. Al destinatario delle pagine più elevate stilisticamente indirizza il

messaggio del senso religioso dell’esistenza e il tema della provvidenza; ad un pubblica più

vasto va invece il progetto politico e morale dell’opera ispirato al cattolicesimo liberale:le leggi

politiche ed economiche devono risolvere i problemi di miseria attraverso la mediazione della

chiesa. Dal punto di vista religioso infatti, l’unica certezza di Manzoni è la fede in Dio mentre

tutto il resto rimane per lui un mistero; il suo linguaggio è lontano da quello simbolista della

poesia romantica ma si avvicina di più al processo logico di una allegoria. La sua lingua è molto

vasta sia verticalmente che orizzontalmente toccando anche i territori linguistici diversi

dall’italiano. Rappresentando infatti personaggi molto diversi tra loro, anche lo stile deve

tendere alla polifonia; il realismo di Manzoni si vede nei tanti esempi di vita concreta e

quotidiana presenti nel romanzo come quando descrive la famiglia di Tonio riunita a cena

attorno alla polenta o ancora i ritratti di poveri nelle vie cittadine durante la carestia. Non

bisogna però confondere il suo realismo con quello di Verga perché la sua non vuole essere

un’analisi scientifica dei fatti ma un racconto morale e storico che crea dei tipi sociali che

rappresentano diverse categorie. Il sarcasmo invece colpisce i personaggi di autorità, sia

politici che religiosi.

IPPOLITO NIEVO

È un intellettuale risorgimentale autore di uno dei pochi capolavori del romanzo italiano

dell’800, “le confessioni di un italiano”. È anche uno dei pochi scrittori che unisce pensiero e

azione, e ricerca un equilibrio tra reale e ideale. Nasce a Padova nel 1831 da una famiglia

nobile; trascorse la sua infanzia tra il Veneto, Friuli e la Lombardia e in Toscana entra in

contatto con le correnti democratiche. Nel ’51 compone un abbozzo romanzesco,

“antiafrodisiaco per l’amor platonico”, una riflessione ironica sulla rottura con Matilde, in cui

non mancano considerazioni politiche e sociali. E una figura femminile, Fanny, sembra già

anticipare le confessioni di un italiano dove Nievo comincia a prendere le distanze dal

romanticismo troppo languido e sentimentale di Prati e Aleardi. Tra il ’52 e il ’55, anno in cui si

laurea in legge a Padova, comincia a scrivere alcuni testi in giornali veneti e lombardi. Altre

sue opere di questo periodo sono un saggio, “studi sulla poesia popolare e civile

massimamente in Italia” e due libri, “lucciole” e “amori garibaldini”. Per quanto riguarda la

narrativa, aveva scritto nel ’55 “la nostra famiglia di campagna” e altre novelle che poi

raccoglierà in “novelliere campagnolo” e dello stesso anno è il romanzo “angelo di bontà”.

“storia del secolo passato” riguarda il tema della decadenza della repubblica veneta; sono dei

quadri d’ambiente sulla vita provinciale che saranno la base per le confessioni di un italiano. “il

barone di Nicastro” è invece del ’57, ispirato al Candide di Voltaire, parla di un gentiluomo

sardo che dopo aver passato la vita tra gli studi, si reca in giro per il mondo alla ricerca della

virtù. Il romanzo “il pescatore d’anime” è rimasto incompiuto; doveva riguardare le condizioni

delle masse contadine e del clero povero. Dello stesso argomento è il suo saggio politico più

importante, “il frammento sulla rivoluzione nazionale” scritto tra il ’59 e il ’60 in cui viene

messo in risalto l’abisso esistente tra i contadini e i borghesi; il suo punto di vista è quello del

borghese, ritiene che gli intellettuali debbano istruire il popolo perché le masse sono ancora

estranee al processo risorgimentale. Secondo lui i comportamenti politici e culturali dei gruppi

dirigenti sono errati; è importante l’analisi che viene fatta del ceto più povero perché è più

vicino ai contadini e quindi in grado di svolgere una funzione utile. “le confessioni di un

italiano” furono scritte tra il ’57 e il ’58 perché nel 59 Nievo si arruolò nel corpo garibaldino

del corpo dei cacciatori delle Alpi partecipando ai movimenti di liberazione nazionale, per cui

scrive anche un diario sulla spedizione dei mille dal 5 al 28 maggio. Si reca poi a Napoli e a

Palermo; muore nel viaggio di ritorno a neanche 30 anni perché il piroscafo che da Palermo lo

avrebbe riportato a Napoli affondò nella notte tra il 4 e il 5 marzo 1861. nel novelliere

campagnolo troviamo diverse novelle come la santa di Arra, la pazza del sagrino, il milione del

bifolco, il varmo e la viola di san Sebastiano. Nelle ultime le storie vengono raccontate da un

narratore popolare, Carlone che usa dialetti veneti, friulani,lombardi e veneti. Egli ha però una

coscienza linguistica superiore a quella degli altri personaggi. Il migliore tra questi racconti è “il

Varmo” che anticipa soprattutto i primi capitoli delle confessioni. I due protagonisti, la Favitta e

lo Sgricciolo (in realtà Tino e Pierino) sembrano infatti Carlino e la Pisana delle confessioni,

fanno anche gli stessi giochi e hanno lo stesso carattere.

LE CONFESSIONI DI UN ITALIANO

Furono pubblicate per la prima volta nel ’67. dopo essere stata scritte non furono più

rielaborate a causa della morte precoce dell’autore. La prima edizione uscì col titolo “le

confessioni di un ottuagenario” e il ritardo della pubblicazione fu dovuto al carattere politico

dell’opera; il titolo poi venne cambiato di proposito per evitare i sottintesi politici e

ottuagenario divenne italiano.. Il libro è diviso in 23 capitoli sulla cronologia degli 83 anni di

vita del suo protagonista, Carlo Altoviti. Ognuno dei capitoli contiene una didascalia

introduttiva che spiega brevemente i temi che saranno trattati. La trama delle vicende si divide

in tre grandi blocchi con le principali vicende del protagonista. Nel primo blocco c’è l’infanzia

dalla nascita il 17 ottobre 1775 al 1792 riassunta nei primi sette capitoli. Poi c’è la giovinezza

dal 1793 al 1800 dall’ottavo al 17° capitolo e infine il terzo blocco con la maturità e la

vecchiaia. La vita di Carlo si intreccia continuamente con gli avvenimenti storici e politici

italiani più importanti, dalla crisi dell’ancien regime ai moti risorgimentali e alle guerre

d’indipendenza. All’invecchiamento del protagonista si contrappone il ringiovanimento delle

istituzioni politiche nazionali. I capitoli I- VII. Dopo il proemio, nel primo capitolo c’è la

descrizione del castello di Fratta e la presentazione dei numerosi personaggi. Tra i membri

della famiglia il ruolo più importante è quello delle due figlie, Clara e Pisana. La prima che

sembra più dolce, ha in realtà un carattere molto fermo nel respingere le diverse proposte

matrimoniali per amore del giovane Lucilio Villani un giovane studente di medicina. Pisana

sarà invece la donna amata da Carlo. Nel secondo capitolo Carlo viene abbandonato alla

nascita nel castello della sorella della madre, la contessa di Fratta: la madre di Carlo aveva

disonorato la famiglia fuggendo con un uomo, Todero Altoviti, che però aveva abbandonato la

donna pochi mesi dopo essersi sposato. La donna incinta era stata espulsa da casa e dalla città

di Venezia; da qui si spiega l’odio della contessa verso il nipote. L’infanzia di Carlino si svolge

tutta all’interno del castello, l’unica avventura nello spazio esterno avviene quando fugge dal

castello perdendosi nella campagna dopo una lite con la Pisana e lì si imbatte nel brigante

Spaccafumo che lo riporta al castello. Dopo l’assedio del castello da parte dei nemici, la

ragazza viene separata dall’amato e portata a Venezia mentre Carlino ottiene il permesso di

studiare giurisprudenza a Padova. Figlia dei conti di Fratta, la Pisana è il personaggio

femminile che domina il romanzo; prima è una bambina irrequieta e trasgressiva, poi diventa

una donna ribelle e anticonformista. Il suo rapporto con Carlo occupa quasi tutto il romanzo;

Carlo non può sposare Pisana, prima per motivi sociali e poi perché lei non lo vorrà più. È un

amore pieno di tradimenti e separazioni; solo per un breve periodo i due riescono a vivere

un’intensa relazione amorosa, dopo che lei si è sposata però con l’anziano Navagero. Pisana

vuole convincere Carlo a sposarsi con la sua amica Aquilina e Carlo obbedisce a malincuore

convinto che Pisana non lo ami più; in realtà non è così e quando lui viene fatto prigioniero a

Napoli, sarà proprio Pisana a liberarlo, curandolo e mantenendolo durante l’esilio a Londra. I

capitoli VIII- XVII. A Padova Carlo conduce la sua vita di studente sotto la giuda di Padre

Pendola che lo introduce nello studio dell’avvocato Ormenta per fare pratica legale. Intanto in

Francia scoppia la rivoluzione e in Italia esplodono le prime rivolte locali. Amilcare Dossi, uno

studente di filosofia lo sensibilizza ai valori dell’uguaglianza e della libertà politica. Nel 1794,

spinto dalle delusioni; Carlo ritorna a Fratta per lavorare come cancelliere. Qui ritrova il diario

del defunto Martino e riconosce la sua funzione di maestro ( è una tappa importante per la

formazione del protagonista) intanto la Pisana è cresciuta e il rapporto con lei è diventato più

difficile e conflittuale e lascia campo libero a Giulio del Ponte, dopo gli innumerevoli rifiuti della

Pisana. Nel 1796 scoppia la rivolta popolare che porta alla costituzione di una repubblica

democratica nella città di Portogruaro. Il clima politico cambia e i rivoltosi invocano Napoleone

come un liberatore; Carlo ritorna a Venezia richiamato dalla contessa di Fratta; nella città

trova grandi cambiamenti. Entra nel maggior consiglio veneziano come patrizio; quando però

questo governo provvisorio cade, Carlo si rifugia a Milano e nel 1798 entra nella legione della

repubblica cisalpina dove conosce Ugo Foscolo; nello stesso anno si imbatte casualmente nella

Pisana che era stata gravemente ferita e le salva la vita. Nel 17° capitolo la scena si sposta a

Napoli dove nel 1799 esplode la rivolta popolare e Carlo decide si seguire il padre Todero

Altoviti; il padre muore e lui viene fatto prigioniero ma viene salvato dalla Pisana e i due

salpano assieme per Genova. Il modo di amare di Pisana, anche se sincero, è ambivalente; lei

nel romanzo è sempre vista dall’esterno, con gli occhi di Carlo e il narratore non esprime

giudizi di morale nei suoi confronti. È forse questo il motivo per cui il romanzo venne giudicato

immorale dai contemporanei di Nievo. Pisana non è un modello ideale, tutt’altro; lei è un

antieroe: rispecchia le contraddizioni stesse della vita. Un’eroina romantica è invece Clara, che

si annulla per amore di Lucilio. Se però l’amore di Carlo per la cugina è disinteressato, Lucilio

vuole invece possedere Clara in tutta la sua figura femminile.

Il genere autobiografico non era di certo nuovo, già si era visto con sant’Agostino e nel ‘700

con Rousseau. La principale funzione storica e civile del romanzo dell’800 viene ripresa e

arricchita da Nievo; il romanzo diviene esplicitamente pedagogico, e viene considerato “il

romanzo storico della contemporaneità”. È questa la novità di Nievo: lo scrittore non ha più

una prospettiva aristocratica, presenta invece le sue idee come se fossero quelle dei suoi

personaggi e non esterne ad essi. Il narratore non è onnisciente come invece lo è quello dei

promesso sposi. Con la forma autobiografica inoltre Nievo evita quella distanza e quel filtro

tipico degli altri romanzi ottocenteschi. L’indagine del passato è sempre proiettata nel

momento in cui l’autore scrive; il passato storico diventa importante solo perché in relazione

col presente come succederà in seguito con i romanzi veristi.

Per quanto riguarda la lingua, Nievo tende all’imitazione del parlato realistico e nello stesso

tempo troviamo un certo classicismo, con i richiami colti della letteratura antica. Il risultato è

quindi una mescolanza tra dialetti e lingua classica perché pur essendo borghese, vuole

rivolgere il suo romanzo ad un pubblico non intellettuale. Ancora una volta Nievo evidenzia la

funzione sociale dell’intellettuale; costruisce insieme due romanzi: quello di formazione e

quello storico. Prima dell’opera di Nievo, il romanzo di formazione non esisteva in Italiane anzi

si può dire che quello di Nievo sia l’unico romanzo di questo genere, sulle tappe della

formazione individuale di Carlino, sia sentimentale che umana, riferendosi alla formazione

culturale e politica non solo di un cittadino ma di tutta la nazione italiana.

Le interpretazioni di questo romanzo sono discordanti: Vincenzo Mengaldo sottolinea come

Nievo abbia creato un romanzo proprio nel momento in cui questo genere entrava in crisi,

quando già un decennio prima, Manzoni ne proclamava la sua condanna. Colummi Camerino

invece sottolinea come la storia sia non solo la memoria degli eventi, ma gli eventi stessi,

politici e civili, quelli che Nievo mette al centro del suo romanzo, quando la storia si interseca

con le vicende personali di Carlo dando fine alla sua giovinezza, aprendo quindi il periodo del

lavoro La “battaglia”, cioè l’attività militare prende il sopravvento sulle vicende personali dello

stesso protagonista. Negli occhi di Carlo si riflettono infatti tutte le rivoluzioni italiane, gli

spostamenti e i combattimenti.

È come se con queste novità volesse intaccare dall’interno gli schemi classici del romanzo.

La narrazione delle vicende, come accade spesso nei romanzi autobiografici inizia dalla fine con

una ricostruzione retrospettiva. Al tempo dell’infanzia, vissuta quasi tutta nel castello

corrisponde un ritmo lento e uno spazio circoscritto Nel secondo blocco invece il tempo si

accelera e lo spazio si allarga; gli scenari narrativi mutano lungo il percorso degli spostamenti.

Tra gli scenari urbani troviamo Venezia, Napoli e ancora Milano e Genova. Nella terza parte,

nonostante molti episodi si svolgano in spazi interni, vengono prediletti gli spazi urbani esterni

i cui luoghi più importanti sono Venezia e Londra. Nievo è stato definito l’ultimo scrittore

risorgimentale della letteratura italiana, sia come cronologia, sia in senso culturale e

ideologico.

Ma Nievo non aderisce totalmente allo storicismo tipico dell’800 che vede nella storia un

continuo svolgersi di fatti che progrediscono verso mete positive; il suo parere sul futuro

dell’Italia è infatti incerto. Alcuni critici, tra cui Isnenghi, lo considerarono completamente

aderente al progressismo storico; altri come Colummi Camerino pensano invece che il suo

pessimismo prevalga sull’ottimismo e lo scetticismo sulla speranza. Le “confessioni di un

italiano” non ebbero subito un adeguato riconoscimento; non mancò comunque di influenzare

gli scrittori del secondo 800 come Federico De Roberto.

Ingenuità ed erotismo: le affascinanti contraddizioni della Pisana (da “LE CONFESSIONI DI UN

ITALIANO”)

L’incontro clandestino tra Carlino e la Pisana ha i toni di un acceso ma inconsapevole

erotismo. Dopo essere usciti fuori dal castello di Fratta, dove era avvenuto l’incontro con il

brigante Spaccafumo, Carlino era stato mandato a dormire lontano dalla stanza della Pisana.

Lei però, sfidando le rigide imposizioni della madre, va di nascosto a fargli visita. Spinta dal

senso di colpa, perché Carlo ersa fuggito dal castello dopo un litigio con lei, la Pisana impone al

cugino di strapparle una ciocca di capelli perché vuole risarcirlo della punizione subita. La

scena è raccontata in prima persona da Carlino, dal momento in cui la Pisana va a bussare alla

sua porta mezza nuda, solo con la sua camicia. La Pisana allo stesso tempo si mostra ingenua

e disinibita quando va a sedersi sul suo letto, e si nota subito la forte componente erotica dei

suoi gesti. Gli pulisce il sangue che ha sulla fronte come avrebbero fatto delle sorelle dei

soldati partiti per le crociate e la vanitosa si inorgogliva nel vedere che le sue carezze

piacevano molto a Carlino. Pisana, prima di ridiscendere nella sua camera, mentre gli altri sono

a cena, e al buio per non farsi scoprire, vuole farsi tirare una ciocca di capelli per farsi

perdonare. Le tante ripetizioni tradiscono, dietro il pentimento, il bisogno della Pisana di

imporre la propria volontà su Carlino. In quell’eroismo di arrivare nella sua stanza senza farsi

scoprire, aveva più influenza la volontà di mostrare una prova eccezionale di coraggio più che

l’affetto per Carlino. Carlino stesso si era quindi raffreddato gli iniziali bollori di entusiasmo

perché aveva capito come stavano le cose e quei capelli che gli erano rimasti tra le mani erano

il segno della sua servitù che non del buon cuore della cugina verso di lui.

La notevole incisività del brano è legata soprattutto ai dialoghi tra i bambini, il linguaggio della

sua natura trasgressiva, egoista e prepotente specie con la ripetizione frequente del soggetto

io e del verbo volere. Il rapporto affettivo tra i due protagonisti rivela un aspetto di

sadomasochismo che resterà poi costante nel resto del romanzo, nonostante adesso i due

abbiano solo 8 anni. La Pisana nei confronti di Carlino oscilla tra un bisogno sadico di

affermazione personale e di comando e un senso di colpa che la spinge all’autopunizione .

LA RIVOLTA DI PORTOGRUARO

È descritta la scena corale di una rivolta che Nievo ambienta nel 1796 a Portogruaro; è

un’invenzione dell’autore che potrebbe però richiamare la rivolta avvenuta nella città di

Venezia nel 1848. nel romanzo il moto popolare porta alla costituzione di una repubblica

democratica sotto la cui giurisdizione rientrava anche il castello di Fratta. Solo quando sta per

giungere al castello vede le novità perché a quei tempi esse non circolavano né coi treni e né

c’erano i telegrafi. Carlo vede per un momento gli agitatori della sommossa come i cittadini

delle due più celebri città- stato del mondo greco antico e in modo particolare Atene nella sua

autogestione democratica. Ma poi si rende conto che lì ci sono solo tanti gridatori, ognuno che

diceva la sua, come nel “baccanale dei liberti”: le baccanali erano le feste orgiastiche dedicate

al dio Bacco e i liberti erano gli schiavi a cui era stata restituita la libertà parziale, perché non

potevano accedere al ruolo di cittadini con il diritto di voto. Il paragone, che contunua la serie

di metafore classiche, è efficace proprio per la sua connotazione politica. Nelle sue riflessioni si

evidenziano le ideologie risorgimentali di Nievo che crede nella possibilità della redenzione

politica della masse popolari. Quando entra a Portogruaro con il suo cavallo viene acclamato

dal popolo durante la rivolta; considera i contadini una “gentaglia sospettosa e quasi nemica”: i

contadini infatti sono presentati quasi sempre in modo negativo rispetto ai cittadini, anche

perché nel risorgimento spesso i contadini guardavano con ostilità le organizzazioni liberali.

Carlino chiede al popolo che cosa realmente volesse, anche perché sono queste le uniche

parole che riesce a pronunciare nel suo discorso, e loro rispondono che vogliono pane e libertà.

Questo grido finì col mettere in pieno accordo gli umili di campagna e i lavoratori di città. Il

leone e san Marco (simboli della città di Venezia), con ciò perdettero le ultime speranze di

salvaguardare il governo della città. La folla però non sapeva cosa fare, se attaccare i granai,

andare dal vescovo, monsignor Berra, un personaggio storico celebrato per la sua superiore

vocazione evangelica, oppure dal podestà(il capo del comune che aveva mansioni soprattutto

nella giustizia e nella difesa dello stato). Alla fine decisero di andare dal vescovo, solo che

all’episcopio, il luogo dove ha sede la casa e la curia del vescovo, ognuno dava il suo parere e

padre pendola che ormai da tempo sentiva di aver perso potere e credibilità, voleva sfruttare

l’occasione per riabilitarsi. Si noti il gioca di parole tra il nome del padre e il suo carattere

vacillante, indeciso e opportunista. L’uscita di padre Pendola non fu accolta bene e gli altri

vicari ne gioirono perché non lo vedevano di buon occhio e alla fine il vescovo arrivò tra loro

dopo essere stato invocato, solo che quando lui chiese alla gente che cosa volessero, con

quella sua anima così calma, nessuno seppe più cosa dire e l’unica cosa che riuscirono a

rispondere fu “la benedizione!”.

La rappresentazione in presa diretta del tumulto viene costruita sulla base del parlato: i

personaggi usano infatti espressioni dialettali e gergali. La sintassi è poco strutturata, i periodi

sono lasciati aperti come accade normalmente nell’oralità; il narratore autobiografico mantiene

uno sguardo distaccato e ironico nella descrizione dei personaggi che compongono la folla, è

un’ironia che spesso è collegata alla parodia politica: non rinuncia a rappresentare

realisticamente i limiti culturali delle classi più nasse, l’ignoranza del popolo, il

“pressappochismo”degli agitatori di piazza. La visione positiva dell’insurrezione popolare è

accompagnata da un sostanziale scetticismo sulle reali possibilità delle masse popolari di

conquistare l’autogestione politica. Il protagonista- narratore si presenta in quest’ottica come

uno sprovveduto bonaccione che si accontenta di vivere un momento di gloria capitatogli per

caso. La sua ironia non ha però una finalità sarcastica, in Nievo lo stile umoristico è legato alla

volontà di animare il narrato, operando un rovesciamento del registro aulico della scrittura

letteraria ottocentesca.

L’INCONTRO CON NAPOLEONE [cap. X]

Carlo, dopo la rivolta, va al castello di Fratta che è stato però invaso dall’esercito francese e

tutti gli abitanti sono stati costretti a fuggire; è rimasta solo la contessa di Fratta a causa delle

sue condizioni fisiche. Carlo assiste alla sua morte e poi decide di andare a parlare con

Napoleone Bonaparte, accampato a Udine, per chiedere giustizia. Descrive Udine nella sua

confusione dove gli ospiti, i francesi, comandavano, e i padroni obbedivano, il consiglio

veneziano non aveva più alcuna autorità e il popolo era diviso tra opinioni discordanti. Qualche

giorno prima avevano acclamato gli austriaci (usseri d’Ungheria) e i boemi, ora invece

applaudivano i francesi che sono chiamati sanculotti perché portavano i pantaloni lunghi invece

delle tradizionali brache corte. Chiese di avere un colloquio con Buonaparte(così lo

chiamavano) affermando di dover fare delle comunicazioni urgenti sulle gravi cose accadute in

provincia e quindi gli fu concessa udienza. Paragona napoleone a Catone il censore per la sua

semplicità: egli era l’emblema dell’austerità morale della Roma antica; la repubblica francese si

appellava a quella romana quale esempio sommo di virtù civili e morali. La sua prima

impressione lo conforta, lo descrive come un uomo minuto e con i capelli arruffati sulla fronte,

molto simile a quel ritratto a olio che fu eseguito dal pittore neoclassico Andrea Appiani sulla

traccia di un disegno dal vero a carbone e gessetto fatto subito dopo l’entrata di Napoleone a

Milano; l’opera fu donata da Napoleone, divenuto primo console della Francia e presidente

della repubblica cisalpina a Francesco Merzi d’Eril che ne era vicepresidente, e poi conservato a

villa Melzi a Bellagio.il gesto del dono viene vista di Nievo come una lusinga fatta dal lupo

all’agnello. Carlo spiega a napoleone come sono andate le cose e i saccheggi dei francesi ma

Napoleone rovescia la situazione facendo cadere le responsabilità degli atti dei francesi sul

governo veneziano. Napoleone sposta le critiche sulla guerra e sul cattivo comportamento del

governo che non ha accolto bene i suoi soldati e ha causato l’allontanamento di Brescia e

Cremona dalla repubblica serenissima con delle insurrezioni: dice in pratica che i veri nemici

sono gli italiani, rivelando così le sue vere ambizioni di conquista del potere dietro le professate

aspirazioni repubblicane. Dolo questa affermazione, il discorso che segue sembra di necessità

falso e retorico.

Napoleone non diede molta importanza al suo discorso e i suoi paroloni, benché falsi, avevano

annebbiato la mente di Carlino e alla fine lui uscì convinto che fossero i patrizi veneziani ad

avere la colpa e la morte della contessa gli sembrò niente in confronto ai benefici che avrebbe

potuto ottenere con la creazione di una repubblica democratica. La rappresentazione di

Napoleone è caratterizzata da una forte e amara ironia; è una parodia che stavolta però non

ha i soliti toni comici; Napoleone infatti è presentato come un uomo rozzo e opportunista che

ispira al potere e strumentalizza gli ideali di libertà della rivoluzione francese, rivelando la sua

natura di uomo insensibile. Dietro questo incontro è possibile leggere la delusione di tutto il

ceto intellettuale: Napoleone, idealizzato come liberatore si era poi dimostrato nella sua vera

natura di dittatore.

L’IDILLIO CAMPESTRE DELLA FAVITTA E DELLA SGRICCIOLO (da “IL VARMO” cap.V)

Nel 5° capitolo della novella il varmo vengono rappresentati i giochi dei due ragazzi nella

campagna friulana. L’idillio campestre assume toni particolarmente delicati nella

rappresentazione del “chiuso recesso” in riva al Varmo, dove i due trascorrono il pomeriggio.

Nel rapporto stretto tra anima dei personaggi e natura si avverte l’eco di Rousseau sia

dell’Emilio che della nuova Eloisa che mostrano il tema dell’educazione libera, a contatto con

la natura. I ragazzi sono i due protagonisti, Tina e Pierino che abitano nei pressi del mulino

vicino al villaggio di Glaunico. Siccome erano cresciuti sempre tra quei luoghi, ormai i contadini

finirono col chiamarli la Favitta e lo Sgricciolo, con due soprannomi, Favetta viene dal friulano

Favit che significa scricciolo e indica quei bambini piccoli fisicamente ma molto vispi. I due

giovani vengono paragonati a due uccelletti che saltano da qua e di là beffandosi di chi li

insegue, lasciandosi quasi toccare e poi fuggendo via di nuovo. Siccome a Tina non piaceva il

soprannome che le avevano affidato, nei primi tempi dava tante satire a tutti quelli che

passavano da quelle parti solo che appena vedevano qualcuno che li guardava di malomodo o

che sembrava volesse abbassare il sacco o la cesta se la davano a gambe attraverso gli

avvallamenti più accidentati e paludosi. Alla fine la gente si abituò a loro cercando di

sopportarli; anche i ragazzi si erano ormai abituati a quei soprannomi che neanche si giravano

più se qualcuno li chiamava con i loro nomi di battesimo. Quando le strade si facevano più

libere, nonostante i richiami di Simone e Pelonia, i genitori di Tina, i due ragazzi correvano

verso il Varmo dove trascorrevano le loro giornate giocando; la mattina giocavano tra i solchi e

i fossati e la sera sguazzavano nell’acqua. Non c’era posto che non conoscessero e si

divertivano a scavare delle vie dove far scorrere l’acqua. Ma la cosa che gli piaceva di più era

“far passarini”( viene dal dialetto veneto e fu italianizzato da Nievo e significa fare a rimbalzello

cioè indurre delle piccole pietre grigie formate da grosse quantità di silicio di più bizzarri sbalzi

e scivoli nell’acqua.

NATURALISMO, SIMBOLISMO E DECADENTISMO.

Questi movimenti in Europa iniziano nel 1849 quando finisce il movimento rivoluzionario per

l’indipendenza nazionale e finisce nel primo decennio del ‘900. In Italia invece inizia nel ’61 con

l’unità nazionale e finisce nel 1903 quando Giolitti va al potere; in Francia gli esponenti

principali sono Flaubert e Baudelaire con naturalismo e simbolismo invece in Italia il

movimento della scapigliatura. Si forma in tutta l’Europa l’imperialismo, con una borghesia

capitalista e grandi agglomerati industriali; la parola “imperialismo” indica la politica aggressiva

degli stati europei alla conquista di nuove colonie e una tale concorrenza tra gli stati che

sfocerà poi nella prima guerra mondiale. L’imperialismo arriva anche a giustificare il

colonialismo in nome del progresso. Con il naturalismo viene meno quella partecipazione

romantica ai destini della società, lo scrittore osserva in modo distaccato i fatti limitandosi a

descriverli. L’uomo è dominato dalla natura, dai suoi istinti e bisogni. Il simbolismo indica

invece una poetica che, come dice lo stesso nome, si basa su dei simboli rifiutando la

spiegazione oggettiva e razionale di tutto l’universo, spiegazioni che al contrario voleva dare la

scienza. Sia il naturalismo che il simbolismo hanno il loro centro in Francia ma nel giro di pochi

anni si diffondono in tutta l’Europa. Il simbolismo è la poetica principale del decadentismo che

trova il suo manifesto nel romanzo “controcorrente” ( à Rebours) di Huysman; in Italia gli

esponenti più importanti saranno D’Annunzio e Pascoli. Il termine “decadentismo” indica

appunto decadenza,respingendo il positivismo e di conseguenza il naturalismo,il tramonto di

una civiltà e della borghesia liberale e positivista. Il tema principale del decadentismo è

l’estetica, cioè fare della bellezza e dell’arte un vero e proprio culto.

