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Riassunto esame Letteratura Italiana, prof. Coluccia, libro consigliato La scrittura e l'interpretazione, Luperini, Castaldi, Marchiani Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Letteratura italiana, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente La scrittura e l'interpretazione, Luperini, Castaldi, Marchiani. con analisi dei seguenti argomenti: IL ‘700, l’età della ragione e dell'Arcadia, ritorno al platonismo, Pietro Metastasio, i tempi e i luoghi:... Vedi di più

Esame di Letteratura Italiana docente Prof. G. Coluccia

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ESTRATTO DOCUMENTO

La letteratura secondo lui non può essere apprezzata né dal popolo ( impegnato nei problemi

della sopravvivenza ) , né dai ceti dirigenti troppi occupati dalle cariche amministrative. La

letteratura deve quindi essere coltivata dal ceto medio- borghese che deve però abbandonare

le novelle e le poesie per dedicarsi allo studio della storia, civilmente utile e applicabile al

benessere dell’intera nazione.

DALLE “ULTIME LETTERE DI JACOPO ORTIS”

“L’INCIPIT DEL ROMANZO”

E’ la 1 lettera del romanzo. Jacopo si rivolge all’amico mentre Napoleone col trattato di

Campoformio cede Venezia all’Austria. Il crollo dell’illusione politica con sé tutte le altre e il

romanzo si apre con un’idea eroico- negativa tipica del romanzo alfieriano. Jacopo ha lasciato

la nativa Venezia ritirandosi sui colli Euganei per sfuggire alle persecuzioni degli austriaci col

termine si riferisce agli italiani che non hanno difeso l’indipendenza della Repubblica e quindi

ormai per non consegnarsi a chi lo ha tradito sotto consiglio di sua madre ha deciso di lasciare

Venezia per evitare la persecuzione.

Aspetta quindi morte, l’importante è che il suo corpo non cada in mani straniere. In questa

parte iniziale sono già preannunciate i temi della morte e del suicidio ma anche il desiderio che

la sua vita sia prolungata nel ricordo dei buoni e dei giusti.

“ CONTRO NAPOLEONE “

Questa lettera fa parte della parte centrale del romanzo dove dichiara la propria avversione

contro Napoleone che ha tradito gli ideali di libertà che portava la rivoluzione e invece è

divenuto un tiranno noncurante del destino dei popoli e pronto a vederli solo per il suo

tornaconto politico analizza la società nei suoi strati sociali dopo che si è distaccato dagli ideali

giacobini e rivoluzionari disprezza quei patrioti convinti che si debba aspettare soccorso solo

dallo straniero e riluttanti nell’impugnare le armi per la patria. Vuole quindi prendere le

distanze da essi. Meglio essere sconfitti ma non tradire. La libertà non si può comprare col

denaro e solo convinti che gli stranieri vengono x giustizia , armati di valori superiori e

disinteressati. Attraverso le parole di Jacopo è enunciato il programma politico foscoliano: una

riforma della società italiana . Foscolo affronta direttamente un giudizio sulla figura di

Napoleone e sulla possibilità di intervento che liberi l’Italia dallo straniero rivolgendosi alle

istituzioni storiche.

L’AMORE PER TERESA

È uno dei tanti brani in cui parla del suo amore per Teresa. Descrive con sacralità e morbosità

il sonno della donna amata. Jacopo mostrala natura lirica e descrittiva dell’opera.

Voleva abbracciarla ma rimane a guardarla nel sonno.giaceva con un bel corpo sul divano. Il

ritratto di Teresa è fatto come se fosse un opera d’arte con un braccio sotto la testa e uno

penzolante e le sue vesti lasciavano trasparire le sue belle forme. La toccava come se fosse un

devoto che tocca le vesti di un santo; rende religioso e sensuale il rapporto dell’innamorato con

lei. Stava per baciarla quando l’ ha sentita sospirare e anelare nel sonno e allora si allontana

da lei.solo che lei ormai è stata promessa sposa da suo padre a un giovane ricco, Odoardo, e

l’amore di Teresa è stato consesso dal cielo solo per aumentare il dolore di entrambi.E’

un’espressione che conferma il pessimismo laico di Foscolo. L’amore di Jacopo nutrito di

gioventù e bellezza,acquista una forza che supera le convenzioni sociali e le barriere imposte

dalla famiglia. La natura lirica e soggettiva del brano è testimoniata dall’esperienza personale

filtrata dell’emotività del narratore, mentre sono quasi assenti i riferimenti oggettivi. La

passione di Jacopo è innalzata a una passione sacrale: le forme del corpo sono definite

angeliche, le labbra “celesti “ , la mano è sacra, lui è un devoto.

“ IL BACIO E LE ILLUSIONI “

Durante una passeggiata Jacopo confida a Teresa il suo amore e i due si baciano.La donna

però si ritira subito dichiarando impossibile il suo amore perché è ormai promessa sposa ad un

altro. Il bacio, come anche altri momenti del romanzo , è filtrato attraverso considerazioni

letterari: ad esempio cita alcuni versi di Saffo. Riflettendo su quel momento il poeta esalta la

grandezza delle illusioni. Ma è un momento che dura poco all’interno di questa vicenda.

Mentre passeggiano Leopardi parla d’amore. Teresa è stanca e i due decidono di riposarsi sotto

un gelso. Erano rimasti soli perché Isabella, la sorella di Teresa , si era allontanata.

Non ha il coraggio di proseguire il racconto di quella sera nella stessa lettera, e lo racconterà a

Lorenzo in una lettera successiva dicendo di non volere dimenticare quel momento perché ora

sa che Teresa l’ama.

Avrebbe voluto la morte in quel preciso istante perché avrebbe reso eterno quel gesto. Ma poi

lei si alza di scatto correndo dalla sorella e Leopardi, che si definisce codardo, non ha voluto

trattenerla. L’approssimarsi della notte e l’eclissarsi dell’astro di Venere a cui avrebbe voluto

rivolgersi hanno un valore simbolico perché indicano per Jacopo il crollo di ogni illusione.

LETTERA DA VENTIMIGLIA

E’ una delle lettere più celebri del romanzo dove parla in modo pessimistico sia delle vicende

storiche che della condizione esistenziale dell’uomo costretto ad un dolore senza senso. Mostra

la delusione del post- illuminismo nel comportamento di Napoleone. Jacopo è giunto a

Ventimiglia, al confine con la Francia per mettersi in salvo. Ma preso dallo sconforto, cambia

opinione e decide di tornare indietro preferendo morire nella patria nativa piuttosto che

fuggire. Jacopo descrive in modo molto dettagliato il confine dell’Italia in cui ha vagato per

tanto tempo; si chiede perché non ci sia nessuno a difendere la patria dall’attacco dei nemici.

Lui da solo non può fare niente contro gli stranieri che defraudano le tombe dei grandi

distruggendo il glorioso passato dell’Italia. Pensa quindi che gli italiani siano gli artefici delle

proprie sventure visto che non hanno il coraggio di difendersi. Poche volte nel corso della storia

delle conquiste di vandali, “cesari”,”papi”, all’Italia è toccata una simile sorte, cioè quella di

essere dominata senza neanche lottare.

Foscolo richiama poi il principio filosofico di Hobbes, che vede la naturale condizione umana

come il rapporto tra conflitti egoistici. La legge sta dalla parte dei più forti perché non

condanna chi per ambizione defrauda intere province ma manda a morte chi ruba un pezzo di

pane per sfamarsi. E’ questa la realtà degli uomini e del mondo. La vera virtù,dice Jacopo

rivolgendosi direttamente a Lorenzo, sta nei pochi come loro, deboli e sventurati. In questo,

come in altri passi del romanzo è anticipato uno dei grandi passi dei sepolcri: l’unico valore che

rimane all’uomo è il conforto dopo la morte, la forza del ricordo.

IL TEATRO: IL MELODRAMMA IN ITALIA E IN EUROPA

Nella seconda metà del ‘700 il melodramma continua ad occupare un posto di rilievo tra i

generi teatrali specie in Italia e continuerà ancora nell’800 con Rossini e Verdi. Il primato

dell’Italia è determinato da tre fattori: appartengono alla tradizione italiana le opere

melodrammatiche più fortunate; sono italiani i compositori più rilevanti e apprezzati nelle varie

corti europee e sono italiani anche i maggiori librettisti. L’italiano è la lingua internazionale del

melodramma e in genere della musica. La riforma di Goldoni sviluppa all’interno del

melodramma la parte comica, cioè l’opera buffa; legata soprattutto alla tradizione napoletana

vede l’emergere di Baldassarre Galoppi, Niccolò Piccinini, Giovanni Pasiello e Domenico

Cimarosa. L’opera buffa raggiunge però il suo risultato più alto con Gioacchino Rossigni, la cui

attività teatrale è legata soprattutto all’età giovanile. Tra i suoi capolavori ricordiamo “il

barbiere di Siviglia”(1816) “la Cenerentola”(1817) e l’italiana in Algeri del 1813 approfondendo

nelle sue opere la parte psicologica oltre a quella comica e perfezionando il rapporto tra parole

e musica. Viene data molte attenzione anche alla dimensione sociale dei personaggi

rappresentati in modo quasi meschino attraverso il suo pessimismo.

CARLO GOLDONI

Se si parla di teatro, anche il grande tragediografo Vittorio Alfieri resta spesso escluso dalla

scena e quasi sconosciuto a livello internazionale. Solo la produzione di Goldoni e Pirandello

godono tutt’oggi di fama internazionale. Goldoni è diventato importante per le sue commedie e

soprattutto per la coscienza di scrivere per un pubblico reale rispondendo con le sue opere alle

esigenze del pubblico moderno. Nella Venezia del ‘700 il teatro era divenuto simbolo della vita

sociale e della civiltà.

Goldoni nasce a Venezia il 25 febbraio 1707 ma decide di studiare presso il collegio dei Gesuiti

a Perugina dove il padre Giulio lavora come medico. Studia poi filosofia a Rimini e si dedica al

commediografo latino Plauto. Nel 1721 fugge a Chioggia per andare a lavorare con un

baraccone di comici. Dopo aver lasciato gli studi in diritto e va a Udine dal padre e lì nel ’26

stampa un’edizione di sonetti religiosi. Nel 1729 va a Feltre dove può finalmente dedicarsi al

teatro e l’anno dopo scrive due intermezzi: “il buon padre” e “la cantatrice”. Ma con la morte

del padre, Carlo è costretto a ritornare a Venezia per proseguire gli studi giuridici e nel 1731 si

laurea a Padova. Lavora nel teatro San Samuele con la compagnia di Giuseppe Imer, il

capocomico per cui scrive la tragicommedia Belisario e altri testi. Sposa nel 1736 Nicoletta

Connio . tornato a Venezia, gli viene affidata la direzione del teatro san Giovanni Cristosomo

fino al 1741 e lì rappresenta anche alcune sue opere come “momolo cortesan” nel 1738,

riducendo lo spazio destinato all’improvvisazione, cosa che invece sembrava dominante nel

teatro comico di quei tempi. Si dedica anche a comporre opere in musica collaborando con i

più grandi musicisti tra cui Vivaldi. Risale al ’43 la prima commedia scritta: “la donna di garbo”.

Ma a causa dei debiti fugge di nuovo da Venezia a Pisa dove ha maggiore fortuna come

avvocato e intanto compone nel ’45 “il servitore di due padroni” e nel ’48 “l’uomo prudente” e

“la vedova scaltra”. In seguito torna a Venezia a lavorare con la compagnia di Melbach e con

lui compone “la putta onorata”(49), “la famiglia dell’antiquario”(50), “la locandiera”(52) e altri

capolavori tra cui il bugiardo, la bottega del caffè, i pettegolezzi delle donne e “la casa nuova”

che parla della borghesia mercantile in cui una giovane coppia finisce in bancarotta per i lussi

della giovane sposa. Comincia in questo periodo la polemica con l’abate Pietro Chiari più

conformista e tradizionale al contrario di Goldoni che appoggia la cultura illuminista. Dal ’53 al

’62 lavora per il teatro san Luca impegnandosi per 8 commedie l’anno, ottenendo importanti

successi con “gli innamorati”(58),una commedia in cui due giovani si amano ma sono troppo

gelosi l’uno dell’altra e questo li porterà ad una crisi senza motivo; “il campiello” (56)in cui

descrive una piazza ma non viene messo in risalto nessun personaggio principale; per questo è

una commedia d’ambiente e non di carattere; e “i rusteghi” (60), in dialetto veneziano in cui

descrive l’ambiente ma è una commedia di carattere.”rusteghi”infatti in veneziano vuol dire

asociali e chiusi.[Parla di 4 borghesi, Leonardo, Maurizio, Canciano e Simone, seguaci degli usi

antichi e nemici delle mode e dei divertimenti. Pur avendo le stesse idee, i personaggi sono

molto diversi tra loro e questo fa sì che la commedia non sia monotona. Lunardo e Maurizio

decidono di far sposare i loro figli, Lucietta e Filippetto senza mai averli fatti incontrare ma

prima delle nozze i due riescono a vedersi e si piacciono davvero. I genitori, essendo stati

ingannati, inizialmente decidono di non farli sposare più ma poi capiscono e si ravvedono.

All’interno della commedia c’è anche l’urto tra i conservatori (i vecchi) e gli innovatori (i

giovani). Goldoni appoggia le ragioni dei giovani perché sono sane, sobrie ed oneste.] Intanto

dal ’50 aveva iniziato a pubblicare le sue opere prima con l’editore Bettinelli di Venezia, poi con

l’editore Paperini di Firenze, fino alla stampa del teatro completo di Goldoni, interrotto nel

1778.

Cominciano ad essere rappresentate anche a Roma alcune delle sue commedie tra cui “le

baruffe chiozzotte”(nel dialetto di Chioggia) che parla di una comunità di pescatori in cui un

giovane porta scompiglio tra le ragazze del paese generando gelosie e malintesi, ma Goldoni

non vuole fare una caricatura di tutto questo;“una delle ultime sere di carnevale”, “la buona

figliola”, musicato da Piccinini, “sior Todero Brontolon” in dialetto veneziano, è stato definito il

5° rustego. Anche qui il centro della commedia è la lotta tra vecchi e giovani, infatti Todero

vuole fare sposare la nipote Zanetta, ad un uomo innamorato di una cameriera promessa però

ad un altro.

Poi va a Parigi con la moglie dove però la sua bravura viene delusa: gli viene chiesto infatti

solo di ritoccare qualche opera già provata. L’unico successo di quel periodo è “il ventaglio” del

1765 che lo fa assumere presso il re Luigi XV come insegnante di italiano delle figlie a

Versailles e poi al servizio delle sorelle di Luigi XVI. Ritorna nel 1780 a Parigi dove inizia la

stesura delle “memorie” (mémoires) . muore il 6 febbraio 1793

Nel ‘600 Venezia, la città di Goldoni, aveva una fiorente tradizione teatrale dovuta anche alla

crisi dei commerci che fa investire in nuove attività produttive tra cui proprio il teatro. Il

numero di teatri aumenta, favorendo l’affermazione di grandi artisti, il pubblico si allarga

dall’aristocrazia alle classi borghesi fino ad arrivare a quelle più umili. Proprio grazie ad un

pubblico più vasto hanno successo nuovi generi teatrali come la commedia e il melodramma.

La commedia segue quasi alla lettera le regole imposte dalla commedia dell’arte: gli attori

impersonano caratteri fissi, l’azione si deve basare su un canovaccio rischiando di banalizzare

le varie situazioni se gli attori non sono in grado di rappresentarle. Goldoni agisce proprio

contro queste regole troppo rigide, ponendo in primo piano i bisogni del pubblico. Goldoni

sembra agire come un vero professionista del teatro (infatti dal successo dell’opera dipende il

guadagno del suo autore). Lui è uno dei pochi intellettuali che vivono della propria professione

e per questo deve soddisfare i gusti del pubblico senza potersi soffermare su un’idea troppo

superiore di arte. Proprio il pubblico doveva essere uno dei parametri principali per il

rinnovamento della commedia dell’arte; se fino a quel momento si era data troppa attenzione

alla spettacolarità della rappresentazione, dalla scenografia alla recitazione, poco si erano

attenzionati i testi come invece era avvenuto negli altri paesi. Goldoni vuole dare priorità al

testo per un desiderio di ordine e perfezione causato dalle troppe improvvisazioni degli attori.

Amava la naturalezza come egli stesso scrisse in due libri:il mondo e il teatro. Quando parla di

teatro non vuole riferirsi ai modelli classici ma alla vita concreta dei teatri in cui al centro ci sta

il pubblico: lascia dunque spazio direttamente sulla scena per coinvolgerlo maggiormente. Il

mondo è invece la realtà della vita psicologica. Bisogna andare oltre i caratteri tradizionali,

senza schemi prefissati; non vuole fornire modelli ideali né criticare ma rappresentare le cose

come stanno realmente. Il teatro non è altro che il giudizio del pubblico che deve confrontarsi

con ciò che lo circonda. Le commedie devono dare la possibilità di riflettere su questioni sociali,

morali, psicologiche reali. Goldoni è lontano dallo sfarzo e dagli eccessi della vecchia commedia

e vicino a questo genere nuovo è più serio.

Un’altra rivoluzione di Goldoni riguarda i caratteri, ridotti a fisse tipologie, personificazione

ciascuno di un valore o un vizio. Lui invece crede che ogni persona sia diversa e paricolare

perché frutto di un insieme di cause che ci sono solo in quel determinato momento. Non ci

sono più IL servo e IL padrone in generale ma UN servo e UN padrone in quel momento e in

quel contesto storico- sociale. Anche l’ambiente in cui si svolge l’azione deve essere

attenzionato con particolare cura. Scrive anche dei testi teorici per spiegare meglio le sue idee

sulle riforme come nelle “prefazioni”. Nel 1750 scrive “il teatro comico” un vero e proprio

sperimento meta-teatrale che rappresenta le prove di una compagnia e le loro difficoltà nel

rispettare un copione..

Ludovico Zorzi, un critico teatrale, in una delle sue analisi su Goldoni dice che con lui si passa

da teatro d’élites a teatro di massa.

La produzione di Goldoni è molto vasta: si contano circa 200 opere teatrali tra cui commedie,

tragicommedie, libretti, libretti, intermedi, melodrammi. La carriera di Goldoni si può dividere

in 5 periodi:

Prima della riforma;

• Verso la riforma;

• Realizzazione della riforma;

• Oltre la riforma;

• Ripiegamento su sé stesso.

Come si può ben vedere, la riforma teatrale è il centro della sua vicenda creativa. La prima

fase va dall’esordio del 1730 con i due intermezzi (il buon padre e la cantatrice) fino al 1738

con il “momolo cortesan”. E’ per lui un periodo di apprendistato: l’incontro con il teatro si limita

ai testi scritti per il teatro musicale. La seconda fase dura un decennio esatto, dal ’38 nel

teatro san Samuele con il momolo cortesan, rappresentato ancora in modo tradizionale, con il

canovaccio in cui solo la parte del protagonista è scritta per intero. E’ comunque il primo passo

verso la riforma, una specie di compromesso che viene adottato da Goldoni anche per altre

due commedie “momolo sulla brenta” e “il mercante fallito”. Ancora il pubblico però non

apprezza il suo voler regolarizzare la commedia e sembra apprezzare invece il genere comico.

Tra il ’42 e il ’43 arriva la svolta con “la donna di garbo”, la prima commedia scritta per intero.

Il 1748 segna l’inizio della terza fase con un trionfo al teatro sant’Angelo con la vedove scaltra,

una commedia di carattere: Rosaura ha un atteggiamento schietto e seducente, che poi verrà

ripreso nella figura di Mirandolina nella “locandiera”. Cominciano ad essere introdotte anche

nelle commedie successive dei personaggi di carattere popolare ritratti nella loro originalità

della vita quotidiana. Diminuisce sempre di più la differenza tra commedia di carattere e

commedia d’ambiente. Comincia un periodo intenso di lavoro , produce molto per la compagnia

Melbach e questo suo apprezzamento per il mondo popolare si vede ne “il cavaliere e la

dama”(49) nel confronto tra il mercante operoso e il nobile arrogante, quasi in tono satirico

contro l’aristocrazia. Ne “il padre di famiglia”, il padre deve lottare per non disgregare la

serenità familiare, smascherando inganni e rivalità. La famiglia è al centro della sua attenzione

anche ne “la famiglia dell’antiquario”(1750) in cui si ha uno scontro di classe tra la suocera,

che rappresenta l’aristocrazia in declino e la nuora, che invece è simbolo dell’alta borghesia

arricchita.il conte Anselmo, grande collezionista di oggetti antichi, si fa sovrastare dalla moglie,

la “padrona di casa”; anche il figlio Giacinto e marito di Doralice è una figura passiva che si fa

comandare dalla moglie. Il dialetto in alcune rappresentazioni è riservato ai personaggi più

bassi. I risultati più importanti del periodo tra il ’50 e il ’51 sono, oltre alle opere del teatro

comico (ispirato a “l’impromptu de Versailles”, l’improvvisazione di Versailles di Moliere), “le

femmine puntigliose” (ancora conflitto sociale tra borghesia e nobiltà nei pettegolezzi

femminili), “la bottega del caffè”, una rappresentazione della vita veneziana tra i locali di una

piccola piazza. Don Marzio, un nobile decaduto,grottesco eroe calunniatore,causa invidie e

gelosie con le sue maldicenze fino a quando viene scoperto e insultato pubblicamente. Goldoni

vuole denunciare la corruzione dei costumi attraverso la voce malevola di don Marzio.

Il passaggio nel ’53 al teatro san Luca avviene in un periodo di crisi per Goldoni. Inizia qui la

4° fase della sue produzione: se da un lato cerca le riforme, dall’altro deve affrontare le sfide

del rivale Pietro Chiari; si rompe l’equilibrio su cui si basava tutto il periodo precedente. Se

prima infatti era il periodo dello scontro solo vocale, ora è il tempo del confronto. Nonostante

tutto, proprio tra il ’59 e il ’62 nascono le sue commedie più riuscite.

Viene deluso anche dal ceto stesso a cui prima si rivolgeva, la borghesia che sembra non

apprezzare più le sue opere, se infatti nella prima fase del suo teatro il mercante è il portatore

positivo dei valori borghesi, verso gli anni ’60 la sua figura entra in crisi. La borghesia

mercantile viene giudicata ormai incapace di porsi come classe egemonica e di promuovere il

rinnovamento civile e culturale della repubblica.

L’affermazione “il teatro si fonda sul dialogo” sembra essere ancora più vera per Goldoni che

per gli altri autori teatrali suoi contemporanei. I suoi personaggi sono protesi verso la

comunicazione, disponibili al confronto tra punto di vista diversi. Si può dire che per lui, il

teatro è una lezione di democrazia basata sul dialogo.

Spinto da idee ugualitarie, crede che i dialetti abbiano la stessa dignità della lingua nazionale,

comprese le lingue dei ceti popolari, sottolineando come il suo teatro sia molto realistico e

anche quando usa l’italiano, non è mai quello letterario ma è l’italiano parlato. Goldoni spiega

il suo rifiuto per la “gentilissima lingua toscana”: la commedia è un’imitazione di persone che

parlano e non di persone che scrivono e per questo si serve del linguaggio comune anche se

cerca di evitare termini troppo dialettali.

Anche lo stile è lontano dalla complessità con l’uso della paratassi e periodi brevi,

rispecchiando i canoni del ‘700. L’arte di Goldoni si trova più a suo agio con il dialetto perché

riesce ad esprimere meglio le varie situazioni specie se sono ambientate nel mondo popolare.

Alcuni critici, forse proprio per il suo interesse verso il popolo, pensavano che egli fosse incolto

e impulsivo e invece vengono smentiti dai tanti testi che lasciò intanto nelle prefazioni delle

sue opere con “l’autore a chi legge” e poi con la sua produzione autobiografica “le memorie

italiane” (per distinguerle da quelle redatte in francese”. Uscirono tra il ’61 e il ’78 e parlano

della vita di Goldoni sin dalla nascita. Oltre ad essere un documentario per lo sviluppo delle sue

idee sulla commedia dell’arte, sono importanti dal punto di vista artistico. Nel racconto infatti,

la vita si identifica sempre con il teatro anche se si capisce che tratta l’opera da una

prospettiva successiva alla riforma. Le avventure al di fuori del teatro hanno solo un piccolo

spazio, come la fuga in barca da Chioggia e la laurea. Anche la sua vita è rappresentata come

se fosse una commedia, con distacco e un po’ di ironia; più che l’interiorità del soggetto,

contano la vita di relazione, la Venezia della giovinezza, le piazze e le vie animate, le

imbarcazioni. La lingua e lo stile collaborano a questa armonia, con un francese raffinato e

diretto.

La realizzazione della riforma fu favorita dalla presenza di una borghesia sviluppata; la

posizione però nei suoi confronti non è sempre coerente, e se prima si identifica con essa e con

i suoi ideali, poi finisce per criticarla. Oggetto costante di critiche è la vecchia nobiltà che

rendeva difficile la realizzazione delle idee goldoniane e giustificavano il loro comportamento

accusandolo di immoralità. Un’adesione più convinta al suo teatro veniva invece dagli

illuministi e dall’ambiente del caffè di Pietro Verri anche se a volte gli rimproveravano il troppo

formalismo.

Nell’800 la fama di Goldoni da un lato si rafforza, accettato anche da personaggi di spicco

come Manzoni, dall’altro invece viene messa in dubbio perché portatrice di una realtà

provinciale e priva di valori specialmente perché alcune sue opere vennero fraintese..

benedetto Croce ad esempio ne dà un giudizio molto limitativo: “una totale assenza di riuscita

artistica”. Solo dopo la seconda guerra mondiale il suo teatro ha una svolta positiva nel nuovo

rapporto con la borghesia mercantile.

LA LOCANDIERA E LA RIFORMA.

La locandiera viene rappresentata per la prima volta al teatro sant’Angelo di Venezia, nel

carnevale del ’53, nel periodo in cui il suo rapporto con Girolamo Melbach entra in crisi fino alla

successiva rottura. Goldoni voleva proporre al pubblico veneziano qualcosa di inedito che però

il pubblico non seppe apprezzare.

La locandiera è divisa in tre atti, ognuno a sua volta formato da altrettante unità tematiche

(rappresentate dal cambiamento scenico).

PRIMO ATTO: le prime dieci scene si svolgono nella sala comune della locanda dove il conte

d’Albafiorita, nuovo arricchito e il marchese Forlinpopoli, nobile con poco denaro,discutono

animatamente e a loro si aggiungono Fabrizio, cameriere della locanda rassegnato e fedele alla

padrona e il cavaliere di Ripafratta,uno zotico introverso e nemico giurato delle donne. I temi

principali sono due: le differenze sociali e le differenze tra i sessi; Mirandolina decide però di

attuare un piano nella sua camera per punire la superbia del cavaliere attraverso la seduzione

SECONDO ATTO: il cavaliere resiste alle provocazioni di Mirandolina per non cadere nella

trappola amorosa. Con lo svenimento di Mirandolina però il cavaliere di Ripafratta si accorge di

essere perdutamente innamorato di lei.

TERZO ATTO: la scena si apre con Mirandolina che stira e con il cavaliere molto geloso sia per

la continua presenza di Fabrizio sempre accanto a lei, ma soprattutto perché lei non sembra

considerarlo e dopo aver raggiunto il suo scopo, gli nega ogni sua attenzione. Il finale della

commedia è ambientato in una camera con tre porte, una per ogni personaggio principale.

Dopo che Mirandolina lo ha fatto scoprire davanti a tutti, il cavaliere esce di scena

confermando la sua opinione iniziale sulle donne. Mirandolina decide di sposare Fabrizio

almeno per mantenere la sua reputazione. In realtà nulla è cambiato.

La locandiera è preceduta da una lettera di dedica indirizzata al nobile fiorentino Giulio

Ruccellai, professore a Pisa e magistrato a Firenze che Goldoni aveva conosciuto nel 1744. lui

infatti era favorevole ad una moderata riforma della commedia e alla creazione di un genere

teatrale medio per il pubblico borghese.

Un altro testo importante per capire la poetica della locandiera è “l’autore a chi legge” risalente

al ’53: il lettore chiamato in causa però non coincide perfettamente con il pubblico reale della

commedia. La premessa serviva anche a Goldoni per difendersi dalle accuse di immoralità che

gli erano state mosse e per questo insiste sul valore esemplare dei due personaggi, soprattutto

nella parte finale. Il cavaliere nel suo comportamento è irrazionale e asociale; nel personaggio

di Mirandolina vuole mostrare la “barbara crudeltà” con cui certe donne si burlano dei

miserabili, sottolineando allo stesso tempo l’abilità con cui lei riesca a dominare un uomo di

una classe sociale superiore. Tutto il personaggio di Mirandolina ruota attorno alla simulazione

della modestia: “sono una povera donna senza grazia…”

VITTORIO ALFIERI

Nasce ad Asti il 19 febbraio 1749 da una famiglia nobile,costretto a vivere con il patrigno dopo

la morte del padre. L’appartenere alla nobiltà sarà considerato per Alfieri un ottima possibilità

per criticarla senza sembrare invidioso. Studia nella Reale accademia di Torino fino al 66.

invece di intraprendere la carriera militare decide di viaggiare molto in giro per l’Italia fino a

diventare per lui una sfida estrema come dirà nelle testimonianze autobiografiche scritte nella

“VITA”qualche anno dopo. Tutto è un continuo tedio:raggiunto un obbiettivo con tanti sacrifici

subito si ispira a qualcosa di più problematico e impegnativo. Viaggia tra

Milano,Roma,Firenze,Napoli,Londra,Olanda,Berlino,Francia,e poi Spagna,e Portogallo. Torna a

Torino dopo aver girato tutta l’Europa a soli 23 anni. La sua formazione culturale è quindi

tardiva e soprattutto incerta; si avvicina alla letteratura con ribellione e sofferenza. Nel 1773

compone in francese “l’esquisse du jugement universel” (saggio di giudizio universale) e inizia

una relazione amorosa che durerà due anni ,con una donna sposata, Gabriella Falletti e ispirata

a lei sarebbe nata la sua prima tragedia, “Cleopatra”, rappresentata per la prima volta a Torino

il 16 giugno 1775. inizia qui il suo periodo più creativo in cui compone:

il “Filippo” dove ci presenta la prima figura del tiranno, del potere come oppressione in

• cui il re Filippo II per affermarsi non conosce limiti e sposa la giovane Isabella

togliendola al figlio nonostante i due giovani si amino ancora e alla fine uccide il figlio

Carlo;

“Polinice”, una tragedia scritta secondo i modelli classici in cui racconta lo scontro tra

• due fratelli, Eteocle e Polinice per la conquista della grandezza. Ma la loro stirpe è

maledetta, sono nati infatti dall’incesto di Edipo con la madre e quindi condannati

all’infelicità.

“Antigone”: è una continuazione della tragedia precedente, la sorella dei due rivali è la

• vittima che si uccide non per affermare la propria individualità, ma per sfuggire alla

crudele realtà e ristabilire la propria purezza.

“Agamennone”; in cui emergono il pessimismo e la debolezza umana. Clitennestra fa

• uccidere il marito Agamennone dall’amante Egisto ma lei sarà solo sopraffatta dalle sue

passioni.

“Oreste”; ha una tematica accoppiata a quella dell’Agamennone, è stata definita la

• tragedia gemella. Il figlio di Agamennone deve vendicare il padre e compirà un

matricidio ma il giovane resterà imprigionato da incubi e ossessioni;

“Virginia”; si ispira allo storico Livio: Iciglio vuole difendere Virginia da Ippo Claudio ma

• muoiono entrambi.

“Maria Stuarda”; è la tragedia voluta dalla contessa d’Albany, sua amante che non parla

• della morte della regina ma del suo inetto marito.

“Ottavia”; ispirata allo storico Tacito.

Non sentendosi ancora culturalmente all’altezza dei grandi scrittori italiani, perché parlava e

scriveva solo in francese, decise di studiare in modo forzato e con dei “viaggi letterari” come

lui stesso li chiamava, in Toscana, per accrescere la padronanza della lingua italiana. Si

stabilisce a Firenze dove conoscerla contessa d’Albany, anche lei sposata, destinata a divenire

la donna della sua vita. Per essere libero dalla censura del re di Sardegna dona tutto il suo

patrimonio alla sorella Giulia a patto però di una sostanziale pensione. Si reca poi a Parigi con

la contessa e lì scrive altre opere e traduce Virgilio e il poeta inglese Pope. Dedica anche

un’ode alla presa della pastiglia. Ritorna a Firenze, deluso sia dalla Francia che dai suoi ideali e

scriverà anche una satira antifrancese, “il misogallo”, parte delle rime e 17 satire. Muore a

Firenze il 17 ottobre 1803, a 54 anni. Il bisogno di Alfieri di allontanarsi dal Piemonte era dato

dal fatto che questa era una delle zone culturalmente più arretrate d’Italia e non c’era neanche

una borghesia moderna. Alfieri nelle sue opere vuole criticare soprattutto l’aristocrazia ma la

sua critica resta fine a sé stessa, non ha alternative sociali o civili positive come invece

accadeva con Parini. Alla cultura moderna preferisce i grandi modelli classici, Plutarco, Dante…

questo atteggiamento di rifiuto si incontra in una sua opera politica, “della tirannide”(’77), un

trattato diviso in due libri, il primo per definire la tirannide e le sue forme, il secondo per

spiegare i modo di resistere e ribellarsi ad essa sulla base dei modelli di Montesquieu e

Machiavelli. Il tiranno e il suo oppositore creano uno scontro titanico non storico, ma basato

sull’individualità e sull’eroismo; la sconfitta e la libertà si unificano solo nella morte eroica.

L’unico modo per combattere il titanismo è la scrittura; la letteratura infatti è antitesi del

potere: Alfieri rinuncia per questo ad ogni compromesso tra scrittore e istituzioni e rifiuta il

modello dell’intellettuale cortigiano. Lo scrittore deve invece essere solitario e aristocratico.

Questo aspetto dell’ideologia di Alfieri si trova soprattutto nell’altra sua grande opera, “del

principe e delle lettere”, composto in tre libri dal 78 all’86. i suoi limiti però vengono fuori

quando vengono sconfitti gli ideali della rivoluzione francese inizialmente sostenuta con

entusiasmo. Il culmine di questa “sconfitta ideologica” si avrà appunto nel “misogallo”, il cui

titolo significa infatti l’odiatore dei francesi.

Per quanto riguarda la scrittura, come è già stato accennato, Alfieri sostiene un ideale di

scrittore puro e libero da ogni condizionamento e fedele solo alla verità. L’attività di scrittore,

secondo lui, deve essere riservata solo a quelle persone che riescono a procurarsi con altre

attività il necessario per vivere, altrimenti la scrittura non ha più come fine la verità ma il

guadagno e la sopravvivenza. Se Parini accentuava la funzione sociale e civile del poeta, Alfieri

attenziona di più la sua soggettività, facendo un’esibizione pubblica del proprio carattere con

una tendenza irresistibile all’autobiografismo, rappresentandosi come apostolo dell’Amore,

della Libertà e parlando quindi del proprio odio verso i tiranni che la vietano. La sua tendenza

all’autobiografismo trova spazio nelle tante RIME la cui prima raccolta fu pubblicata nel 1789 e

l’intera produzione solo nel 1804, la forma privilegiata è quella del sonetto perché viene

considerato un “contenuto di espressività”. Dal canzoniere di Tetrarca prende invece la

compattezza e la nobiltà dei versi anche se la sua natura è spesso minacciosa, orrida e piena di

inquietudine. Le Rime hanno una configurazione aperta e irrisolta, ogni testo rappresenta un

singolo episodio interiore, un sentimento. Accanto alle rime troviamo le composizioni sparse

come un’ode scritta per proclamare l’indipendenza americana, “l’America liberata” e una per la

presa della pastiglia, “Parigi sbastigliato”. A parte invece si colloca un poemetto di 4 canti in

ottave “l’Etruria vendicata” dedicato a vicende fiorentine del Rinascimento.

Per il TEATRO si contano 6 commedie, 19 tragedie oltre a quelle non pubblicate e gli abbozzi.

Le commedie furono scritte negli ultimi anni e pubblicate nel 1806; alcune raffigurano idee

politiche animate da sentimenti reazionari come in “l’uno- i pochi- i troppi- l’antidoto”. Altre

invece sono più moraliste, come “il divorzio”.

Le tragedie vengono realizzate negli anni più fertili della sua produzione. Proprio il suo

temperamento duro ed eroico lo spingeva al teatro, e soprattutto alla tragedia, per un’urgenza

espressiva: è come se i personaggi nascessero dai vari punti di vista dell’autore. Anche nelle

tragedie infatti viene espressa al massimo la parte autobiografica. La decisione di misurarsi

con il teatro tragico fu presa come una vera e propria sfida perché nella tragedia non c’erano

dei modelli validi a cui riferirsi nella storia letteraria italiana. Ma c’erano anche ragioni

ideologiche: la tragedia poteva rappresentare bene la contrapposizione tra bene/male,

coraggio/viltà, libertà/tirannide. La tragedia era inoltre una forma d’arte aulica, elitaria e

distante dai nuovi generi borghesi come il romanzo. La sua composizione si articola secondo

tre momenti fondamentali e ben distinti tra loro. IDEARE: scegliere il soggetto e abbozzare

qualcosa secondo ispirazione, dividere in atti e scene. STENDERE:scrivere gli atti e le battute in

prosa.VERSEGGIARE:trasformare le battute in prosa in versi. La tragedia prende quindi

l’aspetto definitivo, riorganizzando la prosa in endecasillabi sciolti.

Tra una fase e l’altra deve passare un po’ di tempo per organizzare le idee (possono passare

settimane, ma anche mesi o anni). Si segue quindi passo- passo lo sviluppo dei temi;lo

sviluppo dell’opera è anche un duro lavoro di correzione.

Le idee di Alfieri sul proprio lavoro non sono contenute in nessuno scritto teorico; il modello

adottato da Alfieri è quello della tradizione aristotelica delle 3 unità, di tempo, di luogo e di

azione con un numero ristretto di personaggi, tutti essenziali allo svolgimento del dramma,

attorno ai quali è concentrata tutta la tensione. Il lessico è scelto ed elevato, senza tracce di

banalità e anche la sintassi indica tensione con una fitta punteggiatura. Si ricerca il sublime

invece della naturalezza. Lo svolgimento dell’azione è meno importante rispetto alle ragioni

che portano allo scioglimento finale ed al realizzarsi della tragedia. Il destino tragico di morte

che segna i personaggi alfieriani è l’unico segno di grandezza che li distingue.

Il periodo di composizione delle tragedie va dal 75 all’88 dopo l’intensa stagione dei viaggi;

nella scrittura delle tragedie è espressa tutta la sua personalità.

“SAUL”: è tra le tragedie più riuscite di Alfieri e anche tra le predilette visto che più volte ne

recitò la parte del protagonista. La fonte di ispirazione è IL LIBRO DEI RE della Bibbia ma

Alfieri ne alterò la vicenda semplificandone l’intreccio per rispettare le unità aristoteliche. Gli

ebrei attendono lo scontro decisivo con i Filistei e il loro re, Saul, si mostra inizialmente sicuro

della vittoria ma poi una crisi psicologica sconvolge la fiducia in se stesso. Gli manca la difesa

di David, lo sposo di sua figlia, che lui stesso aveva mandato in esilio. Lo manda a chiamare e

David ritorna disposto anche a morire pur di difendere il suo re. All’inizio Saul si abbandona

totalmente a lui ma poi si sente di nuovo minacciato dalla sua presenza e non lo vuole come

successore. David è costretto a fuggire di nuovo. Viene messo in risalto l’eroismo generoso di

David, fedele sia alla sua sposa Micol che al suo re; vive in modo assoluto il senso del dovere.

La solitudine di Saul e la sua condanna sono causati dal suo animo inquieto, dalla sua voglia di

primeggiare senza mediazioni. Dall’altra parte troviamo invece un desiderio di sicurezza e di

amore. Le due spinte sono però inconciliabili e dopo aver oscillato tra quei sentimenti

contrastanti, Saul si allontana da tutti decidendo di morire da re, mantenendo il suo primato.

Saul non è più un personaggio titanico come gli altri eroi alfieriani;il suo mondo non è più ben

saldo. Lo scontro infatti non avviene come accadeva prima tra due personalità diverse in due

personaggi diversi perché le due personalità appartengono entrambe al protagonista. Consiste

proprio in questo l’evoluzione del sistema tragico di Alfieri e l’originalità della tragedia sta nella

folli del suo personaggio centrale.

Alfieri affida allo stile la tragicità dei personaggi; la sintassi non segue quasi mai l’ordine più

ovvio, ad esempio l’aggettivo viene preposto al nome per dare un effetto solennizzante; il

soggetto si trova spesso alla fine della frase e le ripetute interruzioni nelle battute dei

personaggi servono ad aumentare la tensione assieme alle continue pause, ai puntini di

sospensione ecc… un altro elemento di insicurezza è la brevità dei periodi e il loro ritmo

incalzante.

La prima ambivalenza nel Saul è il rapporto tra presente e passato: se il passato è sereno,

vittorioso, il presente è invece incerto e decadente. L’identità di Saul oscilla tra il ricordo delle

glorie passate e la possibilità di una sconfitta presente. La seconda ambivalenza è il rapporto

tra vecchiaia e giovinezza che può essere collegata al rapporto precedente tra presente e

passato. La terza è invece il rapporto con gli altri perché se da un lato ha bisogno di loro,

dall’altro li respinge. Il delirio si Saul, nella terza scena, si manifesta nella visione di cose che

non esistono, quando proietta nella dimensione reale i contenuti del proprio mondo interiore;

sente su se stesso tutta la debolezza e la maledizione divina sotto forma di incubi e angosce,

cerca quindi di ribellarsi a Dio e affermare il suo io e il suo titanismo ma alla fine l’unica

soluzione sarà la morte( una liberazione dal tormento per ristabilire la dignità.

Dopo aver scritto il Saul, Alfieri si fermerà per due anni, preso dal pessimismo e dal disprezzo

per l’esistenza. Dopo questa crisi infatti si sposterà verso nuovi ideali, dove non ci sarà più

l’eroe chiuso nella sua solitudine ma più altruismo verso gli altri, senso di pietà e infelicità e

una nuova attenzione verso gli affetti privati.

Tra le ultime opere teatrali troviamo:

“Sofonisba”: dove non prevalgono è più sentimenti individuali ma amicizia, amore,

• solidarietà e mitezza.

“Mirra”: una tragedia che si rifà al mondo classico ma che è ambientata in un interno

• familiare e borghese. Parla di un’eroina innamorata del padre Cinico che cerca di

sopraffare le sue passioni con una grande forza di volontà ma questa passione la

porterà ad una corrosione interiore e poi alla morte. È stata considerata la più grande

tragedia dopo il Saul.

“Bruto 1°”e “Bruto 2°”: risalgono entrambe all’86. sono ambientate a Roma su delle

• figure di politici eroici ed esemplari. Il primo libera Roma dalla tirannia dei re, il secondo

uccide Giulio Cesare.

“Alceste Seconda”: rielabora la tragedia di Euripide sui temi cari ad Alfieri: amicizia,

• affetti domestici e fragilità umana.

“Abele”: tragedia non molto importante che si ispira al personaggio biblico.

LA “VITA”

l’opera nella quale meglio si esprime la tendenza all’autobiografismo è la “vita di Vittorio Alfieri

da Asti scritta da esso”: l’autore pone la propria esistenza a oggetto della scrittura. Fu

composta sotto l’influenza delle “memoires” di Goldoni. La prima stesura risale alla primavera

del 1780, invece la versione definitiva tra il 1798 e il 1803. l’opera è divisa in due parti: la

prima dalla nascita fino al 1790, divisa in 4 epoche, Puerizia, Adolescenza,Giovinezza e Virilità.

La seconda, rimasta incompiuta, racconta le vicende dopo il 1790. Tutto ruota attorno al

motivo della conversione letteraria in cui l’autore prende coscienza di sé e si dedica alla

scrittura. Nella Vita si trovano disseminate le tematiche portanti della sua poetica; lo stile

serve da un lato a rendere familiare l’esperienza, dall’altro ad innalzarla fino al sublime.

De Sanctis, nell’analisi di Alfieri riconosce come necessario il classicismo mentre altri lo

avevano considerato un limite. Croce invece mette in luce il significato “protoromantico” delle

opere alfieriane: tratti romantici sarebbero l’individualismo, la tendenza all’autobiografia e le

passioni soggettive. Un arricchimento delle idee di Croce è dato dalle idee di Fubini e Binni che

mettono anche in risalto la componente pessimistica accanto a quella eroica. Sapegno

individua come limite nelle sue opere l’astrattismo e l’aristocraticismo specie se vengono messi

in rapporto con il periodo in cui visse, l’illuminismo. La prima stesura completa di quest’opera

risale al 1790, poi l’opera subì diversi piccoli ritocchi e il volume completo uscì postumo nel

1806 con una datazione falsa (Londra 1804). Il testo si divide in due parti: la prima si apre con

una introduzione, è divisa in 4 sezioni per le 4 fasi più importanti della vita di Alfieri: puerizia,

adolescenza, giovinezza e virilità. La seconda parte è la continuazione della quarta epoca del

primo libro nel periodo che va dal giugno 1790 al 14 maggio 1803, la divisione è dovuta al

fatto che nella prima edizione l’opera arrivava fino al 1790.

Nell’introduzione Alfieri giustifica la sua idea di scrivere un’autobiografia; gli argomenti centrali

sono l’amor proprio, la curiosità che i lettori manifestano nelle tragedie per le vicende personali

dell’autore e la consapevolezza che comunque una biografia su di lui sarebbe stata scritta

quando avrebbero ristampato le sue opere. La prima epoca, la puerilità inizia col parlare

dell’origine sociale e familiare di Alfieri perché secondo lui il nascere agiato e nobile gli ha

permesso di rimanere libero e puro, di non servire nessuno e di potere liberamente attaccare

la nobiltà senza essere accusato di invidia e risentimento come invece era accaduto con Parini.

Tra i temi centrali di questa parte troviamo alcune reminiscenze infantili in cui cerca la causa

delle sue inclinazioni naturali alla malinconia, il desiderio di gloria e il suo carattere passionale.

A 9 anni viene mandato all’accademia militare di Torino(istituzione che formava i giovani nobili

piemontesi) e dopo la morte del padre passa sotto la tutela di uno zio; l’allontanamento dalla

famiglia è rievocato come un trauma e il periodo nell’accademia è considerato di ineducazione,

di non- studi in un luogo in cui allievi e maestri sono allo stesso modo asini. Questa stagione di

infermità, ozio e ignoranza diventa il tema centrale della seconda parte in cui Alfieri cresce

insoddisfatto della vita che conduce; i viaggi che si susseguono ininterrottamente per quasi 7

anni sono argomenti invece della terza epoca, in cui descrive i momenti in cui attraversa l’Italia

fino a Napoli, visita la Francia, l’Inghilterra, l’Olanda, l’Austria, la Germania: i viaggi infatti

erano una parte fondamentale nell’educazione dei giovani nobili a metà del ‘700, lui però era

animato non dalla curiosità o dalla voglia di imparare, ma dall’insoddisfazione provata in

qualsiasi posto si trovasse, dalla malinconia e dalla noia. Compie letture importanti, la Plutarco

agli illuministi francesi. I viaggi terminano nel maggio del 1772 e nei tre anni successivi

partecipa alla vita nobiliare torinese e diventa l’amante della moglie di un marchese; sono di

questo periodo i suoi primi tentativi di comporre poesie. La quarta epoca, la virilità e poi anche

la sua continuazione sono il racconto della sua carriera letteraria e degli studi intrapresi; la

lingua con cui abitualmente si esprimeva era il francese e quindi dovette imparare l’italiano e

per questo fece molti viaggi soprattutto on Toscana.

L’INTRODUZIONE ALLA “VITA”

Qui alfieri precisa i motivi che lo hanno spinto a scrivere la “vita” e illustra la divisione interna

del libro in epoche spiegandone le scelte stilistiche. Secondo lui, oltre ai motivi già citati, è

importante il contributo che può dare un’autobiografia alla studio dell’uomo: le opere infatti

devono avere per lui un fine pubblico e illustrare verità universali; qualche anno dopo, con

l’affermazione del Romanticismo, gli autori non sentiranno più la necessità di trovare delle

giustificazioni scientifiche e pubbliche per esprimere la propria interiorità privata. È questa la

ragione per cui nasce l’autobiografia moderna, l’intellettuale si sente legittimato a parlare di sé

perché esiste un pubblico che considera importante la sua esperienza personale. L’introduzione

comincia con una citazione latina “plerique suam ipsi vitam narrare, fiduciasm potius morum,

quam arrogantiam arbitrati sunt” cioè: “i più ritennero che narrare la propria vita significhi

fiducia nei propri costumi piuttosto che vanagloria” (Tacito- vita di Agricola) sicuramente il

parlare di sé nasce da vanagloria e dall’amore per sé stesso, quindi non vuole dare false e

illusorie ragioni perché non verrebbero credute; confessa quindi che quello è senz’altro il

motivo principale. Avendo scritto molto, e anche cose che non avrebbe voluto scrivere, dice

che forse quei lettori che più lo hanno apprezzato, sono curiosi di sapere qualcosa di più su di

lui, e poi, una biografia scritta dopo la sua morte da persone che neanche lo conoscevano solo

per ricavare qualche soldo in più dalla vendita della sue opere, sicuramente risulterà più falsa e

quindi è meglio che la scrive da solo perché sia meno cattiva e più vera.

Spiega poi il disegno dell’opera proponendo di essere breve per ciascuna parte anche se vuole

spiegare le cose principali e non vuole nominare nessun altro a parte sé stesso perché sono le

sue vicende che vuole narrare e non quelle degli altri. Il nucleo centrale della “vita” è

rappresentato dalla scoperta della vocazione letterarie e l’opera viene idealmente divisa in due

da questo evento. Le vicende anteriori ad esso sono manifestazioni del “forte sentire” cioè di

quel carattere passionale che l’io narrante avrebbe potuto esprimere solo successivamente con

la composizione della tragedie; il vero tema della vita è quindi la rievocazione di quelle tappe

fondamentali che gli hanno permesso di diventare scrittore.

LE REMINISCENZE INFANTILI E IL CONTROLLO SULLA NARRAZIONE [ EPOCA I- CAP. II ]

Uno dei brani più famosi dell’opera ha come argomento il ricordo delle esperienze infantili:

Benedetto Croce e Luigi Russo di cono che queste parti sembrano anticipare una concezione

della memoria che trova la sua massima espressione nel ‘900 col romanzo di Proust. Alfieri

chiama la sua infanzia “vegetazione”, intesa come uno stato di vita vegetativa, contrapposta

alla vita cosciente. Gli ritorna in mente il suo zio paterno di cui non si ricordava più, che

accarezzandolo gli dava ottimi confetti. Solo qualche anno dopo, quando rivide quelle scarpe

come quelle che portava lo zio ormai morto, gli ritornarono in mente quei ricordi che

sembravano persi. Si ricorda anche di quando, a 5 anni fu in fin di vita per dissenteria e

desiderava che la morte ponesse fine alla sua vita e ai suoi dolori anche se ancora non sapeva

neanche che cosa fosse la morte; sono queste, nonostante i suoi sforzi per ricordare, gli unici

due episodi che gli tornano in mente della sua infanzia. Poi, lui e la sorella Giulia, andarono ad

abitare assieme agli altri due figli che la loro madre aveva avuto dal primo matrimonio, col

patrigno; si ricorda anche del dolore provato quando all’età di sette anni fu separato dalla

sorella Giulia che venne messa in convento, anche se lui aveva la possibilità di vederla ogni

giorno. Egli rimase solo nella casa paterna e fu dato in custodia ad un buon prete, don Ivaldi

che gli insegnò a leggere e scrivere fino in quarta elementare; solo che poi si rese conto che lo

stesso padre era un po’ ignorante e che dopo i 9 anni con lui non avrebbe imparato più nulla se

fosse rimasto ancora con lui. Anche i suoi genitori erano ignoranti e per giustificarsi dicevano

sempre che un nobile non deve diventare dottore(solo che lui per natura aveva una certa

inclinazione allo studio).

Il passo che colpisce di più sul passato di Alfieri è quello del ricordo involontario degli episodi

con lo zio, che richiamano da vicino la concezione di Proust sulla memoria secondo il quale il

tempo perduto riemerge pienamente nel ricordo involontario generato da una situazione

presente che per caso ne richiama una simile accaduta in passato. Alfieri si rifà però al

sensismo,secondo il quale esiste un nesso diretto tra il pensiero e i sensi. L’io narrante non si

abbandona liricamente al ricordo infantile, egli tende invece a trovare delle giustificazioni

razionali per legittimare il racconto di queste puerilità.

ALFIERI PREROMANTICO: IL PASSAGGIO SUBLIME [ EPOCA III, CAP. IX ]

I tratti preromantici in Alfieri risaltano con maggiore evidenza nella descrizione dei suoi viaggi

compiuti tra il 1766 e il 1772; tra i più interessanti, quelli in Scandinavia e in Spagna. Anche se

si trovava bene a Stoccolma, capital della Svezia decide di partire per la Finlandia per poi

andare a san Pietroburgo, la seconda città della Russia accessibile dalla Svezia solo attraverso

la Finlandia. Giunse a Grisselhamn, un porticello della Svezia, dove nonostante fosse aprile,

trovò l’inverno, il mare are ancora gelato per metà e il tragitto dal continente verso le isole

risultava impossibile alle barche dato il mera ghiacciato per cui dovette aspettare lì tre giorni

aspettando che l’acqua si scongelasse, come diceva anche Dante nel 32° canto dell’inferno..

nella descrizione dei luoghi è tipico di Alfieri usare tanti aggettivi superlativi e accrescitivi

sostantivali per sottolineare le cose, ad esempio viuzza, barcuzza, densissima crostona… Le

isolette rendevano stranissimo l’aspetto del mare orrido, sembrava più una terra dissestata che

una massa d’acqua. Il vento per fortuna era leggero e nella barca dava più l’impressione di

carezze che di urti; più di una volta, assieme ai marinai, egli scese in quelle piccolissime isole

dalla barca; con dei bastoni di legno staccati dalle barche cercavano di farsi spazio tra gli

“insistenti accompagnatori”, i blocchi di ghiaccio e solo così riuscirono a percorrere il tragitto di

sette miglia in più di 10 ore. La novità di questo viaggio lo divertì molto (solo che dice forse

per il lettore non sarà stato altrettanto interessante nel sentirlo raccontare). Il resto del

tragitto, superati i ghiacci si fece in meno tempo. Nonostante la sua “ruvidezza”, quello è uno

dei paesi d’Europa che più lo colpirono; ciò che Alfieri racconta in questo brano è l’esperienza

del sublime, cioè di quella forma di bellezza che non genera quiete e appagamento ma

malinconia e vertigine.

La prospettiva del racconto che ha come centro la maturazione dell’io personaggio, spiega la

differenza tra le prime tre epoche e la quarta; i fatti anteriori al rivelarsi della vocazione sono

organizzati in rapporto con essa, gli eventi posteriori si susseguono invece come una cronaca e

la scissione tra io personaggio e io narratore tende ad annullarsi. Da qui l’impressione di una

maggiore staticità che suscitano i fatti successivi al 1775. anche “la vita” come il Werter o

l’Eloise di Rousseau fa emergere una nuova sensibilità; l’io alfieriano ha dei caratteri che

anticipano la nuova sensibilità romantica nella forza delle passioni, nel rifiuto della mediocrità e

delle convinzioni, nella noia, nella malinconia, la sofferenza dello stare e la smania dell’andare.

Questa è la ragione principale della fortuna di Alfieri presso le generazioni future; la

conversione trasforma un giovane aristocratico ozioso in un letterato: celebra la propria ascesa

al ruolo di poeta perché diventare poeta significa uscire dalle convenzioni sociali ed esprimere

sé stessi in forma aristocratica.

UNA NUOVA CONCEZIONE DEL LETTERATO: ALFIERI, METASTASIO E LA VITA DI CORTE

Il rifiuto della società dell’ancien regime si manifesta già nel giovane Alfieri ancora prima della

sua conversione; il carattere indipendente e anticonformista si manifesta molto chiaramente in

due episodi: una avviene durante i suoi viaggi in Austria e in Germania e arriva alla corte

dell’imperatrice Maria Teresa e lì viene colpito negativamente dal gesto di Metastasio, poeta di

corte che si genuflette servilmente di fronte all’imperatrice; l’altro episodio è quando arriva in

Prussia e rivolge una battuta priva di riguardo al ministro del re alludendo al militarismo e

all’autoritarismo si quello stato. Nel primo paragrafo l’io narratore parla della sua

insoddisfazione e inquietudine; nel secondo e terzo mostra la sua contestazione verso l’ancien

regime e demarca in modo evidente la distanza fra il personaggio principale e l’intellettuale di

corte. Dal punto di vista dello stile, sono presenti due tipi di ironia: la prima è bonaria e rivolta

all’io personaggio colpendo la sua passionalità ingenua e giovanile; la seconda attacca invece il

servilismo di Metastasio e la tirannide prussiana, criticando in modo definitivo la società di

corte.

