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Facciamo alcuni esempi concreti: probabilmente Petrarca pensava a noi, era

sufficientemente ambizioso e sicuro delle proprie capacità per sperare in una gloria eterna.

Facciamo un altro esempio: Niccolò Machiavelli scrive “Il Principe”.

In quel caso “Il Principe” è composto esclusivamente per un destinatario singolo, per una

persona che è il Duca dei Medici.

Ma se noi non teniamo conto di questa cosa, cioè che Il Principe non è scritto per noi, ma

è scritto per il Duca Medici, non comprendiamo il significato del testo, anzi, peggio, lo

interpretiamo male.

“Il Principe” era stato malamente interpretato nei secoli passati come un manuale per

l’educazione di un sovrano crudele ma di successo.

Interpetandolo in questo modo tradiremmo l’intenzione originaria dell’autore.

Questo è un esempio di come la considerazione del destinatario sia una condizione

necessaria per la comprensione del messaggio.

Boccaccio scrive il Decameron rivolgendosi alle donne.

Per quanto riguarda il contesto invece le cose sono ancora più complicate.

L’emittente e il ricevente non sono compresenti, ma c’è una separazione geografica e

anche cronologica.

Il contesto è cambiato con tutta una serie di conseguenze: la prima l’abbiamo già

la lingua è cambiata.

incontrata

In una situazione comunicativa normale il contesto è utile all’efficacia del messaggio, non

è assolutamente ininfluente alla comprensione del messaggio.

I testi non sono mai delle isole.

Per quanto riguarda il codice: il codice letterario è un codice diverso dagli altri codici.

Intanto siamo in una situazione letteraria, Petrarca non scrive nella nostra lingua, è

un’altra lingua.

Non solo la lingua è diversa perché sono passati dei secoli, ma Petrarca non scrive nel

toscano quotidiano, questo è il fiorentino del ‘300 letterario.

Facciamo un esempio: nel primo sonetto del Canzoniere Petrarca dice: “Voi che ascoltate

in rime sparse il suono…”

Usa il verbo “ascoltare” che dà un tono più leggero, il verbo “cantare”, “ascoltare” è un

verbo tecnico della letteratura.

Il verbo “cantare”, applicato alla letteratura, ha le sue origini nel periodo in cui la letteratura

aveva una dimensione orale.

Petrarca è un poeta sottile, sofisticato a tal punto da essersi creato un codice personale.

Quando Petrarca scrive “l’aura”, vuole che noi condividiamo con lui questo codice, cioè

che capiamo che lui stia parlando della donna, di Laura.

E di esempi simili nel Canzoniere ce ne sono parecchi.

Noi oggi possiamo dire che Montale ha una vena petrarchesca, usa un codice

petrarchesco.

Noi dobbiamo possedere il più possibile il codice di chi scrive.

Si potrebbe fare un’osservazione anche riguardo al canale.

Il canale è il mezzo attraverso il quale la comunicazione si sposta.

Nel caso della comunicazione orale è l’aria.

Nel caso della letteratura è la pagina scritta, il libro.

Non è ininfluente alla comprensione del messaggio lo studio e la considerazione della

conoscenza del canale.

Esiste una disciplina che studia ciò ed è la filologia.

Il Canzoniere di Petrarca è un testo che si diluisce per più di 40 anni e in questi 40 anni

Petrarca ha composto diversi manoscritti. 5

Noi leggiamo un testo che è il frutto del lavoro dei filologi che hanno studiato questi

manoscritti e che hanno confrontato le varianti dei testi e hanno deciso che il testo più

vicino alla volontà dell’autore è quello che appunto noi leggiamo.

Per supplire alla mancanza del contesto che è portatore di informazioni necessarie, a volte

il poeta, lo scrittore, viene incontro all’epoca del lettore, del ricevente e mette dentro al

testo una serie di notizie che riguardano il contesto.

Facciamo un esempio: i Promessi Sposi di Manzoni.