L’ottocento è il secolo della modernità, del telefono, dei trasporti… il rapporto con la natura

diventa artificiale, è come se ci fosse una seconda natura creata direttamente dall’uomo. Con

Baudelaire la natura non viene più cantata perché il tema centrale diventa la stessa città, il

grigio asfalto e le luci scintillanti; Parigi e Milano diventano le città della modernità con le loro

industrie. L’idea di progresso diventa senso comune, specie con l’età del positivismo dove il

giovane progressista è contrapposto al vecchio, arretrato e negativo. Il miglioramento

materiale dipende secondo loro dalle scoperte scientifiche, ereditando le idee filosofiche

dall’illuminismo; Comte, il fondatore del positivismo, si basa ad esempio sulle scoperte

scientifiche di Darwin e Spencer. Il rovescio oscuro del progresso è al centro delle idee di

Baudelaire e di Nietsche. Anche Verga in Italia, se da un lato apprezza il progresso, dall’altro

parla proprio delle vittime che questo causa. C’è poi chi, oltre a rifiutare totalmente il

positivismo e le sue idee scientifiche, contrappone un comportamento e una filosofia irrazionale

e spiritualistica. L’industrializzazione viene vista anche come una minaccia per un ceto

intellettuale che viene dalla campagna e dalla provincia; il treno ad esempio se da un lato è il

simbolo del progresso, dall’altro è un mostro orribile che travolge sentimenti ed interiorità. Un

aspetto positivo del progresso è invece il protagonismo delle masse di lavoratori che

cominciano ad organizzarsi attraverso gruppi socialisti per far valere i loro diritti prendendo

esempio dalla comune di Parigi. Alcuni scrittori, appartenendo alle file della borghesia, si

schierarono contro le masse e il loro socialismo, come Verga e d’Annunzio, altri invece

abbracciarono la prospettiva socialista tra cui Zola e De Amicis. Questo interesse per la folla

non è però casuale perché è proprio la folla dei partiti la protagonista di questo secolo e anche

la donna ottiene privilegi e libertà mai conosciute fino a quel momento, inserendosi bene anche

nel mondo della letteratura: ne sono esempio Matilde Serao e Grazia Deledda. Nasce un

movimento per l’emancipazione femminile delle “souffragettes” e fa scandalo il romanzo di

Ibsen “casa di bambola” che ha come protagonista una donna che si separa dal marito e dai

figli per essere autonoma.

LA FIGURA DELL’ARTISTA. LA PERDITA DELL’ “AUREOLA”

Il poeta e l’artista sono solo delle persone come tante tra la folla; subiscono un processo di

massificazione perdendo la propria funzione privilegiata perché l’arte ha perso la sua centralità

in un mondo in cui contano solo i soldi e le industrie. Si crea una visione parallela tra lo

scrittore e la prostituta, entrambi infatti vendono la propria arte. Le opere adesso devono

piacere al pubblico che comincia ad essere inserito nell’opera stessa per invogliarlo a

comprare. Gli artisti si sentono a disagio, emarginati dalla società e da queste sensazioni nasce

la figura del poeta maledetto, ribelle, folle, omosessuale, drogato.

In Italia questo cambiamento è espresso con la scapigliatura che vuole rappresentare lo stesso

concetto di Boheme cioè di una vita irregolare e scapestrata. Il naturalismo in Francia e il

verismo in Italia nascono proprio per la necessità di riqualificare la figura dell’intellettuale

attraverso un’analisi scientifica e impersonale della società, perché l’artista viveva in quel

periodo un vero e proprio declassamento sociale. La massificazione degli intellettuali può

portarli o a posizioni democratiche e socialiste, o a rivendicare i propri privilegi e la loro

superiorità; queste due diverse concezioni, sono espresse da un lato da Carducci e dall’altro

dall’estetismo di D’Annunzio, che si sente più raffinato rispetto alle masse e quindi si distacca

da esse.

L’ORGANIZZAZIONE DELLA CULTURA

Sia in Italia, che in generale nel resto d’Europa, si cerca di creare delle leggi adeguate perché il

tasso di analfabetizzazione sono ancora molto alti; la “legge Coppino” ad esempio rende

obbligatoria l’istruzione elementare. L’editoria, che già è molto sviluppata in Francia,

Inghilterra e Germania, in Italia è ancora molto arretrata; i tipi di produzione che si sviluppano

sono due, quello letterario ed educativo e quello dei giornali che riesce a raggiungere un

pubblico più vasto ma meno intellettuale. Il lavoro degli scrittori e i loro guadagni consentono

loro di vivere delle loro opere e delle collaborazioni con le varie riviste: nel 1901 nasce anche

all’interno dei giornali la terza pagina, quella dedicata alla letteratura e alla cultura. Gli

scapigliati milanesi crearono nuovi giornali come “cronaca grigia”, “Figaro” e poi “la rassegna

settimanale”. Tra le riviste più importanti e tradizionali di ricerca letteraria c’erano “la nuova

antologia” e “la cultura”. Non in tutta Italia però questa attività editoriale era sviluppata allo

stesso modo; a Roma ad esempio la situazione non era così omogenea e positiva come a

Milano

I GENERI LETTERARI E IL PUBBLICO

La produzione libraria in Europa si divideva secondo tre fasce: quella più bassa è quella

popolare di operai, artigiani e impiegati; la seconda fascia è quella del pubblico medio della

borghesia con insegnanti, medici e avvocati a cui si rivolge il romanzo realista e quello

naturalista. La terza fascia è quella dei poeti simbolisti che costituiscono un’elite molto

limitata; solo in casi veramente rari un’opera riusciva a coinvolgere tutte e tre le fasce di

pubblico. Si diffonde soprattutto tra le masse il romanzo che trascina sulla scena un mondo

laico e quotidiano che proprio nel romanzo vede la sua piena espressione. Al contrario del

linguaggio semplice del romanzo, la lirica di Pascoli usa un linguaggio raro e ricercato, anche

se parla di temi bassi e quotidiani; non c’è quella tensione a portare nella lirica la lingua usata.

Il genere che sicuramente ha più fortuna in questo periodo è in generale il romanzo,

fantascientifico, giallo, poliziesco ecc… Viene rilanciata anche la novella con Verga, Capuana,De

Roberto. In Italia si creò la necessità di avere l’unificazione linguistica dopo aver ottenuto

quella politica e si cercò di affrontare il problema con una soluzione proposta da Manzoni nel

’68 con la sua opera “sull’unità della lingua e sui mezzi per diffonderla”: proponeva come

lingua nazionale il fiorentino parlato dai toscani.

Nel 1870 venne creato con Giorgini e Broglio “il nuovo vocabolario della lingua italiana”.

Questo largo uso del fiorentino venne definito manzonismo linguistico- letterario, usato anche

nella prosa come nel caso di Nedda, Vita dei campi, rosso malpelo, i malavoglia ecc..

Ascoli invece criticò questo nuovo vocabolario perché finiva con l’essere solo una lingua

letteraria del “bello scrivere” che però non aveva alcun contatto con la lingua parlata del

popolo; secondo lui bisognava invece che la cultura si sviluppasse liberamente: l’unità

linguistica doveva venire dal basso e non dall’alto con delle regole rigide. Tra i fattori che

potevano contribuire all’unità linguistica, c’erano la scuola e l’esercito; importanti erano anche

le migrazioni interne al paese per amalgamare le diverse popolazioni, i giornali e la stampa.

IL DECADENTISMO

Il movimento dei “decadents” nasce a Parigi nella prima metà degli anni ’80 con Paul Verlain e

un suo sonetto pubblicato sulla rivista Le chat noir che iniziava con “io sono l’impero alla fine

della decadenza”; dice anche che raffinatezza ed eleganza sono tipiche proprio delle epoche di

decadenza.

L’estetismo diviene la bibbia del decadentismo, dove l’aristocrazia dello spirito è contrapposta

alla volgarità delle masse e della vita borghese. La concezione della morte si accompagna ad

un senso di estenuazione e di morte. Il decadentismo non è solo un movimento letterario ma

una nuova civiltà culturale e artistica; i tratti fondamentali sono:

rifiuto del mondo scientifico e razionale;

• soggettivismo e individualismo perché l’arte deve esprimere la vita interiore e sensuale.

• L’artista si trasforma in “dandy”, un personaggio eccentrico che rifiuta la massa e si

ispira a tutto ciò che è innaturale e artificiale;

scoperta dell’inconscio, collegando il mistero dell’anima a quello della vita stessa

• dell’universo;

ricorso alla poetica del simbolismo, prevalgono i procedimenti analogici e la

• corrispondenza tra i vari sensi;

teoria dell’ “arte per l’arte” che è superiore a tutto e deve obbedire solo a se stessa.

Il decadentismo italiano “fiorisce” tra il 1890 e il 1905 con il “piacere” di d’Annunzio e Myricae”

di Pascoli. Esso ha alcuni caratteri particolari rispetto a quelli del decadentismo europeo per il

suo legame ancora forte con la tradizione classica. Sia Pascoli che d’Annunzio riprendono la

figura del poeta- vate risorgimentale, secondo cui il poeta deve avere un ruolo protagonistico.

Invece la capacità di approfondimento delle tematiche legate all’inconscio sembra limitata e i

motivi sensualistici sono ancora superficiali, incapaci di una conoscenza profonda dell’io. Anche

se alcuni tratti del decadentismo, come l’irrazionalità e la contrapposizione tra io/società sono

simili a quelli del secondo romanticismo inglese e tedesco, per altri tratti se ne distaccano: se il

romanticismo aveva fatto dei sentimenti il tema centrale, il decadentismo vuole invece scoprire

l’inconscio, i pre-sentimenti. Non bisogna neanche pensare che il decadentismo abbracci il

novecento, se non i primi anni e quindi scrittori come Svevo e Pirandello sono inseriti più nella

nuova arte novecentesca che nel decadentismo.

LA SCAPIGLIATURA LOMBARDA E PIEMONTESE

Nelle due città più avanzate, Milano e Torino, si sviluppa il movimento della Scapigliatura che

indica uno stato d’animo di protesta più che un vero movimento poetico. La scapigliatura ha

diversi aspetti che la collegano ai movimenti d’avanguardia, come la ribellione giovanile che

sfocia in una vita sregolata e maledetta; la protesta antiborghese e anticonformista; la lotta

contro il mercato, considerato come una minaccia per l’arte. Rifiutano anche la tradizione

perché preferiscono unire l’arte, la letteratura, la musica e la pittura tra loro.

La scapigliatura nasce a Milano agli inizi degli anni ’60 e nel 1869 si diffonde anche a Torino;

dura quasi un decennio perché già negli anni ’70 entra in crisi e solo alcune sue caratteristiche

continuano a persistere in quella che viene chiamata seconda scapigliatura. Il nome

scapigliatura viene creato da Cletto Arrighi ( il cui nome è lo pseudonimo e anagramma di

Carlo Righetti) che nel ’62 pubblica un romanzo intitolato “la scapigliatura e il 6 febbraio. Un

dramma di famiglia”. Il termine indica la rivolta dei giovani d’ingegno, definiti serbatoio di ogni

disordine, dello spirito di opposizione a tutti gli ordini stabiliti. Il termine scapigliato equivale al

francese boheme e i luoghi di riunione furono diversi tra cui le riviste cronaca grigia di terra

dallo stesso Arrighi e poi il figaro. A Milano i principali esponenti furono Emilio Praga, i fratelli

Camillo e Arrigo Boito, Dossi, Ugo Tarchetti invece in Piemonte Giovanni Camerana e Achille

Cagna. Gli scapigliati sono i primi ad avvertire questo disagio per la caduta dell’aureola e la

nuova condizione di emarginazione e inutilità della letteratura. Rifiutano gli atteggiamenti

pedagogici del manzonismo, preferendo una lingua sperimentale, grottesca, aperta ai dialetti.

Si rifanno alle origini del romanticismo tedesco privilegiando i temi dell’orrore e del mistero,

della paura e del terrore dei romanzi di Hoffmann e Edgar Alla Poe. Tra i contemporanei

seguono Baudelaire con i suoi temi della morte, del peccato nel corpo femminile, della

degradazione della vita moderna. I temi di orrore e mistero degli scapigliati saranno poi ripresi

dal decadentismo invece quelli più realistici dal verismo; sarà proprio Camerini, formatosi tra

gli scapigliati democratici a far conoscere Zola in Italia e la sua influenza sarà fondamentale

per la formazione di Verga e Capuana.

IL NATURALISMO FRANCESE E IL VERISMO ITALIANO.

La parola “naturalismo” è contenuta per la prima volta nel saggio del 1858 del positivista

Hyppolite Taine sul metodo per individuare le cause dei fenomeni. Secondo lui questo

dev’essere di tipo deterministico, cioè fatto attraverso una ricerca scientifica che mostri che gli

individui sono sempre determinati da tre fattori: la legge della razza e dell’ereditarietà ,

l’ambiente sociale e il momento storico.

Il naturalismo come movimento letterario nasce con i fratelli Goncourt che vogliono

contrapporre ai romanzi falsi dei romantici, un romanzo vero, scientifico, che abbia come

protagonista il 4° stato. Zola nel ’67, nell’opera “Therese Raquin” si proclama per la prima

volta uno scrittore naturalista. Il ciclo dei Rougon- Macquart è considerato il manifesto storico

del naturalismo in cui Zola vuole dimostrare come le leggi dell’ereditarietà condizionino i

comportamenti di un’intera famiglia. I naturalisti, con Maupassant e Huysman cominciano a

diventare un gruppo letterario riconosciuto, da quando cominciano a riunirsi frequentemente a

Medan. I punti più importanti del romanzo sperimentale di Zola sono il rifiuto della letteratura

romantica perché basata sulla fantasia e sul sentimento e non sulla realtà; l’uso del metodo

dell’impersonalità che esclude l’intervento soggettivo dell’autore; rifiuto dei canoni tradizionali

del bello, perché anche il brutto può essere bello, l’importante è che sia vero; la narrazione si

deve basare sull’osservazione.

In Italia l’influenza del naturalismo comincia a farsi sentire con gli scapigliati e soprattutto con

Felice Camerini. Zola influenzerà in modo particolare Verga, Capuana e altri scrittori che

cominceranno a riunirsi a Milano col nome di “veristi” proprio per la loro intenzione di

diffondere il vero; anche De Sanctis comincerà ad interessarsi al positivismo scrivendo più di

un saggio su Zola perché ritiene che le sue idee possano liberare i letterati italiani dalla

malattia dell’ideale con quegli atteggiamenti lacrimosi. Anche Capuana mette in risalto gli

aspetti realistici e scientifici del naturalismo esaltandone l’eccellenza della forma. Il verismo

italiano accetta in pieno la cultura positivista ma affronta con meno fervore l’analisi troppo

scientifica della realtà; il verismo si distingue dal naturalismo per alcuni punti: riduce la teoria

naturalista ad un metodo di scrittura mettendo in secondo piano la componente scientifica e

dando meno importanza all’atteggiamento sociale. C’è da considerare anche che i veristi

italiani sono dei proprietari terrieri del sud che non vivono la realtà operaia e contadina e

proprio da questo nascono le differenze nei contenuti; Verga ad esempio non rappresenta operi

ma gente di campagna. Tra gli altri veristi italiani oltre a quelli già citati e a De Roberto, autore

dei “viceré” uno dei capolavori del verismo italiano, troviamo Matilde Serao, Fucini e Pratesi.

I VERISTI SICILIANI. CAPUANA.

I maggiori rappresentanti del verismo sono siciliani: Verga, Capuana, De Roberto anche se

elaborarono le loro posizioni a Milano, venendo a contatto con la scapigliatura. Questi viaggi

fuori dalla Sicilia erano necessari per la sprovincializzazione e per respirare un po’ d’aria di

modernità.

Capuana era un “critico militante” cioè che si occupava di letteratura in modo giornalistico con

recensioni su quotidiani e riviste. Mentre recensiva le opere di Verga, come i malavoglia, ne

approfittava per diffondere il verismo, aderendo in modo entusiasmante al lavoro di Verga per

portare anche in Italia il romanzo moderno sul modello francese di Zola. Questo fu favorito

dalla particolare cultura di Capuana che studiò on De Sanctis e De Meis l’idealismo hegeliano,

l’estetismo, il positivismo ecc… Con questi studi, Capuana apprende che “la forma è tutto” solo

che dev’essere adeguata ai tempi.

Capuana nasce a Mineo, in provincia di Catania nel 1839 da una famiglia di proprietari terrieri;

studia giurisprudenza senza però laurearsi. Nel ’64 si reca a Firenze come critico teatrale della

“Nazione” e qui conosce Verga raggiungendolo poi a Milano. I due siciliani, assieme a Camerini

e Sacchetti formano un nuovo gruppo letterario che porterà avanti le idee veriste. Nel ’79

scrive il suo primo romanzo verista, il primo anche in Italia, “Giacinta”, dedicato a Zola.

Successivamente pubblica a Roma dei libri di critica come “studi sulla letteratura

contemporanea” e il libro “per l’arte” considerato una specie di manifesto verista. Trascorse gli

ultimi anni di vita a Catania, dove morì nel 1915.

Capuana fu innovatore sia dal punto di vista artistico che sul piano culturale: negli anni ’80 fu

all’avanguardia a sostenere il verismo e già negli anni ’90 si interessava di spiritualismo e di

misticismo e proprio per questa nuova tendenza pubblica nel 1888 i “semiritmi” il primo

tentativo in Italia di verso libero. In campo artistico scrisse opere drammatiche, novelle,

romanzi e racconti per ragazzi. Nella scrittura delle novelle il suo tema preferito è il mondo

femminile e scrive “profili di donne” nel 1877, “le appassionate” nel 1893, “le paesane” nel ’94

e “nuove paesane” nel ’98. il mondo femminile è protagonista anche dei primi due romanzi

veristi, “Giacinta”(1879) e “profumo”(1890). Il primo è la storia di una donna che è stata

stuprata da bambina e decide per protesta contro gli uomini di non sposare l’uomo che ama:

sposa invece un nobile e diventa l’amante di un giovane che lei ama. Quando però il giovane si

stanca di lei, si uccide con una medicina che il medico le aveva dato per il padre. La figura del

medico- scienziato, il dottor Follini, è importante perché attraverso di lui Capuana riesce a

costruire un caso clinico, la patologia della donna condizionata dal trauma infantile.

L’altro romanzo, Profumo, è la storia di un triangolo amoroso e della malattia che colpisce la

donna, che emanando un acuto profumo esprime il proprio malessere psicologico. “la sfinge”

del ’97 è dedicato allo spiritismo a cui si interessava in quel periodo.

Il suo romanzo più riuscito è “il marchese di Roccaverdina” , il risultato di 15 anni di lavoro

pubblicato solo nel 1901; è un romanzo realista sulle esperienze dello scrittore verista. Tutta la

narrazione si svolge attraverso la tecnica del flash- back: il marchese confessa le proprie colpe

cercando risposte prima nella religione, poi nell’ateismo; gli incubi e i turbamenti lo portano

però alla morte. Egli infatti aveva fatto sposare una serva, Agrippina, sua amante a patto che il

marito non avesse rapporti sessuali con lei, cosa molto frequente il quel periodo. Temendo che

il patto non fosse stato rispettato, uccide il marito della donna facendo accusare del delitto un

altro contadino.

Scrisse anche tante fiabe, come “c’era una volta..”, “il regno delle fate” e “chi vuol fiabe, chi

vuole?”, con una grazia espressiva e una delicatezza narrativa tipica di uno scrittore

naturalista. Un altro racconto per ragazzi è “Scurpiddu”, sulla formazione individuale: il piccolo

guardiano dei tacchini impara con le esperienze la legge del denaro, della famiglia, del lavoro.

Impara a leggere e a scrivere e si arruola tra i bersaglieri; il racconto è vivo anche per la

rappresentazione dell’idillio infantile e per il rapporto del ragazzo con la natura e gli animali.

L’AGONIA DEL MARCHESE DI ROCCAVERDINA

È l’ultimo capitolo del romanzo, in cui il marchese passa dall’agonia alla follia. giunge ad

assisterlo la sua vecchia amante Agrippina, dopo che la moglie lo aveva abbandonato. Il

dottore aveva sperato che la visita di quella donna avesse potuto provocargli qualche reazione

e invece dovette disilludersi perché non era stato così; l’aveva guardata cercando di ricordarla

e poi abbassando lo sguardo aveva ripreso il triste ritmo dei suoi lamenti agitando la testa.

Agrippina Solmo, (il cui nome significa umile e rassegnata, e che ha lo stesso nome della santa

protettrice di Catania) intanto, pallida come una morta, gli asciugava la bava senza neanche

una parola solo con un pietoso stupore negli occhi. Aveva pregato di restare lì per tutta notte e

lo aveva vegliato; la mattina, Titta, uno dei servi del marchese le disse di andare a riposare

perché loro le avrebbero dato il cambio, ma lei volle restare. Poi parlarono di come la donna

sia venuta a conoscenza del fatto e del suo viaggio che sembrava non finire mai. L’argomento

poi passa all’uccisione del marito della donna e del fatto che alcuni credevano che fosse stata

lei a farlo ammazzare per poter ritornare dal marchese; lei invece accusa i suoi parenti e

soprattutto la baronessa perché se non ci fosse stata lei, lui non si sarebbe trovato in questo

stato. Il cavaliere don Tindaro, zio del marchese,quando la mattina seppe dell’arrivo della

donna disse al servo che aveva fato male a farla entrare e che la marchesa avrebbe potuto

mandarla perché lei era la padrona; l’altro invece aveva risposto che essendosene andata

aveva perduto ogni diritto sia sulla casa che sul marchese e che ammirava invece quella

“povera donna” che aveva fatto due giorni di strada solo per vederlo e si era messa a

supplicare in ginocchio per potere entrare e dirle “tornatevene da dove siete venuta” sarebbe

stata una grande crudeltà. È quindi giusto lasciarla lì, non c’è nessuno scandalo, meglio

sicuramente di lasciarlo morire solo come un cane.tre giorni dopo il marchese era ancora più

ebete di prima e avevano anche potuto togliergli la camicia di forza. Agrippina continuava a

lavarlo, vestirlo, imboccarlo e soprattutto continuava a parlare con lui come se lui potesse

sentirla e risponderle.si rallegrava di vederlo tranquillo, senza lamentarsi e cercava di farlo

ricordare esortandolo con forza. Quando venne il servo, Titta, chiese come avesse fatto la

marchesa ad abbandonarlo e lui le rispose che doveva anche ringraziarla altrimenti lei non si

sarebbe trovata lì. Poi la osservava, ritenendola ancora bella, alta, snella e con i capelli

nerissimi e quando lui parlava con maestro Vito, un altro servo, disse che la prima pazzia che il

marchese aveva commesso fu quando lui la diede in sposa a Rocco Crescione che non se la

meritava ( e poi lui stesso l’aveva ucciso per gelosia). Il patto era che lui non doveva toccarla

neanche con un dito, per questo il marchese l’aveva fatto ammazzare se la marchesa avesse

saputo che lei era lì, sarebbe venuta per cavarle gli occhi e Maria aveva sentito dire che lei

aveva detto(tipico “curtiglio” siciliano) che non poteva perdonare il marito che era diventato

assassino per quella donna e che lei avrebbe preferito rinunciare ad una delle tenute che gli

aveva lasciato il marito. Poi venne anche il dottore, che faceva tanti viaggi per vedere come

andavano le cose, e in uno di questi disse: ci siamo! La donna capì il significato delle sue

parole e cominciò a singhiozzare e a gridare e continuava a baciare quelle mani che avevano

ammazzato per lei per la sua gelosia, come se avesse voluto lasciargli l’anima.

Questa scena finale, melodrammatica, in un certo senso tradisce i canoni dell’oggettività

verista; anche in questo suo ultimo romanzo Capuana resta fedele all’impersonalità: non ci

sono commenti espliciti dell’autore e i fatti sono descritti con pietosa e crudele oggettività,

tipica del naturalismo. Solo un personaggio però si fa portavoce delle idee dell’autore, è il

medico che porta rispetto per Agrippina e si oppone alle convenzioni ipocrite che vorrebbero

cacciarla dalla casa del marchese. Capuana nel costruire l’immagine del personaggio della

serva contadina si è ispirato senz’altro alla Diodata di Mastro- don Gesualdo: entrambe sono

umili, semplici e rassegnate, ma capaci di amore sincero e totale abbandono verso l’amante

ma che finiscono per esser vittime della crudeltà dei più forti. Sia la sintassi che i termini sono

tipicamente siciliani, ad esempio in “perché non mi disse mai una parola?” o ancora

“voscienza” cioè vostra eccellenza.

GIOVANNI VERGA

È considero il più grande narratore dell’800 assieme a Manzoni. Se infatti senza Manzoni non ci

sarebbe stato il romanzo in Italia, senza Verga non ci sarebbe stato il romanzo moderno. Il

Verga dei romanzi veristi, i malavoglia e mastro don Gesualdo, rinuncia alla prospettiva del

narratore onnisciente tipico di Manzoni perché ora il suo punto di cista coincide con quello dei

personaggi; cadono con Verga le tradizioni gerarchiche narrative. Con l’impersonalità, l’autore

non manifesta più direttamente le proprie opinioni ma assume l’ottica narrativa e il linguaggio

dei suoi personaggi. Per la prima volta il popolo non è visto con distacco né giudicato, ma

diventa protagonista attraverso la prospettiva stessa del racconto, con i suoi particolari umili e

concreti.

È questa la rivoluzione tematica di Verga; anche se proprio per le sue innovazioni i suoi

romanzi avranno almeno all’inizio scarso successo. Le scelte narrative nascono da una crisi

storica: nella nuova Italia dominata dagli interessi economici, il protagonismo culturale degli

intellettuali non è più possibile e quindi bisogna rinunciarvi e limitarsi alla sola osservazione

scientifica della realtà. Nascono proprio da queste idee il verismo e l’impersonalità perché se in

un primo tempo ancora cerca di reagire alla crisi cercando qualche possibilità dei valori

alternativi, poi invece si rifugia totalmente nel pessimismo materialistico col trionfo

dell’interesse e della roba, come avviene in Mastro don Gesualdo dove prevale un realismo

duro e corrosivo in un’ottica critica e negativa. Le novità più importanti in Verga sono il voler

rappresentare simbolicamente lo stato d’animo dei suoi personaggi usando una prospettiva dal

basso con una cattiveria rappresentativa.

Il suo isolamento letterario arriva nel 1890 con il romanzo decadente di D’Annunzio, dopo che

per 30 anni si era dedicato alla letteratura. Verga nasce a Catania nel 1840 da una famiglia di

proprietari terrieri e nel momento in cui Garibaldi farà la spedizione dei mille, Verga avrà 20

anni.questo evento resterà sempre nella sua mente assieme ai valori dell’unità nazionale e al

culto del risorgimento. A 16 anni prova a scrivere un romanzo, “amore e patria” tipico di una

formazione romantica dove vengono valorizzate le passioni amorose e quelle politiche. Dopo

l’arrivo di Garibaldi, scrive un romanzo storico, “i carbonari della montagna” tra il ’61 e il ’62

che parla della lotta del popolo calabrese contro gli invasori francesi di Murat. Un altro

romanzo patriottico, ambientato stavolta a Venezia è “sulle lagune” del 1863 e nel ’66 scrive

un altro romanzo romantico, “una peccatrice” la storia d’amore tra un giovane artista, Pietro

Brusio e una bellissima donna, Narcisa Valdesi. La donna si innamora di lui solo quando avrà

successo come commediografo ma il giovane si stancherà presto dell’amore- passione e

Narcisa si lascerà morire; l’amore trionfa perché non si arrende alla realtà e preferisce morire.