Un autoritratto all’epoca della conversione alla letteratura e alcune considerazioni di

poetica[EPOCA IV,CAP.I]

La conversione di alfieri alla letteratura non avviene in modo istantaneo ma è un processo che

dura alcuni anni, dai primi tentativi di poesia del ’73 fino alla decisione definitiva del ’75; con la

scoperta della vocazione comincia una nuova fase della sua vita. Il primo capitolo si pare con

un autoritratto nel periodo della conversione, a quasi 27 anni, quando comincia un duro

impegno con sé stesso. Si definisce un amino risoluto e ostinatissimo, un animo in cui prevale

l’amore e la ribellione contro qualsiasi tipo di tirannide. Amava le tragedie francesi che aveva

visto in quegli anni, quando non aveva alcuna conoscenza delle regole dell’arte tragica;

ignorava anche l’arte del saper scrivere bene e non padroneggiava neanche la sua lingua. A

questo si aggiungeva poi la presunzione e l’arroganza di cercare la verità a qualunque costo,

ma a lui si contrapponevano gli insegnamenti e i consigli profondi di alcuni amici che lo

esortavano a studiare di nuovo la grammatica della lingua italiana come se fosse un bambino a

scuola. Alla fine chinò il capo, mise da parte il suo orgoglio cercando di superare questi

“schifosi ostacoli”. La recita della tragedia Cleopatra gli aprì gli occhi e decise di “rientrare

nell’aringo” (è il luogo in cui si riunivano i cittadini nelle assemblee dei comuni medievali) cioè

che voleva ritornare sui suoi passi e ridiscutere i fondamenti della sua attività; gli cadde dagli

occhi quel velo che fino ad allora lo aveva oscurato e da quel momento in poi non sarebbe più

mancata la capacità di ideare e comporre bene. Fatto questo giuramento decise di “tuffarsi”

nella grammatica e si rese conto di avere fatto male le cose fino a quel punto nonostante gli

altri le avessero più o meno lodate; le aveva anche scritte in francese, “una meschina lingua”.

Questo autoritratto completa l’immagine di un autore preromantico che alfieri aveva dato

anche in altri passi della vita. La prima decisione letteraria di Alfieri riguarda quindi la lingua,

cioè la tradizione letteraria e culturale a cui appartenere; egli vuole essere un autore italiano e

per questo deve in parte dimenticare il francese e imparare l’italiano appropriandosi della sua

tradizione culturale.. l’interesse di Alfieri per la scrittura autobiografica si manifesta ancora

prima della conversione letteraria; già da giovane aveva scritto delle memorie che poi

andranno perdute e teneva un diario in francese. Anche nelle “rime” i tratti autobiografici sono

molti; la decisione della scrittura della vita è simbolo dell’evoluzione della scrittura alfieriana.

Su di essa ha sicuramente influito l’esempio di Goldoni e di Rousseau; la vita è incentrata sulla

ricerca della propria vera identità e il punto centrale si manifesta quando essa viene scoperta.

Anche la registrazione degli eventi e dei sentimenti del passato è affrontata nella prospettiva

della ricerca di una via di salvezza. Alfieri rifiuta la compromissione emotiva col passato e la

distanza tra io narrante e io personaggio si manifesta con le forme di giudizio e di ironia.

Questo andamento raziocinante in molte parti risente dell’influsso di Montagne che fa

emergere una seconda prospettiva narrativa oltre a quella sulla conversione, l’ottica scientifica.

Attraverso lo studio di sé stesso, alfieri sembra voler dimostrare le tappe dello sviluppo di ogni

uomo. Sono comunque episodi isolati che non modificano l’andamento generale dell’opera;

molti letterati italiani nel corso del ‘700 scrissero le loro memorie in francese, come Goldoni e

casanova. Alfieri invece decise di voler appartenere alla tradizione letteraria italiana. Quanto

allo stile, lui stesso dice di voler lasciare fare alla penna con spontanea naturalezza creando

opera dettate dal cuore e non dall’ingegno. In realtà le sue opere furono frutto anche della

tecnica oltre che di un’espressione immediata; alfieri infatti subordina i ricordi del passato alla

conversione letteraria in un’ottica raziocinante; questo stile si adatta al sentire aristocratico di

colui che racconta: l’esperienza personale viene sempre conciliata con la necessità di

mantenere una dignità formale alta, simbolo del nobile letterato- eroe. Anche la scelta lessicale

è sempre sostenuta, con superlativi aggettivali, vezzeggiativi , accrescitivi e con la creazione di

parole nuove per necessità espressiva, definiti “alfierismi”. Solo in tempi recenti l’interesse per

“la vita” si è separata dalla fortuna generale dell’autore e specie negli ultimi decenni la critica

ha preferito occuparsi di più di quest’opera che di quelle teatrali. In epoca risorgimentale alfieri

divenne un modello eroico da seguire, soprattutto con l’autobiografia che esaltava l’elemento

patriottico. La sua conversione avvenne non solo dal punto di vista letterario ma anche politico

e umano.

De Sanctis disse che “il nostro Alfieri è un uomo che al solo nominarlo si sentiamo superbi di

essere italiani”. Una nuova fase critica inizia con Croce che vede in alfieri l’iniziatore della

nuova letteratura italiana. Il racconto della vita ebbe una notevole influenza sullo Zibaldone di

Leopardi perché anche secondo lui la memoria nasce dall’assuefazione cioè dalla fissazione

involontaria nata dall’abitudine. Proprio per il suo carattere inconsapevole, la memoria

favorisce un rotino improvviso al passato. Questa concezione è uno dei nuclei centrali della

rimembranza. Luigi Russo ha evidenziato la nuova figura del letterato- eroe e le ragioni della

sua fortuna tra le generazioni future. Egli è il primo superuomo, secondo la concezione di

Nietsche, è colui che rifiuta la morale socialmente approvata e ricerca l’affermazione libera di

sé stesso. Egli può essere considerato un vero letterato, ma non nel senso dispregiativo del

termine, come colui che è privo di senso pratico e di legami con la vita quotidiana. È invece al

di sopra dell’estetica dei tempi e della tirannide; rappresenta il mito dell’uomo libero e secondo

lui la vera poesia nasce dall’insurrezione interiore infrangendo le vecchie regole e creandosene

di nuove e ancora tornando a spezzare quelle nuove quando queste si irrigidiscono.

L’ARMONIA DELLA TRAGEDIA

Nel 1783 Ranieri de’ Calzabrighi, prestigioso autore di libretti d’opera indirizza una lettera ad

Alfieri con una critica alla sue prime 4 tragedie; Alfieri risponde con questo brano difendendo le

proprie scelte stilistiche e sostenendo che la tragedia necessita uno stile ben diverso sia dalla

lirica che dall’epica, dove non ci sia armonia e contabilità ma che metta in luce i vocaboli più

importanti. La sintassi diventa quindi volutamente ardita perché si vuole allontanare del

parlato e cercare di allontanare l’artificiosità lirica usando l’endecasillabo sciolto. Le prime

tragedie secondo il Calzabrighi (Filippo, Polinice, Antigone e virginia) mancavano di armonia e

chiarezza di stile; l’autore si difende proponendo una specie diversa di armonia in base ai tre

generi letterari: la lirica, l’epica e la tragedia:

nella poesia lirica parla il poeta che vuole dilettare gli orecchi prima e poi tutti gli altri

• sensi, descrive, prega, si duole… Già il nome lirica stessa denota che il suo fine

principale sarebbe il canto(il nome deriva infatti dalla lira, antico strumento musicale

con cui gli autori dell’antichità classica accompagnavano l’esecuzione dei loro testi).

Anche nell’epica parla il poeta, dove descrive e narra, e ogni tanto inserisce dialogo e

• lirica.

La tragedia invece non canta niente tra i moderni; la cosa più importante è invece

• riflettere che né i greci e neanche i latini si sono mai serviti dell’epica o della lirica, ma

del gambo(un piede della metrica greco- latina formato da una sillaba breve e una

lunga che veniva usato nelle parti dialogate della tragedia e della commedia). Inoltre

non si è mai attribuito nessuno strumento musicale alla tragedia: sia gli inglesi che gli

italiani hanno allontanato l’uso della rima in versi nella tragedia e se i simboli della lirica

e dell’epica sono la tromba e la lira deifica,i simboli della tragedia sono il coturno (la

calzatura con la suola alta indossata dagli attori) e il pugnale, che confermano la

distanza della tragedia moderna dalla musica. Anche la tragedia come gli altri generi

usa l’endecasillabo, solo che questa compone il verso in modo diverso perché la

tragedia si deve ispirare alla nobiltà e alla magniloquenza. L’amore tragico non vuole

armonia, e come questo neanche l’ira, la passione, la libertà, la vendetta; nella

tragedia, un amante parla alla sua amata, le parla e non le fa versi, non recita secondo

lo stile di un sonetto perché la donna che lo ascolta non debba ridere delle sue

espressioni e neanche la platea che lo sta a sentire. Questo effetto si ottiene dalla non

comune collocazione delle parole; ad esempio nell’Antigone fa dire a Creonte: “i’lo

tengo io finora/quel, che non vuoi tu, trono!” è questa una delle trasposizioni più difficili

che abbia scritto; sa berne che il modo più comune era dire “quel trono che tu non

vuoi” e quando lui rappresentava le sue tragedie al pubblico, faceva attenzione se i suoi

versi “offendevano” le loro orecchie, ma queste non lo facevano, anzi il pubblico restava

molto colpito dalle parole di Creonte. Nasceva quindi la fierezza delle trasposizione di

quella parola, TRONO, pronunciato staccato con maestria dal tu e spostava l’attenzione

del pubblico sul trono che effettivamente era la parte più importante della frase. La

parola doveva quindi stare bene in quel contesto non armonicamente ma teatralmente

e nel suo significato. Dice alla fine che non si possono giudicare dei versi tragici con

l’armonia di quelli lirici.

SAUL E MIRRA: UN ESEMPIO DI SCISSIONE DELL’IO

Raimondi offre un esempio di lettura psicoanalitica delle tragedie alfieriane mettendo in risalto

la tendenza già moderna di Alfieri di esplorare le zone più profonde e oscure della psiche; da

qui l’interesse e l’attualità dei suoi personaggi, il cui dramma nasce dallo scatenarsi di impulsi

irrazionali che attaccano l’unità dell’io. Saul è l’ultimo testo che egli recita, dichiarando di

morire come attore drammatico come Saul muore da re sulla scena : è un caso di

identificazione estrema. Il Saul è una strana interpretazione alfieriana di una crisi di identità, di

una scissione dell’io come accadde con Shakespeare con re Lear e Amleto, dove il personaggio

dominante è conteso dal dubbio sulla perdita di se stesso. Sia nella Mirra che nel Saul vediamo

che esiste una specie di itinerario strano dove ogni personaggio gioca la sua forza, il

personaggio che è al centro della realtà drammatica è in realtà indefinito, non possiede più sé

stesso perché scopre che esiste in lui qualcosa che parla contro di lui: il personaggio alfieriano,

prima titanico, comincia a scoprirsi allora come un personaggio scisso. Alfieri ci porta a

conoscere ciò che oggi è chiamato inconscio, come negazione di tutti i rapporti istituzionali,

con l’uscire fuori del “barbarico” che c’è dentro di ogni individuo, si rende conto che ci sono

delle forze oscure all’interno dell’animo stesso dell’uomo che operano al suo interno terribili

distruzioni.

DEFINIZIONI E CARATTERISTICHE DEL ROMANTICISMO

È il periodo del congresso di Vienna (1814-1815) e l’età della restaurazione. La nuova

immobilità dopo la rivoluzione francese contrastava con le idee innovatrici della borghesia che

ispirava alla libertà e all’indipendenza nazionale. La situazione in Italia e in Germania era però

diversa da quella degli altri paesi europei che in quel periodo erano già forti stati nazionali.il

termine “romanticismo non viene più usato con significato negativo, ma indica adesso l’unione

tra paesaggi e stati d’animo malinconici. È usato per indicare un nuovo movimento artistico e

letterario che stava nascendo in Germania con il gruppo di Jena che si riuniva attorno alla

rivista Atheneum dei fratelli Schlegel. Esso era un movimento anti-illuminista e anti-classicista,

che voleva un ritorno al cristianesimo contro il deismo e l’ateismo che dominavano in quegli

anni; esalta anche i valori nazionali contro il cosmopolitismo. Se il classicismo è simbolo di

perfezione e di armonia, il romanticismo simboleggia malinconia e senso di vuoto, la ricerca

della Sensucht (male del desiderio).

L’anno esatto della sua nascita è il 1798 in Inghilterra con le “ballate liriche” di Wordsworth e

Coleridge; in Francia e in Italia invece inizierà 20 anni dopo con la decisiva azione culturale di

madame de Stael solo che in Italia la battaglia tra classici e romantici non si svolge in campo

politico, nella lotta fra patriottici e austriacanti ma solo in campo letterario.

Il romanticismo e la sua colonna portante, la borghesia, devono molto allo sviluppo economico

e commerciale di questo periodo: vengono eliminati i latifondi, nasce il proletariato industriale,

si assiste ad uno sviluppo demografico senza precedenti. Gli uomini hanno più diritti, i bambini

vengono tutelati contro il lavoro forzato; grazie alla nascita della ferrovia e delle macchine a

vapore cominciano i trasporti e i commerci a lunga distanza. La città e il treno diventano i

protagonisti anche nella letteratura, come nei romanzi di Dickens e Balzac. La città cambia, si

allarga crescendo anche economicamente. Specie dopo la rivoluzione francese nasce la figura

del letterato borghese che vende sul mercato i propri prodotti, celebra i valori sociali e civili del

suo paese e non si rivolge più ad una ristretta cerchia di letterati ma ad un vasto pubblico di

persone. Ma soprattutto in Italia nascono tante difficoltà perché l’editoria è ancora artigianale e

la borghesia non è molto sviluppata; Si sviluppa bene anche l’opinione pubblica e nasce il terzo

stato che di fatto coincide con la borghesia e viene chiamato da Berchet “popolo”. La crescita

della borghesia fa aumentare gli scritti nelle università e si riscontra una maggiore

partecipazione alla vita sociale, nei teatri e nei salotti. Se in Francia e in Inghilterra, la stampa

era ben avviata, in Italia la situazione era ben diversa e ancora Alfieri affermava che solo i

ricchi potevano essere dei letterati perché gli autori dovevano pagare le spese di stampa e

rischiavano di rimetterci si il libro non aveva successo. Nonostante questi limiti, l’editoria inizia

il suo sviluppo anche nel nostro paese soprattutto a Milano, Venezia, Firenze e Torino. Nel

romanticismo la natura è considerata come un organismo vivente dotata di una forza magica e

spirituale. Addirittura Schelling la considerava come uno spirito assoluto, avvicinandosi al

simbolismo.

L’uomo viene esaltato nei suoi aspetto spontanei e creativi; il tempo e lo spazio vengono

umanizzati in modo soggettivo. Nel romanticismo si evidenzia soprattutto il contrasto tra io e

mondo, tra anima e idee materiali. Il male del secolo è il Sensucht, cioè quel malessere

prodotto dal desiderio e dal senso di estraneità. L’artista avverte attorno a sé in senso di vuoto

e questa rottura col mondo produce un forte individualismo.esso è considerato la conseguenza

dell’affermazione della borghesia. La ragione ha distrutto le illusioni facendo emergere quel

contrasto storico tra reale ed ideale. L’unica reazione a questa estraneità sociale è l’esaltazione

del genio artistico; la contrapposizione tra natura e società può portare ad atteggiamenti

diversi: o la nostalgia per il passato, specie per il medioevo, o l’invenzione di una nuova realtà,

con miti e leggende fantastiche. Anche il tema dell’amore diventa centrale nell’età romantica

perché è uno dei modi con cui si cerca di andare oltre la realtà ; sulla conquista dell’amata si

basa l’intero senso della vita. Anche qui è presente la contrapposizione tra reale e ideale che

sfocia nel contrasto tra passione eroica e leggi sociali che invece rispettano le convenzioni.

Nascono all’interno della borghesia, il romanzo storico, il romanzo sociale, la novella in versi,

dove i personaggi sono “eroi problematici” per i loro sentimenti interiori che non possono

essere affermati nella società in cui vivono. Nasce anche il racconto fantastico, come il

“Frankenstein” di Mary Schelley. Con il romanticismo, il carattere lirico di un’opera non dipende

più dalla forma che assume ma dallo spirito che l’anima; gli autori non obbediscono più a

regole e canoni prestabiliti. Il romanzo storico è il genere più adatto a rappresentare fatti e

avvenimenti del presente; la lirica è invece la tipica espressione musicale dell’individuo che

canta se stesso; nasce dall’isolamento, dalla perdita di rapporti sociali e tande all’assoluto e

all’infinito. Il componimento poetico tende a divenire breve, a trasformarsi in un vero canto

senza regole. Sicuramente però il fenomeno più importante è il trionfo del romanzo, che

presuppone la società di massa e un pubblico più ampio di lettori a cui rivolgersi con un

linguaggio medio. È come un genere anti-letterario in cui è possibile trattare qualsiasi

argomento si voglia e i lettori possono facilmente identificarsi nelle vicende narrate. Il trionfo

del romanzo indebolisce gli altri generi, la tragedia scompare del tutto e nella poesia

compaiono la ballata e la novella. I nuovi letterati rifiutano le regole aristoteliche ispirandosi

invece alla libertà creativa di Shakespeare . l’allargarsi del pubblico modifica anche la critica

letteraria che appare ora sui giornali mediando tra autori e pubblico. La presenza di un vasto

pubblico non significa però che tutti i generi letterari siano ugualmente apprezzati: grandi

successi sono il melodramma, la novella, il romanzo, mentre ad esempio la letteratura

scientifica interessa solo un ristretto numero di persone.

I CARATTERI DEL ROMANTICISMO ITALIANO

La città guida del romanticismo italiano è Milano che era stata anche la patria dell’illuminismo

di Parini e del caffè.i nuovi temi che i romantici propongono fanno parte del clima romantico

europeo e sono molto estranei alla cultura illuministica. Dall’illuminismo questi riprendono la

razionalità , la morale che respinge l’irrazionalismo e il misticismo del romanismo inglese e

tedesco. L’avvio del dibattito tra classici e romantici è dato dalla pubblicazione di un articolo di

madame de Stael sulla biblioteca italiana nel gennaio 1816, “sulla maniera e sull’utilità delle

traduzioni”. Prende di mira il gusto dell’erudizione e l’amore per la classicità e per la mitologia

degli italiani; i classicisti risposero polemicamente alla de Stael con Giordani e Leopardi, invece

la difesero pubblicamente Ludovico di Breme, Pietro Corsieri e Giovanni Berchet. I classici

sostengono l’eternità del bello, i romantici invece il suo valore storico; i primi propongono

l’imitazione degli autori antichi con temi mitologici, gli altri vogliono invece originalità con temi

più moderni e cristiani. Se il pubblico dei classici è formato da studiosi e da un’elite di eruditi, il

pubblico dei romantici è un pubblico più vasto, con una lingua che si basa sull’uso comune e

non più sulle tradizioni del passato. La reazione più lucida dei classicisti è espressa da Pietro

Giordani. Egli dice a chi chiede novità che nel campo del bello non ci possono essere progressi

perché la perfezione è già stata raggiunta e non resta quindi che riprodurlo. Giordani difende

anche la grande tradizione italiana, erede di quella latina (evidenzia il carattere patriottico e

risorgimentale del classicismo).

Più complessa è la posizione di Leopardi. Egli interviene due volte: una direttamente contro

madame de Stael ma il suo pezzo non viene pubblicato; poi nel 1818 con “il discorso di un

italiano intorno alla poesia romantica” dove gioca sull’opposizione tra antico/moderno,

natura/ragione, illusioni/vero. Il mondo moderno è nemico delle illusioni e della natura, ma

solo con esse può nascere la poesia per questo il compito del poeta è imitare la natura. Anche

lui difende la tradizione letteraria, ragione patriottica della gloria del nostro paese.

Bisogna quindi fare attenzione al fatto che la distinzione tra classici e romantici non deve

necessariamente corrispondere a quella tra reazionari e patriottici. C’è infatti anche un filone

classico illuminista che si batte per l’unità d’Italia con posizioni democratiche. I romantici

rifiutano l’appello al passato perché secondo loro questo non può giustificare il presente; è

un’esigenza di rinnovamento che parte dall’esempio dei tedeschi.

È importante anche lo scritto di Berchet che individua tre fasce di popolazione nella sua opera:

gli ottentoti, la plebe ignorante e analfabeta, indifferente alla cultura; i parigini, troppo

intellettuali e raffinati, privi di passioni e di fantasia ma dominati solo dalla ragione filosofica e

alla fine il popolo, formate dalle classi intermedie, la borghesia. È proprio a questi ultimi che si

rivolge il romantico. L’arte romantica è quindi un’arte popolare che si ispira direttamente alla

natura e all’animo umano. Non imita il mondo passato ma rappresenta il modo attuale di

vivere la natura.

La tesi di Berchet: “la sola vera poesia è popolare”.

Nella “lettera semiseria di Grisostomo al suo figliuolo”, l’autore assume il punto di vista di un

pedagogo erudito che espone le teorie romantiche solo per sconfessarle e allontanare da esse il

figlio. Ciò che vuole fare realmente è mettere in ridicolo il pedagogo dicendo che non tutti gli

animi delle persone sono predisposte allo stesso modo alla poesia: lo stupido ottentotto non fa

altro che dormire tutto il giorno e quando si sveglia guarda attonito ciò che lo circonda; il

parigino, agiato nella capitale del lusso, ha il “cuore allentato” per il troppo esercizio, il suo

cuore non è più capace di vibrare,come le corde di uno strumento troppo usato. Le cose

esterne non lo soddisfano più, ha bisogno di cercarne le ragioni usando l’intelletto e a forza di

ragionare diventa filosofo. Né il primo, né il secondo sono predisposti alla poesia, o per un

motivo o per un altro. Se dovesse cercare una disposizione poetica, andrebbe in Germania

perché questa comprende una maggiore quantità di persone della terza classe, quelle che lui

chiama il popolo, la borghesia. Essi soli hanno ancora delle attitudini alle emozioni; critica

infatti quei moderni che imitano l’antichità o che interrogano la natura senza però trovarvi

delle risposte. I primi sono i classici, gli altri i romantici. La poesia dei classici è poesia morta,al

contrario di quella dei moderni. Dice cosa sensata chi afferma che tra i poeti classici i migliori

furono quelli che possedevano elementi romantici e dovevano essere grati proprio allo spirito

romantico se le loro opere non risultavano noiose. Se la poesia dev’essere lo specchio di ciò

che commuove l’animo, nella modernità l’animo è commosso dalle cose che lo circondano ogni

giorno e non da quelle antiche che invece gli sono estranee e arrivano solo attraverso libri di

erudizione.

La tesi di Leopardi: “l’ufficio del poeta è di imitare la natura”.

Secondo Leopardi non si può cantare la modernità perché sarebbe una contraddizione visto che

modernità e civiltà sono antitesi l’una dell’altra. La poesia può nascere solo dall’imitazione della

natura. Certo, non loda i tempi antichi perché non furono più felici di quelli moderni ma dice

che la vita degli antichi era conforme alla natura mentre quella dei moderno non lo è. Non

basta però imitare la natura in quanto tale senza uno scopo come fanno i classici ma bisogna

sentirla con quella pienezza di vita che ci libera la mente dagli affanni del presente. La funzione

della poesia non è quindi quella di abbellire, ma di alleviare l’animo sofferente dell’uomo

moderno. In questo brano, Leopardi spiega poi la differenza tra classici e romantici dicendo che

i primi cantano la natura, l’opera di Dio, le bellezze eterne e immutabili invece i romantici

cantano la modernità, le opere degli uomini, l’incivilimento e le cose mutevoli. Questo riduce

l’abbellimento stilistico, l’elocuzione poetica e, nel complesso, tutta la poesia.

Il rigetto principale dei romantici verso i classici è dato dal rifiuto delle tre unità aristoteliche; è

un argomento che Manzoni riprenderà nella prefazione al “conte di Carmagnola” e nella “lettre

à Monsieur Chauvet sur l’unitè de temps, de lieu et d’action dans la tragedie”. Egli si schiera a

favore dei romantici anche nella lettera al marchese Cesare d’Azeglio sul romanticismo del

1823 dove riassume la poetica romantica: il vero per soggetto, l’utile per iscopo, l’interessante

per mezzo. Un altro dibattito è quello sulla lingua perché i romantici sono favorevoli ad un

linguaggio comune, anche con l’uso del dialetto e dei termini stranieri; i classicisti invece sono

fermamente contrari al dialetto e alle innovazioni in genere, preferendo una lingua letteraria e

conforme alla tradizione aulica. La lingua non viene più studiata in modo sensistico, cioè solo

come strumento di comunicazione ma diviene espressione dello spirito di un popolo: “ogni

lingua è dotata di una forma interna corrispondente alla visione del mondo del popolo che la

parla” (von Humboldt). Il linguaggio viene studiato come un organismo vivente in continua

evoluzione. C’è la tendenza ad una concezione mistica del linguaggio; nasce l’esigenza di

creare una lingua d’uso scritto e parlato a livello nazionale, altrimenti, come diceva Manzoni, la

conversazione tra gli stessi italiani non poteva avvenire in modo spontaneo. Fare l’unità d’Italia

doveva significare creare anche un’unità linguistica. Su questo punto però i romantici si

trovavano divisi: alcuni proponevano il toscano, altri l’insieme di tutti i vocaboli più usati nelle

varie occasioni ( e questa tesi era appoggiata soprattutto dagli scrittori del conciliatore e da

Manzoni prima che si “convertisse” al toscanismo). I romantici erano comunque molto uniti

contro le posizioni puriste dei classicisti che volevano una lingua fedele alle sue tradizioni. Tra

questi, padre Cesari propose una revisione del vocabolario della Crusca; un altro purista fu

Basilio Puoti che aprì una scuola per la lingua e la letteratura italiana in cui si formò anche

Francesco De Sanctis. Fra i classicisti illuministi una importante funzione fu svolta da Pietri

Giordani che voleva una lingua senza dialetti perché li riteneva inferiori alla lingua nazionale,

incapace di comunicazione intellettuale. Contrario all’uso della lingua comune è anche Leopardi

perché secondo lui antico e poetico coincidono.

Il romanzo è un genere moderno che nasce con la borghesia. È questo il motivo del ritardo del

romanzo in Italia: le condizioni sociali erano deboli o assenti, il tasso di analfabetizzazione era

ancora molto alto, la borghesia non era la classe dominante.il romanzo storico si sviluppa nei

primi dell’800 ponendo come problema principale il rapporto tra storia e invenzione, la loro

convivenza o la prevalenza di un aspetto sull’altro. Prima per necessita, l’autore doveva

ricorrere alla sua fantasia invece poi dirà Manzoni che se alcuni personaggi sono inventati, la

storia deve comunque essere verisimile cioè aderente alla realtà storica. Il primo modello di

romanzo storico è l’ “Ivanhoe” di Walter Scott; esso nasce nel romanticismo perché è questo il

periodo in cui si pone più attenzione alla storia e alla nascita dello spirito degli stati. Prevale

l’interesse per il medioevo come affermazione di identità nazionale. La fortuna del romanzo

storico in Italia ha inizio con la prima edizione dei promessi sposi nel 1827 invece nel 1840,

data della sua seconda edizione, inizieranno le prime crisi di questo genere letterario.

Le riviste più importanti del romanticismo italiano erano “l’antologia” dei moderati, “il

politecnico” di Cattaneo e il “crepuscolo” di Tenca; a Milano troviamo anche “il conciliatore” e

“la biblioteca italiana” tra i più noti e diffusi. La biblioteca italiana, inizialmente era diretta da

Giordani e Monti e aveva idee liberali, ma quando questi ne furono allontanati, finì per

appoggiare posizioni austriacanti. Il conciliatore nasce invece nel 1818 quando alcuni liberali e

romantici si distaccano dalla biblioteca italiana (Pellico, Breme,Berchet); la rivista aveva

l’intento di “conciliare” letteratura e ricerche tecnico-scientifiche, con idee liberali e di stampo

cattolico. “l’antologia” nasce a Firenze verso il 1823 per unire letteratura, statistica, economia,

a livello nazionale e aveva uno stampo moderato. Il “politecnico” era invece più radicale e

illuminista.

IL PROGRAMMA DEL CONCILIATORE

Fu esteso da Pietro Corsieri e il suo primo numero uscì il 3 settembre 1818: in esso è subito

evidente la battaglia contro quel clima di eruditismo che si era venuto a cerare nell’illuminismo.

Nonostante si schieri contro il classicismo, mantiene posizioni moderate. Nel voler conciliare

letteratura, economia, scienza, sembra prendere spunto dal modello del caffè. Dice Corsieri

che già da tempo la cultura era riservata a pochi e invece di un’elegante filosofia e letteratura,

si pensava solo alla minuziosa erudizione e al pubblico disinteressato ne giungeva solo una

piccola voce. La maggior parte delle persone erano annoiate dalle gare arcadiche e dalle

battaglie grammaticali.

Vista questa situazione, si era deciso di offrire al pubblico ITALIANO(vuole sottolineare il

carattere nazionale del pubblico), un nuovo giornale che si chiamerà “il conciliatore”, che

affronterà argomenti sicuramente più attuali e interessanti. L’utilità generale era infatti il primo

obiettivo di chi vuole spiegare le sue idee al pubblico e visto che l’Italia, ed in particolare la

Lombardia, è un paese agricolo, si parlerà soprattutto dei buoni metodi dell’agricoltura e della

divisione delle ricchezze; la sua finalità sarà quindi utile.

GIOVANNI BERCHET

Tipiche della prima fase del romanticismo, nata negli anni ’80 del 700 in Lombardia, di cui

fanno parte Berchet, Grossi e Pellico, sono la ballata romantica e la novella in versi. In tutte e

due prevale l’aspetto narrativo, drammatico che deriva da una storia nella maggior parte dei

casi ambientata nel medioevo, o dalla cronaca contemporanea. La ballata è più breve della

novella in versi ed è composta da versi scanditi, musicali e facilmente orecchiabili. Berchet usa

soprattutto settenari, senari e dodecasillabi tipici delle odi civili manzoniane. La novella in versi

ha uno sviluppo più lungo e usa prevalentemente l’ottava o l’endecasillabo sciolto; in questo

genere si distinguono Tommaso Grossi e Prati. In Italia il genere della ballata romantica viene

introdotto da Giovanni Berchet che prende spunto dai componimenti tedeschi, ad esempio

nella “lettera semiseria di Crisostomo” egli traduce in prosa due ballate di Burger ,“il cacciatore

feroce” e “Eleonora”.

Berchet nasce a Milano nel 1783 e aderisce al romanticismo nel 1816 scrivendone uno dei

manifesti in cui dice di voler realizzare una “poesia popolare”. A causa dei moti del ’21,

assieme agli altri redattori del conciliatore, fugge da Milano e si rifugia a Parigi e poi a Londra.

Pubblica nel ’24 “le romanze” e nel ’29 “le fantasie”. Solo nel ’45 tornerà in Italia dove morirà

nel 1851 a Torino.

Le ballate di Berchet sono quasi sempre di argomento patriottico e storico, ispirate al medioevo

comunale e i loro fervore nasce dalla passione politica. È strano però come la sua opera più

importante, “il trovatore”, nasca invece da un’esperienza personale anche se ambientata nel

medioevo. L’amore per Costanza Arconti, la moglie del marchese suo benefattore che a lungo

ospito all’estero il poeta. La semplicità espressiva mostra meglio il carattere intimo del

componimento. Il trovatore, cioè il poeta provenzale è stato allontanato dal marito geloso che

lo ha sentito cantare una canzone d’amore; la castellana innocente, che nulla sapeva

dell’amore del poeta per lei, supplica il marito di placare la sua ira. Alla fine il marito si calmerà

ma il poeta verrà cacciato ugualmente. Questa vicenda rappresenta il punto di vista soggettivo

dell’esiliato costretto a lasciare il castello e a errare per i boschi senza poter dimenticare la

donna che ama. Il testo è importante anche per la leggerezza e la semplicità espressivi uniti al

carattere lirico e intimo del componimento.

IL TROVATORE

L’opera si ispira al medioevo e alla poesia provenzale. La metrica è formata da quartine di tre

settenari e un quinario in chiusura e i versi sono in rima baciata che si ripete uguale in tutte le

strofe secondo lo schema ABBA.

[spiegazione dei versi] il poeta provenzale va solo (dopo essere stato cacciato dal castello) per

la selva oscura, piegato per la crudeltà della fortuna. Il dolore fece sfiorire la sua faccia così

bella e la sua voce non è più quella di un tempo. Il trovatore ardeva di passione nel suo

segreto e affidò imprudentemente i suoi desideri, i lamenti, l’ardore del suo sentimento alla

canzone d’amore. Il suo signore lo udì dalla camera nuziale mai raggiunta dal trovatore,

l’incauto cantore tradì sé stesso. Alla donna, ignara fino a quel momento di una passione così

grande, tremò il cuore per la sorte futura del giovane, e con tono supplichevole tratteneva il

furore del marito geloso: bella del proprio onore piacque allo sposo. L’ingenua(cioè ignara del

suo amore) sorrise. Il castellano calmatosi l’accarezzò, ma il giovane trovatore è condannato

all’esilio. Egli non vedrà più lo splendore degli amati occhi che hanno segnato il suo

destino(fatali) non riceverà più da loro la possibilità di dimenticare i suoi mali. Attraversò

silenziosamente quelle sale che egli rallegrava ogni ora con dei canti epici (gl’inni dei valor)

con il suo liuto, lo strumento tipico dei trovatori. Scese, attraversò le porte, si fermò, le guardò

ancora. E il cuore gli scoppiava come se fosse in punto di morte. Giunse nella foresta oscura:

qui erra il trovator fuggendo ogni luce al di fuori di quella della luna la sua guancia così bella

non somiglia più ad un fiore, la voce del cantore non è più quella.

[analisi del testo] il “va solingo” della prima strofa richiama il passegger solingo dei sepolcri;

l’enjambement dell’ultimo verso conferisce un accento ancora più drammatico alla solitudine

del poeta. Vediamo come in assenza dell’amore perde valore anche il canto poetico, quando

dice che la sua voce non è più quelle di prima. Con la seconda strofa inizia la rievocazione

dolorosa della vicenda che ha portato il poeta trovatore a vagare disperato nella selva. Si

tratta si un’analessi. Si noti lo stile drammatico con cui è descritta la partenza del poeta. Con

la descrizione dell’ultima strofa in cui dice che fugge ogni luce tranne quella della luna, spiega

il perché della selva bruna che aveva detto all’inizio nel primo verso. La ballata è costruita

secondo una struttura circolare: le due strofe finali ripetono le due iniziali con qualche piccola

variazione. Ciò gli conferisce un andamento popolaresco; la facilità del ritmo rende più

semplice la memorizzazione del testo. La figura del poeta esule ed errante per amore, fa parte

dell’immaginario romantico così come era tipica per i poeti risorgimentali la figura del poeta

esule per motivi politici. Romantica è anche l’ambientazione medievale che poi verrà ripresa

nel seconda romanticismo con Prati e Aleardi.

ALESSANDRO MANZONI

Con Manzoni inizia la letteratura italiana moderna; con lui sembra diminuire il divario tra lingua

scritta e lingua parlata: la prosa narrativa si adegua alla realtà e al pensiero moderni. I

“promessi sposi” non segnano quindi solo l’inizio del romanzo storico in Italia ma anche la fine

di quella crisi letteraria durata quasi due secoli. Questo accadde per le varie influenze culturali

che agivano su Manzoni, dall’illuminismo al romanticismo e alla cultura francese che gli

permettono di costruire una nuova linea nazionale.

Il legame di Manzoni con l’illuminismo non è solo culturale ma di sangue: era infatti nipote di

Cesare Beccaria e alcuni pensano addirittura che il padre naturale fosse Giovanni Verri, un

fratello di Pietro. Anche se studiò presso i Barnabiti, aveva un atteggiamento insofferente nei

confronti della cultura repressiva del padre. Tra le opere giovanili ricordiamo nel 1801 “il

trionfo della libertà”, un idillio, “l’Adda” e quattro sermoni nella quale composizione venne

influenzato da Parini e Monti. Nel 1805 va a Parigi con la madre e lì scrive “in morte del conte

Carlo Imbonati”, frequenta alcuni illuministi tra cui Fauriel che lo avviò al passaggio in modo

naturale e senza rotture, dall’illuminismo al romanticismo. Nel 1809 compone altri due

poemetti, “Urania” e “a Parteneide”. Il 1810 è invece l’anno della conversione religiosa (forse

dovuta al miracoloso ritrovamento della moglie all’interno di una grande chiesa dopo che si era

dispersa tra la folla). Contemporanea alla conversione religiosa, o come alcuni pensano,

dovuta proprio a questo, arriva la svolta poetica con gli “inni sacri”, scritti tra il 1812 e il 1815.

Manzoni può liberamente dedicarsi alle sue opere, non dovendo vivere di esse, visto che il

padre gli aveva lasciato una prosperosa eredità.

Nel periodo tra il ’20 e il ’27 scrive due tragedie: “il conte di Carmagnola” e l’ “Adelchi”, due odi

nel 1821 (“Marzo 1821” e “il 5 maggio”) , “il discorso sopra alcuni punti della storia

longobardica in Italia” degli scritti di poetica come la “lettera al signor Chauvet sull’unità di

tempo e luogo nella tragedia” ( del 1820 in francese) e ancore una lettera a Cesare D’Azeglio

“sul romanticismo”, le “osservazioni sulla morale cattolica” e infine nel 1822 un altro inno

sacro, “la Pentecoste”.

A partire dal ’27, anno in cui risale la prima edizione dei promessi sposi, il suo interesse per la

letteratura diminuisce; progetta un trattato “della lingua italiana” mai portato a termine. Si

reca poi a Firenze per “sciacquare i panni in Arno” cioè per impossessarsi del fiorentino colto.

Comincia però per lui un periodo intenso di lutti in famiglia:infatti nel 1833 muore la moglie

Enrichetta Blondel, due anni dopo la primogenita Giulia, la madre nel ’41 e l’amico carissimo

Fauriel. Scriverà in questo periodo molto poco, alcune opere varie e un inno sacro che resterà

incompiuto “ognissanti”. Muore a Milano nel 1873 a 88 anni.

Nelle sue prime opere, “a Parteneide” e “Urania” i maestri sono Monti, Parini, Orazio..

inizialmente anche l’idillio è concepito in modo classico, ad esempio in “vaccina” il paesaggio

tipico dell’idillio si incontra con un tema sociale, quello della vaccinazione, sul modello

pariniano. L’ode “in morte di Carlo Imbonati” fu scritta soprattutto perché in quel periodo lui

conviveva con la madre e voleva darle consolazione, quasi continuando l’impegno sociale di

Parini che era stato suo precettore e che per lui aveva scritto l’ode “l’educazione”.

La spinta alla scrittura nasce anche per il voler polemizzare contro il “secol sozzo” e la

corruzione dei suoi tempi. In bocca ad Imbonati, Manzoni mette i temi della sua vita morale e

della sua poetica dicendo che resterà sempre fedele al santo vero.

Nel 1815 pubblica i primi 4 “inni sacri”: la Resurrezione, il nome di Maria, il Natale e la

Passione. Avrebbe voluto scriverne 12 per le principali festività del calendario liturgico

(l’Epifania, l’Ascensione, l’Assunzione, i morti..). gli inni sacri nascono dalla volontà di

cambiamento letterario di cui Manzoni stesso aveva sentito la necessità dopo aver composto il

poemetto Urania: è scontento di questi versi in cui c’è solo una totale mancanza di interesse.

Occorreva trovare quindi una materia che realmente interessasse l’autore; la sua poesia non

vuole essere più solo espressione dell’io e rivolgersi solo a quei pochi che sanno comprendere i

riferimenti mitologici e classici. Vuole invece dei versi brevi e cantabili che si rifacciano alla

tradizione popolare, al melodramma, ma senza avvicinarsi troppo al misticismo religioso; vuole

restare ancorato al vero e alla rappresentazione storica. Ne deriva quasi un esperimento che

solo nella Pentecoste riuscirà a trovare il suo equilibrio linguistico e stilistico. Nei primi inni è

infatti ancora troppo ancorato all’illuminismo e ai suoi valori ugualitari e democratici. Del

cristianesimo vuole esaltare l’uguaglianza tra gli uomini; la divinità è rappresentata come

riparo e consolazione morale anche se il Dio di Manzoni mantiene una dimensione inquietante

e quasi minacciosa.

La struttura degli inni sacri è insieme una narrazione delle vicende cristiane e l’esaltazione

gloriosa di Cristo. Nella Resurrezione racconta l’episodio dello scoperchiamento del sepolcro di

Gesù nel giorno di Pasqua; nel nome di Maria la visita della Vergine alla cugina Elisabetta; nel

Natale la nascita di Cristo che libera dal peccato originale.

LA PENTECOSTE

Evoca invece la discesa dello Spirito Santo è l’ultimo degli inni sacri composto nel 1822; è più

maturo rispetto agli inni precedenti, celebra la pentecoste, in greco 50° cioè il cinquantesimo

giorno dopo la Pasqua. Il componimento si divide in tre parti: la prima si riferisce al passato,

con la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli; la seconda è dedicata alle conseguenze di

quell’avvenimento e al rinnovamento dell’umanità; la terza è una preghiera allo spirito santo

perché scenda di nuovo sugli uomini. È formato da strofe di 8 settenari, il 2° e il 4° a rima

alternata, il 6° e il 7° a rima baciata. Rispetto agli altri inni non troviamo una differenza tra il

linguaggio popolare e quello liturgico; il tono è meno realistico e vengono prese solo le

immagini più importanti e significative. Allo stesso tempo i verbi e le immagini non sono

astratti, anzi molto concrete e quasi militari. Alla storia atemporale della divinità si unisce

quella temporale della chiesa, accentuata dall’uso del passato remoto come tempo storico.

Grazie a delle espressive similitudini, si passa dalla astrattezza dei contenuti teologici alla

precisione di avvenimenti concreti. In questo inno sono due gli aspetti principali trattati da

Manzoni, uno è quello della chiesa che obbedisce al suo Dio, l’altro quello dell’uguaglianza tra

gli uomini; i miseri e i poveri vengono esaltati come prediletto figli di Dio. Il messaggio di

fratellanza e solidarietà tende ad investire anche la dimensione politica e sociale.

LE OSSERVAZIONI SULLA MORALE CATTOLICA

È un’opera pubblicata nel 1819, un trattato che ha a che fare sia con la morale che con la

teologia. Nasce dalla sollecitazione di monsignor Tosi, consigliere spirituale della famiglia

Manzoni, per rispondere a de Sismondi che aveva scritto la “storia delle repubbliche italiane nel

medioevo” sostenendo che la decadenza politica e morale della chiesa derivava dall’operato

della chiesa cattolica. Manzoni non rispose a De Sismondi sul piano politico e storico ma su

quello teologico sostenendo che la chiesa non avesse origini umane ma divine e quindi che la

morale cattolica fosse perfetta e superiore alla morale laica. Attraverso questa prosa

argomentativi, Manzoni potrà gettare le basi per la composizione dei promessi sposi.

Un’altra prosa saggistica moderna è “il discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in

Italia” del 1822 all’interno del quale si trova un’appendice intitolata STORIA DELLA

COLONNA INFAME. Confuta in modo illuministico gli errori del passato e la critica che era

stata fatta ad una cattiva storiografia che non aveva assolutamente toccato le masse.

Nel ‘600 la responsabilità della peste veniva attribuita agli untori ma era solo una scusa della

classe dominante incapace di combattere il morbo. L’attenzione di Manzoni per gli untori non è

casuale; rivela sempre un vivo interesse per la malvagità umana. La sua formazione illuminista

lo portava a vedere nella storia una serie di sbagli e ad indagare sugli errori del passato, specie

quelli dovuti alla superstizione. Le ragioni religiose lo portavano poi ad occuparsi della colpa

personale, della responsabilità morale dei singoli e dell’esistenza del male nonostante la

provvidenza. Nella “storia della colonna infame”, tutti questi temi vengono alla luce. È la storia

di un’ingiustizia che si cela dietro l’apparato istituzionale giudiziario; è il resoconto di una

superstizione e di una falsa credenza.. Manzoni accusa le responsabilità morali e le colpe

individuali dei giudici; è anche una storia di aguzzini e vittime con interrogatori crudeli e

torture, con la denuncia ad un meccanismo perverso di persecuzioni, esecuzioni capitali,

distruzioni di intere famiglie. Il titolo deriva da una colonna commemorativa che il tribunale

fece elevare al posto di una della case degli imputati demolita come esempio e ammonimento

dopo la distruzione della sua famiglia. La parola infame ha un doppio significato: per il

tribunale era rivolta al presunto untore; per Manzoni invece si riferisce all’infamia dei giudici.

Secondo il progetto originario, questi argomenti dovevano confluire all’interno del romanzo e

oggi si trova nell’edizione moderna del “Fermo e Lucia” col titolo “appendice storica su la

colonna infame”. L’opera vuole essere una specie di trattato storiografico che ricostruisce il

processo che nel ‘600 mandò a morte 5 innocenti; altri infatti vennero assolti perché di classi

sociali superiori. Non mancano episodi narrativi e racconti psicologici perché l’opera non è solo

storica; a Manzoni infatti interessava anche il vero morale. La storia nasce in opposizione alla

tesi sostenuta da Pietro Verri in “osservazioni sulla tortura” che aveva individuato nella tortura

la responsabilità della condanna degli innocenti. Invece secondo Manzoni sarebbe stato

possibile per i giudici emettere un giudizio di assoluzione. Verri da la responsabilità

esclusivamente al sistema giudici finendo per assolvere i giudici ai quali invece secondo

Manzoni andrebbe tutta la colpa del loro operato. Anzi erano colpevoli due volte, una sul piano

giuridico perché avevano commesso delle scorrettezze procedurali applicando la tortura, e una

sul piano morale perché si erano lasciati guidare non dalla ricerca della verità ma dai pregiudizi

dell’epoca, per trovare un capro espiatorio per le pressioni del ceto dominante. L’opera non è

solo storiografica, è anche un pamphlet morale, un intreccio fra la documentazione storica, gli

spunti narrativi e la riflessione morale e religiosa. Manzoni inventa quindi un genere di scrittura

che anche se si avvicina al pamphlet illuministico, se ne differenzia per il suo carattere

strettamente storico. Viene ripreso anche in età contemporanea come in un romanzo inchiesta

di Sciascia del ’78 dove ricostruisce un fatto storico reale da un punto di vista morale unendo

anche lui storiografia, denuncia morale, psicologia e narratività. Quello che Manzoni si chiede

nell’introduzione è se le responsabilità siano solo individuali o anche sociali e storiche.

INTRODUZIONE ALLA “STORIA DELLA COLONNA INFAME”

Manzoni polemizza apertamente con Verri ponendo sotto accusa il sistema della tortura mentre

lui gli dava ogni responsabilità dell’accaduto. Secondo Manzoni sono i giudici i responsabili di

aver mandato a morte degli innocenti. Fa riferimento anche al libero arbitrio cristiano: la

presenza della provvidenza non esclude la responsabilità dei singoli. Manzoni si rivolge

direttamente a quei giudici che nel 1630 a Milano condannarono a morte alcuni uomini accusati

di aver diffuso la peste con dei riti. Secondo loro hanno fatto una cosa degna di essere

ricordata facendoli uccidere, distruggendo le loro case al posto delle quali sorge ora una

colonna che doveva servire alle generazioni future la notizia del crimine commesso dagli

accusati. Vuole presentare al pubblico proprio questa storia senza vergognarsene come già era

stato fatto da “un celebre scrittore” (dice chiaramente che è Pietro Verri), solo con un altro

intento. Verri si propose di prendere da quei fatti degli argomenti che sostenessero la sua tesi

contro la tortura facendo vedere come questa abbia estorto la confessione di un delitto che

invece era impossibile da commettere. Ma da questa storia si devono poter ricavare

osservazioni più generali; si rischia infatti di creare una concezione falsa che attribuisce

all’ignoranza dei tempi le barbarie della giurisprudenza. Manzoni invece cerca di mettere in

luce un’altra verità, e cioè che quei giudici hanno condannato degli innocenti e con una

legislazione che ammetteva la tortura cercavano di giustificare e le loro azioni e addirittura

dovettero sforzarsi molto per far credere al popolo che le persone fossero davvero colpevoli.

Non si vuole certo sminuire la parte dell’ignoranza e della tortura in questa situazione, ma la

colpa non può essere attribuita solo a questo. I giudici sono colpevoli di aver lavorato con

troppo accanimento pur di trovare loro delle colpe per non deludere le aspettative generali

perché sarebbero sembrati meno abili se avessero scoperto che i condannati in realtà erano

innocenti. Solo Dio sa se quei magistrati che trovarono delle colpe di un delitto che non c’era,

furono più colpevoli di quella moltitudine accecata dall’ignoranza ma ancora di più dalla

malignità; proprio questi ultimi hanno spinto i giudici ad azioni così crudeli. Manzoni propone ai

lettori di tornare a guardare, ma con un occhio diverso, i fatti già noti: il giudizio di condanna

deve indirizzarsi non al complesso delle istituzioni giuridiche e delle condizioni storiche che

legittimarono la tortura ma verso la condotta immorale dei singoli uomini. Così facendo infatti,

oltre all’orrore per le ingiustizie, compare anche la colpa individuale che è l’unica responsabile

dei crimini commessi. Parla poi del principio del libero arbitrio e della Provvidenza nella

religione cristiana; se la presenza del male nel mondo non dipendesse dall’agire degli uomini,

essa potrebbe essere negata o accusata, ma se si guardano attentamente quei fatti si

scoprono delle colpe che potevano essere viste anche da chi le commetteva in quel momento

stesso. Dobbiamo pensare che se non seppero cosa stavano facendo, è perché non lo vollero

sapere e quindi non è una scusa ma una colpa. Anche se dice così, Manzoni non crede

totalmente all’ingiustizia volontaria dei giudici ma ha solo voluto sottolineare che è anche loro

una parte della colpa. Egli si accanisce nella ricerca delle colpe individuali più che nelle

responsabilità storiche: passa nella critica a Verri, dal piano storico e collettivo a quello morale

e personale.

Nel 1820 scrive la lettera a Chauvet sull’unità di tempo e luogo nella tragedia riprendendo

alcuni temi presenti anche nell’Adelchi: va contro quelli che considerano l’arte come qualcosa

di assoluto a cui si deve sacrificare tutto. Al centro delle sue idee, più che l’arte e la poesia ci

sono degli interessi pratici che possono giovare alla felicità dell’uomo; la sua è una posizione

già sostenuta dagli illuministi che guardano con disprezzo la figura del letterato tradizionale.

Nella prefazione al conte di Carmagnola esprime le sue idee sulla tragedia in tre punti:

Aristotele non ha dato queste tre regole ma si limitava a constatare un dato di fatto e c’è stata

solo un’errata interpretazione; inoltre non si può accettare l’idea che ci siano solo due idee di

dramma, uno quello ben riuscito e interessante , l’altro quello moralmente dannoso e poi dice

che il coro è una parte importante perché è la “personificazione dei pensieri morali che l’azione

ispira” cioè il cantuccio riservato al poeta in cui lui esprime le sue considerazioni. Manzoni

infatti veniva criticato dallo scrittore francese Victor Chauvet per non aver rispettato le regole

dell’unità aristoteliche nella tragedia. Manzoni si difende dicendo che l’unità di azione non può

essere rispettata; un’azione infatti non sempre può svolgersi in 24 ore altrimenti si rischia di

falsare la scena e gli stessi personaggi. Considera poi il rapporto tra storia e invenzione: lo

scrittore non deve inventare ma attenersi ai fatti realmente accaduti per ricostruire quegli

aspetti che di solito restano fuori in una critica storiografica:passioni, sentimenti e sofferenze.

La letteratura deve secondo lui completare la storia.

A queste posizioni bisogna aggiungere la lettera che nel 1823 scrisse al marchese Cesare

Taparelli d’Azeglio “sul romanticismo” perché d’Azeglio lo considerava un movimento dalle idee

ormai superate invece Manzoni ne prendeva le difese anche se si distaccava da quel

romanticismo irrazionale sviluppatosi in Germania e in Inghilterra, scegliendo invece un

romanticismo più “ragionevole”, più vicino all’illuminismo. Critica poi il neoclassicismo e i suoi

riferimenti a miti falsi, il suo concetto di imitazione delle regole classiche. Sembra che le sue

proposte per il romanticismo possano riassumersi nella formula l’utile per iscopo, l’interessante

per mezzo, il vero per soggetto.. ogni argomento deve infatti cercare di scoprire l’utile e il vero

storico e morale, come sorgente del bello. Anche il falso riesce a dilettare ma questo diletto

viene poi distrutto dalla cognizione del vero risultando quindi solo un piacere momentaneo. Il

vero genera invece un diletto più vivo e stabile.

LE ODI CIVILI.

Nascono dal suo interesse per le vicende politiche italiane non appena vede aprirsi uno

spiraglio di speranza. “aprile 1814” venne scritta dopo la caduta di Napoleone e la cacciata dei

francesi dall’Italia; “il proclama di Rimini” invece per sostenere Murat che in un appello del

1815 chiamava gli italiani a lottare per l’indipendenza nazionale. “marzo 1821” è composta per

i moti carbonari di quel mese per spingere il re Carlo Alberto a dichiarare guerra agli austriaci

per l’indipendenza. L’entusiasmo patriottico si unisce qui al tema biblico di un dio guerriero che

salvò Mosè sommergendo l’esercito del faraone. Il “5 maggio” viene scritto nel 1821 alla

notizia della morte di Napoleone, è un’ode civile che prende spunto dagli inni sacri. Si

immagina l’approdo alla fede religiosa del potente umiliato e sconfitto e poi la sua vicenda si

inserisce in un corso più ampio voluto dalla Provvidenza; l’autore vuole sottolineare la vittoria

della religione sulle vicende terrene.

LE TRAGEDIE.

Se nel ‘700 in Italia e in Francia anche la tragedia si apre alle regole classiche, le cose

cambiano a fine secolo partendo dalla Germania con lo Sturm und Drang che sfocerà poi nel

movimento romantico. Nella sua prima tragedia, “il conte di Carmagnola”, Manzoni si ispira

proprio a Schlegel non rispettando più le tre unità aristoteliche. Un problema importante da

affrontare in quel campo era quello del linguaggio; il linguaggio delle tragedie era infatti molto

lontano da quello dell’uso comune, era letterario e aulico. Il conte di carmagnola può essere

considerato un esempio delle sue iniziali innovazioni mentre più equilibrato risulterà l’Adelchi.

La prima tragedia fu iniziata nel 1816 e finita nel 1819 prendendo spunto dalla “storia delle

repubbliche italiane” di de Sismondi che rivalutava la figura di Francesco di Bartolomeo di

Bussone, capitano di ventura vissuto all’inizio del ‘400 e conosciuto come il conte di

carmagnola, che dopo aver lottato per i Visconti, passò al servizio dei nemici perché caduto in

disgrazia. Sospettato di avere un accordo col duca di Milano, venne accusato di tradimento e

condannato a morte. Manzoni invece lo vede come una vittima della ragion di stato. La vicenda

inizia nel 1426 nel momento in cui il conte scampa ad un attentato organizzato da Filippo Maria

Visconti; anche se il protagonista è un personaggio storico realmente esistito, all’interno della

tragedia ci sono anche dei personaggi inventati e ideali, tra cui un senatore veneziano, Marco,

all’interno del quale si svolge il contrasto tra sentimento e dovere. Secondo alcuni lui è il

portavoce delle idee di Manzoni secondo cui il giusto non riesce a vivere in una società

dominata dalla malvagità; il conflitto di Manzoni oppone un giusto alla società ingiusta

riducendolo ad una vittima. Un altro tema dell’opera è la lotta fratricida tra gli italiani che

possono solo favorire l’avanzata degli stranieri nel nostro paese. Il conflitto in generale, in

questa tragedia, come anche nell’Adelchi, non ha soluzioni se non nella morte; il suo

pessimismo è dato dal fatto che anche nell’Adelchi deve affrontare tante contraddizioni

interiori: l’essere figlio di un re oppressore quanto lui coltiva sogni di giustizia. Adelchi è infatti

figlio di Desiderio, re dei Longobardi e oppressore dei Latini che spera per le sue conquiste

nell’aiuto dei Franchi di Carlo Magno che invece devono appoggiare la chiesa aprendo gli

scontri. Manzoni con questa tragedia vuole confutare le tesi di de Sismondi secondo cui

longobardi e latini fossero fusi dopo anni di guerre; Manzoni vedeva nei longobardi un popolo

oppressore tutt’altro che fuso con i latini. Ermengarda, figlia di Desiderio, viene ripudiata dal

marito Carlo Magno e il padre vuole vendicarla e approfittarne per avere le terre papali.

Nell’atto secondo, la guerra è iniziata e i franchi sono bloccati nella val Susa, una strettoia

difesa da Adelchi. Nell’atto terzo invece Adelchi confida all’amico Anfrido la sua insoddisfazione

e amarezza per non poter realizzare i suoi sogni di giustizia essendo invece costretto a

combattere per il padre. L’atto quarto è dedicato ad Ermengarda che, saputa la notizia delle

nuove nozze di Carlo e ancora innamorata di lui, cade in delirio e muore. L’atto quinto si svolge

a Verona dopo che Desiderio si arrende e i franchi conquistano Pavia. Adelchi morente esorta il

padre a buone azioni. Ermengarda e Adelchi sono i due personaggi divisi tra sogno e realtà,

opposti all’altra coppia formata da Desiderio e Carlo Magno, simili tra loro perché entrambi

vogliono il potere. Quando conclude l’Adelchi, Manzoni pensa di scrivere un’altra tragedia che

però resta incompiuta, Spartaco.

I PROMESSI SPOSI.

Lo stimolo a comporre quest’opera venne da un viaggio in Francia compiuto tra il ’19 e il ’20 e

le discussioni molto frequenti in quel periodo a proposito del romanzo storico. Dopo aver letto

l’ “Ivanhoe” di Scott, Manzoni inizia a scrivere il romanzo fra il 21 e il 23 chiamandolo “Fermo e

Lucia”. La seconda fase invece inizia nel ’24 quando ne modifica la struttura eliminando le

lunghe digressioni e le parti troppo romantiche. La prima edizione stampata risale al ’27 e per

questo viene chiamata la “ventisettana”; il titolo definitivo è già “i promessi sposi”. Nel 1840

c’è invece la 2° edizione, quella definitiva in cui aggiunge un appendice del processo agli untori

durante la peste del 1630. l’argomento trae spunto da vicende storiche accadute tra il 1628 e il

1630: la carestia, la discesa dei lanzichenecchi, la peste nella Lombardia del dominio spagnolo.