Il messaggio di Manzoni è trasmetterci, attraverso il racconto delle vicende di una storia

d’amore, una certa idea di Seicento.

Quindi lo fa attraverso il racconto della storia d’amore travagliata tra Renzo e Lucia.

Per aiutarci, Manzoni ha inserito delle digressioni riguardanti il contesto (le pagine

riguardanti la peste, la carestia…) per facilitare la comprensione del messaggio.

18/10/2007

testo linguistico che comunica, quindi dotato di tutte le caratteristiche di

Testo letterario

ogni situazione comunicativa elaborate per assecondare un determinato scopo.

• Funzione emotiva attenzione polarizzata solo sull’emittente, ad esempio testi

diaristici

• attenzione sul destinatario, ad esempio dediche

Funzione persuasiva

• Funzione referenziale attenzione al contesto, ad esempio digressioni

manzoniane

• Funzione metalinguistica attenzione rivolta al codice

• Funzione fàtica attenzione verso il canale, lo strumento attraverso il quale

avviene la comunicazione

La comunicazione letteraria privilegia la funzione poetica: l’attenzione è rivolta al

messaggio, nel contenuto ma soprattutto nella sua forma.

In ambito poetico il messaggio è unico e qualsiasi decodifica produrrà un messaggio

diverso da quello percepito leggendo il testo originale messaggio intrinsecamente

connesso alla sua codifica.

come una macchina strutturata precisamente e secondo l’ordine

Testo letterario

stabilito dall’autore. 6

Testo letterario insieme di segni incontro tra significato e significante

Significato immagine mentale dell’oggetto

Significante resa acustica dell’oggetto

Insieme dei significanti codice condiviso da chi parla e da chi ascolta; chi scrive preleva

dei significanti in base alle esigenze (=selezione).

Poi si passa alla combinazione (=regole che permettono un sensato ordinamento delle

diverse parti di una proposizione).

Petrarca - Rerum vulgarium fragmenta 90

Erano i capei d'oro a l'aura sparsi

che 'n mille dolci nodi gli avolgea,

e 'l vago lume oltra misura ardea

di quei begli occhi ch'or ne son sì scarsi; 4

e 'l viso di pietosi color farsi,

non so se vero o falso, mi parea:

i' che l'esca amorosa al petto avea,

qual meraviglia se di subito arsi? 8

Non era l'andar suo cosa mortale

ma d'angelica forma, e le parole

sonavan altro che pur voce umana; 11

uno spirto celeste, un vivo sole

fu quel ch'i' vidi, e se non fosse or tale,

piaga per allentar d'arco non sana. 14

è un sonetto di lode.

Petrarca loda le bellezze della donna amata

Il volgare discende dal provenzale, dallo Stil Novo e dalle loro tradizioni di poesia

amorosa.

Petrarca smussa i modelli amorosa che era elevazione verso Dio.

Petrarca riporta la cosa a livello terreno, parlando di passione e senso di colpa per la

debolezza dei sensi dell’uomo.

Petrarca passa attraverso la lirica medievale e dello stilnovo.

Donna come tramite fra poeta e Dio, ma interpretato in modo molto originale l’uomo è in

quel periodo al centro di ogni cosa e l’amore viene ridimensionato.

L’amore ha un piano terreno e evidenzia la fragilità dell’uomo dalla lode passa alla

tematica dell’eternità dell’amore. 7

Prima quartina:

i bei capelli biondi di Laura erano mossi dalla tenue brezza che li avvolgeva in tanti

morbidi ricci e il seducente fulgore dei suoi occhi belli brillava a dismisura. Quello

stesso fulgore che ora non brilla più nei suoi occhi.

“Erano” al principio del verso; sia per motivi metrici, sia per iniziare il sonetto con un

verbo al tempo imperfetto

Imperfetto tempo della continuità nel passato: questo tempo ha un aspetto durativo,

indica un’azione che continua.