Il cambiamento nell’arte di Verga inizia col periodo fiorentino dove viene influenzato dal clima

tardo-romantico di Aleardi e Prati e dall’ambiente romantico di Francesco dell’Ongaro.; qui

compone il dramma “rose caduche” e “storia di una capinera” un romanzo epistolare che ebbe

molto successo. Vuole rappresentare un’ingiustizia sociale, la monacazione a cui erano

costrette le ragazze povere; l’opera prendeva spunto dalla Gertrude dei promessi sposi e dalla

“monaca” di Diderot. Solo che il romanzo, più che una denuncia sociale finisce per essere una

storia intima; è la storia infatti di una ragazza, Maria, orfana di madre che è sempre vissuta in

un collegio di suore. Si ammala di colera qualche mese prima di prendere i voti e va a curarsi

in campagna dal padre; lì conosce Nino e si innamora di lui, ma non avendo la dote per

sposarsi deve tornare in convento. Non riesce a dimenticare il giovane che intanto ha sposato

la sua ricca sorellastra e Maria si ammala fino a morirne. Per la prima volta Verga si sforza di

adottare il punto di vista del suo personaggio con un linguaggio semplice ed elementare; anche

se usa il fiorentino, sembra meno artificioso rispetto ai romanzi precedenti. Nel romanzo

compare anche il tema dell’orfano escluso che ritornerà in Rosso Malpelo. Alla fine del ’72 si

reca a Milano dove rimane fino al ’93 alternando però il suo soggiorno a lunghi viaggi in Sicilia;

entra a contatto con gli scapigliati Boito, Praga e Gualdo. Verga si convince sempre di più che il

periodo romantico è finito e che l’arte è ora un lusso perché la società è dominata solo da

banche e imprese industriali. Nel ’73 pubblica “Eva” un romanzo che senza dubbio costituisce

una svolta visto che per la prima volta troviamo la poetica del vero e per il fatto che subisce

molto l’influenza della scapigliatura molte pagine sono di protesta e denuncia. Parla della

sconfitta del pittore Enrico Lanti che avviene sia dal punto di vista dell’amore che dell’arte

perché l’artista non riesce più a realizzarsi nella società moderna. La trama: questo giovane

siciliano va a Firenze a cercare fortuna e incontra una ballerina, Eva, che vorrebbe con lui solo

una storia d’amore ma lui crede ancora nell’amore romantico e la convince a lasciare il teatro e

a vivere con lui in una soffitta. Eva lascia però Enrico, il quale riesce a raggiungere il successo

solo quando si adegua ai gusti volgari del pubblico. Ma lui, preso dalla gelosia, uccide il nuovo

amante di Eva che non voleva tornare con lui e malato di tisi torna in Sicilia dalla madre e dalla

sorella. I temi centrali di questo romanzo sono 4: lo studio del rapporto tra arte e modernità;

l’esame di coscienza dell’artista in crisi; la storia d’amore e il contrasto tra la modernità,

rappresentata dalla Firenze dei teatri e il premoderno della Sicilia e dei suoi valori. La figura

della ballerina rappresenta anche l’arte moderna che per avere successo deve soddisfare i

gusti del pubblico. Qui il romanticismo giovanile di Verga appare già in crisi ma non è ancore

del tutto superato. Una contraddizione nel romanzo è che se da un lato ama la città moderna,

dall’altro rimpiange i vecchi valori.

Scrive poi “tigre reale”, dove i temi sono simili a Eva solo che Nata, la protagonista, è una

nobile russa divorata dalla tisi e da una passione erotica per il protagonista maschile. I valori

veri sono impersonati dalla moglie del protagonista, Ermina, che per il senso del dovere

rinuncia all’amore per il cugino Carlo. La narrazione di questi due romanzi è affidata a un

testimone delle vicende. “Eros” è invece il primo romanzo oggettivo; solo con questo si

comincerà a parlare di impersonalità. Esce intanto la novella “Nedda” in cui emergono per la

prima volta le tematiche siciliane che si collegano al verismo. Il fatto che Nedda sia un

romanzo impersonale è espresso bene dall’uso di due registri linguistici, da un lato quello

letterario dell’autore, dall’altro quello dialettale dei personaggi. Nel verismo più maturo questi

due linguaggi saranno unificati. Masiello nell’analisi di quest’opera dice addirittura che il

registro diventa troppo goffo nella ricercatezza; capita spesso infatti che non sia Nedda a

parlare ma Verga che tenta di minimizzare il parlato toscano ma non sempre vi riesce. Il

narratore colto non è ancora riuscito a superare quella distanza che lo separa dai suoi

personaggi; al polo opposto troviamo frasi dialettali isolate. Questi due mondi così diversi

cercano di avvicinarsi con un tentativo di mediazione linguistica dei due registri, che poi

risulterà molto più naturale nei romanzi successivi, quando l’impersonalità toccherà la massima

perfezione e la mano dell’autore sarà invisibile, tanto che l’opera sembrerà essersi fatta da sé.

Il primo vero racconto verista o naturalista è “Rosso Malpelo” del 1878 dopo del quale scrive

altri racconti, “vita dei Campi” e il romanzo “i malavoglia” che aveva iniziato col nome Padron

‘ntoni. Dal 1880 al 1889 scrive i suoi veri capolavori, novelle rusticane, cavalleria rusticana,

per le vie e mastro don Gesualdo; per quanto riguarda la narrativa minore scrive nel 1882 “il

marito di Elena” e nel 1884 drammi intimi. Sul piano politico, aderisce tra il ’78 e l’82 alla

destra storica, proponendo un’alternativa agraria al predominio industriale del nord; collabora

con “rassegna settimanale” di Sonnino, uomo di spicco della destra, ma dall’82 si allontana

sempre di più dalla politica fino a distaccarsene completamente.

Con l’uscita di mastro don Gesualdo, Verga però non riesce a completare il ciclo dei vinti che

doveva contenere 5 romanzi, oltre ai malavoglia e a mastro don Gesualdo, anche la contessa

di Leyra, l’onorevole Scipioni e l’uomo di lusso.. torna a Catania per rappresentare in teatro “la

lupa” e poi scrive “dal tuo al mio” e una novella, la caccia al lupo. Non riesce però ad andare

d’accordo con Ma scagni per musicare cavalleria rusticana. Muore a Catania il 24 gennaio

1922.

La formazione giovanile di Verga è provinciale e legata ancora al romanticismo come si vede

anche nei suoi primi romanzi fino al 1863 quando scrive “sulle lagune”, la storia d’amore tra un

ufficiale ungherese e una ragazza veneziana tra le guerre d’indipendenza e le imprese

garibaldine; qui l’elemento patriottico non è più il tema dominante ma lo sfondo e anche col

romanzo una peccatrice siamo ancora il pieno romanticismo.

L’ADESIONE AL VERISMO E “IL CICLO DEI VINTI”

Sono tre i fatti che favoriscono tra il ’77 e il ’78 l’adesione di Verga al verismo: esce il romanzo

“l’assommoir” (l’ammazzatoio) di Zola visto come modello per seguire una poetica del vero;

forma a Milano un gruppo per realizzare anche il Italia il romanzo moderno; con “l’inchiesta in

Sicilia” e la questione meridionale, si dice che la forma deve dipendere dal soggetto

rappresentato e adeguarsi a esso. L’analisi di Verga è positivista perché parte dall’idea che la

verità sia oggettiva, scientifica e materialistica perché dice che il comportamento umano

dipende dai bisogni materiali, dal sangue e dal sesso; è anche deterministico perché nega la

libertà del soggetto che è invece legato all’ambiente in cui vive. La poetica che ne deriva è

quindi anti-romantica, contro il suo idealismo e la sua soggettività; l’esclusione della

soggettività implica l’impersonalità cioè rappresentare in modo oggettivo la realtà senza

aggiungere la propria interpretazione. Lo scrittore- scienziato, deve solo dimostrare i rapporti

di causa effetto; vuole spiegare come la realtà insegna all’uomo a nascondere i suoi sentimenti

e a razionalizzare i suoi comportamenti. Da qui il “cicli dei vinti”, una serie di romanzi che

vogliono analizzare le reazioni ai bisogni materiali in tutte le fasce sociali: l’autore si deve

eclissare come Verga stesso scrive nella Prefazione all’amante di Gramigna un testo di vita dei

campi, in una lettera a Salvatore Farina; secondo lui non ci devono essere tracce della propria

personalità; la narrazione dev’essere condotta dal punto di vista dei personaggi, con la loro

cultura, il loro modo di vedere le cose e di esprimersi. Verga sostiene che modificando i livelli

sociologici devono cambiare anche i livelli stilistici: il lessico e la sintassi devono adeguarsi ai

soggetti descritti. Anche se non vuole usare il dialetto, per espandere le sue opere a livello

nazionale e non solo in Sicilia, si sforza di usare almeno una sintassi dialettale tipica della

Sicilia. Lo scrittore acquista così un ruolo sociale perché fornisce i documenti per lo studio della

realtà. “l’amante di Gramigna” è la prima novella verista che risale al 1800. a Farina, scrittore

intellettuale vicino agli ambienti scapigliati milanesi, spiega i punti fondamentali della poetica

verista con un linguaggio semplice tipico delle narrazioni popolari, visto che si parla di una vita

di campagna; il narratore deve attenersi al fatto “nudo e schietto”, nella sua oggettività, senza

filtrarlo attraverso la lente dello scrittore. Il metodo dell’analisi deve essere molto scientifico

per fornire un documento umano; la mano dello scrittore deve restare invisibile in modo che

l’opera non conservi alcuna traccia del “peccato d’origine”

Il 21 aprile 1878 Verga espone per la prima volta ad un amico, Salvatore Paolo Verdura un

progetto per un ciclo di romanzi simile a quello dei Rougon- Macquart di Zola per mostrare

tutte le classi sociali della nuova Italia e rivelare come tutte siano condizionate dalla lotta per

la vita secondo la legge di Darwin, secondo cui solo il più forte sopravvive. Dice anche che

ciascun romanzo avrà una “fisionomia speciale”, resa con mezzi adatti, cioè che lo stile sarà

adeguato agli argomenti trattati. Il ciclo che lui inizialmente aveva chiamato “la marea”

cambierà nome, come anche il terzo romanzo del ciclo che lui all’inizio aveva pensato di

intitolare “la duchessa delle gargantas” ma che sarà poi la “duchessa di Leyra”.

Un’altra lettera dello stesso periodo, e precisamente del 1880 è invece indirizzata all’editore

dei malavoglia, il milanese Treves, e a lui esprime le sue evidenti preoccupazioni per il pubblico

perché sa che questa nuova tecnica narrativa potrebbe non piacergli. Quando scriveva

ammette di non aver pensato molto al pubblico ma ora mette le mani avanti; conta sui lettori

dal gusto fine più che sul successo di massa del romanzo perché lui stesso dice che quello è un

tentativo “veramente letterario”.

Non tutte le interpretazioni su Verga sono simili e soprattutto positive. Giacomo de Benedetti

dice ad esempio che le posizioni di Verga nei confronti del naturalismo sono molto confuse e

prive di valore e quindi esclude che si possa parlare di conversione; dice anche che Verga

aveva già con Nedda trovato le sue posizioni e che questa può dunque essere considerata

un’opera naturalistica. Afferma poi che il nuovo linguaggio e l’ambiente rusticano vengano più

da una crisi personale che non da una rottura col passato visto che resta sempre in lui qualche

continuità come la funzione dello scrittore e la sua voglia di affermarsi. Verga forse ha visto nel

naturalismo una strada per il successo non ancora imboccata da altri in Italia. L’analisi di de

Benedetti è però psicologica e non culturale e vediamo come venga contrastata da Vitilio

Masiello, secondo il quale è sbagliato ridurre l’importanza dei processi culturali e ideologici per

valorizzare solo quelli psicologici. E neanche si può ridurre la sua vita di scrittore alla voglia di

successo.

“ROSSO MALPELO” E ALTRE NOVELLE DI VITA DEI CAMPI

la prima opera verista di Verga è la raccolta di otto novelle sotto il titolo “vita dei campi” scritti

tra il ’78 e l’80; protagonisti sono contadini, pastori, minatori, insomma la realtà delle

campagne siciliane. In queste opere prevale però una contraddizione: se da un lato dice che in

tutti i livelli sociali, la molla che fa agire gli uomini è l’interesse sociale, dall’altro continua ad

immaginare il mondo arcaico e rurale con una luce romantica. La natura romantica appartiene

infatti a cavalleria rusticana, la lupa, Jeli il pastore, l’amante di Gramigna dove in alcuni

racconti gli interessi sociali prevalgono sull’amore, ad esempio in Jeli il pastore, Mara diventa

l’amante del padrone e Lola in cavalleria rusticana abbandona il povero Turiddu per sposare

Alfio, un agiato carrettiere; un altro tema costante è inoltre l’esclusione dalla società. Il

capolavoro di vita dei campi è “Rosso Malpelo”; qui la voce narrante è quella malevola della

comunità che si accanisce contro il giovane protagonista perché secondo loro i suoi capelli rossi

sono indice di malvagità. Per la prima volta viene usata la tecnica dello straniamento: cioè

adottare un punto di vista completamente estraneo all’oggetto. Anche le cose più normali

sembrano strane e incomprensibili attraverso dei filtri(il popolo nel caso dei malavoglia), la

scala dei valori viene invertita. Ad esempio in questo racconto, il punto di vista del narratore

del villaggio interpreta come se fosse strano, qualsiasi comportamento del personaggio e alla

fine il punto di vista dell’autore, tenuto nascosto, finisce per emergere per spiegare come

stanno realmente le cose. Il punto di vista di Verga non coincide con quello maligno del

narratore creando quindi un divario tra l’esplicito e l’implicito ed è questo a causare lo

straniamento. Rosso Malpelo mostra la realtà rovesciata attraverso un racconto orribile in cui

la violenza del forte domina sul più debole. Il protagonista che viene definito malvagio ha però

il coraggio di guardare in faccia la realtà violenta in cui vive e di accusare le leggi spietate che

dominano, quanto invece la maggior parte delle persone fa finta di niente con ipocrisia.

Questo racconto venne pubblicato per la prima volta nel ’78; racconta la storia di un bambino

che lavora in una cava di rena. All’inizio viene protetto dal padre, ma quando egli muore in un

incidente sul lavoro, Malpelo resta solo e indifeso. Assimila la violenza che subisce e cerca di

insegnarla all’unico amico che ha, Ranocchio perché reagisca ai torti subiti; quando perde

anche l’amico va da solo ad esplorare una galleria ma lì si perderà per sempre. La psicologia di

Malpelo è determinata sia dalla cattiveria della famiglia che da quella della società; si convince

di essere cattivo solo perché tutti lo definisco tale e si sente in colpa anche perché la madre

non lo ama. Muscetta ne individua il carattere psicologico dicendo che per Rosso, scavare nella

galleria era un tentativo disperato di salvare il padre, e poi si sente in colpa per non esserci

riuscito. È come la ricerca della luce intellettuale nel buio della sua coscienza; anche la madre,

che Verga ironicamente chiama Santa è una madre davvero cattiva: l’unico modo che Malpelo

ha per non sentirsi in colpa nei suoi confronti è quello di portarle la misera paga che guadagna.

Un altro rapporto conflittuale è quello con la sorella che sente come rivale nell’amore per i

genitori; questo conflitto è ancora più duro da reggere per il fatto che la sorella lo ama e vuole

proteggerlo; se da un lato c’è odio nei suoi confronti, dall’altro si sente ancora più solo quando

la sorella si sposerà a andrà via di casa. L’unico rapporto limpido è quello che Malpelo ha col

padre per cui quando lo perde si sente defraudato. L’inferiorità affettiva del ragazzo completa

quella sociale. In alcuni esseri, come Ranocchio, il cane, l’asino, Malpelo ripone tutto il suo

amore ma li tratta male perché è come se riversasse su di loro la mancanza di stima che ha

per sé stesso; veder soffrire gli altri gli provoca piacere, è ciò che l’analisi moderna avrebbe

chiamato masochismo morale. In Ranocchio riversa invece tutta la sua tenerezza, vorrebbe

proteggerlo come un padre e quando lui muore, inizia il suo suicidio inconscio, una vera e

propria autodistruzione. Se la cava è peggio di un carcere, l’unica soluzione possibile è la

morte come già era avvenuta per mastro Misciu, il padre e per Ranocchio.

Altri credono invece che Rosso Malpelo sia un’opera data dall’influenza delle idee sociali della

destra storica e dall’opera “inchiesta in Sicilia” di Sonnino e Fianchetti, che denunciano la

degradata situazione meridionale. Se però i due autori si schierano commossi dalla parte dei

“carusi”, Verga si limita a documentare i fatti senza prendere posizione come vuole la poetica

del naturalismo. Romano Luperini evidenzia invece tra le opere di Verga, la tematica del

“diverso” che tocca in generale sia i racconti che i romanzi, da quelli giovanili a quelli della

maturità. La figura dell’escluso, del disadattato sociale ha sempre un pathos profondo; Verga

cerca di ritagliare un compito sociale all’arte che ormai rischia di essere eliminata dal progresso

attraverso la testimonianza dello “spettacolo delle miserie” nato dalle speranze deluse di vivere

secondo delle aspirazioni ideali mentre si rassegna ad accettare la vita cosi com’è. Verga

anticipa i temi decadenti dell’arte come merce e dell’esclusione delle funzioni degli intellettuali.

I MALAVOGLIA

È un romanzo che uscì nel 1881. è il primo romanzo verista di Verga; la storia di una famiglia

di pescatori siciliani e delle conseguenze che su di essa provoca il progresso. Il contrasto tra

vecchio e nuovo è rappresentato dalle figure del nonno Padron ‘Ntoni e dal nipote ‘Ntoni. La

narrazione è filtrata attraverso il discorso indiretto libero, con le quali le voci di una comunità

raccontano una vicenda. Tutto esprima la cultura e il punto di vista di un paese di contadini e

anche il linguaggio tende al parlato, cercando di riprodurre la cadenza della sintassi siciliana.

C’è nel romanzo anche un’aspirazione alla ricerca romantica dei valori incontaminati,

contrastati dal mondo economico. Questo conflitto si vede anche nell’ordine dei personaggi,

dove da un lato troviamo la famiglia dei malavoglia, attaccata ai valori del passato, dall’altro il

cinismo dei paesani. Il titolo “i malavoglia” è un’ingiuria, cioè un soprannome scherzoso del

linguaggio popolare siciliano e quindi già nel titolo assume l’ottica dei personaggi. Bisogna

inventare delle tecniche letterarie in modo che questi personaggi appaiano all’inizio delle scene

per raccontarle; e un esempio possono essere le scene corali. Anche le situazioni linguistiche si

devono adeguare bene al contesto; il successo si deve rischiare, non si possono offrire al

pubblico le solite frasi sentite ormai da 50 anni. Anche la prefazione all’opera è molto

impersonale e scientifica e con essa, Verga vuole spiegare che cosa causa l’inserimento di un

oggetto esterno in una determinata situazione; si rivela però come un giudizio negativo contro

che cerca di mutare stato. Vuole mostrare quali effetti provoca la “fiumana del progresso”. Il

progresso è infatti come un fiume che se porta in generale delle conseguenze positive travolge

al suo interno il singolo specie se questo è sopraffatto dall’esigenza del successo ( e non solo

se è povero ma a qualsiasi gradino della scala Sociale ). Descrive più i protagonisti dei 5

romanzi dei vinti; l’umile pescatore è Padron Ntoni, il nuovo arricchito è mastro don Gesualdo,

l’intrusa nelle alte classi è Isabella che figlia di un muratore diventa duchessa. L’uomo

d’ingegno è l’onorevole Scipioni che diventerà deputato e farà la legge perché vuole ottenere

quel riconoscimento che non ha avuto per essere nato per gli amori prematrimoniali di

Isabella. L’uomo di lusso , l’artista, tutti i protagonisti vivono da intrusi in altre classi sociali.

L’egoismo individuale produce l’avanzamento del progresso: visto da lontano sembra una cosa

grandiosa; da vicino mostra invece tutti gli orrori e i soprusi e lo scrittore vuole interessarsi

proprio a queste vittime del progresso , i vinti.

Nella lettera a Capuana, subito dopo la pubblicazione del romanzo dice di volere rifiutare la “

messa in scena “ dei personaggi , cioè la loro presentazione al lettore prima che entrino in

azione. Sa bene che questo almeno all’inizio può provocare un po’ di confusione perché il

lettore improvvisamente si trova faccia a faccia con i protagonisti ma poi ci si abitua. Infatti si

trova in una comunità che ignora la prospettiva esterna del lettore borghese; è questo che

vuole esprimere l’opera.

In un'altra lettera a Felice Cameroni, Verga parla della consapevolezza con cui con i malavoglia

rinuncia al facile successo di pubblico; sa che quest’opera sarà apprezzata da pochi, da quelli

che prendono l’arte sul serio e non la considerano un passatempo. Il romanzo, formato da 15

capitoli, si svolge dal 63 al 77/78. La famiglia Toscano , i malavoglia, è in realtà gente

laboriosa. I personaggi sono il nonno che possiede la casa del nespolo e una barca, la

provvidenza, il figlio Bastianazzo con la moglie Mariuzza la longa e i nipoti ‘Ntoni, luca, Alessi,

Mena e Lisa. Per fare sposare Mena il padre compra un carico di lupini indebitandosi con

l’usuraio (zio crocifisso ). Però durante il trasporto la barca naufraga e Bastianazzo muore.

Comincia il periodo di miseria: Luca muore nella battaglia di Lissa, dopo un nuovo naufragio

Padron Ntoni vende la barca e la casa per saldare i debiti. ‘Ntoni cerca fortuna a Firenze, ma

ritorna più povero di prima e comincia a frequentare posti di contrabbando, fino ad uccidere un

uomo, don Michele che insidiava la sorella Lia e viene condannato a 5 anni di carcere. Lia

intanto fugge a Catania per la vergogna e per vivere diventa una prostituta. Il nonno muore

nell’ospedale della città e solo Alessi riesce a sposare una vicina, Nunziata e a ricomprare la

casa del nespolo dove ‘Ntoni uscito intanto dal carcere, rimane solo per una notte. Andrà via

per sempre perché i suoi valori sono troppo diversi da quelli di un piccolo paesino. Il testo si

può dividere in tre parti dominate dai due personaggi principali: il nonno rappresenta le leggi

patriarcali, il lavoro e l’onore, il nipote invece la legge moderna dell’utile e della ricchezza;

Padron ‘Ntoni rappresenta il mondo patriarcale con i suoi proverbi e la saggezza; ‘Ntoni è

invece un personaggio più romanzesco tipico dell’eroe contrapposto tra modernità e tradizione.

Opposto al nonno ci sono come personaggi ideologici anche zio Crocifisso e campana di legno,

l’usuraio di Acitrezza, egoista e dominato dal desiderio di ricchezza ad ogni costo. Anche i

personaggi secondari si contrappongono in base ai loro valori morali; e la stessa

contrapposizione si trova all’interno della famiglia, maschio contro maschio, femmina contro

femmina. Dopo la morte di Luca i nipoti si dividono, Alessi/’Ntoni; Mena/Lia. Anche lo stile è

diverso, quasi per accentuare il contrasto: è più lirico se parlano i malavoglia o Alfio, comico-

caricaturale se rappresenta il mondo di Trezza.

Sono tanti gli elementi storici presenti nel romanzo: la battagli di Lissa, il colera che uccide la

Longa, la leva militare.il tempo storico viene però assorbito all’interno di uno più grande, quello

ciclico della natura; Dice lo stesso Alfio alla fine che “uno che se ne va dal paese, meglio che

non ci torni più”. Proprio l’imperfetto è il tempo più adatto a spiegare una situazione ciclica.

Trezza e gli altri luoghi, oltre che documenti della realtà, diventano simbolo nostalgico di valori

tradizionali ormai schiacciati dal progresso. Questo aspetto idillico ritorna continuamente nel

romanzo come espressione di un passato che sta per essere travolto definitivamente dal

progresso, la cui legge dell’utile è già penetrata anche nel paese; il romanzo effettivamente si

chiude non con Alessi e Nunziata ma con ‘Ntoni che da l’addio al paese. L’addio finale di ‘Ntoni

è lo stesso di quello che Verga ha dato alla società rurale. se lo spazio geografico è ben

descritto, l’Etna, il mare, Trezza, lo stesso non si può dire di quello sociale dove il paese e gli

interni non vengono mai descritti con precisione. Spazio e tempo sono comunque elementi

coerenti, come se formassero un idillio da cui non ci si deve allontanare. Se Manzoni all’inizio

del suo romanzo spiegava, come davanti ad una carta geografica, tutti i nomi in modo

dettagliato dal punto di vista del narratore onnisciente, Verga parte invece dal basso, dà per

scontata la conoscenza delle cose da parte del lettore. È come se il narratore popolano si

rivolgesse ad altri popolani. Né i luoghi né i personaggi vengono presentati perché la tecnica

narrativa deve far sparire la prospettiva dell’autore. Tutto, anche la lingua, rappresenta i

personaggi; e anche se non usa il dialetto, usa un italiano parlato con un tipo di sintassi

particolare e l’uso frequente di proverbi. Così però il punto di vista del narratore non coincide

più con quello dell’autore che sparisce dietro i suoi personaggi. (ARTIFICIO DI REGRESSIONE).

Molte sono ad esempio le metafore e le similitudini dei personaggi che Verga non avrebbe mai

usato; ad esempio dice nel terzo capitolo quando una tempesta si abbatte sui tetti del paese: “

fare il diavolo, nero peggio dell’animo di Giuda, come una schioppettata tra i fichidindia”. Tra la

sintassi tipica del mondo siciliano troviamo il “che” usato in modo errato, non nelle frasi

relative, e il ricorso al periodo lungo con la presenza di un discorso indiretto. È come se

l’autore provasse una malinconia soffocante ad essere celato e questo sentimento è lo stesso

di quello che prova una scrittore all’interno della società moderna. Secondo Leo Spizter,

l’originalità di Verga consiste proprio nella sua pseudo_individualità.; i personaggi sono il vero

filtro della narrazione, perché lasciano alla voce narrante solo un ruolo marginale; egli è come

se fosse solo in portavoce della comunità. La verità dei personaggi non può essere sempre

accettata dall’autore e dai lettori; anche Baldi sottolinea la regressione dell’autore nei

personaggi e di come siano condizionati dal milieu, il termine francese per indicare l’ambiente

sociale e distingue il narratore virtuale dal coro dei personaggi reali e concreti perché dietro il

loro punto di vista si definisce la maggior parte del narrato.

Il tono lirico e simbolico sottolinea quasi sempre all’interno del romanzo il momento della

rinuncia e della sconfitta; il linguaggio dell’amore e del desiderio è impossibile o negato. Con la

tecnica dell’allusività si tende a stabilire un rapporto tra personaggio e stato d’animo o col

paesaggio, tipico del simbolismo. Da questo si trae anche il fatto che le cose sembrino parlare

da sé; un esempio di simbolismo e di linguaggio negato si trova nel discorso tra Alfio e Mena

quando i due innamorati non possono sperare nel loro amore perché le condizioni sociali sono

avverse; anche il paesaggio è malinconico come il loro stato d’animo e non mancano nessi tra

il mondo soggettivo dei pensieri di Mena e il mondo reale, come l’ombra delle nuvole.

Alberto Asor Rosa vuole invece spiegare la dimensione simbolista dei malavoglia dicendo che in

alcuni punti la narrazione degli eventi si ferma volontariamente come per sospendere il tempo;

la dimensione psicologica si ditata e le analogie vanno al di là della descrizione razionale

mettendo in luce le relazioni profonde con la natura. A volte si va oltre una semplice

descrizione di avvenimenti è il racconto diventa una contemplazione dolente e rassegnata della

ricorrente sofferenza.

La “religione della famiglia”, è una componente romantica del romanzo per la nostalgia di quei

valori che non sono più riscontrabili nella società moderna; chi si allontana da questi valori e

dalla famiglia si perde per sempre. Per Verga la forza della famiglia è garantita dal legame di

sangue che unisce i suoi componenti e solo restando uniti si riesce a resistere ad una società

dominata dalla selezione naturale.. è proprio sulla crisi dei valori familiari che vuole puntare

Verga insistendo non sulla figura di Alessi ma su quella di ‘Ntoni. Applica nei suoi romanzi le

idee del Darwinismo sociale: non ha fiducia nella storia e anzi il suo è un radicale

antistoricismo perché l’uomo sarà sempre dominato dai suoi istinti materiali che isolano

l’individuo dai propri simili e ognuno rimane radicato nel suo egoismo; la solidarietà di classe

non esiste. La sua filosofia coincide spesso con quella di Padron ‘Ntoni che dice di accettare la

vita così com’è perché non l’abbiamo inventata noi. È anche vero però che Verga attenziona

molto i vinti parlando “dell’eroismo della rinuncia” di Mena e Alessi. Il suo identificarsi con i

vinti si ricollega alla nuova azione sociale dell’artista dal romanticismo al verismo, con le sue

frustrazioni e sconfitte.

Secondo Russo, se Verga è così attaccato ai valori della famiglia e della casa non è poi così

tanto materialista: il senso religioso è infatti presente nel romanzo come una musica che

riempie. Proprio questa religione della casa crea unità in tutto il romanzo esaltando delle virtù

profonde che neanche la società moderna riesce a guastare. Questo atteggiamento, secondo

Russo, rientra nella più ampia polemica romantica già iniziata da Rousseau che opponeva la

natura buona e innocente alla società corrotta.