Anche stavolta, come era già accaduto nelle tragedie, accanto a personaggi storici, come il

cardinale Borromeo, ci sono i personaggi inventati delle classi più umili fingendo però che la

loro storia sia vera per dare l’impressione di veridicità. Il Fermo e Lucia doveva essere diviso in

quattro tomi, solo che alcune scene erano fin troppo lunghe, l’impianto rigido, e la struttura

lineare veniva messa in crisi dalle lunghe digressioni in cui dominavano i temi dell’ amore e

della crudeltà; anche il linguaggio era molto sperimentale ricco di francesismi e lombardismi.

In realtà il “Fermo e Lucia” e “i promessi sposi” possono essere considerate due opere tra loro

autonome dove la seconda era una riflessione più distaccata ed equilibrata sulle vicende e

forse il fascino della prima è dovuto proprio a quegli squilibri e alla rigidità: lì neanche la

Provvidenza bastava a fermare la malignità umana mentre nella seconda edizione sarà proprio

lei a prevalere. Al momento della sua uscita il romanzo venne attaccato dai classicisti che

attaccavano il romanzo storico e da altri che vedevano nell’ideologia religiosa un limite

all’attività manzoniana.

L’edizione del ’27, rispetto a quella del ’40 non si limita ad abolire le digressioni narrative e

quelle morali ma ristruttura in modo diverso tutta l’opera che non procede più in modo lineare

secondo dei blocchi narrativi ma viene distribuita in modo articolato intrecciando le vicende dei

vari personaggi. La polemica contro la società e la storia viene temperata, come anche la

morte di Don Rodrigo che nella prima edizione era avvolta di maledizione e ore invece di una

luca di speranza dalla Provvidenza e spicca per la sua importanza religiosa la pioggia

purificatrice dopo la peste, che serve a riconciliare Dio col mondo umano. Si modifica in parte

anche l’atteggiamento politico nella descrizione dei tumulti milanesi, con un tono più distaccato

e ironico; cambia anche il linguaggio che prima era un composto indigesto di frasi un po’

lombarde, un po’ toscane e francesi, perché Manzoni pensa di ricorrere all’uso del toscano

vivo. Si era infatti convinto della necessità politica di una lingua nazionale che potesse essere

riconosciuta da tutti, prendendo come fondamento non la lingua letteraria del passato ma il

toscano parlato. Contemporaneamente si svolgeva con Ascoli il dibattito sulla lingua

cominciando a respingere il fiorentinismo proposto da Manzoni

All’inizio il tempo del racconto è molto lento: ci vogliono 17 capitoli per raccontare 7 giorno, poi

invece il tempo si restringe e l’azione vera e propria si svolge nell’arco di due anni, dai 17

novembre 1628 ai primi di novembre del 1630;25 capitoli per i primi 40 giorni e poi solo 13

per gli altri 23 mesi. Nell’ultima parte, rispetto all’azione vera e propria prevale l’intento

riflessivo e morale, nel voler lasciare al lettore un messaggio ideologico ben definito. Il tempo

della storia (non quello del racconto), si realizza subito dopo la conversione dell’innominato,

con il secondo addio di Lucia al paese; tutto comincia a svolgersi a favore dei due innamorati.

La conversione rappresenta quindi la parte decisiva di tutto il romanzo. Le prime parti si

svolgono in un borgo vicino Lecco dove abitano Renzo e Lucia, e anche l’ultimo dove avviene il

matrimonio. Quelle centrali invece lungo le strade, specie a Milano con Renzo e a Monza nel

convento. Gli spazi fondamentali sono due, il paese e la città; altri sono invece di minore

importanza come il convento, l’osteria o il lazzaretto. Il paese e la città sono in antitesi tra loro

perché il paese specie nell’addio ai monti è uno spazio idillico opposto alle città tumultuose.

Questo è vero però solo nel ricordo: questo idillio è infatti in crisi, segnato dalla fame e dalla

carestia e il “paesello” sembra dominato dal palazzotto di don Rodrigo. Il tempo storico

distrugge quello idillico e alla fine del romanzo la coppia andrà ad abitare proprio in una città

che tanto disprezzavano, Bergamo. Il paese mantiene comunque quell’ordine in cui gli abitanti

riescono ad orientarsi perfettamente e il loro disorientamento comincia nella città dove domina

il movimento con grandi masse in azione; nella città infatti il “sapere contadino” di Renzo

sembra inefficace e per ritrovare la sua identità, Renzo deve ritrovare l’Adda, il fiume delle sue

esperienze contadine. Il viaggio della strada introduce diversi cronotopi spazio/tempo: la

strada, tipica di un romanzo di avventura; è il luogo degli incontri, delle esperienze, lo spazio

cambia di continuo come anche le persone che si incontrano. La strada è l’itinerario dell’eroe

cercatore. Il castello è invece tipico di un romanzo gotico o di quello storico di Scott. Lo

caratterizza il tempo al passato e ha un legame storico con l’ambiente che lo circonda e lo

stesso effetto fa il palazzo di don Rodrigo dove l’esterno ha un aspetto solo simbolico, quello di

un castello che dall’alto domina tutto il borgo rappresentando un potere che opprime. Il

castello dell’innominato è invece privo di quella storicità rappresentata dai quadri degli antenati

di don Rodrigo, le stanze sono nude e l’innominato sembra non avere storia né famiglia.

All’esterno il castello esprime superbia, quasi come se volesse sfidare Dio e il fatto che si trovi

tra due stati, la Lombardia e la repubblica di Venezia, sembra che non voglia neanche alcuna

autorità politica.

Nel romanzo si incontrano anche le osterie, uno spazio chiuso dove si incontrano però tante

persone diverse con le loro notizie, speranze, minacce. Si contrappone all’esterno perché è un

tempo improduttivo, fatto solo di gioco e trasgressione. Il convento è un luogo chiuso e isolato

rispetto all’esterno, una specie di prigione dove il tempo è sempre uguale e ripetitivo. Non

esiste l’attesa ma solo la ripetizione. Dal punto di vista umano è solo pura convenzione morale

e soprattutto sociale: Dio è più lontano dal convento di Gertrude che non dal castello

dell’Innominato. Il lazzaretto rappresenta gli inferi sulla terra con scene tra orrore e carità.

La figura di un Dio misericordioso giustiziere dà al romanzo l’attesa perché con la speranza

rinasce la possibilità di un nuovo avvenire.

I protagonisti principali sono i due ragazzi visto che dall’inizio alla fine si parla di questo

matrimonio prima proibito ma che poi si realizza. Gli altri personaggi cercano di aiutarli o di

distruggerli e tutto cambia quando l’innominato passa dalla parte dei protettori. I personaggi si

dividono in coppie o per opposizione ( Renzo/don Rodrigo, Lucia/ innominato) o per similarità (

Renzo e Lucia le vittime, Don Rodrigo e l’innominato gli oppressori); gli otto personaggi

centrali del romanzo rappresentano anche per metà il mondo laico e per metà il mondo

ecclesiastico, quest’ultimo nelle figure di padre Cristoforo, don Abbondio, Gertrude e il

cardinale Borromeo, che a loro volta si dividono in due poveri e due ricchi e corrotti. Tutto è

costruito su un sistema binario che serve a comunicare un preciso scopo ideologico, la

contrapposizione tra bene e male.

I due protagonisti hanno un destino molto diverso: Renzo è estroverso, un personaggio

pubblico che potrebbe ben rappresentare l’eroe di un romanzo picaresco con le sue avventure;

è il tipico eroe- cercatore, nel mondo esterno pian piano abbandona la sua impulsività per

uscire dai guai avvicinandosi ad una maggiore saggezza. Lucia invece trova all’interno di sé i

propri percorsi; ha una maturità e una forza spirituale innata. È un personaggio domestico, il

suo spazio è la casa e anche se sembra incerta e timorosa, non è una figura debole; è solo che

la sua identità sociale e sessuale vengono sempre lasciate in ombra. La figura femminile viene

ridotta ad un’immagine di interiorità domestica La sua modestia le dà la capacità di iniziativa e

proprio alle sue parole è affidata la parte dottrinale; attraverso di lei, Manzoni comunica la sua

morale. Il fatto che Lucia eviti la vita mondana per dedicarsi a Dio rispecchia molto la

personalità di Manzoni e anche in padre Cristoforo troviamo molti aspetti autobiografici. Egli è

il personaggio principale per quanto riguarda la narrazione. A vincere infatti, attraverso Lucia è

la morale di fra Cristoforo: tutto raccomanda il totale abbandono alla volontà di Dio qualunque

essa sia perché l’uomo non ne è capace di capirne il senso; è un personaggio ideale che vuole

calarsi nel reale perché lui è umile e vive del sacrificio quotidiano. Non ci sono più quelle

astrattezze tipiche dei personaggi alfieriani ma si calano in situazioni più concrete. Fra

Cristoforo può essere considerato sia come il padre che come il fratello di Renzo perché da un

lato lo ammonisce e lo esorta a fare la volontà di Dio, dall’altro però ha il suo stesso carattere

impulsivo. Anche la conversione e il passaggio da Lodovico a Cristoforo non avviene su un

piano ideale ma lo spiega con psicologia e ragione. Il tema autobiografico ritorna anche nella

conversione dell’innominato che avviene senza miracoli e come era già accaduto per lui è una

conversione dal punto di vista morale ed esistenziale. Nell’innominato c’è molto del Napoleone

del 5 maggio nel suo conflitto con l’autorità divina; non le opere hanno salvato l’innominato ma

la capacità di trovare Dio nel suo cuore. Il Dio di Manzoni non si rivela quindi nella storia, ma

nel più profondo dell’io. Anche il cardinale Federigo Borromeo è visto negli aspetti della sua

cultura personale in modo da lasciare intravedere una luce positiva nonostante vengano

evidenziati i suoi tanti errori. Molto diverso dall’innominato è don Rodrigo, considerato con

distacco polemico; solo una volta viene adottato il suo punto di vista, quando viene colpito

dalla peste, perché solo questa lascia intravedere una piccola possibilità di salvezza. Di nuovo

questa non dipende dalle opere ma dalla grazia di Dio, come già era avvenuto per la

conversione dell’innominato. Gli altri due personaggi religiosi, don Abbondio e Gertrude,

rappresentano la “chiesa cattiva”. Gertrude cade nelle pressioni continue del padre, che è

descritto come un perfetto conoscitore della psicologia della figlia. La condanna del principe-

padre è anch’essa molto forte: egli non dice mai alla figlia esplicitamente di doversi fare

monaca ma la convince attraverso un processo psicologico di colpevolizzazione.Al giudizio

negativo si alternano pietà e compassione. Don Abbondio è il personaggio più legato alla

dimensione terrena, carnale e fisica; egli sprofonda nel suo mondo di paure e di piccoli e

meschini egoismi. Proprio la sua fisicità lo fa sembrare quasi simpatico agli occhi dei lettori. I

personaggi secondari sono tipi realistici, cioè riflettono precise condizioni sociali, come il Griso

che obbedisce solo alla logica del denaro, o ancora Agnese e Perpetua, tipiche figure femminili

del mondo contadino.

L’ironia di Manzoni si rivolge soprattutto alla cultura, al comportamento e alla lingua del ‘600.

la critica al potere è infatti uno dei più grandi temi del romanzo, come si vede nella descrizione

delle tavolate di don Rodrigo e nella figura del principe- padre. La Lombardia del ‘600 viene

scelta perché si presta bene al parallelismo con la società dell’800 oppressa dagli austriaci.

Bisogna anche tenere conto che il ‘600 era il bersaglio preferito dall’ironia illuminista. La storia

non è solo lo sfondo del romanzo ma è uno dei grandi protagonisti perché condiziona in

profondità i comportamenti dei personaggi. Troviamo infatti avvenimenti realmente accaduti in

quel periodo come la carestia, la peste, prese da Manzoni da libri di storia e di economia. I

personaggi invece non sono storici, come nei romanzi di Scott ma inventati, sono gli umili. È

questo un aspetto originale del romanzo: sono rappresentati nella loro umanità e presi come

modelli esemplari, non ridicolizzati. Indubbiamente nella sua scelta verso il popolo viene

influenzato dalla sua cultura cristiana, infatti il tema dei poveri prediletti da Dio era già negli

inni sacri. L’argomento resta quindi limitato alla sfera religiosa senza toccare quella politica; i

poveri in questa terra devono essere operosi e pazienti e confidare nella misericordia di Dio.

Per quanto riguarda la idee politiche ed economiche, esse sono di tipo liberista perché Manzoni

è favorevole all’ascesa della piccola borghesia; polemizza infatti contro le autorità governative

di quel tempo per avere aumentato i prezzi del pane e prende posizioni apertamente contro la

mancanza di libertà nei commerci, intralciati da leggi doganali stupide. Dice che il liberismo

economico è un indubbio vantaggio per tutti. Critica però allo stesso modo anche le masse

popolari perché, anche se capisce i motivi che li spingono ad agire, non approva la lotta come

strumento per farlo. Anche il tema della giustizia non viene mai affrontato solo da un’ottica

terrena ma soprattutto in quella religiosa: “contro i poveri c’è sempre giustizia”. Per aspirare

alla vera giustizia di Dio bisogna sopportare e affidarsi alla provvidenza, perché la vera

giustizia non è di questo mondo. Il cattolicesimo in Manzoni si mescola con il giansenismo sul

mistero della salvezza individuale e della giustizia divina; critica la stessa religione per il suo

essersi messa al servizio delle varie corporazioni. È la natura umana in generale ad essere

messa sotto tiro perché spinge all’errore e alla colpa. Nella storia agisce la provvidenza, vista

coma la provvide sventura: il male prodotto dall’uomo può essere spesso evitato, ma i mali

naturali come la peste? sono una punizione divina alla malvagità umana? Sono queste le

domande che Manzoni si pone sempre; ogni cosa accade perché voluta da Dio, ma i suoi fini

sono incomprensibili alla mente umana. Il Dio di Manzoni è il “Deus absconditus” cioè il dio

nascosto di Pascal e dei giansenisti; sul piano storico il male resta un enigma come il percorso

della provvidenza, specie se si considera che neanche la condotta più tranquilla basta a tenere

lontani i guai, ma solo la fiducia in Dio li raddolcisce e li rende utili per una vita migliore e per

la salvezza dell’anima.

Somigliano nota l’aspetto psicologico dei personaggi manzoniani; Croce, in “Alessandro

Manzoni” vede sia nell’Adelchi che nei promessi sposi più un’opera oratoria che di poesia,

aprendo un grande dibattito. Un’altra importante opinione è quella di Gramsci che mette a

confronto Manzoni e Tolstoji mostrando il carattere aristocratico del primo e l’atteggiamento

evangelico del secondo. Secondo lui è come se Manzoni compatisse gli umili con un

atteggiamento quasi scherzoso, nega loro la vita interiore che invece riserva ai ricchi.

La prospettiva dell’autore non coincide con quella della voce narrante che si inserisce tra i vari

personaggi fino a quelli più ignoranti e poveri. I narratori in realtà sono due, uno è l’anonimo

che scrisse il manoscritto, l’altro è l’io narrante che trascrive la prosa nell’italiano moderno.

Questo narratore è onnisciente e ne sa molto di più dei suoi personaggi; il punto di vista del

narratore sembra coincidere con la verità morale e storica della vicenda. Questo tipo di

narratore vicino alla reale prospettiva dell’autore era molto usato in tutto l’800.

Secondo Spinazzola si ha un punto di vista unitario in tutto il romanzo che supera le ottiche

parziali dei vari personaggi; Baldi invece parla di autoritarismo perché questo punto di vista

unitario vuole indirizzare la visione dell’opera. Al contrario dei primi, Ezio Raimondi crede

invece che ci siano tante prospettive e che “non sempre l’autore riesce a dire ciò che vorrebbe”

e anzi spesso gli capita di dire tutt’altro.

Un’altra importante distinzione importante da fare è quella tra lettore ideale, cioè il lettore

modello che capisce anche i significati impliciti dell’opera e il lettore reale, formato dal vasto

pubblico di lettori. Il lettore ideale per Manzoni non è sicuramente il letterato e quindi i due tipi

di lettori cominciano ad avvicinarsi. Manzoni infatti non si rivolge ad una piccola cerchia di

persone ma ad un pubblico molto più grande e quindi anche meno preparato culturalmente

fino a crearsi un suo pubblico. Al destinatario delle pagine più elevate stilisticamente indirizza il

messaggio del senso religioso dell’esistenza e il tema della provvidenza; ad un pubblica più

vasto va invece il progetto politico e morale dell’opera ispirato al cattolicesimo liberale:le leggi

politiche ed economiche devono risolvere i problemi di miseria attraverso la mediazione della

chiesa. Dal punto di vista religioso infatti, l’unica certezza di Manzoni è la fede in Dio mentre

tutto il resto rimane per lui un mistero; il suo linguaggio è lontano da quello simbolista della

poesia romantica ma si avvicina di più al processo logico di una allegoria. La sua lingua è molto

vasta sia verticalmente che orizzontalmente toccando anche i territori linguistici diversi

dall’italiano. Rappresentando infatti personaggi molto diversi tra loro, anche lo stile deve

tendere alla polifonia; il realismo di Manzoni si vede nei tanti esempi di vita concreta e

quotidiana presenti nel romanzo come quando descrive la famiglia di Tonio riunita a cena

attorno alla polenta o ancora i ritratti di poveri nelle vie cittadine durante la carestia. Non

bisogna però confondere il suo realismo con quello di Verga perché la sua non vuole essere

un’analisi scientifica dei fatti ma un racconto morale e storico che crea dei tipi sociali che

rappresentano diverse categorie. Il sarcasmo invece colpisce i personaggi di autorità, sia

politici che religiosi.

IPPOLITO NIEVO

È un intellettuale risorgimentale autore di uno dei pochi capolavori del romanzo italiano

dell’800, “le confessioni di un italiano”. È anche uno dei pochi scrittori che unisce pensiero e

azione, e ricerca un equilibrio tra reale e ideale. Nasce a Padova nel 1831 da una famiglia

nobile; trascorse la sua infanzia tra il Veneto, Friuli e la Lombardia e in Toscana entra in

contatto con le correnti democratiche. Nel ’51 compone un abbozzo romanzesco,

“antiafrodisiaco per l’amor platonico”, una riflessione ironica sulla rottura con Matilde, in cui

non mancano considerazioni politiche e sociali. E una figura femminile, Fanny, sembra già

anticipare le confessioni di un italiano dove Nievo comincia a prendere le distanze dal

romanticismo troppo languido e sentimentale di Prati e Aleardi. Tra il ’52 e il ’55, anno in cui si

laurea in legge a Padova, comincia a scrivere alcuni testi in giornali veneti e lombardi. Altre

sue opere di questo periodo sono un saggio, “studi sulla poesia popolare e civile

massimamente in Italia” e due libri, “lucciole” e “amori garibaldini”. Per quanto riguarda la

narrativa, aveva scritto nel ’55 “la nostra famiglia di campagna” e altre novelle che poi

raccoglierà in “novelliere campagnolo” e dello stesso anno è il romanzo “angelo di bontà”.

“storia del secolo passato” riguarda il tema della decadenza della repubblica veneta; sono dei

quadri d’ambiente sulla vita provinciale che saranno la base per le confessioni di un italiano. “il

barone di Nicastro” è invece del ’57, ispirato al Candide di Voltaire, parla di un gentiluomo

sardo che dopo aver passato la vita tra gli studi, si reca in giro per il mondo alla ricerca della

virtù. Il romanzo “il pescatore d’anime” è rimasto incompiuto; doveva riguardare le condizioni

delle masse contadine e del clero povero. Dello stesso argomento è il suo saggio politico più

importante, “il frammento sulla rivoluzione nazionale” scritto tra il ’59 e il ’60 in cui viene

messo in risalto l’abisso esistente tra i contadini e i borghesi; il suo punto di vista è quello del

borghese, ritiene che gli intellettuali debbano istruire il popolo perché le masse sono ancora

estranee al processo risorgimentale. Secondo lui i comportamenti politici e culturali dei gruppi

dirigenti sono errati; è importante l’analisi che viene fatta del ceto più povero perché è più

vicino ai contadini e quindi in grado di svolgere una funzione utile. “le confessioni di un

italiano” furono scritte tra il ’57 e il ’58 perché nel 59 Nievo si arruolò nel corpo garibaldino

del corpo dei cacciatori delle Alpi partecipando ai movimenti di liberazione nazionale, per cui

scrive anche un diario sulla spedizione dei mille dal 5 al 28 maggio. Si reca poi a Napoli e a

Palermo; muore nel viaggio di ritorno a neanche 30 anni perché il piroscafo che da Palermo lo

avrebbe riportato a Napoli affondò nella notte tra il 4 e il 5 marzo 1861. nel novelliere

campagnolo troviamo diverse novelle come la santa di Arra, la pazza del sagrino, il milione del

bifolco, il varmo e la viola di san Sebastiano. Nelle ultime le storie vengono raccontate da un

narratore popolare, Carlone che usa dialetti veneti, friulani,lombardi e veneti. Egli ha però una

coscienza linguistica superiore a quella degli altri personaggi. Il migliore tra questi racconti è “il

Varmo” che anticipa soprattutto i primi capitoli delle confessioni. I due protagonisti, la Favitta e

lo Sgricciolo (in realtà Tino e Pierino) sembrano infatti Carlino e la Pisana delle confessioni,

fanno anche gli stessi giochi e hanno lo stesso carattere.

LE CONFESSIONI DI UN ITALIANO

Furono pubblicate per la prima volta nel ’67. dopo essere stata scritte non furono più

rielaborate a causa della morte precoce dell’autore. La prima edizione uscì col titolo “le

confessioni di un ottuagenario” e il ritardo della pubblicazione fu dovuto al carattere politico

dell’opera; il titolo poi venne cambiato di proposito per evitare i sottintesi politici e

ottuagenario divenne italiano.. Il libro è diviso in 23 capitoli sulla cronologia degli 83 anni di

vita del suo protagonista, Carlo Altoviti. Ognuno dei capitoli contiene una didascalia

introduttiva che spiega brevemente i temi che saranno trattati. La trama delle vicende si divide

in tre grandi blocchi con le principali vicende del protagonista. Nel primo blocco c’è l’infanzia

dalla nascita il 17 ottobre 1775 al 1792 riassunta nei primi sette capitoli. Poi c’è la giovinezza

dal 1793 al 1800 dall’ottavo al 17° capitolo e infine il terzo blocco con la maturità e la

vecchiaia. La vita di Carlo si intreccia continuamente con gli avvenimenti storici e politici

italiani più importanti, dalla crisi dell’ancien regime ai moti risorgimentali e alle guerre

d’indipendenza. All’invecchiamento del protagonista si contrappone il ringiovanimento delle

istituzioni politiche nazionali. I capitoli I- VII. Dopo il proemio, nel primo capitolo c’è la

descrizione del castello di Fratta e la presentazione dei numerosi personaggi. Tra i membri

della famiglia il ruolo più importante è quello delle due figlie, Clara e Pisana. La prima che

sembra più dolce, ha in realtà un carattere molto fermo nel respingere le diverse proposte

matrimoniali per amore del giovane Lucilio Villani un giovane studente di medicina. Pisana

sarà invece la donna amata da Carlo. Nel secondo capitolo Carlo viene abbandonato alla

nascita nel castello della sorella della madre, la contessa di Fratta: la madre di Carlo aveva

disonorato la famiglia fuggendo con un uomo, Todero Altoviti, che però aveva abbandonato la

donna pochi mesi dopo essersi sposato. La donna incinta era stata espulsa da casa e dalla città

di Venezia; da qui si spiega l’odio della contessa verso il nipote. L’infanzia di Carlino si svolge

tutta all’interno del castello, l’unica avventura nello spazio esterno avviene quando fugge dal

castello perdendosi nella campagna dopo una lite con la Pisana e lì si imbatte nel brigante

Spaccafumo che lo riporta al castello. Dopo l’assedio del castello da parte dei nemici, la

ragazza viene separata dall’amato e portata a Venezia mentre Carlino ottiene il permesso di

studiare giurisprudenza a Padova. Figlia dei conti di Fratta, la Pisana è il personaggio

femminile che domina il romanzo; prima è una bambina irrequieta e trasgressiva, poi diventa

una donna ribelle e anticonformista. Il suo rapporto con Carlo occupa quasi tutto il romanzo;

Carlo non può sposare Pisana, prima per motivi sociali e poi perché lei non lo vorrà più. È un

amore pieno di tradimenti e separazioni; solo per un breve periodo i due riescono a vivere

un’intensa relazione amorosa, dopo che lei si è sposata però con l’anziano Navagero. Pisana

vuole convincere Carlo a sposarsi con la sua amica Aquilina e Carlo obbedisce a malincuore

convinto che Pisana non lo ami più; in realtà non è così e quando lui viene fatto prigioniero a

Napoli, sarà proprio Pisana a liberarlo, curandolo e mantenendolo durante l’esilio a Londra. I

capitoli VIII- XVII. A Padova Carlo conduce la sua vita di studente sotto la giuda di Padre

Pendola che lo introduce nello studio dell’avvocato Ormenta per fare pratica legale. Intanto in

Francia scoppia la rivoluzione e in Italia esplodono le prime rivolte locali. Amilcare Dossi, uno

studente di filosofia lo sensibilizza ai valori dell’uguaglianza e della libertà politica. Nel 1794,

spinto dalle delusioni; Carlo ritorna a Fratta per lavorare come cancelliere. Qui ritrova il diario

del defunto Martino e riconosce la sua funzione di maestro ( è una tappa importante per la

formazione del protagonista) intanto la Pisana è cresciuta e il rapporto con lei è diventato più

difficile e conflittuale e lascia campo libero a Giulio del Ponte, dopo gli innumerevoli rifiuti della

Pisana. Nel 1796 scoppia la rivolta popolare che porta alla costituzione di una repubblica

democratica nella città di Portogruaro. Il clima politico cambia e i rivoltosi invocano Napoleone

come un liberatore; Carlo ritorna a Venezia richiamato dalla contessa di Fratta; nella città

trova grandi cambiamenti. Entra nel maggior consiglio veneziano come patrizio; quando però

questo governo provvisorio cade, Carlo si rifugia a Milano e nel 1798 entra nella legione della

repubblica cisalpina dove conosce Ugo Foscolo; nello stesso anno si imbatte casualmente nella

Pisana che era stata gravemente ferita e le salva la vita. Nel 17° capitolo la scena si sposta a

Napoli dove nel 1799 esplode la rivolta popolare e Carlo decide si seguire il padre Todero

Altoviti; il padre muore e lui viene fatto prigioniero ma viene salvato dalla Pisana e i due

salpano assieme per Genova. Il modo di amare di Pisana, anche se sincero, è ambivalente; lei

nel romanzo è sempre vista dall’esterno, con gli occhi di Carlo e il narratore non esprime

giudizi di morale nei suoi confronti. È forse questo il motivo per cui il romanzo venne giudicato

immorale dai contemporanei di Nievo. Pisana non è un modello ideale, tutt’altro; lei è un

antieroe: rispecchia le contraddizioni stesse della vita. Un’eroina romantica è invece Clara, che

si annulla per amore di Lucilio. Se però l’amore di Carlo per la cugina è disinteressato, Lucilio

vuole invece possedere Clara in tutta la sua figura femminile.

Il genere autobiografico non era di certo nuovo, già si era visto con sant’Agostino e nel ‘700

con Rousseau. La principale funzione storica e civile del romanzo dell’800 viene ripresa e

arricchita da Nievo; il romanzo diviene esplicitamente pedagogico, e viene considerato “il

romanzo storico della contemporaneità”. È questa la novità di Nievo: lo scrittore non ha più

una prospettiva aristocratica, presenta invece le sue idee come se fossero quelle dei suoi

personaggi e non esterne ad essi. Il narratore non è onnisciente come invece lo è quello dei

promesso sposi. Con la forma autobiografica inoltre Nievo evita quella distanza e quel filtro

tipico degli altri romanzi ottocenteschi. L’indagine del passato è sempre proiettata nel

momento in cui l’autore scrive; il passato storico diventa importante solo perché in relazione

col presente come succederà in seguito con i romanzi veristi.

Per quanto riguarda la lingua, Nievo tende all’imitazione del parlato realistico e nello stesso

tempo troviamo un certo classicismo, con i richiami colti della letteratura antica. Il risultato è

quindi una mescolanza tra dialetti e lingua classica perché pur essendo borghese, vuole

rivolgere il suo romanzo ad un pubblico non intellettuale. Ancora una volta Nievo evidenzia la

funzione sociale dell’intellettuale; costruisce insieme due romanzi: quello di formazione e

quello storico. Prima dell’opera di Nievo, il romanzo di formazione non esisteva in Italiane anzi

si può dire che quello di Nievo sia l’unico romanzo di questo genere, sulle tappe della

formazione individuale di Carlino, sia sentimentale che umana, riferendosi alla formazione

culturale e politica non solo di un cittadino ma di tutta la nazione italiana.

Le interpretazioni di questo romanzo sono discordanti: Vincenzo Mengaldo sottolinea come

Nievo abbia creato un romanzo proprio nel momento in cui questo genere entrava in crisi,

quando già un decennio prima, Manzoni ne proclamava la sua condanna. Colummi Camerino

invece sottolinea come la storia sia non solo la memoria degli eventi, ma gli eventi stessi,

politici e civili, quelli che Nievo mette al centro del suo romanzo, quando la storia si interseca

con le vicende personali di Carlo dando fine alla sua giovinezza, aprendo quindi il periodo del

lavoro La “battaglia”, cioè l’attività militare prende il sopravvento sulle vicende personali dello

stesso protagonista. Negli occhi di Carlo si riflettono infatti tutte le rivoluzioni italiane, gli

spostamenti e i combattimenti.

È come se con queste novità volesse intaccare dall’interno gli schemi classici del romanzo.

La narrazione delle vicende, come accade spesso nei romanzi autobiografici inizia dalla fine con

una ricostruzione retrospettiva. Al tempo dell’infanzia, vissuta quasi tutta nel castello

corrisponde un ritmo lento e uno spazio circoscritto Nel secondo blocco invece il tempo si

accelera e lo spazio si allarga; gli scenari narrativi mutano lungo il percorso degli spostamenti.

Tra gli scenari urbani troviamo Venezia, Napoli e ancora Milano e Genova. Nella terza parte,

nonostante molti episodi si svolgano in spazi interni, vengono prediletti gli spazi urbani esterni

i cui luoghi più importanti sono Venezia e Londra. Nievo è stato definito l’ultimo scrittore

risorgimentale della letteratura italiana, sia come cronologia, sia in senso culturale e

ideologico.

Ma Nievo non aderisce totalmente allo storicismo tipico dell’800 che vede nella storia un

continuo svolgersi di fatti che progrediscono verso mete positive; il suo parere sul futuro

dell’Italia è infatti incerto. Alcuni critici, tra cui Isnenghi, lo considerarono completamente

aderente al progressismo storico; altri come Colummi Camerino pensano invece che il suo

pessimismo prevalga sull’ottimismo e lo scetticismo sulla speranza. Le “confessioni di un

italiano” non ebbero subito un adeguato riconoscimento; non mancò comunque di influenzare

gli scrittori del secondo 800 come Federico De Roberto.

Ingenuità ed erotismo: le affascinanti contraddizioni della Pisana (da “LE CONFESSIONI DI UN

ITALIANO”)

L’incontro clandestino tra Carlino e la Pisana ha i toni di un acceso ma inconsapevole

erotismo. Dopo essere usciti fuori dal castello di Fratta, dove era avvenuto l’incontro con il

brigante Spaccafumo, Carlino era stato mandato a dormire lontano dalla stanza della Pisana.

Lei però, sfidando le rigide imposizioni della madre, va di nascosto a fargli visita. Spinta dal

senso di colpa, perché Carlo ersa fuggito dal castello dopo un litigio con lei, la Pisana impone al

cugino di strapparle una ciocca di capelli perché vuole risarcirlo della punizione subita. La

scena è raccontata in prima persona da Carlino, dal momento in cui la Pisana va a bussare alla

sua porta mezza nuda, solo con la sua camicia. La Pisana allo stesso tempo si mostra ingenua

e disinibita quando va a sedersi sul suo letto, e si nota subito la forte componente erotica dei

suoi gesti. Gli pulisce il sangue che ha sulla fronte come avrebbero fatto delle sorelle dei

soldati partiti per le crociate e la vanitosa si inorgogliva nel vedere che le sue carezze

piacevano molto a Carlino. Pisana, prima di ridiscendere nella sua camera, mentre gli altri sono

a cena, e al buio per non farsi scoprire, vuole farsi tirare una ciocca di capelli per farsi

perdonare. Le tante ripetizioni tradiscono, dietro il pentimento, il bisogno della Pisana di

imporre la propria volontà su Carlino. In quell’eroismo di arrivare nella sua stanza senza farsi

scoprire, aveva più influenza la volontà di mostrare una prova eccezionale di coraggio più che

l’affetto per Carlino. Carlino stesso si era quindi raffreddato gli iniziali bollori di entusiasmo

perché aveva capito come stavano le cose e quei capelli che gli erano rimasti tra le mani erano

il segno della sua servitù che non del buon cuore della cugina verso di lui.

La notevole incisività del brano è legata soprattutto ai dialoghi tra i bambini, il linguaggio della

sua natura trasgressiva, egoista e prepotente specie con la ripetizione frequente del soggetto

io e del verbo volere. Il rapporto affettivo tra i due protagonisti rivela un aspetto di

sadomasochismo che resterà poi costante nel resto del romanzo, nonostante adesso i due

abbiano solo 8 anni. La Pisana nei confronti di Carlino oscilla tra un bisogno sadico di

affermazione personale e di comando e un senso di colpa che la spinge all’autopunizione .

LA RIVOLTA DI PORTOGRUARO

È descritta la scena corale di una rivolta che Nievo ambienta nel 1796 a Portogruaro; è

un’invenzione dell’autore che potrebbe però richiamare la rivolta avvenuta nella città di

Venezia nel 1848. nel romanzo il moto popolare porta alla costituzione di una repubblica

democratica sotto la cui giurisdizione rientrava anche il castello di Fratta. Solo quando sta per

giungere al castello vede le novità perché a quei tempi esse non circolavano né coi treni e né

c’erano i telegrafi. Carlo vede per un momento gli agitatori della sommossa come i cittadini

delle due più celebri città- stato del mondo greco antico e in modo particolare Atene nella sua

autogestione democratica. Ma poi si rende conto che lì ci sono solo tanti gridatori, ognuno che

diceva la sua, come nel “baccanale dei liberti”: le baccanali erano le feste orgiastiche dedicate

al dio Bacco e i liberti erano gli schiavi a cui era stata restituita la libertà parziale, perché non

potevano accedere al ruolo di cittadini con il diritto di voto. Il paragone, che contunua la serie

di metafore classiche, è efficace proprio per la sua connotazione politica. Nelle sue riflessioni si

evidenziano le ideologie risorgimentali di Nievo che crede nella possibilità della redenzione

politica della masse popolari. Quando entra a Portogruaro con il suo cavallo viene acclamato

dal popolo durante la rivolta; considera i contadini una “gentaglia sospettosa e quasi nemica”: i

contadini infatti sono presentati quasi sempre in modo negativo rispetto ai cittadini, anche

perché nel risorgimento spesso i contadini guardavano con ostilità le organizzazioni liberali.

Carlino chiede al popolo che cosa realmente volesse, anche perché sono queste le uniche

parole che riesce a pronunciare nel suo discorso, e loro rispondono che vogliono pane e libertà.

Questo grido finì col mettere in pieno accordo gli umili di campagna e i lavoratori di città. Il

leone e san Marco (simboli della città di Venezia), con ciò perdettero le ultime speranze di

salvaguardare il governo della città. La folla però non sapeva cosa fare, se attaccare i granai,

andare dal vescovo, monsignor Berra, un personaggio storico celebrato per la sua superiore

vocazione evangelica, oppure dal podestà(il capo del comune che aveva mansioni soprattutto

nella giustizia e nella difesa dello stato). Alla fine decisero di andare dal vescovo, solo che

all’episcopio, il luogo dove ha sede la casa e la curia del vescovo, ognuno dava il suo parere e

padre pendola che ormai da tempo sentiva di aver perso potere e credibilità, voleva sfruttare

l’occasione per riabilitarsi. Si noti il gioca di parole tra il nome del padre e il suo carattere

vacillante, indeciso e opportunista. L’uscita di padre Pendola non fu accolta bene e gli altri

vicari ne gioirono perché non lo vedevano di buon occhio e alla fine il vescovo arrivò tra loro

dopo essere stato invocato, solo che quando lui chiese alla gente che cosa volessero, con

quella sua anima così calma, nessuno seppe più cosa dire e l’unica cosa che riuscirono a

rispondere fu “la benedizione!”.

La rappresentazione in presa diretta del tumulto viene costruita sulla base del parlato: i

personaggi usano infatti espressioni dialettali e gergali. La sintassi è poco strutturata, i periodi

sono lasciati aperti come accade normalmente nell’oralità; il narratore autobiografico mantiene

uno sguardo distaccato e ironico nella descrizione dei personaggi che compongono la folla, è

un’ironia che spesso è collegata alla parodia politica: non rinuncia a rappresentare

realisticamente i limiti culturali delle classi più nasse, l’ignoranza del popolo, il

“pressappochismo”degli agitatori di piazza. La visione positiva dell’insurrezione popolare è

accompagnata da un sostanziale scetticismo sulle reali possibilità delle masse popolari di

conquistare l’autogestione politica. Il protagonista- narratore si presenta in quest’ottica come

uno sprovveduto bonaccione che si accontenta di vivere un momento di gloria capitatogli per

caso. La sua ironia non ha però una finalità sarcastica, in Nievo lo stile umoristico è legato alla

volontà di animare il narrato, operando un rovesciamento del registro aulico della scrittura

letteraria ottocentesca.

L’INCONTRO CON NAPOLEONE [cap. X]

Carlo, dopo la rivolta, va al castello di Fratta che è stato però invaso dall’esercito francese e

tutti gli abitanti sono stati costretti a fuggire; è rimasta solo la contessa di Fratta a causa delle

sue condizioni fisiche. Carlo assiste alla sua morte e poi decide di andare a parlare con

Napoleone Bonaparte, accampato a Udine, per chiedere giustizia. Descrive Udine nella sua

confusione dove gli ospiti, i francesi, comandavano, e i padroni obbedivano, il consiglio

veneziano non aveva più alcuna autorità e il popolo era diviso tra opinioni discordanti. Qualche

giorno prima avevano acclamato gli austriaci (usseri d’Ungheria) e i boemi, ora invece

applaudivano i francesi che sono chiamati sanculotti perché portavano i pantaloni lunghi invece

delle tradizionali brache corte. Chiese di avere un colloquio con Buonaparte(così lo

chiamavano) affermando di dover fare delle comunicazioni urgenti sulle gravi cose accadute in

provincia e quindi gli fu concessa udienza. Paragona napoleone a Catone il censore per la sua

semplicità: egli era l’emblema dell’austerità morale della Roma antica; la repubblica francese si

appellava a quella romana quale esempio sommo di virtù civili e morali. La sua prima

impressione lo conforta, lo descrive come un uomo minuto e con i capelli arruffati sulla fronte,

molto simile a quel ritratto a olio che fu eseguito dal pittore neoclassico Andrea Appiani sulla

traccia di un disegno dal vero a carbone e gessetto fatto subito dopo l’entrata di Napoleone a

Milano; l’opera fu donata da Napoleone, divenuto primo console della Francia e presidente

della repubblica cisalpina a Francesco Merzi d’Eril che ne era vicepresidente, e poi conservato a

villa Melzi a Bellagio.il gesto del dono viene vista di Nievo come una lusinga fatta dal lupo

all’agnello. Carlo spiega a napoleone come sono andate le cose e i saccheggi dei francesi ma

Napoleone rovescia la situazione facendo cadere le responsabilità degli atti dei francesi sul

governo veneziano. Napoleone sposta le critiche sulla guerra e sul cattivo comportamento del

governo che non ha accolto bene i suoi soldati e ha causato l’allontanamento di Brescia e

Cremona dalla repubblica serenissima con delle insurrezioni: dice in pratica che i veri nemici

sono gli italiani, rivelando così le sue vere ambizioni di conquista del potere dietro le professate

aspirazioni repubblicane. Dolo questa affermazione, il discorso che segue sembra di necessità

falso e retorico.

Napoleone non diede molta importanza al suo discorso e i suoi paroloni, benché falsi, avevano

annebbiato la mente di Carlino e alla fine lui uscì convinto che fossero i patrizi veneziani ad

avere la colpa e la morte della contessa gli sembrò niente in confronto ai benefici che avrebbe

potuto ottenere con la creazione di una repubblica democratica. La rappresentazione di

Napoleone è caratterizzata da una forte e amara ironia; è una parodia che stavolta però non

ha i soliti toni comici; Napoleone infatti è presentato come un uomo rozzo e opportunista che

ispira al potere e strumentalizza gli ideali di libertà della rivoluzione francese, rivelando la sua

natura di uomo insensibile. Dietro questo incontro è possibile leggere la delusione di tutto il

ceto intellettuale: Napoleone, idealizzato come liberatore si era poi dimostrato nella sua vera

natura di dittatore.

L’IDILLIO CAMPESTRE DELLA FAVITTA E DELLA SGRICCIOLO (da “IL VARMO” cap.V)

Nel 5° capitolo della novella il varmo vengono rappresentati i giochi dei due ragazzi nella

campagna friulana. L’idillio campestre assume toni particolarmente delicati nella

rappresentazione del “chiuso recesso” in riva al Varmo, dove i due trascorrono il pomeriggio.

Nel rapporto stretto tra anima dei personaggi e natura si avverte l’eco di Rousseau sia

dell’Emilio che della nuova Eloisa che mostrano il tema dell’educazione libera, a contatto con

la natura. I ragazzi sono i due protagonisti, Tina e Pierino che abitano nei pressi del mulino

vicino al villaggio di Glaunico. Siccome erano cresciuti sempre tra quei luoghi, ormai i contadini

finirono col chiamarli la Favitta e lo Sgricciolo, con due soprannomi, Favetta viene dal friulano

Favit che significa scricciolo e indica quei bambini piccoli fisicamente ma molto vispi. I due

giovani vengono paragonati a due uccelletti che saltano da qua e di là beffandosi di chi li

insegue, lasciandosi quasi toccare e poi fuggendo via di nuovo. Siccome a Tina non piaceva il

soprannome che le avevano affidato, nei primi tempi dava tante satire a tutti quelli che

passavano da quelle parti solo che appena vedevano qualcuno che li guardava di malomodo o

che sembrava volesse abbassare il sacco o la cesta se la davano a gambe attraverso gli

avvallamenti più accidentati e paludosi. Alla fine la gente si abituò a loro cercando di

sopportarli; anche i ragazzi si erano ormai abituati a quei soprannomi che neanche si giravano

più se qualcuno li chiamava con i loro nomi di battesimo. Quando le strade si facevano più

libere, nonostante i richiami di Simone e Pelonia, i genitori di Tina, i due ragazzi correvano

verso il Varmo dove trascorrevano le loro giornate giocando; la mattina giocavano tra i solchi e

i fossati e la sera sguazzavano nell’acqua. Non c’era posto che non conoscessero e si

divertivano a scavare delle vie dove far scorrere l’acqua. Ma la cosa che gli piaceva di più era

“far passarini”( viene dal dialetto veneto e fu italianizzato da Nievo e significa fare a rimbalzello

cioè indurre delle piccole pietre grigie formate da grosse quantità di silicio di più bizzarri sbalzi

e scivoli nell’acqua.

NATURALISMO, SIMBOLISMO E DECADENTISMO.

Questi movimenti in Europa iniziano nel 1849 quando finisce il movimento rivoluzionario per

l’indipendenza nazionale e finisce nel primo decennio del ‘900. In Italia invece inizia nel ’61 con

l’unità nazionale e finisce nel 1903 quando Giolitti va al potere; in Francia gli esponenti

principali sono Flaubert e Baudelaire con naturalismo e simbolismo invece in Italia il

movimento della scapigliatura. Si forma in tutta l’Europa l’imperialismo, con una borghesia

capitalista e grandi agglomerati industriali; la parola “imperialismo” indica la politica aggressiva

degli stati europei alla conquista di nuove colonie e una tale concorrenza tra gli stati che

sfocerà poi nella prima guerra mondiale. L’imperialismo arriva anche a giustificare il

colonialismo in nome del progresso. Con il naturalismo viene meno quella partecipazione

romantica ai destini della società, lo scrittore osserva in modo distaccato i fatti limitandosi a

descriverli. L’uomo è dominato dalla natura, dai suoi istinti e bisogni. Il simbolismo indica

invece una poetica che, come dice lo stesso nome, si basa su dei simboli rifiutando la

spiegazione oggettiva e razionale di tutto l’universo, spiegazioni che al contrario voleva dare la

scienza. Sia il naturalismo che il simbolismo hanno il loro centro in Francia ma nel giro di pochi

anni si diffondono in tutta l’Europa. Il simbolismo è la poetica principale del decadentismo che

trova il suo manifesto nel romanzo “controcorrente” ( à Rebours) di Huysman; in Italia gli

esponenti più importanti saranno D’Annunzio e Pascoli. Il termine “decadentismo” indica

appunto decadenza,respingendo il positivismo e di conseguenza il naturalismo,il tramonto di

una civiltà e della borghesia liberale e positivista. Il tema principale del decadentismo è

l’estetica, cioè fare della bellezza e dell’arte un vero e proprio culto.

L’ottocento è il secolo della modernità, del telefono, dei trasporti… il rapporto con la natura

diventa artificiale, è come se ci fosse una seconda natura creata direttamente dall’uomo. Con

Baudelaire la natura non viene più cantata perché il tema centrale diventa la stessa città, il

grigio asfalto e le luci scintillanti; Parigi e Milano diventano le città della modernità con le loro

industrie. L’idea di progresso diventa senso comune, specie con l’età del positivismo dove il

giovane progressista è contrapposto al vecchio, arretrato e negativo. Il miglioramento

materiale dipende secondo loro dalle scoperte scientifiche, ereditando le idee filosofiche

dall’illuminismo; Comte, il fondatore del positivismo, si basa ad esempio sulle scoperte

scientifiche di Darwin e Spencer. Il rovescio oscuro del progresso è al centro delle idee di

Baudelaire e di Nietsche. Anche Verga in Italia, se da un lato apprezza il progresso, dall’altro

parla proprio delle vittime che questo causa. C’è poi chi, oltre a rifiutare totalmente il

positivismo e le sue idee scientifiche, contrappone un comportamento e una filosofia irrazionale

e spiritualistica. L’industrializzazione viene vista anche come una minaccia per un ceto

intellettuale che viene dalla campagna e dalla provincia; il treno ad esempio se da un lato è il

simbolo del progresso, dall’altro è un mostro orribile che travolge sentimenti ed interiorità. Un

aspetto positivo del progresso è invece il protagonismo delle masse di lavoratori che

cominciano ad organizzarsi attraverso gruppi socialisti per far valere i loro diritti prendendo

esempio dalla comune di Parigi. Alcuni scrittori, appartenendo alle file della borghesia, si

schierarono contro le masse e il loro socialismo, come Verga e d’Annunzio, altri invece

abbracciarono la prospettiva socialista tra cui Zola e De Amicis. Questo interesse per la folla

non è però casuale perché è proprio la folla dei partiti la protagonista di questo secolo e anche

la donna ottiene privilegi e libertà mai conosciute fino a quel momento, inserendosi bene anche

nel mondo della letteratura: ne sono esempio Matilde Serao e Grazia Deledda. Nasce un

movimento per l’emancipazione femminile delle “souffragettes” e fa scandalo il romanzo di

Ibsen “casa di bambola” che ha come protagonista una donna che si separa dal marito e dai

figli per essere autonoma.

LA FIGURA DELL’ARTISTA. LA PERDITA DELL’ “AUREOLA”

Il poeta e l’artista sono solo delle persone come tante tra la folla; subiscono un processo di

massificazione perdendo la propria funzione privilegiata perché l’arte ha perso la sua centralità

in un mondo in cui contano solo i soldi e le industrie. Si crea una visione parallela tra lo

scrittore e la prostituta, entrambi infatti vendono la propria arte. Le opere adesso devono

piacere al pubblico che comincia ad essere inserito nell’opera stessa per invogliarlo a

comprare. Gli artisti si sentono a disagio, emarginati dalla società e da queste sensazioni nasce

la figura del poeta maledetto, ribelle, folle, omosessuale, drogato.

In Italia questo cambiamento è espresso con la scapigliatura che vuole rappresentare lo stesso

concetto di Boheme cioè di una vita irregolare e scapestrata. Il naturalismo in Francia e il

verismo in Italia nascono proprio per la necessità di riqualificare la figura dell’intellettuale

attraverso un’analisi scientifica e impersonale della società, perché l’artista viveva in quel

periodo un vero e proprio declassamento sociale. La massificazione degli intellettuali può

portarli o a posizioni democratiche e socialiste, o a rivendicare i propri privilegi e la loro

superiorità; queste due diverse concezioni, sono espresse da un lato da Carducci e dall’altro

dall’estetismo di D’Annunzio, che si sente più raffinato rispetto alle masse e quindi si distacca

da esse.

L’ORGANIZZAZIONE DELLA CULTURA

Sia in Italia, che in generale nel resto d’Europa, si cerca di creare delle leggi adeguate perché il

tasso di analfabetizzazione sono ancora molto alti; la “legge Coppino” ad esempio rende

obbligatoria l’istruzione elementare. L’editoria, che già è molto sviluppata in Francia,

Inghilterra e Germania, in Italia è ancora molto arretrata; i tipi di produzione che si sviluppano

sono due, quello letterario ed educativo e quello dei giornali che riesce a raggiungere un

pubblico più vasto ma meno intellettuale. Il lavoro degli scrittori e i loro guadagni consentono

loro di vivere delle loro opere e delle collaborazioni con le varie riviste: nel 1901 nasce anche

all’interno dei giornali la terza pagina, quella dedicata alla letteratura e alla cultura. Gli

scapigliati milanesi crearono nuovi giornali come “cronaca grigia”, “Figaro” e poi “la rassegna

settimanale”. Tra le riviste più importanti e tradizionali di ricerca letteraria c’erano “la nuova

antologia” e “la cultura”. Non in tutta Italia però questa attività editoriale era sviluppata allo

stesso modo; a Roma ad esempio la situazione non era così omogenea e positiva come a

Milano

I GENERI LETTERARI E IL PUBBLICO

La produzione libraria in Europa si divideva secondo tre fasce: quella più bassa è quella

popolare di operai, artigiani e impiegati; la seconda fascia è quella del pubblico medio della

borghesia con insegnanti, medici e avvocati a cui si rivolge il romanzo realista e quello

naturalista. La terza fascia è quella dei poeti simbolisti che costituiscono un’elite molto

limitata; solo in casi veramente rari un’opera riusciva a coinvolgere tutte e tre le fasce di

pubblico. Si diffonde soprattutto tra le masse il romanzo che trascina sulla scena un mondo

laico e quotidiano che proprio nel romanzo vede la sua piena espressione. Al contrario del

linguaggio semplice del romanzo, la lirica di Pascoli usa un linguaggio raro e ricercato, anche

se parla di temi bassi e quotidiani; non c’è quella tensione a portare nella lirica la lingua usata.

Il genere che sicuramente ha più fortuna in questo periodo è in generale il romanzo,

fantascientifico, giallo, poliziesco ecc… Viene rilanciata anche la novella con Verga, Capuana,De

Roberto. In Italia si creò la necessità di avere l’unificazione linguistica dopo aver ottenuto

quella politica e si cercò di affrontare il problema con una soluzione proposta da Manzoni nel

’68 con la sua opera “sull’unità della lingua e sui mezzi per diffonderla”: proponeva come

lingua nazionale il fiorentino parlato dai toscani.

Nel 1870 venne creato con Giorgini e Broglio “il nuovo vocabolario della lingua italiana”.

Questo largo uso del fiorentino venne definito manzonismo linguistico- letterario, usato anche

nella prosa come nel caso di Nedda, Vita dei campi, rosso malpelo, i malavoglia ecc..

Ascoli invece criticò questo nuovo vocabolario perché finiva con l’essere solo una lingua

letteraria del “bello scrivere” che però non aveva alcun contatto con la lingua parlata del

popolo; secondo lui bisognava invece che la cultura si sviluppasse liberamente: l’unità

linguistica doveva venire dal basso e non dall’alto con delle regole rigide. Tra i fattori che

potevano contribuire all’unità linguistica, c’erano la scuola e l’esercito; importanti erano anche

le migrazioni interne al paese per amalgamare le diverse popolazioni, i giornali e la stampa.

IL DECADENTISMO

Il movimento dei “decadents” nasce a Parigi nella prima metà degli anni ’80 con Paul Verlain e

un suo sonetto pubblicato sulla rivista Le chat noir che iniziava con “io sono l’impero alla fine

della decadenza”; dice anche che raffinatezza ed eleganza sono tipiche proprio delle epoche di

decadenza.

L’estetismo diviene la bibbia del decadentismo, dove l’aristocrazia dello spirito è contrapposta

alla volgarità delle masse e della vita borghese. La concezione della morte si accompagna ad

un senso di estenuazione e di morte. Il decadentismo non è solo un movimento letterario ma

una nuova civiltà culturale e artistica; i tratti fondamentali sono:

rifiuto del mondo scientifico e razionale;

• soggettivismo e individualismo perché l’arte deve esprimere la vita interiore e sensuale.

• L’artista si trasforma in “dandy”, un personaggio eccentrico che rifiuta la massa e si

ispira a tutto ciò che è innaturale e artificiale;

scoperta dell’inconscio, collegando il mistero dell’anima a quello della vita stessa

• dell’universo;

ricorso alla poetica del simbolismo, prevalgono i procedimenti analogici e la

• corrispondenza tra i vari sensi;

teoria dell’ “arte per l’arte” che è superiore a tutto e deve obbedire solo a se stessa.

Il decadentismo italiano “fiorisce” tra il 1890 e il 1905 con il “piacere” di d’Annunzio e Myricae”

di Pascoli. Esso ha alcuni caratteri particolari rispetto a quelli del decadentismo europeo per il

suo legame ancora forte con la tradizione classica. Sia Pascoli che d’Annunzio riprendono la

figura del poeta- vate risorgimentale, secondo cui il poeta deve avere un ruolo protagonistico.

Invece la capacità di approfondimento delle tematiche legate all’inconscio sembra limitata e i

motivi sensualistici sono ancora superficiali, incapaci di una conoscenza profonda dell’io. Anche

se alcuni tratti del decadentismo, come l’irrazionalità e la contrapposizione tra io/società sono

simili a quelli del secondo romanticismo inglese e tedesco, per altri tratti se ne distaccano: se il

romanticismo aveva fatto dei sentimenti il tema centrale, il decadentismo vuole invece scoprire

l’inconscio, i pre-sentimenti. Non bisogna neanche pensare che il decadentismo abbracci il

novecento, se non i primi anni e quindi scrittori come Svevo e Pirandello sono inseriti più nella

nuova arte novecentesca che nel decadentismo.

LA SCAPIGLIATURA LOMBARDA E PIEMONTESE

Nelle due città più avanzate, Milano e Torino, si sviluppa il movimento della Scapigliatura che

indica uno stato d’animo di protesta più che un vero movimento poetico. La scapigliatura ha

diversi aspetti che la collegano ai movimenti d’avanguardia, come la ribellione giovanile che

sfocia in una vita sregolata e maledetta; la protesta antiborghese e anticonformista; la lotta

contro il mercato, considerato come una minaccia per l’arte. Rifiutano anche la tradizione

perché preferiscono unire l’arte, la letteratura, la musica e la pittura tra loro.

La scapigliatura nasce a Milano agli inizi degli anni ’60 e nel 1869 si diffonde anche a Torino;

dura quasi un decennio perché già negli anni ’70 entra in crisi e solo alcune sue caratteristiche

continuano a persistere in quella che viene chiamata seconda scapigliatura. Il nome

scapigliatura viene creato da Cletto Arrighi ( il cui nome è lo pseudonimo e anagramma di

Carlo Righetti) che nel ’62 pubblica un romanzo intitolato “la scapigliatura e il 6 febbraio. Un

dramma di famiglia”. Il termine indica la rivolta dei giovani d’ingegno, definiti serbatoio di ogni

disordine, dello spirito di opposizione a tutti gli ordini stabiliti. Il termine scapigliato equivale al

francese boheme e i luoghi di riunione furono diversi tra cui le riviste cronaca grigia di terra

dallo stesso Arrighi e poi il figaro. A Milano i principali esponenti furono Emilio Praga, i fratelli

Camillo e Arrigo Boito, Dossi, Ugo Tarchetti invece in Piemonte Giovanni Camerana e Achille

Cagna. Gli scapigliati sono i primi ad avvertire questo disagio per la caduta dell’aureola e la

nuova condizione di emarginazione e inutilità della letteratura. Rifiutano gli atteggiamenti

pedagogici del manzonismo, preferendo una lingua sperimentale, grottesca, aperta ai dialetti.

Si rifanno alle origini del romanticismo tedesco privilegiando i temi dell’orrore e del mistero,

della paura e del terrore dei romanzi di Hoffmann e Edgar Alla Poe. Tra i contemporanei

seguono Baudelaire con i suoi temi della morte, del peccato nel corpo femminile, della

degradazione della vita moderna. I temi di orrore e mistero degli scapigliati saranno poi ripresi

dal decadentismo invece quelli più realistici dal verismo; sarà proprio Camerini, formatosi tra

gli scapigliati democratici a far conoscere Zola in Italia e la sua influenza sarà fondamentale

per la formazione di Verga e Capuana.

IL NATURALISMO FRANCESE E IL VERISMO ITALIANO.

La parola “naturalismo” è contenuta per la prima volta nel saggio del 1858 del positivista

Hyppolite Taine sul metodo per individuare le cause dei fenomeni. Secondo lui questo

dev’essere di tipo deterministico, cioè fatto attraverso una ricerca scientifica che mostri che gli

individui sono sempre determinati da tre fattori: la legge della razza e dell’ereditarietà ,

l’ambiente sociale e il momento storico.