Rima imperfetti sono sottolineati dalla rima.

Verso 1 Metafora (figura retorica che lavora sui significati) “capei d’oro” all’interno

del campo semantico della parola “oro” è compreso un gruppo di significati presenti anche

nel campo semantico della parola “biondo”.

Campo semantico: nel dizionario come prima definizione si trova come prima cosa metallo

prezioso (Aurum - Au), poi ci sono: giallo, prezioso, luminoso. Vi è una ricchezza di

significati.

Il primo significato scientifico è denotativo, in letteratura però si lavora sugli aspetti

connotativi.

Biondo, giallo denotativo

Bello connotativo.

Capelli gialli come l’oro similitudine.

L’allegoria invece è una cosa ancora più diversa, è difficile da decodificare, perché vi è un

surplus di significato arbitrariamente dato dal poeta.

Verso 2 dolci metafora, in relazione ai capelli, vuol dire morbidi, profumati

Verso 3 arder gli occhi di Laura non bruciano, se mai brillano metafora

(Verso 8 “arsi” metafora per passione, caldo)

Verso 1 “l’aura” luogo implicito per Laura

necessità di esplicitare i luoghi impliciti, è un’allegoria significato denotativo

L’aura

venticello, brezza (in ambito cortese brezza che soffia dal luogo in cui si trova l’amata

connotazione amorosa).

Verso 1 a l’aura dativo di possesso

L’aura lauro (alloro) mito di Apollo e Dafne: amore, sia per Laura che per la poesia

stessa.

Dafne per sfuggire ad Apollo si trasforma in una pianta di alloro da qui in avanti Apollo

porterà una corona di alloro, inoltre Apollo era il dio della poesia.

Apollo = Petrarca; Dafne = Laura amore di Petrarca per la poesia

L’aura femminile di “lauro”, l’alloro

Auro oro Laura viene descritta con le caratteristiche connotative dell’oro.

Auro riferito spesso alla divinità

Verso 4 allitterazione della “s”

Seconda quartina:

vi è un gran disordine delle parole. iperbato ottiene così la rima

Il verbo principale “parea” è messo alla fine del verso 6

col verso 7. 8

Il verbo riassume lo stato d’animo di Petrarca alla vista di Laura.

Verso 7 “esca” metafora era un materiale usato per accendere il fuoco

infiammabile

petto metonimia il petto (cuore) è la sede dell’amore scambio

Verso 7

causa/effetto

Prima terzina:

vi sono 2 iperboli esagerazioni, non servono

Seconda terzina:

verso 12 iperbole spirto celeste

verso 12 vivo sole iperbole + metafora

luogo implicito + metafora

verso 14

luogo implicito non smetterei d’amarla come la ferita non guarisce

quando l’arco si allenta

metafora

luogo implicito + metafora perifrasi una frase per dire una parola

Petrarca chiude così, per far scena usa la perifrasi, è una chiusa sentenziosa, è

epigrammatica 25/10/2007

Petrarca - Rerum Vulgarium Fragmenta 35

Solo e pensoso i più deserti campi

vo mesurando a passi tardi e lenti,

e gli occhi porto per fuggire intenti

ove vestigio uman l’arena stampi. 4

Altro schermo non trovo che mi scampi

dal manifesto accorger de le genti;

perché ne gli atti d’alegrezza spenti

di fuor si legge com’io dentro avampi; 8

sì ch’io mi credo omai che monti e piagge

e fiumi e selve sappian di che tempre 9

sia la mia vita, ch’è celata altrui. 11

Ma pur sì aspre vie né si selvagge

cercar non so ch’Amor non venga sempre

ragionando con meco, et io co llui. 14

Viene introdotto il tema dell’angoscia e del logorio dato dalla passione amorosa.

Petrarca cerca la solitudine nella natura come rimedio alla sua passione ma la passione

è sempre in lui.