Romano Luperini invece ridimensiona la religione della famiglia riducendo solo ad un episodio

per il graduale superamento delle idee romantiche; dice che neanche Verga la considerava

un’alternativa da fare propria perché ormai appartiene ad un mito del passato. Evidenzia anche

che il romanzo non è così a lieto fine come si pensa perché ad Alessi che ricompra la casa,

Verga dedica solo poche righe ma tutto si basa sull’allontanamento di ‘Ntoni. Creando un

conflitto di lavori, specie quando ‘Ntoni critica il duro lavoro quotidiano del nonno, inutile

secondo lui visto che lo porterà a morire da solo in un ospedale: i valori familiari non trionfano.

Un'altra ideologia critica è quella di Masiello, che vede nel nonno e nel nipote l’ideologia stessa

di Verga e delle alternative dell’industrializzazione. Entrambi si rassegnano eroicamente al loro

destino, come l’eroismo delle formiche che disperse nella tempesta, dopo 5 minuti di panico,

tornano ad aggrapparsi al loro ponticello bruno; essi rispecchiano anche l’ideale dell’ostrica,

per la quale l’unico modo di sopravvivere è restare attaccati allo scoglio sul quale la fortuna le

ha lasciate cadere. Nel 1980 Baldi risponderà in modo critico alle considerazioni di Masiello

dicendo che all’anticapitalismo di Verga non corrisponde affatto una prospettiva contadina

idealizzata ma solo un bisogno materialistico di conoscenza come vuole l’oggettività verista. Il

romanzo non ebbe subito un grande successo di pubblico perché fu capito solo da alcuni autori

come Capuana, Camerini; lo stesso Verga parlava di fiasco. Solo dopo la seconda guerra

mondiale, nel periodo del neorealismo venne non solo apprezzato, ma anche preso da modello

influenzando Calvino, Pavese, Carlo Levi nelle loro opere.

IL MARITO DI ELENA - NOVELLE RUSTICANE

I malavoglia erano un’opera troppo sperimentale per convincere il pubblico al primo impatto.

Nel 1882 esce invece”il marito di Elena” un’opera che si ispira a madame Bovary. Elena

rappresenta la vanità e la corruzione del mondo cittadino; soffre però di fantasie romantiche,

finendo per tradire Cesare, il marito che rappresenta invece la realtà solida della campagna.

Cesare, che inizialmente aveva deciso di suicidarsi, uccide invece la moglie.

Verga con questo romanzo pone definitivamente fine alla cultura romantica e già “novelle

rusticane” e “per le vie” uscite nell’83, segnano una svolta decisiva. I personaggi cominciano

ad essere dominati da egoismo e interesse, dalla roba per possedere sempre di più nella lotta

per la vità. La novella “pane nero” è quella che meglio contrappone i malavoglia; anche questa

rappresenta una famiglia legata ai valori del passato ma appena Lucia diventa l’amante del

padrone e torna a casa con gioielli, tutti gli scrupoli morali vengono abbandonati. Se quindi in

“vita dei campi” e nei malavoglia ancora alcuni valori romantici persistono, in mastro don

Gesualdo e in novelle rusticane vengono del tutto superati

“Novelle rusticane” è una raccolta di novelle scritte tra l’81 e l’83 in cui spiega in quale modo

voleva ambientare il suo nuovo romanzo, nei campi e nei piccoli quartieri di provincia. Tra

queste troviamo cos’è il re- don Licciu papa- il mistero- malaria- gli orfani- pane nero- storia

dell’asino di san Giuseppe e altre su borghesi, nobili, preti e notai. Visto che è venuto meno il

motivo dell’amore, scompare anche la figura del personaggio solitario e diverso. Ora tutti si

dedicano esclusivamente all’accumulare del denaro e anticipano la figura di Gesualdo.

“Per le vie” sono invece 12 novelle ambientate a Milano in cui Verga prende spunto da Zola

sugli ambienti popolari di una grande città industriale. Trionfa l’egoismo individuale mentre

l’egualitarismo socialista è messo sotto accusa. In “vagabondaggio” ci sono invece 12 novelle

di ambiente siciliano contadino e borghese.

MASTRO- DON GESUALDO

È il secondo romanzo del ciclo dei vinti che uscì nel 1888, contemporaneamente al “piacere” di

d’Annunzio. Da questo momento l’isolamento di Verga dalla società sarà sempre più

accentuato. Il mastro don Gesualdo è un gradino più in alto nell’analisi sociale rispetto ai

malavoglia, argomento di analisi sono infatti la borghesia di campagna e la nobiltà di provincia.

Sia il linguaggio che lo stile devono quindi adattarsi ad un ambiente diverso. A quella del

narratore borghese si alternano altre prospettive, di nobili, dei contadini e di Isabella, la figlia

di Gesualdo, una ragazza educata in collegio. Viene meno la coralità dei malavoglia. La

rappresentazione è più realista e drammatica rispetto ai primi romanzi; il romanzo non è più

tanto organico ma è l’unione di parti diverse. È assente anche il mondo dei valori romantici

perché domina incontrastato il culto della roba a cui si adeguano tutti i personaggi principali, e

con esso viene meno il contrasto tra i personaggi dotati di valori morali e quelli cinici e senza

scrupoli, come accadeva nei malavoglia. Tutto stavolta accade all’interno del protagonista che

se da un lato accumula quanto più può, dall’altro avverte un certo malessere per le sue azioni.

Il romanzo vuole accentuare con un amaro pessimismo, il trionfo egoistico dell’individualismo

borghese.

Dopo mastro don Gesualdo scrive altri due raccolte di racconti ambientati nell’alta borghesia e

nella nobiltà. Poi mette in scena “la lupa” e “dal tuo al mio” per svalutare le idee socialiste e

verificare come ognuno pensi solo al proprio interesse privato. Inizia, lasciandolo in concluso, il

terzo romanzo del ciclo, la duchessa di Leyra.

Il titolo del secondo romanzo compare per la prima volta nella lettera a Verdura dove Verga

illustra il ciclo dei vinti e spiega che il protagonista sarebbe stato un “rappresentante della vita

di provincia”. Il titolo indica un arrampicatore della scala sociale, che da muratore diventa ricco

e prende l’appellativo di “don” senza però riuscire a fare dimenticare le sue umili origini.

Le novelle rusticane e soprattutto la roba sono considerate delle prefazioni a questo romanzo

le cui edizioni sono due (88 e 89) perché Verga, insoddisfatto, cambia alcuni particolari. La

prima, che poi venne sostituita, era nella struttura uguale ai malavoglia con 16 capitoli che poi

sono diventati 21; anche lo stile cambia con l’uso meno frequente di lunghi periodi e del

discorso indiretto. Le frasi sono più brevi e oltre al punto di vista dei personaggi, talora si

percepisce anche quello dell’autore; non c’è più la regressione, né il nascondimento dell’autore

dal basso perché i fatti vengono ora giudicati, anche se in modo oggettivo. Cambiano rispetto

al precedente romanzo sia il linguaggio che la sintassi; il linguaggio è più immediato, con

maggiori scelte antiletterarie ma diventa quello della borghesia e non quello popolare. La

punteggiatura è più frequente e i dettagli sono analizzati meglio; il discorso indiretto libero non

serve più solo per la narrazione ma anche per spiegare il punto di vista dei personaggi.

Attraverso l’uso della polifonia, Verga rappresenta i toni, le voci, i linguaggi tipici della

modernità mentre nei malavoglia le voci narranti sono espresse in uno stesso coro.il tempo

verbale non è più l’imperfetto come nei malavoglia ma il passato remoto; se infatti era stato

detto che l’imperfetto spiegava bene la circolarità, il passato remoto è espressione di un

tempo veloce e di una corsa dell’uomo contro il tempo per seguire il ritmo degli affari e del

denaro.. anche lo spazio viene modificato: non è più quello limitato del paese- nido e viene

meno l’unità di luogo con spazi aperti, i viaggi, il collegio.

Anche se il romanzo non indica precisamente il luogo dove si svolge, nella prefazione si capisce

che è Vizzini, un paesini in provincia di Catania; anche le date non sono molto precise, cono

datati solo il colera del ’37 e la rivoluzione del ’48. il romanzo è formato da 21 capitoli divisi in

4 parti sui periodi principali della vita del protagonista. Nella prima e nell’ultima parte Gesualdo

è l’unico protagonista, nella terza invece è esclusivamente Isabella Trao, la figlia di Gesualdo.

Nella prima parte Gesualdo sposa una nobile decaduta, Bianca Trao che ha intanto una

relazione illegittima con il cugino Ninì Rubiera. Nella seconda parte Gesualdo diventa il più ricco

del paese e inizia a comprare all’asta le terre comunali. La terza parte all’inizio parla della figlia

Isabella, poi la scena si sposta a Mangalavite, un podere di campagna dove vanno per sfuggire

al colera e dove Isabella si innamora del cugino Corrado. Per evitare lo scandalo, Gesualdo le

combina però il matrimonio con il duca di Leyra, un uomo che però pensa solo ai suoi soldi.

Alcuni anni del racconto saltano rapidamente se non contengono avvenimenti importanti, per

sottolineare ancora meglio il carattere frantumato del racconto. Al contrario dei malavoglia

dove veniva rappresentato un intero paese, qui il protagonista è uno solo prima della sua

ascesa sociale e poi nella sua decadenza. Gli strati sociali in mastro don Gesualdo sono molto

vari, rappresentano la ricca articolazione della società moderna al contrario del mondo arcaico

e rurale dei malavoglia. Il mondo dei valori antichi potrebbe essere rappresentato dai fratelli

Trao, ma i valori della famiglia sono ormai dissolti e anche i fratelli e il padre di Gesualdo

diventano meschini e vili. La baronessa Rubiera ricorda Gesualdo per il suo carattere e anche

per il suo destino: anche lei è infatti originaria del mondo contadino ed è riuscita a diventare

ricca ma a causa di una malattia che la blocca paralizzata, non può godere dei suoi soldi.

Tra i nobili spicca la figura del marchese Lipoli, cinico ma saggio e disponibile ad aiutare Bianca

e Isabella; tra i contadini Nanni l’orbo, a cui Gesualdo farà sposare Diodata, la sua amante, lui

farebbe di tutto pur di guadagnare soldi e si mette anche a capo dei rivoluzionari del ’48. sia

Bianca che Diodata sono vittime delle leggi sociali; Bianca ama il cugino Ninì e aspetta un figlio

da lui ma non può sposarlo perché senza dote. Entrambe rappresentano il mondo dei

sentimenti che invece Gesualdo trascura per raggiungere il success. La terza figura importante

è quella di Isabella che Gesualdo crede sua figlia e la obbliga ad andare in un collegio per nobili

per ricevere una buona educazione ma così facendo la allontana irreparabilmente da lui. Per

avere il suo rispetto fa tanto per lei, le fa sposare un nobile che però si rivela spendaccione e a

lui Isabella deve dare sempre più soldi e terre. Neanche il punto di morte Gesualdo riesce ad

avere un momento di comunicazione e intesa con lei.

Il romanzo inizia con un incendio che colpisce la famiglia dei Trao e i paesani accorrono per

portare aiuto; Bianca viene scoperta dal fratello don Diego con l’amante e la famiglia subisce

un grave affronto. Tra i soccorritori spicca la figura di Gesualdo che si impegna seriamente a

domare l’incendio, ma non per amore dei Trao ma perché la sua casa confina con quella

incendiata e lui vuole proteggere la roba. Don Diego va quindi nel palazzo Rubiera perché solo

con un matrimonio tra i due si potrà salvare la faccia ma la contessa rifiuta perché Ninì non

può permettersi di sposare una ragazza povera. I nobili del paese decidono che l’unica

soluzione è quella di far sposare Bianca con Gesualdo, arricchitosi di recente e desideroso di

entrare nella cerchia delle famiglie potenti del paese. Bianca prima del matrimonio tenta

un’ultima volta invano di convincere il cugino Ninì a sposarla. Il 4° capitolo descrive una tipica

giornata di lavoro di Gesualdo all’aria aperta nella costruzione della strada, al frantoio e negli

affari; quando un ponte che sta costruendo crolla, Gesualdo accelera le trattative di

matrimonio con Bianca che però piange perché non vuole sposarlo e la cosa più triste è che né

i nobili né i parenti di Gesualdo partecipano al matrimonio. Nella sua giornata vengono

descritte due parti principali: il giorno dominato dagli affari e la notte dominata dai rimorsi,

durante il giorno infatti c’è la corsa affannosa del protagonista contro il tempo, nella notte

l’incontro idillico e sentimentale con Diodata. Dei 4 episodi presentati, 3 si svolgono di giorno:

la prima tra i muratori, al frantoio del Golio, nella corsa a mezzogiorno sotto il sole nel

paesaggio infuocato verso il paese dove lo attendono nuovi affari; la seconda si svolge in

paese, tra il paesaggio arso nella gola del Petrajo, il terzo invece tra gli scalpellini della strada

dei cammei. È una rappresentazione molto realistica di una giornata senza soste, di corse

continue. L’eccesso di particolari realistici sposta la scena verso il simbolismo, con il succedersi

di inquadrature del vero,come in un elenco di notazioni. Tutto l’insieme delle descrizioni

rendono l’ambiente quasi una visione, inospitale, desertica, spettrale. È uno scenario simbolico

di un viaggio verso la morte.Al contrario, nel paesaggio notturno e idilliaco la natura si

presenta diversa, non è più una natura mitica e intatta ma è il frutto del lavoro e la notte

illumina le sue ricchezze; nonostante questo è l’unico momento in cui il paesaggio abbia

ancora un incanto e il tempo si ferma all’abbandono e alla tenerezza. La ragazza però fa

svanire le speranze di intimità di Gesualdo quando gli dice “vossignoria siete il padrone”: la

donna rappresenta il mondo del privato che Gesualdo sacrifica al successo.

Masiello nota che il simbolismo del paesaggio non è più idilliaco come nei malavoglia ma

comunica un angoscioso senso di morte.

La seconda parte, anche se inizia con Gesualdo protagonista, parla poi di personaggi secondari

come Ninì Rubiera che vuole corteggiare l’attrice Aglae, la malattia della baronessa, la nascita

di Isabella… La terza parte può definirsi “il romanzo di Isabella”: i capitoli riguardano un anno,

dal ’37 al ’38 e alcune scene vengono viste direttamente dal punto di vista di Isabella; non ha

per niente un buon rapporto col padre, cosicché quando lui va a visitarla al collegio, deve

nascondere le sue mani rovinate dal duro lavoro e farsi annunciare come il signor Trao perché

Isabella si vergogna delle sue umili origini. Il destino di Isabella è uguale a quello della madre

e neanche lei può sposare l’uomo che ama stavolta perché è lui ad essere povero. Della quarta

parte viene brevemente narrata la storia del matrimonio di Isabella e poi la rivoluzione del ’48

in Sicilia; Gesualdo combina il matrimonio della figlia; Bianca è agonizzante e poi Gesualdo

viene accusato della morte di Nanni l’orbo perché la moglie di Nanni, Diodata era la sua

amante e intanto un cancro allo stomaco lo colpisce: è l’incarnazione della roba che gli ha

distrutto l’esistenza.

Và ad abitare presso il genero che con la scusa di curarlo, lo vuole tenere sotto controllo per

avere tutti i suoi soldi, Gesualdo muore solo con Diodata e Nardo, un servo a cui però non può

neanche dare qualche soldo perché non se ne trova, nonostante tutti i soldi che ha guadagnato

durante la sua vita..

Romano Luperini sottolinea nella sua critica, soprattutto l’incomprensione tipica del romanzo:

Gesualdo non capisce la vita nobiliare, secondo lui il tempo all’interno del palazzo è troppo

lento rispetto al ritmo di vita che conduceva lui e quando osserva gli altri, dice tra sé che

stanno “perdendo tempo e sprecando soldi”; di contro gli abitanti del palazzo non lo capiscono

e lo disprezzano. L’ultimo capitolo si apre con il punto di vista proprio di Gesualdo ma a volte

l’autore interviene col proprio commento e con critiche rivolte al personaggio. Nella parte finale

invece il punto di vista cambia totalmente e diventa quello del servitore che assiste per forza

all’agonia del suo padrone.

Scrivendo a DeRoberto, il 18 agosto dell’88, Verga critica gli idealisti e quegli scrittori che

mettono la loro soggettività nei loro personaggi, dichiarando invece la propria fedeltà

all’impersonalità e l’importanza che attribuisce alla psicologia dei personaggi, specie se sono

colti come Bianca e Isabella, che però dev’essere analizzata dall’esterno e non attraverso

l’introspezione. In un’intervista del 1894 a Ugo Ojetti, Verga parla della psicologia nel suo

romanzo dicendo che lui non vuole avvicinarsi agli scrittori psicologi: per gli psicologi, un

pensiero è importante ancora prima che venga esternato e analizzano ciò che il personaggio

pensa o sente; questo non c’entra con la composizione dei romanzi.

Mastro don Gesualdo è un romanzo senza mito e anzi distrugge l’unico mito della modernità

perché l’unica realtà che trionfa è quella della morte. Verga ha come una cattiveria stilistica

che sottolinea anche i minimi dettagli negativi con freddezza realistica, forse per appoggiare la

sua tesi sulla tragicità della roba. Il mastro don Gesualdo è anche un romanzo storico che

racconta 30 anni di vicende accadute in Sicilia, dai moti carbonari del 1820 alla rivoluzione del

gennaio ’48 con la nascita e lo sviluppo di una nuova borghesia, impersonata proprio dalla

figura di Gesualdo. Gli avvenimenti storici vengono però messi in secondo piano rispetto

all’ipocrisia degli interessi individuali; la materialità eccessiva non porta a neiente se non alla

morte come avviene per Gesualdo, o alla malattia nel caso della contessa Rubiera. In questo

romanzo la norma economica è l’unica possibile perché corrisponde alla lotta per la vita; il

significato quindi che emerge da questa costruzione è assolutamente negativo.

Se esso può sembrare tradizionale perché racconta, come molti altri romanzi dell’800, una

carriera individuale, la storia di quell’uomo viene svuotata dall’interno. Giancarlo Mazzacurati,

in una sua critica, vede rappresentata nelle vicende ironiche dei moti risorgimentali in Sicilia, la

delusione politica di Verga, giunto con amaro disincanto di fronte al risultato di queste rivolte e

al loro fallimento che identificherà nel predominio dell’egoismo. All’inizio il romanzo non

conobbe molta fortuna e fu apprezzato solo da Svevo e Pirandello; quello era il periodo infatti

in cui avevano più successo gli scrittori idealisti come Fogazzaro e d’Annunzio. Il romanzo non

mira a coinvolgere il lettore ma a provocarne la reazione critica facendolo diventare

osservatore e giudice.

Per più di 30 anni si sono fatte delle critiche e lunghi dibattiti per stabilire la superiorità di

mastro don Gesualdo o dei malavoglia: gli idealisti, tra cui Croce e Russo, hanno privilegiato i

malavoglia per la componente lirico- simbolica; l’unica eccezione di rilievo tra gli idealisti è

quella di Attilio Momigliano che apprezza la superiorità del mastro don Gesualdo perché,

secondo lui, oltre alla componente verista, possiede quella umanitaria che manca invece ai

malavoglia. Anche Masiello e Luperini negli anni ’60 hanno rovesciato la critica tradizionale

preferendo nel mastro don Gesualdo proprio il rifiuto dei momenti idillici e la sua capacità di

denuncia all’alienazione economica. Luigi Russo, a prescindere dalle altre critiche, vede nel

romanzo una mancanza di organicità e unità, non solo per il fatto che singole parti indipendenti

siano state unite tra loro ma anche perché la vicenda del personaggio principale spesso non ha

niente a che vedere con quella degli altri personaggi.

“PRIMAVERA E ALTRI RACCONTI” E “NEDDA” BOZZETTO SICILIANO

in primavera e altri racconti la protagonista è una povera ragazza che a Milano si innamora di

un giovane artista ma che viene abbandonata quando a lui si offre una possibilità di successo

altrove; lei è una vittima rassegnata a cui si contrappone il protagonista che dietro i suoi sogni

romantici cela solo egoismo e ambizione, e che non esita a preferire il successo all’amore.

Di questo periodo è anche una novella di ambiente rusticano e siciliano che viene definita

dall’autore stesso u “bozzetto siciliano”, Nedda del 1874. per la prima volta Verga sceglie come

protagonisti umili personaggi della sua terra in un ambiente contadino. Nedda è una povera

raccoglitrice di olive che lavora in un podere vicino l’Etna. Nedda, rimasta orfana sola al mondo

dopo la morte della madre, si innamora di un contadino, Janu. Lui va a lavorare nella piana di

Catania e si ammala di malaria, ma anche se debole, vuole continuare a lavorare per

mantenere Nedda e riuscire a sposarla ma cade da un albero e muore. Nedda intanto aspetta

un figlio da lui e quando nasce la bambina, si rifiuta di affidarla al convento dove venivano

abbandonati i figli illegittimi e per questo è condannata dalla comari del paese.alla fine la

figlioletta morirà di stenti.

Non è ancora una novella verista perché in essa manca del tutto l’impersonalità e l’autore

interviene di continuo per difendere il suo personaggio; anche dal punto di vista stilistico e

linguistico, l’autore non assume l’ottica del personaggio che rappresenta: il linguaggio è ancora

quello di un fiorentino colto e le espressioni locali sono evidenziate mettendole in corsivo per

esaltare la loro estraneità rispetto al registro di base. Il Verga verista riesce invece ad

identificare questi due livelli. Si mescolano nel racconto toni patetici e sentimentali e altri più

lirici e simbolici.

L’AMORE FRA NEDDA E JANU E LA MORTE DELLA FIGLIOLETTA

Sono qui descritte due parti, quella centrale e quella finale della novella. Già Nedda dopo la

morte della madre viene allontanata dalla parte per bene della società e rimproverata per aver

portato il lutto un giorno in meno di quanto vuole la tradizione; le critiche si fanno ancora più

spietate quando comincia una relazione con un contadino, Janu. Lui va a lavorare a

Catania,pur sapendo che lì c’è la malaria per racimolare i soldi necessari per il matrimonio, solo

che dopo la sua morte Nedda resta sola con la bambina e viene ancora più duramente criticata

dalle comari.

Le ragazze del villaggio sparlavano di lei perché era andata a lavorare già il giorno dopo della

morte della madre (la vecchia) e il curato la sgridò forte la domenica quando la vide . quando

gli altri si schernivano di lei, lei abbassava lo sguardo e camminava per la sua strada come se

si rimproverasse lei stessa di essere tanto povera. Una sera udì nel viottolo una voce di

qualcuno che cantava, era Janu e il suo cuore batteva forte. La mattina successiva i due

giovani parlano del fatto che lui è stato licenziato perché ha “preso le febbri”.poi Janu le regale

un fazzoletto con delle rose stampate che fa invidia alle ragazze a messa e ogni volta che lo

vedeva o passava vicino a lui diventava rossa e lui intanto la seguiva. Dopo averle chiesto di

sposarlo, Janu decide di andare a lavorare a Catania ma viene licenziato. Pur di ottenere i soldi

necessari per il matrimonio, va a cercare lavoro a Mascalcia durante la potatura degli ulivi,

mentre Nedda aspetta un figlio da lui, ma un giorno lo vide arrivare trasportato su una

barella,morente perché era caduto da un albero.Tipicamente siciliano è il saluto che Janu porge

a Nedda, “salutamu”; anche la frase “a sentire..” è un costrutto tipico della sintassi siciliana .

la descrizione naturale fa da sfondo alla chiacchierata dei due giovani, i mandorli fioriti con i

loro fiori che cadevano sul tetto del casolare, una passera, la compana della chiesa che

suonava.. anche il linguaggio e lo stile rivelano la presenza dell’autore, del suo punto di vista e

della sua prospettiva morale e culturale. Il linguaggio usato si ispira al fiorentino, con molti

diminuitivi e vezzeggiativi; le metafore e le immagini sono letterarie, i paragoni sembrano

invece richiamare storia di una capinera, più naturalista. Più volte è esplicito l’intervento

dell’autore che comunica in termini moralistici o polemici, per sottolineare le ingiustizie sociali

patite dai protagonisti; mette sotto accusa il “perbenismo” del prete e delle comari difendendo

invece il comportamento della ragazza. Il distacco tra le due realtà non solo è evidente, ma è

anche espresso chiaramente in frasi come “ con logica contadinesca”..

Non mancano neanche gli attacchi alla società quando Verga sottolinea gli ingiusti modi con cui

vengono trattati i due giovani dai proprietari terrieri, quando ad esempio ingiustamente gli

riducono la paga. Attraverso questi interventi si accentua l’aspetto patetico della narrazione. I

protagonisti, come accade anche negli altri romanzi, sono sempre personaggi isolati ed esclusi

dalla società; compare il tema dell’esclusione e dell’estraneità tipici dell’arte moderna: l’artista

tende infatti ad identificarsi sempre di più con l’escluso, il diverso. Anche in Italia, dopo l’unità

territoriale, gli scrittori si rendono conto di avere un ruolo sempre più marginale in una società

in cui dominano le banche e gli interessi economici. Per questo sono esclusi i personaggi

attaccati ai valori sociali(i due giovani ad esempio sono contenti, oltre perché sono innamorati,

perché hanno dei bei soldini in tasca); i portatori di sentimenti reali sono esclusi dalla società:

Neda infatti viene allontanata quando si rifiuta di abbandonare la figlia alla ruota. Il motivo

dell’esclusione è uno dei temo centrali di questa novella che anticipa sia rosso malpelo che i

malavoglia.

LA MORTE DI GESUALDO [PARTE IV, CAP. V ]

È l’ultimo capitolo del libro; Gesualdo va a morire nel palazzo del genero, il duca di Leyra, tra

l’indifferenza dei parenti e dei servitori. La vicenda di Gesualdo che si trova come un estraneo

nella casa della figlia, sembra riprodurre la situazione descritta nella terza parte del romanzo

quando Isabella era andata a vivere col padre a Mangalavite. Là era infatti isabella la forestiera

a casa del padre, qui è invece Gesualdo che fin dal suo ingresso nel palazzo palermitano del

genero si sente come un intruso e ha perduto la sicurezza che provava nel mondo della

campagna, dove “ci stava come un papa, come un re nel suo regno”. La descrizione iniziale del

palazzo rivela il punto di vista ironico di Gesualdo che osserva e condanna i ritmi improduttivi

della vita aristocratica; si nota poi che il linguaggio del duca differisce da quello di Gesualdo:

questo risponde al progetto di Verga di elaborare “un colorito proprio per ciascun gradino della

scala sociale”. Nel testo si alternano due punti di vista: il primo è quello dei consueti abitanti

del palazzo che colgono l’apparenza affettuosa delle attenzioni del genero nei suoi confronti

(“si mostrava proprio come un buon figliolo”); il secondo è quello di Gesualdo che appena

sente parlare di interessi, capisce immediatamente l’atteggiamento ipocrita del genero; parla

infatti di una delega che autorizzi il marito di Isabella ad amministrare il patrimonio di

Gesualdo. Lui tra tutti quegli oggetti inutili si sentiva mancare l’aria; il suo sentirsi estraneo è

accentuato dal fatto che è stato sistemato nella parte più isolata del palazzo, nella foresteria

cosicché gli sembrava davvero di essere un forestiero. Passava i giorni malinconico perché non

poteva sfogarsi con la figlia che anche se sembrava affettuosa, non gli aveva ancora perdonato

di aver ostacolato il suo amore con Corrado.

Descrive poi la vita degli uomini che lavorano in quel palazzo, i cocchieri, gli stallieri e i

domestici, ma sempre dal punto di vista economico e pensava a quanti bei soldi sicuramente

passavano dalle loro mani. Il consumarsi del suo patrimonio, che sarebbe finito tutto nelle

mani del genero, veniva paragonato al consumarsi del suo corpo per la malattia. Ancora una

volta si vede una concezione quasi carnale della Roba sia nel processo di accumulazione sia in

quello opposto di dilapidazione. Il protagonista prende coscienza nello stesso momento della

fine che faranno sia lui che la sua Roba. Quante cose poteva fare infatti con i soldi che

venivano sperperati in quel palazzo. Se all’inizio il cambiamento d’aria gli aveva fatto bene,era

poi diventato peggio di prima. I medici non trovavano alcuna cura per la sua malattia e lui

voleva tornare nel suo paese perché li almeno veniva rispettato. Anche Isabella come il padre

non si trova a suo agio in quella casa nonostante il marito la riempia di regali. Si vede che ha

una casa ipocrita.. l’ossessione della morte si faceva sempre più forte, e solo nei momenti di

più acuta disperazione capiva che il denaro non gli serviva a niente; per un momento poi

sembrano riaffacciarsi l’antica vitalità e la lucida intelligenza con cui aveva condotto gli affari

per tutta la vita, solo che sul piano privato la sua astuzia si è sempre rivelata fallimentare . si

sentiva morire di giorno in giorno, non poteva più muoversi e il vero dramma vissuto da

Gesualdo negli ultimi giorni della sua vita non è dato dalla morte né dalla sofferenza della

malattia, o dall’indifferenza della figlia, quanto dall’impotenza, l’impossibilità di disporre della

sua roba e questo mette il protagonista di fronte allo spettacolo della propria sconfitta; lui

voleva infatti fare testamento per dimostrare almeno e sé stesso che lui era il padrone.