Il naturalismo come movimento letterario nasce con i fratelli Goncourt che vogliono

contrapporre ai romanzi falsi dei romantici, un romanzo vero, scientifico, che abbia come

protagonista il 4° stato. Zola nel ’67, nell’opera “Therese Raquin” si proclama per la prima

volta uno scrittore naturalista. Il ciclo dei Rougon- Macquart è considerato il manifesto storico

del naturalismo in cui Zola vuole dimostrare come le leggi dell’ereditarietà condizionino i

comportamenti di un’intera famiglia. I naturalisti, con Maupassant e Huysman cominciano a

diventare un gruppo letterario riconosciuto, da quando cominciano a riunirsi frequentemente a

Medan. I punti più importanti del romanzo sperimentale di Zola sono il rifiuto della letteratura

romantica perché basata sulla fantasia e sul sentimento e non sulla realtà; l’uso del metodo

dell’impersonalità che esclude l’intervento soggettivo dell’autore; rifiuto dei canoni tradizionali

del bello, perché anche il brutto può essere bello, l’importante è che sia vero; la narrazione si

deve basare sull’osservazione.

In Italia l’influenza del naturalismo comincia a farsi sentire con gli scapigliati e soprattutto con

Felice Camerini. Zola influenzerà in modo particolare Verga, Capuana e altri scrittori che

cominceranno a riunirsi a Milano col nome di “veristi” proprio per la loro intenzione di

diffondere il vero; anche De Sanctis comincerà ad interessarsi al positivismo scrivendo più di

un saggio su Zola perché ritiene che le sue idee possano liberare i letterati italiani dalla

malattia dell’ideale con quegli atteggiamenti lacrimosi. Anche Capuana mette in risalto gli

aspetti realistici e scientifici del naturalismo esaltandone l’eccellenza della forma. Il verismo

italiano accetta in pieno la cultura positivista ma affronta con meno fervore l’analisi troppo

scientifica della realtà; il verismo si distingue dal naturalismo per alcuni punti: riduce la teoria

naturalista ad un metodo di scrittura mettendo in secondo piano la componente scientifica e

dando meno importanza all’atteggiamento sociale. C’è da considerare anche che i veristi

italiani sono dei proprietari terrieri del sud che non vivono la realtà operaia e contadina e

proprio da questo nascono le differenze nei contenuti; Verga ad esempio non rappresenta operi

ma gente di campagna. Tra gli altri veristi italiani oltre a quelli già citati e a De Roberto, autore

dei “viceré” uno dei capolavori del verismo italiano, troviamo Matilde Serao, Fucini e Pratesi.

I VERISTI SICILIANI. CAPUANA.

I maggiori rappresentanti del verismo sono siciliani: Verga, Capuana, De Roberto anche se

elaborarono le loro posizioni a Milano, venendo a contatto con la scapigliatura. Questi viaggi

fuori dalla Sicilia erano necessari per la sprovincializzazione e per respirare un po’ d’aria di

modernità.

Capuana era un “critico militante” cioè che si occupava di letteratura in modo giornalistico con

recensioni su quotidiani e riviste. Mentre recensiva le opere di Verga, come i malavoglia, ne

approfittava per diffondere il verismo, aderendo in modo entusiasmante al lavoro di Verga per

portare anche in Italia il romanzo moderno sul modello francese di Zola. Questo fu favorito

dalla particolare cultura di Capuana che studiò on De Sanctis e De Meis l’idealismo hegeliano,

l’estetismo, il positivismo ecc… Con questi studi, Capuana apprende che “la forma è tutto” solo

che dev’essere adeguata ai tempi.

Capuana nasce a Mineo, in provincia di Catania nel 1839 da una famiglia di proprietari terrieri;

studia giurisprudenza senza però laurearsi. Nel ’64 si reca a Firenze come critico teatrale della

“Nazione” e qui conosce Verga raggiungendolo poi a Milano. I due siciliani, assieme a Camerini

e Sacchetti formano un nuovo gruppo letterario che porterà avanti le idee veriste. Nel ’79

scrive il suo primo romanzo verista, il primo anche in Italia, “Giacinta”, dedicato a Zola.

Successivamente pubblica a Roma dei libri di critica come “studi sulla letteratura

contemporanea” e il libro “per l’arte” considerato una specie di manifesto verista. Trascorse gli

ultimi anni di vita a Catania, dove morì nel 1915.

Capuana fu innovatore sia dal punto di vista artistico che sul piano culturale: negli anni ’80 fu

all’avanguardia a sostenere il verismo e già negli anni ’90 si interessava di spiritualismo e di

misticismo e proprio per questa nuova tendenza pubblica nel 1888 i “semiritmi” il primo

tentativo in Italia di verso libero. In campo artistico scrisse opere drammatiche, novelle,

romanzi e racconti per ragazzi. Nella scrittura delle novelle il suo tema preferito è il mondo

femminile e scrive “profili di donne” nel 1877, “le appassionate” nel 1893, “le paesane” nel ’94

e “nuove paesane” nel ’98. il mondo femminile è protagonista anche dei primi due romanzi

veristi, “Giacinta”(1879) e “profumo”(1890). Il primo è la storia di una donna che è stata

stuprata da bambina e decide per protesta contro gli uomini di non sposare l’uomo che ama:

sposa invece un nobile e diventa l’amante di un giovane che lei ama. Quando però il giovane si

stanca di lei, si uccide con una medicina che il medico le aveva dato per il padre. La figura del

medico- scienziato, il dottor Follini, è importante perché attraverso di lui Capuana riesce a

costruire un caso clinico, la patologia della donna condizionata dal trauma infantile.

L’altro romanzo, Profumo, è la storia di un triangolo amoroso e della malattia che colpisce la

donna, che emanando un acuto profumo esprime il proprio malessere psicologico. “la sfinge”

del ’97 è dedicato allo spiritismo a cui si interessava in quel periodo.

Il suo romanzo più riuscito è “il marchese di Roccaverdina” , il risultato di 15 anni di lavoro

pubblicato solo nel 1901; è un romanzo realista sulle esperienze dello scrittore verista. Tutta la

narrazione si svolge attraverso la tecnica del flash- back: il marchese confessa le proprie colpe

cercando risposte prima nella religione, poi nell’ateismo; gli incubi e i turbamenti lo portano

però alla morte. Egli infatti aveva fatto sposare una serva, Agrippina, sua amante a patto che il

marito non avesse rapporti sessuali con lei, cosa molto frequente il quel periodo. Temendo che

il patto non fosse stato rispettato, uccide il marito della donna facendo accusare del delitto un

altro contadino.

Scrisse anche tante fiabe, come “c’era una volta..”, “il regno delle fate” e “chi vuol fiabe, chi

vuole?”, con una grazia espressiva e una delicatezza narrativa tipica di uno scrittore

naturalista. Un altro racconto per ragazzi è “Scurpiddu”, sulla formazione individuale: il piccolo

guardiano dei tacchini impara con le esperienze la legge del denaro, della famiglia, del lavoro.

Impara a leggere e a scrivere e si arruola tra i bersaglieri; il racconto è vivo anche per la

rappresentazione dell’idillio infantile e per il rapporto del ragazzo con la natura e gli animali.

L’AGONIA DEL MARCHESE DI ROCCAVERDINA

È l’ultimo capitolo del romanzo, in cui il marchese passa dall’agonia alla follia. giunge ad

assisterlo la sua vecchia amante Agrippina, dopo che la moglie lo aveva abbandonato. Il

dottore aveva sperato che la visita di quella donna avesse potuto provocargli qualche reazione

e invece dovette disilludersi perché non era stato così; l’aveva guardata cercando di ricordarla

e poi abbassando lo sguardo aveva ripreso il triste ritmo dei suoi lamenti agitando la testa.

Agrippina Solmo, (il cui nome significa umile e rassegnata, e che ha lo stesso nome della santa

protettrice di Catania) intanto, pallida come una morta, gli asciugava la bava senza neanche

una parola solo con un pietoso stupore negli occhi. Aveva pregato di restare lì per tutta notte e

lo aveva vegliato; la mattina, Titta, uno dei servi del marchese le disse di andare a riposare

perché loro le avrebbero dato il cambio, ma lei volle restare. Poi parlarono di come la donna

sia venuta a conoscenza del fatto e del suo viaggio che sembrava non finire mai. L’argomento

poi passa all’uccisione del marito della donna e del fatto che alcuni credevano che fosse stata

lei a farlo ammazzare per poter ritornare dal marchese; lei invece accusa i suoi parenti e

soprattutto la baronessa perché se non ci fosse stata lei, lui non si sarebbe trovato in questo

stato. Il cavaliere don Tindaro, zio del marchese,quando la mattina seppe dell’arrivo della

donna disse al servo che aveva fato male a farla entrare e che la marchesa avrebbe potuto

mandarla perché lei era la padrona; l’altro invece aveva risposto che essendosene andata

aveva perduto ogni diritto sia sulla casa che sul marchese e che ammirava invece quella

“povera donna” che aveva fatto due giorni di strada solo per vederlo e si era messa a

supplicare in ginocchio per potere entrare e dirle “tornatevene da dove siete venuta” sarebbe

stata una grande crudeltà. È quindi giusto lasciarla lì, non c’è nessuno scandalo, meglio

sicuramente di lasciarlo morire solo come un cane.tre giorni dopo il marchese era ancora più

ebete di prima e avevano anche potuto togliergli la camicia di forza. Agrippina continuava a

lavarlo, vestirlo, imboccarlo e soprattutto continuava a parlare con lui come se lui potesse

sentirla e risponderle.si rallegrava di vederlo tranquillo, senza lamentarsi e cercava di farlo

ricordare esortandolo con forza. Quando venne il servo, Titta, chiese come avesse fatto la

marchesa ad abbandonarlo e lui le rispose che doveva anche ringraziarla altrimenti lei non si

sarebbe trovata lì. Poi la osservava, ritenendola ancora bella, alta, snella e con i capelli

nerissimi e quando lui parlava con maestro Vito, un altro servo, disse che la prima pazzia che il

marchese aveva commesso fu quando lui la diede in sposa a Rocco Crescione che non se la

meritava ( e poi lui stesso l’aveva ucciso per gelosia). Il patto era che lui non doveva toccarla

neanche con un dito, per questo il marchese l’aveva fatto ammazzare se la marchesa avesse

saputo che lei era lì, sarebbe venuta per cavarle gli occhi e Maria aveva sentito dire che lei

aveva detto(tipico “curtiglio” siciliano) che non poteva perdonare il marito che era diventato

assassino per quella donna e che lei avrebbe preferito rinunciare ad una delle tenute che gli

aveva lasciato il marito. Poi venne anche il dottore, che faceva tanti viaggi per vedere come

andavano le cose, e in uno di questi disse: ci siamo! La donna capì il significato delle sue

parole e cominciò a singhiozzare e a gridare e continuava a baciare quelle mani che avevano

ammazzato per lei per la sua gelosia, come se avesse voluto lasciargli l’anima.

Questa scena finale, melodrammatica, in un certo senso tradisce i canoni dell’oggettività

verista; anche in questo suo ultimo romanzo Capuana resta fedele all’impersonalità: non ci

sono commenti espliciti dell’autore e i fatti sono descritti con pietosa e crudele oggettività,

tipica del naturalismo. Solo un personaggio però si fa portavoce delle idee dell’autore, è il

medico che porta rispetto per Agrippina e si oppone alle convenzioni ipocrite che vorrebbero

cacciarla dalla casa del marchese. Capuana nel costruire l’immagine del personaggio della

serva contadina si è ispirato senz’altro alla Diodata di Mastro- don Gesualdo: entrambe sono

umili, semplici e rassegnate, ma capaci di amore sincero e totale abbandono verso l’amante

ma che finiscono per esser vittime della crudeltà dei più forti. Sia la sintassi che i termini sono

tipicamente siciliani, ad esempio in “perché non mi disse mai una parola?” o ancora

“voscienza” cioè vostra eccellenza.

GIOVANNI VERGA

È considero il più grande narratore dell’800 assieme a Manzoni. Se infatti senza Manzoni non ci

sarebbe stato il romanzo in Italia, senza Verga non ci sarebbe stato il romanzo moderno. Il

Verga dei romanzi veristi, i malavoglia e mastro don Gesualdo, rinuncia alla prospettiva del

narratore onnisciente tipico di Manzoni perché ora il suo punto di cista coincide con quello dei

personaggi; cadono con Verga le tradizioni gerarchiche narrative. Con l’impersonalità, l’autore

non manifesta più direttamente le proprie opinioni ma assume l’ottica narrativa e il linguaggio

dei suoi personaggi. Per la prima volta il popolo non è visto con distacco né giudicato, ma

diventa protagonista attraverso la prospettiva stessa del racconto, con i suoi particolari umili e

concreti.

È questa la rivoluzione tematica di Verga; anche se proprio per le sue innovazioni i suoi

romanzi avranno almeno all’inizio scarso successo. Le scelte narrative nascono da una crisi

storica: nella nuova Italia dominata dagli interessi economici, il protagonismo culturale degli

intellettuali non è più possibile e quindi bisogna rinunciarvi e limitarsi alla sola osservazione

scientifica della realtà. Nascono proprio da queste idee il verismo e l’impersonalità perché se in

un primo tempo ancora cerca di reagire alla crisi cercando qualche possibilità dei valori

alternativi, poi invece si rifugia totalmente nel pessimismo materialistico col trionfo

dell’interesse e della roba, come avviene in Mastro don Gesualdo dove prevale un realismo

duro e corrosivo in un’ottica critica e negativa. Le novità più importanti in Verga sono il voler

rappresentare simbolicamente lo stato d’animo dei suoi personaggi usando una prospettiva dal

basso con una cattiveria rappresentativa.

Il suo isolamento letterario arriva nel 1890 con il romanzo decadente di D’Annunzio, dopo che

per 30 anni si era dedicato alla letteratura. Verga nasce a Catania nel 1840 da una famiglia di

proprietari terrieri e nel momento in cui Garibaldi farà la spedizione dei mille, Verga avrà 20

anni.questo evento resterà sempre nella sua mente assieme ai valori dell’unità nazionale e al

culto del risorgimento. A 16 anni prova a scrivere un romanzo, “amore e patria” tipico di una

formazione romantica dove vengono valorizzate le passioni amorose e quelle politiche. Dopo

l’arrivo di Garibaldi, scrive un romanzo storico, “i carbonari della montagna” tra il ’61 e il ’62

che parla della lotta del popolo calabrese contro gli invasori francesi di Murat. Un altro

romanzo patriottico, ambientato stavolta a Venezia è “sulle lagune” del 1863 e nel ’66 scrive

un altro romanzo romantico, “una peccatrice” la storia d’amore tra un giovane artista, Pietro

Brusio e una bellissima donna, Narcisa Valdesi. La donna si innamora di lui solo quando avrà

successo come commediografo ma il giovane si stancherà presto dell’amore- passione e

Narcisa si lascerà morire; l’amore trionfa perché non si arrende alla realtà e preferisce morire.

Il cambiamento nell’arte di Verga inizia col periodo fiorentino dove viene influenzato dal clima

tardo-romantico di Aleardi e Prati e dall’ambiente romantico di Francesco dell’Ongaro.; qui

compone il dramma “rose caduche” e “storia di una capinera” un romanzo epistolare che ebbe

molto successo. Vuole rappresentare un’ingiustizia sociale, la monacazione a cui erano

costrette le ragazze povere; l’opera prendeva spunto dalla Gertrude dei promessi sposi e dalla

“monaca” di Diderot. Solo che il romanzo, più che una denuncia sociale finisce per essere una

storia intima; è la storia infatti di una ragazza, Maria, orfana di madre che è sempre vissuta in

un collegio di suore. Si ammala di colera qualche mese prima di prendere i voti e va a curarsi

in campagna dal padre; lì conosce Nino e si innamora di lui, ma non avendo la dote per

sposarsi deve tornare in convento. Non riesce a dimenticare il giovane che intanto ha sposato

la sua ricca sorellastra e Maria si ammala fino a morirne. Per la prima volta Verga si sforza di

adottare il punto di vista del suo personaggio con un linguaggio semplice ed elementare; anche

se usa il fiorentino, sembra meno artificioso rispetto ai romanzi precedenti. Nel romanzo

compare anche il tema dell’orfano escluso che ritornerà in Rosso Malpelo. Alla fine del ’72 si

reca a Milano dove rimane fino al ’93 alternando però il suo soggiorno a lunghi viaggi in Sicilia;

entra a contatto con gli scapigliati Boito, Praga e Gualdo. Verga si convince sempre di più che il

periodo romantico è finito e che l’arte è ora un lusso perché la società è dominata solo da

banche e imprese industriali. Nel ’73 pubblica “Eva” un romanzo che senza dubbio costituisce

una svolta visto che per la prima volta troviamo la poetica del vero e per il fatto che subisce

molto l’influenza della scapigliatura molte pagine sono di protesta e denuncia. Parla della

sconfitta del pittore Enrico Lanti che avviene sia dal punto di vista dell’amore che dell’arte

perché l’artista non riesce più a realizzarsi nella società moderna. La trama: questo giovane

siciliano va a Firenze a cercare fortuna e incontra una ballerina, Eva, che vorrebbe con lui solo

una storia d’amore ma lui crede ancora nell’amore romantico e la convince a lasciare il teatro e

a vivere con lui in una soffitta. Eva lascia però Enrico, il quale riesce a raggiungere il successo

solo quando si adegua ai gusti volgari del pubblico. Ma lui, preso dalla gelosia, uccide il nuovo

amante di Eva che non voleva tornare con lui e malato di tisi torna in Sicilia dalla madre e dalla

sorella. I temi centrali di questo romanzo sono 4: lo studio del rapporto tra arte e modernità;

l’esame di coscienza dell’artista in crisi; la storia d’amore e il contrasto tra la modernità,

rappresentata dalla Firenze dei teatri e il premoderno della Sicilia e dei suoi valori. La figura

della ballerina rappresenta anche l’arte moderna che per avere successo deve soddisfare i

gusti del pubblico. Qui il romanticismo giovanile di Verga appare già in crisi ma non è ancore

del tutto superato. Una contraddizione nel romanzo è che se da un lato ama la città moderna,

dall’altro rimpiange i vecchi valori.

Scrive poi “tigre reale”, dove i temi sono simili a Eva solo che Nata, la protagonista, è una

nobile russa divorata dalla tisi e da una passione erotica per il protagonista maschile. I valori

veri sono impersonati dalla moglie del protagonista, Ermina, che per il senso del dovere

rinuncia all’amore per il cugino Carlo. La narrazione di questi due romanzi è affidata a un

testimone delle vicende. “Eros” è invece il primo romanzo oggettivo; solo con questo si

comincerà a parlare di impersonalità. Esce intanto la novella “Nedda” in cui emergono per la

prima volta le tematiche siciliane che si collegano al verismo. Il fatto che Nedda sia un

romanzo impersonale è espresso bene dall’uso di due registri linguistici, da un lato quello

letterario dell’autore, dall’altro quello dialettale dei personaggi. Nel verismo più maturo questi

due linguaggi saranno unificati. Masiello nell’analisi di quest’opera dice addirittura che il

registro diventa troppo goffo nella ricercatezza; capita spesso infatti che non sia Nedda a

parlare ma Verga che tenta di minimizzare il parlato toscano ma non sempre vi riesce. Il

narratore colto non è ancora riuscito a superare quella distanza che lo separa dai suoi

personaggi; al polo opposto troviamo frasi dialettali isolate. Questi due mondi così diversi

cercano di avvicinarsi con un tentativo di mediazione linguistica dei due registri, che poi

risulterà molto più naturale nei romanzi successivi, quando l’impersonalità toccherà la massima

perfezione e la mano dell’autore sarà invisibile, tanto che l’opera sembrerà essersi fatta da sé.

Il primo vero racconto verista o naturalista è “Rosso Malpelo” del 1878 dopo del quale scrive

altri racconti, “vita dei Campi” e il romanzo “i malavoglia” che aveva iniziato col nome Padron

‘ntoni. Dal 1880 al 1889 scrive i suoi veri capolavori, novelle rusticane, cavalleria rusticana,

per le vie e mastro don Gesualdo; per quanto riguarda la narrativa minore scrive nel 1882 “il

marito di Elena” e nel 1884 drammi intimi. Sul piano politico, aderisce tra il ’78 e l’82 alla

destra storica, proponendo un’alternativa agraria al predominio industriale del nord; collabora

con “rassegna settimanale” di Sonnino, uomo di spicco della destra, ma dall’82 si allontana

sempre di più dalla politica fino a distaccarsene completamente.

Con l’uscita di mastro don Gesualdo, Verga però non riesce a completare il ciclo dei vinti che

doveva contenere 5 romanzi, oltre ai malavoglia e a mastro don Gesualdo, anche la contessa

di Leyra, l’onorevole Scipioni e l’uomo di lusso.. torna a Catania per rappresentare in teatro “la

lupa” e poi scrive “dal tuo al mio” e una novella, la caccia al lupo. Non riesce però ad andare

d’accordo con Ma scagni per musicare cavalleria rusticana. Muore a Catania il 24 gennaio

1922.

La formazione giovanile di Verga è provinciale e legata ancora al romanticismo come si vede

anche nei suoi primi romanzi fino al 1863 quando scrive “sulle lagune”, la storia d’amore tra un

ufficiale ungherese e una ragazza veneziana tra le guerre d’indipendenza e le imprese

garibaldine; qui l’elemento patriottico non è più il tema dominante ma lo sfondo e anche col

romanzo una peccatrice siamo ancora il pieno romanticismo.

L’ADESIONE AL VERISMO E “IL CICLO DEI VINTI”

Sono tre i fatti che favoriscono tra il ’77 e il ’78 l’adesione di Verga al verismo: esce il romanzo

“l’assommoir” (l’ammazzatoio) di Zola visto come modello per seguire una poetica del vero;

forma a Milano un gruppo per realizzare anche il Italia il romanzo moderno; con “l’inchiesta in

Sicilia” e la questione meridionale, si dice che la forma deve dipendere dal soggetto

rappresentato e adeguarsi a esso. L’analisi di Verga è positivista perché parte dall’idea che la

verità sia oggettiva, scientifica e materialistica perché dice che il comportamento umano

dipende dai bisogni materiali, dal sangue e dal sesso; è anche deterministico perché nega la

libertà del soggetto che è invece legato all’ambiente in cui vive. La poetica che ne deriva è

quindi anti-romantica, contro il suo idealismo e la sua soggettività; l’esclusione della

soggettività implica l’impersonalità cioè rappresentare in modo oggettivo la realtà senza

aggiungere la propria interpretazione. Lo scrittore- scienziato, deve solo dimostrare i rapporti

di causa effetto; vuole spiegare come la realtà insegna all’uomo a nascondere i suoi sentimenti

e a razionalizzare i suoi comportamenti. Da qui il “cicli dei vinti”, una serie di romanzi che

vogliono analizzare le reazioni ai bisogni materiali in tutte le fasce sociali: l’autore si deve

eclissare come Verga stesso scrive nella Prefazione all’amante di Gramigna un testo di vita dei

campi, in una lettera a Salvatore Farina; secondo lui non ci devono essere tracce della propria

personalità; la narrazione dev’essere condotta dal punto di vista dei personaggi, con la loro

cultura, il loro modo di vedere le cose e di esprimersi. Verga sostiene che modificando i livelli

sociologici devono cambiare anche i livelli stilistici: il lessico e la sintassi devono adeguarsi ai

soggetti descritti. Anche se non vuole usare il dialetto, per espandere le sue opere a livello

nazionale e non solo in Sicilia, si sforza di usare almeno una sintassi dialettale tipica della

Sicilia. Lo scrittore acquista così un ruolo sociale perché fornisce i documenti per lo studio della

realtà. “l’amante di Gramigna” è la prima novella verista che risale al 1800. a Farina, scrittore

intellettuale vicino agli ambienti scapigliati milanesi, spiega i punti fondamentali della poetica

verista con un linguaggio semplice tipico delle narrazioni popolari, visto che si parla di una vita

di campagna; il narratore deve attenersi al fatto “nudo e schietto”, nella sua oggettività, senza

filtrarlo attraverso la lente dello scrittore. Il metodo dell’analisi deve essere molto scientifico

per fornire un documento umano; la mano dello scrittore deve restare invisibile in modo che

l’opera non conservi alcuna traccia del “peccato d’origine”

Il 21 aprile 1878 Verga espone per la prima volta ad un amico, Salvatore Paolo Verdura un

progetto per un ciclo di romanzi simile a quello dei Rougon- Macquart di Zola per mostrare

tutte le classi sociali della nuova Italia e rivelare come tutte siano condizionate dalla lotta per

la vita secondo la legge di Darwin, secondo cui solo il più forte sopravvive. Dice anche che

ciascun romanzo avrà una “fisionomia speciale”, resa con mezzi adatti, cioè che lo stile sarà

adeguato agli argomenti trattati. Il ciclo che lui inizialmente aveva chiamato “la marea”

cambierà nome, come anche il terzo romanzo del ciclo che lui all’inizio aveva pensato di

intitolare “la duchessa delle gargantas” ma che sarà poi la “duchessa di Leyra”.

Un’altra lettera dello stesso periodo, e precisamente del 1880 è invece indirizzata all’editore

dei malavoglia, il milanese Treves, e a lui esprime le sue evidenti preoccupazioni per il pubblico

perché sa che questa nuova tecnica narrativa potrebbe non piacergli. Quando scriveva

ammette di non aver pensato molto al pubblico ma ora mette le mani avanti; conta sui lettori

dal gusto fine più che sul successo di massa del romanzo perché lui stesso dice che quello è un

tentativo “veramente letterario”.

Non tutte le interpretazioni su Verga sono simili e soprattutto positive. Giacomo de Benedetti

dice ad esempio che le posizioni di Verga nei confronti del naturalismo sono molto confuse e

prive di valore e quindi esclude che si possa parlare di conversione; dice anche che Verga

aveva già con Nedda trovato le sue posizioni e che questa può dunque essere considerata

un’opera naturalistica. Afferma poi che il nuovo linguaggio e l’ambiente rusticano vengano più

da una crisi personale che non da una rottura col passato visto che resta sempre in lui qualche

continuità come la funzione dello scrittore e la sua voglia di affermarsi. Verga forse ha visto nel

naturalismo una strada per il successo non ancora imboccata da altri in Italia. L’analisi di de

Benedetti è però psicologica e non culturale e vediamo come venga contrastata da Vitilio

Masiello, secondo il quale è sbagliato ridurre l’importanza dei processi culturali e ideologici per

valorizzare solo quelli psicologici. E neanche si può ridurre la sua vita di scrittore alla voglia di

successo.

“ROSSO MALPELO” E ALTRE NOVELLE DI VITA DEI CAMPI

la prima opera verista di Verga è la raccolta di otto novelle sotto il titolo “vita dei campi” scritti

tra il ’78 e l’80; protagonisti sono contadini, pastori, minatori, insomma la realtà delle

campagne siciliane. In queste opere prevale però una contraddizione: se da un lato dice che in

tutti i livelli sociali, la molla che fa agire gli uomini è l’interesse sociale, dall’altro continua ad

immaginare il mondo arcaico e rurale con una luce romantica. La natura romantica appartiene

infatti a cavalleria rusticana, la lupa, Jeli il pastore, l’amante di Gramigna dove in alcuni

racconti gli interessi sociali prevalgono sull’amore, ad esempio in Jeli il pastore, Mara diventa

l’amante del padrone e Lola in cavalleria rusticana abbandona il povero Turiddu per sposare

Alfio, un agiato carrettiere; un altro tema costante è inoltre l’esclusione dalla società. Il

capolavoro di vita dei campi è “Rosso Malpelo”; qui la voce narrante è quella malevola della

comunità che si accanisce contro il giovane protagonista perché secondo loro i suoi capelli rossi

sono indice di malvagità. Per la prima volta viene usata la tecnica dello straniamento: cioè

adottare un punto di vista completamente estraneo all’oggetto. Anche le cose più normali

sembrano strane e incomprensibili attraverso dei filtri(il popolo nel caso dei malavoglia), la

scala dei valori viene invertita. Ad esempio in questo racconto, il punto di vista del narratore

del villaggio interpreta come se fosse strano, qualsiasi comportamento del personaggio e alla

fine il punto di vista dell’autore, tenuto nascosto, finisce per emergere per spiegare come

stanno realmente le cose. Il punto di vista di Verga non coincide con quello maligno del

narratore creando quindi un divario tra l’esplicito e l’implicito ed è questo a causare lo

straniamento. Rosso Malpelo mostra la realtà rovesciata attraverso un racconto orribile in cui

la violenza del forte domina sul più debole. Il protagonista che viene definito malvagio ha però

il coraggio di guardare in faccia la realtà violenta in cui vive e di accusare le leggi spietate che

dominano, quanto invece la maggior parte delle persone fa finta di niente con ipocrisia.

Questo racconto venne pubblicato per la prima volta nel ’78; racconta la storia di un bambino

che lavora in una cava di rena. All’inizio viene protetto dal padre, ma quando egli muore in un

incidente sul lavoro, Malpelo resta solo e indifeso. Assimila la violenza che subisce e cerca di

insegnarla all’unico amico che ha, Ranocchio perché reagisca ai torti subiti; quando perde

anche l’amico va da solo ad esplorare una galleria ma lì si perderà per sempre. La psicologia di

Malpelo è determinata sia dalla cattiveria della famiglia che da quella della società; si convince

di essere cattivo solo perché tutti lo definisco tale e si sente in colpa anche perché la madre

non lo ama. Muscetta ne individua il carattere psicologico dicendo che per Rosso, scavare nella

galleria era un tentativo disperato di salvare il padre, e poi si sente in colpa per non esserci

riuscito. È come la ricerca della luce intellettuale nel buio della sua coscienza; anche la madre,

che Verga ironicamente chiama Santa è una madre davvero cattiva: l’unico modo che Malpelo

ha per non sentirsi in colpa nei suoi confronti è quello di portarle la misera paga che guadagna.

Un altro rapporto conflittuale è quello con la sorella che sente come rivale nell’amore per i

genitori; questo conflitto è ancora più duro da reggere per il fatto che la sorella lo ama e vuole

proteggerlo; se da un lato c’è odio nei suoi confronti, dall’altro si sente ancora più solo quando

la sorella si sposerà a andrà via di casa. L’unico rapporto limpido è quello che Malpelo ha col

padre per cui quando lo perde si sente defraudato. L’inferiorità affettiva del ragazzo completa

quella sociale. In alcuni esseri, come Ranocchio, il cane, l’asino, Malpelo ripone tutto il suo

amore ma li tratta male perché è come se riversasse su di loro la mancanza di stima che ha

per sé stesso; veder soffrire gli altri gli provoca piacere, è ciò che l’analisi moderna avrebbe

chiamato masochismo morale. In Ranocchio riversa invece tutta la sua tenerezza, vorrebbe

proteggerlo come un padre e quando lui muore, inizia il suo suicidio inconscio, una vera e

propria autodistruzione. Se la cava è peggio di un carcere, l’unica soluzione possibile è la

morte come già era avvenuta per mastro Misciu, il padre e per Ranocchio.

Altri credono invece che Rosso Malpelo sia un’opera data dall’influenza delle idee sociali della

destra storica e dall’opera “inchiesta in Sicilia” di Sonnino e Fianchetti, che denunciano la

degradata situazione meridionale. Se però i due autori si schierano commossi dalla parte dei

“carusi”, Verga si limita a documentare i fatti senza prendere posizione come vuole la poetica

del naturalismo. Romano Luperini evidenzia invece tra le opere di Verga, la tematica del

“diverso” che tocca in generale sia i racconti che i romanzi, da quelli giovanili a quelli della

maturità. La figura dell’escluso, del disadattato sociale ha sempre un pathos profondo; Verga

cerca di ritagliare un compito sociale all’arte che ormai rischia di essere eliminata dal progresso

attraverso la testimonianza dello “spettacolo delle miserie” nato dalle speranze deluse di vivere

secondo delle aspirazioni ideali mentre si rassegna ad accettare la vita cosi com’è. Verga

anticipa i temi decadenti dell’arte come merce e dell’esclusione delle funzioni degli intellettuali.

I MALAVOGLIA

È un romanzo che uscì nel 1881. è il primo romanzo verista di Verga; la storia di una famiglia

di pescatori siciliani e delle conseguenze che su di essa provoca il progresso. Il contrasto tra

vecchio e nuovo è rappresentato dalle figure del nonno Padron ‘Ntoni e dal nipote ‘Ntoni. La

narrazione è filtrata attraverso il discorso indiretto libero, con le quali le voci di una comunità

raccontano una vicenda. Tutto esprima la cultura e il punto di vista di un paese di contadini e

anche il linguaggio tende al parlato, cercando di riprodurre la cadenza della sintassi siciliana.

C’è nel romanzo anche un’aspirazione alla ricerca romantica dei valori incontaminati,

contrastati dal mondo economico. Questo conflitto si vede anche nell’ordine dei personaggi,

dove da un lato troviamo la famiglia dei malavoglia, attaccata ai valori del passato, dall’altro il

cinismo dei paesani. Il titolo “i malavoglia” è un’ingiuria, cioè un soprannome scherzoso del

linguaggio popolare siciliano e quindi già nel titolo assume l’ottica dei personaggi. Bisogna

inventare delle tecniche letterarie in modo che questi personaggi appaiano all’inizio delle scene

per raccontarle; e un esempio possono essere le scene corali. Anche le situazioni linguistiche si

devono adeguare bene al contesto; il successo si deve rischiare, non si possono offrire al

pubblico le solite frasi sentite ormai da 50 anni. Anche la prefazione all’opera è molto

impersonale e scientifica e con essa, Verga vuole spiegare che cosa causa l’inserimento di un

oggetto esterno in una determinata situazione; si rivela però come un giudizio negativo contro

che cerca di mutare stato. Vuole mostrare quali effetti provoca la “fiumana del progresso”. Il

progresso è infatti come un fiume che se porta in generale delle conseguenze positive travolge

al suo interno il singolo specie se questo è sopraffatto dall’esigenza del successo ( e non solo

se è povero ma a qualsiasi gradino della scala Sociale ). Descrive più i protagonisti dei 5

romanzi dei vinti; l’umile pescatore è Padron Ntoni, il nuovo arricchito è mastro don Gesualdo,

l’intrusa nelle alte classi è Isabella che figlia di un muratore diventa duchessa. L’uomo

d’ingegno è l’onorevole Scipioni che diventerà deputato e farà la legge perché vuole ottenere

quel riconoscimento che non ha avuto per essere nato per gli amori prematrimoniali di

Isabella. L’uomo di lusso , l’artista, tutti i protagonisti vivono da intrusi in altre classi sociali.

L’egoismo individuale produce l’avanzamento del progresso: visto da lontano sembra una cosa

grandiosa; da vicino mostra invece tutti gli orrori e i soprusi e lo scrittore vuole interessarsi

proprio a queste vittime del progresso , i vinti.

Nella lettera a Capuana, subito dopo la pubblicazione del romanzo dice di volere rifiutare la “

messa in scena “ dei personaggi , cioè la loro presentazione al lettore prima che entrino in

azione. Sa bene che questo almeno all’inizio può provocare un po’ di confusione perché il

lettore improvvisamente si trova faccia a faccia con i protagonisti ma poi ci si abitua. Infatti si

trova in una comunità che ignora la prospettiva esterna del lettore borghese; è questo che

vuole esprimere l’opera.

In un'altra lettera a Felice Cameroni, Verga parla della consapevolezza con cui con i malavoglia

rinuncia al facile successo di pubblico; sa che quest’opera sarà apprezzata da pochi, da quelli

che prendono l’arte sul serio e non la considerano un passatempo. Il romanzo, formato da 15

capitoli, si svolge dal 63 al 77/78. La famiglia Toscano , i malavoglia, è in realtà gente

laboriosa. I personaggi sono il nonno che possiede la casa del nespolo e una barca, la

provvidenza, il figlio Bastianazzo con la moglie Mariuzza la longa e i nipoti ‘Ntoni, luca, Alessi,

Mena e Lisa. Per fare sposare Mena il padre compra un carico di lupini indebitandosi con

l’usuraio (zio crocifisso ). Però durante il trasporto la barca naufraga e Bastianazzo muore.

Comincia il periodo di miseria: Luca muore nella battaglia di Lissa, dopo un nuovo naufragio

Padron Ntoni vende la barca e la casa per saldare i debiti. ‘Ntoni cerca fortuna a Firenze, ma

ritorna più povero di prima e comincia a frequentare posti di contrabbando, fino ad uccidere un

uomo, don Michele che insidiava la sorella Lia e viene condannato a 5 anni di carcere. Lia

intanto fugge a Catania per la vergogna e per vivere diventa una prostituta. Il nonno muore

nell’ospedale della città e solo Alessi riesce a sposare una vicina, Nunziata e a ricomprare la

casa del nespolo dove ‘Ntoni uscito intanto dal carcere, rimane solo per una notte. Andrà via

per sempre perché i suoi valori sono troppo diversi da quelli di un piccolo paesino. Il testo si

può dividere in tre parti dominate dai due personaggi principali: il nonno rappresenta le leggi

patriarcali, il lavoro e l’onore, il nipote invece la legge moderna dell’utile e della ricchezza;

Padron ‘Ntoni rappresenta il mondo patriarcale con i suoi proverbi e la saggezza; ‘Ntoni è

invece un personaggio più romanzesco tipico dell’eroe contrapposto tra modernità e tradizione.

Opposto al nonno ci sono come personaggi ideologici anche zio Crocifisso e campana di legno,

l’usuraio di Acitrezza, egoista e dominato dal desiderio di ricchezza ad ogni costo. Anche i

personaggi secondari si contrappongono in base ai loro valori morali; e la stessa

contrapposizione si trova all’interno della famiglia, maschio contro maschio, femmina contro

femmina. Dopo la morte di Luca i nipoti si dividono, Alessi/’Ntoni; Mena/Lia. Anche lo stile è

diverso, quasi per accentuare il contrasto: è più lirico se parlano i malavoglia o Alfio, comico-

caricaturale se rappresenta il mondo di Trezza.

Sono tanti gli elementi storici presenti nel romanzo: la battagli di Lissa, il colera che uccide la

Longa, la leva militare.il tempo storico viene però assorbito all’interno di uno più grande, quello

ciclico della natura; Dice lo stesso Alfio alla fine che “uno che se ne va dal paese, meglio che

non ci torni più”. Proprio l’imperfetto è il tempo più adatto a spiegare una situazione ciclica.

Trezza e gli altri luoghi, oltre che documenti della realtà, diventano simbolo nostalgico di valori

tradizionali ormai schiacciati dal progresso. Questo aspetto idillico ritorna continuamente nel

romanzo come espressione di un passato che sta per essere travolto definitivamente dal

progresso, la cui legge dell’utile è già penetrata anche nel paese; il romanzo effettivamente si

chiude non con Alessi e Nunziata ma con ‘Ntoni che da l’addio al paese. L’addio finale di ‘Ntoni

è lo stesso di quello che Verga ha dato alla società rurale. se lo spazio geografico è ben

descritto, l’Etna, il mare, Trezza, lo stesso non si può dire di quello sociale dove il paese e gli

interni non vengono mai descritti con precisione. Spazio e tempo sono comunque elementi

coerenti, come se formassero un idillio da cui non ci si deve allontanare. Se Manzoni all’inizio

del suo romanzo spiegava, come davanti ad una carta geografica, tutti i nomi in modo

dettagliato dal punto di vista del narratore onnisciente, Verga parte invece dal basso, dà per

scontata la conoscenza delle cose da parte del lettore. È come se il narratore popolano si

rivolgesse ad altri popolani. Né i luoghi né i personaggi vengono presentati perché la tecnica

narrativa deve far sparire la prospettiva dell’autore. Tutto, anche la lingua, rappresenta i

personaggi; e anche se non usa il dialetto, usa un italiano parlato con un tipo di sintassi

particolare e l’uso frequente di proverbi. Così però il punto di vista del narratore non coincide

più con quello dell’autore che sparisce dietro i suoi personaggi. (ARTIFICIO DI REGRESSIONE).

Molte sono ad esempio le metafore e le similitudini dei personaggi che Verga non avrebbe mai

usato; ad esempio dice nel terzo capitolo quando una tempesta si abbatte sui tetti del paese: “

fare il diavolo, nero peggio dell’animo di Giuda, come una schioppettata tra i fichidindia”. Tra la

sintassi tipica del mondo siciliano troviamo il “che” usato in modo errato, non nelle frasi

relative, e il ricorso al periodo lungo con la presenza di un discorso indiretto. È come se

l’autore provasse una malinconia soffocante ad essere celato e questo sentimento è lo stesso

di quello che prova una scrittore all’interno della società moderna. Secondo Leo Spizter,

l’originalità di Verga consiste proprio nella sua pseudo_individualità.; i personaggi sono il vero

filtro della narrazione, perché lasciano alla voce narrante solo un ruolo marginale; egli è come

se fosse solo in portavoce della comunità. La verità dei personaggi non può essere sempre

accettata dall’autore e dai lettori; anche Baldi sottolinea la regressione dell’autore nei

personaggi e di come siano condizionati dal milieu, il termine francese per indicare l’ambiente

sociale e distingue il narratore virtuale dal coro dei personaggi reali e concreti perché dietro il

loro punto di vista si definisce la maggior parte del narrato.

Il tono lirico e simbolico sottolinea quasi sempre all’interno del romanzo il momento della

rinuncia e della sconfitta; il linguaggio dell’amore e del desiderio è impossibile o negato. Con la

tecnica dell’allusività si tende a stabilire un rapporto tra personaggio e stato d’animo o col

paesaggio, tipico del simbolismo. Da questo si trae anche il fatto che le cose sembrino parlare

da sé; un esempio di simbolismo e di linguaggio negato si trova nel discorso tra Alfio e Mena

quando i due innamorati non possono sperare nel loro amore perché le condizioni sociali sono

avverse; anche il paesaggio è malinconico come il loro stato d’animo e non mancano nessi tra

il mondo soggettivo dei pensieri di Mena e il mondo reale, come l’ombra delle nuvole.

Alberto Asor Rosa vuole invece spiegare la dimensione simbolista dei malavoglia dicendo che in

alcuni punti la narrazione degli eventi si ferma volontariamente come per sospendere il tempo;

la dimensione psicologica si ditata e le analogie vanno al di là della descrizione razionale

mettendo in luce le relazioni profonde con la natura. A volte si va oltre una semplice

descrizione di avvenimenti è il racconto diventa una contemplazione dolente e rassegnata della

ricorrente sofferenza.

La “religione della famiglia”, è una componente romantica del romanzo per la nostalgia di quei

valori che non sono più riscontrabili nella società moderna; chi si allontana da questi valori e

dalla famiglia si perde per sempre. Per Verga la forza della famiglia è garantita dal legame di

sangue che unisce i suoi componenti e solo restando uniti si riesce a resistere ad una società

dominata dalla selezione naturale.. è proprio sulla crisi dei valori familiari che vuole puntare

Verga insistendo non sulla figura di Alessi ma su quella di ‘Ntoni. Applica nei suoi romanzi le

idee del Darwinismo sociale: non ha fiducia nella storia e anzi il suo è un radicale

antistoricismo perché l’uomo sarà sempre dominato dai suoi istinti materiali che isolano

l’individuo dai propri simili e ognuno rimane radicato nel suo egoismo; la solidarietà di classe

non esiste. La sua filosofia coincide spesso con quella di Padron ‘Ntoni che dice di accettare la

vita così com’è perché non l’abbiamo inventata noi. È anche vero però che Verga attenziona

molto i vinti parlando “dell’eroismo della rinuncia” di Mena e Alessi. Il suo identificarsi con i

vinti si ricollega alla nuova azione sociale dell’artista dal romanticismo al verismo, con le sue

frustrazioni e sconfitte.

Secondo Russo, se Verga è così attaccato ai valori della famiglia e della casa non è poi così

tanto materialista: il senso religioso è infatti presente nel romanzo come una musica che

riempie. Proprio questa religione della casa crea unità in tutto il romanzo esaltando delle virtù

profonde che neanche la società moderna riesce a guastare. Questo atteggiamento, secondo

Russo, rientra nella più ampia polemica romantica già iniziata da Rousseau che opponeva la

natura buona e innocente alla società corrotta.

Romano Luperini invece ridimensiona la religione della famiglia riducendo solo ad un episodio

per il graduale superamento delle idee romantiche; dice che neanche Verga la considerava

un’alternativa da fare propria perché ormai appartiene ad un mito del passato. Evidenzia anche

che il romanzo non è così a lieto fine come si pensa perché ad Alessi che ricompra la casa,

Verga dedica solo poche righe ma tutto si basa sull’allontanamento di ‘Ntoni. Creando un

conflitto di lavori, specie quando ‘Ntoni critica il duro lavoro quotidiano del nonno, inutile

secondo lui visto che lo porterà a morire da solo in un ospedale: i valori familiari non trionfano.

Un'altra ideologia critica è quella di Masiello, che vede nel nonno e nel nipote l’ideologia stessa

di Verga e delle alternative dell’industrializzazione. Entrambi si rassegnano eroicamente al loro

destino, come l’eroismo delle formiche che disperse nella tempesta, dopo 5 minuti di panico,

tornano ad aggrapparsi al loro ponticello bruno; essi rispecchiano anche l’ideale dell’ostrica,

per la quale l’unico modo di sopravvivere è restare attaccati allo scoglio sul quale la fortuna le

ha lasciate cadere. Nel 1980 Baldi risponderà in modo critico alle considerazioni di Masiello

dicendo che all’anticapitalismo di Verga non corrisponde affatto una prospettiva contadina

idealizzata ma solo un bisogno materialistico di conoscenza come vuole l’oggettività verista. Il

romanzo non ebbe subito un grande successo di pubblico perché fu capito solo da alcuni autori

come Capuana, Camerini; lo stesso Verga parlava di fiasco. Solo dopo la seconda guerra

mondiale, nel periodo del neorealismo venne non solo apprezzato, ma anche preso da modello

influenzando Calvino, Pavese, Carlo Levi nelle loro opere.

IL MARITO DI ELENA - NOVELLE RUSTICANE

I malavoglia erano un’opera troppo sperimentale per convincere il pubblico al primo impatto.

Nel 1882 esce invece”il marito di Elena” un’opera che si ispira a madame Bovary. Elena

rappresenta la vanità e la corruzione del mondo cittadino; soffre però di fantasie romantiche,

finendo per tradire Cesare, il marito che rappresenta invece la realtà solida della campagna.

Cesare, che inizialmente aveva deciso di suicidarsi, uccide invece la moglie.

Verga con questo romanzo pone definitivamente fine alla cultura romantica e già “novelle

rusticane” e “per le vie” uscite nell’83, segnano una svolta decisiva. I personaggi cominciano

ad essere dominati da egoismo e interesse, dalla roba per possedere sempre di più nella lotta

per la vità. La novella “pane nero” è quella che meglio contrappone i malavoglia; anche questa

rappresenta una famiglia legata ai valori del passato ma appena Lucia diventa l’amante del

padrone e torna a casa con gioielli, tutti gli scrupoli morali vengono abbandonati. Se quindi in

“vita dei campi” e nei malavoglia ancora alcuni valori romantici persistono, in mastro don

Gesualdo e in novelle rusticane vengono del tutto superati

“Novelle rusticane” è una raccolta di novelle scritte tra l’81 e l’83 in cui spiega in quale modo

voleva ambientare il suo nuovo romanzo, nei campi e nei piccoli quartieri di provincia. Tra

queste troviamo cos’è il re- don Licciu papa- il mistero- malaria- gli orfani- pane nero- storia

dell’asino di san Giuseppe e altre su borghesi, nobili, preti e notai. Visto che è venuto meno il

motivo dell’amore, scompare anche la figura del personaggio solitario e diverso. Ora tutti si

dedicano esclusivamente all’accumulare del denaro e anticipano la figura di Gesualdo.

“Per le vie” sono invece 12 novelle ambientate a Milano in cui Verga prende spunto da Zola

sugli ambienti popolari di una grande città industriale. Trionfa l’egoismo individuale mentre

l’egualitarismo socialista è messo sotto accusa. In “vagabondaggio” ci sono invece 12 novelle

di ambiente siciliano contadino e borghese.

MASTRO- DON GESUALDO

È il secondo romanzo del ciclo dei vinti che uscì nel 1888, contemporaneamente al “piacere” di

d’Annunzio. Da questo momento l’isolamento di Verga dalla società sarà sempre più

accentuato. Il mastro don Gesualdo è un gradino più in alto nell’analisi sociale rispetto ai

malavoglia, argomento di analisi sono infatti la borghesia di campagna e la nobiltà di provincia.

Sia il linguaggio che lo stile devono quindi adattarsi ad un ambiente diverso. A quella del

narratore borghese si alternano altre prospettive, di nobili, dei contadini e di Isabella, la figlia

di Gesualdo, una ragazza educata in collegio. Viene meno la coralità dei malavoglia. La

rappresentazione è più realista e drammatica rispetto ai primi romanzi; il romanzo non è più

tanto organico ma è l’unione di parti diverse. È assente anche il mondo dei valori romantici

perché domina incontrastato il culto della roba a cui si adeguano tutti i personaggi principali, e

con esso viene meno il contrasto tra i personaggi dotati di valori morali e quelli cinici e senza

scrupoli, come accadeva nei malavoglia. Tutto stavolta accade all’interno del protagonista che

se da un lato accumula quanto più può, dall’altro avverte un certo malessere per le sue azioni.

Il romanzo vuole accentuare con un amaro pessimismo, il trionfo egoistico dell’individualismo

borghese.

Dopo mastro don Gesualdo scrive altri due raccolte di racconti ambientati nell’alta borghesia e

nella nobiltà. Poi mette in scena “la lupa” e “dal tuo al mio” per svalutare le idee socialiste e

verificare come ognuno pensi solo al proprio interesse privato. Inizia, lasciandolo in concluso, il

terzo romanzo del ciclo, la duchessa di Leyra.

Il titolo del secondo romanzo compare per la prima volta nella lettera a Verdura dove Verga

illustra il ciclo dei vinti e spiega che il protagonista sarebbe stato un “rappresentante della vita

di provincia”. Il titolo indica un arrampicatore della scala sociale, che da muratore diventa ricco

e prende l’appellativo di “don” senza però riuscire a fare dimenticare le sue umili origini.

Le novelle rusticane e soprattutto la roba sono considerate delle prefazioni a questo romanzo

le cui edizioni sono due (88 e 89) perché Verga, insoddisfatto, cambia alcuni particolari. La

prima, che poi venne sostituita, era nella struttura uguale ai malavoglia con 16 capitoli che poi

sono diventati 21; anche lo stile cambia con l’uso meno frequente di lunghi periodi e del

discorso indiretto. Le frasi sono più brevi e oltre al punto di vista dei personaggi, talora si

percepisce anche quello dell’autore; non c’è più la regressione, né il nascondimento dell’autore

dal basso perché i fatti vengono ora giudicati, anche se in modo oggettivo. Cambiano rispetto

al precedente romanzo sia il linguaggio che la sintassi; il linguaggio è più immediato, con

maggiori scelte antiletterarie ma diventa quello della borghesia e non quello popolare. La

punteggiatura è più frequente e i dettagli sono analizzati meglio; il discorso indiretto libero non

serve più solo per la narrazione ma anche per spiegare il punto di vista dei personaggi.

Attraverso l’uso della polifonia, Verga rappresenta i toni, le voci, i linguaggi tipici della

modernità mentre nei malavoglia le voci narranti sono espresse in uno stesso coro.il tempo

verbale non è più l’imperfetto come nei malavoglia ma il passato remoto; se infatti era stato

detto che l’imperfetto spiegava bene la circolarità, il passato remoto è espressione di un

tempo veloce e di una corsa dell’uomo contro il tempo per seguire il ritmo degli affari e del

denaro.. anche lo spazio viene modificato: non è più quello limitato del paese- nido e viene

meno l’unità di luogo con spazi aperti, i viaggi, il collegio.

Anche se il romanzo non indica precisamente il luogo dove si svolge, nella prefazione si capisce

che è Vizzini, un paesini in provincia di Catania; anche le date non sono molto precise, cono

datati solo il colera del ’37 e la rivoluzione del ’48. il romanzo è formato da 21 capitoli divisi in

4 parti sui periodi principali della vita del protagonista. Nella prima e nell’ultima parte Gesualdo

è l’unico protagonista, nella terza invece è esclusivamente Isabella Trao, la figlia di Gesualdo.

Nella prima parte Gesualdo sposa una nobile decaduta, Bianca Trao che ha intanto una

relazione illegittima con il cugino Ninì Rubiera. Nella seconda parte Gesualdo diventa il più ricco

del paese e inizia a comprare all’asta le terre comunali. La terza parte all’inizio parla della figlia

Isabella, poi la scena si sposta a Mangalavite, un podere di campagna dove vanno per sfuggire

al colera e dove Isabella si innamora del cugino Corrado. Per evitare lo scandalo, Gesualdo le

combina però il matrimonio con il duca di Leyra, un uomo che però pensa solo ai suoi soldi.

Alcuni anni del racconto saltano rapidamente se non contengono avvenimenti importanti, per

sottolineare ancora meglio il carattere frantumato del racconto. Al contrario dei malavoglia

dove veniva rappresentato un intero paese, qui il protagonista è uno solo prima della sua

ascesa sociale e poi nella sua decadenza. Gli strati sociali in mastro don Gesualdo sono molto

vari, rappresentano la ricca articolazione della società moderna al contrario del mondo arcaico

e rurale dei malavoglia. Il mondo dei valori antichi potrebbe essere rappresentato dai fratelli

Trao, ma i valori della famiglia sono ormai dissolti e anche i fratelli e il padre di Gesualdo

diventano meschini e vili. La baronessa Rubiera ricorda Gesualdo per il suo carattere e anche

per il suo destino: anche lei è infatti originaria del mondo contadino ed è riuscita a diventare

ricca ma a causa di una malattia che la blocca paralizzata, non può godere dei suoi soldi.

Tra i nobili spicca la figura del marchese Lipoli, cinico ma saggio e disponibile ad aiutare Bianca

e Isabella; tra i contadini Nanni l’orbo, a cui Gesualdo farà sposare Diodata, la sua amante, lui

farebbe di tutto pur di guadagnare soldi e si mette anche a capo dei rivoluzionari del ’48. sia

Bianca che Diodata sono vittime delle leggi sociali; Bianca ama il cugino Ninì e aspetta un figlio

da lui ma non può sposarlo perché senza dote. Entrambe rappresentano il mondo dei

sentimenti che invece Gesualdo trascura per raggiungere il success. La terza figura importante

è quella di Isabella che Gesualdo crede sua figlia e la obbliga ad andare in un collegio per nobili

per ricevere una buona educazione ma così facendo la allontana irreparabilmente da lui. Per

avere il suo rispetto fa tanto per lei, le fa sposare un nobile che però si rivela spendaccione e a

lui Isabella deve dare sempre più soldi e terre. Neanche il punto di morte Gesualdo riesce ad

avere un momento di comunicazione e intesa con lei.

Il romanzo inizia con un incendio che colpisce la famiglia dei Trao e i paesani accorrono per

portare aiuto; Bianca viene scoperta dal fratello don Diego con l’amante e la famiglia subisce

un grave affronto. Tra i soccorritori spicca la figura di Gesualdo che si impegna seriamente a

domare l’incendio, ma non per amore dei Trao ma perché la sua casa confina con quella

incendiata e lui vuole proteggere la roba. Don Diego va quindi nel palazzo Rubiera perché solo

con un matrimonio tra i due si potrà salvare la faccia ma la contessa rifiuta perché Ninì non

può permettersi di sposare una ragazza povera. I nobili del paese decidono che l’unica

soluzione è quella di far sposare Bianca con Gesualdo, arricchitosi di recente e desideroso di

entrare nella cerchia delle famiglie potenti del paese. Bianca prima del matrimonio tenta

un’ultima volta invano di convincere il cugino Ninì a sposarla. Il 4° capitolo descrive una tipica

giornata di lavoro di Gesualdo all’aria aperta nella costruzione della strada, al frantoio e negli

affari; quando un ponte che sta costruendo crolla, Gesualdo accelera le trattative di

matrimonio con Bianca che però piange perché non vuole sposarlo e la cosa più triste è che né

i nobili né i parenti di Gesualdo partecipano al matrimonio. Nella sua giornata vengono

descritte due parti principali: il giorno dominato dagli affari e la notte dominata dai rimorsi,

durante il giorno infatti c’è la corsa affannosa del protagonista contro il tempo, nella notte

l’incontro idillico e sentimentale con Diodata. Dei 4 episodi presentati, 3 si svolgono di giorno:

la prima tra i muratori, al frantoio del Golio, nella corsa a mezzogiorno sotto il sole nel

paesaggio infuocato verso il paese dove lo attendono nuovi affari; la seconda si svolge in

paese, tra il paesaggio arso nella gola del Petrajo, il terzo invece tra gli scalpellini della strada

dei cammei. È una rappresentazione molto realistica di una giornata senza soste, di corse

continue. L’eccesso di particolari realistici sposta la scena verso il simbolismo, con il succedersi

di inquadrature del vero,come in un elenco di notazioni. Tutto l’insieme delle descrizioni

rendono l’ambiente quasi una visione, inospitale, desertica, spettrale. È uno scenario simbolico

di un viaggio verso la morte.Al contrario, nel paesaggio notturno e idilliaco la natura si

presenta diversa, non è più una natura mitica e intatta ma è il frutto del lavoro e la notte

illumina le sue ricchezze; nonostante questo è l’unico momento in cui il paesaggio abbia

ancora un incanto e il tempo si ferma all’abbandono e alla tenerezza. La ragazza però fa

svanire le speranze di intimità di Gesualdo quando gli dice “vossignoria siete il padrone”: la

donna rappresenta il mondo del privato che Gesualdo sacrifica al successo.