La scena in cui Isabella piange per il padre morente è patetica; la sua pietà è troppo esibita e

quindi in autentica e ne deriva un trattamento retorico e artificioso. All’esibizione del dolore da

parte della figlia corrisponde la muta gestualità del padre, efficace nell’esprimere il suo

silenzioso struggimento. La ripetizione di alcune frasi in modo lento (ti dispiace eh..? ti

dispiace?) serve a riprodurre la cadenza affannosa della voce del malato e nello stesso tempo

mette in rilievo la forte emozione di chi parla. La tenerezza del protagonista è suscitata dai

ricordi, ma anche dal presagio che le ricchezze accumulate con tanti sacrifici saranno dilapidate

dal genero. Il comportamento di Gesualdo nei confronti della figlia viene analizzato secondo

un’osservazione psicologica, quella a cui mirava Verga quando cercava di esprimere lo stato

d’animo del personaggio senza bisogno di scoprire il movente interiore ma limitandosi a

descriverne la manifestazione esterna; incapace di trovare un linguaggio, una storia, un

interesse comune che lo avvicina ad Isabella, Gesualdo cerca di rintracciare un punto di

incontro nella sfare segreta dei sentimenti inespressi: i figli illegittimi che lui ha avuto con

Diodata e il figlio illegittimo che Isabella ha avuto con Corrado.

Alla fine, la prospettiva con cui è raccontata l’agonia di Gesualdo è quella di un domestico.

istaura una relazione diretta tra la sofferenza del protagonista e la sua estrazione sociale: il

contadino arricchito Gesualdo non merita di essere servito come un signore ma deve

sopportare il dolore senza fare capricci. in questa visione si mescolano il gusto analitico della

scrittura naturalistica, e il punto di vista volgare del servitore che sottolinea i puri effetti di

disturbo; iniziava a farsi giorno: come Diego, Nunzio e Bianca, e come anche le longa nei

malavoglia, anche Geusaldo muore all’alba. Sia all’esterno che all’interno della camera del

defunto, la routine non conosce interruzioni tanto che anche quando Gesualdo sia appena

morto, il domestico compie le faccende abitudinarie, fumando in segno di mancanza di

rispetto, ultimo segno di crudeltà nei confronti di Gesualdo. Viene eseguito l’iter cerimoniale

tipico della vita nobiliare; in segno di lutto viene chiuso il portone a metà e popi viene avvisata

la cameriera che con tutta calma lo comunicherà alla duchessa di Leyra. Il tono freddo e

burocratico sottolinea ancora una volta l’estraneità del palazzo al dramma di Gesualdo. Queste

ultime battute e comportamenti rivelano chiaramente il punto di vista e il linguaggio degli

abitanti del palazzo sia nobili che servitori; nel corso del racconto il punto di vista dominante è

però quello di Gesualdo attraverso dei lunghi monologhi interiori. Lo straniamento creato dalle

due opposte prospettive dimostra ancora di più la falsità del mondo nobiliare e anche il

fallimento del rappresentante della nuova borghesia; tutto è giocato sullo straniamento che

serve a sottolineare la sconfitta del protagonista che muore solo, tra persone estranee che lo

ignorano e lo deridono. Ritorna qui il tema dell’estraneità che si manifestava

nell’incomunicabilità tra Gesualdo e la figlia. Fino alla fine i due saranno totalmente diversi

nonostante più volte lui abbia cercato di stabilire con lei un rapporto di comunicazione

autentica.

GIOSUE’ CARDUCCI: IL CLASSICISMO NELLA POESIA DEL SECONDO ‘800.

Se negli anni 60/90 prevale in Europa la poesia simbolista di Baudelaire, in Italia la tradizione

classicista si rafforza, facendo emergere il suo linguaggio aulico e accademico. Il principale

esponente di questa reazione classicista è un poeta- professore, Giosuè Carducci, che identificò

proprio nel romanticismo il principale nemico da sconfiggere, e con esso il manzonismo e

l’imitazione dei poeti stranieri romantici. Secondo lui ci si doveva rifare al classicismo italiano di

Parini, Alfieri, Monti e Foscolo. Non è un caso che questa risposta arrivi proprio da Firenze, la

città del classicismo: proprio lì nasce nel 1856 attorno al giovane Carducci, “la società degli

amici pedanti” perché così erano bollati i classicisti da parte dei romantici. Questa società era

formata, oltre che da Carducci, da Giuseppe Chiarini, Giuseppe Torquato Gargani, Ottavio

Targioni Tozzetti. Volevano idealizzare la lirica italiana attraverso un ideale di nobiltà linguistica

e letteraria; in un secondo tempo però, quest’odio per i poeti stranieri venne ridimensionato e

lo stesso Carducci tradusse diversi poeti tedeschi tra cui Heine.

Il classicismo venne apprezzato, anche perché nato subito dopo l’unità d’Italia e poteva

costituire un buon metodo per l’unificazione linguistica del territorio, rifacendosi alla gloria

nazionale dell’antica Roma. Per questo Carducci fu considerato per quasi 50 anni il “vate della

terza Italia:vate è infatti un poeta di alta e nobile ispirazione morale e civile. Reagì

all’irrazionalismo e al sentimentalismo del romanticismo con un ritorno alla realtà e ai problemi

politici e morali; è questo un elemento moderno della poesia carducciana oltre alla sua

sensibilità inquieta; un altro tema importante è quello della fugacità della vita e dell’incombere

della morte.

La vita di Carducci attraversa 5 fasi principali: quella dell’infanzia e dell’adolescenza, dalla

nascita nel ’35 fino all’ingresso nelle scuole superiori di Pisa nel ’53, caratterizzata dall’aspro

paesaggio della maremma toscana e dalla lettura dei classici nella biblioteca del padre; la

seconda fase va dal ’53 al ’60 in cui si dichiara scudiero dei classici e insegna retorica nella

scuola di san Miniato al Tedesco e pubblica le sue prime rime nel ’57 con lo pseudonimo di

Eunatrio Romano: la maggior parte di queste liriche saranno poi raccolte in Juvenilia; comincia

qui il classicismo letterario e antiromantico. La terza fase va dal 1860 al 1871 in cui insegna

letteratura italiana all’università di Bologna. Comincia in questa città il suo momento

repubblicano con l’avvicinamento alle idee socialiste; iniziano nelle sue opere aspre polemiche

contro la chiesa, la monarchia, la corruzione della vita politica. Nel 1868 pubblica le poesie

“levia gravia” cioè poesie leggere e serie; compone anche molte poesie di polemica che poi

raccoglie in “gambi ed epodi”( un gambo è un piede della metrica greco- latina formato da una

sillaba breve e una lunga; si riferisce agli epodi di Orazio che sono appunto versi gambici.

L’epodo è riferito al secondo verso di queste poesie che solitamente era più breve del primo).

La quarta fase va dal ’72 all’89 quando escono le “terze odi barbare”; è questa la fase della

maturità in cui compone delle rime nuove e proprio questo sarà il titolo di una nuova raccolta

di poesie che si ispirano a temi più intimi e autobiografici in cui si avvicina alla metrica greca e

latina. Carducci chiama barbara una metrica che cerca di imitare la metrica latina e greca ma

che risulterebbe “barbara” agli occhi di scrittori greci e latini. Questa fase, dal punto di vista

politico, è costituita dall’abbandono delle idee radicali e dall’avvicinamento a idee più

trasformiste della sinistra; sul piano biografico invece viene influenzato molto dalla personalità

della regina Margherita e a lei scrisse l’ode “alla regina d’Italia”. La quinta fase va dal 1890,

anno in cui viene nominato senatore, fino alla sua morte, avvenuta a Bologna il 16 febbraio

1907 per broncopolmonite. È il periodo del massimo riconoscimento per la sua fama come

poeta- vate; al 1899 risale la sua ultima raccolta poetica, “rime e ritmi”. Nel 1906 ottiene il

premio nobel per la letteratura, la prima volta che viene assegnato ad un italiano. Nella fase

iniziale della sua produzione ha lo stesso classicismo antitirannico presente in Alfieri, Foscolo e

nel primo Leopardi, un classicismo democratico e materialista che esalta il libero pensiero

laico. Si ispira al socialismo utopico di Proudhon e alla polemica di Hugo contro Napoleone III,

e ai classici latini come Lucrezio, Orazio e Virgilio. Carducci resta poi deluso dall’esperienza

governativa della sinistra di De Pretis, si avvicina alla monarchia e cerca di capire il valore

storico degli insegnamenti della chiesa e anche la polemica antimanzoniana finisce col placarsi

e Carducci riconosce la grandezza dei promessi sposi. Sul piano della poetica, rifiuta il tardo

romanticismo di Prati e Aleardi, al manzonismo rimprovera la bassezza stilistica: non accetta

infatti il carattere umile delle soluzioni linguistiche. Alla strofa languida e passionale dei

romantici contrappone una strofa “vigile e balzante”: il suo esperimento di metrica barbara

vuole da un lato innalzare e nobilitare la stile della poesia italiana e dall’altro esprimere in

modo più diretto i turbamenti e le angosce. Lui è anche un poeta- professore che vuole

restaurare una lezione del passato; sia la concezione della poesia che il ruolo del poeta sono

orientati infatti verso l’impegno civile: il poeta è considerato il mediatore ideologico della

società, l’unico capace di unire le esperienze gloriose del passato alle speranze dell’avvenire.

Carducci esordì a 15 anni imitando proprio Berchet e i romantici; il suo classicismo inizia

quando nel ’53 passa alla scuola normale di Pisa. Se all’inizio il suo classicismo è realistico, in

un secondo tempo si affanna alla ricerca di preziosismo. Nella lirica non manca la tendenza ad

una fuga verso il passato, verso il mito della classicità dell’antica Grecia o di Roma e dei

comuni medioevali ma anche quello autobiografico dell’infanzia e della giovinezza. i temi della

malinconia e della morte saranno sempre presenti in opposizione alla vita e alla solarità, specie

visto che nel 1870 gli muore il figlioletto Dante. Anche se la sua poesia risente delle delusioni

storiche e politiche, il suo pessimismo è molto distante da quello di Verga, perché se lui lotta

per il ruolo do poeta- vate, Verga già si sentiva tramontato per sempre. Nella fase iniziale,

proprio per la sua vitalità nelle poesie, era stato considerato l’ultimo dei classici, in opposizione

alle poetiche decadenti ma nella seconda fase venne assimilato proprio con esse, anche se

questo può sembrare eccessivo visto che resta lontano dal simbolismo e dal soggettivismo

lirico. Per altri aspetti la modernità di Carducci sta proprio nell’aver rielaborato repertori

metrico- tematici del classicismo proprio in un momento in cui il classicismo era morto,

facendo un enorme sforzo inventivo e sperimentale che tocca quasi l’artificio per il suo

tentativo di adeguare alla tradizione, temi e ritmi moderni

Luigi Baldacci va contro alcuni critici che individuavano in Carducci una nostalgia romantica o

contro quelli che lo vedevano come l’anticipatore del decadentismo. È invece secondo lui un

poeta classico e sperimentale che di romantico ha solo la contemporaneità e non lo si può

inserire nel decadentismo perché non ha posto in crisi la figura del poeta come aveva fatto

Baudelaire, ma anzi cerca di rivalutarla. Inoltre nell’organizzare le sue poesie, non usa dei

riferimenti cronologici ma piuttosto tematici anche se comunque, le sei parti che lui individua

seguono in linea di massima anche una linea cronologica, dalle opere giovanili fino a quelle

della maturità e della vecchiaia. Le prime due sezioni, Juvenilia e levia gravia hanno una scarsa

originalità; solo “l’inno a Satana” del ’63 con l’esaltazione del progresso che si identifica nel

treno e in satana, contrapposto allo spirito clericale, è un buon esempio di fervore che

troveremo nelle opere successive, specie in Gambi ed epodi: il programma che Carducci vuole

portare avanti è espresso chiaramente nel prologo: “tutto che questo falso mondo adora/ col

verso audace lo schiaffeggerò”, sul modello della satira di Orazio e Parini. Passa poi dai temi di

cronaca a quelli di politica e storia contemporanea( come l’arresto di Garibaldi ordinato dal

governo dopo Aspromonte e la sconfitta di Mentana) , sempre trattati con un realismo quasi

giornalistico.

A PROPOSITO DEL PROCESSO FADDA

È un’opera scritta nel 1879 e riguarda un fatto di cronaca: il capitano Fadda, che aveva

combattuto nella seconda guerra d’indipendenza era stato tradito e ucciso dalla moglie e dal

suo amante. A questo fatto, seguì un processo a cui parteciparono tante dame romane solo

perché attratte dal fatto di sangue e di sesso. Il testo è diviso in 2 parti da 24 versi ciascuna:

la prima rievoca il comportamento delle donne patrizie al circo nel periodo dell’impero romano.

La seconda parte si ricollega invece al comportamento delle dame durante il processo; è un

parallelismo che serve a rivelare le ideologie del poeta: i due comportamenti analizzati sono

entrambi negativi, nel prima emerge la crudeltà, nel secondo un’ipocrita lussuria. Lui credeva

ancora nel mito della Roma repubblicana e infatti critica la Roma imperiale, tirannica e

corrotta. Le patrizie che si divertivano al circo a vedere i Germani uccisi come Gladiatori,

saranno trascinate come schiave proprio dai Germani vincitori sui romani. Il passato, per

quanto negativo possa essere, è sempre migliore del presente perché nelle donne al processo

c’è solo una morbosa curiosità e ipocrisia e le dame sono presentate mentre sgretolano

pasticcini nell’aula giudiziaria.

Si comincia a vedere la realtà decadente, anche se non lo si potrà definire decadentismo,

perché alla malattia della cultura Carducci contrappone la sanità. La polemica coinvolge

elementi morali, religiosi e sociali che rivelano un Carducci fieramente antiborghese e

anticlericale; il linguaggio della satira ottiene quindi un affetto molto realistico. L’uso dei due

registri linguistici serve per avvicinare la nobiltà del passato alla miseria del presente e rendere

ancora più accesa la contrapposizione.

Le “rime nuove” sono 105 poesie scritte tra il 1861 e il 1887, è minore rispetto alle precedenti

l’elemento civile e patriottico mentre prevale quello lirico legato a ricordi d’infanzia e

sentimenti d’amore. Gli scenari storici preferiti sono c quelli dell’Italia comunale in lotta contro

gli invasori tedeschi che rappresenta già il primo passo verso l’unità nazionale; a dominare

tutti i componimenti è la fuga lirica verso il passato.

Le “odi barbare” raccolgono 50 liriche scritte tra il ’73 e l’89 e anche se sono contemporanee

alle rime nuove, seguono una struttura e una metrica diversa. Anche i temi cambiano con la

rappresentazione della fugacità del tempo, del senso della tomba e della morte, contrapposto

al ritmo solare della vita, (luce/tenebra, caldo/freddo, giorno/notte). Il ritmo non è più

scontato ma varia in base alle combinazioni dei metri italiani accoppiati per riprodurre quelli

latini e antichi. È come se si potesse parlare con Carducci di un classicismo moderno che

mescola realismo e classicità parlando della società industriale e della vita cittadina.

L’ultima raccolta è “rime e ritmi” che comprende solo 29 poesie scritte tra l’87 e il ’99. il titolo

è dovuto al fatto che si susseguono liriche nella metrica tradizionale(rime) e altre in quella

barbara (ritmi). I temi sono celebrativi e teorici.

CARDUCCI CRITICO E PROSATORE: Carducci fu uno dei maggiori critici del suo tempo. Anche

se resta lontano da De Sanctis nell’interpretazione della storia di una personalità rispetto ad un

periodo, ha però il “vantaggio” di attenzionare in modo specifico gli altri aspetti letterari,

tecnici, tematici e metrici di un’opera. Respinge l’interpretazione soggettiva dei testi

dedicandosi invece a studi oggettivi eruditi. Come prosatore, si distinguono tra le sue opere

diverse tematiche: le polemiche come si vede in “confessioni e battaglie” e in “polemiche

sataniche” per giustificare agli occhi della critica il suo inno a satana; scrive poi “eterno

femminino regale” per giustificare il suo avvicinamento alla monarchia e ancora l’oratoria

pubblica come il brano “per la morte di Garibaldi”.

Nell’opera “dello svolgimento della letteratura italiana”, Carducci delinea la storia della nostra

letteratura dalle origini fino alla fine del ‘500 immaginando prima del mille la civiltà nazionale

sprofondata per la cattiva influenza del cristianesimo. Il risveglio della civiltà coincide con

l’anno mille quando fallì la prospettiva cristiana della fine del mondo. Carducci mostra una

grande capacità di ricostruire quadri storici pieni di vita e di vigore, come quando descrive il

primo giorno dell’anno mille e si resta stupiti dalla visione del sole che indica che la vita non è

finita. Più volte contrappone il buio alla luca, il sole alla notte perché un elemento sta ad

indicare la luce della ragione e l’altro il buio della superstizione.

Un’altra piccola ma significativa opera di Carducci è la lettera ad Annie Vivanti, una donna che

conobbe nel 1889 quando lei gli aveva fatto vedere alcuni suoi versi per averne un suo parere.

Il massimo della passione tra la giovane poetessa e il vecchio poeta si ebbe a Medesimo, in

provincia di Sondrio da cui l’autore invia questa lettera con tono nostalgico e malinconico, il 19

agosto di 10 anni dopo: “qui tutti ricordano te, i luoghi, le persone, le bestie, e tra queste io

sopra tutte e sto male. Sono pieno di malinconia e di noia… Io sono per te qual tu sai e qual fui

sempre.”

Tra il 1888 e la fine del secolo, Carducci esercitò una grande egemonia sulla cultura e sulle

poesie italiane perché il suo classicismo dava risposte al bisogno di unità. I poeti successivi,

pur ispirandosi a idee simboliste, si consideravano suoi allievi. Invece all’inizio del ‘900 venne

molto criticato per non aver portato cambiamenti significativi nella poesia italiana e anzi di

aver creato una involuzione influenzando con questa Pascoli e d’Annunzio.

Tra i critici, Enrico Thovez, con la sua opera “il pastore, il gregge, la zampogna” considera in

modo molto positivo il Carducci critico e non il Carducci poeta per il fatto che veniva imitato

solo nel verso libero e in casi rari nella metrica barbara e il gusto della parola sarà poi

recuperata da Ungaretti ; Campana invece recupererà l’impressionismo “coloristico” dei suoi

paesaggi. Al contrario di Thovez si schiera invece Croce che saluta Carducci come l’ultima

grande poeta italiano, l’ultimo dei classici. Sono due le linee di critica nel ‘900: una che lo

sminuzza come poeta, l’altra che invece esalta un Carducci senza retorica e quest’ultima è

appoggiata da Walter Binni, Luigi Russo e Natalino Sapegno che apprezzano il poeta giacobino

dalla scontrosa tristezza e quindi preferiscono l’ultimo Carducci perché l’elemento intimo

emerge con forza. Esaltano quella zona di autenticità e modernità perché non entra in

contrasto con il suo classicismo antiromantico. Nonostante questo, Sapegno ha individuato dei

limiti poetici in Carducci definendolo un poeta minore, valorizzando invece il momento

giovanile, più aggressivo perché lì si trovano le ragioni della sua poesia. Il Carducci maturo è

secondo lui vittima di un’involuzione poetica che lo porta alla retorica. Sapegno dice che

proprio nel momento in cui la borghesia usciva ricca e vincitrice dalla rivoluzione del

risorgimento, si comincia a manifestare un atteggiamento di disgusto e delusione specie tra gli

intellettuali con proteste che trovano i loro rappresentanti nella scapigliatura milanese e nel

Carducci anticlericale e giacobino. Col passare del tempo, a causa delle loro paure, si

cominciano a distaccare dal blocco popolare e si mettono pentiti al servizio della classe

dominante. A questa involuzione corrisponde sul piano artistico un impoverimento della

materia sentimentale. È meglio quindi il Carducci più aggressivo perché è l’ che risiede il vero

poeta. Binni invece sottolinea soprattutto il carattere funebre ed elegiaco e al contrario di

Sapegno, nega che si possa parlare di involuzione poetica e anzi esalta proprio l’ultimo periodo

in cui lo defin9sce “il poeta del contrasto dell’esistenza terrena” che spiega l’incontro sofferto

tra i sentimenti della vitalità e della morte nei loro simboli più significativi: luce e buio, suono e

silenzio, la terra verde nel suo significato primaverile e la terra nera in quella sepolcrale.

SAN MARTINO (da RIME NUOVE)

È un bozzetto scritto nel 1883, con pochi tocchi impressionistici che delineano il quadro di un

borgo maremmano nel giorno autunnale di san Martino, l’11 novembre. Al clima autunnale

rinviano infatti il paesaggio nebbioso, l’odore del mosto, il momento della caccia e della

migrazione degli uccelli. La metrica è composta da quartine di settenari dove rimano tra loro

quelli centrali e gli ultimi versi di tutte le quartine. Il primo verso resta da solo.

La nebbia sale piovigginando ai colli irti di alberi e sotto il maestrale il mare rumoreggia e

schiuma ma l’aspro odore dei vivi prodotto dal fermentare dei tini va per le vie del borgo a

rallegrare le anime.

[analisi del testo] il maestrale è un vento forte che e freddo che spira da nord- ovest, tipico del

mediterraneo. Le nubi sono rossastre a causa del tramonto; il vespero è la variante letteraria

di vespro, crepuscolo. Nel 1883, quando scrisse questa poesia, Carducci aveva trascorso poche

settimane a Roma e al ritorno aveva attraversato la maremma toscana dove aveva passato

l’infanzia e l’adolescenza. Nel confronto inevitabile tra campagna e città, Carducci avverte che

l’incanto tipico della maremma appartiene ormai al passato; per questo l’idillio di san Martino è

in realtà inquieto e minacciato: l’aspro odore dei vini può rallegrare gli animi ma uno stormo di

uccelli migratori introduce nella scena il brivido del tempo che passa; gli uccelli sono neri e

sembrano implicare un senso di morte. Così il quadretto resta lontano dall’idillio e dal semplice

bozzetto e comunica alla fine un senso di inquietudine e smarrimento esistenziale.

IDILLIO MAREMMANO (da RIME NUOVE)

È un componimento poetico ideato nel 1867 e poi rielaborato e concluso nel 1872; il poeta

rievoca l’adolescenza trascorsa nella maremma e una ragazza che aveva conosciuto allora.

Sarebbe stato meglio, dice, aver sposato lei e essere rimasto in quella campagna piuttosto che

vivere nella corrotta società moderna. La metrica è formata da terzine incatenate di

endecasillabi secondo lo schema ABA BCB CDC…

[spiegazione dei versi] con i raggi di sole dell’aprile recente che inondano rosei la stanza, tu

torni a sorridere improvvisamente al mio cuore o bionda Maria e il cuore che ti dimenticò, dopo

tanto tempo di vane preoccupazioni, ora riposa in te (nel tuo ricordo) o mio primo amore, o

dolce promessa d’amore. Dove sei? Non vivesti davvero senza nozze e desiderosa (di

matrimonio); il villaggio nativo ti accoglie certamente madre lieta e sposa, poiché il fianco

ardito e il seno ritroso ai trattenimenti del velo promettevano troppa gioia di amplessi al

desiderio coniugale(il natio borgo è un ricordo leopardiano). Dal tuo seno pendevano

certamente forti figli, e ora saltano coraggiosi in groppa al mal domato cavallo cercando un tuo

sguardo. Tra la chioma bianca splendeva quell’occhio azzurro, come il celeste (cioè sereno,

limpido = è una metafora)fiordaliso tra l’oro biondeggiante delle spighe. E davanti a te, e

intorno, la magnifica estate splendeva; diffuso tra i rami verdi il sole brillava sul melograno che

scintillava rosso. (sarebbe stato)meglio andare seguendo per la desolata boscaglia, il bufalo

disperso che salta tra la macchia e si ferma e scruta, piuttosto che affaticarsi (usa il termine

sudare, creando una metonimia) dietro al verso meschino! Sarebbe stato meglio dimenticare

nell’azione, questo enorme mistero dell’universo piuttosto che indagarlo! Invece questo

pensiero mi assilla la mente e a causa di questo io dolente scrivo queste cose misere e parlo in

modo così triste. Mi divincolo invano rabbiosamente con i muscoli e il cuore logorati dalla

mente perversa e con le ossa corrose dal malessere civile. Oh, lunghi filari dei pioppi

sussurranti al vento! O sedile campagnolo dei giorni di festa posto sul sagrato sotto le piacevoli

ombre, da cui si contempla la bruna pianura arata, e da un alto i colli e dall’altro il mare

disseminato di vele, e il cimitero è di lato! Oh, dolce conversare tra persone eguali verso il

tranquillo mezzogiorno e il raccogliersi attorno al focolare verso le gelide sere! Oh, sarebbe

stata gloria migliore narrare ai figlioletti attenti le coraggiose prove e le faticose cacce e i

pericolosi agguati, e indicare col dito le profonde ferite trasversali nel cinghiale morto piuttosto

che incalzare con frottole rimate i vigliacchi di Italia e Trissottino (un personaggio della

commedia di Moliere, le femmes saventes, le donne sapienti), che insieme all’amico- nemico

Vadius incarna il prototipo del letterato di corte che scrive panegirici ai potenti .

[analisi del testo] la Maria di cui parla Carducci è forse una certa Maria Bianchini che il poeta

conobbe in gioventù. Eguali è un riferimento alla democrazia, una società di persone uguali e

libere. Questo componimento ci fa capire la svolta rappresentata da rime nuove e nello stesso

tempo mostra le tracce profonde del passato e dell’esperienza giacobini; dopo la stagione della

lotta civile, vissuta a contatto con gli ambienti corrotti della società, il poeta vagheggia il

passato e l’adolescenza e la rabbia con cui si divincola dalle miserie della vita moderna e

cominciano ad emergere elementi nuovi: il sogno, il rimpianto, la nostalgia, e quindi motivi più

lirici e autobiografici. È questa la svolta principale di rime nuove. Appare qui il paesaggio più

caro a Carducci, caratterizzato dalla solarità estiva, dal raccolto in cui si rivela la fecondità della

terra; la donna è espressione di questo stesso paesaggio: lei è la fecondità stessa. La donna di

Carducci si differenzia quindi nettamente dalla Silvia o dalla Nerina di leopardi che esprimono

invece la negatività della natura e sono simboli di morte; anche se non mancano echi

leopardiani, le differenze sono più importanti delle somiglianze: la natura per Carducci non è

negativa ma positiva; il suo classicismo non è solo letterario ma anche ideologico e implica una

visione pagana, virile, sana della vita e anche della natura. Carducci ama il paesaggio

maremmano perché questo è insieme aspro e quieto e qui è possibile quella democrazia e

quella realizzazione degli ideali giacobini; l’idillio a cui si rifà il titolo è quindi un idillio anche

politico. Specie nei versi centrali troviamo un autocritica al poeta- vate quando dice “misere

cose scrivo e tristi parlo”; viene messo sotto accusa lo sforzo intellettuale di indagare l’enorme

mistero dell’universo e subito dopo accenna alla vanità del pensiero. È importante che sia

proprio lui a prendere coscienza di questa situazione nonostante scriva versi retorici per

celebrare quella società moderna che invece qui è vista come la causa principale del “malor

civile”; dietro questa pubblica retorica si nasconde in realtà un’amarezza privata che solo la

lirica più profonda è capace di rivelare.

IL COMUNE RUSTICO (da RIME NUOVE)

È scritto nell’agosto del 1885 dopo un soggiorno estivo a Carnia, una regione montuosa del

Friuli. All’inizio il titolo era “senza storia” perché nonostante le sue tante ricerche non era

riuscito a trovare informazioni storiche sulla vita passata delle popolazioni contadine di quella

zona. Quel poco che aveva annotato gli era bastato però per riuscire ad immaginare la libera

vita di un comune medievale, subito dopo il mille, che si occupava di agricoltura e allevamento

ma subito pronto a difendere la patria dagli attacchi dei tedeschi. La metrica è formata da

strofe di 6 versi di endecasillabi secondo lo schema AABCCB

[spiegazione dei versi] sia che la vostra fredda ombra(dei noci) si imprima solitaria sui campi

verdi tra faggi e abeti al sole puro e leggero del mattino, sia che la vostra ombra incupisca

immobile nel giorno morente sulle ville, noci della Carnia, addio! Vaga tra i vostri rami il mio

pensiero sognando i fantasmi di un tempo che fu. Non vedo paure di morti e diavoli goffi con

streghe bizzarre riunite in conciliaboli, ma il valore campagnolo del comune riunito nell’ampia

freschezza ombrosa durante la stagione del pascolo il giorno della festa dopo la messa. Il

console dice che ha prima posto le mani sopra le sante insegne cristiane- ecco io divido fra voi

quella foresta di abeti e pini verso l’estremità in cui essa si infoltisce. È voi condurrete la

mandria muggente e il gregge (le pecore) a quelle alture là. E voi, se l’unno o lo slavo

invadono il nostro territorio, eccovi, o figli, le lance, ecco le spade, morrete per la nostra

libertà. Un brivido d’orgoglio riempiva gli animi, innalzava le bionde teste e il sole batteva sulle

fronti dei prescelti. Ma le donne piangenti sotto i veli, invocavano la madre protettrice dei cieli.