Masiello nota che il simbolismo del paesaggio non è più idilliaco come nei malavoglia ma

comunica un angoscioso senso di morte.

La seconda parte, anche se inizia con Gesualdo protagonista, parla poi di personaggi secondari

come Ninì Rubiera che vuole corteggiare l’attrice Aglae, la malattia della baronessa, la nascita

di Isabella… La terza parte può definirsi “il romanzo di Isabella”: i capitoli riguardano un anno,

dal ’37 al ’38 e alcune scene vengono viste direttamente dal punto di vista di Isabella; non ha

per niente un buon rapporto col padre, cosicché quando lui va a visitarla al collegio, deve

nascondere le sue mani rovinate dal duro lavoro e farsi annunciare come il signor Trao perché

Isabella si vergogna delle sue umili origini. Il destino di Isabella è uguale a quello della madre

e neanche lei può sposare l’uomo che ama stavolta perché è lui ad essere povero. Della quarta

parte viene brevemente narrata la storia del matrimonio di Isabella e poi la rivoluzione del ’48

in Sicilia; Gesualdo combina il matrimonio della figlia; Bianca è agonizzante e poi Gesualdo

viene accusato della morte di Nanni l’orbo perché la moglie di Nanni, Diodata era la sua

amante e intanto un cancro allo stomaco lo colpisce: è l’incarnazione della roba che gli ha

distrutto l’esistenza.

Và ad abitare presso il genero che con la scusa di curarlo, lo vuole tenere sotto controllo per

avere tutti i suoi soldi, Gesualdo muore solo con Diodata e Nardo, un servo a cui però non può

neanche dare qualche soldo perché non se ne trova, nonostante tutti i soldi che ha guadagnato

durante la sua vita..

Romano Luperini sottolinea nella sua critica, soprattutto l’incomprensione tipica del romanzo:

Gesualdo non capisce la vita nobiliare, secondo lui il tempo all’interno del palazzo è troppo

lento rispetto al ritmo di vita che conduceva lui e quando osserva gli altri, dice tra sé che

stanno “perdendo tempo e sprecando soldi”; di contro gli abitanti del palazzo non lo capiscono

e lo disprezzano. L’ultimo capitolo si apre con il punto di vista proprio di Gesualdo ma a volte

l’autore interviene col proprio commento e con critiche rivolte al personaggio. Nella parte finale

invece il punto di vista cambia totalmente e diventa quello del servitore che assiste per forza

all’agonia del suo padrone.

Scrivendo a DeRoberto, il 18 agosto dell’88, Verga critica gli idealisti e quegli scrittori che

mettono la loro soggettività nei loro personaggi, dichiarando invece la propria fedeltà

all’impersonalità e l’importanza che attribuisce alla psicologia dei personaggi, specie se sono

colti come Bianca e Isabella, che però dev’essere analizzata dall’esterno e non attraverso

l’introspezione. In un’intervista del 1894 a Ugo Ojetti, Verga parla della psicologia nel suo

romanzo dicendo che lui non vuole avvicinarsi agli scrittori psicologi: per gli psicologi, un

pensiero è importante ancora prima che venga esternato e analizzano ciò che il personaggio

pensa o sente; questo non c’entra con la composizione dei romanzi.

Mastro don Gesualdo è un romanzo senza mito e anzi distrugge l’unico mito della modernità

perché l’unica realtà che trionfa è quella della morte. Verga ha come una cattiveria stilistica

che sottolinea anche i minimi dettagli negativi con freddezza realistica, forse per appoggiare la

sua tesi sulla tragicità della roba. Il mastro don Gesualdo è anche un romanzo storico che

racconta 30 anni di vicende accadute in Sicilia, dai moti carbonari del 1820 alla rivoluzione del

gennaio ’48 con la nascita e lo sviluppo di una nuova borghesia, impersonata proprio dalla

figura di Gesualdo. Gli avvenimenti storici vengono però messi in secondo piano rispetto

all’ipocrisia degli interessi individuali; la materialità eccessiva non porta a neiente se non alla

morte come avviene per Gesualdo, o alla malattia nel caso della contessa Rubiera. In questo

romanzo la norma economica è l’unica possibile perché corrisponde alla lotta per la vita; il

significato quindi che emerge da questa costruzione è assolutamente negativo.

Se esso può sembrare tradizionale perché racconta, come molti altri romanzi dell’800, una

carriera individuale, la storia di quell’uomo viene svuotata dall’interno. Giancarlo Mazzacurati,

in una sua critica, vede rappresentata nelle vicende ironiche dei moti risorgimentali in Sicilia, la

delusione politica di Verga, giunto con amaro disincanto di fronte al risultato di queste rivolte e

al loro fallimento che identificherà nel predominio dell’egoismo. All’inizio il romanzo non

conobbe molta fortuna e fu apprezzato solo da Svevo e Pirandello; quello era il periodo infatti

in cui avevano più successo gli scrittori idealisti come Fogazzaro e d’Annunzio. Il romanzo non

mira a coinvolgere il lettore ma a provocarne la reazione critica facendolo diventare

osservatore e giudice.

Per più di 30 anni si sono fatte delle critiche e lunghi dibattiti per stabilire la superiorità di

mastro don Gesualdo o dei malavoglia: gli idealisti, tra cui Croce e Russo, hanno privilegiato i

malavoglia per la componente lirico- simbolica; l’unica eccezione di rilievo tra gli idealisti è

quella di Attilio Momigliano che apprezza la superiorità del mastro don Gesualdo perché,

secondo lui, oltre alla componente verista, possiede quella umanitaria che manca invece ai

malavoglia. Anche Masiello e Luperini negli anni ’60 hanno rovesciato la critica tradizionale

preferendo nel mastro don Gesualdo proprio il rifiuto dei momenti idillici e la sua capacità di

denuncia all’alienazione economica. Luigi Russo, a prescindere dalle altre critiche, vede nel

romanzo una mancanza di organicità e unità, non solo per il fatto che singole parti indipendenti

siano state unite tra loro ma anche perché la vicenda del personaggio principale spesso non ha

niente a che vedere con quella degli altri personaggi.

“PRIMAVERA E ALTRI RACCONTI” E “NEDDA” BOZZETTO SICILIANO

in primavera e altri racconti la protagonista è una povera ragazza che a Milano si innamora di

un giovane artista ma che viene abbandonata quando a lui si offre una possibilità di successo

altrove; lei è una vittima rassegnata a cui si contrappone il protagonista che dietro i suoi sogni

romantici cela solo egoismo e ambizione, e che non esita a preferire il successo all’amore.

Di questo periodo è anche una novella di ambiente rusticano e siciliano che viene definita

dall’autore stesso u “bozzetto siciliano”, Nedda del 1874. per la prima volta Verga sceglie come

protagonisti umili personaggi della sua terra in un ambiente contadino. Nedda è una povera

raccoglitrice di olive che lavora in un podere vicino l’Etna. Nedda, rimasta orfana sola al mondo

dopo la morte della madre, si innamora di un contadino, Janu. Lui va a lavorare nella piana di

Catania e si ammala di malaria, ma anche se debole, vuole continuare a lavorare per

mantenere Nedda e riuscire a sposarla ma cade da un albero e muore. Nedda intanto aspetta

un figlio da lui e quando nasce la bambina, si rifiuta di affidarla al convento dove venivano

abbandonati i figli illegittimi e per questo è condannata dalla comari del paese.alla fine la

figlioletta morirà di stenti.

Non è ancora una novella verista perché in essa manca del tutto l’impersonalità e l’autore

interviene di continuo per difendere il suo personaggio; anche dal punto di vista stilistico e

linguistico, l’autore non assume l’ottica del personaggio che rappresenta: il linguaggio è ancora

quello di un fiorentino colto e le espressioni locali sono evidenziate mettendole in corsivo per

esaltare la loro estraneità rispetto al registro di base. Il Verga verista riesce invece ad

identificare questi due livelli. Si mescolano nel racconto toni patetici e sentimentali e altri più

lirici e simbolici.

L’AMORE FRA NEDDA E JANU E LA MORTE DELLA FIGLIOLETTA

Sono qui descritte due parti, quella centrale e quella finale della novella. Già Nedda dopo la

morte della madre viene allontanata dalla parte per bene della società e rimproverata per aver

portato il lutto un giorno in meno di quanto vuole la tradizione; le critiche si fanno ancora più

spietate quando comincia una relazione con un contadino, Janu. Lui va a lavorare a

Catania,pur sapendo che lì c’è la malaria per racimolare i soldi necessari per il matrimonio, solo

che dopo la sua morte Nedda resta sola con la bambina e viene ancora più duramente criticata

dalle comari.

Le ragazze del villaggio sparlavano di lei perché era andata a lavorare già il giorno dopo della

morte della madre (la vecchia) e il curato la sgridò forte la domenica quando la vide . quando

gli altri si schernivano di lei, lei abbassava lo sguardo e camminava per la sua strada come se

si rimproverasse lei stessa di essere tanto povera. Una sera udì nel viottolo una voce di

qualcuno che cantava, era Janu e il suo cuore batteva forte. La mattina successiva i due

giovani parlano del fatto che lui è stato licenziato perché ha “preso le febbri”.poi Janu le regale

un fazzoletto con delle rose stampate che fa invidia alle ragazze a messa e ogni volta che lo

vedeva o passava vicino a lui diventava rossa e lui intanto la seguiva. Dopo averle chiesto di

sposarlo, Janu decide di andare a lavorare a Catania ma viene licenziato. Pur di ottenere i soldi

necessari per il matrimonio, va a cercare lavoro a Mascalcia durante la potatura degli ulivi,

mentre Nedda aspetta un figlio da lui, ma un giorno lo vide arrivare trasportato su una

barella,morente perché era caduto da un albero.Tipicamente siciliano è il saluto che Janu porge

a Nedda, “salutamu”; anche la frase “a sentire..” è un costrutto tipico della sintassi siciliana .

la descrizione naturale fa da sfondo alla chiacchierata dei due giovani, i mandorli fioriti con i

loro fiori che cadevano sul tetto del casolare, una passera, la compana della chiesa che

suonava.. anche il linguaggio e lo stile rivelano la presenza dell’autore, del suo punto di vista e

della sua prospettiva morale e culturale. Il linguaggio usato si ispira al fiorentino, con molti

diminuitivi e vezzeggiativi; le metafore e le immagini sono letterarie, i paragoni sembrano

invece richiamare storia di una capinera, più naturalista. Più volte è esplicito l’intervento

dell’autore che comunica in termini moralistici o polemici, per sottolineare le ingiustizie sociali

patite dai protagonisti; mette sotto accusa il “perbenismo” del prete e delle comari difendendo

invece il comportamento della ragazza. Il distacco tra le due realtà non solo è evidente, ma è

anche espresso chiaramente in frasi come “ con logica contadinesca”..

Non mancano neanche gli attacchi alla società quando Verga sottolinea gli ingiusti modi con cui

vengono trattati i due giovani dai proprietari terrieri, quando ad esempio ingiustamente gli

riducono la paga. Attraverso questi interventi si accentua l’aspetto patetico della narrazione. I

protagonisti, come accade anche negli altri romanzi, sono sempre personaggi isolati ed esclusi

dalla società; compare il tema dell’esclusione e dell’estraneità tipici dell’arte moderna: l’artista

tende infatti ad identificarsi sempre di più con l’escluso, il diverso. Anche in Italia, dopo l’unità

territoriale, gli scrittori si rendono conto di avere un ruolo sempre più marginale in una società

in cui dominano le banche e gli interessi economici. Per questo sono esclusi i personaggi

attaccati ai valori sociali(i due giovani ad esempio sono contenti, oltre perché sono innamorati,

perché hanno dei bei soldini in tasca); i portatori di sentimenti reali sono esclusi dalla società:

Neda infatti viene allontanata quando si rifiuta di abbandonare la figlia alla ruota. Il motivo

dell’esclusione è uno dei temo centrali di questa novella che anticipa sia rosso malpelo che i

malavoglia.

LA MORTE DI GESUALDO [PARTE IV, CAP. V ]

È l’ultimo capitolo del libro; Gesualdo va a morire nel palazzo del genero, il duca di Leyra, tra

l’indifferenza dei parenti e dei servitori. La vicenda di Gesualdo che si trova come un estraneo

nella casa della figlia, sembra riprodurre la situazione descritta nella terza parte del romanzo

quando Isabella era andata a vivere col padre a Mangalavite. Là era infatti isabella la forestiera

a casa del padre, qui è invece Gesualdo che fin dal suo ingresso nel palazzo palermitano del

genero si sente come un intruso e ha perduto la sicurezza che provava nel mondo della

campagna, dove “ci stava come un papa, come un re nel suo regno”. La descrizione iniziale del

palazzo rivela il punto di vista ironico di Gesualdo che osserva e condanna i ritmi improduttivi

della vita aristocratica; si nota poi che il linguaggio del duca differisce da quello di Gesualdo:

questo risponde al progetto di Verga di elaborare “un colorito proprio per ciascun gradino della

scala sociale”. Nel testo si alternano due punti di vista: il primo è quello dei consueti abitanti

del palazzo che colgono l’apparenza affettuosa delle attenzioni del genero nei suoi confronti

(“si mostrava proprio come un buon figliolo”); il secondo è quello di Gesualdo che appena

sente parlare di interessi, capisce immediatamente l’atteggiamento ipocrita del genero; parla

infatti di una delega che autorizzi il marito di Isabella ad amministrare il patrimonio di

Gesualdo. Lui tra tutti quegli oggetti inutili si sentiva mancare l’aria; il suo sentirsi estraneo è

accentuato dal fatto che è stato sistemato nella parte più isolata del palazzo, nella foresteria

cosicché gli sembrava davvero di essere un forestiero. Passava i giorni malinconico perché non

poteva sfogarsi con la figlia che anche se sembrava affettuosa, non gli aveva ancora perdonato

di aver ostacolato il suo amore con Corrado.

Descrive poi la vita degli uomini che lavorano in quel palazzo, i cocchieri, gli stallieri e i

domestici, ma sempre dal punto di vista economico e pensava a quanti bei soldi sicuramente

passavano dalle loro mani. Il consumarsi del suo patrimonio, che sarebbe finito tutto nelle

mani del genero, veniva paragonato al consumarsi del suo corpo per la malattia. Ancora una

volta si vede una concezione quasi carnale della Roba sia nel processo di accumulazione sia in

quello opposto di dilapidazione. Il protagonista prende coscienza nello stesso momento della

fine che faranno sia lui che la sua Roba. Quante cose poteva fare infatti con i soldi che

venivano sperperati in quel palazzo. Se all’inizio il cambiamento d’aria gli aveva fatto bene,era

poi diventato peggio di prima. I medici non trovavano alcuna cura per la sua malattia e lui

voleva tornare nel suo paese perché li almeno veniva rispettato. Anche Isabella come il padre

non si trova a suo agio in quella casa nonostante il marito la riempia di regali. Si vede che ha

una casa ipocrita.. l’ossessione della morte si faceva sempre più forte, e solo nei momenti di

più acuta disperazione capiva che il denaro non gli serviva a niente; per un momento poi

sembrano riaffacciarsi l’antica vitalità e la lucida intelligenza con cui aveva condotto gli affari

per tutta la vita, solo che sul piano privato la sua astuzia si è sempre rivelata fallimentare . si

sentiva morire di giorno in giorno, non poteva più muoversi e il vero dramma vissuto da

Gesualdo negli ultimi giorni della sua vita non è dato dalla morte né dalla sofferenza della

malattia, o dall’indifferenza della figlia, quanto dall’impotenza, l’impossibilità di disporre della

sua roba e questo mette il protagonista di fronte allo spettacolo della propria sconfitta; lui

voleva infatti fare testamento per dimostrare almeno e sé stesso che lui era il padrone.

La scena in cui Isabella piange per il padre morente è patetica; la sua pietà è troppo esibita e

quindi in autentica e ne deriva un trattamento retorico e artificioso. All’esibizione del dolore da

parte della figlia corrisponde la muta gestualità del padre, efficace nell’esprimere il suo

silenzioso struggimento. La ripetizione di alcune frasi in modo lento (ti dispiace eh..? ti

dispiace?) serve a riprodurre la cadenza affannosa della voce del malato e nello stesso tempo

mette in rilievo la forte emozione di chi parla. La tenerezza del protagonista è suscitata dai

ricordi, ma anche dal presagio che le ricchezze accumulate con tanti sacrifici saranno dilapidate

dal genero. Il comportamento di Gesualdo nei confronti della figlia viene analizzato secondo

un’osservazione psicologica, quella a cui mirava Verga quando cercava di esprimere lo stato

d’animo del personaggio senza bisogno di scoprire il movente interiore ma limitandosi a

descriverne la manifestazione esterna; incapace di trovare un linguaggio, una storia, un

interesse comune che lo avvicina ad Isabella, Gesualdo cerca di rintracciare un punto di

incontro nella sfare segreta dei sentimenti inespressi: i figli illegittimi che lui ha avuto con

Diodata e il figlio illegittimo che Isabella ha avuto con Corrado.

Alla fine, la prospettiva con cui è raccontata l’agonia di Gesualdo è quella di un domestico.

istaura una relazione diretta tra la sofferenza del protagonista e la sua estrazione sociale: il

contadino arricchito Gesualdo non merita di essere servito come un signore ma deve

sopportare il dolore senza fare capricci. in questa visione si mescolano il gusto analitico della

scrittura naturalistica, e il punto di vista volgare del servitore che sottolinea i puri effetti di

disturbo; iniziava a farsi giorno: come Diego, Nunzio e Bianca, e come anche le longa nei

malavoglia, anche Geusaldo muore all’alba. Sia all’esterno che all’interno della camera del

defunto, la routine non conosce interruzioni tanto che anche quando Gesualdo sia appena

morto, il domestico compie le faccende abitudinarie, fumando in segno di mancanza di

rispetto, ultimo segno di crudeltà nei confronti di Gesualdo. Viene eseguito l’iter cerimoniale

tipico della vita nobiliare; in segno di lutto viene chiuso il portone a metà e popi viene avvisata

la cameriera che con tutta calma lo comunicherà alla duchessa di Leyra. Il tono freddo e

burocratico sottolinea ancora una volta l’estraneità del palazzo al dramma di Gesualdo. Queste

ultime battute e comportamenti rivelano chiaramente il punto di vista e il linguaggio degli

abitanti del palazzo sia nobili che servitori; nel corso del racconto il punto di vista dominante è

però quello di Gesualdo attraverso dei lunghi monologhi interiori. Lo straniamento creato dalle

due opposte prospettive dimostra ancora di più la falsità del mondo nobiliare e anche il

fallimento del rappresentante della nuova borghesia; tutto è giocato sullo straniamento che

serve a sottolineare la sconfitta del protagonista che muore solo, tra persone estranee che lo

ignorano e lo deridono. Ritorna qui il tema dell’estraneità che si manifestava

nell’incomunicabilità tra Gesualdo e la figlia. Fino alla fine i due saranno totalmente diversi

nonostante più volte lui abbia cercato di stabilire con lei un rapporto di comunicazione

autentica.

GIOSUE’ CARDUCCI: IL CLASSICISMO NELLA POESIA DEL SECONDO ‘800.

Se negli anni 60/90 prevale in Europa la poesia simbolista di Baudelaire, in Italia la tradizione

classicista si rafforza, facendo emergere il suo linguaggio aulico e accademico. Il principale

esponente di questa reazione classicista è un poeta- professore, Giosuè Carducci, che identificò

proprio nel romanticismo il principale nemico da sconfiggere, e con esso il manzonismo e

l’imitazione dei poeti stranieri romantici. Secondo lui ci si doveva rifare al classicismo italiano di

Parini, Alfieri, Monti e Foscolo. Non è un caso che questa risposta arrivi proprio da Firenze, la

città del classicismo: proprio lì nasce nel 1856 attorno al giovane Carducci, “la società degli

amici pedanti” perché così erano bollati i classicisti da parte dei romantici. Questa società era

formata, oltre che da Carducci, da Giuseppe Chiarini, Giuseppe Torquato Gargani, Ottavio

Targioni Tozzetti. Volevano idealizzare la lirica italiana attraverso un ideale di nobiltà linguistica

e letteraria; in un secondo tempo però, quest’odio per i poeti stranieri venne ridimensionato e

lo stesso Carducci tradusse diversi poeti tedeschi tra cui Heine.

Il classicismo venne apprezzato, anche perché nato subito dopo l’unità d’Italia e poteva

costituire un buon metodo per l’unificazione linguistica del territorio, rifacendosi alla gloria

nazionale dell’antica Roma. Per questo Carducci fu considerato per quasi 50 anni il “vate della

terza Italia:vate è infatti un poeta di alta e nobile ispirazione morale e civile. Reagì

all’irrazionalismo e al sentimentalismo del romanticismo con un ritorno alla realtà e ai problemi

politici e morali; è questo un elemento moderno della poesia carducciana oltre alla sua

sensibilità inquieta; un altro tema importante è quello della fugacità della vita e dell’incombere

della morte.

La vita di Carducci attraversa 5 fasi principali: quella dell’infanzia e dell’adolescenza, dalla

nascita nel ’35 fino all’ingresso nelle scuole superiori di Pisa nel ’53, caratterizzata dall’aspro

paesaggio della maremma toscana e dalla lettura dei classici nella biblioteca del padre; la

seconda fase va dal ’53 al ’60 in cui si dichiara scudiero dei classici e insegna retorica nella

scuola di san Miniato al Tedesco e pubblica le sue prime rime nel ’57 con lo pseudonimo di

Eunatrio Romano: la maggior parte di queste liriche saranno poi raccolte in Juvenilia; comincia

qui il classicismo letterario e antiromantico. La terza fase va dal 1860 al 1871 in cui insegna

letteratura italiana all’università di Bologna. Comincia in questa città il suo momento

repubblicano con l’avvicinamento alle idee socialiste; iniziano nelle sue opere aspre polemiche

contro la chiesa, la monarchia, la corruzione della vita politica. Nel 1868 pubblica le poesie

“levia gravia” cioè poesie leggere e serie; compone anche molte poesie di polemica che poi

raccoglie in “gambi ed epodi”( un gambo è un piede della metrica greco- latina formato da una

sillaba breve e una lunga; si riferisce agli epodi di Orazio che sono appunto versi gambici.

L’epodo è riferito al secondo verso di queste poesie che solitamente era più breve del primo).

La quarta fase va dal ’72 all’89 quando escono le “terze odi barbare”; è questa la fase della

maturità in cui compone delle rime nuove e proprio questo sarà il titolo di una nuova raccolta

di poesie che si ispirano a temi più intimi e autobiografici in cui si avvicina alla metrica greca e

latina. Carducci chiama barbara una metrica che cerca di imitare la metrica latina e greca ma

che risulterebbe “barbara” agli occhi di scrittori greci e latini. Questa fase, dal punto di vista

politico, è costituita dall’abbandono delle idee radicali e dall’avvicinamento a idee più

trasformiste della sinistra; sul piano biografico invece viene influenzato molto dalla personalità

della regina Margherita e a lei scrisse l’ode “alla regina d’Italia”. La quinta fase va dal 1890,

anno in cui viene nominato senatore, fino alla sua morte, avvenuta a Bologna il 16 febbraio

1907 per broncopolmonite. È il periodo del massimo riconoscimento per la sua fama come

poeta- vate; al 1899 risale la sua ultima raccolta poetica, “rime e ritmi”. Nel 1906 ottiene il

premio nobel per la letteratura, la prima volta che viene assegnato ad un italiano. Nella fase

iniziale della sua produzione ha lo stesso classicismo antitirannico presente in Alfieri, Foscolo e

nel primo Leopardi, un classicismo democratico e materialista che esalta il libero pensiero

laico. Si ispira al socialismo utopico di Proudhon e alla polemica di Hugo contro Napoleone III,

e ai classici latini come Lucrezio, Orazio e Virgilio. Carducci resta poi deluso dall’esperienza

governativa della sinistra di De Pretis, si avvicina alla monarchia e cerca di capire il valore

storico degli insegnamenti della chiesa e anche la polemica antimanzoniana finisce col placarsi

e Carducci riconosce la grandezza dei promessi sposi. Sul piano della poetica, rifiuta il tardo

romanticismo di Prati e Aleardi, al manzonismo rimprovera la bassezza stilistica: non accetta

infatti il carattere umile delle soluzioni linguistiche. Alla strofa languida e passionale dei

romantici contrappone una strofa “vigile e balzante”: il suo esperimento di metrica barbara

vuole da un lato innalzare e nobilitare la stile della poesia italiana e dall’altro esprimere in

modo più diretto i turbamenti e le angosce. Lui è anche un poeta- professore che vuole

restaurare una lezione del passato; sia la concezione della poesia che il ruolo del poeta sono

orientati infatti verso l’impegno civile: il poeta è considerato il mediatore ideologico della

società, l’unico capace di unire le esperienze gloriose del passato alle speranze dell’avvenire.

Carducci esordì a 15 anni imitando proprio Berchet e i romantici; il suo classicismo inizia

quando nel ’53 passa alla scuola normale di Pisa. Se all’inizio il suo classicismo è realistico, in

un secondo tempo si affanna alla ricerca di preziosismo. Nella lirica non manca la tendenza ad

una fuga verso il passato, verso il mito della classicità dell’antica Grecia o di Roma e dei

comuni medioevali ma anche quello autobiografico dell’infanzia e della giovinezza. i temi della

malinconia e della morte saranno sempre presenti in opposizione alla vita e alla solarità, specie

visto che nel 1870 gli muore il figlioletto Dante. Anche se la sua poesia risente delle delusioni

storiche e politiche, il suo pessimismo è molto distante da quello di Verga, perché se lui lotta

per il ruolo do poeta- vate, Verga già si sentiva tramontato per sempre. Nella fase iniziale,

proprio per la sua vitalità nelle poesie, era stato considerato l’ultimo dei classici, in opposizione

alle poetiche decadenti ma nella seconda fase venne assimilato proprio con esse, anche se

questo può sembrare eccessivo visto che resta lontano dal simbolismo e dal soggettivismo

lirico. Per altri aspetti la modernità di Carducci sta proprio nell’aver rielaborato repertori

metrico- tematici del classicismo proprio in un momento in cui il classicismo era morto,

facendo un enorme sforzo inventivo e sperimentale che tocca quasi l’artificio per il suo

tentativo di adeguare alla tradizione, temi e ritmi moderni

Luigi Baldacci va contro alcuni critici che individuavano in Carducci una nostalgia romantica o

contro quelli che lo vedevano come l’anticipatore del decadentismo. È invece secondo lui un

poeta classico e sperimentale che di romantico ha solo la contemporaneità e non lo si può

inserire nel decadentismo perché non ha posto in crisi la figura del poeta come aveva fatto

Baudelaire, ma anzi cerca di rivalutarla. Inoltre nell’organizzare le sue poesie, non usa dei

riferimenti cronologici ma piuttosto tematici anche se comunque, le sei parti che lui individua

seguono in linea di massima anche una linea cronologica, dalle opere giovanili fino a quelle

della maturità e della vecchiaia. Le prime due sezioni, Juvenilia e levia gravia hanno una scarsa

originalità; solo “l’inno a Satana” del ’63 con l’esaltazione del progresso che si identifica nel

treno e in satana, contrapposto allo spirito clericale, è un buon esempio di fervore che

troveremo nelle opere successive, specie in Gambi ed epodi: il programma che Carducci vuole

portare avanti è espresso chiaramente nel prologo: “tutto che questo falso mondo adora/ col

verso audace lo schiaffeggerò”, sul modello della satira di Orazio e Parini. Passa poi dai temi di

cronaca a quelli di politica e storia contemporanea( come l’arresto di Garibaldi ordinato dal

governo dopo Aspromonte e la sconfitta di Mentana) , sempre trattati con un realismo quasi

giornalistico.

A PROPOSITO DEL PROCESSO FADDA

È un’opera scritta nel 1879 e riguarda un fatto di cronaca: il capitano Fadda, che aveva

combattuto nella seconda guerra d’indipendenza era stato tradito e ucciso dalla moglie e dal

suo amante. A questo fatto, seguì un processo a cui parteciparono tante dame romane solo

perché attratte dal fatto di sangue e di sesso. Il testo è diviso in 2 parti da 24 versi ciascuna:

la prima rievoca il comportamento delle donne patrizie al circo nel periodo dell’impero romano.

La seconda parte si ricollega invece al comportamento delle dame durante il processo; è un

parallelismo che serve a rivelare le ideologie del poeta: i due comportamenti analizzati sono

entrambi negativi, nel prima emerge la crudeltà, nel secondo un’ipocrita lussuria. Lui credeva

ancora nel mito della Roma repubblicana e infatti critica la Roma imperiale, tirannica e

corrotta. Le patrizie che si divertivano al circo a vedere i Germani uccisi come Gladiatori,

saranno trascinate come schiave proprio dai Germani vincitori sui romani. Il passato, per

quanto negativo possa essere, è sempre migliore del presente perché nelle donne al processo

c’è solo una morbosa curiosità e ipocrisia e le dame sono presentate mentre sgretolano

pasticcini nell’aula giudiziaria.

Si comincia a vedere la realtà decadente, anche se non lo si potrà definire decadentismo,

perché alla malattia della cultura Carducci contrappone la sanità. La polemica coinvolge

elementi morali, religiosi e sociali che rivelano un Carducci fieramente antiborghese e

anticlericale; il linguaggio della satira ottiene quindi un affetto molto realistico. L’uso dei due

registri linguistici serve per avvicinare la nobiltà del passato alla miseria del presente e rendere

ancora più accesa la contrapposizione.

Le “rime nuove” sono 105 poesie scritte tra il 1861 e il 1887, è minore rispetto alle precedenti

l’elemento civile e patriottico mentre prevale quello lirico legato a ricordi d’infanzia e

sentimenti d’amore. Gli scenari storici preferiti sono c quelli dell’Italia comunale in lotta contro

gli invasori tedeschi che rappresenta già il primo passo verso l’unità nazionale; a dominare

tutti i componimenti è la fuga lirica verso il passato.

Le “odi barbare” raccolgono 50 liriche scritte tra il ’73 e l’89 e anche se sono contemporanee

alle rime nuove, seguono una struttura e una metrica diversa. Anche i temi cambiano con la

rappresentazione della fugacità del tempo, del senso della tomba e della morte, contrapposto

al ritmo solare della vita, (luce/tenebra, caldo/freddo, giorno/notte). Il ritmo non è più

scontato ma varia in base alle combinazioni dei metri italiani accoppiati per riprodurre quelli

latini e antichi. È come se si potesse parlare con Carducci di un classicismo moderno che

mescola realismo e classicità parlando della società industriale e della vita cittadina.

L’ultima raccolta è “rime e ritmi” che comprende solo 29 poesie scritte tra l’87 e il ’99. il titolo

è dovuto al fatto che si susseguono liriche nella metrica tradizionale(rime) e altre in quella

barbara (ritmi). I temi sono celebrativi e teorici.

CARDUCCI CRITICO E PROSATORE: Carducci fu uno dei maggiori critici del suo tempo. Anche

se resta lontano da De Sanctis nell’interpretazione della storia di una personalità rispetto ad un

periodo, ha però il “vantaggio” di attenzionare in modo specifico gli altri aspetti letterari,

tecnici, tematici e metrici di un’opera. Respinge l’interpretazione soggettiva dei testi

dedicandosi invece a studi oggettivi eruditi. Come prosatore, si distinguono tra le sue opere

diverse tematiche: le polemiche come si vede in “confessioni e battaglie” e in “polemiche

sataniche” per giustificare agli occhi della critica il suo inno a satana; scrive poi “eterno

femminino regale” per giustificare il suo avvicinamento alla monarchia e ancora l’oratoria

pubblica come il brano “per la morte di Garibaldi”.

Nell’opera “dello svolgimento della letteratura italiana”, Carducci delinea la storia della nostra

letteratura dalle origini fino alla fine del ‘500 immaginando prima del mille la civiltà nazionale

sprofondata per la cattiva influenza del cristianesimo. Il risveglio della civiltà coincide con

l’anno mille quando fallì la prospettiva cristiana della fine del mondo. Carducci mostra una

grande capacità di ricostruire quadri storici pieni di vita e di vigore, come quando descrive il

primo giorno dell’anno mille e si resta stupiti dalla visione del sole che indica che la vita non è

finita. Più volte contrappone il buio alla luca, il sole alla notte perché un elemento sta ad

indicare la luce della ragione e l’altro il buio della superstizione.

Un’altra piccola ma significativa opera di Carducci è la lettera ad Annie Vivanti, una donna che

conobbe nel 1889 quando lei gli aveva fatto vedere alcuni suoi versi per averne un suo parere.

Il massimo della passione tra la giovane poetessa e il vecchio poeta si ebbe a Medesimo, in

provincia di Sondrio da cui l’autore invia questa lettera con tono nostalgico e malinconico, il 19

agosto di 10 anni dopo: “qui tutti ricordano te, i luoghi, le persone, le bestie, e tra queste io

sopra tutte e sto male. Sono pieno di malinconia e di noia… Io sono per te qual tu sai e qual fui

sempre.”

Tra il 1888 e la fine del secolo, Carducci esercitò una grande egemonia sulla cultura e sulle

poesie italiane perché il suo classicismo dava risposte al bisogno di unità. I poeti successivi,

pur ispirandosi a idee simboliste, si consideravano suoi allievi. Invece all’inizio del ‘900 venne

molto criticato per non aver portato cambiamenti significativi nella poesia italiana e anzi di

aver creato una involuzione influenzando con questa Pascoli e d’Annunzio.

Tra i critici, Enrico Thovez, con la sua opera “il pastore, il gregge, la zampogna” considera in

modo molto positivo il Carducci critico e non il Carducci poeta per il fatto che veniva imitato

solo nel verso libero e in casi rari nella metrica barbara e il gusto della parola sarà poi

recuperata da Ungaretti ; Campana invece recupererà l’impressionismo “coloristico” dei suoi

paesaggi. Al contrario di Thovez si schiera invece Croce che saluta Carducci come l’ultima

grande poeta italiano, l’ultimo dei classici. Sono due le linee di critica nel ‘900: una che lo

sminuzza come poeta, l’altra che invece esalta un Carducci senza retorica e quest’ultima è

appoggiata da Walter Binni, Luigi Russo e Natalino Sapegno che apprezzano il poeta giacobino

dalla scontrosa tristezza e quindi preferiscono l’ultimo Carducci perché l’elemento intimo

emerge con forza. Esaltano quella zona di autenticità e modernità perché non entra in

contrasto con il suo classicismo antiromantico. Nonostante questo, Sapegno ha individuato dei

limiti poetici in Carducci definendolo un poeta minore, valorizzando invece il momento

giovanile, più aggressivo perché lì si trovano le ragioni della sua poesia. Il Carducci maturo è

secondo lui vittima di un’involuzione poetica che lo porta alla retorica. Sapegno dice che

proprio nel momento in cui la borghesia usciva ricca e vincitrice dalla rivoluzione del

risorgimento, si comincia a manifestare un atteggiamento di disgusto e delusione specie tra gli

intellettuali con proteste che trovano i loro rappresentanti nella scapigliatura milanese e nel

Carducci anticlericale e giacobino. Col passare del tempo, a causa delle loro paure, si

cominciano a distaccare dal blocco popolare e si mettono pentiti al servizio della classe

dominante. A questa involuzione corrisponde sul piano artistico un impoverimento della

materia sentimentale. È meglio quindi il Carducci più aggressivo perché è l’ che risiede il vero

poeta. Binni invece sottolinea soprattutto il carattere funebre ed elegiaco e al contrario di

Sapegno, nega che si possa parlare di involuzione poetica e anzi esalta proprio l’ultimo periodo

in cui lo defin9sce “il poeta del contrasto dell’esistenza terrena” che spiega l’incontro sofferto

tra i sentimenti della vitalità e della morte nei loro simboli più significativi: luce e buio, suono e

silenzio, la terra verde nel suo significato primaverile e la terra nera in quella sepolcrale.

SAN MARTINO (da RIME NUOVE)

È un bozzetto scritto nel 1883, con pochi tocchi impressionistici che delineano il quadro di un

borgo maremmano nel giorno autunnale di san Martino, l’11 novembre. Al clima autunnale

rinviano infatti il paesaggio nebbioso, l’odore del mosto, il momento della caccia e della

migrazione degli uccelli. La metrica è composta da quartine di settenari dove rimano tra loro

quelli centrali e gli ultimi versi di tutte le quartine. Il primo verso resta da solo.

La nebbia sale piovigginando ai colli irti di alberi e sotto il maestrale il mare rumoreggia e

schiuma ma l’aspro odore dei vivi prodotto dal fermentare dei tini va per le vie del borgo a

rallegrare le anime.

[analisi del testo] il maestrale è un vento forte che e freddo che spira da nord- ovest, tipico del

mediterraneo. Le nubi sono rossastre a causa del tramonto; il vespero è la variante letteraria

di vespro, crepuscolo. Nel 1883, quando scrisse questa poesia, Carducci aveva trascorso poche

settimane a Roma e al ritorno aveva attraversato la maremma toscana dove aveva passato

l’infanzia e l’adolescenza. Nel confronto inevitabile tra campagna e città, Carducci avverte che

l’incanto tipico della maremma appartiene ormai al passato; per questo l’idillio di san Martino è

in realtà inquieto e minacciato: l’aspro odore dei vini può rallegrare gli animi ma uno stormo di

uccelli migratori introduce nella scena il brivido del tempo che passa; gli uccelli sono neri e

sembrano implicare un senso di morte. Così il quadretto resta lontano dall’idillio e dal semplice

bozzetto e comunica alla fine un senso di inquietudine e smarrimento esistenziale.

IDILLIO MAREMMANO (da RIME NUOVE)

È un componimento poetico ideato nel 1867 e poi rielaborato e concluso nel 1872; il poeta

rievoca l’adolescenza trascorsa nella maremma e una ragazza che aveva conosciuto allora.

Sarebbe stato meglio, dice, aver sposato lei e essere rimasto in quella campagna piuttosto che

vivere nella corrotta società moderna. La metrica è formata da terzine incatenate di

endecasillabi secondo lo schema ABA BCB CDC…

[spiegazione dei versi] con i raggi di sole dell’aprile recente che inondano rosei la stanza, tu

torni a sorridere improvvisamente al mio cuore o bionda Maria e il cuore che ti dimenticò, dopo

tanto tempo di vane preoccupazioni, ora riposa in te (nel tuo ricordo) o mio primo amore, o

dolce promessa d’amore. Dove sei? Non vivesti davvero senza nozze e desiderosa (di

matrimonio); il villaggio nativo ti accoglie certamente madre lieta e sposa, poiché il fianco

ardito e il seno ritroso ai trattenimenti del velo promettevano troppa gioia di amplessi al

desiderio coniugale(il natio borgo è un ricordo leopardiano). Dal tuo seno pendevano

certamente forti figli, e ora saltano coraggiosi in groppa al mal domato cavallo cercando un tuo

sguardo. Tra la chioma bianca splendeva quell’occhio azzurro, come il celeste (cioè sereno,

limpido = è una metafora)fiordaliso tra l’oro biondeggiante delle spighe. E davanti a te, e

intorno, la magnifica estate splendeva; diffuso tra i rami verdi il sole brillava sul melograno che

scintillava rosso. (sarebbe stato)meglio andare seguendo per la desolata boscaglia, il bufalo

disperso che salta tra la macchia e si ferma e scruta, piuttosto che affaticarsi (usa il termine

sudare, creando una metonimia) dietro al verso meschino! Sarebbe stato meglio dimenticare

nell’azione, questo enorme mistero dell’universo piuttosto che indagarlo! Invece questo

pensiero mi assilla la mente e a causa di questo io dolente scrivo queste cose misere e parlo in

modo così triste. Mi divincolo invano rabbiosamente con i muscoli e il cuore logorati dalla

mente perversa e con le ossa corrose dal malessere civile. Oh, lunghi filari dei pioppi

sussurranti al vento! O sedile campagnolo dei giorni di festa posto sul sagrato sotto le piacevoli

ombre, da cui si contempla la bruna pianura arata, e da un alto i colli e dall’altro il mare

disseminato di vele, e il cimitero è di lato! Oh, dolce conversare tra persone eguali verso il

tranquillo mezzogiorno e il raccogliersi attorno al focolare verso le gelide sere! Oh, sarebbe

stata gloria migliore narrare ai figlioletti attenti le coraggiose prove e le faticose cacce e i

pericolosi agguati, e indicare col dito le profonde ferite trasversali nel cinghiale morto piuttosto

che incalzare con frottole rimate i vigliacchi di Italia e Trissottino (un personaggio della

commedia di Moliere, le femmes saventes, le donne sapienti), che insieme all’amico- nemico

Vadius incarna il prototipo del letterato di corte che scrive panegirici ai potenti .

[analisi del testo] la Maria di cui parla Carducci è forse una certa Maria Bianchini che il poeta

conobbe in gioventù. Eguali è un riferimento alla democrazia, una società di persone uguali e

libere. Questo componimento ci fa capire la svolta rappresentata da rime nuove e nello stesso

tempo mostra le tracce profonde del passato e dell’esperienza giacobini; dopo la stagione della

lotta civile, vissuta a contatto con gli ambienti corrotti della società, il poeta vagheggia il

passato e l’adolescenza e la rabbia con cui si divincola dalle miserie della vita moderna e

cominciano ad emergere elementi nuovi: il sogno, il rimpianto, la nostalgia, e quindi motivi più

lirici e autobiografici. È questa la svolta principale di rime nuove. Appare qui il paesaggio più

caro a Carducci, caratterizzato dalla solarità estiva, dal raccolto in cui si rivela la fecondità della

terra; la donna è espressione di questo stesso paesaggio: lei è la fecondità stessa. La donna di

Carducci si differenzia quindi nettamente dalla Silvia o dalla Nerina di leopardi che esprimono

invece la negatività della natura e sono simboli di morte; anche se non mancano echi

leopardiani, le differenze sono più importanti delle somiglianze: la natura per Carducci non è

negativa ma positiva; il suo classicismo non è solo letterario ma anche ideologico e implica una

visione pagana, virile, sana della vita e anche della natura. Carducci ama il paesaggio

maremmano perché questo è insieme aspro e quieto e qui è possibile quella democrazia e

quella realizzazione degli ideali giacobini; l’idillio a cui si rifà il titolo è quindi un idillio anche

politico. Specie nei versi centrali troviamo un autocritica al poeta- vate quando dice “misere

cose scrivo e tristi parlo”; viene messo sotto accusa lo sforzo intellettuale di indagare l’enorme

mistero dell’universo e subito dopo accenna alla vanità del pensiero. È importante che sia

proprio lui a prendere coscienza di questa situazione nonostante scriva versi retorici per

celebrare quella società moderna che invece qui è vista come la causa principale del “malor

civile”; dietro questa pubblica retorica si nasconde in realtà un’amarezza privata che solo la

lirica più profonda è capace di rivelare.

IL COMUNE RUSTICO (da RIME NUOVE)

È scritto nell’agosto del 1885 dopo un soggiorno estivo a Carnia, una regione montuosa del

Friuli. All’inizio il titolo era “senza storia” perché nonostante le sue tante ricerche non era

riuscito a trovare informazioni storiche sulla vita passata delle popolazioni contadine di quella

zona. Quel poco che aveva annotato gli era bastato però per riuscire ad immaginare la libera

vita di un comune medievale, subito dopo il mille, che si occupava di agricoltura e allevamento

ma subito pronto a difendere la patria dagli attacchi dei tedeschi. La metrica è formata da

strofe di 6 versi di endecasillabi secondo lo schema AABCCB

[spiegazione dei versi] sia che la vostra fredda ombra(dei noci) si imprima solitaria sui campi

verdi tra faggi e abeti al sole puro e leggero del mattino, sia che la vostra ombra incupisca

immobile nel giorno morente sulle ville, noci della Carnia, addio! Vaga tra i vostri rami il mio

pensiero sognando i fantasmi di un tempo che fu. Non vedo paure di morti e diavoli goffi con

streghe bizzarre riunite in conciliaboli, ma il valore campagnolo del comune riunito nell’ampia

freschezza ombrosa durante la stagione del pascolo il giorno della festa dopo la messa. Il

console dice che ha prima posto le mani sopra le sante insegne cristiane- ecco io divido fra voi

quella foresta di abeti e pini verso l’estremità in cui essa si infoltisce. È voi condurrete la

mandria muggente e il gregge (le pecore) a quelle alture là. E voi, se l’unno o lo slavo

invadono il nostro territorio, eccovi, o figli, le lance, ecco le spade, morrete per la nostra

libertà. Un brivido d’orgoglio riempiva gli animi, innalzava le bionde teste e il sole batteva sulle

fronti dei prescelti. Ma le donne piangenti sotto i veli, invocavano la madre protettrice dei cieli.

[analisi del testo] con questa poesia Carducci si congeda dai luoghi nei quali ha trascorso un

soggiorno di riposo. Le con greche, i diavoli e le streghe sono immagini polemiche del

medioevo caro alla poesia romantica da cui invece lui si vuole distaccare. La “rustica virtù” è

un collettivo alla latina e indica la forte e operosa comunità di montanari. Gli unni e gli slavi

sono i popoli che durante il medioevo invadevano continuamente questa estrema regione

italiana; il componimento sembra riprendere le ballate storiche tedesche dei poeti romantici,

rifatte in Italia da Berchet. Le prime due strofe sono soggettive e autobiografiche, e dedicate al

presente, le altre sono oggettive e dedicate al passato: nelle prime il poeta osserva il

passaggio idillico della Carnia al momento di separarsene; questo diventa per il poeta in

momento simbolico di distacco dai valori del passato, per lui rappresentati dalla vita contadina.

Egli infatti sta per ritornare la presente, nella modernità. Anche qui come in idillio maremmano

troviamo il sogno, la nostalgia, il rimpianto.

LIETO SUI COLLI DI BORGOGNA SPLENDE

Il titolo complessivo di questo testo delle rime nuove è ça ira che raccoglie 12 sonetti sulla

rivoluzione francese e in particolare sugli avvenimenti del settembre1792 quando l’esercito

francese sconfisse gli invasori a Valmy,nella valle della Marna. Il titolo ça ira, deriva dalla

canzone popolare francese che significa la cosa andrà, si risolverà bene.. annota a parte che sa

di non poter ridurre tutta la rivoluzione francese ai soli avvenimenti del 1792 anche se quello

resta il momento più epico della storia moderna. Questo è il primo dei 12 sonetti dove

immagina il momento della vendemmia e dell’aratura nella valle della marna dove sta per

scoppiare la battaglia decisiva; il contadino collabora con il suo lavoro alla vittoria della patria e

anzi si prepara a trasformarsi in soldato (l’esercito francese era infatti un esercito popolare). È

un sonetto con rime alternate sia nelle quartine che nelle terzine secondo lo schema ABAB

ABAB CDC CDC.

[spiegazione dei testi] il sole splendeva lieto sui colli di Borgogna e nella val di marna nel

momento della vendemmia : il ristorato terreno piccardo attende l’aratro che lo solleciti a

nuova messe. Ma il falcetto cala furioso sulle viti come una scure e sembra che goccioli

sangue: nel rosso tramonto l’aratore protende l’occhio inquieto sulle terre incolte e

abbandonate e scaglia il pungolo sui buoi come se bilanciasse la lancia e afferra il manico

dell’aratro urlando: avanti Francia, avanti! L’aratro stride negli impervi solchi, la terra fuma;

l’aria è oscurata dai fantasmi che salgono a cercare la guerra.

[analisi del testo] la Borgogna è una regione storica della Francia centro- orientale che produce

vino di rinomanza mondiale. Nella val di marna la coltura della vite rappresenta la sua

principale risorsa economica. Il suolo è riposato perché i campi della Piccardia, regione della

Francia settentrionale, riposano tra la mietitura e la nuova seminagione. Il lavoro pacifico dei

campi è stato spesso contrapposto dai poeti alla guerra: le due immagini sono ora

violentemente accostate: lavorare i campi e combattere sono la stessa cosa per il contadino

che aderisce allo spirito della rivoluzione. Il motivo ideologico si trasforma in un parallelismo di

immagini.

NELLA PIAZZA DI SAN PETRONIO (da ODI BARBARE)

È una poesia scritta nel febbraio del 1877: come il sole morente di un nevoso giorno invernale

illumina la chiesa di san Petronio a Bologna, e nella piazza i palazzi del comune e del podestà

che ritornano al loro antico splendore, così la musa del poeta, sorridendogli, sembra

concedergli per un attimo di ridare vita alla bellezza antica cui egli invano tende.

[spiegazione dei versi] si leva nel nitido inverso la scura Bologna e sopra la città il colle

splende bianco di neve. È l’ora soave in cui il sole calante saluta le torri e la chiesa (il tempio)

tua san Petronio; le torri i cui merli il tempo sfiora con ampia ala e la solitaria vetta della

solenne chiesa. Il cielo brilla con il freddo splendore di un diamante, l’aria è distesa come velo

d’argento sulla piazza, sfumando leggera intorno alle costruzioni che il braccio armato degli avi

eresse minacciose. Sugli alti tetti il sole si attarda illuminando con una languida luce di viola

che sembra risvegli l’anima dei secoli nella grigia pietra e nello scuro vermiglio mattone, e

desta un malinconico desiderio di rossi tramonti di maggio, di calde sere profumate, quando le

donne nobili danzavano in piazza e i consoli tornavano con i re vinti (re Ezio, figlio di Federico

II venne fatto prigioniero dai bolognesi nel 1249 durante la battaglia di Fossalta). Così la musa

sfuggente anima il verso (del poeta) in cui trema un effimero desiderio della bellezza antica

[analisi del testo] Bologna è fosca per il colore rossiccio delle sue case e turrita per le molte

torri che abbelliscono la città. Il colle di cui parla è quello di san Michele in bosco che sovrasta

la città; le due torri sono invece la torre degli asinelli e della Garisenda. San Petronio è il

protettore di Bologna e la cima della sua chiesa svetta sugli altri edifici. Come il sole fa

rinascere per un attimo il ricordo del passato illuminando gli antichi palazzi, così l’ispirazione

poetica classicistica anima fuggevolmente le poesie di Carducci in cui trama il desiderio, di

impossibile realizzazione, di “emulare”la bellezza dei classici. Tutto il componimento è basato

su una similitudine che si risolve nel suo verso finale; solo partendo da questo si arriva a

capire bene la poesia che sembra nascere da un vano desiderio di ritrovare la bellezza antica:

la ricerca, come lui stesso dice, è però vana e da qui lo struggimento interiore e malinconico

della parte finale. Il linguaggio è pieno di latinismi (surge, turrita, morituro o ancora all’uso di

tempio al posto di chiesa).

FANTASIA(da ODI BARBARE)

È una poesia del 1875 dedicata a Lidia, cioè Carolina Cristofori Piva. L’anima del poeta si

abbandona alle molli parole della donna che lo fanno sprofondare in un sogno del passato.

[spiegazione dei versi] tu parli, e la mia anima cedendo morbida al dolce vento della tua voce

si abbandona sulle onde suadenti del tuo parlare e naviga verso terre straniere. Naviga l’anima

in un tepore di sole che tramonta risplendendo sugli azzurri deserti: tra cielo e mare volano

bianchi uccelli, sfilano verdi isole e i tempi alti sulle alture lampeggiano di candore marmoreo

nel roseo tramonto e i cipressi della riva frusciano e i folti mirti odorano vaga lontano l’odore

dei mirti sulle brezze salate, e si mescola al lento cantare dei marinai, mentre una nave

tranquillamente cala le vele rosse in vista del porto. Vedo fanciulle scendere dall’acropoli in una

lunga processione e hanno dei bei pepli candidi, hanno corone sul capo e in mano rami di

lauro, tendono le braccia e cantano. Piantata la lancia sulla spiaggia nativa un uomo

splendente nelle sue armi balza a terra; è forse Alceo ritornato dalle battaglie presso le

fanciulle di Lesbo?

[analisi del testo] aura è il vento delle parole, il loro trascorrere rapido e dolce, “lenta” nel suo

significato latino indica invece cedevole. Il candor pario è un marmo bianco dell’isola di Pario

molto usato nell’antichità per sculture e architetture. Quando dice candor pario è una

sineddoche perché si riferisce al marmo. I pepli sono vestiti femminili dell’antica Grecia fissati

sulle spalle con due fibule. Alceo è il poeta greco nato a Lesbo forse nel 1530 a.C. e fu

profondamente coinvolto nelle vicende politiche che agitavano la sua città; prima fu costretto

all’esilio e poi, richiamato in patria dove partecipò alla guerra contro gli ateniesi per il possesso

del promontorio di Segeo.

Il titolo stesso evoca una fantasia di evasione: il passato stavolta assume l’aspetto del mito

classico e dell’antica Grecia con i suoi valori di solarità, bellezza, virilità, forza e spirito

combattivo. La poesia è una reverie, cioè un sogno incantato che richiama il simbolismo di

Baudelaire; in quest’ultimo c’è però una sensibilità più moderna e morbosa e l’oggetto mitico in

Carducci non è rappresentato nell’isola dei tropici ma nella civilissima Grecia. Carducci inoltre

resta sempre lontano dal disgregamento dei sensi, tipico invece dei poeti simbolisti.

ALLA STAZIONE IN UNA MATTINA D’AUTUNNO (da ODI BARBARE)

Il componimento è stato scritto in parte nel 1875 dopo un incontro milanese con Lidia e il resto

l’anno dopo, nel ’76 rievocando però l’autunno del ’73 quando la donna partì dalla stazione di

Bologna. All’inizio parla della gioia dell’incontro d’amore, il resto è pervaso invece dalla

tristezza dell’addio e del clima autunnale. In una lettera a Lidia il poeta scrive che ripensa a

quella triste mattina d’ottobre quando la donna arrivata alla stazione salì in un’orribile carrozza

di seconda classe e il suo volto gli sorrise per l’ultima volta da quella piccola finestra quadrata

e il mostro (il treno) prima si mosse, ruggì e poi fuggì come una tigre.

[spiegazione dei versi] o quei lampioni come si inseguono monotoni là dietro gli alberi, tra i

rami gocciolanti di pioggia, gettando fiocamente la luce sul fango, sbadigliando (la luce è infatti

tenue come uno sbadiglio) dove e a che scopo corre questa gente che si affretta alle tetre

carrozze imbacuccata e silenziosa? a quali ignoti dolori o tormenti di speranza lontana? Anche

tu pensierosa, Lidia, dai il biglietto al secco taglio del controllore e dai al tempo incalzante gli

anni belli, gli istanti di gioia e i ricordi. Camminano lungo il treno nero e avanzano

incappucciati di nero i frenatori ( i vigili) come ombre: hanno una lanterna dalla luce scarsa e

mazze di ferro; ed i freddi freni saggiati mandano un lugubre lungo suono: in fondo all’anima

risponde un’eco di noia angosciosa che sembra uno spasimo. L’ultima chiamata risuona rapida

e sbatte grossa sui vetri la pioggia, ormai il mostro (treno) consapevole della sua anima

metallica, sbuffa, s’agita, ansima, accende i fanali (gli occhi, metafora) luminosi, emette nel

buio un fischio smisurato che sfida lo spazio, con l’orribile fila di vagoni sbattendo le ali. O

dolce viso roseo di pallore, o occhi rilucenti di pace, o candida pura fronte inclinata tra folti

riccioli con gesto delicato! La vita palpitava nella tiepida brezza, l’estate palpitava quando i tuoi

occhi mi sorrisero: e il primaverile sole di giugno si compiaceva di baciare luminoso la morbida

guancia tra i riflessi castani della chioma; i miei sogni più belli del sole circondavano la

delicata figura come un’aureola. Torno ora sotto la pioggia tra la nebbia e vorrei confondermi

con essa, barcollo come stordito e mi tocco nel timore che anch’io sia dunque un fantasma. O

quale caduta di foglie, gelida, ininterrotta, pesante, continua sull’anima! Io credo che è

soltanto novembre, che è eterno per tutto il mondo

[analisi del testo] i vigili hanno il compito di provare la resistenza dei freni battendoli con una

mazza di ferro. Il treno è più volte definito mostro perché gli porta via la donna amata. Dice

infatti più avanti “parte il crudele mostro, porta via l’amore mio”. Quando dice sbattendo l’ale,

richiama l’immagine mitologica del mostro alato che rapisce la donna amata. Il “giovine sole di

giugno” si riferisce ad un altro momento, un altro incontro con Lidia contrapposto alla tristezza

autunnale dell’addio. La caduta delle foglie della strofa successiva rinvia alla malinconia

dell’anima. Il teso si divide in tre parti; la prima descrive la partenza della donna alla stazione

in un giorno autunnale di pioggia; la seconda rievoca per contrasto una situazione del passato,

i giorni estivi lieti trascorsi con Lidia. La terza, che occupa le ultime tre strofe si riferisce al

poeta che dopo aver accompagnato la donna torna solo a casa e sospira, si abbandona alla

noia e allo squallore dell’esistenza. I temi centrali sono due: uno formato dal treno e dalla

stazione, simboli dello squallore presente e della modernità , in contrasto con la bellezza

classica e con l’amore che ormai appartengono al passato. Si notano in corrispondenza a questi

due stati d’animo, due differenti registri: uno crudo e realistico e uno classico e nobilmente

elevato; tuttavia dei termini aulici sono inseriti anche nella descrizione del treno, specie

quando ne definisce gli aspetti fisici (fanali, carri, vaporiera). Questa lirica sembra un tentativo

per Carducci di creare come un classicismo moderno, da qui la sperimentazione di questa

poesia. Il treno aveva ispirato a Carducci anche l’inno a Satana, dove era salutato come il

simbolo stesso del progresso; se però l’inno giovanile lo vedeva come un “bello e orribile

mostro”, qui è vista solo la parte negativa considerato in opposizione ai valori intimi e classici.

Viene meno anche l’entusiasmo combattivo di 12 anni prima con cui accettava la modernità.

NEVICATA(da ODI BARBARE)

È una poesia composta tra il gennaio e il marzo del 1881. nella città coperta di neve non si

sentono più i suoni ma prevale un’atmosfera di immobilità e di morte; uccelli che sbattono

contro i vetri rievocano amici morti che chiamano il poeta.