[analisi del testo] con questa poesia Carducci si congeda dai luoghi nei quali ha trascorso un

soggiorno di riposo. Le con greche, i diavoli e le streghe sono immagini polemiche del

medioevo caro alla poesia romantica da cui invece lui si vuole distaccare. La “rustica virtù” è

un collettivo alla latina e indica la forte e operosa comunità di montanari. Gli unni e gli slavi

sono i popoli che durante il medioevo invadevano continuamente questa estrema regione

italiana; il componimento sembra riprendere le ballate storiche tedesche dei poeti romantici,

rifatte in Italia da Berchet. Le prime due strofe sono soggettive e autobiografiche, e dedicate al

presente, le altre sono oggettive e dedicate al passato: nelle prime il poeta osserva il

passaggio idillico della Carnia al momento di separarsene; questo diventa per il poeta in

momento simbolico di distacco dai valori del passato, per lui rappresentati dalla vita contadina.

Egli infatti sta per ritornare la presente, nella modernità. Anche qui come in idillio maremmano

troviamo il sogno, la nostalgia, il rimpianto.

LIETO SUI COLLI DI BORGOGNA SPLENDE

Il titolo complessivo di questo testo delle rime nuove è ça ira che raccoglie 12 sonetti sulla

rivoluzione francese e in particolare sugli avvenimenti del settembre1792 quando l’esercito

francese sconfisse gli invasori a Valmy,nella valle della Marna. Il titolo ça ira, deriva dalla

canzone popolare francese che significa la cosa andrà, si risolverà bene.. annota a parte che sa

di non poter ridurre tutta la rivoluzione francese ai soli avvenimenti del 1792 anche se quello

resta il momento più epico della storia moderna. Questo è il primo dei 12 sonetti dove

immagina il momento della vendemmia e dell’aratura nella valle della marna dove sta per

scoppiare la battaglia decisiva; il contadino collabora con il suo lavoro alla vittoria della patria e

anzi si prepara a trasformarsi in soldato (l’esercito francese era infatti un esercito popolare). È

un sonetto con rime alternate sia nelle quartine che nelle terzine secondo lo schema ABAB

ABAB CDC CDC.

[spiegazione dei testi] il sole splendeva lieto sui colli di Borgogna e nella val di marna nel

momento della vendemmia : il ristorato terreno piccardo attende l’aratro che lo solleciti a

nuova messe. Ma il falcetto cala furioso sulle viti come una scure e sembra che goccioli

sangue: nel rosso tramonto l’aratore protende l’occhio inquieto sulle terre incolte e

abbandonate e scaglia il pungolo sui buoi come se bilanciasse la lancia e afferra il manico

dell’aratro urlando: avanti Francia, avanti! L’aratro stride negli impervi solchi, la terra fuma;

l’aria è oscurata dai fantasmi che salgono a cercare la guerra.

[analisi del testo] la Borgogna è una regione storica della Francia centro- orientale che produce

vino di rinomanza mondiale. Nella val di marna la coltura della vite rappresenta la sua

principale risorsa economica. Il suolo è riposato perché i campi della Piccardia, regione della

Francia settentrionale, riposano tra la mietitura e la nuova seminagione. Il lavoro pacifico dei

campi è stato spesso contrapposto dai poeti alla guerra: le due immagini sono ora

violentemente accostate: lavorare i campi e combattere sono la stessa cosa per il contadino

che aderisce allo spirito della rivoluzione. Il motivo ideologico si trasforma in un parallelismo di

immagini.

NELLA PIAZZA DI SAN PETRONIO (da ODI BARBARE)

È una poesia scritta nel febbraio del 1877: come il sole morente di un nevoso giorno invernale

illumina la chiesa di san Petronio a Bologna, e nella piazza i palazzi del comune e del podestà

che ritornano al loro antico splendore, così la musa del poeta, sorridendogli, sembra

concedergli per un attimo di ridare vita alla bellezza antica cui egli invano tende.

[spiegazione dei versi] si leva nel nitido inverso la scura Bologna e sopra la città il colle

splende bianco di neve. È l’ora soave in cui il sole calante saluta le torri e la chiesa (il tempio)

tua san Petronio; le torri i cui merli il tempo sfiora con ampia ala e la solitaria vetta della

solenne chiesa. Il cielo brilla con il freddo splendore di un diamante, l’aria è distesa come velo

d’argento sulla piazza, sfumando leggera intorno alle costruzioni che il braccio armato degli avi

eresse minacciose. Sugli alti tetti il sole si attarda illuminando con una languida luce di viola

che sembra risvegli l’anima dei secoli nella grigia pietra e nello scuro vermiglio mattone, e

desta un malinconico desiderio di rossi tramonti di maggio, di calde sere profumate, quando le

donne nobili danzavano in piazza e i consoli tornavano con i re vinti (re Ezio, figlio di Federico

II venne fatto prigioniero dai bolognesi nel 1249 durante la battaglia di Fossalta). Così la musa

sfuggente anima il verso (del poeta) in cui trema un effimero desiderio della bellezza antica

[analisi del testo] Bologna è fosca per il colore rossiccio delle sue case e turrita per le molte

torri che abbelliscono la città. Il colle di cui parla è quello di san Michele in bosco che sovrasta

la città; le due torri sono invece la torre degli asinelli e della Garisenda. San Petronio è il

protettore di Bologna e la cima della sua chiesa svetta sugli altri edifici. Come il sole fa

rinascere per un attimo il ricordo del passato illuminando gli antichi palazzi, così l’ispirazione

poetica classicistica anima fuggevolmente le poesie di Carducci in cui trama il desiderio, di

impossibile realizzazione, di “emulare”la bellezza dei classici. Tutto il componimento è basato

su una similitudine che si risolve nel suo verso finale; solo partendo da questo si arriva a

capire bene la poesia che sembra nascere da un vano desiderio di ritrovare la bellezza antica:

la ricerca, come lui stesso dice, è però vana e da qui lo struggimento interiore e malinconico

della parte finale. Il linguaggio è pieno di latinismi (surge, turrita, morituro o ancora all’uso di

tempio al posto di chiesa).

FANTASIA(da ODI BARBARE)

È una poesia del 1875 dedicata a Lidia, cioè Carolina Cristofori Piva. L’anima del poeta si

abbandona alle molli parole della donna che lo fanno sprofondare in un sogno del passato.

[spiegazione dei versi] tu parli, e la mia anima cedendo morbida al dolce vento della tua voce

si abbandona sulle onde suadenti del tuo parlare e naviga verso terre straniere. Naviga l’anima

in un tepore di sole che tramonta risplendendo sugli azzurri deserti: tra cielo e mare volano

bianchi uccelli, sfilano verdi isole e i tempi alti sulle alture lampeggiano di candore marmoreo

nel roseo tramonto e i cipressi della riva frusciano e i folti mirti odorano vaga lontano l’odore

dei mirti sulle brezze salate, e si mescola al lento cantare dei marinai, mentre una nave

tranquillamente cala le vele rosse in vista del porto. Vedo fanciulle scendere dall’acropoli in una

lunga processione e hanno dei bei pepli candidi, hanno corone sul capo e in mano rami di

lauro, tendono le braccia e cantano. Piantata la lancia sulla spiaggia nativa un uomo

splendente nelle sue armi balza a terra; è forse Alceo ritornato dalle battaglie presso le

fanciulle di Lesbo?

[analisi del testo] aura è il vento delle parole, il loro trascorrere rapido e dolce, “lenta” nel suo

significato latino indica invece cedevole. Il candor pario è un marmo bianco dell’isola di Pario

molto usato nell’antichità per sculture e architetture. Quando dice candor pario è una

sineddoche perché si riferisce al marmo. I pepli sono vestiti femminili dell’antica Grecia fissati

sulle spalle con due fibule. Alceo è il poeta greco nato a Lesbo forse nel 1530 a.C. e fu

profondamente coinvolto nelle vicende politiche che agitavano la sua città; prima fu costretto

all’esilio e poi, richiamato in patria dove partecipò alla guerra contro gli ateniesi per il possesso

del promontorio di Segeo.

Il titolo stesso evoca una fantasia di evasione: il passato stavolta assume l’aspetto del mito

classico e dell’antica Grecia con i suoi valori di solarità, bellezza, virilità, forza e spirito

combattivo. La poesia è una reverie, cioè un sogno incantato che richiama il simbolismo di

Baudelaire; in quest’ultimo c’è però una sensibilità più moderna e morbosa e l’oggetto mitico in

Carducci non è rappresentato nell’isola dei tropici ma nella civilissima Grecia. Carducci inoltre

resta sempre lontano dal disgregamento dei sensi, tipico invece dei poeti simbolisti.

ALLA STAZIONE IN UNA MATTINA D’AUTUNNO (da ODI BARBARE)

Il componimento è stato scritto in parte nel 1875 dopo un incontro milanese con Lidia e il resto

l’anno dopo, nel ’76 rievocando però l’autunno del ’73 quando la donna partì dalla stazione di

Bologna. All’inizio parla della gioia dell’incontro d’amore, il resto è pervaso invece dalla

tristezza dell’addio e del clima autunnale. In una lettera a Lidia il poeta scrive che ripensa a

quella triste mattina d’ottobre quando la donna arrivata alla stazione salì in un’orribile carrozza

di seconda classe e il suo volto gli sorrise per l’ultima volta da quella piccola finestra quadrata

e il mostro (il treno) prima si mosse, ruggì e poi fuggì come una tigre.

[spiegazione dei versi] o quei lampioni come si inseguono monotoni là dietro gli alberi, tra i

rami gocciolanti di pioggia, gettando fiocamente la luce sul fango, sbadigliando (la luce è infatti

tenue come uno sbadiglio) dove e a che scopo corre questa gente che si affretta alle tetre

carrozze imbacuccata e silenziosa? a quali ignoti dolori o tormenti di speranza lontana? Anche

tu pensierosa, Lidia, dai il biglietto al secco taglio del controllore e dai al tempo incalzante gli

anni belli, gli istanti di gioia e i ricordi. Camminano lungo il treno nero e avanzano

incappucciati di nero i frenatori ( i vigili) come ombre: hanno una lanterna dalla luce scarsa e

mazze di ferro; ed i freddi freni saggiati mandano un lugubre lungo suono: in fondo all’anima

risponde un’eco di noia angosciosa che sembra uno spasimo. L’ultima chiamata risuona rapida

e sbatte grossa sui vetri la pioggia, ormai il mostro (treno) consapevole della sua anima

metallica, sbuffa, s’agita, ansima, accende i fanali (gli occhi, metafora) luminosi, emette nel

buio un fischio smisurato che sfida lo spazio, con l’orribile fila di vagoni sbattendo le ali. O

dolce viso roseo di pallore, o occhi rilucenti di pace, o candida pura fronte inclinata tra folti

riccioli con gesto delicato! La vita palpitava nella tiepida brezza, l’estate palpitava quando i tuoi

occhi mi sorrisero: e il primaverile sole di giugno si compiaceva di baciare luminoso la morbida

guancia tra i riflessi castani della chioma; i miei sogni più belli del sole circondavano la

delicata figura come un’aureola. Torno ora sotto la pioggia tra la nebbia e vorrei confondermi

con essa, barcollo come stordito e mi tocco nel timore che anch’io sia dunque un fantasma. O

quale caduta di foglie, gelida, ininterrotta, pesante, continua sull’anima! Io credo che è

soltanto novembre, che è eterno per tutto il mondo

[analisi del testo] i vigili hanno il compito di provare la resistenza dei freni battendoli con una

mazza di ferro. Il treno è più volte definito mostro perché gli porta via la donna amata. Dice

infatti più avanti “parte il crudele mostro, porta via l’amore mio”. Quando dice sbattendo l’ale,

richiama l’immagine mitologica del mostro alato che rapisce la donna amata. Il “giovine sole di

giugno” si riferisce ad un altro momento, un altro incontro con Lidia contrapposto alla tristezza

autunnale dell’addio. La caduta delle foglie della strofa successiva rinvia alla malinconia

dell’anima. Il teso si divide in tre parti; la prima descrive la partenza della donna alla stazione

in un giorno autunnale di pioggia; la seconda rievoca per contrasto una situazione del passato,

i giorni estivi lieti trascorsi con Lidia. La terza, che occupa le ultime tre strofe si riferisce al

poeta che dopo aver accompagnato la donna torna solo a casa e sospira, si abbandona alla

noia e allo squallore dell’esistenza. I temi centrali sono due: uno formato dal treno e dalla

stazione, simboli dello squallore presente e della modernità , in contrasto con la bellezza

classica e con l’amore che ormai appartengono al passato. Si notano in corrispondenza a questi

due stati d’animo, due differenti registri: uno crudo e realistico e uno classico e nobilmente

elevato; tuttavia dei termini aulici sono inseriti anche nella descrizione del treno, specie

quando ne definisce gli aspetti fisici (fanali, carri, vaporiera). Questa lirica sembra un tentativo

per Carducci di creare come un classicismo moderno, da qui la sperimentazione di questa

poesia. Il treno aveva ispirato a Carducci anche l’inno a Satana, dove era salutato come il

simbolo stesso del progresso; se però l’inno giovanile lo vedeva come un “bello e orribile

mostro”, qui è vista solo la parte negativa considerato in opposizione ai valori intimi e classici.

Viene meno anche l’entusiasmo combattivo di 12 anni prima con cui accettava la modernità.

NEVICATA(da ODI BARBARE)

È una poesia composta tra il gennaio e il marzo del 1881. nella città coperta di neve non si

sentono più i suoni ma prevale un’atmosfera di immobilità e di morte; uccelli che sbattono

contro i vetri rievocano amici morti che chiamano il poeta.

[spiegazione dei versi] la neve cade lenta per il cielo grigio: non si levano più gridi, suoni di

vita della città, non si sente più il grido dell’erbaiola o il rumore di cavallo in corsa, non la

canzone gioconda d’amore e di gioventù. Le ore risuonano lamentosamente fioche attraverso

l’aria della torre della piazza, come sospiri di un mondo fuori dal tempo. Uccelli vagabondi

battono ai vetri appannati: sono le anime degli amici che tornano (dall’oltretomba), guardano e

chiamano proprio me. Fra breve, o cari, fra breve- e tu calmati cuore indomabile- verrò giù

verso il silenzio, riposerò nell’oscurità.

[analisi del testo]. Le ore della seconda strofa è una metonimia che indica l’effetto per la

causa. La torre di piazza è la torre del palazzo comunale di Bologna che risiede in piazza san

Petronio. La poesia è divisa in due parti: all’inizio la descrizione di un paesaggio- stato

d’animo, nella seconda parte invece viene introdotto il motivo strettamente autobiografico. È

uno dei migliori esempi di poesia funebre in Carducci. Il tema della morte in questi mesi

acquista maggiore rilievo specie perché il poeta si avvicina alla vecchiaia. Il paesaggio ci

introduce subito quale sarà lo stato d’animo del poeta, col cielo cinereo, grigio. Anche il

rintocco delle ore sembra eco di un mondo sepolto e lontano; il passaggio da una situazione

autobiografica si nota con la messa in risalto del pronome “a me”.

PRESSO UNA CERTOSA (da RIME E RITMI)

È anche questa una poesia sulla morte, questa volta scritta nella vecchiaia, nel 1895 posta a

conclusione della sua ultima raccolta. Il tema funebre è già nel titolo visto che la certosa è il

cimitero di Bologna. Nella malinconia dell’autunno spunta un raggio di sole che per un attimo

rallegra il poeta come se assolvesse la funzione che ha per lui la poesia di Omero

[spiegazione dei versi] da quel verde, tristemente ostinato tra le foglie gialle e rosse

dell’acacia, si stacca una foglia senza vento: e sembra che un’anima trapassi con un lieve

tremito. Il sole irrompe improvviso sul mattino umido, solcando il cielo azzurrino tra le nubi

bianche: il bosco austero, presagendo l’inverno si rallegra. Che io possa godere del tuo canto,

o padre Omero, prima che mi avvolga l’ombra (della morte).

La poesia è divisa perfettamente a metà, le prime due strofe per l’atmosfera autunnale le

ultime due su di un momento di rasserenamento prodotto dall’irrompere del sole.

GIOVANNI PASCOLI

Pascoli e d’Annunzio sono i migliori rappresentanti italiani del decadentismo, e se Carducci è

più moderno, Pascoli ha invece una formazione classica e non ha quell’interesse per la poesia

europea contemporanea. La sua appartenenza al simbolismo decadente è più che altro istintiva

e non culturale; si nota anche una differenza nel modo di vivere e il rapporto con la società:

d’annunzio è una figura pubblica, che dà scandalo e vive per l’arte e per l’estetismo, Pascoli

invece si mantiene tra i confini del letterato tradizionale ma viene segnato dalla sua esperienza

autobiografica e dai tanti lutti familiari.

Nasce il 31 dicembre del 1855 a san Mauro di Romagna, è il quarto di dieci fratelli. Ha

un’infanzia agiata fino a che il 10 agosto del ’67 il padre Ruggiero viene ucciso con una fucilata

mentre ritorna a casa. Il delitto rimarrà impunito. Muoiono nel giro di qualche anno anche due

fratelli e la madre e Pascoli dovrà lasciare il collegio di Urbino per trasferirsi a Rimini con gli

altri fratelli. Grazie ad una borsa di studio, si iscrive all’università di Bologna ma a causa di una

dimostrazione giovanile contro il ministro della pubblica istruzione, perde la borsa di studio e

deve lasciare l’università. Si avvicina agli ambienti socialisti con l’amico Andrea Costa ma per

delle rivolte viene arrestato e solo dopo qualche mese potrà ritornare a studiare. Quando

muore anche il fratello maggiore,Giacomo, lui diventa il capofamiglia e cerca di ricostruire il

suo nido familiare: va ad abitare a Massa, in Toscana, con le due sorelle Ida e Mariù (Maria)

che egli richiama dal convento. È ossessionato dalle relazioni delle sorelle e molto geloso di

loro e considererà come un vero tradimento il matrimonio di Ida nel 1895 e lui andrà a vivere

con Maria a Castelvecchio in una splendida casa di campagna. Nel 1891 esce la prima edizione

di “Myricae” e vince il primo premio al concorso di poesia latina ad Amsterdam, che poi vincerà

altre 12 volte. Insegna in diversi .licei d’Italia e poi viene nominato professore di grammatica

latina e greca all’università di Bologna. Nel ’97 pubblica i poemetti e poi va ad insegnare a

Messina e a Pisa e intanto escono i “canti di Castelvecchio” e nel 1903 i “poemi conviviali”.

Pascoli accentua il suo interesse per la poesia storica e civile come dimostrano “odi e inni”, le

“canzoni di re Ezio” del 1908 che resteranno incomplete, i “poemi italici” del 1911 e i “poemi

del risorgimento” pubblicati però dopo la sua morte che avverrà il 6 aprile del 1912 a Bologna.

Collabora per importanti riviste e poco prima di morire pronuncia l’importante discorso per

sostenere l’impresa coloniale in Libia, “la grande proletaria si è mossa.” Pascoli viene

considerato importante per il passaggio da 800 a 900 segnato da continuità e rottura, in modo

equilibrato tanto da essere considerato contemporaneamente l’ultimo dei classici e il primo dei

moderni. Nelle sue opere, l’uso del linguaggio basso ha sempre qualcosa di raro e prezioso che

sfiora l’estetismo; questa ambiguità segnerà tutta la sua poetica e anche quella del fanciullino

perché da un lato dice che esso è presente in tutti gli uomini come figura umile, contrapposta

al superuomo dannunziano, dall’altro dice che solo il poeta ha il privilegio di farlo emergere e

quindi il fanciullino evoca superiorità ed elettività.

La poetica del fanciullino viene pubblicata per la prima volta nel 1897 sulla rivista “il

Marzocco”; è una prosa molto esplicita che spiega chiaramente la personale poetica di Pascoli.

Dice che il fanciullino è la parte infantile di ognuno di noi che tende ad essere soffocata dalla

ragione; egli è capace di vedere ciò che passa inosservato, i legami più segreti tra le cose,

rovesciando le proporzioni classiche, e ad esempio adatta il nome della cosa più grande alla più

piccola e viceversa, perché il fanciullo si deve sottrarre alla logica ordinaria con la sua attività

fantastica e simbolica. Solo attraverso la poesia, l’uomo riesce a dare voce al fanciullo che

porta dentro e secondo pascoli è il poeta stesso un fanciullino, non un poeta ideologo, ma

come un veggente e un sensitivo che viene a contatto col mistero profondo delle cose.il questo

modo viene ripresa la funzione del poeta in un momento in cui stava per essere spazzata

via.dalle nuove condizioni storiche. Gli atti del fanciullo sono semplici e umili, ha paura del buio

perché al buio vede invece alla luce sogna cose non vedute mai; parla alle bestie, agli alberi, ai

sassi e alle nuvole…piange e ride per noi senza motivo; ci sono infatti cose che sfuggono alla

nostra ragione. Egli è l’Adamo che mette nome a tutto ciò che vede per la prima volta, scopre i

legami più insensati tra le cose, tutto sembra nuovo ai suoi occhi. La parola “poetica” ha infatti

per Pascoli il significato di una invenzione assoluta. La sapienza del fanciullo è originaria, egli

conosce verità antiche, vecchie quanto l’uomo e non gli interessano quelle nuove portate dallo

sviluppo scientifico. Nelle sue parole c’è una verità segreta e nascosta agli altri uomini perché

la poesia pura ha valore sociale e morale. Il fanciullino non ragiona per esprimersi ma dice

semplicemente ciò che vede o sente. Come diceva Cebete, un discepolo di Socrate mentre

ascoltava il maestro parlare della morte, il fanciullo è il più persuaso a non temere la morte

rispetto all’uomo adulto. Se il fanciullo di cui parla Cebete ha però tanti timori, Pascoli gli affida

invece sentimenti come il dolore e la felicità. Il simbolismo di Pascoli vuole quindi rivelare una

verità segreta la cui chiave d’accesso appartiene solo al poeta; il senso del mistero si esprime

attraverso delle analogie simboliche, ma il simbolismo di Pascoli punta più sulla particolarità

delle cose che sulla loro corrispondenza. Vuole scavare quindi all’interno della realtà

fenomenica con l’uso delle onomatopee, dei termini tecnici e dei fonosimbolismi. La base

positivista della sua cultura lo spinge a valorizzare il mondo concreto delle cose; Pascoli infatti,

al contrario delle avanguardie del ‘900, non mette in dubbio l’utilità delle cose, né la funzione

sociale e morale della poesia e inibisce addirittura il desiderio di cambiamento attraverso un

leggero e soave freno. Proprio per questo la poetica pascoliana accoglie i semplici miti familiari

e domestici, come per dare una legittimazione a quei piccoli gruppi borghesi che saranno alla

base del suo successo.

“LA GRANDE PROLETARIA SI E’ MOSSA”:

è il discorso pronunciato a Barga il 26 novembre 1911 in onore dei morti e dei feriti in Libia

nella guerra coloniale contro i turchi in cui pascoli difende il mito della famiglia e del nido, gli

italiani e l’Italia, la nazione in cui non è necessaria la lotta di classe ma la cooperazione di tutti

gli strati sociali nella comune lotta contro gli stati più ricchi e potenti. Il vittimismo si rovescia

in titanismo: la nazione proletaria, più povera delle altre si sta mostrando al mondo nella

guerra contro la Turchia come una potenza militare che arriverà a conquistare il mondo; i

contadini, da tempo estranei alla storia d’Italia, ne diventano i protagonisti. Con “grande

proletaria” nel titolo, Pascoli intende proprio l’Italia, una grande nazione i cui lavoratori erano

troppi e dovevano lavorare per pochissimo o spostarsi molto lontano a fare lavori duri e molto

umili. Il mondo li usava come lavoratori a ore o a giornata (si vede come anche la sintassi sia

popolare), e anche se ne aveva bisogno, li pagava poco e li trattava male, con soprannomi

dispregiativi ad esempio in america latina. Venivano trattati come i neri in America, fino al

punto di essere linciati e nonostante questo erano costretti a lasciare la loro patria, la più

nobile, con i suoi grandi scrittori, scienziati e scopritori, mentre gli stranieri vedevano di questo

paese solo gli aspetti negativi come la mafia, o il fatto che gli italiani avessero perso nel 1896

la guerra contro la Libia guidata da Menelik. Nessuno vedeva le vittorie della guerra

d’indipendenza ottenute da Garibaldi e Vittorio Emanuele III a san Martino e Calatafimi. I

lavoratori erano poi costretti a tornare in Italia più poveri e tristi di quanto l’avessero lasciata.

Ora proprio questi proletari guardavano verso la Libia, un nuovo territorio, e finalmente non

saranno più lavoratori a giornata ma coltiveranno le loro terre, costruiranno case, porti e

terranno alto il tricolore. Se 50 anni fa l’Italia era un paese povero, senza scuole né industrie,

ora può dimostrare il suo valore con il suo esercito e non sarà considerata più solo come

“un’espressione geografica”: così infatti l’aveva definita il primo ministro austriaco Matternich,

secondo cui l’Italia non esisteva come nazione ma era solo un territorio geografico. Sanguineti

cerca di dare un’interpretazione abbastanza critica della poetica e dell’ideologia di Pascoli,

considerata espressione del nuovo gusto piccolo- borghese. Forse questo è un tentativo di

pascoli di imporre la propria egemonia di classe sulla psicologia proletaria della nazione e per

questo lo considerava come colui che ha introdotto il buon gusto nei loro piccoli

appartamentini, anche se forse non era questo l’intento di Pascoli. Viene visto inoltre come la

figura del paterno educatore che scende dalla cattedra per mettersi allo stesso livello del suo

educando. Giorgio Agamben valorizza la poetica di Pascoli e il fanciullino e quindi la modernità

della sua poesia: il fanciullino corrisponde alla situazione di chi parla senza conoscere la lingua

che usa, una lingua che nessuno usa più , quella dei morti. La poesia di Pascoli si rivela come

l’unico modo per esprimere l’esperienza della propria voce e della propria lingua.

MIRYCAE E “I CANTI DI CASTELVECCHIO”

La parte più viva e intensa della produzione pascoliana è formata dalle tre raccolte, Myricae, i

poemetti e i canti di Castelvecchio. pascoli lavora contemporaneamente a più generi di poesie,

creando quello che viene chiamato un “rapsodismo” pascoliano . in queste raccolte c’è però

un’unità di fondo che è la poetica del fanciullino, anche se i generi sono diversi: i poemetti

sono più narrativi, mentre più lirica e simbolica è la poesia di Myricae e dei canti di

Castelvecchio. La prima edizione di Myricae, pubblicata nel 1891, contiene 22 testi invece la 5°

edizione, quella complessiva, contiene più di 150 componimenti, scritti in quasi un trentennio

di produzione. I componimenti sono però privi di un centro; è come se impiegasse una tecnica

pittorica chiamata “puntinistica”: frammento e impressionismo sono quindi molto intrecciati.