[spiegazione dei versi] la neve cade lenta per il cielo grigio: non si levano più gridi, suoni di

vita della città, non si sente più il grido dell’erbaiola o il rumore di cavallo in corsa, non la

canzone gioconda d’amore e di gioventù. Le ore risuonano lamentosamente fioche attraverso

l’aria della torre della piazza, come sospiri di un mondo fuori dal tempo. Uccelli vagabondi

battono ai vetri appannati: sono le anime degli amici che tornano (dall’oltretomba), guardano e

chiamano proprio me. Fra breve, o cari, fra breve- e tu calmati cuore indomabile- verrò giù

verso il silenzio, riposerò nell’oscurità.

[analisi del testo]. Le ore della seconda strofa è una metonimia che indica l’effetto per la

causa. La torre di piazza è la torre del palazzo comunale di Bologna che risiede in piazza san

Petronio. La poesia è divisa in due parti: all’inizio la descrizione di un paesaggio- stato

d’animo, nella seconda parte invece viene introdotto il motivo strettamente autobiografico. È

uno dei migliori esempi di poesia funebre in Carducci. Il tema della morte in questi mesi

acquista maggiore rilievo specie perché il poeta si avvicina alla vecchiaia. Il paesaggio ci

introduce subito quale sarà lo stato d’animo del poeta, col cielo cinereo, grigio. Anche il

rintocco delle ore sembra eco di un mondo sepolto e lontano; il passaggio da una situazione

autobiografica si nota con la messa in risalto del pronome “a me”.

PRESSO UNA CERTOSA (da RIME E RITMI)

È anche questa una poesia sulla morte, questa volta scritta nella vecchiaia, nel 1895 posta a

conclusione della sua ultima raccolta. Il tema funebre è già nel titolo visto che la certosa è il

cimitero di Bologna. Nella malinconia dell’autunno spunta un raggio di sole che per un attimo

rallegra il poeta come se assolvesse la funzione che ha per lui la poesia di Omero

[spiegazione dei versi] da quel verde, tristemente ostinato tra le foglie gialle e rosse

dell’acacia, si stacca una foglia senza vento: e sembra che un’anima trapassi con un lieve

tremito. Il sole irrompe improvviso sul mattino umido, solcando il cielo azzurrino tra le nubi

bianche: il bosco austero, presagendo l’inverno si rallegra. Che io possa godere del tuo canto,

o padre Omero, prima che mi avvolga l’ombra (della morte).

La poesia è divisa perfettamente a metà, le prime due strofe per l’atmosfera autunnale le

ultime due su di un momento di rasserenamento prodotto dall’irrompere del sole.

GIOVANNI PASCOLI

Pascoli e d’Annunzio sono i migliori rappresentanti italiani del decadentismo, e se Carducci è

più moderno, Pascoli ha invece una formazione classica e non ha quell’interesse per la poesia

europea contemporanea. La sua appartenenza al simbolismo decadente è più che altro istintiva

e non culturale; si nota anche una differenza nel modo di vivere e il rapporto con la società:

d’annunzio è una figura pubblica, che dà scandalo e vive per l’arte e per l’estetismo, Pascoli

invece si mantiene tra i confini del letterato tradizionale ma viene segnato dalla sua esperienza

autobiografica e dai tanti lutti familiari.

Nasce il 31 dicembre del 1855 a san Mauro di Romagna, è il quarto di dieci fratelli. Ha

un’infanzia agiata fino a che il 10 agosto del ’67 il padre Ruggiero viene ucciso con una fucilata

mentre ritorna a casa. Il delitto rimarrà impunito. Muoiono nel giro di qualche anno anche due

fratelli e la madre e Pascoli dovrà lasciare il collegio di Urbino per trasferirsi a Rimini con gli

altri fratelli. Grazie ad una borsa di studio, si iscrive all’università di Bologna ma a causa di una

dimostrazione giovanile contro il ministro della pubblica istruzione, perde la borsa di studio e

deve lasciare l’università. Si avvicina agli ambienti socialisti con l’amico Andrea Costa ma per

delle rivolte viene arrestato e solo dopo qualche mese potrà ritornare a studiare. Quando

muore anche il fratello maggiore,Giacomo, lui diventa il capofamiglia e cerca di ricostruire il

suo nido familiare: va ad abitare a Massa, in Toscana, con le due sorelle Ida e Mariù (Maria)

che egli richiama dal convento. È ossessionato dalle relazioni delle sorelle e molto geloso di

loro e considererà come un vero tradimento il matrimonio di Ida nel 1895 e lui andrà a vivere

con Maria a Castelvecchio in una splendida casa di campagna. Nel 1891 esce la prima edizione

di “Myricae” e vince il primo premio al concorso di poesia latina ad Amsterdam, che poi vincerà

altre 12 volte. Insegna in diversi .licei d’Italia e poi viene nominato professore di grammatica

latina e greca all’università di Bologna. Nel ’97 pubblica i poemetti e poi va ad insegnare a

Messina e a Pisa e intanto escono i “canti di Castelvecchio” e nel 1903 i “poemi conviviali”.

Pascoli accentua il suo interesse per la poesia storica e civile come dimostrano “odi e inni”, le

“canzoni di re Ezio” del 1908 che resteranno incomplete, i “poemi italici” del 1911 e i “poemi

del risorgimento” pubblicati però dopo la sua morte che avverrà il 6 aprile del 1912 a Bologna.

Collabora per importanti riviste e poco prima di morire pronuncia l’importante discorso per

sostenere l’impresa coloniale in Libia, “la grande proletaria si è mossa.” Pascoli viene

considerato importante per il passaggio da 800 a 900 segnato da continuità e rottura, in modo

equilibrato tanto da essere considerato contemporaneamente l’ultimo dei classici e il primo dei

moderni. Nelle sue opere, l’uso del linguaggio basso ha sempre qualcosa di raro e prezioso che

sfiora l’estetismo; questa ambiguità segnerà tutta la sua poetica e anche quella del fanciullino

perché da un lato dice che esso è presente in tutti gli uomini come figura umile, contrapposta

al superuomo dannunziano, dall’altro dice che solo il poeta ha il privilegio di farlo emergere e

quindi il fanciullino evoca superiorità ed elettività.

La poetica del fanciullino viene pubblicata per la prima volta nel 1897 sulla rivista “il

Marzocco”; è una prosa molto esplicita che spiega chiaramente la personale poetica di Pascoli.

Dice che il fanciullino è la parte infantile di ognuno di noi che tende ad essere soffocata dalla

ragione; egli è capace di vedere ciò che passa inosservato, i legami più segreti tra le cose,

rovesciando le proporzioni classiche, e ad esempio adatta il nome della cosa più grande alla più

piccola e viceversa, perché il fanciullo si deve sottrarre alla logica ordinaria con la sua attività

fantastica e simbolica. Solo attraverso la poesia, l’uomo riesce a dare voce al fanciullo che

porta dentro e secondo pascoli è il poeta stesso un fanciullino, non un poeta ideologo, ma

come un veggente e un sensitivo che viene a contatto col mistero profondo delle cose.il questo

modo viene ripresa la funzione del poeta in un momento in cui stava per essere spazzata

via.dalle nuove condizioni storiche. Gli atti del fanciullo sono semplici e umili, ha paura del buio

perché al buio vede invece alla luce sogna cose non vedute mai; parla alle bestie, agli alberi, ai

sassi e alle nuvole…piange e ride per noi senza motivo; ci sono infatti cose che sfuggono alla

nostra ragione. Egli è l’Adamo che mette nome a tutto ciò che vede per la prima volta, scopre i

legami più insensati tra le cose, tutto sembra nuovo ai suoi occhi. La parola “poetica” ha infatti

per Pascoli il significato di una invenzione assoluta. La sapienza del fanciullo è originaria, egli

conosce verità antiche, vecchie quanto l’uomo e non gli interessano quelle nuove portate dallo

sviluppo scientifico. Nelle sue parole c’è una verità segreta e nascosta agli altri uomini perché

la poesia pura ha valore sociale e morale. Il fanciullino non ragiona per esprimersi ma dice

semplicemente ciò che vede o sente. Come diceva Cebete, un discepolo di Socrate mentre

ascoltava il maestro parlare della morte, il fanciullo è il più persuaso a non temere la morte

rispetto all’uomo adulto. Se il fanciullo di cui parla Cebete ha però tanti timori, Pascoli gli affida

invece sentimenti come il dolore e la felicità. Il simbolismo di Pascoli vuole quindi rivelare una

verità segreta la cui chiave d’accesso appartiene solo al poeta; il senso del mistero si esprime

attraverso delle analogie simboliche, ma il simbolismo di Pascoli punta più sulla particolarità

delle cose che sulla loro corrispondenza. Vuole scavare quindi all’interno della realtà

fenomenica con l’uso delle onomatopee, dei termini tecnici e dei fonosimbolismi. La base

positivista della sua cultura lo spinge a valorizzare il mondo concreto delle cose; Pascoli infatti,

al contrario delle avanguardie del ‘900, non mette in dubbio l’utilità delle cose, né la funzione

sociale e morale della poesia e inibisce addirittura il desiderio di cambiamento attraverso un

leggero e soave freno. Proprio per questo la poetica pascoliana accoglie i semplici miti familiari

e domestici, come per dare una legittimazione a quei piccoli gruppi borghesi che saranno alla

base del suo successo.

“LA GRANDE PROLETARIA SI E’ MOSSA”:

è il discorso pronunciato a Barga il 26 novembre 1911 in onore dei morti e dei feriti in Libia

nella guerra coloniale contro i turchi in cui pascoli difende il mito della famiglia e del nido, gli

italiani e l’Italia, la nazione in cui non è necessaria la lotta di classe ma la cooperazione di tutti

gli strati sociali nella comune lotta contro gli stati più ricchi e potenti. Il vittimismo si rovescia

in titanismo: la nazione proletaria, più povera delle altre si sta mostrando al mondo nella

guerra contro la Turchia come una potenza militare che arriverà a conquistare il mondo; i

contadini, da tempo estranei alla storia d’Italia, ne diventano i protagonisti. Con “grande

proletaria” nel titolo, Pascoli intende proprio l’Italia, una grande nazione i cui lavoratori erano

troppi e dovevano lavorare per pochissimo o spostarsi molto lontano a fare lavori duri e molto

umili. Il mondo li usava come lavoratori a ore o a giornata (si vede come anche la sintassi sia

popolare), e anche se ne aveva bisogno, li pagava poco e li trattava male, con soprannomi

dispregiativi ad esempio in america latina. Venivano trattati come i neri in America, fino al

punto di essere linciati e nonostante questo erano costretti a lasciare la loro patria, la più

nobile, con i suoi grandi scrittori, scienziati e scopritori, mentre gli stranieri vedevano di questo

paese solo gli aspetti negativi come la mafia, o il fatto che gli italiani avessero perso nel 1896

la guerra contro la Libia guidata da Menelik. Nessuno vedeva le vittorie della guerra

d’indipendenza ottenute da Garibaldi e Vittorio Emanuele III a san Martino e Calatafimi. I

lavoratori erano poi costretti a tornare in Italia più poveri e tristi di quanto l’avessero lasciata.

Ora proprio questi proletari guardavano verso la Libia, un nuovo territorio, e finalmente non

saranno più lavoratori a giornata ma coltiveranno le loro terre, costruiranno case, porti e

terranno alto il tricolore. Se 50 anni fa l’Italia era un paese povero, senza scuole né industrie,

ora può dimostrare il suo valore con il suo esercito e non sarà considerata più solo come

“un’espressione geografica”: così infatti l’aveva definita il primo ministro austriaco Matternich,

secondo cui l’Italia non esisteva come nazione ma era solo un territorio geografico. Sanguineti

cerca di dare un’interpretazione abbastanza critica della poetica e dell’ideologia di Pascoli,

considerata espressione del nuovo gusto piccolo- borghese. Forse questo è un tentativo di

pascoli di imporre la propria egemonia di classe sulla psicologia proletaria della nazione e per

questo lo considerava come colui che ha introdotto il buon gusto nei loro piccoli

appartamentini, anche se forse non era questo l’intento di Pascoli. Viene visto inoltre come la

figura del paterno educatore che scende dalla cattedra per mettersi allo stesso livello del suo

educando. Giorgio Agamben valorizza la poetica di Pascoli e il fanciullino e quindi la modernità

della sua poesia: il fanciullino corrisponde alla situazione di chi parla senza conoscere la lingua

che usa, una lingua che nessuno usa più , quella dei morti. La poesia di Pascoli si rivela come

l’unico modo per esprimere l’esperienza della propria voce e della propria lingua.

MIRYCAE E “I CANTI DI CASTELVECCHIO”

La parte più viva e intensa della produzione pascoliana è formata dalle tre raccolte, Myricae, i

poemetti e i canti di Castelvecchio. pascoli lavora contemporaneamente a più generi di poesie,

creando quello che viene chiamato un “rapsodismo” pascoliano . in queste raccolte c’è però

un’unità di fondo che è la poetica del fanciullino, anche se i generi sono diversi: i poemetti

sono più narrativi, mentre più lirica e simbolica è la poesia di Myricae e dei canti di

Castelvecchio. La prima edizione di Myricae, pubblicata nel 1891, contiene 22 testi invece la 5°

edizione, quella complessiva, contiene più di 150 componimenti, scritti in quasi un trentennio

di produzione. I componimenti sono però privi di un centro; è come se impiegasse una tecnica

pittorica chiamata “puntinistica”: frammento e impressionismo sono quindi molto intrecciati.

Viene meno l’organizzazione gerarchica dei particolari che era tipica della poesia classica

Le impressioni ricavate dal mondo assumono un significato simbolico e non danno mai un

quadro unitario. Anche il linguaggio è molto innovativo rispetto alla tradizione accogliendo

termini del mondo naturale, non con forma di realismo, ma usati come qualcosa di prezioso e

simbolico. Nella metrica c’è invece l’unione tra vecchio e nuovo, alternando la metrica

tradizionale ad accostamenti strani di rime e accenti. Nell’edizione definitiva di Myricae più dei

2/3 dei testi raccolti tra il 1877 e il 1900 furono scritti in soli 4 anni, dal 1890 al ’94, gli anni

decisivi della raccolta; la prima edizione esce a Livorno nel 1891 e contiene solo 22 dei 156

presenti nell’edizione definitiva, ma i testi cominciano ad aumentare di numero man mano che

vengono fatte nuove edizioni. La struttura è molto importante per l’autore e specie con

l’aumentare dei testi, viene organizzato in un vero e proprio libro con un criterio organico che

sembra rispondere più ad una logica semantica, cioè al significato dei contenuti, che non ad

una logica formale. L’unica cosa rispettata con rigore è il genere dei componimenti, in ogni

sezione ci sono componimenti uguali, esempio 9 canzoni, 10 sonetti sia nella seconda che nella

terza parte. Ogni sezione è distinta da un titolo: ricordi, pensieri, ricordi del poeta, le pene del

poeta( quasi in opposizione alla sezione precedente) dolcezze e subito dopo tristezze. Ogni

sezione ha anche un testo isolato che non ha niente a che vedere con il tema della sezione; a

questi testi si aggiunge un componimento introduttivo “il giorno dei morti” dove già all’inizio è

evidente il contrasto tra la crudeltà degli uomini e la pace rassicurante della natura; il tema

della morte è la grande protagonista e Pascoli immagina che tutti i morti della sua famiglia

abbiano già ricomposto in cimitero l’unità familiare e per i superstiti non rimane altro che una

specie di senso di colpa e un bisogno di riconciliarsi con loro e invocarne protezione. Anche la

natura, che dovrebbe essere la controparte, è invasa da questo senso di morte e al poeta non

può fare a meno di scommettere sulla negatività della natura, rappresentata dalla notte. Ci

sono due alternative per affrontare questa angoscia di morte: o usare la poesia per legittimare

i propri morti e riunirli ai loro cari, oppure seguire il loro stesso destino, quello di morire. La

prima strada è quella della fiducia, tentata con forza, la seconda è invece quella che trascina il

poeta che invano cerca di resistere. Tutto il libro resta sospeso in questa ambivalenza e non c’è

una vera conclusione col trionfo di un aspetto o di un altro. Solo nella terza edizione Pascoli

scrisse la prefazione che dà la ragione della dedica al padre, del quale è rievocata l’uccisione e

apre il tema mortuario di tutto il libro; la presenza ossessiva della tomba contrasta con la

bellezza della natura. A questo taglio dolente si affianca l’antileopardismo ideologico perché

Pascoli esalta la natura quale madre dolcissima. Forse agli altri uomini potrà non interessare il

suo dolore, ma lui intende spiegare che con la morte del padre è andata distrutta tutta una

famiglia. La vita sarebbe bellissima se tante volte gli uomini non la guastassero e anche nel

pianto non ci sarebbe tempesta ma rugiada di sereno. Invece, dice riprendendo il Vangelo di

Giovanni, che gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce e invece del proprio bene scelgono

il male degli altri; della loro cattiveria incolpano poi la natura che invece è bella.

I canti di Castelvecchio furono pubblicati a Bologna nel 1903; Castelvecchio è un paese di

Barga in provincia di Lucca dove Pascoli andò ad abitare con la sorella. C’è sicuramente una

continuità dei canti con Myricae anche se nei canti si nota una minore compattezza di

ispirazione e alcuni critici considerarono i canti come un “sottoprodotto di Myricae”. I temi

centrali dei canti sono due: quello naturalistico modellato sul trascorrere delle stagioni e quello

familiare incentrato sulla tragedia del padre, una perdita irreparabile segnata dalla cattiveria

umana. Il tema della morte si affaccia come minaccia continua per l’individuo, è come se il

morti mettessero in continuo pericolo la vita del soggetto. I canti sono più uniti rispetto a

Myricae e sembrano richiamare i canti di Leopardi, non solo nel titolo ma anche per il tema

della ricordanza e il rapporto uomo- natura. Nei canti, lo strumento con cui si cerca di

raggiungere il sublime è la lingua, con cui si ottiene il privilegio conoscitivo, lo stesso che viene

teorizzato nel fanciullino, cioè nominare le cose è come vederle per la prima volta.

I poemetti hanno solo tre edizioni di cui la terza del 1904 cambierà il titolo in “nuovi poemetti”.

Sono un tentativo di superare la frammentazione di Myricae con un più fitto tessuto ideologico

e una tendenza narrativa; i testi si fanno più lunghi, suddivisi in sezioni e con la presenza di un

maggior numero di persone umane nei dialoghi. Rappresenta la dignitosa sofferenza del popolo

e denuncia le ingiustizie sociali: all’aggressività della società di massa Pascoli contrappone la

bontà naturale e la poesia attraverso la vita umile e semplice del mondo contadino. La poesia è

il rifugio dei valori cancellati dalla civiltà industriale. Anche qui, come in Myricae il fascino

naturale sembra alludere un presagio di morte e di rovina; proprio per questi temi è la raccolta

che più si avvicina al decadentismo. Riprende la metrica della terzina dantesca che avrà tanta

fortuna nel ‘900. è il libro più sperimentale di Pascoli almeno sul piano linguistico con un largo

uso di termini dialettali e il ricorso a lingue particolari come l’italiano americanizzato che

parlano gli emigranti negli stati uniti, dove “ticchetta” è il ticket, il biglietto; “bisini” è il

business, gli affari e ancora “scrima” è l’ice cream, il gelato. Tutti questi termini si trovano nel

poemetto di 450 versi, Italy dedicato agli emigranti italiani che ritornano da Cincinnati,

nell’Ohio, in visita nel loro paese per poi ritornare nel nord america il poemetto è diviso in due

parti: la prima è formata da 9 capitoli di 25 versi ciascuno, la seconda da 19 capitoli di dieci

versi.

I POEMI CONVIVIALI

Sia i poemi conviviali che la poesia latina corrispondono alla concezione di pascoli della poesia

come lingua morta. La poesia, sottratta alla storia, si misura con i grandi temi eterni della vita

e della morte cin codici e lingue lontane come il latino. I poemi conviviali vengono pubblicati

nel 1904 e il loro titolo deriva dalla rivista “il convito” di De Bosis, a cui pascoli collabora in

quegli anni. Il motto all’inizio di quest’opera è uguale a quello che si trova in Myricae e preso

da Virgilio: “non omnes arbusta iuvant umilesque Myricae” cioè non a tutti piacciono le piante

basse e le umili tamerici. Vuole quindi innalzare il tono rispetto alle opere precedenti e lo fa

anche con l’uso del verso alessandrino, cioè un linguaggio classico che riprende termini tecnici

ed eruditi per creare atmosfere misteriose e malinconiche. Nei 17 poemetti prevale l’uso

dell’endecasillabo sciolto anche se non mancano riferimenti classici e terzine per rafforzare la

musicalità avvolgente. Invece la poesia latina viene raccolta in “Carmina”, un modo autentico e

personale di esprimersi e non solo un modo di adattare alla modernità una lingua morta. Viene

però risaltato il carattere artificiale della scrittura poetica. Dopo la morte di Carducci, pascoli

decide di pubblicare “odi e inni” per porsi come continuatore di Carducci nella sua funzione di

poeta vate della nuova Italia. Negli ultimi anni prevale una poesia più impegnata; la figura del

poeta vate è una conseguenza della poetica del fanciullino. Ancora una volta ritorna la

continuità e la rottura col passato perché mentre scrive le innovative Myricae, lavora anche ai

più tradizionali odi e inni. Dopo quest’opera si dedica anche alla stesura delle canzoni di re

Ezio, dedicate a un affresco del medioevo e un anno prima di morire pubblica anche i poemi

italici per celebrare figure di grandi italiani. La prosa di Carducci era virile e asciutta, quella di

d’Annunzio troppo aggressiva; quella di Pascoli ha invece un intento comunicativo più bonario

anche se la chiusura e il soggettivismo sono gli stessi di quelli di d’Annunzio come si vede

anche nel suo ricco epistolario. Se d’Annunzio sceglie però la tecnica dell’arroganza, Pascoli

preferisce quella del vittimismo, con suppliche e rivendicazioni in nome di ingiustizie sociali

subite; non è un caso infatti che l’ultima sua opera in prosa sia infatti la grande proletaria si è

mossa. Alcuni passi sono meno coinvolgenti per lui e forse per questo gli aveva dedicato meno

entusiasmo; i migliori risultano invece gli scritti dedicati alla definizione della sua poetica.

Pascoli si dimostra anche un buon critico quando la visione del mondo degli altri non coincide

con la sua; di Leopardi critica ad esempio l’imprecisione stagionale nel parlare di fiori dicendo

che le rose e le viole non crescono nello stesso periodo. Molto discussa nel 900 è stata la

collocazione storica di Pascoli all’interno del suo periodo storico.Alcuni lo considerano un autore

pienamente integrato nel 900 altri invece inserito nelle tendenze tardo-romantiche di fine 800.

Binni e Pier Paolo Pasolini dicono che proprio da Pascoli inizia la poesia novecentesca. Al

contrario Contini dice che dalla rottura con la poetica pascoliana nascono le più originali

esperienze politiche del 900. Questa stessa tesi e’ stata poi ripresa da Sanguineti. Entrambi le

posizioni hanno aspetti di verità e nessuna può essere totalmente negata.E’ vero che Pascoli

risulta l’iniziatore della poesia del 900 ma e’ anche vero che con la sua idea ancora troppo alta

della poesia risulta un modello al quale contrapporsi. Di Pascoli e’ da considerare anche il fatto

che egli abbia mediato con il Simbolismo, e influenza tanti scrittori a lui successivi.In un saggio

del 1955 su una rivista bolognese”officina” Pasolini propone una rivalorizzazione della poesia

pascoliana e della sua influenza su molti scrittori del 900 come Saba, Montale, Ungaretti,

Covoni ecc….Sono infatti tante le tendenze poetiche presenti in Pascoli, come quella di

valorizzare la poeticità dei vocaboli e delle loro associazioni in se stesse a prescindere dal loro

contesto espressivo.

Anche il vocabolario della metafisica regionale e’ stato elaborato da Pascoli ed usato da

Montale. Anceschi sottolinea invece la differenza di Pascoli con i poeti del 900 inserendolo in

una categoria detta di “fine secolo”.Si trovano certo alcuni punti in comune ma i limiti sono

tanti:Anche se Pascoli prepara al 900, non si può dire che sia un poeta del 900.

Quello che si chiama 900 inizierebbe invece dopo il 1905 e quindi sia Pascoli che D’Annunzio

sono dei poeti di fine secolo.La sua poetica acquista infatti il suo senso pieno solo in rapporto

al positivismo. Ai poeti del ‘900 pascoli giovò in due modi: da un lato mettendo in crisi la lingua

aulica delle lezioni carducciane, dall’altro usando nuovi modi per mutare il senso delle cose.

Sanguineti spiega il successo di Pascoli dal fatto che egli abbia rimosso i due temi fino ad ora

più trattati, il denaro e il sesso; ma le critiche alle sue opere non iniziarono nel ‘900, già i suoi

contemporanei avevano una ricezione problematica delle sue opere fino al punto di rompere

l’amicizia con lui come avviene nel caso di Pirandello, che Pascoli chiama in modo offensivo

“Pimpirendello”; un’altra critica stroncante arrivò da Benedetto Croce nel 1907, secondo lui la

parte più autentica della poesia pascoliana è quella idillica e ingenua. Tra le posizioni più

favorevoli nei confronti di Pascoli, spiccano quelle di Emilio Cecchi, Giuseppe Borghesi, Arturo

Onori e uno scritto di Renato Serra del 1909 che vede Pascoli come un antiletterato che cerca

un rapporto rinnovato con le cose; tra gli anni ’20 e ‘30 si parla invece dell’appartenenza di

Pascoli al simbolismo decadente e in questa strada importanti furono gli studi di Petrini e Binni.

Gianfranco Contino apprezza nella sua analisi su Pascoli, l’elemento pregrammaticale cioè il

fatto che egli non rispetti le regole convenzionali della lingua, mettendo da parte la sintassi

eccezionale e la metrica aperta. Dice che diverse poesie, come l’assiuolo e il gelsomino

notturno iniziano con domande, con risposte casuali o con la particella “e”, come se dovessero

collegarci a qualcosa che sta prima dell’espressione stessa. Pascoli si riferisce quindi a quei dati

dell’esperienza soggettiva che non sono né razionabili, né esprimibili in modo grammaticale; e

poi attraverso dei sostantivi spiega la qualità fondamentale delle cose.

La divisione molto importante di Pascoli tra tradizione e sperimentalismo è evidente

soprattutto in Myricae, in cui vuole dare un’idea di poesia come attività privilegiata di

conoscenza con la sua funzione sociale. La sperimentazione è data invece da un nuovo

rapporto tra metrica e stile, con un lessico inedito e simbolista. Pascoli aderisce con realismo

alla concretezza dei dati naturali quasi come se fosse una necessità espressiva per il poeta; il

suo vocabolario, riferito in generale alla natura, non ha eguali nella letteratura italiana e

questa ricerca di varietà si configura con l’uso di onomatopee e fonosimbolismi. L’onomatopea

è la coniazione di voci in base alla suggestione sonora collegabile al significato (es. cigolare-

bisbigliare) fino a ridurle ad una pura suggestione fonica (tic tac- din don); il fonosimbolismo

invece consiste nella valorizzazione dell’aspetto fonico della parola, ad esempio l’uso frequente

del suono TR per richiamare l’inizio e il rumore del treno: c’è come una necessità di valorizzare

il singolo particolare e metterlo in risalto. Questi singoli fenomeni sono espressi però da un

punto di vista estremamente soggettivo, infatti al centro dell’interesse di Pascoli non ci sta la

realtà ma il soggetto lirico; egli vuole registrare in modo particolare le impressioni del soggetto

davanti ai fenomeni. I particolari naturali non rimandano ad un concetto preciso ma ad un

mistero irrisolvibile che è all’interno delle cose: ad esempio nella poesia “il lampo” si richiama

per un attimo la visione della realtà che si mostra come è effettivamente, orrida e insensata; è

come se il poeta volesse mostrare ciò che il padre provò negli istanti prima di morire

attraverso un simbolismo che interrompe il rapporto tra le cose e il loro significato.

Secondo Giuseppe Nava, nelle poesie di Pascoli non c’è tutta la naturalezza di cui invece si

parla né l’immediatezza perché usa modelli che vanno dai classici alla tradizione italiana con

Dante e Leopardi; con la sua prodigiosa poetica assimilava tutto ciò che leggeva, non con

occhio critico ma in modo appassionato e lo riplasmava nelle sue opere senza accorgersene:

siamo quindi lontani dalle immaginazioni di un Pascoli impressionista e anche se più volte

Pascoli si dichiarò indipendente sia da d’Annunzio che da Carducci, molti termini anche

fonosimbolici sono simili e imitati. Per quando riguarda la metrica, usa forme tradizionali

cercando però di limarle fino a creare forme nuove e inedite; ritorna il novenario in modo

splendido dopo la critica dantesca e invece manca l’incontro tra endecasillabo e settenario, un

classico della tradizione. Anche in una metrica “popolare”, come può sembrare il novenario,

Pascoli riesce a creare una forte musicalità sfalsando il metro e la sintassi con il frequente uso

di enjambement, separando l’articolo dal sostantivo e ponendoli anche in due versi differenti.

Anche la fitta interpunzione crea una forte frantumazione ritmica; per quanto riguarda lo stile,

prevale soprattutto uno stile nominale con la paratassi, periodi brevi: il prevalere del nome sul

verbo implica la fiducia nel potere rivelatore della parola poetica. L’obiettivo di Pascoli non è

quindi la struttura del pensiero ma l’efficacia dell’accostamento linguistico. Gran parte della sua

ricerca si concentra sulla ricchezza lessicale che generalmente era poco frequente nella nostra

poesia; piante, animali, oggetti da lavoro, per la prima volta entrano a far parte dell’istruzione

letteraria. Pochi anni dopo si ispireranno alla sua minuziosa attenzione per le piccole cose i

crepuscolari, allargandosi al parlato e ai regionalismi. Molti letterati prendono posizione

rispetto a queste opere di Pascoli. Già d’Annunzio aveva individuato questa vena sperimentale

in lui e poi venne accolto positivamente anche da letterati prodigiosi come Ugo Ometti e

Benedetto Croce che nel 1907 diede un giudizio negativo sulla sua poesia, non poté fare a

meno di apprezzarne Myricae che considerò il momento più genuino della vena poetica di

Pascoli. Altri tra cui Borghese e Baldacci sottolineano invece la grandezza dei poemetti.

IL GELSOMINO NOTTURNO

Fu pubblicata nel luglio del 1901 in occasione delle nozze di Gabriele Briganti, un intimo amico

di Pascoli e poi raccolta tra i canti di Castelvecchio. Accanto alla descrizione dei piccoli eventi

naturali della notte, dall’inizio della sera fino alle prime luci dell’alba, Pascoli include un

particolare riferimento alla notturna vicenda d’amore tra i due giovani sposi dalla quale nascerà

un bambino che verrà chiamato Dante Gabriele Giovanni, i primi due nomi in onore del poeta

Rossetti, e il terzo in omaggio a Pascoli.

Questa poesia è uno dei più alti esempi di simbolismo, costruito sull’alternanza di detto e non

detto cioè sul continuo rimandarsi di vari elementi tra loro, con immagini del mondo notturno

naturale. Si accenna allo svolgimento di due vicende parallele, il ciclo erotico- sensuale della

fecondazione dei fiori e la storia intima tra i due giovani che si vede all’interno della casa. Per

quanto riguarda la metrica, troviamo 6 quartine di novenari a rima alternata.

[spiegazione dei versi] E si aprono i fiori notturni ( i gelsomini) nell’ora in cui penso ai miei cari

morti, il tramonto. Sono apparse le farfalle notturne tra i viburni,(piante dai grossi fiori bianchi

detti per questo palle di neve). Già da un bel po’ sono cessati(si tacquero) i gridi degli uccelli:

soltanto là in una casa si parla piano (bisbiglia) . (gli uccelli nei ) nidi dormono con il capo sotto

l’ala, come gli occhi sotto le palpebre. La sera con l’oscurità porta silenzio.. L’odore di fragole

rosse si diffonde(si esala) dai calici (dei fiori) aperti; una lampada è accesa nella sala (della

casa). Cresce l’erba sopra le tombe (fosse). Un’ape in ritardo sussurra, trovando già occupate

le celle( dell’alveare). La costellazione delle Pleiadi (la chioccetta) attraversa il cielo (l’aia

azzurra) con il suo scintillio di stelle. Durante la notte si diffonde l’odore dei fiori che passa col

vento. La lampada accesa passa su per la scala (della casa), brilla al primo piano e infine si è

spenta.

[analisi del testo] L’imminente scendere della notte non è direttamente descritto, ma è

suggerito attraverso due immagini, il gelsomino che si schiude e l’apparire delle farfalle

notturne. La congiunzione e con cui inizia il primo verso sembra dare improvvisamente voce ad

una meditazione già avviata dal poeta. L’unica casa il cui ancora sono svegli è quella di

Gabriele Briganti. NIDI e CASE sono due metonimie che sostituiscono il contenuto, gli uomini e

gli uccelli, con il contenente: questo procedimento sottolinea l’importanza che il luogo chiuso

assume nell’immaginario poetico paascoliano: sia la casa che il nido sono simbolicamente il

centro segreto degli affetti, il rifugio protettivo per eccellenza. di notte, quando tutto sembra

dormire, una vita minima ma feconda si svolge all’aperto, i gelsomini si aprono diffondendo

nell’aria un profumo che ricorda quello delle fragole mature e anche la casa con la sua luce

ancora accesa testimonia la continuazione della vita durante la notte, creando quindi una

corrispondenza tra fecondità naturale e fecondità domestica. La rappresentazione del mondo

notturno è di tipo analogico; i sensi si sovrappongono con le sinestesie. L’ape che arriva in

ritardo all’alveare e resta fuori dopo che tutte le altre sono entrate, sembra un riferimento

autobiografico all’esclusione del poeta, dall’aspetto più vivo e sensuale dell’esistenza. La

chioccetta è il nome contadino con cui vengono chiamate le pleiadi, un gruppo particolare di

stelle nella costellazione del toro. Le stelle pigolano per sinestesia come i pulcini impliciti nella

metafora. La luce accesa che collega i due piani della casa, porta alla camera da letto dove i

due giovani sposi si congiungeranno. I puntini di reticenza indicano l’intimità del rapporto

sessuale dei due giovani.

IL VISCHIO

È un poemetto scritto nel 1896 che compare già nella prima edizione dei poemetti. Con tono

colloquiale si rivolge alla sorella Maria e le narra l’alternanza di sereno e ritorno di inverno

nell’avanzare della primavera con il fiorire degli alberi e la caduta dei petali a terra. La perdita

della bellezza dei fiori è risarcita dal sentimento della vita. C’è però un albero, un pero, che fa

eccezione e diviene immagine di doppiezza e di morte; in lui infatti si è sviluppata la pianta

parassitaria del vischio che a poco a poco ne ha succhiato la linfa e la vitalità. Si alternano

quindi in modo naturale la vita e la distruzione e prende corpo l’allegoria della doppiezza

perché il poeta si paragona all’albero

[spiegazione dei versi] dunque non ti ricordi più o sorella quelle mattine meravigliose? Ai nostri

occhi apparvero nuvole meravigliose rosee di peschi (cioè peschi fioriti che sembravano nuvole

rosa), nuvole bianche di susini: c’era un’aria in cui pendevano fiocchi (i fiori bianchi e rosa),

meli, peri rigogliosi, albicocchi sottili. Cosi ci apparve quell’orto nell’offuscamento (tra veli, è

una metafora) delle nostre lacrime e per giorni conservò riflessa su di sé un’alba improvvisa

del cielo ( i colori del cielo sembravano riprodotti da quelli dei fiori). Quella, tu lo sai, era la

speranza e la promessa (del raccolto) ma l’ape, uscita dal suo alveare alimentava (pasceva)

già l’illusione da cui ella trae il miele (la dolcezza ) della sua vita, come faccio io. Ci furono una

nuvola, una pioggia… a poco a poco poi tornò l’inverno e noi, chiusi in casa per lunghi giorni

ascoltammo il fuoco che crepitava (brontolare). Gli alberi dai fiori bianchi e rossi scomparvero

(sparvero) immersi nella nebbia fitta (infusi dentro il nebbione) e nel cielo grigio si sentiva un

suono come un continuo sibilare di fusi (è la pioggia, una metafora) e piovve, piovve. Poi il

sole, sorto da dove mai?, brillò di nuovo al suono delle campane, tutto era verde e verde,

anche quell’orto. Dove erano i rami uguali a delle filigrane?(perché erano spogli). Tutti i petali

erano a terra. E all’aurora noi calpestammo gli inutili ricordi (le memorie vane, rappresentate

dai petali), ognuno ancora con la sua lacrima, goccia di rugiada notturna

ricordi? Io dissi. Oh, anima sorella, le piante ora vivono? E tu sai bene che per la vita si può

sacrificare qualcosa che è anche più bella della vita stessa, la sua leggera fioritura di petali

(fiorita d’ali, metafora), infatti perché gli alberi fruttificano è necessario che cadano i petali. La

pianta che vede sui propri rami i tanti frutti assetati ( i mille pomi sizienti, latinismo), mostra i

fiori che stanno in terra e che ha già consegnato alla morte (già diede all’oblio, alla

dimenticanza). Però non accadde lo stesso- mi interruppi- per questa pianta che non ha frutti

sui rami né fiori alla base. Questa stava senza timore, per l’inverno e senza gioia per l’estate,

cioè senza portare su di sé i segni dell’inverno e quelli della primavera, alla quale la tempesta

non avrebbe tolto nient’altro che le foglie nate proprio per cadere.

Oh, albero irriconoscibile (ignoto perché coperto dal vischio) -io dissi, non te lo ricordi?-, albero

che nel tuo fogliame mostri due tonalità di verde e un giallo tra loro discordanti; albero triste

che hai rami tra loro diversi e foglie diverse, alcune tondeggianti,( quelle dell’albero) e quelle

appuntite del vischio e non so che sinistri gomitoli e che intrichi di rami, albero malato (

infermo della tua salute), che non hai gemme fiorite, che non vedi petali caduti (ali, metafora),

albero morto che non ti preoccupi né del dolce soffio del vento che porta il polline ( la

primavera) né del vischio della tempesta che percuote duramente la vita ( l’inverno). Ah, in te

ci sono le radici del vischio!

Quale vento sfavorevole (d’odio) ti portò, quale forza indifferente o nemica ti inserì, o albero,

quel seme piccolo e tenero nella dura corteccia, scorza?tu non sapevi, o non credevi (che quel

piccolo seme potesse produrre tanto male), ma esso lo volle: ti attraversò (solcò) tutto con i

suoi rami verdi(vene, metafora) e si fece concime del tuo midollo! E tu iniziavi a deperire,

languire e non conoscevi più la bellezza e il bene e non sentivi più le gemme aprirsi (pulsare)

tra il lichene che ti copriva. E il vischio crebbe e vinse, e i tuoi colori, le tue bellezze, insieme al

succo dei tuoi frutti e al profumo dei tuoi fiori, adesso non sono che una perla bianca di muco.

In te albero ci sono due anime (la sua e quella del vischio) e senti ancora la loro lotta quando

talvolta ti fissi nel mormorare senza scopo dei venti? Quell’anima (la propria) che aveva

lacrime e sorrisi, che ti sorrideva con i boccioli simili a labbra e che piangeva per te dai

ramoscelli tagliati, e che fremeva d’amore al volo delle api ricoperte di peluria (villose), ormai

ignora sé stessa, è morta. Tu vivi dell’altra anima, quella del vischio e ti allontani da te,

fuggendo senza muoverti (fuggendo immobilmente: ossimoro); era l’ombra estranea che

ormai è più forte di te. Qualunque cosa tu facesti fiorire un tempo, sei tu che ora produci il

succo vischioso che uccide (di morte)

[ analisi del testo] la similitudine del poeta con l’ape che produce un miele destinato ad altri è

classica. A questo si aggiunge il tema dell’illusione; asse è l’unica dolcezza possibile, l’unica

cosa che consente di vivere. La ripetizione della parola PIOVVE, sottolinea la monotonia

autunnale. La metafora passa dal materiale all’immateriale: la scena diventa quindi un simbolo

esistenziale, la caduta delle illusioni e delle speranza. La riflessione sul succedersi delle stagioni

si conclude con la constatazione della loro vanità. I pero è diventata una pianta sterile, senza

foglie né fiori che va verso la morte; l’albero ha ora due colori, il verde delle sue foglie e il

giallo delle foglie del vischio, che però discordano tra loro. Dopo una lunga serie di anafore

Pascoli rivela che l’albero è infestato da un parassita, dal vischio, e in quanto morto, l’albero è

indifferente al mutare delle stagioni. Pascoli all’inizio si rivolge alla sorella per rievocare in lei il

ricordo condiviso nella loro infanzia, poi invece parla direttamente all’albero umanizzato.

Nell’ultima strofa, Pascoli usa il termine “glutine” per indicare vischioso, esso è un termine

scientifico che indica la materia collosa che si ricava dal vischio. È esplicitato il tema simbolico

della poesia, la compresenza di vita e morte all’interno dello stesso individuo.

DIGITALE PURPUREA

È una poesia pubblicata per la prima volta su “il marzocco” nel 1898 e poi nella seconda

edizione dei poemetti. Secondo la sorella Maria, il poema sarebbe stato ispirato da un suo

racconto al poeta relativo al suo soggiorno in convento; nel personaggio di Maria si riconosce

la figura della sorella del poeta ma di invenzione pascoliana sarebbe invece la figura di

Rachele. Le due amiche si rincontrano dopo tanto tempo e rievocano la comune giovinezza in

un convento: riaffiora un particolare importante per entrambe, un fiore della digitale purpurea,

dall’odore dolciastro e stregato che secondo ciò che avevano raccontato alle fanciulle, uccide

chi lo odora. La bionda e ardente Rachele confessa alla fine all’amica di averlo odorato una

volta confermandole la dolcezza e il pericolo di quell’esperienza. Il bivio esistenziale e morale

rappresentato dalle due donne, da un lato vede la fedeltà ai valori ricevuti, nella figura di

Maria, ma dall’altro il cedimento al fascino dell’ignoto e della trasgressione espresso in

Rachele.non ha importanza se quella di Rachele sia una vera esperienza d’amore o solo il gusto

di una trasgressione.

Il teso è diviso in tre parti di 25 endecasillabi ciascuno:

[spiegazione dei versi] Le due donne stanno sedute una guarda l’altra. La prima è esile,

bionda, semplice nei vestiti e negli sguardi, ma l’altra esile e bruna, l’altra… i due occhi

semplici e modesti (quelli della donna bionda) guardano gli altri due che scintillano, ardono. E

non ci sei mai tornata? Domanda Maria. No mai!- non le hai più viste? No, non più cara. Io

invece sì, ci sono tornata e le ho riviste. Le mie care suore vestite di bianco e lì ho rivissuto nel

ricordo i dolci anni vissuti che conosci. Ricordano l’azzurro del cielo nel monastero, il profumo

delle rose, senso di innocenza e mistero. Lontano da loro, nell’orto, la digitale purpurea esala il

suo profumo misterioso. Rachele dice che sentì quel fiore in una notte di vento che trasportava

l’odore dei fiori e un sogno l’aveva agitata; si avviò ma l’erba fitta le impediva di camminare.

Fu molta la dolcezza che provò. Maria inizialmente non capisce il significato del racconto,

quando l’amica cerca di esprimere le sue sensazioni ma poi anche lei prova un brivido di

piacere lungo la schiena.

[analisi del testo] gli enjambements sono molto frequenti in tutta la poesia che gioca sulla

vaghezza e servono a movimentare uno stile semplice e parlato. Le bionde sono popolarmente

considerate miti mentre alle brune si attribuisce più carattere e una maggiore sensualità.

Quando inizia il dialogo tra le due donne, Maria parla apertamente, invece Rachele sorride e

risponde appena, intenerita dal sentimentalismo dell’amica ma soprattutto perché nasconde

qualcosa. Le amiche ricordano l’infanzia fino a che l’argomento cade sul fiore di .. morte e

mentre Maria pronuncia la parola, Rachele fa finta di non ricordarlo. Il fiore produce come un

miele inebriante: viene spiegato il valore simbolico della digitale, il racconto è affidato a Maria

che non ne ha mai sperimentato il profumo anziché a Rachele. Il mese di maggio non è scelto

solo per la dolcezza primaverile e la fioritura dei campi ma anche perché si celebra il mese

della Madonna; si preannuncia l’inquietudine di Rachele che poi parla dei suoi pianti nel

convento nel ricordare e rimpiangere il mondo esterno. La distinzione tra la vita delle ragazze e

la digitale purpurea è evidente ma il loro pianto inquieto e senza ragioni crea un collegamento

come sotterraneo con la simbologia del fiore. La scena poi torna dal passato del ricordo al

presente e le due amiche si chiamano per nome congedandosi. Rachele piange perché sta per

rivelare il suo segreto a Maria ma non ha il coraggio di guardarla negli occhi: il clima

accentuato dalle ripetizioni diventa torbido, quasi ipnotico. Alcuni vedono in quest’opera una

sessualità repressa, quasi morbosa, accentuata da dati sensoriali misteriosi e ambigui. La vista

è il primo motivo di incontro e turbamento e il diverso modo di guardarsi tra loro distingue le

due amiche: una ha infatti gli occhi semplici e modesti, gli occhi dell’altra invece ardono. La

colpevolezza della vista è data dal limitarsi della confessione. Anche gli odori hanno una

funzione significativa che raddoppia le cose perdute e il profumo del fiore proibito arriva subito

all’anima : Rachele evoca quasi per volersi riportare nel cerchio sano della vita con l’odore

delle rose; anche col tatto le sensazioni sono importanti, specie quando le amiche cercano un

contatto tra loro che innesca la diversa rievocazione degli anni lontani.

ROMAGNA (da Myricae)

È uno dei testi più antichi del libro pubblicato su “cronaca bizantina” il primo dicembre 1882; è

dedicato a Saverio Ferrari, che mostra la dipendenza dal modello di poesia sia da lui che da

Carducci. Il tema è quello, tipicamente pascoliano, del rapporto con la propria terra: egli

esprime sia il sentimento turbato della tragedia familiare che la possibilità di un equilibrio e di

un’armonia naturale

[spiegazione dei versi] oh, Severino, nel mio cuore sorride sempre il ricordo di un villaggio di

una campagna, il paese, andando verso il quale, ci è vicina la vista azzurra di san Marino. Mi

torna in mente il ricordo del mio paese sul quale regnarono i Guidi e i Malatesta, signori della

Romagna(ricordati anche da Dante), e che dominò anche il passator cortese, re delle strade e

delle foreste (un famoso bandito ottocentesco che deve il suo nome al fatto che il padre fosse

un traghettatore, passatore e talvolta si mostrava gentile con i passanti, da qui l’aggettivo

cortese). Oh, se io fossi con te, potremmo perderci tra i boschi, tra gli olmi che offrono il nodo

alle ghiandaie, mentre il contadino prende la scodella per mangiare. Le campane si susseguono

con i loro rintocchi squillanti, invitano alla quiete, all’ombra alla tavola santa (perché rende

visibili i valori sacrali della famiglia). Un tempo in quelle ore caldissime, bruciate dal sole, mi

accoglieva sotto il suo ombrello di pizzi, e una mimosa che nei giorni d’estate fioriva in casa

mia con le sue infiorescenze di color rosa (la metafora dell’ombrello di trine allude all’intrico

delle foglie della mimosa). E sul muro sgretolato, un folto roseto si intrecciava a un gelsomino

e dall’alto osserva un pioppo che in certi giorni è rumoroso per lo stormire dei rami, come un

bambino che fa i capricci. È il suo nido (tema ricorrente nella poesia di Pascoli), dove

galoppava con Guidolin Selvaggio e Astolfo (avventurosi paladini dei poemi cavallereschi,

specie dell’Orlando furioso di Ariosto) e vedevo davanti a me come se fosse presente

l’imperatore Napoleone nel suo isolamento (eremitaggio, perché avviene a sant’Elena nella villa

detta appunto l’Hermitage). E mentre leggero mi mettevo in viaggio con l’ippogrifo, l’alone

favoloso della luna, o nella mia stanza silenziosa risuonava la voce di Napoleone che dettava.

Sentivo il verso dei grilli che trema sempre nel fieno appena falciato. E quei poemi che

meditavo di comporre erano lunghi e interminabili e meravigliosi nel mio sogno. Ma quel nido

(san Mauro), come rondini attardate in un giorno nero, tempestoso, ce ne andammo tutti,

tutti: quanto a me, la mia patri è ora dove riesco a guadagnarmi da vivere, gli altri stanno

poco lontani, al cimitero. Così, oh Romagna assolata, dolce terra, non tornerò più nella calura,

tra quei tuoi biancospini impolverati, senza trovare nei miei boschi i piccoli del cuculo pigro,

(perché non cova le proprie uova ma le depone nel nido di altri uccelli: è una metafora per

indicare quelli che hanno preso il posto dei Pascoli nella loro vecchia casa.

[analisi del testo] il villaggio di cui parla Pascoli nei primi versi è san Mauro di Romagna, dove

il poeta vive, che si trova a nord della repubblica di san Marino. Il gracidare delle rane,

espresso quasi a metà del componimento, diventa per analogia un canto poetico. Nelle

metafore di Pascoli, la sua famiglia è uno stormo di rondini, la casa un nido, e la disgrazia della

morte del padre “un giorno nero”. Le rondini sono dette tardive perché i Pascoli lasciarono San

Mauro a novembre, quando le vere rondini sono già migrate.

LAVANDARE

È un testo composto tra il 1892 e il 1894 che fa parte della sezione di Myricae intitolata

“l’ultima passeggiata”. Il poeta passeggia tra i campi in una giornata autunnale appena

offuscata da una nebbia leggera e sente arrivare dal canale un canto triste e lento con il quale

le lavandaie (LAVANDARE) accompagnano il loro lavoro. A prima vista la poesia potrebbe

sembrare un quadretto impressionistico e verista, ma in realtà dietro gli aspetti oggettivi della

vita contadina, emerge una connotazione soggettiva: il campo arato solo in parte da un senso

di incompletezza, come anche l’aratro che sembra dimenticato; questo sembra anticipare la

sensazione dell’abbandono espresso dal canto delle donne che lavano nel canale, nella gora. La

solitudine malinconica dell’autunno trova il suo corrispettivo simbolico nell’aratro lasciato in

mezzo alla campagna e al triste conto che si sente nell’aria. Questo testo è un esempio molto

chiaro dell’impressionismo pascoliano, le immagini sono presentate nella loro immediatezza

visiva,come rapide pennellate su tela. I vari elementi della descrizione non sono organizzati

secondo una prospettiva gerarchica; la prima terzina è dominata da un’idea visiva, il colore

diverso del campo, l’aratro abbandonato, la nebbia. Nella seconda prevale invece il dato

uditivo; le prime due scene sembrano limitarsi ad una rappresentazione oggettiva in cui le cose

si succedono in una mediazione apparente, invece nella quartina conclusiva, quella con il canto

delle lavandaie, Pascoli dà una rappresentazione simbolica della realtà precedentemente

rappresentata, gli oggetti sono filtrati dalla soggettività delle lavandaie, che poi non è altro che

quella del poeta, e diventano simboli della condizione umana: l’aratro abbandonato è infatti

simbolo del destino di solitudine degli uomini.

LA VIA FERRATA

È la sesta poesia di “ultima passeggiata” in Myricae: i tratti della campagna arcaica e senza

tempo si intrecciano alla tecnologia della civiltà moderna, ma la visione di entrambe le scene è

inserita nel modo tipico pascoliano di interrogare la natura.

[spiegazione dei versi] fra i terrapieni su cui pascolano tranquillamente le mucche procedono i

binari ferroviari che risplendono da lontano e nel cielo perlato i pali del telegrafo dritti, uguali,

con la loro trama (rete) di fili sospesi e si rimpiccioliscono nell’ordine della fuga prospettica.

Quale lamento di donna (femminile) cresce e scompare riecheggiando di gemiti e ululati? I fili

di metallo di tanto in tanto risuonano (squillano) al vento, come un’immensa arpa risonante

[analisi del testo] via ferrata e strada ferrata era un modo con cui nell’800 veniva chiamata la

ferrovia. Scrive poi la parola tranquillamente su due versi distinti creando una rima spezzata

che era tipica di Danta nel ‘300, nel 24° canto del paradiso che però aveva usato la parola

differentemente. La metafora del lamento delle donne che prima è più forte, poi via via si

dilegua è riferito al fischio del treno che si avvicina e poi si allontana. Gli oggetti artificiali

vengono inseriti nel paesaggio naturale quasi naturalizzandosi anch’essi. La scena presentata è

però sfuggevole, si dilegua lontano; il messaggio che vuole dare sembra essere quello del

dolore e del lamento e quello del canto dell’arpa in un equilibrio tra soggetto e oggetto, tra

uomo e paesaggio, civiltà e natura.

X AGOSTO

Anche questo testo fa parte di Myricae ma contenuto nella sezione “elegie”. Il 10 agosto 1867

Ruggero Pascoli viene ucciso da un ignoto mentre tornava a casa; nella mente del figlio resterà

sempre impressa la crudeltà ingiustificata di quell’episodio. A distanza di quasi 30 anni, il 10

agosto 1896, pubblica il testo che rievoca tutta la drammaticità di quell’evento. Pascoli collega

la morte del padre alla morte di una rondine(sempre per analogie simboliche) uccisa

ingiustamente mentre torna al nido dove l’aspettano i suoi piccoli. L’uomo e la rondine, al di là

delle loro esperienze personali, sono simbolo del dolore universale e della malvagità che regola

la vita sulla terra. La lontananza dal cielo esprime infatti la lontananza dal bene. Pascoli si

rivolge a san Lorenzo, o per una invocazione al santo, o perché il 10 agosto è il giorno di san

Lorenzo. Le 4 strofe centrali del testo sono costruite a due a due su un parallelismo, due

sull’uccisione della rondine, le altre due sull’uccisione del padre; descrivono con drammaticità il

delitto di due innocenti mentre ritornano a casa dai loro cari. L’ultima strofa sembra invece una

protesta per l’indifferenza del cielo dinanzi a tanta crudeltà. L’analogia tra mondo umano e

mondo animale è sottolineata anche dallo scambio metaforico tra nido e tetto; l’identità

dell’uccisore del padre non è mai stata rivelata: in questo modo la morte non è solo la morte di

un singolo, ma simbolo generale della sofferenza umana; fa delle allusioni esplicite al modello

di Cristo, solo che la passione non comporta in questo caso nessuna redenzione e nessun

avvicinamento tra cielo e terra.

L’ASSIUOLO

È compresa nella quarta edizione di Myricae, nella sezione “in campagna” e rappresenta

un’unione importante tra simbolismo ed impressionismo, definita da Mengaldo “un capolavoro

di impressionismo simbolico”. Una notte lunare e il canto del cielo notturno, l’assisolo, un

piccolo uccello rapace simile al gufo, sono il mezzo per risalire al significato simbolico e

misterioso della vita. CHIU’ è l’onomatopea che imita il verso dell’assiolo e chiude tutte le

strofe acquistando però un significato sempre più preciso, e la scena pian paino diventa

interiorizzata. All’inizio della poesia compaiono le sensazioni tipiche suggerite da una notte

lunare, disposte in modo casuale senza una gerarchia interna. A poco a poco però il paesaggio

rivela il suo significato simbolico e il verso dell’assiolo, da semplice “voce dei campi”, diventa

prima un singulto e poi un pianto di morte. Anche il tintinnio delle cavallette sembra il bussare

del campanello alle porte della morte. Il significato della poesia si capisce solo facendo

attenzione al significato allusivo usato per le parole; i “sistri” ad esempio sono strumenti usati

dagli egiziani per venerare la dea Iside che prometteva la resurrezione dopo la morte.

I GATTICI

È una poesia che prima venne pubblicata sulla rivista fiorentina “vita nuova” e poi raccolta

nella seconda edizione di Myricae. Anche questa parla della morte, tema centrale della poesia

pascoliana: guardando il paesaggio autunnale, il poeta si ricorda della primavera e sente la

tristezza di andare invece verso l’inverno, la stagione dei crisantemi e dei morti. Le illusioni

giovanili sono passate, come le gemme primaverili sono diventate foglie ingiallite trasportate

dal vento. I gattici sono i pioppi che si trovano lungo la via del cimitero.

La poesia si apre con una nota positiva perché la E iniziale sembra soddisfare una speranza

attesa; successivamente invece viene messa in risalto la connotazione negativa e il presagio di

morte. Così il componimento si chiude con un tono desolato e privo di speranza che enfatizza

la condizione di decadenza e impotenza del poeta.

GABRIELE D’ANNUNZIO

È uno dei pochi scrittori del ‘900 italiano di fama europea, uno dei più noti esponenti del

decadentismo europeo con il suo estetismo che cerca corrispondenze tra l’uomo e la natura; è

uno di quegli scrittori che attraverso episodi scandalosi della sua vita personale sfrutto al

meglio le nuove idee di propaganda nella società di massa; rinnova l’idea della poesia come

privilegio e la sua arte è preziosa e raffinata. Il suo disprezzo contro la borghesia italiana lo

portò ad un alto desiderio di affermazione personale.

D’Annunzio nasce a Pescara il 12 marzo 1863 da Paolo Rapagnetta( il cognome d’Annunzio è

quello di un ricco zio). Studia prima a Prato, poi si trasferisce a Roma nel 1881 dove si iscrive

nella facoltà di lettere e collabora ad alcuni periodici come giornalista letterario e cronista

mondano. Grazie ai suoi amori e alla sua vita sempre pronta allo scandalo, diventa spesso

protagonista di pettegolezzi che non vengono mai scoraggiati dal poeta: prima con Teresa

Zucconi e poi fugge con la duchessa Maria di Gallese che d’Annunzio sposa nel 1883 e da cui

avrà tre figli. Nell’87 è già innamorato di Elvira Leoni, cantata come Barbara. L’esordio poetico

risale al 1879 con il suo primo libretto di versi, “primo vere”, che raccoglie 50 operette latine e

greche, ancora scarne che si rifanno al metro barbaro di Carducci. In questo periodo scrive

“canto novo”(82): una raccolta di poesie in cui si distacca da Carducci da cui eredita però un

vitalismo naturalistico, con sensualità,contatto dell’uomo con la natura, panismo (che viene da

Pan, il dio delle selve). Anche l’amore è vista come una forza animalesca e primitiva,con alcune

note di violenza sadica. Inizia anche un senso pagano delle cose e comincia a sviluppare temi

sociali come il vitalismo e la morte. Sempre nel 1882 scrive “terra vergine”, è una raccolta di

racconti, il corrispettivo in prosa di canto novo in cui parla di eros e violenza. Imitando Verga,

racconta le condizioni dei contadini abruzzesi; non si eclissa però dietro i suoi personaggi

perché troppo egocentrico e troviamo invece tante descrizioni e commenti. C’è anche una

visione idillica della natura, con espressioni dialettali e sensuali; più che analizzare la parte

psicologica, parla di goduria, erotismo. Poi scrive “intermezzo di rime”(84),in cui abbandona il

metro barbaro e non ci sono più sensazioni vitali e naturali ma già troviamo un senso di

decadenza che dimostra una crisi di ispirazione e forse di identità; è infatti una dichiarazione di

stanchezza sessuale e viene criticato molto per alcune poesie oscene ma la raccolta nel suo

insieme non ha niente di particolare. Ancora nel 1884 scrive delle novelle con il “libro delle

vergini” 4 racconti in cui si aggiunge rispetto a terra vergine un imitazione di Zola, della

Francia e l’elemento patologico con nevrosi ed ereditarietà. Sono dei racconti psicologico con

dei personaggi eccentrici. Nel 1886 ancora prosa con le 17 novelle di “san Pantaleone”. Per

quanto riguarda la poesia, aveva scritto “isaotta guttadauro”, un esperimento che segue gli

scrittori di ‘300 e ‘400 e soprattutto Poliziano. Questa poi viene rifatta in due libri

distinti,“l’isotteo e la chimera” (90): nella chimera scompone la realtà in tanti singoli oggetti

isolati; ci sono metri antichi e prevalenza di ballate. Nel 1892 escono “elegie romane”: tornano

di nuovo i metri barbari e si ispira a Goethe. Domina un’atmosfera languida e malinconica sul

tema di un amore al tramonto. Riflettono le esperienze con Barbara Leoni nonostante la sua

storia sia ormai finita. Nel 1893 escono “odi navali”, per celebrare l’ammiraglio saint bon

appena morto e attraverso di lui la potenza della marina italiana. D’Annunzio spinge al

colonialismo e al militarismo l’Italia con quest’opera civile e patriottica. Del 93 è anche il

poema paradisiaco,conclude il periodo romano; è ispirato al simbolismo di Verlaine e Mallarmé,

non attraverso una poesia d’elite ma con un sentimento evocativo della parola. È un’opera

divisa in tre parti che parla di giardini (paradiso in greco). Non c’è più quel sentimento

nostalgico che si trovava in elegie romane ma lui assume un atteggiamento di poeta vate con

ricordi dell’infanzia a volte con sentimenti ambigui. Le tre parti in cui si divide il poema sono:

HORTUS CONCLUSUS, che significa giardino chiuso, dedicato a Maria Gravina, la seconda è

HORTUS LARVARUM, giardini dei fantasmi, che rievoca l’amore per Barbara Leoni. L’ultima

parte è HORTULUM ANIMAE cioè piccolo giardino dell’amore che segna il recupero

dell’innocenza e dell’altruismo. Specie nella parte intitolata consolazione, canta gli affetti

familiari e la protagonista è la madre come anche nel prologo, assieme alla sorella Anna. Nella

fase conclusiva del periodo romano, D’Annunzio sembra abbandonare il classicismo erotico

ispirandosi invece a tematiche evangeliche di bontà, diffuse in quegli anni da Tolstoji; questa

fase coincide con un bisogno di cambiamento interiore e di sperimentazione artistica. Tornano

le tematiche dell’interiorità, dell’equilibrio, di armonia e pace, apre le sue parti intime al

simbolismo con un ritorno agli affetti familiari e domestici.

Alla vasta produzione dannunziana di versi ne corrisponde una non meno vasta in prosa,

l’esordio di d’Annunzio come prosatore avviene all’età di 19 anni con i nove bozzetti di terra

vergine: anche se il paesaggio naturale richiama l’ambientazione rusticana, siamo molto oltre il

verismo. L’Abruzzo è solo un paesaggio naturale, la natura non è analizzata in chiave

naturalistica ma secondo una prospettiva sessuale, come di primitiva verginità; mancano

anche impersonalità e analisi scientifica.. nel 1902 esce “novelle della Pescara”, non novelle

nuove, ma raccoglie quelle già scritte, in tutto sono 18, 15 prese da san Pantaleone, 2 dei

violenti e una di terra vergine.possiamo trovare echi di Zola, Flaubert; la sensualità si rivolge

verso l’orrido e i temi principali sono sesso, morte, passione e violenza.

Successivamente va a vivere a Napoli per due anni con Maria Gravina, una donna sposata e

riceve una denuncia dal marito di lei per adulterio. Nel ’94 ha un nuovo rapporto con l’attrice

Eleonora Duse, incontrata a inezia e con lei si trasferisce a Settignano, vicino Firenze in una

lussuosa villa, la Capponcina in cui vivrà fino al 1910, nonostante i tanti debiti finanziari. Nel

1890 esce il romanzo “il fuoco”,una delle sue più famose opere teatrali, “la figlia di Iorio”e i

romanzi “il piacere” (89) “Giovanni Episcopo”(91), “l’innocente” (92). Dal 1905 sostituisce la

Duse con Alessandra di Rudinì e anche con lei conduce una vita molto dispendiosa tra cani e

cavalli e intanto compone un'altra opera per il teatro, “la nave” nel 1907. per quanto riguarda

la politica, nel 1897 si era fatto eleggere deputato con la destra ma poi, senza alcuno scrupolo,

passò tra le fila della sinistra contro il governo reazionario di Pelloux. Nel 1910, a causa dei

debiti, va in Francia dove compone Merope, il 4° libro delle laudi e dove rimane in esilio

volontario fino al 1915 e lì continua le sue avventure erotiche e per una delle sue amanti

compone testi in francese per il teatro, uno dei quali verrà musicato da De Bussy. collabora

intanto con il corriere della sera e nel 1915, allo scoppio della guerra torna in Italia dove si

schiera a favore degli interventisti e perde l’occhio destro in un incidente aereo; questo periodo

di infermità lo porterà alla scrittura di “notturno” nel 1916. il suo spirito nazionalista viene

mortificato per la mancata annessione della città di Fiume all’Italia e la occupa di forza nel

1920 e lì istituisce un governo militare. Cacciato da Fiume, decide di vivere in disparte in una

villa sul lago di Garda detta “il Vittoriale degli italiani”, a Gardone Riviera, una specie di museo

per se stesso dove vivrà fino alla morte il 1° marzo 1938. Oltre che scrittore, d’Annunzio volle

essere anche ideologo e politico. La sua ideologia nazionalistica si esprime nell’adesione

all’aggressiva politica coloniale di Crispi in Etiopia, nell’interventismo durante lo scoppio della

prima guerra mondiale e poi nell’occupazione di Fiume. Appoggia poi il fascismo, anche se da

destra era passato a sinistra: insomma, la sua ideologia è quella di stare dalla parte di che

vince; la sua logica non corrisponde a dei criteri oggettivi ma al bisogno oggettivo di ricavare il

massimo utile dai meccanismi della società di massa. Più che di politica, con lui si parla di “pre-

politica” perché vuole ridurre l’io a puro istinto e si identifica con il superuomo di Nietsche, che

sta al di fuori dei conflitti storici e quindi al di là della storia; si vuole muovere all’interno della

sua società ma non per cambiare le cose, quanto per affermare se stesso. Se da un lato è

passivo verso i ceti dominanti, dall’altro prova disprezzo per le masse e avversione nei

confronti della democrazia. D’annunzio rifiuta di fare i conti con la degradazione sociale che ha

dovuto subire l’artista. L’arte è concepita da d’annunzio come bellezza sia nel senso classico

del termine che in quello decadente, cioè nella forma dell’estetismo; egli nega la degradazione

dell’arte, ponendola invece al di sopra di tutto. È proprio questo il principio dell’estetismo, il

privilegiare la bellezza a qualsiasi costo; vuole teorizzare il principio dell’arte per l’arte cioè

dell’arte fine a se stessa, che non deve rispondere a nessun’altra morale se non quella dei

propri canoni artistici. Gli esponenti principali di queste nuove teorie furono Wilde in

Inghilterra, Huysman in Francia e proprio d’Annunzio in Italia; egli infatti si offre con le sue

idee come mito di questa società di massa e contemporaneamente si pone come genio isolato

e superiore che disprezza aristocraticamente la massa. Queste contraddizioni possono essere

risolte in un solo modo, facendo coincidere l’arte e la vita, il privato e il pubblico, facendo della

propria vita e delle opere una continua esibizione pubblica. l’arte per l’arte implica quindi una

riduzione dell’io a pura esteriorità , una recita sociale, attraverso un’esaltazione poetica del

valore della parola: la scienza della parola è quella suprema, che conosce questa conosce tutto

e anche nel piacere afferma che “il verso è tutto”; in lui parola e verso, cioè linguaggio e forma

coincidono.. non ci devono essere mediazioni, ma usa invece l’analogia, cioè che usa cosa

rimanda ad un ‘altra fino a che una cosa diventa l’altra annullando ogni mediazione, ogni limite

e definizione. L’analogismo, la metafora, la similitudine sono dei modo quindi con i quali si

stabilisce un contatto tra uomo e natura, fino a che questi due termini vengono fusi. Natura e

arte sono un dio bifronte; sono queste le caratteristiche che mettono in contatto d’Annunzio e

il simbolismo europeo; con lui però l’arte non ha quel potere di unificare in modo universale il

significato delle cose particolari perché ogni cosa è per lui espressione dei sensi.

Ezio Raimondi sottolinea la capacità di d’Annunzio di mostrare la crisi del suo pubblico

potenziale dopo la nascita di un pubblico borghese moderno e delle difficoltà causate

dall’industria culturale. Dice lui stesso che “sotto il diluvio democratico odierno che sommerge

molte cose rare e belle, va scomparendo quell’antica classe nobiliare tipica di una tradizione di

alta cultura, di eleganza e d’arte.” In questa crisi di valori, solo alla musica è concesso di

esprimere i sogni che nascono dalla malinconia moderna. A d’Annunzio non sfugge quel

sentimento di rifiuto dei limiti della vita e dei valori borghesi che emerge negli animi delle

masse moderne e considera la letteratura di consumo come un prodotto di corruzione rispetto

all’arte illustre.

LE LAUDI DEL CIELO, DELLA TERRA, DEL MARE E DEGLI EROI

Compone i primi tre libri delle “laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi”(Maya, Elettra e

Alcyone), dopo un breve periodo di silenzio in cui si era dedicato solo alla composizione di

canto novo e intermezzo di rime. Queste si sarebbero dovute articolare in sette libri con i nomi

delle stelle più luminose della costellazione delle pleiadi, Maya, Elettra, Alcyone, Merope,

Asterope, Taipete e Celeno in un progetto che prevedeva oltre 5000 versi, ma le ultime due

non verranno mai neanche toccate e la quinta parte rimane incompiuta, ne viene realizzata

solo la parte dei “canti della guerra latina” nel ’33. il tema unificante del ciclo è quello del

viaggio che ha come centro la Grecia del mito, si ispira al viaggio dell’autore dell’Ellade e nei

“taccuini” segna sotto forma di appunti le tappe più importanti per la formazione poetica. Il

tema del viaggio può esprimere bene il suo bisogno di profondità temporale, l’esigenza di

novità e sperimentazione culturale ed esistenziale. Lo spazio in cui si svolge questo viaggio

sembra un labirinto che accoglie bene l’affermazione di una religione pagana. La struttura è

allegorica e chiama l’opera “laude” secondo un’ispirazione religiose tipica del medioevo.

Maia, anche se è il primo libro, fu composto nel 1903, dopo Elettra e Alcyone. È un poema di

8.400 versi divisi in 400 strofe da 21 versi ciascuna. Il sottotitolo è laus vitae cioè lode della

vita e concepita in modo eroico, simbolo del superuomo dotato di sensibilità e vitalità

eccezionali. Il poema si apre con la celebrazione mitica dell’eroe greco, corrispondente al

superuomo e con la resurrezione del dio pagano Pan. Nel corso del poema vengono descritti

tre viaggi: uno nell’antica Grecia, che d’Annunzio compì effettivamente nel 1895, uno nella

cappella Sistina di Michelangelo nella basilica di san Pietro a Roma e uno nel deserto, dove il

poeta da solo con gli elementi naturali ritrova se stesso. Nella conclusione si ha un saluto al

maestro che è Carducci, e un inno alla natura(preghiera alla madre immortale). Questo parlare

di luoghi naturali e di un mito classico non esclude la presenza di riferimenti alle società

moderne, nelle città terribili, dominate dalle folla.

Elettra fu pubblicata la prima volta in un unico libro con Alcyone, il terzo libro che era però

datato 1904. raccoglie 18 componimenti, uno dei quali è “la notte di Caprera”, diviso in 22

capitoli; un’altra sezione è dedicata invece alle “città del silenzio” e contiene 57 liriche. Nella

prima parte ci sono lunghi testi celebrativi dedicati soprattutto alle imprese dei mille e a figure

illustri di eroi, come Dante, Verdi, Hugo e anche un omaggio a Vittorio Emanuele III. “le città

del silenzio” ripercorre il passato delle città italiane celebrandone la gloria, alla fine del libro ci

sono due testi particolari:”canto di festa per calendimaggio” sul tema del lavoro delle masse,

ma il tema populistico non nasconde però le sue idee antidemocratiche e anti- operaie, “il

canto augurale per la nazione eletta” che parla di un nazionalismo bellicoso e aggressivo.

Alcyone è il terzo libro, considerato da molti il capolavoro di d’Annunzio; comprende 88

liriche scritte tra il 1899 e il 1903 e ordinate secondo un criterio logico. Se i primi due libri

erano sulla fase eroica e civile, questo vuole essere una “tregua”, ma non un distacco dal

superomismo; infatti l’atteggiamento dominante del superuomo passa dalla civiltà alla natura,

basandosi sul tema del panismo. Il libro è suddiviso in 5 sezioni, quasi a voler suggerire le

principali fasi di una stagione estiva, si va da giugno di Settignano, fino a settembre nelle

spiagge della Versilia e quindi all’inizio dell’autunno, dove l’io sparisce e si dissolve nella

natura. I dati oggettivi del paesaggio vengono trasformati in stati d’animo raggiungendo il

massimo del panismo. È un lavoro che occupa 4 anni anche se la maggior parte dei versi nasce

nell’estate del ’99 e in quella del 1902(in cui compone più di 3000 versi). Non è un caso che

concentri il lavoro nel periodo estivo visto che parla proprio di vicende accadute tra l’inizio e la

fine dell’estate. Nelle edizioni successive vengono fatti solo piccoli cambiamenti marginali e nel

titolo la i diventa y.

Quest’opera si può dividere in 5 sezioni per un totale di 88 testi, ogni sezione è anticipata da

un testo che ne annuncia e ne spiega gli argomenti e ognuna si rifà a particolari momenti

stagionali. Il libro si apre con un testo, “la tregua” che serve per collegare l’Alcyone ai due libri

precedenti: è una tregua dall’impegno eroico e civile che il superuomo aveva assunto nei due

libri; un altro testo introduttivo è “il fanciullo” che serve per spiegare la sua poetica. La prima

sezione è ambientata in paesaggi tra Fiesole e Firenze nel mese di giugno e i testi sono come

delle lodi ai vari luoghi o alle ore del giorno per celebrare l’estate in arrivo in modo simile alle

lodi delle creature di san Francesco. La seconda sezione è invece ambientata in Versilia, una

regione della Toscana settentrionale in piana estate: i 19 testi di questa sezione sono

ambientati tra l’uno e l’otto luglio in un rapporto panico con la natura dove il soggetto tende ad

identificarsi con essa. Nella terza sezione, anch’essa in piena estate, ritorna a dei riferimenti al

mito classico quale affermazione del potere panico del superuomo, e il poeta si identifica con la

deificazione di Glauco. La quarta sezione contiene 26 testi dedicati all’estate culminante, dalla

fine di agosto ai primi di settembre con i primi presagi autunnali. Viene anche ribadita la

superiorità artistica della poesia; la 5° sezione si apre con un prologo “ditirambo IV, dedicato

alla caduta di Icaro e poi “tristezza” che dà l’inizio ai 17 testi che seguono; è settembre. Già

dal primo testo si vede la fine dell’estate e il ripiegamento; il “commiato” chiude il libro

evocando per l’ultima volta i paesaggi della Versilia. Il ciclo contiene anche un saluto e una

dedica a Pascoli, come quella fatta a Carducci in Maya. È la prova più raffinata della poesia

dannunziana; i temi rappresentati sono pochi e ben ripetuti. I tratti specifici sono quelli delle

donne che identificano il mito e si sovrappongono ai modelli classici che le ispirano; le costanti

tematiche sono tre: lo scambio tra naturale e umano, visto nella eccezionalità del superuomo

rispetto agli altri uomini comuni e si identifica nella natura o a volte in piante o negli animali.

La seconda tematica è la riattualizzazione del mito; solo col mito si può recuperare infatti

questo contatto tra uomo e natura che si era perso. Il terzo è invece l’esaltazione della parola,

dell’arte e della figura del poeta; la poesia è infatti un privilegio, perché è l’unico modo per

accedere al panismo e tutta la fusione con la natura non è altro che un concetto estetico.

Merope è invece il 4° libro pubblicato nel 1912: presenta le “dieci canzoni delle gesta

d’oltremare” per celebrare l’impresa coloniale dell’Italia in Libia; il nazionalismo però passa in

secondo piano per dare spazio al sadismo e alle violenza della sopraffazione fino ad un tono

razzista, lo stesso che si trova anche nei canti della guerra latina, del ’33.

Solo un parziale progetto rimane del 5° libro, Asterope. Questi ultimi due libri dimostrano già

l’inaridirsi della vena poetica di d’Annunzio.

QUI GIACCIONO I MIEI CANI

È un risultato molto convincente scritto nell’ottobre del ’35, forse l’ultimo scritto da d’Annunzio

e pubblicato da Luciano Anceschi per la prima volta nel 1982. è un testo cupo, funereo che

voleva innalzare la figura del poeta dalla crisi di identità del nuovo secolo. Le immagini

descritte rappresentano il nulla come degradazione e putrefazione; è una specie di elogio

funebre sia per i cani morti che per il panismo simbolico che stava andando perdendosi.

Immagina che il gesto stupido ripetuto dai cani, di rosicchiare gli ossi, venga ripetuto come

un’ossessione eterna nella morte come per dimostrare questa sua idea della fine della vita,

dopo la quale non c’è niente (già le ossa infatti sono simbolo della morte di un corpo). Al gesto

dei cani corrisponde quello degli uomini che appena nati succhiano il dito nella culla; l’uomo è

come il cane, dopo la morte anche lui è in balia del nulla. Lo stesso accade per il panismo

perché se Pan è il tutto, e il tutto è la morte, allora pan è la morte, il nulla. Non vuole

respingere il panismo ma capovolgerlo; la condizione del poeta non è affatto privilegiata ma è

uguale a quella di qualsiasi altro uomo comune.

Lorenzini ci spiega che questo progetto delle laudi nasce dalla ricerca di nuove forme

espressive, dal mito della rinascita e dall’unione arte-vita. Scrive oltre 10.000 versi in 5 anni, e

non è un primato da poco, specie se consideriamo che d’Annunzio è riuscito a conciliare la

materia presente, moderna, con un passato angusto e misterioso attraverso il mito della

natura. Il suo annuncio è proprio “il gran Pan non è morto”, anzi la natura vivente è sottratta

al vittimismo tipico della visione cristiana e analizzato secondo una morale laica.

Solo dopo il 1910 lo scrittore userà di nuovo la prosa, dopo numerosi romanzi, ma non più

sottoforma di novelle ma in modo più lirico con il poema in prosa e “l’Elzeviro”. I testi che

pubblica nel corriere della sera sono raccolti in una unica opera, “le faville del maglio” cioè

quelle scintille provocate dal martello; agli stessi temi si ricollegano le prose della

contemplazione stesa nel 1912 come commemorazione di pascoli e dell’amico francese Henrì

Bremont; scrive poi “leda senza cigno”, un racconto uscito a puntate nel 1913 e poi raccolto in

un unico volume nel 1916. narra la storia di una donna sospesa fra tratti sublimi ed esperienze

degradanti. I risultati più convincenti verranno scritti però solo qualche anno dopo con il

“notturno” composto da migliaia di frammenti scritti su pezzi di carta, perché ormai cieco

poteva scrivere solo controllando con le dita i bordi di quelle striscioline ritagliate per lui dalla

figlia. L’ultima opera in prosa pubblicata dall’autore è “cento e 100 e 100 e 100 pagine del libro

segreto di Gabriele d’Annunzio tentato di morire” che risale al 1935, a metà tra una raccolta di

epiloghi e un diario. D’annunzio nell’ultimo periodo si avvicina alla scrittura tipica del

decadentismo europeo, forse dovuto alla crisi ideologica del superomismo. La novità principale,

più che nella mancanza del superuomo, sta nella nuova struttura, più aperta che dimostra la

crisi dell’artista all’interno della società borghese. Il prepotente individualismo con cui l’autore

ama presentarsi al pubblico, non è altro che un’arma di difesa della dimensione personale che

viene continuamente sommersa dalla realtà circostante.

IL PIACERE è il primo romanzo di d’annunzio con cui egli porta per la prima volta in Italia la

cultura decadente; fu composto nel 1888. protagonista assoluto del romanzo è Andrea Sperelli,

l’alter ego di d’annunzio ed eroe dell’estetismo; per Andrea infatti l’arte è un valore assoluto

che diventa addirittura uno stile di vita; anche d’Annunzio si propone uno stile di vita

inimitabile, fatta come un’opera d’arte e la stessa corruzione può essere di questo

innalzamento. Andrea, dei conti Fieschi d’Ugenta,, fa di Roma il teatro della sua affermazione,

ma non della Roma classica di Carducci, ma della Roma barocca dei papi; Andrea vive a trinità

dei monti e viene immerso nella vita mondana passando da un’avventura erotica all’altra.

Rompe la relazione con la donna che amava, Elena Muti perché lei fugge da Roma e due anni

dopo torna con un nuovo amante più ricco di lui. Andrea deluso cerca consolazione nella vita

frenetica e dissoluta; solo in una villa di campagna, presso la cugina, la marchesa d’Atleta

recupera la serenità interiore che però viene subito interrotta dall’arrivo di un’amica della

cugina, Maria Ferres, sensibile e spirituale, molto diversa dalla figura di Elena e quando

ritornano a Roma i due stabiliscono un nuovo rapporto d’amore. Andrea è però ancora molto

innamorato e geloso di Elena e dei suoi nuovi rapporti, fino a pronunciare il suo nome nel

sonno e Maria avendolo udito lo lascia.

Rispetto a ciò che vorrebbe il naturalismo, dà molto più spazio alla soggettività di Andrea

attraverso parti più lente e narrative; ad esempio la relazione con Elena è raccontata solo

quando Andrea rivede la donna dopo due anni di distacco: si mescolano quindi nel romanzo la

tradizione naturalistica del romanzo d’ambiente e quella decadente di una narrazione lirico-

simbolica ed evocativa. Anche lo stile è diverso da quello naturalista e lascia spazio ai punti di

vista dei personaggi e innalza anche particolari meno nobili perché d’Annunzio dice che solo la

bellezza può trovare spazio nel romanzo; anche lo stile rivela quindi i caratteri formali

dell’estetismo.

Quando d’Annunzio parla del protagonista, ne accentua subito le contraddizioni interiori della

sua personalità , minandone compattezza ed equilibrio: Andrea Sperelli, oltre che espressione

dell’estetismo, è anche simbolo dei suoi limiti. Uno dei critici del piacere fu Carlo

Michelstaedter, un giovane scrittore che si uccise subito dopo aver consegnato la tesi di laurea

in cui dimostrava che l’unica soluzione al troppo conformismo della società poteva essere un

gesto estremo. Nella sua critica, oltre all’ammirazione per quest’opera dannunziana e per le

sue capacità artistiche, si vede il disgusto per la debolezza morale e l’infamia sociale che si

vedono in fondo al romanzo. Egli definisce il piacere un libro eccezionale, eccentrico e

meraviglioso che mantiene desto il lettore in tutti i suoi sensi, perché è proprio ciò che

d’Annunzio voleva fare, suscitare nei lettori una sensibilità morbosa; il vero sentimento umano

è corrotto con questi miraggi erotici e le insane orge dei sensi. Andrea Sperelli è l’eroe, l’artista

della forma: ci pare che ogni cosa sia avvolta come una nebbia pesante che inebria tutti gli

spiriti, come l’oppio. Crede che d’Annunzio abbia messo molto di sé stesso nella figura di

Andrea, i cui pensieri, le parole e i gesti sono in perfetta armonia con il suo carattere egoista;

è questo che il romanzo proclama dal punto di vista morale e sociale: l’egoismo individuale che

esalta sopra ogni cosa la superiorità del sangue nobile sul plebeo.

IL TRIONFO DELLA MORTE È un altro romanzo importante di d’annunzio; anche stavolta il

protagonista è simile all’autore, come un altro alter ego di d’Annunzio e anche di Andrea

Sperelli. Il primo titolo del romanzo doveva essere “l’invincibile” e anche se lui già lavorava dal

1889 al romanzo, questo esce solo nel 1894 con il titolo attuale. Il romanzo è formato da 24

capitoli e diviso in 6 parti. Giorgio Aurispa, di origine abruzzese, è da due anni l’amante di

Ippolita Sanzio; il romanzo inizia con una passeggiata dei due sconvolta da un uomo che si

getta nel vuoto. I due, poi, sotto un albero leggono le tante lettere di gelosia scritte da Giorgio

a Ippolita; in seguito, durante un breve periodo di separazione, Giorgio ritorna in Abruzzo nel

suo paese, dove riprende i contatti con la famiglia, da un lato questa esperienza è molto

sentimentale, ma dall’altro è orrida per i tradimenti del padre e il suicidio di uno zio. Torna da

Ippolita, ma ormai l’idea della morte lo ossessiona, decide quindi di gettarsi da una scogliera

con lei stretta tra le braccia. Anche in questo romanzo, come si vede, non manca l’influenza

del naturalismo ma allo stesso tempo il protagonista ha i tratti estetici simili a quelli dell’eroe

del piacere e tipici del decadentismo; si avverte soprattutto l’influenza di Nietsche e della sua

filosofia del superuomo, “Ubermensch”: Nietsche spiega in “così parlò Zarathustra” questo

modello di umanità futura liberata dalle superstizioni e il singolo individuo si realizza

pienamente da solo, in contrasto rispetto al resto della società; in questo romanzo però il

superuomo fallisce ed è la morte a trionfare come si vede già dallo stesso titolo. Forse è

proprio questa tensione a rendere ancora più interessante il romanzo e i due successivi, “il

fuoco” e “le vergini delle rocce” saranno più scontati proprio per il trionfo del superuomo.

Tra gli altri romanzi vengono collocati quello di “Giovanni Episcopo”, uscito nel 1891 e

“l’innocente” dell’anno successivo. Il primo è più che altro una novella che parla, come nel

trionfo della morte, dell’inettitudine; il protagonista, Giovanni, è succube dell’amico Giulio

Wanzer, prepotente e violento. Giovanni, solo per consiglio dell’amico sposerà Ginevra

nonostante la sua pessima reputazione e il figlio avuto da lei, Ciro, diventa la sua unica

ossessione; egli è infatti disposto a subire i continui tradimenti della moglie anche con lo stesso

Wanzer e il duro lavoro, ma quando Wanzer picchia il figlio, Giovanni si ribella e lo pugnala a

morte.

“l’innocente” ha invece un protagonista ambiguo e contraddittorio, Tullio Hermil, un nobile

dalle grandi qualità intellettuali ostacolato però da una sensibilità accesa e sensuale. Il suo

rapporto con la moglie Giuliana, dopo aver avuto due figlie, non va più bene, e solo dopo

tempo i due si avvicineranno di nuovo, ma la moglie gli confessa di averlo tradito. Da questo

tradimento che Tullio riesce a sopportare, nascerà però un bambino di cui Tullio è molto

geloso; è proprio il bambino l’innocente a cui allude il titolo perché verrà lasciato morire di

freddo da Tullio, forse anche con la complicità della moglie. Il racconto in prima persona è

come un tentativo per espiare le proprie colpe.

LE VERGINI DELLE ROCCE Il romanzo viene pubblicato prima a puntate sul “convito”poi

unico nel 1895 e parla della ricerca da parte di un nobile abruzzese Claudio Cantelmo di una

donna in grado di dargli un figlio per riscattare la sua degradazione presente; egli è infatti

convinto di appartenere ad una specie superiore. Vuole riprendere le sue radici latine e

generare in sé il superuomo (ancora però si vedono in lui incertezza e ambiguità). Ancora si

parla di decadenza e morte e l’azione del riscatto sembra lontana; ma nonostante questo la

sua volontà è più forte e in grado di superare le inquietudini. La ricerca si svolge su tre

sorelle,Violante, Anatolia e Massimilia,figlie del principe Montaga le vergini delle rocce che si

rivelano però inaccessibili. Egli pensa di poter trarre vigore dalla villa in decadenza e invece ne

resta prigioniero: inizialmente sceglie l’interiorità di una delle tre, che però è troppo impegnata

con la famiglia; poi viene colpito dal dolore distruttivo di un’altra delle figlie che lentamente si

sta uccidendo con i profumi. È la massima espressione del superomismo dannunziano con

molto simbolismo. L’intellettuale non è dominato ma dominatore, l’eroe non è debole, ma

sicuro e forte; alcune parti sono oratorie, altre più simboliche in un clima mitico e quasi da

favola. Le vergini delle rocce doveva essere il primo romanzo del ciclo del giglio dove l’eroe

porta a compimento la missione: accade sempre però che i romanzi successivi non vengano

mai scritti, anch’essa espressione del puro decadentismo.

Non meno ambizioso è IL FUOCO pubblicato nel 1900 come esempio di arte totale sotto

l’influenza di Wagner, ed è proprio con il suo funerale che si conclude il romanzo. È un

romanzo sinfonico che cerca di unire la capacità evocativa del discorso e un senso compiuto

della sua storia; il fuoco dovrebbe essere proprio l’ardore nell’animo del superuomo. Ci sono

solo tanti dialoghi e alcuni saggi ma concretamente non succede nulla di particolare; è più che

altro una sperimentazione linguistica con un linguaggio retorico e altisonante. Il superuomo

urla o sussurra in base alle situazioni, ma non parla mai in modo normale, come accade per le

musiche di Wagner, alti e bassi continui. Trasforma anche il nazionalismo tedesco che Wagner

esprimeva nelle sue musiche in un nazionalismo latino e mediterraneo.Il protagonista è Stelio

Effrena, la migliore proiezione autobiografica dell’autore e l’incarnazione più organica del

superuomo; il suo nome, come quello della donna ha un significato simbolico e vuol dire idea

delle stelle più energia senza freni. Stelio non ha nulla delle insicurezze degli altri protagonisti

ma vive con una coscienza tranquilla per la sua superiorità indiscutibile; egli vuole costruire un

nuovo teatro con la fusione di musica, poesia, danza. Si circonda di bellezze e piaceri a

Venezia, città dominatrice e dionisiaca dove si svolge la sua relazione d’amore con l’attrice

Foscarina Perdita(tenebre e perdizione), dietro la quale si vede la relazione di d’Annunzio con

Eleonora Duse. La donna, allo sfiorire della sua bellezza, deve lasciarsi dominare dalla vitalità

del superuomo e non potendo più essere la sua ispiratrice, Foscarina decide di lasciare Stelio,

lasciando che l’amante prosegua da solo nella sua realizzazione personale…ma lui non riuscirà

a concludere niente lo stesso. Con questo romanzo doveva cominciare il ciclo del melograno

ma anche stavolta non andrà avanti.

L’ultimo romanzo dannunziano pubblicato nel 1910 è “forse che si, forse che no” dove il

protagonista è il giovane Paolo Tarsis nella sua passione per i motori e gli aeroplani; egli ha

una relazione con Isabella che allo stesso tempo è legata ad un amore incestuoso con il

fratello. Lei lo trascina nella sua pazzia e lo porta a fare una sfida vitale con il suo aeroplano, la

trasvolata dal continente alla Sardegna; egli riesce nella sua impresa eroica riacquistando la

sua forza e la sua sicurezza. L’interesse del romanzo sta nei nuovi temi della tecnologia, dei

motori, della velocità tipiche della civiltà moderna che già si stava diffondendo anche con il

nuovo movimento futurista.

Il teatro di d’Annunzio nasce dal bisogno di stabilire un rapporto diretto con il pubblico, ma

soprattutto da urgenti esigenze finanziarie; esso è anche uno sbocco adeguato al

superomismo. In coincidenza col suo impegno teatrale, d’Annunzio si prodigò alla costruzione

di un teatro ad Albano, consacrato alla rinascita della civiltà mediterranea e latina; l’attività

teatrale di d’Annunzio si estende dal 1897 al 1914 tranne per un dramma in francese antico

scritto nel 1936, molto malinconico e disincantato “le dit du sourd et du muet”, il detto del

sordomuto. Manca nel suo teatro la tensione tragica e il senso dell’azione scenica; lo

svolgimento dell’azione è spesso solo esteriore perché al centro dei suoi interessi ci sta sempre

la parola, la descrizione degli ambienti e dei caratteri rappresentati. È proprio per dare più

importanza alla parola che compone le sue opere teatrali in versi: le scene risultano però

appesantite a causa della ricerca di musicalità e raffinatezza. La sua prima opera teatrale è “la

città morta”, recitata per la prima volta a Parigi da Sara Bernhard e per questo si è pensato ad

un litigio con la Duse. Un ritorno alle origini non può che essere il ritorno al teatro greco, dove

il passato della Grecia classica si fonde col presente in un gruppo di archeologi in attività di

scavo. A Micene infatti, due coppie di archeologi stanno facendo degli scavi (Alessandro e

Anna, la moglie cieca, e i fratelli Leonardo e Biancamaria). Entrambi gli uomini sono innamorati

di Biancamaria e Anna, pur di fare felice il marito si mette da parte ma Leonardo, geloso

dell’amore corrisposto, uccide Biancamaria in una fontana. C’è nell’opera un contrasto evidente

tra la polvere, l’aridità e l’acqua; egli fa inoltre una minuziosa descrizione e la scena sembra

reale.

Scrive poi due opere più leggere, quasi copiate da Shakespeare, “sogno di un mattino di

primavera” e “sogno di un tramonto d’autunno”(di carattere storico, parla di una cortigiana

Pantera, che viene arsa viva) scritti tra il 97 e il 98 per la Duse; nelle opere successive si

inserisce invece il superomismo e scrive due drammi che però si rivelano degli insuccessi; “la

gioconda” è un’opera in cui recita di nuovo la Duse. Il motto è che sull’umile vince l’arte:

Silvia, la moglie dell’artista Lucio Settala, perde le mani per salvare dalla caduta la statua pur

sapendo che rappresentava la modella con cui il marito ha una relazione, Gioconda Danti.

L’arte è garantita! Anche quest’opera ha un significato simbolico e “la gloria” è un dramma

politico sul contrasto tra un vecchio dittatore, Cesare Bronte che sembra rappresentare la

figura di Crispi, e un giovane che mira al potere, Ruggero Fiamma. La moglie di Bronte uccide

il marito per poter stare con Ruggero perché lui vince politicamente. Vediamo come qui il

superomismo si staglia sullo sfondo pubblico dei movimenti di massa, come avviene anche in

“più che l’amore” del 1906. è invece un’opera ambientata nell’attualità in cui viene portata

avanti una nuova e strana tesi sulla legittimità dell’omicidio da parte del superuomo, Corrado

Brando, per realizzare i suoi progetti. La prima tragedia in versi risale invece al 1901,

“Francesca da Rimini” che si rifà al celebre episodio dantesco con un linguaggio arcaico che

esprime una violenta sessualità; lo stesso linguaggio si trova anche in altre due opere minori,

“la nave” (1907) e “Fedra” (1909) che si rifanno al mito classico.

La tragedia più apprezzata fu “la figlia di Iorio” dove ritorna al tema delle novelle giovanili, un

Abruzzo primitivo e favoloso. È scritta nel 1903, è considerato un autentico capolavoro, un

insieme tra storia e preistoria, fiaba e realtà; viene recitata da una nuova attrice, Irma

Gramatica. Mila di Codra è una meretrice che si rifugia a casa di Aligi per sfuggire a dei

contadini che vorrebbero approfittare di lei, ma lì si stanno celebrando proprio le nozze di Aligi

con Candia che vengono interrotte; Ornella, sorella di Aligi la aiuta e lui resta folgorato dalla

visione di un angelo. Dopo aver mandato i contadini con un segno di croce, Aligi, che ha

interpretato tutti gli avvenimenti come un segno del destino, decide di fuggire con Mila e i due

vanno a vivere in una grotta; niente passione e sesso ma solo un amore religioso, dolce e

puro. Ma il padre di Aligi lo trova e vuole riportarlo a casa, non prima di avre abusato di Mila.

Aligi riesce a liberarsi grazie ad Ornella e ad uccidere il padre; Aligi verrà accusato ma Mila fa

ricadere le colpe su sé stessa, dicendo di averlo stregato. Mila morirà per salvare Aligi e solo

Ornella saprà la verità. Lo stesso tema viene ripreso nella “fiaccola sotto il moggio” del 1905

che si ispira al mito del teatro classico. È ambientata nell’Abruzzo del primo ottocento in un

palazzo di nobili decaduti. Gigliola, il giorno dell’anniversario della morte della madre vuole

vendicarsi contro la donna che ha preso il suo posto in casa e decide di morire lentamente per

avere prima il tempo di uccidere la donna ma la trova già morta perché ci ha pensato il padre.

Non è niente di particolare, dà più importanza alla de4scrizione dei paesaggi che non del

dramma.Alcuni dei suoi drammi furono musicati da compositori famosi come Mascagni e

Debussy; con quest’ultimo fu realizzato anche “le martire de saint Sebastien” in ottonari

arcaizzanti.

D’Annunzio ha concepito tutta la sua vita come un’opera d’arte attraverso le figure di

personaggi protagonisti che si inseriscono nella nuova società dell’industria culturale; egli è

ostile contro la tradizionale cultura cattolica che propone i valori alto- borghese dello scrittore e

proprio contro questa mostra delle opere scandalistiche che subito vengono attaccate da

un’inibizione secolare. Il suo piacere e la sua arte erano assolutamente interdetti sull’altare

della morale tradizionalista. Egli costituisce però un importante punto di riferimento polemico

per i nuovi giovani che si affacciano alla letteratura sotto l’influenza del crepuscolarismo e delle

altre avanguardie di Gozzano, Saba e Corazzini.

Ma la stroncatura più forte verrà da Gian Pietro Lucini che denuncerà le sue opere come

un’arte ridotta a intrattenimento per le masse piccolo- borghesi. Nonostante queste critiche,

d’Annunzio ha avuto una profonda influenza in tutto il ‘900 per la sua sperimentazione; ad

esempio, se Ungaretti e gli altri ermetici non vorranno una poesia così eloquente, prenderanno

proprio da lui l’amore per l’arte, la bellezza. Mengaldo poi spiega quali aspetti della poesia di

Pascoli e d’Annunzio influenzeranno gli scrittori che a loro seguiranno, soprattutto sul

linguaggio lirico del ‘900 che si adatta bene a tutta la situazione europea di decadenza specie

nei primi anni del secolo; sono infatti tante le cose in comune del linguaggio di Pascoli e quello

di d’Annunzio: si può parlare di una Koiné pascoliana- dannunziana, una specie di dialetto

condiviso, una lingua comune. Inoltre a d’Annunzio appartiene il primo esempio su larga scala

del metro libero, con cui compone interi poemi, rompendo gli schemi strofici; ora un verso

arriva a coincidere con una singola parola. La critica su d’Annunzio nasce già quando lui aveva

solo 16 anni con la forma del necrologio con cui il poeta diffonde la notizia della propria morte

per farsi conoscere. In un secondo momento la sua critica si allargherà a livello internazionale

e verrà considerato il simbolo del decadentismo italiano. Raimondi, in una terza fase, rivendica

una sua appartenenza al simbolismo europeo, per accentuare il valore internazionale dell’opera

dannunziana.

LE CITTA’ TERRIBILI (DA “MAYA”)

È la conclusione del primo viaggio descritto in laus vitae di Maya; il poeta collega il canto di

sterminio che viene dai campi di battaglia greci a quello non meno feroce che viene dalle città

terribili, le città moderne la cui immagine lo riporta alla squallida realtà della vita quotidiana.

La città è infatti il luogo in cui Pan è assente, dove abitano invece gli uomini che si affannano

come le bestie per la sopravvivenza. Il poeta- superuomo è lontano da essi e li guarda con

sdegno anche se è proprio nella realtà cittadina che ha bisogno di cogliere il suo momento di

gloria. Sono due strofe da 21 versi ciascuna dove prevalgono settenari e ottonari, con rime e

assonanze.

[spiegazione dei versi] o sere di primavera, o tramonti d’estate, o prime piogge d’autunno che

cadete sulla sporcizia polverosa che nera fermenta sotto le suole spaccate(delle scarpe ) dalle

quali si vede il piede umano pietoso simile a una radice strappata, attorcigliata dal dolore, o

fuoriuscita densa dalle fogne nel buio della divina sera, o confusione della strada ingombrata in

cui tutte le fami e le seti si precipitano a gara di avidità bestiale, a causa di (quella) forza,

l’istinto che comanda, e divide i beni con la spada: da voi(le cose elencate) ho visto elevarsi

non so quale mostruosa gloria.

La gloria delle città terribili si rivela quando la sera, si ferma l’enorme numero di cavalli robusti

che durante tutto il giorno hanno scalpitato senza stancarsi nelle grandi macchine e quando si

accendono i lampioni bianchi, simili a lune che pendono tra le file stupite dei platani, lungo le

case mostruose che hanno 100 e 100 occhiaie(le finestre) e quando i carri (tram) stridono sulle

rotaie, carichi di rifiuti umani facendo scintille di una luce più bella della luce delle stelle e le

cupole delle chiese e le torri si ergono isolate contro cieli rossi (perché è il tramonto).

[analisi del testo] al calare della sera la città svela il suo aspetto angoscioso, terribile; al poeta

che osserva questa realtà è dato di cogliere un aspetto glorioso nonostante sia orrido e

mostruoso. Le facciate dei palazzi costeggiate dalle file dei lampioni sembrano quasi stordite

dal caos cittadino e le numerose finestre sembrano altrettanti occhi lividi; intanto i tram

corrono rumorosamente sulle rotaie trasportando esseri umani accalcati. Sono questi gli

elementi di gloria e di vanto delle città terribili, e le scintille dei tram fanno una luce addirittura

più bella di quella delle stelle. Bisogna infatti ricordare che questi versi si trovano sempre

all’interno di Laus vitae, cioè della lode alla vita. La città è un luogo sporco, maleodorante,

contrapposto alla natura che non è affollata, buia e rumorosa ma al contrario silenziosa,

illuminata, solitaria luogo di incontaminata purezza e non simbolo della plebe meschina come

lo è invece la città. La condizione della città è delineata con tanti tratti espressionistici, dalle

fogne ai tram, solo che il suo espressionismo sarà diverso da quello di autori come Sbarbaro,

Campana che contrastano l’orrore cittadino perché si sentono uomini come tanti; secondo

d’Annunzio il senso dell’orrido non gli appartiene e anzi guarda con sdegno e quasi lo snobba.

CANTO INAUGURALE PER LA NAZIONE ELETTA (DA “ELETTRA”)

Questo testo fu pubblicato sulla nuova antologia il 16 novembre 1899 e poi posto a chiusura

del libro di Elettra. La sua ideologia nazionalistica e bellicosa sarà poi ampiamente ripresa dal

fascismo; l’immagine di un’Italia contadina e guerriera è espressa con i simboli dell’aratro e

della prora (cioè del lavoro nei campi e della potenza militare sui mari), per garantire la

ricchezza necessaria al dominio del mondo. Il linguaggio tende irresistibilmente al sublime con

termini arcaici presi spesso dal greco antico; la tendenza al sublime è inoltre espressa sia

dall’immagine chiave del volo che dal punto di vista alto da cui le cose vengono

rappresentate.la metrica: 11 strofe da 6 versi ciascuna.

[spiegazione dei versi] oh, Italia, Italia consacrata alla nuova aurora (alla rinascita), con

l’aratro e con la prora(la prua delle navi); il mattino della nuova aurora nacque di colpo di

fronte alle nuove stelle che tramontavano (segno della fine di un’epoca) come l’entusiasmo di

1000 titani. Tutta la vegetazione sui monti, sui colli e nelle pianure con un unico fremito si

volse (verso la luce di un nuovo mattino) come una folla dalle innumerevoli mani alzate.

Un’aquila altissima, sublime con le penne bianche proveniente da un’ignota stirpe di titani

apparve alla luce del mattino; ed ecco splendere una veste bianca (il peplo) e ondeggiare una

capigliatura. Non era la Vittoria, oggetto d’amore di Atene e Roma, la Nike, la vergine santa?

La volante aquila passò. Non (vide dall’alto) le spade, gli archi né le lance ma le infinite zolle di

terra. Nella luce si diffondeva il rombo delle sue ali ampie e bianche, come quando il guerriero

armato alla leggera (il peltaste) lo sentiva passando di corsa sul campo insanguinato, e

immobile lo sentiva il fante armato pesantemente (l’oplite). Lungo il fiume già caro agli avi un

uomo libero arava i suoi campi fecondi, in pace. I forti buoi ansimavano resistenti sotto il

pungolo; era nobile l’uomo al lavoro, fratello dei vittoriosi eroi, con il piede nel solco fertile.

La Vittoria diresse il suo volo verso le zolle di terra solcate dall’aratro, sfiorò con le sue ali la

nuda fronte umana, l’inflessibile manico dell’aratro e risalì in alto. Il vomere (di metallo, la

parte dell’aratro che solca la terra) scintillò come un’arma.

L’uomo, il rude arnese, i buoi instancabili, che sembrano eternati dal gesto divino (della

Vittoria che li aveva sfiorati). La terra italica che alimenta le messi esultò carica di frutti non

ancora maturi (beni inespressi). Oh madre di tutte le messi (biade)! La Vittoria sparì tra le

nuvole meravigliose come un’aquila nei cieli più alti. Vide i borghi selvaggi, i bianchi monasteri

(le certose), le antiche città presso gli ampi fiumi, ancora splendenti di antica bellezza. E la

Vittoria giunge al mare, a un porto fortificato. Era il tramonto; tra i vapori rossastri(del

tramonto), gli alberi e le sartie delle navi (il cordame che regge l’albero), sembrano un

gigantesco groviglio nero e si sentiva nel chiuso (nel cantiere navale) il martello che lavora alla

guerra ritornare minaccioso sulla piastra(d’acciaio della nave). Una nave già costruita

ingombrava il bacino profondo drizzante le attrezzature (montate per ultime); tutta la grande

Carera(la parte dello scafo al di sotto della linea di galleggiamento) sfavillava alla luce rossa

del tramonto e la prua aggressiva(prora terribile) rivolta alla conquista del mondo aveva la

stessa forma del vomere. Sopra quella nave discese rapidissima un’aquila fiammante

(ardente), la segnò con la palma,segno di Vittoria; un’eroica speranza si trasmise nella mole

della possente nave. I marinai della corazzata (gli uomini dell’acciaio) sentirono di colpo

nascere nei loro cuori una fimma, simbolo di speranza e desiderio di vittoria. Allo stesso modo

(in cui hai visto l’aquila) possa tu vedere un giorno coprirsi il mare italiano di morti per effetto

della tua guerra e piegarsi i tuoi lauri e i tuoi mirti, o Italia che rinasci ogni volta, migliore di

tutte le razze, sale della terra.

[analisi del testo] con “astri moribondi” intende forse, oltre alle stelle che tramontano prima

dell’alba, anche i paesi destinati ad essere oscurati dal nuovo splendore dell’Italia. Nike era la

dea della vittoria venerata da greci e romani e rappresentata come una vergine alata dalla

veste bianca e dai folti capelli. L’immagine della Vittoria e quella dell’aquila in seguito

tenderanno a fondersi; l’aquila è infatti simbolo dell’impero romano e della gloria italica. Anche

il contadino contribuisce alla ricchezza della patria consentendone lo sviluppo militare e per

questo è chiamato fratello degli eroi. Il lavoro del contadino, quando dice che il suo aratro

scintilla come un’arma, è necessario alla patria come quello di chi impugna le armi. L’immagine

dell’Italia produttrice di messi è presa della georgiche virgiliane. Il lavoro dei campi viene

eternato dal gesto della dea, come se fosse impresso nel bronzo dei monumenti eretti dai

vincitori; chiama l’Italia Saturnia anche questo preso da Virgilio, era il dio che aveva introdotto

la civiltà, Saturno.

Come l’aratro solca la terra, così la prua solcherà i mari per dominare il mondo. Ecco dove

l’aratro e la prora mostrano la loro analogia. La poesia si conclude però con un brutto presagio

di guerra.

LA FIGURA DI ANDREA (DAL “PIACERE”)

Sotto il diluvio della democrazia odierna che spazza via le code più belle e rare, va

scomparendo anche l’antica classe nobiliare italiana simbolo di una tradizione familiare di alta

cultura, di eleganza e di arte. A questa classe apparteneva anche il conte Andrea Sperelli-

Fieschi d’Ugenta, unico erede della famiglia Sperelli, l’ideale tipo di giovin signore del XIX

secolo, artista elegante e uomo discendente da una razza intellettuale. Alternò fino a 20 le

letture ai lunghi viaggi per compiere la sua educazione estetica sotto le cure paterne. Dal

padre infatti ereditò il culto della bellezza, il disprezzo dei pregiudizi, l’avidità del piacere;il

padre era cresciuto tra gli splendori della corte Borbonica ed educò Andrea non tanto sui libri

ma sulle realtà umane, non solo sull’alta cultura ma anche sull’esperienza e la sua curiosità

diventava sempre più grande quante più cose sapeva. Sin dall’inizio si abbandonò senza freni

ai piaceri, specialmente perché la sua sensibilità lo rendeva di continuo e in mille forme

disponibile a nuove esperienze; a poco a poco però le sue forze morali impostagli dal padre

riducevano le sue esperienze e i suoi piaceri; il padre gli aveva detto che bisognava fare la vita

proprio come si fa un’opera d’arte perché in questo sta la superiorità. La regola dell’esteta

doveva essere HABERE, NON HABERI cioè possedere, non essere posseduti, diceva anche che

il rimpianto è l’inutile preoccupazione di uno spirito disoccupato e che bisognava invece evitare

il rimpianto tenendo sempre lo spirito occupato con nuove sensazioni e con nuove

immaginazioni. Se queste potevano sembrare delle costrizioni morali, volevano lo sviluppo di

uno spirito involontario la cui potenza volitiva era debolissima. Un altro concetto sviluppato

nell’animo di Andrea fu “il seme del sofisma” cioè l’abitudine alla menzogna e alla finzione.

Forse la scienza della vita sta proprio nell’oscurare la verità. L’esaltazione dei valori

aristocratici del protagonista è sin dall’inizio legata alla sua discendenza nobile, di antica

origine e quindi viene subito messa da parte l’idea che tutti gli uomini possano essere uguali.

Gli strumenti per costruire la raffinatezza di Andrea dimostrano subito i privilegi economici e

sociali di cui la famiglia gode, ad esempio i lunghi viaggi in Europa; l’ideologia antidemocratica

emerge sin dall’inizio quando parla del grigio diluvio democratico indicato come causa di

degradazione generale.

Andrea Sperelli concentra su di sé tutte le caratteristiche dell’esteta costituendo l’alter ego di

d’Annunzio, dotato di una forza sensitiva e di una sensibilità eccezionali, solo che proprio

questa comporta una corruzione morale dovuta all’esperienza edonistica della vita, vissuta

però non senza un’intima sofferenza dovuta alla distruzione in lui della forza morale, cioè della

ricchezza stessa della sua personalità. Infatti gli insegnamenti paterni presuppongono uno

spirito forte e capace di dominare la propria esistenza, invece il carattere di Andrea è debole

tanto da diventare vittima della sua stessa finzione sociale. Perdendo la sincerità infatti,

Andrea perde anche il dominio su se stesso, l’autenticità e la capacità di agire senza ambiguità,

diventando invece una figura a metà tra il superuomo e l’inetto.

LA CONCLUSIONE DEL ROMANZO(dal “Piacere”)

È l’ultimo capitolo del romanzo che contiene l’epilogo; è la descrizione del fallimento del

protagonista: l’esteta non può che fallire vedendo tutto subordinato all’arte in una società di

massa che invece all’arte è indifferente. L’azione si svolge a casa di Maria Ferres, immagine di

dolcezza e purezza aristocratica; ora nell’abitazione si svolge un’asta pubblica, dovuta al

fallimento del marito di Maria per debiti di gioco, e Andrea si trova ad essere circondato da

rozzi mercanti. Il 20 giugno, lunedì alle 10 inizia l’asta per la vendita dei beni di sua eccellenza

il ministro del Guatemala e quando Andrea entrò nella casa udì la voce del perito attorno al

quale si affollavano i compratori e Andrea si sentiva soffocare in mezzo a tutta quella gente,

specie perché lui non era “come loro”; la nausea gli saliva alla gola. La principessa di Ferentino

credeva che Andrea avrebbe comprato tutto per sé perché, con riferimento malizioso alla storia

d’amore tra Andrea e Maria a cui era appartenuta la casa, avrebbe impedito la dispersione del

mobilio e il loro acquisto da parte degli uomini impuri lì presenti. Per questo l’idea è definita

romantica. Andrea viene chiamato Ugenta perché è il nome della sua casata. Poi egli vide

entrare Galeazzo Secinaro, il nuovo amante di Elena Muti, apparizione molto notevole rispetto

alle altre dei conoscenti, ma comunque un’apparizione abbastanza sgradevole e infatti egli

cercava di nascondersi per non farsi vedere. Decide quindi di uscire dalla casa nonostante gli

ospiti, ebbe un po’ di vertigini, cercò una carrozza e si fece portare a palazzo Zuccai, la sua

dimora romana, ma verso sera gli venne voglia di ritornare a vedere quelle stanze disabitate,

quasi tutte vuote ormai, Andrea uscì e Roma gli sembrò immensa.

Tutta la scena è attraversata dal confronto tra la bellezza e il pregio del palazzo dove si svolge

l’asta, e la volgarità degli acquirenti, il tema della volgarità della società di massa è già

annunciato nelle prime righe con quegli avvisi multicolore che coprono ancora le mura come

lebbra e gli urli dei carrettieri; il tema diventa ancora più esplicito durante l’asta dominata da

gente bassa, uomini impuri di cui d’Annunzio sottolinea alcuni aspetti, come “quei piedi, quegli

aliti, i gomiti…”

LUNGO L’AFFRICCO (nella sera di giugno dopo la pioggia)

È un testo composto a Settignano, presso la capponcina nel giugno 1902. il paesaggio si

trasforma in musicale stato d’animo; dopo la pioggia il cielo si riflette in limpide pozzanghere,

sorge la luna, il fiume scorre silenzioso: vengono presentate tutte le sensazioni di freschezza e

di quiete. Nel paesaggio cova infatti una segrate aspettativa: l’attesa dell’estate che sta per

cominciare.

[spiegazione dei versi] o grazia del cielo, come ti specchi dolcemente nella terra bagnata, quasi

fossi un’anima fatta bella dal suo pianto! Oh, grazia sorridente in 1000 e 1000 pozzanghere

(specchi) tu che sei nata dalla nuvola come il piacere nasce dal pianto, dal dolore. Ora ti

diffondi come musica nel mio canto (nei miei versi) che non è fuggevole, divenuta grazie a me

quiete profonda in chi lo ascolta. Oh luna nascente sottile in cielo come il sopracciglio di una

giovinetta al punto che perfino il ramo più esile ti nasconde alla vita e il mio sguardo ti ritrova

a fatica se si smarrisce a causa del trasognamento. Oh luna, anche il fiume che silenzioso

scorre a valle tra argini erbosi ti ha vista e ti sorride in ogni filo d’erba, lui solo a te sola. Oh

rondini nere e bianche, che volate tra la notte e l’alba, tra il crepuscolo e la notte! loro volano

così in basso che sfiorano con i petti l’erba bagnata e dal piacere il loro volo sembra divenire

azzurro, come per confondersi con il cielo. Il grande albero in cima non ha alcun sussulto

anche se ondeggia costantemente. Il volo non intreccia fresche ghirlande intorno alle mie

tempie; e ogni loro grido non promette un bene che il cuore forse ignora, forse prevede se nel

sentirlo sussulta? Le rondini si intrattengono in volo quasi dimentiche del nido e sul margine

del fiume dove sono passate volando, sembra prolungarsi il battito veloce delle ali. Tutta la

terra sembra argilla offerta all’opera d’amore(della creazione), il grido delle rondini sembra un

annuncio di gioia e il crepuscolo che finisce sembra un alba certa.