Viene meno l’organizzazione gerarchica dei particolari che era tipica della poesia classica

Le impressioni ricavate dal mondo assumono un significato simbolico e non danno mai un

quadro unitario. Anche il linguaggio è molto innovativo rispetto alla tradizione accogliendo

termini del mondo naturale, non con forma di realismo, ma usati come qualcosa di prezioso e

simbolico. Nella metrica c’è invece l’unione tra vecchio e nuovo, alternando la metrica

tradizionale ad accostamenti strani di rime e accenti. Nell’edizione definitiva di Myricae più dei

2/3 dei testi raccolti tra il 1877 e il 1900 furono scritti in soli 4 anni, dal 1890 al ’94, gli anni

decisivi della raccolta; la prima edizione esce a Livorno nel 1891 e contiene solo 22 dei 156

presenti nell’edizione definitiva, ma i testi cominciano ad aumentare di numero man mano che

vengono fatte nuove edizioni. La struttura è molto importante per l’autore e specie con

l’aumentare dei testi, viene organizzato in un vero e proprio libro con un criterio organico che

sembra rispondere più ad una logica semantica, cioè al significato dei contenuti, che non ad

una logica formale. L’unica cosa rispettata con rigore è il genere dei componimenti, in ogni

sezione ci sono componimenti uguali, esempio 9 canzoni, 10 sonetti sia nella seconda che nella

terza parte. Ogni sezione è distinta da un titolo: ricordi, pensieri, ricordi del poeta, le pene del

poeta( quasi in opposizione alla sezione precedente) dolcezze e subito dopo tristezze. Ogni

sezione ha anche un testo isolato che non ha niente a che vedere con il tema della sezione; a

questi testi si aggiunge un componimento introduttivo “il giorno dei morti” dove già all’inizio è

evidente il contrasto tra la crudeltà degli uomini e la pace rassicurante della natura; il tema

della morte è la grande protagonista e Pascoli immagina che tutti i morti della sua famiglia

abbiano già ricomposto in cimitero l’unità familiare e per i superstiti non rimane altro che una

specie di senso di colpa e un bisogno di riconciliarsi con loro e invocarne protezione. Anche la

natura, che dovrebbe essere la controparte, è invasa da questo senso di morte e al poeta non

può fare a meno di scommettere sulla negatività della natura, rappresentata dalla notte. Ci

sono due alternative per affrontare questa angoscia di morte: o usare la poesia per legittimare

i propri morti e riunirli ai loro cari, oppure seguire il loro stesso destino, quello di morire. La

prima strada è quella della fiducia, tentata con forza, la seconda è invece quella che trascina il

poeta che invano cerca di resistere. Tutto il libro resta sospeso in questa ambivalenza e non c’è

una vera conclusione col trionfo di un aspetto o di un altro. Solo nella terza edizione Pascoli

scrisse la prefazione che dà la ragione della dedica al padre, del quale è rievocata l’uccisione e

apre il tema mortuario di tutto il libro; la presenza ossessiva della tomba contrasta con la

bellezza della natura. A questo taglio dolente si affianca l’antileopardismo ideologico perché

Pascoli esalta la natura quale madre dolcissima. Forse agli altri uomini potrà non interessare il

suo dolore, ma lui intende spiegare che con la morte del padre è andata distrutta tutta una

famiglia. La vita sarebbe bellissima se tante volte gli uomini non la guastassero e anche nel

pianto non ci sarebbe tempesta ma rugiada di sereno. Invece, dice riprendendo il Vangelo di

Giovanni, che gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce e invece del proprio bene scelgono

il male degli altri; della loro cattiveria incolpano poi la natura che invece è bella.

I canti di Castelvecchio furono pubblicati a Bologna nel 1903; Castelvecchio è un paese di

Barga in provincia di Lucca dove Pascoli andò ad abitare con la sorella. C’è sicuramente una

continuità dei canti con Myricae anche se nei canti si nota una minore compattezza di

ispirazione e alcuni critici considerarono i canti come un “sottoprodotto di Myricae”. I temi

centrali dei canti sono due: quello naturalistico modellato sul trascorrere delle stagioni e quello

familiare incentrato sulla tragedia del padre, una perdita irreparabile segnata dalla cattiveria

umana. Il tema della morte si affaccia come minaccia continua per l’individuo, è come se il

morti mettessero in continuo pericolo la vita del soggetto. I canti sono più uniti rispetto a

Myricae e sembrano richiamare i canti di Leopardi, non solo nel titolo ma anche per il tema

della ricordanza e il rapporto uomo- natura. Nei canti, lo strumento con cui si cerca di

raggiungere il sublime è la lingua, con cui si ottiene il privilegio conoscitivo, lo stesso che viene

teorizzato nel fanciullino, cioè nominare le cose è come vederle per la prima volta.

I poemetti hanno solo tre edizioni di cui la terza del 1904 cambierà il titolo in “nuovi poemetti”.

Sono un tentativo di superare la frammentazione di Myricae con un più fitto tessuto ideologico

e una tendenza narrativa; i testi si fanno più lunghi, suddivisi in sezioni e con la presenza di un

maggior numero di persone umane nei dialoghi. Rappresenta la dignitosa sofferenza del popolo

e denuncia le ingiustizie sociali: all’aggressività della società di massa Pascoli contrappone la

bontà naturale e la poesia attraverso la vita umile e semplice del mondo contadino. La poesia è

il rifugio dei valori cancellati dalla civiltà industriale. Anche qui, come in Myricae il fascino

naturale sembra alludere un presagio di morte e di rovina; proprio per questi temi è la raccolta

che più si avvicina al decadentismo. Riprende la metrica della terzina dantesca che avrà tanta

fortuna nel ‘900. è il libro più sperimentale di Pascoli almeno sul piano linguistico con un largo

uso di termini dialettali e il ricorso a lingue particolari come l’italiano americanizzato che

parlano gli emigranti negli stati uniti, dove “ticchetta” è il ticket, il biglietto; “bisini” è il

business, gli affari e ancora “scrima” è l’ice cream, il gelato. Tutti questi termini si trovano nel

poemetto di 450 versi, Italy dedicato agli emigranti italiani che ritornano da Cincinnati,

nell’Ohio, in visita nel loro paese per poi ritornare nel nord america il poemetto è diviso in due

parti: la prima è formata da 9 capitoli di 25 versi ciascuno, la seconda da 19 capitoli di dieci

versi.

I POEMI CONVIVIALI

Sia i poemi conviviali che la poesia latina corrispondono alla concezione di pascoli della poesia

come lingua morta. La poesia, sottratta alla storia, si misura con i grandi temi eterni della vita

e della morte cin codici e lingue lontane come il latino. I poemi conviviali vengono pubblicati

nel 1904 e il loro titolo deriva dalla rivista “il convito” di De Bosis, a cui pascoli collabora in

quegli anni. Il motto all’inizio di quest’opera è uguale a quello che si trova in Myricae e preso

da Virgilio: “non omnes arbusta iuvant umilesque Myricae” cioè non a tutti piacciono le piante

basse e le umili tamerici. Vuole quindi innalzare il tono rispetto alle opere precedenti e lo fa

anche con l’uso del verso alessandrino, cioè un linguaggio classico che riprende termini tecnici

ed eruditi per creare atmosfere misteriose e malinconiche. Nei 17 poemetti prevale l’uso

dell’endecasillabo sciolto anche se non mancano riferimenti classici e terzine per rafforzare la

musicalità avvolgente. Invece la poesia latina viene raccolta in “Carmina”, un modo autentico e

personale di esprimersi e non solo un modo di adattare alla modernità una lingua morta. Viene

però risaltato il carattere artificiale della scrittura poetica. Dopo la morte di Carducci, pascoli

decide di pubblicare “odi e inni” per porsi come continuatore di Carducci nella sua funzione di

poeta vate della nuova Italia. Negli ultimi anni prevale una poesia più impegnata; la figura del

poeta vate è una conseguenza della poetica del fanciullino. Ancora una volta ritorna la

continuità e la rottura col passato perché mentre scrive le innovative Myricae, lavora anche ai

più tradizionali odi e inni. Dopo quest’opera si dedica anche alla stesura delle canzoni di re

Ezio, dedicate a un affresco del medioevo e un anno prima di morire pubblica anche i poemi

italici per celebrare figure di grandi italiani. La prosa di Carducci era virile e asciutta, quella di

d’Annunzio troppo aggressiva; quella di Pascoli ha invece un intento comunicativo più bonario

anche se la chiusura e il soggettivismo sono gli stessi di quelli di d’Annunzio come si vede

anche nel suo ricco epistolario. Se d’Annunzio sceglie però la tecnica dell’arroganza, Pascoli

preferisce quella del vittimismo, con suppliche e rivendicazioni in nome di ingiustizie sociali

subite; non è un caso infatti che l’ultima sua opera in prosa sia infatti la grande proletaria si è

mossa. Alcuni passi sono meno coinvolgenti per lui e forse per questo gli aveva dedicato meno

entusiasmo; i migliori risultano invece gli scritti dedicati alla definizione della sua poetica.

Pascoli si dimostra anche un buon critico quando la visione del mondo degli altri non coincide

con la sua; di Leopardi critica ad esempio l’imprecisione stagionale nel parlare di fiori dicendo

che le rose e le viole non crescono nello stesso periodo. Molto discussa nel 900 è stata la

collocazione storica di Pascoli all’interno del suo periodo storico.Alcuni lo considerano un autore

pienamente integrato nel 900 altri invece inserito nelle tendenze tardo-romantiche di fine 800.

Binni e Pier Paolo Pasolini dicono che proprio da Pascoli inizia la poesia novecentesca. Al

contrario Contini dice che dalla rottura con la poetica pascoliana nascono le più originali

esperienze politiche del 900. Questa stessa tesi e’ stata poi ripresa da Sanguineti. Entrambi le

posizioni hanno aspetti di verità e nessuna può essere totalmente negata.E’ vero che Pascoli

risulta l’iniziatore della poesia del 900 ma e’ anche vero che con la sua idea ancora troppo alta

della poesia risulta un modello al quale contrapporsi. Di Pascoli e’ da considerare anche il fatto

che egli abbia mediato con il Simbolismo, e influenza tanti scrittori a lui successivi.In un saggio

del 1955 su una rivista bolognese”officina” Pasolini propone una rivalorizzazione della poesia

pascoliana e della sua influenza su molti scrittori del 900 come Saba, Montale, Ungaretti,

Covoni ecc….Sono infatti tante le tendenze poetiche presenti in Pascoli, come quella di

valorizzare la poeticità dei vocaboli e delle loro associazioni in se stesse a prescindere dal loro

contesto espressivo.

Anche il vocabolario della metafisica regionale e’ stato elaborato da Pascoli ed usato da

Montale. Anceschi sottolinea invece la differenza di Pascoli con i poeti del 900 inserendolo in

una categoria detta di “fine secolo”.Si trovano certo alcuni punti in comune ma i limiti sono

tanti:Anche se Pascoli prepara al 900, non si può dire che sia un poeta del 900.

Quello che si chiama 900 inizierebbe invece dopo il 1905 e quindi sia Pascoli che D’Annunzio

sono dei poeti di fine secolo.La sua poetica acquista infatti il suo senso pieno solo in rapporto

al positivismo. Ai poeti del ‘900 pascoli giovò in due modi: da un lato mettendo in crisi la lingua

aulica delle lezioni carducciane, dall’altro usando nuovi modi per mutare il senso delle cose.

Sanguineti spiega il successo di Pascoli dal fatto che egli abbia rimosso i due temi fino ad ora

più trattati, il denaro e il sesso; ma le critiche alle sue opere non iniziarono nel ‘900, già i suoi

contemporanei avevano una ricezione problematica delle sue opere fino al punto di rompere

l’amicizia con lui come avviene nel caso di Pirandello, che Pascoli chiama in modo offensivo

“Pimpirendello”; un’altra critica stroncante arrivò da Benedetto Croce nel 1907, secondo lui la

parte più autentica della poesia pascoliana è quella idillica e ingenua. Tra le posizioni più

favorevoli nei confronti di Pascoli, spiccano quelle di Emilio Cecchi, Giuseppe Borghesi, Arturo

Onori e uno scritto di Renato Serra del 1909 che vede Pascoli come un antiletterato che cerca

un rapporto rinnovato con le cose; tra gli anni ’20 e ‘30 si parla invece dell’appartenenza di

Pascoli al simbolismo decadente e in questa strada importanti furono gli studi di Petrini e Binni.

Gianfranco Contino apprezza nella sua analisi su Pascoli, l’elemento pregrammaticale cioè il

fatto che egli non rispetti le regole convenzionali della lingua, mettendo da parte la sintassi

eccezionale e la metrica aperta. Dice che diverse poesie, come l’assiuolo e il gelsomino

notturno iniziano con domande, con risposte casuali o con la particella “e”, come se dovessero

collegarci a qualcosa che sta prima dell’espressione stessa. Pascoli si riferisce quindi a quei dati

dell’esperienza soggettiva che non sono né razionabili, né esprimibili in modo grammaticale; e

poi attraverso dei sostantivi spiega la qualità fondamentale delle cose.

La divisione molto importante di Pascoli tra tradizione e sperimentalismo è evidente

soprattutto in Myricae, in cui vuole dare un’idea di poesia come attività privilegiata di

conoscenza con la sua funzione sociale. La sperimentazione è data invece da un nuovo

rapporto tra metrica e stile, con un lessico inedito e simbolista. Pascoli aderisce con realismo

alla concretezza dei dati naturali quasi come se fosse una necessità espressiva per il poeta; il

suo vocabolario, riferito in generale alla natura, non ha eguali nella letteratura italiana e

questa ricerca di varietà si configura con l’uso di onomatopee e fonosimbolismi. L’onomatopea

è la coniazione di voci in base alla suggestione sonora collegabile al significato (es. cigolare-

bisbigliare) fino a ridurle ad una pura suggestione fonica (tic tac- din don); il fonosimbolismo

invece consiste nella valorizzazione dell’aspetto fonico della parola, ad esempio l’uso frequente

del suono TR per richiamare l’inizio e il rumore del treno: c’è come una necessità di valorizzare

il singolo particolare e metterlo in risalto. Questi singoli fenomeni sono espressi però da un

punto di vista estremamente soggettivo, infatti al centro dell’interesse di Pascoli non ci sta la

realtà ma il soggetto lirico; egli vuole registrare in modo particolare le impressioni del soggetto

davanti ai fenomeni. I particolari naturali non rimandano ad un concetto preciso ma ad un

mistero irrisolvibile che è all’interno delle cose: ad esempio nella poesia “il lampo” si richiama

per un attimo la visione della realtà che si mostra come è effettivamente, orrida e insensata; è

come se il poeta volesse mostrare ciò che il padre provò negli istanti prima di morire

attraverso un simbolismo che interrompe il rapporto tra le cose e il loro significato.

Secondo Giuseppe Nava, nelle poesie di Pascoli non c’è tutta la naturalezza di cui invece si

parla né l’immediatezza perché usa modelli che vanno dai classici alla tradizione italiana con

Dante e Leopardi; con la sua prodigiosa poetica assimilava tutto ciò che leggeva, non con

occhio critico ma in modo appassionato e lo riplasmava nelle sue opere senza accorgersene:

siamo quindi lontani dalle immaginazioni di un Pascoli impressionista e anche se più volte

Pascoli si dichiarò indipendente sia da d’Annunzio che da Carducci, molti termini anche

fonosimbolici sono simili e imitati. Per quando riguarda la metrica, usa forme tradizionali

cercando però di limarle fino a creare forme nuove e inedite; ritorna il novenario in modo

splendido dopo la critica dantesca e invece manca l’incontro tra endecasillabo e settenario, un

classico della tradizione. Anche in una metrica “popolare”, come può sembrare il novenario,

Pascoli riesce a creare una forte musicalità sfalsando il metro e la sintassi con il frequente uso

di enjambement, separando l’articolo dal sostantivo e ponendoli anche in due versi differenti.

Anche la fitta interpunzione crea una forte frantumazione ritmica; per quanto riguarda lo stile,

prevale soprattutto uno stile nominale con la paratassi, periodi brevi: il prevalere del nome sul

verbo implica la fiducia nel potere rivelatore della parola poetica. L’obiettivo di Pascoli non è

quindi la struttura del pensiero ma l’efficacia dell’accostamento linguistico. Gran parte della sua

ricerca si concentra sulla ricchezza lessicale che generalmente era poco frequente nella nostra

poesia; piante, animali, oggetti da lavoro, per la prima volta entrano a far parte dell’istruzione

letteraria. Pochi anni dopo si ispireranno alla sua minuziosa attenzione per le piccole cose i

crepuscolari, allargandosi al parlato e ai regionalismi. Molti letterati prendono posizione

rispetto a queste opere di Pascoli. Già d’Annunzio aveva individuato questa vena sperimentale

in lui e poi venne accolto positivamente anche da letterati prodigiosi come Ugo Ometti e

Benedetto Croce che nel 1907 diede un giudizio negativo sulla sua poesia, non poté fare a

meno di apprezzarne Myricae che considerò il momento più genuino della vena poetica di

Pascoli. Altri tra cui Borghese e Baldacci sottolineano invece la grandezza dei poemetti.

IL GELSOMINO NOTTURNO

Fu pubblicata nel luglio del 1901 in occasione delle nozze di Gabriele Briganti, un intimo amico

di Pascoli e poi raccolta tra i canti di Castelvecchio. Accanto alla descrizione dei piccoli eventi

naturali della notte, dall’inizio della sera fino alle prime luci dell’alba, Pascoli include un

particolare riferimento alla notturna vicenda d’amore tra i due giovani sposi dalla quale nascerà

un bambino che verrà chiamato Dante Gabriele Giovanni, i primi due nomi in onore del poeta

Rossetti, e il terzo in omaggio a Pascoli.

Questa poesia è uno dei più alti esempi di simbolismo, costruito sull’alternanza di detto e non

detto cioè sul continuo rimandarsi di vari elementi tra loro, con immagini del mondo notturno

naturale. Si accenna allo svolgimento di due vicende parallele, il ciclo erotico- sensuale della

fecondazione dei fiori e la storia intima tra i due giovani che si vede all’interno della casa. Per

quanto riguarda la metrica, troviamo 6 quartine di novenari a rima alternata.

[spiegazione dei versi] E si aprono i fiori notturni ( i gelsomini) nell’ora in cui penso ai miei cari

morti, il tramonto. Sono apparse le farfalle notturne tra i viburni,(piante dai grossi fiori bianchi

detti per questo palle di neve). Già da un bel po’ sono cessati(si tacquero) i gridi degli uccelli:

soltanto là in una casa si parla piano (bisbiglia) . (gli uccelli nei ) nidi dormono con il capo sotto

l’ala, come gli occhi sotto le palpebre. La sera con l’oscurità porta silenzio.. L’odore di fragole

rosse si diffonde(si esala) dai calici (dei fiori) aperti; una lampada è accesa nella sala (della

casa). Cresce l’erba sopra le tombe (fosse). Un’ape in ritardo sussurra, trovando già occupate

le celle( dell’alveare). La costellazione delle Pleiadi (la chioccetta) attraversa il cielo (l’aia

azzurra) con il suo scintillio di stelle. Durante la notte si diffonde l’odore dei fiori che passa col

vento. La lampada accesa passa su per la scala (della casa), brilla al primo piano e infine si è

spenta.

[analisi del testo] L’imminente scendere della notte non è direttamente descritto, ma è

suggerito attraverso due immagini, il gelsomino che si schiude e l’apparire delle farfalle

notturne. La congiunzione e con cui inizia il primo verso sembra dare improvvisamente voce ad

una meditazione già avviata dal poeta. L’unica casa il cui ancora sono svegli è quella di

Gabriele Briganti. NIDI e CASE sono due metonimie che sostituiscono il contenuto, gli uomini e

gli uccelli, con il contenente: questo procedimento sottolinea l’importanza che il luogo chiuso

assume nell’immaginario poetico paascoliano: sia la casa che il nido sono simbolicamente il

centro segreto degli affetti, il rifugio protettivo per eccellenza. di notte, quando tutto sembra

dormire, una vita minima ma feconda si svolge all’aperto, i gelsomini si aprono diffondendo

nell’aria un profumo che ricorda quello delle fragole mature e anche la casa con la sua luce

ancora accesa testimonia la continuazione della vita durante la notte, creando quindi una

corrispondenza tra fecondità naturale e fecondità domestica. La rappresentazione del mondo

notturno è di tipo analogico; i sensi si sovrappongono con le sinestesie. L’ape che arriva in

ritardo all’alveare e resta fuori dopo che tutte le altre sono entrate, sembra un riferimento

autobiografico all’esclusione del poeta, dall’aspetto più vivo e sensuale dell’esistenza. La

chioccetta è il nome contadino con cui vengono chiamate le pleiadi, un gruppo particolare di

stelle nella costellazione del toro. Le stelle pigolano per sinestesia come i pulcini impliciti nella

metafora. La luce accesa che collega i due piani della casa, porta alla camera da letto dove i

due giovani sposi si congiungeranno. I puntini di reticenza indicano l’intimità del rapporto

sessuale dei due giovani.

IL VISCHIO

È un poemetto scritto nel 1896 che compare già nella prima edizione dei poemetti. Con tono

colloquiale si rivolge alla sorella Maria e le narra l’alternanza di sereno e ritorno di inverno

nell’avanzare della primavera con il fiorire degli alberi e la caduta dei petali a terra. La perdita

della bellezza dei fiori è risarcita dal sentimento della vita. C’è però un albero, un pero, che fa

eccezione e diviene immagine di doppiezza e di morte; in lui infatti si è sviluppata la pianta

parassitaria del vischio che a poco a poco ne ha succhiato la linfa e la vitalità. Si alternano

quindi in modo naturale la vita e la distruzione e prende corpo l’allegoria della doppiezza

perché il poeta si paragona all’albero

[spiegazione dei versi] dunque non ti ricordi più o sorella quelle mattine meravigliose? Ai nostri

occhi apparvero nuvole meravigliose rosee di peschi (cioè peschi fioriti che sembravano nuvole

rosa), nuvole bianche di susini: c’era un’aria in cui pendevano fiocchi (i fiori bianchi e rosa),

meli, peri rigogliosi, albicocchi sottili. Cosi ci apparve quell’orto nell’offuscamento (tra veli, è

una metafora) delle nostre lacrime e per giorni conservò riflessa su di sé un’alba improvvisa

del cielo ( i colori del cielo sembravano riprodotti da quelli dei fiori). Quella, tu lo sai, era la

speranza e la promessa (del raccolto) ma l’ape, uscita dal suo alveare alimentava (pasceva)

già l’illusione da cui ella trae il miele (la dolcezza ) della sua vita, come faccio io. Ci furono una

nuvola, una pioggia… a poco a poco poi tornò l’inverno e noi, chiusi in casa per lunghi giorni

ascoltammo il fuoco che crepitava (brontolare). Gli alberi dai fiori bianchi e rossi scomparvero

(sparvero) immersi nella nebbia fitta (infusi dentro il nebbione) e nel cielo grigio si sentiva un

suono come un continuo sibilare di fusi (è la pioggia, una metafora) e piovve, piovve. Poi il

sole, sorto da dove mai?, brillò di nuovo al suono delle campane, tutto era verde e verde,

anche quell’orto. Dove erano i rami uguali a delle filigrane?(perché erano spogli). Tutti i petali

erano a terra. E all’aurora noi calpestammo gli inutili ricordi (le memorie vane, rappresentate

dai petali), ognuno ancora con la sua lacrima, goccia di rugiada notturna

ricordi? Io dissi. Oh, anima sorella, le piante ora vivono? E tu sai bene che per la vita si può

sacrificare qualcosa che è anche più bella della vita stessa, la sua leggera fioritura di petali

(fiorita d’ali, metafora), infatti perché gli alberi fruttificano è necessario che cadano i petali. La

pianta che vede sui propri rami i tanti frutti assetati ( i mille pomi sizienti, latinismo), mostra i

fiori che stanno in terra e che ha già consegnato alla morte (già diede all’oblio, alla

dimenticanza). Però non accadde lo stesso- mi interruppi- per questa pianta che non ha frutti

sui rami né fiori alla base. Questa stava senza timore, per l’inverno e senza gioia per l’estate,

cioè senza portare su di sé i segni dell’inverno e quelli della primavera, alla quale la tempesta

non avrebbe tolto nient’altro che le foglie nate proprio per cadere.

Oh, albero irriconoscibile (ignoto perché coperto dal vischio) -io dissi, non te lo ricordi?-, albero

che nel tuo fogliame mostri due tonalità di verde e un giallo tra loro discordanti; albero triste

che hai rami tra loro diversi e foglie diverse, alcune tondeggianti,( quelle dell’albero) e quelle

appuntite del vischio e non so che sinistri gomitoli e che intrichi di rami, albero malato (

infermo della tua salute), che non hai gemme fiorite, che non vedi petali caduti (ali, metafora),

albero morto che non ti preoccupi né del dolce soffio del vento che porta il polline ( la

primavera) né del vischio della tempesta che percuote duramente la vita ( l’inverno). Ah, in te

ci sono le radici del vischio!

Quale vento sfavorevole (d’odio) ti portò, quale forza indifferente o nemica ti inserì, o albero,

quel seme piccolo e tenero nella dura corteccia, scorza?tu non sapevi, o non credevi (che quel

piccolo seme potesse produrre tanto male), ma esso lo volle: ti attraversò (solcò) tutto con i

suoi rami verdi(vene, metafora) e si fece concime del tuo midollo! E tu iniziavi a deperire,

languire e non conoscevi più la bellezza e il bene e non sentivi più le gemme aprirsi (pulsare)

tra il lichene che ti copriva. E il vischio crebbe e vinse, e i tuoi colori, le tue bellezze, insieme al

succo dei tuoi frutti e al profumo dei tuoi fiori, adesso non sono che una perla bianca di muco.

In te albero ci sono due anime (la sua e quella del vischio) e senti ancora la loro lotta quando

talvolta ti fissi nel mormorare senza scopo dei venti? Quell’anima (la propria) che aveva

lacrime e sorrisi, che ti sorrideva con i boccioli simili a labbra e che piangeva per te dai

ramoscelli tagliati, e che fremeva d’amore al volo delle api ricoperte di peluria (villose), ormai

ignora sé stessa, è morta. Tu vivi dell’altra anima, quella del vischio e ti allontani da te,

fuggendo senza muoverti (fuggendo immobilmente: ossimoro); era l’ombra estranea che

ormai è più forte di te. Qualunque cosa tu facesti fiorire un tempo, sei tu che ora produci il

succo vischioso che uccide (di morte)

[ analisi del testo] la similitudine del poeta con l’ape che produce un miele destinato ad altri è

classica. A questo si aggiunge il tema dell’illusione; asse è l’unica dolcezza possibile, l’unica

cosa che consente di vivere. La ripetizione della parola PIOVVE, sottolinea la monotonia

autunnale. La metafora passa dal materiale all’immateriale: la scena diventa quindi un simbolo

esistenziale, la caduta delle illusioni e delle speranza. La riflessione sul succedersi delle stagioni

si conclude con la constatazione della loro vanità. I pero è diventata una pianta sterile, senza

foglie né fiori che va verso la morte; l’albero ha ora due colori, il verde delle sue foglie e il

giallo delle foglie del vischio, che però discordano tra loro. Dopo una lunga serie di anafore

Pascoli rivela che l’albero è infestato da un parassita, dal vischio, e in quanto morto, l’albero è

indifferente al mutare delle stagioni. Pascoli all’inizio si rivolge alla sorella per rievocare in lei il

ricordo condiviso nella loro infanzia, poi invece parla direttamente all’albero umanizzato.

Nell’ultima strofa, Pascoli usa il termine “glutine” per indicare vischioso, esso è un termine

scientifico che indica la materia collosa che si ricava dal vischio. È esplicitato il tema simbolico

della poesia, la compresenza di vita e morte all’interno dello stesso individuo.

DIGITALE PURPUREA

È una poesia pubblicata per la prima volta su “il marzocco” nel 1898 e poi nella seconda

edizione dei poemetti. Secondo la sorella Maria, il poema sarebbe stato ispirato da un suo

racconto al poeta relativo al suo soggiorno in convento; nel personaggio di Maria si riconosce

la figura della sorella del poeta ma di invenzione pascoliana sarebbe invece la figura di

Rachele. Le due amiche si rincontrano dopo tanto tempo e rievocano la comune giovinezza in

un convento: riaffiora un particolare importante per entrambe, un fiore della digitale purpurea,

dall’odore dolciastro e stregato che secondo ciò che avevano raccontato alle fanciulle, uccide

chi lo odora. La bionda e ardente Rachele confessa alla fine all’amica di averlo odorato una

volta confermandole la dolcezza e il pericolo di quell’esperienza. Il bivio esistenziale e morale

rappresentato dalle due donne, da un lato vede la fedeltà ai valori ricevuti, nella figura di

Maria, ma dall’altro il cedimento al fascino dell’ignoto e della trasgressione espresso in

Rachele.non ha importanza se quella di Rachele sia una vera esperienza d’amore o solo il gusto

di una trasgressione.

Il teso è diviso in tre parti di 25 endecasillabi ciascuno:

[spiegazione dei versi] Le due donne stanno sedute una guarda l’altra. La prima è esile,

bionda, semplice nei vestiti e negli sguardi, ma l’altra esile e bruna, l’altra… i due occhi

semplici e modesti (quelli della donna bionda) guardano gli altri due che scintillano, ardono. E

non ci sei mai tornata? Domanda Maria. No mai!- non le hai più viste? No, non più cara. Io

invece sì, ci sono tornata e le ho riviste. Le mie care suore vestite di bianco e lì ho rivissuto nel

ricordo i dolci anni vissuti che conosci. Ricordano l’azzurro del cielo nel monastero, il profumo

delle rose, senso di innocenza e mistero. Lontano da loro, nell’orto, la digitale purpurea esala il

suo profumo misterioso. Rachele dice che sentì quel fiore in una notte di vento che trasportava

l’odore dei fiori e un sogno l’aveva agitata; si avviò ma l’erba fitta le impediva di camminare.

Fu molta la dolcezza che provò. Maria inizialmente non capisce il significato del racconto,

quando l’amica cerca di esprimere le sue sensazioni ma poi anche lei prova un brivido di

piacere lungo la schiena.

[analisi del testo] gli enjambements sono molto frequenti in tutta la poesia che gioca sulla

vaghezza e servono a movimentare uno stile semplice e parlato. Le bionde sono popolarmente

considerate miti mentre alle brune si attribuisce più carattere e una maggiore sensualità.

Quando inizia il dialogo tra le due donne, Maria parla apertamente, invece Rachele sorride e

risponde appena, intenerita dal sentimentalismo dell’amica ma soprattutto perché nasconde

qualcosa. Le amiche ricordano l’infanzia fino a che l’argomento cade sul fiore di .. morte e

mentre Maria pronuncia la parola, Rachele fa finta di non ricordarlo. Il fiore produce come un

miele inebriante: viene spiegato il valore simbolico della digitale, il racconto è affidato a Maria

che non ne ha mai sperimentato il profumo anziché a Rachele. Il mese di maggio non è scelto

solo per la dolcezza primaverile e la fioritura dei campi ma anche perché si celebra il mese

della Madonna; si preannuncia l’inquietudine di Rachele che poi parla dei suoi pianti nel

convento nel ricordare e rimpiangere il mondo esterno. La distinzione tra la vita delle ragazze e

la digitale purpurea è evidente ma il loro pianto inquieto e senza ragioni crea un collegamento

come sotterraneo con la simbologia del fiore. La scena poi torna dal passato del ricordo al

presente e le due amiche si chiamano per nome congedandosi. Rachele piange perché sta per

rivelare il suo segreto a Maria ma non ha il coraggio di guardarla negli occhi: il clima

accentuato dalle ripetizioni diventa torbido, quasi ipnotico. Alcuni vedono in quest’opera una

sessualità repressa, quasi morbosa, accentuata da dati sensoriali misteriosi e ambigui. La vista

è il primo motivo di incontro e turbamento e il diverso modo di guardarsi tra loro distingue le

due amiche: una ha infatti gli occhi semplici e modesti, gli occhi dell’altra invece ardono. La

colpevolezza della vista è data dal limitarsi della confessione. Anche gli odori hanno una

funzione significativa che raddoppia le cose perdute e il profumo del fiore proibito arriva subito

all’anima : Rachele evoca quasi per volersi riportare nel cerchio sano della vita con l’odore

delle rose; anche col tatto le sensazioni sono importanti, specie quando le amiche cercano un

contatto tra loro che innesca la diversa rievocazione degli anni lontani.

ROMAGNA (da Myricae)

È uno dei testi più antichi del libro pubblicato su “cronaca bizantina” il primo dicembre 1882; è

dedicato a Saverio Ferrari, che mostra la dipendenza dal modello di poesia sia da lui che da

Carducci. Il tema è quello, tipicamente pascoliano, del rapporto con la propria terra: egli

esprime sia il sentimento turbato della tragedia familiare che la possibilità di un equilibrio e di

un’armonia naturale

[spiegazione dei versi] oh, Severino, nel mio cuore sorride sempre il ricordo di un villaggio di

una campagna, il paese, andando verso il quale, ci è vicina la vista azzurra di san Marino. Mi

torna in mente il ricordo del mio paese sul quale regnarono i Guidi e i Malatesta, signori della

Romagna(ricordati anche da Dante), e che dominò anche il passator cortese, re delle strade e

delle foreste (un famoso bandito ottocentesco che deve il suo nome al fatto che il padre fosse

un traghettatore, passatore e talvolta si mostrava gentile con i passanti, da qui l’aggettivo

cortese). Oh, se io fossi con te, potremmo perderci tra i boschi, tra gli olmi che offrono il nodo

alle ghiandaie, mentre il contadino prende la scodella per mangiare. Le campane si susseguono

con i loro rintocchi squillanti, invitano alla quiete, all’ombra alla tavola santa (perché rende

visibili i valori sacrali della famiglia). Un tempo in quelle ore caldissime, bruciate dal sole, mi

accoglieva sotto il suo ombrello di pizzi, e una mimosa che nei giorni d’estate fioriva in casa

mia con le sue infiorescenze di color rosa (la metafora dell’ombrello di trine allude all’intrico

delle foglie della mimosa). E sul muro sgretolato, un folto roseto si intrecciava a un gelsomino

e dall’alto osserva un pioppo che in certi giorni è rumoroso per lo stormire dei rami, come un

bambino che fa i capricci. È il suo nido (tema ricorrente nella poesia di Pascoli), dove

galoppava con Guidolin Selvaggio e Astolfo (avventurosi paladini dei poemi cavallereschi,

specie dell’Orlando furioso di Ariosto) e vedevo davanti a me come se fosse presente

l’imperatore Napoleone nel suo isolamento (eremitaggio, perché avviene a sant’Elena nella villa

detta appunto l’Hermitage). E mentre leggero mi mettevo in viaggio con l’ippogrifo, l’alone

favoloso della luna, o nella mia stanza silenziosa risuonava la voce di Napoleone che dettava.

Sentivo il verso dei grilli che trema sempre nel fieno appena falciato. E quei poemi che

meditavo di comporre erano lunghi e interminabili e meravigliosi nel mio sogno. Ma quel nido

(san Mauro), come rondini attardate in un giorno nero, tempestoso, ce ne andammo tutti,

tutti: quanto a me, la mia patri è ora dove riesco a guadagnarmi da vivere, gli altri stanno

poco lontani, al cimitero. Così, oh Romagna assolata, dolce terra, non tornerò più nella calura,

tra quei tuoi biancospini impolverati, senza trovare nei miei boschi i piccoli del cuculo pigro,

(perché non cova le proprie uova ma le depone nel nido di altri uccelli: è una metafora per

indicare quelli che hanno preso il posto dei Pascoli nella loro vecchia casa.

[analisi del testo] il villaggio di cui parla Pascoli nei primi versi è san Mauro di Romagna, dove

il poeta vive, che si trova a nord della repubblica di san Marino. Il gracidare delle rane,

espresso quasi a metà del componimento, diventa per analogia un canto poetico. Nelle

metafore di Pascoli, la sua famiglia è uno stormo di rondini, la casa un nido, e la disgrazia della

morte del padre “un giorno nero”. Le rondini sono dette tardive perché i Pascoli lasciarono San

Mauro a novembre, quando le vere rondini sono già migrate.

LAVANDARE

È un testo composto tra il 1892 e il 1894 che fa parte della sezione di Myricae intitolata

“l’ultima passeggiata”. Il poeta passeggia tra i campi in una giornata autunnale appena

offuscata da una nebbia leggera e sente arrivare dal canale un canto triste e lento con il quale

le lavandaie (LAVANDARE) accompagnano il loro lavoro. A prima vista la poesia potrebbe

sembrare un quadretto impressionistico e verista, ma in realtà dietro gli aspetti oggettivi della

vita contadina, emerge una connotazione soggettiva: il campo arato solo in parte da un senso

di incompletezza, come anche l’aratro che sembra dimenticato; questo sembra anticipare la

sensazione dell’abbandono espresso dal canto delle donne che lavano nel canale, nella gora. La

solitudine malinconica dell’autunno trova il suo corrispettivo simbolico nell’aratro lasciato in

mezzo alla campagna e al triste conto che si sente nell’aria. Questo testo è un esempio molto

chiaro dell’impressionismo pascoliano, le immagini sono presentate nella loro immediatezza

visiva,come rapide pennellate su tela. I vari elementi della descrizione non sono organizzati

secondo una prospettiva gerarchica; la prima terzina è dominata da un’idea visiva, il colore

diverso del campo, l’aratro abbandonato, la nebbia. Nella seconda prevale invece il dato

uditivo; le prime due scene sembrano limitarsi ad una rappresentazione oggettiva in cui le cose

si succedono in una mediazione apparente, invece nella quartina conclusiva, quella con il canto

delle lavandaie, Pascoli dà una rappresentazione simbolica della realtà precedentemente

rappresentata, gli oggetti sono filtrati dalla soggettività delle lavandaie, che poi non è altro che

quella del poeta, e diventano simboli della condizione umana: l’aratro abbandonato è infatti

simbolo del destino di solitudine degli uomini.

LA VIA FERRATA

È la sesta poesia di “ultima passeggiata” in Myricae: i tratti della campagna arcaica e senza

tempo si intrecciano alla tecnologia della civiltà moderna, ma la visione di entrambe le scene è

inserita nel modo tipico pascoliano di interrogare la natura.

[spiegazione dei versi] fra i terrapieni su cui pascolano tranquillamente le mucche procedono i

binari ferroviari che risplendono da lontano e nel cielo perlato i pali del telegrafo dritti, uguali,

con la loro trama (rete) di fili sospesi e si rimpiccioliscono nell’ordine della fuga prospettica.

Quale lamento di donna (femminile) cresce e scompare riecheggiando di gemiti e ululati? I fili

di metallo di tanto in tanto risuonano (squillano) al vento, come un’immensa arpa risonante

[analisi del testo] via ferrata e strada ferrata era un modo con cui nell’800 veniva chiamata la

ferrovia. Scrive poi la parola tranquillamente su due versi distinti creando una rima spezzata

che era tipica di Danta nel ‘300, nel 24° canto del paradiso che però aveva usato la parola

differentemente. La metafora del lamento delle donne che prima è più forte, poi via via si

dilegua è riferito al fischio del treno che si avvicina e poi si allontana. Gli oggetti artificiali

vengono inseriti nel paesaggio naturale quasi naturalizzandosi anch’essi. La scena presentata è

però sfuggevole, si dilegua lontano; il messaggio che vuole dare sembra essere quello del

dolore e del lamento e quello del canto dell’arpa in un equilibrio tra soggetto e oggetto, tra

uomo e paesaggio, civiltà e natura.

X AGOSTO

Anche questo testo fa parte di Myricae ma contenuto nella sezione “elegie”. Il 10 agosto 1867

Ruggero Pascoli viene ucciso da un ignoto mentre tornava a casa; nella mente del figlio resterà

sempre impressa la crudeltà ingiustificata di quell’episodio. A distanza di quasi 30 anni, il 10

agosto 1896, pubblica il testo che rievoca tutta la drammaticità di quell’evento. Pascoli collega

la morte del padre alla morte di una rondine(sempre per analogie simboliche) uccisa

ingiustamente mentre torna al nido dove l’aspettano i suoi piccoli. L’uomo e la rondine, al di là

delle loro esperienze personali, sono simbolo del dolore universale e della malvagità che regola

la vita sulla terra. La lontananza dal cielo esprime infatti la lontananza dal bene. Pascoli si

rivolge a san Lorenzo, o per una invocazione al santo, o perché il 10 agosto è il giorno di san

Lorenzo. Le 4 strofe centrali del testo sono costruite a due a due su un parallelismo, due

sull’uccisione della rondine, le altre due sull’uccisione del padre; descrivono con drammaticità il

delitto di due innocenti mentre ritornano a casa dai loro cari. L’ultima strofa sembra invece una

protesta per l’indifferenza del cielo dinanzi a tanta crudeltà. L’analogia tra mondo umano e

mondo animale è sottolineata anche dallo scambio metaforico tra nido e tetto; l’identità

dell’uccisore del padre non è mai stata rivelata: in questo modo la morte non è solo la morte di

un singolo, ma simbolo generale della sofferenza umana; fa delle allusioni esplicite al modello

di Cristo, solo che la passione non comporta in questo caso nessuna redenzione e nessun

avvicinamento tra cielo e terra.

L’ASSIUOLO

È compresa nella quarta edizione di Myricae, nella sezione “in campagna” e rappresenta

un’unione importante tra simbolismo ed impressionismo, definita da Mengaldo “un capolavoro

di impressionismo simbolico”. Una notte lunare e il canto del cielo notturno, l’assisolo, un

piccolo uccello rapace simile al gufo, sono il mezzo per risalire al significato simbolico e

misterioso della vita. CHIU’ è l’onomatopea che imita il verso dell’assiolo e chiude tutte le

strofe acquistando però un significato sempre più preciso, e la scena pian paino diventa

interiorizzata. All’inizio della poesia compaiono le sensazioni tipiche suggerite da una notte

lunare, disposte in modo casuale senza una gerarchia interna. A poco a poco però il paesaggio

rivela il suo significato simbolico e il verso dell’assiolo, da semplice “voce dei campi”, diventa

prima un singulto e poi un pianto di morte. Anche il tintinnio delle cavallette sembra il bussare

del campanello alle porte della morte. Il significato della poesia si capisce solo facendo

attenzione al significato allusivo usato per le parole; i “sistri” ad esempio sono strumenti usati

dagli egiziani per venerare la dea Iside che prometteva la resurrezione dopo la morte.

I GATTICI

È una poesia che prima venne pubblicata sulla rivista fiorentina “vita nuova” e poi raccolta

nella seconda edizione di Myricae. Anche questa parla della morte, tema centrale della poesia

pascoliana: guardando il paesaggio autunnale, il poeta si ricorda della primavera e sente la

tristezza di andare invece verso l’inverno, la stagione dei crisantemi e dei morti. Le illusioni

giovanili sono passate, come le gemme primaverili sono diventate foglie ingiallite trasportate

dal vento. I gattici sono i pioppi che si trovano lungo la via del cimitero.

La poesia si apre con una nota positiva perché la E iniziale sembra soddisfare una speranza

attesa; successivamente invece viene messa in risalto la connotazione negativa e il presagio di

morte. Così il componimento si chiude con un tono desolato e privo di speranza che enfatizza

la condizione di decadenza e impotenza del poeta.

GABRIELE D’ANNUNZIO

È uno dei pochi scrittori del ‘900 italiano di fama europea, uno dei più noti esponenti del

decadentismo europeo con il suo estetismo che cerca corrispondenze tra l’uomo e la natura; è

uno di quegli scrittori che attraverso episodi scandalosi della sua vita personale sfrutto al

meglio le nuove idee di propaganda nella società di massa; rinnova l’idea della poesia come

privilegio e la sua arte è preziosa e raffinata. Il suo disprezzo contro la borghesia italiana lo

portò ad un alto desiderio di affermazione personale.

D’Annunzio nasce a Pescara il 12 marzo 1863 da Paolo Rapagnetta( il cognome d’Annunzio è

quello di un ricco zio). Studia prima a Prato, poi si trasferisce a Roma nel 1881 dove si iscrive

nella facoltà di lettere e collabora ad alcuni periodici come giornalista letterario e cronista

mondano. Grazie ai suoi amori e alla sua vita sempre pronta allo scandalo, diventa spesso

protagonista di pettegolezzi che non vengono mai scoraggiati dal poeta: prima con Teresa

Zucconi e poi fugge con la duchessa Maria di Gallese che d’Annunzio sposa nel 1883 e da cui

avrà tre figli. Nell’87 è già innamorato di Elvira Leoni, cantata come Barbara. L’esordio poetico

risale al 1879 con il suo primo libretto di versi, “primo vere”, che raccoglie 50 operette latine e

greche, ancora scarne che si rifanno al metro barbaro di Carducci. In questo periodo scrive

“canto novo”(82): una raccolta di poesie in cui si distacca da Carducci da cui eredita però un

vitalismo naturalistico, con sensualità,contatto dell’uomo con la natura, panismo (che viene da

Pan, il dio delle selve). Anche l’amore è vista come una forza animalesca e primitiva,con alcune

note di violenza sadica. Inizia anche un senso pagano delle cose e comincia a sviluppare temi

sociali come il vitalismo e la morte. Sempre nel 1882 scrive “terra vergine”, è una raccolta di

racconti, il corrispettivo in prosa di canto novo in cui parla di eros e violenza. Imitando Verga,

racconta le condizioni dei contadini abruzzesi; non si eclissa però dietro i suoi personaggi

perché troppo egocentrico e troviamo invece tante descrizioni e commenti. C’è anche una

visione idillica della natura, con espressioni dialettali e sensuali; più che analizzare la parte

psicologica, parla di goduria, erotismo. Poi scrive “intermezzo di rime”(84),in cui abbandona il

metro barbaro e non ci sono più sensazioni vitali e naturali ma già troviamo un senso di

decadenza che dimostra una crisi di ispirazione e forse di identità; è infatti una dichiarazione di

stanchezza sessuale e viene criticato molto per alcune poesie oscene ma la raccolta nel suo

insieme non ha niente di particolare. Ancora nel 1884 scrive delle novelle con il “libro delle

vergini” 4 racconti in cui si aggiunge rispetto a terra vergine un imitazione di Zola, della

Francia e l’elemento patologico con nevrosi ed ereditarietà. Sono dei racconti psicologico con

dei personaggi eccentrici. Nel 1886 ancora prosa con le 17 novelle di “san Pantaleone”. Per

quanto riguarda la poesia, aveva scritto “isaotta guttadauro”, un esperimento che segue gli

scrittori di ‘300 e ‘400 e soprattutto Poliziano. Questa poi viene rifatta in due libri

distinti,“l’isotteo e la chimera” (90): nella chimera scompone la realtà in tanti singoli oggetti

isolati; ci sono metri antichi e prevalenza di ballate. Nel 1892 escono “elegie romane”: tornano

di nuovo i metri barbari e si ispira a Goethe. Domina un’atmosfera languida e malinconica sul

tema di un amore al tramonto. Riflettono le esperienze con Barbara Leoni nonostante la sua

storia sia ormai finita. Nel 1893 escono “odi navali”, per celebrare l’ammiraglio saint bon

appena morto e attraverso di lui la potenza della marina italiana. D’Annunzio spinge al

colonialismo e al militarismo l’Italia con quest’opera civile e patriottica. Del 93 è anche il

poema paradisiaco,conclude il periodo romano; è ispirato al simbolismo di Verlaine e Mallarmé,

non attraverso una poesia d’elite ma con un sentimento evocativo della parola. È un’opera

divisa in tre parti che parla di giardini (paradiso in greco). Non c’è più quel sentimento

nostalgico che si trovava in elegie romane ma lui assume un atteggiamento di poeta vate con

ricordi dell’infanzia a volte con sentimenti ambigui. Le tre parti in cui si divide il poema sono:

HORTUS CONCLUSUS, che significa giardino chiuso, dedicato a Maria Gravina, la seconda è

HORTUS LARVARUM, giardini dei fantasmi, che rievoca l’amore per Barbara Leoni. L’ultima

parte è HORTULUM ANIMAE cioè piccolo giardino dell’amore che segna il recupero

dell’innocenza e dell’altruismo. Specie nella parte intitolata consolazione, canta gli affetti

familiari e la protagonista è la madre come anche nel prologo, assieme alla sorella Anna. Nella

fase conclusiva del periodo romano, D’Annunzio sembra abbandonare il classicismo erotico

ispirandosi invece a tematiche evangeliche di bontà, diffuse in quegli anni da Tolstoji; questa

fase coincide con un bisogno di cambiamento interiore e di sperimentazione artistica. Tornano

le tematiche dell’interiorità, dell’equilibrio, di armonia e pace, apre le sue parti intime al

simbolismo con un ritorno agli affetti familiari e domestici.

Alla vasta produzione dannunziana di versi ne corrisponde una non meno vasta in prosa,

l’esordio di d’Annunzio come prosatore avviene all’età di 19 anni con i nove bozzetti di terra

vergine: anche se il paesaggio naturale richiama l’ambientazione rusticana, siamo molto oltre il

verismo. L’Abruzzo è solo un paesaggio naturale, la natura non è analizzata in chiave

naturalistica ma secondo una prospettiva sessuale, come di primitiva verginità; mancano

anche impersonalità e analisi scientifica.. nel 1902 esce “novelle della Pescara”, non novelle

nuove, ma raccoglie quelle già scritte, in tutto sono 18, 15 prese da san Pantaleone, 2 dei

violenti e una di terra vergine.possiamo trovare echi di Zola, Flaubert; la sensualità si rivolge

verso l’orrido e i temi principali sono sesso, morte, passione e violenza.

Successivamente va a vivere a Napoli per due anni con Maria Gravina, una donna sposata e

riceve una denuncia dal marito di lei per adulterio. Nel ’94 ha un nuovo rapporto con l’attrice

Eleonora Duse, incontrata a inezia e con lei si trasferisce a Settignano, vicino Firenze in una

lussuosa villa, la Capponcina in cui vivrà fino al 1910, nonostante i tanti debiti finanziari. Nel

1890 esce il romanzo “il fuoco”,una delle sue più famose opere teatrali, “la figlia di Iorio”e i

romanzi “il piacere” (89) “Giovanni Episcopo”(91), “l’innocente” (92). Dal 1905 sostituisce la

Duse con Alessandra di Rudinì e anche con lei conduce una vita molto dispendiosa tra cani e

cavalli e intanto compone un'altra opera per il teatro, “la nave” nel 1907. per quanto riguarda

la politica, nel 1897 si era fatto eleggere deputato con la destra ma poi, senza alcuno scrupolo,

passò tra le fila della sinistra contro il governo reazionario di Pelloux. Nel 1910, a causa dei

debiti, va in Francia dove compone Merope, il 4° libro delle laudi e dove rimane in esilio

volontario fino al 1915 e lì continua le sue avventure erotiche e per una delle sue amanti

compone testi in francese per il teatro, uno dei quali verrà musicato da De Bussy. collabora

intanto con il corriere della sera e nel 1915, allo scoppio della guerra torna in Italia dove si

schiera a favore degli interventisti e perde l’occhio destro in un incidente aereo; questo periodo

di infermità lo porterà alla scrittura di “notturno” nel 1916. il suo spirito nazionalista viene

mortificato per la mancata annessione della città di Fiume all’Italia e la occupa di forza nel

1920 e lì istituisce un governo militare. Cacciato da Fiume, decide di vivere in disparte in una

villa sul lago di Garda detta “il Vittoriale degli italiani”, a Gardone Riviera, una specie di museo

per se stesso dove vivrà fino alla morte il 1° marzo 1938. Oltre che scrittore, d’Annunzio volle

essere anche ideologo e politico. La sua ideologia nazionalistica si esprime nell’adesione

all’aggressiva politica coloniale di Crispi in Etiopia, nell’interventismo durante lo scoppio della

prima guerra mondiale e poi nell’occupazione di Fiume. Appoggia poi il fascismo, anche se da

destra era passato a sinistra: insomma, la sua ideologia è quella di stare dalla parte di che

vince; la sua logica non corrisponde a dei criteri oggettivi ma al bisogno oggettivo di ricavare il

massimo utile dai meccanismi della società di massa. Più che di politica, con lui si parla di “pre-

politica” perché vuole ridurre l’io a puro istinto e si identifica con il superuomo di Nietsche, che

sta al di fuori dei conflitti storici e quindi al di là della storia; si vuole muovere all’interno della

sua società ma non per cambiare le cose, quanto per affermare se stesso. Se da un lato è

passivo verso i ceti dominanti, dall’altro prova disprezzo per le masse e avversione nei

confronti della democrazia. D’annunzio rifiuta di fare i conti con la degradazione sociale che ha

dovuto subire l’artista. L’arte è concepita da d’annunzio come bellezza sia nel senso classico

del termine che in quello decadente, cioè nella forma dell’estetismo; egli nega la degradazione

dell’arte, ponendola invece al di sopra di tutto. È proprio questo il principio dell’estetismo, il

privilegiare la bellezza a qualsiasi costo; vuole teorizzare il principio dell’arte per l’arte cioè

dell’arte fine a se stessa, che non deve rispondere a nessun’altra morale se non quella dei

propri canoni artistici. Gli esponenti principali di queste nuove teorie furono Wilde in

Inghilterra, Huysman in Francia e proprio d’Annunzio in Italia; egli infatti si offre con le sue

idee come mito di questa società di massa e contemporaneamente si pone come genio isolato

e superiore che disprezza aristocraticamente la massa. Queste contraddizioni possono essere

risolte in un solo modo, facendo coincidere l’arte e la vita, il privato e il pubblico, facendo della

propria vita e delle opere una continua esibizione pubblica. l’arte per l’arte implica quindi una

riduzione dell’io a pura esteriorità , una recita sociale, attraverso un’esaltazione poetica del

valore della parola: la scienza della parola è quella suprema, che conosce questa conosce tutto

e anche nel piacere afferma che “il verso è tutto”; in lui parola e verso, cioè linguaggio e forma

coincidono.. non ci devono essere mediazioni, ma usa invece l’analogia, cioè che usa cosa

rimanda ad un ‘altra fino a che una cosa diventa l’altra annullando ogni mediazione, ogni limite

e definizione. L’analogismo, la metafora, la similitudine sono dei modo quindi con i quali si

stabilisce un contatto tra uomo e natura, fino a che questi due termini vengono fusi. Natura e

arte sono un dio bifronte; sono queste le caratteristiche che mettono in contatto d’Annunzio e

il simbolismo europeo; con lui però l’arte non ha quel potere di unificare in modo universale il

significato delle cose particolari perché ogni cosa è per lui espressione dei sensi.

Ezio Raimondi sottolinea la capacità di d’Annunzio di mostrare la crisi del suo pubblico

potenziale dopo la nascita di un pubblico borghese moderno e delle difficoltà causate

dall’industria culturale. Dice lui stesso che “sotto il diluvio democratico odierno che sommerge

molte cose rare e belle, va scomparendo quell’antica classe nobiliare tipica di una tradizione di

alta cultura, di eleganza e d’arte.” In questa crisi di valori, solo alla musica è concesso di

esprimere i sogni che nascono dalla malinconia moderna. A d’Annunzio non sfugge quel

sentimento di rifiuto dei limiti della vita e dei valori borghesi che emerge negli animi delle

masse moderne e considera la letteratura di consumo come un prodotto di corruzione rispetto

all’arte illustre.

LE LAUDI DEL CIELO, DELLA TERRA, DEL MARE E DEGLI EROI

Compone i primi tre libri delle “laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi”(Maya, Elettra e

Alcyone), dopo un breve periodo di silenzio in cui si era dedicato solo alla composizione di

canto novo e intermezzo di rime. Queste si sarebbero dovute articolare in sette libri con i nomi

delle stelle più luminose della costellazione delle pleiadi, Maya, Elettra, Alcyone, Merope,

Asterope, Taipete e Celeno in un progetto che prevedeva oltre 5000 versi, ma le ultime due

non verranno mai neanche toccate e la quinta parte rimane incompiuta, ne viene realizzata

solo la parte dei “canti della guerra latina” nel ’33. il tema unificante del ciclo è quello del

viaggio che ha come centro la Grecia del mito, si ispira al viaggio dell’autore dell’Ellade e nei

“taccuini” segna sotto forma di appunti le tappe più importanti per la formazione poetica. Il

tema del viaggio può esprimere bene il suo bisogno di profondità temporale, l’esigenza di

novità e sperimentazione culturale ed esistenziale. Lo spazio in cui si svolge questo viaggio

sembra un labirinto che accoglie bene l’affermazione di una religione pagana. La struttura è

allegorica e chiama l’opera “laude” secondo un’ispirazione religiose tipica del medioevo.

Maia, anche se è il primo libro, fu composto nel 1903, dopo Elettra e Alcyone. È un poema di

8.400 versi divisi in 400 strofe da 21 versi ciascuna. Il sottotitolo è laus vitae cioè lode della

vita e concepita in modo eroico, simbolo del superuomo dotato di sensibilità e vitalità

eccezionali. Il poema si apre con la celebrazione mitica dell’eroe greco, corrispondente al

superuomo e con la resurrezione del dio pagano Pan. Nel corso del poema vengono descritti

tre viaggi: uno nell’antica Grecia, che d’Annunzio compì effettivamente nel 1895, uno nella

cappella Sistina di Michelangelo nella basilica di san Pietro a Roma e uno nel deserto, dove il

poeta da solo con gli elementi naturali ritrova se stesso. Nella conclusione si ha un saluto al

maestro che è Carducci, e un inno alla natura(preghiera alla madre immortale). Questo parlare

di luoghi naturali e di un mito classico non esclude la presenza di riferimenti alle società

moderne, nelle città terribili, dominate dalle folla.

Elettra fu pubblicata la prima volta in un unico libro con Alcyone, il terzo libro che era però

datato 1904. raccoglie 18 componimenti, uno dei quali è “la notte di Caprera”, diviso in 22

capitoli; un’altra sezione è dedicata invece alle “città del silenzio” e contiene 57 liriche. Nella


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Letteratura italiana, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente La scrittura e l'interpretazione, Luperini, Castaldi, Marchiani. con analisi dei seguenti argomenti: IL ‘700, l’età della ragione e dell'Arcadia, ritorno al platonismo, Pietro Metastasio, i tempi e i luoghi: le definizioni di illuminismo eneoclassicismo, il tramonto dell'intellettuale cortigiano, le società, i caffè, Cesare Beccaria.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lingue, letterature e comunicazione interculturale
SSD:
A.A.: 2006-2007

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher MrStout di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura Italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Salento - Unisalento o del prof Coluccia Giuseppe.

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