[analisi del testo] il poeta è certo di poter rendere nell’animo di chi lo ascolta l’eccezionale

armonia del momento. Nel cielo sorge il primo quarto di luna che si rispecchia nelle acque

dell’Affricco, un affluente dell’Arno che scende a valle dalla collina di Fiesole; la luna viene

scritta con la prima lettera maiuscola per indicare la personificazione dell’elemento naturale. Lo

sguardo del poeta è offuscato dallo stato di piacevole turbamento suscitato dalla

contemplazione della particolare armonia naturale. Il volo delle rondini che si intreccia sulla

testa del poeta sembra conferire una corona alla sua arte cioè alla sua capacità di trasfigurare

le immagini in suoni con i suoi versi. Le luci del tramonto non hanno malinconia del giorno che

muore ma la serenità del giorno che sta per iniziare. Il testo rappresenta una serie di

trasformazioni e trasposizioni sviluppate attraverso l’artificio dell’equivalenza analogica; gli

accostamenti nascono da un gioco di libere associazioni: sono preziosi e raffinati ma arbitrari

da un punto di vista razionale, secondo una logica totalmente soggettiva. I dati della realtà

infatti non vengono mai totalmente descritti ma rappresentati per mezzo di fugaci particolari

che si rifanno allo stato d’animo del poeta¸si determina uno scambio e una fusione tra realtà

naturale e realtà psichica, ad esempio il rapporto tra pioggia e nuvole è accostato a quello tra

pianto e piacere…

LA SERA FIESOLANA

È una poesia scritta a Settignano, vicino Firenze, il 17 giugno 1899; è la prima di Alcyone in

senso cronologico. È ambientata nella campagna di Fiesole, piccola cittadina su un colle che

domina la valle di Firenze, nella quale, attraversando un paesaggio tipico toscano, scorre

l’Arno. In una sera di giugno dopo la pioggia, con la donna che ama e che gli sta accanto, il

poeta contempla lo scendere della sera accompagnato dai suoi particolari rumori, profumi e

colori. La prima strofa coglie la sera all’apparire della prima luna all’orizzonte; la seconda vede

l’immagine di una sera di giugno in cui la pioggia cade leggera sulla campagna e la terza si

sofferma sull’immagine della collina: sono infatti 3 le strofe di 14 versi ciascuna, di varia

lunghezza.

[spiegazione dei versi] –parla alla donna amata- le mie parole in questa sera ti procurino

freschezza come il fruscio che fanno le foglie del gelso nella mano di chi le raccoglie in silenzio

e ancora indugia nel lavoro che procede lentamente sull’alta scala che diventa scura,

appoggiata al tronco che diventa color argento con i suoi rami (le sue rame, toscanismo)nudi,

mentre a causa del fatto che la luna è vicina ai confini azzurri (a le soglie cerule) e sembra che

distenda davanti a sé un chiarore (infatti sta per sorgere) dove il nostro sogno d’ amore si

abbandona e sembra che la campagna si senta già immersa da lei, la luna dal gelo notturno e

sembra che assorba (beva) da lei la pace desiderata durante il calore del giorno poiché ancora

non la vede (è ancora bassa sotto la linea dell’orizzonte). Oh, sera! Tu sii lodata per il tuo viso

di perla (pallido) e per i tuoi grandi occhi umidi nei quali si raccoglie silenziosa l’acqua del cielo.

Le mie parole di questa sera ti giungano gradite come la pioggia che crepitava tiepida e

passeggera, saluto commosso della primavera (che cede il passo all’estate) sui gelsi e sugli

olmi, e sulle viti e sui pini con i germogli rosati che come dita oscillano con l’aria che li

attraversa e passa oltre, e sul grano che non è ancora giallo ma che non è più verde e sul fieno

che ha già subito la falce e quindi muta colore, e sui fratelli olivi che con la loro santità rendono

le colline pallide(color grigio-verde) e sorridenti. Oh sera, tu sii lodata per le tue vesti

profumate (aulenti) e per la cintura che ti stringe come il salice stringe il fieno odoroso,

raccolto in fasci.

Io ti dirò verso quali regni d’amore ci invita il fiume (l’Arno) le cui sorgenti perenni gorgogliano

all’ombra degli alberi secolari, antichi rami nel mistero sacro dei monti e ti dirò per conservare

quale segreto le colline si incurvino stagliandosi contro limpidi orizzonti come labbra che

(nell’atto di pronunciare un segreto) chiude un divieto, e ti dirò perché il desiderio di svelare

quel segreto le renda belle al di là di ogni desiderio umano e le renda nel loro silenzio sempre

nuove, arrecatrici di conforto, al punto che sembra che ogni sera l’anima le possa amare di un

amore più intenso. Oh sera, tu sii lodata per il tuo semplice svanire nella notte e per l’attesa

che in te fa brillare le prime stelle.

[analisi del testo] gli ultimi tre versi della prima strofa sono una “lauda” , lode alla sera che

viene personificata nelle sembianze di una donna che ha il viso del colore perlaceo del cielo al

crepuscolo. La struttura di questa lauda si ripete anche nelle altre strofe della poesia dove

sembra riecheggiare il cantico delle creature di san Francesco. La pioggia è la protagonista

della seconda strofa; il poeta si sofferma sui singoli particolari della campagna e ne nasce una

strofa in cui le immagini, a differenza della strofa precedente in cui si generano l’un l’altra,

compaiono in una serie numerativa fondata sul polisindeto. Dalla parola chiave “bruiva”cioè

faceva rumore, dipendono tutte le immagini successive e si riferisce al rumore delle foglie

mosse dal vento e a quello della pioggia che cade. Ancora una personificazione della sera nelle

sembianze femminili, anch’essa scritta con la lettera maiuscola: è presentata come una donna

vestita dai profumi della vegetazione; la cintura che le cinge i fianchi è forse la linea

dell’orizzonte che, luminoso per il tramonto del sole, o per il chiarore lunare che avanza,

circonda l’oscurità della sera. Il riferimento alla morte, più implicito nelle altre strofe, viene ora

espresso con chiarezza nella “pura morte della notte”, anche qui come in precedenza, un

riferimento al cantico delle creature che dedica proprio l’ultima strofa alla morte.

LE STIRPI CANORE

Fu composta nell’estate del 1902: è una poesia simbolo della poetica dannunziana, della poesia

mimetica, cioè quella capace di cogliere ed esprimere i suoi e i misteri della natura con

un’assoluta corrispondenza tra parole e cose. La parola è legata alle origini del tutto ed è

quindi in grado di riprodurne l’essenza in immagini. L’atmosfera naturale è quella caratteristica

di Alcyone con foreste, mare, sole, vento e anche per l’aspirazione all’unione panica con la

natura.

[spiegazione dei versi] le mie poesie sono foglie delle foreste, altre delle onde (cioè del mare,

sineddoche) altre della sabbia, del sole, del vento Argeste(vento di ponente che porta il bel

tempo). Le mie parole sono profonde come le radici che affondano nella terra, altre serene

come i cieli stellati, ardenti come il sangue che scorre nelle vene degli adolescenti, pungenti

come i cespugli di rovo, indistinte(confuse) come i fiumi che si fondono uno nell’altro, chiare

come i ghiacci del monte, oscillanti come le fronde del pioppo, gonfie (tumidi) come le narici

dei cavalli al galoppo, evanescenti come i profumi versali, pure come i calici dei fiori appena

aperti, fresche e misteriose come le rugiade dei cieli, tristi come gli asfodeli (fiori)

dell’oltretomba (Ade), pieghevoli come i rami dei salici dello stagno, leggere come le ragnatele

che il ragno tesse tra due gambi dei fiori.

[analisi del testo] d’annunzio in questa poesia dice che la poesia stessa nasce dalla natura;

Argeste è un grecismo e significa rasserenante. Gli asfodeli sono i mitici fiori che sbocciano nel

mondo dei morti. Come la poesia nasce dalla natura, così le parole che la compongono

sembrano essere eventi naturali perché tutti gli aggettivi che egli attribuisce alla sua poesia

hanno dei corrispettivi nel mondo naturale anche se gli eventi tra loro non hanno alcuna

continuità logica e si passa infatti dalla profondità della terra alla volta celeste: è

un’identificazione panica tra poesia e natura che sta nella possibilità che ha solo il poeta di

accedere all’autenticità della natura e quindi delle parole. È questo il grande tema del

simbolismo che rivela il privilegio di rappresentare la vita.

MERIGGIO

Dopo il preludio dell’estate in “la sera fiesolana”, ecco in questa poesia l’estate al culmine della

sua maturità e della sua pienezza. È scritta tra luglio e agosto del 1902 in uno dei momenti più

significativi del panismo dannunziano, con una fusione piena e totale con la natura dove il

poeta si dissolve nell’universo e l’universo si dissolve in lui. Il testo è composto da 4 strofe

“lunghe”, di 27 versi ciascuna, versi liberi che è possibile dividere tematicamente in due parti:

nella prima parte è descritto il paesaggio marino alla foce dell’Arno nell’ora caldissima del

meriggio; nella seconda si manifesta invece la trasfigurazione panica del poeta che annulla sé

stesso nella natura perdendo la propria identità umana: la perdita del nome, che nella società

è simbolo di identità individuale, è il momento culminante dell’immersione del poeta nel

meriggio estivo che diventa l’unica realtà e spariscono sia l’io che il paesaggio.

[spiegazione dei versi] a mezzogiorno la calma( la bonaccia, del mare e del vento) pesa sul

mare Tirreno (etrusco), di colore verde chiaro come gli oggetti di bronzo riportati alla luce dalle

tombe sotterranee (dissepolte dagli apogei). Intorno non spira neanche un soffio di vento: non

oscilla nessuna canna sulla spiaggia deserta, irta di cespugli spinosi e di ginepri bruciati; non

risuona nessuna voce, neanche se tendo l’orecchio per ascoltare bene. Una fila di barche a vela

(di vele, sineddoche) immobili, a causa della mancanza di vento, biancheggia verso Livorno.

Nel luminoso silenzio (sinestesia) dell’ora meridiana riesco a vedere capo corvo e l’isola di faro

e ancora più lontane evanescenti forme d’aria nel cielo, la Capria e la Gorgona, le isole legate

al tuo sdegno, o padre della poesia italiana Dante. Le grandi Alpi Apuane, simili ad una corona

di marmo irta di punte minacciose dominano il mare, innalzate verso il cielo per il loro orgoglio.

La foce dell’Arno è immobile come uno stagno d’acqua salata; è dello stesso colore del mare e

scorre silenziosa tra le capanne e tra le reti da pesca che pendono da aste incrociate. Quella

foce che prima sorrideva increspata dal vento ora nella calma verdeggia pallida simile a quegli

oggetti delle tombe. La foce, simile al Lete che cancella la memoria, immobile, non mostra

alcun segno di corrente né alcuna increspatura prodotta dal vento. L’allontanarsi dalle due

sponde del fiume finisce in un canneto che delimita la zona immersa nello smemoramento

silenzioso se le canne non fanno nessun suono. I boschi di san Rossore, più scuri del verde

dell’acqua appaiono come un cerchio scuro; i boschi più lontani verso il litorale del Gombo,

verso il fiume Serchio, sembrano quasi azzurri. I monti pisani sembrano dormire coperti da

immobili nuvole (cumuli di vapore). Assenza di vento, caldo afoso e dovunque silenzio. L’estate

diventa matura intorna a me come un frutto che sia destinato a me, che io debba cogliere con

la mia mano, che io debba solo assaporare con la mia bocca (labbra, sineddoche). Ogni traccia

dell’uomo è perduta, non risuona alcuna voce se tendo l’orecchio. Ogni dolore umano mi

abbandona; non ho più nome e sento che il mio volto diventa dorato come la luce dorata del

meriggio e sento che la mia bocca bionda risplende come le alghe secche del mare, sento che

la spiaggia rigata dal lavoro tanto minuzioso delle onde e del vento, è rigata come il palmo

della mia mano in cui il tatto diventa più sensibile. E il peso del mio corpo disteso lascia la sua

impronta sulla sabbia, si disperde nel mare e il fiume è come se fosse la mia vena, il monte la

mia fronte, il bosco è la peluria del mio ventre(la mia pube), la nuvola il mio sudore. E io sono

nel fiore della stancia, un’erba, nella scaglia della pigna, nel frutto del fuoco; io sono nell’ape,

nell’alga disseccata del mare, in ogni piccola cosa, nella sabbia vicina, nelle vette lontane.

Brucio, risplendo e non ha più nome. E le api, le isole, i golfi, i capi, i fari i boschi e le foci che

ho nominato non hanno più il solito nome che risuona sulle labbra umane; non ho più nome né

destino tra gli uomini ma il mio nome è Meriggio; in tutto io vivo silenzioso come la morte. È la

mia degna di un dio.

[analisi del testo] il mare etrusco è il tirreno perché nelle sue coste centro-settentrionali

abitarono gli etruschi, gli apogei sono le tipiche tombe sotterranee etrusche nelle quali insieme

al defunto venivano sepolti come corredo funebre, oggetti diversi spesso di bronzo. Le isole

che nomina d’Annunzio, Capraia e Gorgona compaiono nel 33° canto dell’inferno di dante

quando lui, indignato per la crudele morte di Ugolino e dei suoi figli, le chiama a costruire la

foce dell’Arno in modo da fare annegare tra le acque del fiume straripato, tutti i pisani

responsabili di quelle morti. La scena è ambientata in quel tratto del litorale toscano, a nord di

Livorno. Intorno tutto è silenzio; il poeta è solo in un immenso scenario naturale che egli

descrive minuziosamente. L’estate che si manifesta nella sua pienezza è come se si

manifestasse solo in lui. Nel contatto fisico e persino sensuale con la natura il poeta avverte il

suo corpo come composto da elementi naturali e proietta anche il suo palpito vitale in quello

delle piante, dei monti.. il loro nome non conta più, tutto si fonde in un’esistenza atemporale

dove il poeta, ormai distaccato dal mondo umano, vive un’esperienza sovrumana, divina. La

natura che all’inizio era geograficamente ben delineata ora diventa il suo tutto: è qui esercitato

il più alto livello del simbolismo dove il poeta arriva anche a perdere la sua identità.

TERRA, VALE!

Questo testo precede il ditirambo II del quale annuncia il tema, la trasformazione del pescatore

Glauco in una divinità marina grazie ad un’erba. Tipico dei componimenti successivi e

anticipato in questo, è l’intitolazione alla latina con la citazione dell’autore classico, in questo

caso Ovidio che nelle metamorfosi narra le vicende di Glauco. Il tramonto dà l’illusione che il

cielo si nasconda nel mare, del quale la tempesta ha strappato innumerevoli alghe e in una di

queste potrebbe annidarsi la virtù di Glauco che gli diede la potenza divina, e il poeta chiede di

essere anche lui accolto negli abissi marini ripercorrendo le vicende del mitico predecessore.

Oh terra, addio!. Il titolo in latino riprende la frase con il quale il mitico Glauco saluta la terra

prima di sparire per sempre nel mare; la storia è quella di un uomo, il pescatore Glauco, che

viene trasformato in dio grazie ai poteri magici di un’erba. “vale” in latino significa

letteralmente “sta bene”, stammi bene, nel senso di un addio.

[spiegazione dei versi] tutto il cielo precipita nel mare, le spiagge si oscurano e diventano

profonde offrendosi come letti alle Eumenidi infernali; nuvole oscure lungo l’orizzonte marino

alzano contro il cielo mura di basalto (nel senso che sono compatte). Il mare risplende solo tra

le due oscurità, quella del cielo e quella della terra; la luce che ancora resiste come una preda

pallida e catturata e stretta tra le onde disordinate. La tempesta ha strappato con violenza la

vegetazione (dice i pascoli per indicare le fitte alghe) di Nettuno dove stanno in agguato i

mostri indocili; le alghe nerastre, alghe rossastre color ruggine, nere piante marine dalle

multiformi radici si ammassano davanti alla foce immobile dell’Arno simili a un prato

galleggiante che nessun gregge brucherà e che non percorrerà nessun pastore. Si nasconde

forse nella sterile vegetazione, il potere disumano che trasforma il petto umano in divino?oh

mito dell’uomo mortale trasformato in celeste dio (cerule nume) rivivi nel mio desiderio del

mare instancabile; tutto il cielo precipita nel mare, la luce è preda delle onde agitate forse

sacrificate per l’eternità.

[ analisi del testo] tramontato il sole, il cielo sembra inabissarsi nel mare e la terra coperta di

tenebre diventa dimora di creature infernali. Le Eumenidi sono una variante benevola delle

Erinni, divinità malvagie portatrici di morte. Anche l’immagine delle alghe come pascolo marino

è presa dalle “metamorfosi” di Ovidio.

NELLA BELLETTA

È un testo del quale non si conosce la data di composizione, fa parte però dei madrigali

dell’estate, 11 brevi componimenti dedicati all’estate che volge al termine, come si vede

nell’eccesso di maturazione del marciume di una palude che il sole d’agosto fa ribollire

producendo un’impressione di morte. La Belletta è infatti la fanghiglia della palude; troviamo

poi l’immagine delle pesche fin troppo mature, quasi sfatte. Il testo mostra una situazione

naturale colpita da un senso di corruzione e di disfacimento specie in oggetti che solitamente

sono portatori di freschezza e di vitalità; il caldo stesso è un’afa di morte. È un testo esemplare

per la poetica del decadentismo.

IL POLICEFALO

Il testo è una rivendicazione della propria abilità artistica mascherata dietro una colta

rievocazione mitico- erudita che si riferisce ad un particolare tipo di canto greco, il policefalo. I

fanciulli vengono invitati dato il loro fallimento, a spezzare i propri flauti, lasciando al poeta

stesso di mostrare con una conchiglia la sua abilità nell’arte.

[spiegazione dei versi] spezzate i flauti o fanciulli. Il lino che tiene insieme le canne dello

strumento è lo stesso con cui si preparano le trappole insidiose(lacci astuti per la selvaggina) e

la cera sa troppo di miele (per essere resistente). Il suono infantile può essere solo un breve

attimo di abbandono a un animo raffinato che non ama il facile svago, cioè le melodie

elementari, né procurarsi il sonno leggero. Né tu o fanciullo sei il celebre cittadino di Agrigento

chiamato Mida, vincitore a Delfo, nei giochi Né la dea dagli occhi azzurri(Cesia, Atene) ti

insegnò il grande canto, il policefalo. Pallade Atene fu la prima ad inventare questo canto nel

giorno in cui Medusa fu uccisa dalla spada ricurva di Perseo. Atena udì le grida e i pianti che

Curiale emetteva tra il sibilare dei serpenti che aveva tra i capelli, verso il luogo in cui veniva

compiuta la strage di Medusa. Udì il lamento terrificante; i gemiti di Steno squassavano l’aria

acuti come dardi e tutti i serpenti dritti(sulla testa di Steno) minacciavano l’eroe nato dall’oro

(Perseo). Così la melodia di 1000 teste, il policefalo, nacque in u giorno insanguinato e Pallade

Atena la ascolta e la riproduce in forma di canto per gli uomini e rese il suono delle canne più

potente. O giovani (imberbi= senza barba) suonatori, spezzate i flauti poiché non hanno

sufficiente potenza per suonare il canto grande. Cercatemi piuttosto nel mare le conchiglie

attorcigliate; davanti al mare in tempesta vi insegnerò a trarre dalle profonde trombe la

melodia delle mie mille possibilità.

[analisi del testo] il poeta si rivolge ai giovani suonatori di flauto cui aveva chiesto (in “feria

d’agosto”, la lirica che precede questa il Alcyone) di accogliere l’arrivo della donna amata

suonando il loro strumento; il suono che avevano prodotto proveniente dai flauti costruiti in

modo imperfetto, risulta però troppo banale alla squisita sensibilità di chi non cerca un

semplice divertimento o di addormentarsi. D’annunzio allude al flauto di pan, lo strumento

tipico della mitologia pastorale le cui canne sono tenute insieme da lacci di lino e dal collante

naturale della cera d’api. Mida è un flautista ricordato dal poeta greco Pindaro. Secondo il

poeta greco Pindaro, il policefalo è un canto inventato da Atene per riprodurre le grida di morte

di Medusa, la gorgonie che Perseo uccise con la spada avuta in dono dal dio Ermes.. l’arpa (o

arpe in forma più letteraria) è un’arma antica di origine orientale, ricurva come una falce e

dotata di un uncino sporgente dalla lama. Curiale è una delle tre gorgonie assieme a Medusa e

a Steno.

La struttura del testo è molto rigida: 2+6+2 cioè due terzine rivolte ai suonatori incapaci, sei

dedicate ad una digressione sul suonatore Mida e due di nuovo verso i suonatori. La parte

centrale sopravanza quindi la cornice e non ha altra funzione se non quella di richiamare nomi

e fatti molto eruditi. Le due terzine conclusive costituiscono una vera e propria dichiarazione di

poetica: d’annunzio aspira al grande carme, una poesia affermativa e solenne dotata di una

funzione sociale forte e riconosciuta.

I PASTORI

È un testo posto a conclusione del libro; è il primo dei sette “sogni di terre lontane”, il tentativo

di evadere dal malinconico declinare dell’estate spostandosi con la fantasia in luoghi dove

settembre sia piacevole. Sono luoghi come l’Abruzzo di questa poesia, irraggiungibili per il

poeta il quale trasmette su di essi il proprio bisogno di pace caricandoli della nostalgia del

mito. Viene persa la pienezza mitica e panica che attraversa le altre parti del libro, e vengono

recuperate solo in modo fantastico nella dimensione del sogno, della lontananza e

dell’impossibilità. La descrizione della discesa dei pastori abruzzesi dai monti ai mari in

coincidenza con l’arrivo dell’autunno, provoca nel poeta un sentimento di nostalgia e di

rimpianto specie nell’interrogazione dell’ultimo verso che chiude il tono malinconico di tutto il

componimento.

[spiegazione dei versi] oh, settembre, andiamo! È giunto il tempo di migrare; ora in terra

d’Abruzzo i miei (cioè della mia stessa terra) pastori lasciano i ripari montani e vanno verso il

mare; scendono fino al selvaggio mare adriatico che è verde come i prati dei monto. I pastori

hanno bevuto a lungo alle sorgenti dei monti (alpestri, delle Alpi) affinché il sapore dell’acqua

NATIA possa rimanere nei cuori degli esuli per confortarli e perché possa distogliere a lungo la

loro sete durante il cammino. I pastori hanno rifatto il bastone: rinnovata la verga

d’avellano(di nocciolo). E scendono nella pianura attraverso il vecchio sentiero ( l’antico

tratturo) come attraverso un silenzioso fiume d’erba ripercorrendo le tracce degli antichi padri.

Oh, voce di colui che per primo tra i pastori riconosce il tremolare del mare! Ora, raggiunta la

pianura, il gregge cammina lungo la spiaggia. L’aria è immobile; il sole rende bianca a tal

punto la lana viva delle pecore che quasi non si distingue dalla sabbia: sciacquettio, calpestio,

dolci rumori. Perché non sono anch’io con i miei pastori?

[analisi del testo] o d’annunzio vuole fare una personificazione del mese di settembre a cui si

rivolge direttamente oppure si può interpretare anche come “è settembre, è tempo di

andare”… I pastori praticano la trasumananza cioè un sistema di allevamento in cui, a seconda

della stagione, le greggi vengono spostate dal mare ai monti e viceversa alla ricerca di climi e

pascoli migliori. Gli stazzi sono recinti all’aperto dove vengono tenuti gli animali di notte. i cuori

dei pastori sono costretti a lasciare le loro terre come degli esuli e l’acqua bevuta, col suo

sapore allontana per un po’ la nostalgia della terra che si deve lasciare. Il termine tratturo è

regionale e indica un sentiero naturale ampio e verdeggiante che percorrono le greggi.

Nell’ultima strofa, il poeta lontano dalla propria terra ne avverte nostalgia e si rammarica di

non essere con i pastori a condividere la pace e la serenità che quella terra regala. Il testo

presenta due momenti distinti: il primo relativo alla descrizione della partenza, il secondo è

l’arrivo al mare; anche nella sintassi, che nei primi periodi è più ampia e lenta e negli altri ha

un ritmo e delle frasi più veloci, si vede il distacco tra questi due momenti corrispondenti a due

atteggiamento psicologici uno di familiarità e uno di estraneità.

LE AVANGUARDIE

Questo è il periodo della seconda rivoluzione industriale e del decollo per l’Italia, in cui nasce

una moderna società di massa; comincia in campo artistico ad emergere quella che verrà

chiamata “la generazione degli anni ‘80”, di coloro che all’inizio del secolo hanno appena 20

anni, scrittori, intellettuali e politici che dominano la scena e tra questi Tozzi, Palazzeschi,

Covoni ecc..

È però anche una generazione allo sbaraglio, segnata da un tragico destino di morte; molti

infatti muoiono giovani per malattie, altri si suicidano o smettono di scrivere per chiudersi nella

vita religiosa. È soprattutto dalle file della borghesia che escono la maggior parte degli

intellettuali , che sperimentano la società democratica di massa. Il periodo dal 1904 al 1920 è

quello delle avanguardie che si battono contro i gusti tradizionali con atteggiamenti di rivolta e

di rottura, sono dei gruppi internazionali e interartistici, cioè che raggruppano diverse

arti.nascono così espressionismo, futurismo, dadaismo e surrealismo.

La prima guerra mondiale segnerà la fine di queste avanguardie con il periodo della bella

epoque e del benessere invece loro trovarono la piena affermazione. Anche l’Italia comincia a

diventare un paese moderno, capitalistico, i lavoratori vengono messi in primo piano, nascono i

sindacati e si sviluppano e settori industriali. Anche la politica diventa di massa con Giolitti e le

sue riforme democratiche fino al suffragio universale maschile. Nascono i primi partiti e anche

l’Italia inizia la sua politica aggressiva e nazionalista nella guerra contro la Libia; è anche il

periodo del sovversismo, cioè di quella tendenza alla sovversione e al rovesciamento

dell’ordine costituito fino alla completa aggressività del biennio rosso (18-20) con l’occupazione

delle fabbriche e la creazione dei consigli operai a questo seguì u periodo di vuoto di potere

da parte dello stato e il fascismo ne approfittò per imporsi con Mussolini e la sua marcia su

Roma. Col fascismo inizia un periodo di nazionalismo con una politica estera imperialista e

antisocialista, e poi antidemocratica e antioperaia nella politica interna. Dall’altro lato, opposto

al fascismo c’è invece il liberalismo democratico portato avanti da Godetti: i principali

esponenti delle due ideologie furono Giovanni Gentile che scrisse il manifesto fascista e

Benedetto Croce con il suo contro-manifesto. Il manifesto di Gentile esalta il nazionalismo e lo

squadrismo esaltando il carattere religioso del fascismo con fede energica.

Tra la fine dell’800 e l’inizio del 900 si assiste ad un radicale cambiamento della condizione

degli intellettuali che ora fanno parte della piccola borghesia e lavorano nella burocrazia

statale; cessano di essere dei produttori di reddito indipendenti diventando invece dei salariati

. la pratica della letteratura appare sempre più legata alla realtà del lavoro. Lo sviluppo del

ceto intellettuale è una conseguenza di quello dell’istruzione e della scuola, della diffusione dei

giornali, del teatro e del cinema. Lo sviluppo del giornalismo offre una possibilità in più ai

letterati che cominciano a vivere del proprio lavoro attraverso la collaborazione alla terza

pagina dei giornali. La grande massificazione provoca però reazioni sociali di grande interesse.

Proprio la diffusione dei giornali fa diventare lo scrittore il mediatore tra il mondo della politica

e il mondo dell’industria; si sviluppa anche in Italia il mondo dell’editoria libraria con la

fondazione delle due case editrici più importanti, la Treves e poi la Mondatori. Nonostante

questo sviluppo non tutti i paesi vengono però toccati allo stesso modo dalla cultura, ad

esempio nelle campagne i libi arrivano solo di rado. Anche la scuola si allarga con la riforma

gentile e la scuola elementare diventa obbligatoria; la scuola media diventa però più selettiva

ed elitaria e viene disciplinato anche l’ingresso alle università.

In Europa i maggiori centri culturali sono quelli in cui fioriscono le avanguardie artistiche; le

capitali delle avanguardie sono Berlino,Parigi, Milano, Zurigo e Vienna che esercitò un’influenza

importante anche su Praga e Trieste. A Trieste un allievi di Freud, Weiis conobbe Svevo e

introdusse la psicoanalisi anche in questa città. La conoscenza di Freud e Nietsche influenzò

molto non solo Svevo ma anche Saba. Altri centri importanti furono Roma e Firenze con

Montale, Prezzolino, che vennero considerate le capitali delle riviste primo- novecentesche. Per

quanto riguarda la lingua, nella fine dell’800 il fiorentino si è ormai imposto come lingua di

cultura in tutta Italia anche se con termini più attuali rispetto al fiorentino della vecchia

tradizione; nella lingua dei letterati si assiste quindi ad un abbassamento del registro

letterario, vengono introdotti termini di uso comune sia nella prosa che nella poesia fino all’uso

di popolarismi e del gergo. Anche la sintassi si semplifica preferendo la paratassi alle

costruzioni più complesse; lo stesso processo si riflette anche nell’Italiano parlato provocando

un’italianizzazione dei dialetti per raggiungere un italiano popolare unitario, grazie anche alla

diffusione dell’istruzione, alla riduzione del numero degli analfabeti, la leva e i giornali.un altro

fattore importante fu la grande guerra che mise a contatto soldati di regioni diverse. L’Italia in

questo periodo recupera il divario con gli altri paesi industrializzati .

IL ROMANZO IN ITALIA: LA DISSOLUZIONE DELLE FORME TRADIZIONALI

Nei primi del ‘900 si assiste alla distruzione e alla rifondazione del romanzo su basi nuove; la

struttura tradizionale dell’800 si dissolve perché considerata un genere troppo vecchio legato

alla cultura naturalistica e al decadentismo.tra gli oppositori più fervidi del romanzo troviamo

uno scrittore del giornale “la voce”, Giovanni Boine, e in genere anche gli altri espressionisti

preferiscono il frammento alla narrativa tradizionale; lo stesso romanzo decadente di

d’Annunzio e Wilde viene considerato una forma superata. Con Pirandello e Svevo si lavora per

ricostruire un nuovo flusso di narrativo e rifondare il romanzo su basi diverse da quelle

tradizionali. Gli autori di questo periodo infatti non si limitano a mettere in crisi le forme

tradizionali ma ne creano di nuove basate sul flusso di coscienza e sul monologo interiore dato

dall’influsso di Joyce. Nasce quindi il romanzo del ‘900 non come restaurazione di quello

passato ma come nuova forma narrativa che organizza la vita interiore dei personaggi, le loro

allucinazioni, i loro incubi. Vengono anche diffuse nuove teorie che negano le leggi fisse e

dichiarano la relatività di ogni cosa, con l’irrompere della dimensione dell’inconscio: vengono

introdotti nuovi temi più interiori e psicologici come la nevrosi, la memoria,la malattia, l’uomo

senza qualità, l’inettitudine di cui molti di questi temi si riscontrano nel rapporto tra padre e

figlio.

IL FUTURISMO IN ITALIA E MARINETTI

L’unico movimento d’avanguardia che nasce in Italia è il futurismo, assumendo dei tratti di tipo

espressionistico nei crepuscolari e nei vociani, due movimenti minori dagli atteggiamenti di

rivolta contro la tradizione; tra i crepuscolari troviamo Corazzini e Palazzeschi invece tra i

vociani spiccano Rebora, Sbarbaro e Campana.tra gli elementi di avanguardia nei crepuscolari

ci sono:

il rifiuto del sublime e delle concezioni estetizzanti dell’arte;

la critica alla figura tradizionale del poeta, visto come genio e protagonista. Gozzano

scrive infatti “mi vergogno di essere un poeta”. Il poeta viene infatti accomunato agli altri

uomini nella massa;

si nega la tradizione rappresentata da Carducci, Pascoli e d’Annunzio;

si impiega nella poesia il verso libero che all’inizio era usato solo raramente, venne poi

chiamato verso libero crepuscolare proprio per il suo uso frequente.

I crepuscolari sono attivi a Torino con Gozzano e Vallini, a Roma con Corazzini e Martini e in

Romagna con Govoni e Moretti. Questa tendenza dura però solo pochi anni, dal 1903 al 1911in

cui i crepuscolari introducono oltre a nuove forme stilistiche anche nuovi temi, paesaggi,come

conventi, ospedali, orti, e di conseguenza nuovi personaggi, tra cui suore, vecchie e

vagabondi; ci sono anche nuovi oggetti simbolo di storie private di emarginazione dalla vita e

di esistenza umiliata. Essi si rifanno almeno in parte al poema paradisiaco di d’Annunzio con i

suoi toni intimi e colloquiali, senza però il suo compiacimento estetico. La tendenza

espressionistica è ancora più accentuata negli scrittori della voce che mettono in discussione i

concetti di verità e bellezza delle poetiche decadenti; all’estetismo contrappongono il

moralismo e il suo momento etico: i vociani vogliono un’espressione concreta e immediata

della realtà e della soggettività, non nel sentimento lirico ma nelle manifestazioni morali e

politiche. Ai generi letterari come romanzi e novelle contrappongono invece il frammento in cui

poesia e prosa si fondono, e a questo si aggiunge l’annotazione e l’autobiografia. Questo tipo di

poetica appare per la prima volta sulla rivista lacerba nel 1913.

Nel rifiuto del romanzo e della novella confluiscono i motivi di polemica sociale.Essi sono detti

GENERI BORGHESI, di facile consumo e di intrattenimento che riflettono una visione del

mondo scontata, ottocentesca.

Il più radicale esponente di questo rifiuto del romanzo è Giovanni Boine: il frammento

espressionista, in poche parole nelle sue semplici strutture mira invece alla densità espressiva

dei significati. Quello impressionista usato soprattutto da Soffici che tende al bozzetto, al

realismo. La tendenza all’avanguardia si realizza pienamente nel futurismo, un movimento

letterario organizzato in base a dei manifesti teorici. Il futurismo italiano, esatta la macchina,

la velocità, la grande industria simbolo della realtà capitalista. Il movimento venne fondato da

Filippo Tommaso Marinetti nato ad Alessandria d’Egitto nel 1876da una ricca famiglia di origine

ligure, studia a Parigi e Genova dove si laurea in legge. La produzione letteraria giovanile è

soprattutto in francese, visto che vive sempre a Parigi anche se con frequenti viaggi a Milano

dove fonda la rivista la poesia. Le sue prime e più notevoli applicazioni artistiche sono i poemi

“battaglia peso + odore” del 1912 e “zang tumb tumb” del 1914 e grazie a queste viene

nominato dal fascismo accademico d’Italia. Dal 1925 Marinetti vive a Roma dove propone il

“paroliberismo” cioè parole in libertà senza nessi logici o sintattici: il meccanismo associativo fa

prevalere la funzione lirica del soggetto. Muore a Bellagio (Como) nel 1944 l’importanza di

Marinetti come poeta è sicuramente minore rispetto a quella di teorico. Si è formato sotto

l’influenza del naturalismo e del simbolismo non riuscì mai a staccarsi da queste sue basi

ottocentesche.Nel 1905 dirigeva la rivista LA POESIA sostenendo l’importanza del verso libero

e il 20 Febbraio 1909 pubblicò il primo manifesto del futurismo sul giornale francese LE

FIGARO affermando la necessità di abolire musei,accademie bibliche perché sono tradizioni che

mantengono i valori del passato.La nuova arte invece deve partire dal presente,dalla realtà

industriale celebrando la bellezza dalla velocità e dalla macchina (il treno,il

piroscafo,l’automobile). Martinetti critica anche l’arte con la A maiuscola, dicendo di voler

sputare sopra l’altare dell’arte. Non rifiuta totalmente l’arte, ma vorrebbe omologarla alla

società industriale più avanzata. Vuole eliminare quindi il suo valore estetico e aumentare

quello commerciale: la critica deve solo definire il prezzo di un opera. I futuristi colgono

l’importanza delle comunicazioni di massa e se ne servono per farsi propaganda e imporsi al

pubblico; la parola d’ordine di Marinetti diventa infatti “l’arte e gli artisti rivoluzionari al potere”

interpretando le esigenze della nuova classe intellettuale che vorrebbe riacquistare il potere

dopo la declassazione subita. Il pubblico troppo legato al passato deve essere provocato e

costretto ad accettare la nuova tendenza anche attraverso uno choc violento.

La prima fase del futurismo va dal 1909 al 1912,in cui è ancora forte l’influenza del

simbolismo.In questo periodo aderiscono Covoni,Palazzeschi,Corradi. Alcuni di questi autori

sempre nel 1909 scrivono un altro manifesto, “uccidiamo il chiaro di luna” contro la poetica

tradizionale romantica e decadente; il movimento si allarga poi alle arti, pittura, scrittura,

musica e teatro. La seconda fase del movimento va invece dal 1912 al 1915 con una serie di

manifesti sul rivoluzionamento delle tecniche espressive come il manifesto tecnico. La

macchina non è concepita come un prodotto artificiale contro la natura ma anzi come un modo

per fare rivivere la natura stessa: l’uomo stesso è una macchina naturale. Una terza fase del

futurismo si apre invece con l’avvicinarsi della guerra dal 1915 al 1920 in cui i futuristi

diventano interventisti e vedono nella guerra un modo per promuovere l’invenzione di nuove

macchine, di selezionare i popoli e le nazioni più forti. Dopo la guerra il futurismo si organizza

come movimento politico oscillando fra posizioni democratiche, antimonarchiche con

rivendicazioni della libertà di sciopero, del divorzio e il suffragio universale anche per le donne,

e dall’altro lato invece preferivano un sovversismo di destra che esaltava l’espansione

imperialistica e l’aggressività dei gruppi e delle squadre d’azione. La maggior parte dei futuristi

aderì al fascismo fino al 1920 quando ci fu una grande rottura tra Marinetti e Mussolini: si

chiude la fase eroica del futurismo e anche se continuerà fino agli anni 30, non avrà più tanta

incidenza sulla vita sociale e politica.

IL PRIMO MANIFESTO DEL FUTURISMO

È un manifesto scritto in francese e apparso sul figaro il 20 febbraio del 1909 e fu poi

presentato in italiano sulla rivista poesia. Ha un contenuto ideologico più che artistico, con

un’esaltazione della macchina, della modernità e della città industriale; l’immagine del

moderno trova qui la sua piena espressione. Compare anche un’ideologia che celebra gli istinti,

i giovani, la gioia della distruzione, la guerra e l’aggressività: diventa come una visione

negativa del superuomo di Nietsche. Sul piano culturale e artistico si propone la distruzione

della tradizione e del passato delle accademie, delle biblioteche, dei musei, affermando invece

un nuovo criterio di bellezza che si ritrova nella tecnologia, nelle macchine delle industrie e

insomma nel moderno. Esso è l’estetica per eccellenza con i suoi cartelloni pubblicitari, il

disegno industriale, le forme delle automobili, degli aerei ecc..

Lo stile del manifesto è paratattico, fatto di frasi brevi ma con uno sviluppo logico che mira a

stupire e a scandalizzare, come se fosse una scrittura- azione. I futuristi con questo manifesto

vogliono cantare l’amore del pericolo, il coraggio, la ribellione, l’audacia che diverranno

elementi essenziali della loro poesia; la letteratura fino ad ora ha esaltato l’immobilità, il sonno

e loro al contrario vogliono esaltare il movimento aggressivo, la corsa, lo schiaffo e il pugno. Il

mondo si è infatti arricchito di una bellezza nuova, la velocità di cui è il simbolo l’automobile,

un uomo che tiene il volante e inizia la sua corsa; il poeta si deve prodigare senza risparmio di

energie a stimolare la vitalità degli istinti primordiali: non c’è bellezza se non nella lotta e

nessuna opera può essere un capolavoro se non ha un carattere aggressivo. I futuristi vogliono

invece glorificare la guerra, il militarismo, il patriottismo combattendo invece contro il

moralismo, il femminismo e ogni viltà opportunistica. Cantano le folle agitate dal lavoro, dal

piacere, dalle sommosse: i piroscafi avventurosi che sfidano l’orizzonte, le locomotive che

scalpitano sulle rotaie, il volo scivolante degli aerei.

È proprio in Italia che lanciano questo manifesto di violenza travolgente con il quale vogliono

fondare ufficialmente il futurismo, vogliono liberare il paese dalla cancrena creata da professori

e antiquari. Per troppo tempo l’Italia è stata un mercato per venditori di cose vecchie: bisogna

invece liberarsi dai tanti musei che coprono il paese di cimiteri; tra musei e cimiteri infatti per

loro non c’è alcuna differenza: i musei sono come dei dormitori pubblici in cui ci9 si riposa

accanto ad esseri ignoti1 la soluzione che trovano è quella di andare nei musei in

pellegrinaggio una volta l’anno come si fa nei campisanti durante il giorno dei morti, portando

anche dei fiori alla gioconda, ma non passeggiandovi ogni giorno perché questo porta tristezza

e morbosa inquietudine. Non si possono infatti sprecare tutte le forze in una stupida e inutile

ammirazione per il passato: solo per malati e moribondi va bene passare il tempo ricordando il

passato perché tanto la loro vita è segnata, ma i giovani poeti trentenni hanno ancora almeno

10 anni per poter cambiare le cose e solo quando saranno vecchi saranno considerati antichi

da altri scrittori più giovani di loro, che non apprezzeranno le loro opere e le loro idee. La sana

ingiustizia scoppierà nei loro occhi: l’arte infatti non può essere che crudeltà e violenza; i cuori

di questi giovani poeti, i futuristi non sentono alcuna stanchezza e al contrario sono carichi di

fuoco, odio e velocità: gli altri invece non si ricorderanno neanche di aver vissuto.

MANIFESTO TECNICO DELLA LETTERATURA FUTURISTA

Questo manifesto è datato 11 maggio 1912, presenta un programma tecnico che riguarda lo

stile, la sintassi, l’uso delle parole, oltre che un programma ideologico che rivela in modo

chiaro la poetica di Marinetti. Il programma si divide in due parti, una distruttiva e una

costruttiva; la prima parte comprende la critica alla psicologia e al culto dell’interiorità:

secondo i futuristi bisognava infatti distruggere la letteratura dell’io. Critica anche la sacralità

dell’arte, la sua autonomia e il suo valore supremo, l’intelligenza e il calcolo razionale a cui

contrappongono la “divina intuizione”. La parte costitutiva, la seconda, vuole esaltare proprio il

potere dell’immaginazione che riesce a cogliere l’essenza della materia che si imprime

attraverso le energie delle forze cosmiche; l’uomo stesso deve diventare sempre più

espressione di questa energia, trasformandosi in macchina, “un uomo meccanico dalle parti

intercambiabili”.

Il rapporto tra ideologia e scrittura è molto stretto: distruggendo la sintassi, si distruggono i

rapporti logici tra le cose con la conseguenza di porre in primo piano la memorizzazione e

l’intuizione; non ne derivano teorie nuove ma quelle già messe in luce dal simbolismo,

l’esaltazione dell’analogia e della sinestesia, e l’illusione di cogliere un significato universale. In

questo loro secondo manifesto, i futuristi dicono che bisogna distruggere la sintassi disponendo

invece i sostantivi a caso e i verbi devono essere usati all’infinito perché si adattano meglio al

sostantivo non sottoponendolo all’io dello scrittore: il verbo all’infinito dà solo continuità di vita.

Si deve abolire anche l’aggettivo perché il sostantivo deve mantenere la sua originale

naturalezza; l’aggettivo dà infatti delle sfumature che presuppongono la soggettiva

meditazione sul sostantivo. Anche l’avverbio deve essere eliminato perché dà una falsa unione

tra le parole; il legame tra le parole, coma anche tra le cose, devE essere naturale e deve

avvenire per analogia; anche la punteggiatura deve essere tolta in modo naturale visto che

non ci sono più avverbi, aggettivi, congiunzioni. La gradazione di analogie nei futuristi diventa

sempre più vasta: non basta paragonare un animale all’uomo o ad un altro animale, ad

esempio Marinetti lo paragona all’acqua ribollente: “l’analogia non è altro che l’amore profondo

che collega due cose tra loro distanti”; non vi sono categorie di immagini, né tra queste alcuna

preferenza perché lo stile analogico è padrone di tutta la natura in sé. Bisogna orchestrare le

immagini disponendole secondo un maximum di disordine, nella letteratura si deve distruggere

l’io e di conseguenza tutta la psicologia, perché l’uomo che si limita alle biblioteche non offre

alcun interesse di sé. Bisogna sostituire la psicologia ormai esaurita con l’ossessione lirica della

materia: non ci devono essere sentimenti umani, il calore di un pezzo di legno è per loro più

appassionante delle lacrime di una donna.

Bisogna tradurre in letteratura i tre elementi che fino ad ora sono stati trascurati: il rumore,

manifestazione del dinamismo degli oggetti; il peso, facoltà di volo degli oggetti e l’odore,

facoltà di sparpagliamento dell’oggetto; è da qui che nasce la nuova psicologia intuitiva della

materia. Fino ad ora le scelte di metafora sono state troppo appesantita dalla logica: Marinetti

invece invita ad amplificare senza limiti le relazioni analogiche, non è necessario che esista una

continuità di significato tra i due termini coinvolti nell’analogia per inventare quella che lui

chiama immaginazione senza fili, dove l’arte sarà più essenziale e dove i primi termini

dell’analogia verranno eliminati e daranno spazio solo ai secondi. I futuristi non mirano ad una

letteratura che sia bella e armoniosa, al contrario scelgono volutamente dei termini brutali.

“facciamo coraggiosamente il brutto in letteratura e uccidiamo dovunque la solennità”; il

risultato finale partendo dall’odio per i musei e le biblioteche sarà odiare la stessa intelligenza e

dopo il regno animale sarà la volta di quello meccanico.

SI, SI,COSì, L’AURORA SUL MARE (da teoria e invenzione futurista)

Questa poesia non è tanto il segno di una vocazione espressionista dell’autore ma un modo in

più per confermare il naturalismo impressionistico nelle coordinate irrazionalistiche della sua

poetica e della sua ideologia. Nella metrica stessa è decisiva, anche più della divisione in versi,

la disposizione delle parole nella pagina e il loro aspetto tipografico,ad esempio con l’uso delle

maiuscole. Il solo titolo non si limita a presentare il tema della poesia, l’aurora sul mare, ma

già annuncia alcune parole chiave del testo e la tecnica della ripetizione, si può anche

interpretare come una soddisfazione per aver raggiunto il risultato desiderato con la tecnica

futurista: è come se volesse dire “sì, sì, è così che si deve rappresentare l’aurora sul mare”,

con un’esibizione provocatoria tipica dell’atteggiamento dell’avanguardia.

[analisi del testo] tre nuvole che impediscono il sorgere del sole, il vento a poco a poco libera

il cielo dalle nuvole e mescola colori che si mescolano sul mare. Il tre all’inizio è espresso con

numero arabo (3) e gli viene dato ancora maggiore risalto per il fatto che è masso proprio

all’inizio dei testo, in apertura. Usa il termine muscoli assieme a sangue per indicare il rosso

dell’aurora e per esprimere l’energia del mare e in genere del paesaggio naturale; l’aurora è

proprio la fase del sorgere del sole che segue l’alba caratterizzata dal rosso per la rifrazione dei

raggi del sole sull’orizzonte. L’est è il punto cardinale nel quale sorge il sole e guardando in

quella direzione il chiarore è piuttosto giallo che rosso a causa della luminosità più pronunciata

del sole (sghimbescia = obliqua, laterale per la scarsa altezza della luce solare diretta

sull’orizzonte). Poi..poi.. indica i diversi momenti temporali e le diverse prospettive e

dell’osservazione; un verde diaccio e slittante è un verde freddo che scivola e indica

probabilmente una zona di mare ancora poco illuminata e l’aggettivo diaccio è tipico dell’uso

toscano. Guardando a nord, invece del giallo prevale un rosso strafottente cioè che esibisce in

modo derisorio la propria sicurezza; questo rosso è bruscamente paragonato senza un nesso

logico ad un rumore, definito a sua volta per sinestesia duro e vitreo (cioè con le

caratteristiche del vetro, duro e freddo. Un altro colore definito in termini umani (stupefatto,

meravigliato) è il grigio, il tentativo di resistenza delle nuvole e dell’oscurità. Appaiono in

lontananza piacevoli nuvole color rosa, rossi vivaci come squilli di trombe e rosso improvviso

come delle esplosioni (altre due sinestesie). Un debole ostacolo di ombra e nuvole, di color

grigio e poi l’insistenza dell’azzurro, cioè del sereno(il tam tam è uno strumento musicale a

percussioni ).

È rappresentata la lotta tra le nuvole e il sole che sorge, già introdotta nei primi versi e qui

accentuati nei poli si/no; la prevalenza del sì indica il trionfo del sereno e quindi del giallo

roboante(rimbombante, rumoroso, ancora una sinestesia). Anche il colore grigio entra a far

parte di una armonia naturale, e anche le perle partecipano positivamente allo spettacolo in

quanto elementi del paesaggio naturale marino, anche se la loro evocazione qui viene fatta per

indicare la tonalità di grigi. Poi descrive un aspetto piacevole e seducente di colore tra verde e

azzurro delle baie, la superficie calma e color viola del mare leggermente increspata per

l’entusiasmo dell’arrivo del sole. I lastroni sono elementi della pavimentazione e quindi il mare

è implicitamente paragonato ad un essere vivente, dotato di vene che sembra sperimentare la

felicità per lo stupore davanti all’alba . è l’ultima minaccia alla serena affermazione del sole.

Una nuvola color blu proprio in verticale sopra la testa del poeta; la forma angolata delle onde

sembrano raggiungere a loro volta una felicità folle. I prismatismi sono le forme che hanno,

come l’aspetto di un prisma(questa deformazione è tipica delle tecniche del cubismo. Un

ulteriore faccia del sorgere del sole è un’esplosione di colore giallo, un rombo d’oro, domina in

questi versi la metafora sole/bocca e le tre ombre, cioè le tre nuvole che ostacolavano il sole

sono qui risucchiate all’interno di un golfo dominato dal sole, come una bocca con denti pieni di

sangue e abbondante saliva gialla: una bocca che prende possesso del mare e colpisce con

violenza. Trionfa ormai positivamente il sole e i ripetuti “ancora”(con crescendo tipografico:

ancora) , mimano l’aumentare della luminosità e definiscono il compimento

ancora,

ancora,

dell’evento sottolineandone l’immediatezza della percezione.

LUIGI PIRANDELLO

È uno scrittore del ‘900 famoso in tutto il mondo per i suoi atteggiamenti ispirati al moderno

relativismo; con lui entrano in letteratura dei caratteri fondamentali come la crisi delle

ideologie e il conseguente relativismo, il paradosso, la tendenza alla scomposizione e alla

deformazione grottesca, l’ironia e l’umorismo. Ma queste sono soltanto le caratteristiche del

secondo Pirandello perché all’inizio è invece perfettamente inquadrato nell’800 e solo tra il

1904 e il 1908 approda all’umorismo con il fu Mattia Pascal e poi con il saggio l’umorismo, in

radicale antitesi coni valori dell’arte classica, romantica e decadente.

È possibile distinguere 5 fasi della sua vita e della sua produzione poetica e letteraria:

Periodo della formazione, fino al 1892 anno in cui decide di dedicarsi alla letteratura;

Coscienza della crisi (1892-1903) quando cominciano ad affiorare le tematiche

relativiste;

Periodo della narrativa umoristica, dal Mattia Pascal al “si gira” nel 1915;

Periodo del teatro umoristico e del suo successo internazionale, dal 1916 al 1925

Stagione surrealista, con i miti teatrali e le ultime novelle, dal 1925 al 1936.

GLI ANNI DELLA FORMAZIONE: influiscono in questo periodo tre diversi ambienti: siciliano,

tedesco e romano. Quello siciliano ne determina la fisionomia psicologica, sociale e politica; il

padre Stefano era stato un garibaldino e dirigeva miniere di zolfo ad Agrigento e la madre

Caterina Ricci- Gramitto veniva da una famiglia di patrioti antiborbonici. Luigi viene quindi

educato al patriottismo e studia legge presso l’università di Palermo dove frequenta il ceto

intellettuale siciliano più emarginato però rispetto a quello del nord, con fermenti anarchici e

socialisti. Pirandello non accetterà mai il carattere troppo insurrezionalista dei giovani e ha un

rapporto conflittuale e antagonistico col padre anche a causa delle sue avventure sessuali

scoperte dal figlio che si allontana ancora di più da lui. È questo per lui un periodo di

frustrazione in cui scrive una lettera alla sorella Lina dicendole che la vita è un’enorme

pupazzata priva di ogni spiegazione possibile. Dall’87 all’89 frequenta l’ambiente romano dove

si trasferirà definitivamente dopo il periodo tedesco, dal ’91; in questo ambiente studia lettere

e nonostante sia un ambiente marginale, entra in contatto con Capuana e matura in lui la

vocazione letteraria; pubblica a Palermo un libro di poesie nel 1889, “mal giocondo”. A causa

di contrasti con il professore di latino, Pirandello decide di andare a laurearsi a Bonn e le

letture di questo periodo lo influenzarono molto profondamente; si laurea in filologia romanza

con una tesi su “suoni e sviluppo del suono nel dialetto di Girgenti”. Ha intanto una relazione

con una ragazza, Jenny Schulz- Lander a cui dedica il suo secondo libro di poesie, “pasqua di

Gea” del 1891.

LA COSCIENZA DELLA CRISI. Tornato da Bonn si stabilisce a Roma e qui dedica la propria

vita alla letteratura e al teatro diventando anche professore universitario di lingua italiana.

Scrive alcune novelle che escono nel ’94 col titolo “amori senza amore” e scrive anche, sotto

consiglio di Capuana, un romanzo, “Marta Ajala” poi pubblicato col titolo “l’Esclusa” nel 1901.

è un romanzo ambientato in Sicilia che assieme al turno riflette l’esperienza siciliana

dell’autore, viene preceduto da una lettera a Capuana in cui prende le distanze dal naturalismo

sottolineandone il fondo umoristico. È la storia di una ragazza che viene cacciata di casa

perché ingiustamente accusata di adulterio e verrà riammessa in casa solo dopo essersi

dichiarata colpevole (vuole dimostrare il paradosso delle azioni umane: accanto a situazioni

veriste vengono descritti infatti avvenimenti assurdi prodotti non dalla volontà degli uomini

ma dalla sorte. Tutto il romanzo è basato sulla soggettività e alla fine anche Marta si

convincerà di essere colpevole perché è così che tutti la considerano; il romanzo ha ancora

però qualche influenza del naturalismo. Nell’esclusa, come si vede anche dal titolo, il tema

centrale è l’esclusione, la condizione tipica dell’intellettuale. Infatti Marta, esclusa dal marito

Rocco Pentagora, diventa un’intellettuale e farà la maestra studiando la vita dall’esterno; con

Marta viene bene analizzata la figura dell’intellettuale che comincia a diventare umorista per

rappresentare il ridicolo nascosto in fondo alle cose e alle persone. Intellettuali sono anche i

due colleghi di Marta, anche loro esclusi, Matteo Falcone, figura grottesca e Luca Blandino, che

tutti considerano pazzo;essere intellettuali ed essere esclusi sembra quindi la stessa cosa. Al

determinismo naturale dei veristi, si sostituisce un determinismo sociale: a provocare

l’esclusione non è una condizione oggettiva perché Marta non ha davvero tradito il marito ma

sono0 gli altri che lo pensano: la verità diventa quindi il risultato di un’opinione; Pirandello

supera il determinismo dall’interno spostando l’attenzione dai fatti alle apparenze e inoltre la

figura del padre che chiude la porta della propria camera e che non vuole più rivedere la figlia

è simbolo dell’incomunicabilità tra padre e figlio, tema molto ricorrente all’inizio del secolo

(anche con Kafka e la sua “lettera al padre”). Del 1895 un altro romanzo, “il turno” che parla

anch’esso dell’assurdità della vita raccontando la storia di un uomo, Pepè Aletto che deve

aspettare il suo turno per potere sposare la donna che ama, la morte degli altri due mariti che

venivano prima di lui, Alcazer e Ciro Coppa; intanto Pirandello fonda con Flores e Mantica la

rivista Ariel che si oppone al misticismo e al simbolismo tipici della poesia decadente. Scrive

poi “arte e coscienza d’oggi”, nel 1893, una specie di esame di coscienza del letterato che

rivela il suo malessere intellettuale e quello di tutta la sua generazione. Comincia qui il periodo

del relativismo, traduce le elegie romane di Goethe e scrive poesie tra cui la raccolta

“zampogna” e diverse novelle, “beffe della morte e della vita” e “quand’ero matto”. Nel 1894

aveva sposato Maria Antonietta Pelano più su pressione della famiglia che per scelta propria;la

moglie viene però colpita da una paralisi che distrugge la sua già esile personalità e il padre lo

priva della rendita con cui riusciva a badare ai suoi tre figli; si impegna quindi in lezioni private

e collaborazioni giornalistiche. Nasce “il fu Mattia Pascal”.

IL PERIODO DELLA NARRATIVA UMORISTICA. Con il romanzo il fu Mattia Pascal, la sua

produzione letteraria subisce una svolta importantissima; abbandona il teatro e per alcuni anni

si dedica esclusivamente alla narrativa. Pubblica il romanzo“i vecchi e i giovani” uscito prima

a puntate nel 1909 e poi per intero nel 1913, ha una struttura più complessa, oscilla tra un

romanzo storico e un romanzo umoristico, c’è una contraddizione di fondo, il narratore

onnisciente si immedesima nei personaggi: questo crea anche una contraddizione ideologica


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MrStout

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Letteratura italiana, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente La scrittura e l'interpretazione, Luperini, Castaldi, Marchiani. con analisi dei seguenti argomenti: IL ‘700, l’età della ragione e dell'Arcadia, ritorno al platonismo, Pietro Metastasio, i tempi e i luoghi: le definizioni di illuminismo eneoclassicismo, il tramonto dell'intellettuale cortigiano, le società, i caffè, Cesare Beccaria.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lingue, letterature e comunicazione interculturale
SSD:
A.A.: 2006-2007

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher MrStout di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura Italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Salento - Unisalento o del prof Coluccia Giuseppe.

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