Un altro tema è il rispetto che Petrarca desidera da parte degli altri, veniva preso in giro

per il suo essere innamorato.

Segretezza dell’amore rimedio fuga nella natura

Solo e pensoso i più deserti campi

vo mesurando a passi tardi e lenti,

e gli occhi porto per fuggire intenti

ove vestigio uman l’arena stampi. 4

Solo e pensieroso vado percorrendo con passi pesanti e lenti i campi più deserti e

tengo gli occhi ben attenti per evitare i luoghi abitati

c’è una doppia anastrofe al verso 3

“l’ombra” sta per tutti gli uomini.

al verso 4 c’è una sineddoche

Altro schermo non trovo che mi scampi

dal manifesto accorger de le genti;

perché ne gli atti d’alegrezza spenti

di fuor si legge com’io dentro avampi; 8

Non trovo altra difesa che mi sottragga all’indiscreta invadenza della gente perché

dai miei atteggiamenti angosciati si capisce dall’esteriorità come io dentro soffra

per passione. 10

Al verso 4 “schermo” è una metafora inteso come difesa

“scampi” è una metafora rende l’idea della curiosità della gente che causa delle forti

ferite. “manifesto” evidente

Verso 6

Verso 7 “d’alegrezza spenti” litote + metafora litote per dire una cosa si afferma

negando il suo contrario

Collegamento semantico tra spenti e avvampi struttura binaria che funziona per antitesi,

ma utilizzata per esprimere lo stesso stato d’animo.

fuor - dentro antitesi

Verso 8

Legge metafora topos del viso inteso come un luogo aperto viso specchio

dell’anima

sì ch’io mi credo omai che monti e piagge

e fiumi e selve sappian di che tempre

sia la mia vita, ch’è celata altrui. 11

Tanto che io credo ormai che persino i monti, le paludi, i fiumi e le stelle sappiano di

che tempra, di che natura sia la mia vera vita che è nascosta agli altri prosopopea

Nei primi versi c’è un’iperbole, si può anche vedere una personificazione

perché gli elementi naturali assumono caratteristica umana.

polisindeto struttura accumulata di elementi “e piagge e fiumi…”

Versi 9 e 10

uso marcato di congiunzioni.

Il contrario è l’asindeto, dove la congiunzione non è espressa (ad esempio: veni, vidi, vici)

Ma pur sì aspre vie né si selvagge

cercar non so ch’Amor non venga sempre

ragionando con meco, et io co llui. 14

Eppure non so cercare luoghi così impervi e selvaggi, tantoché il pensiero di Laura,

oppure l’amore non mi sovvenga con i suoi pensieri tormentati 11

Verso 12 allitterazione suoni aspri ripresa della selva dantesca ha valore a

livello di significati rende l’idea dei luoghi

Altra figura retorica fonetica è l’onomatopea contenuto e contenitore coincidono ad

esempio “cuculo”

Soltanto nelle parole monosillabiche l’accento è in quell’unica sillaba che possiede e

dunque sono toniche, cioè sono accentate, sono toniche.

Quindi vediamo che somma di suoni forti “Ma pur sì aspre vie né si

selvagge”

Amore viene presentato con la A maiuscola, significa in questo caso davvero che siamo di

fronte ad una personificazione, infatti un concetto astratto, Amore, viene chiamato in

causa addirittura a ragionare, con un ragionamento quasi battagliero.

Quindi Amore viene e ragiona e ha uno scambio di battute personificazione.

Anche in questo caso notiamo la somma delle negazioni “non e

so ch’Amor non venga”

prima, al verso 12 “né quando si accumulano elementi analoghi in questa

si selvagge”,

maniera vuol dire che portano con sé dei significati.

In questo caso è il poeta che non riesce a far qualcosa, è l’incapacità di ottenere il bene

sperato.

E vediamo che nell’ultimo verso Petrarca scrive: “ragionando per

con meco, et io co llui.”,

intendere che Amore venga, sovvenga.

In questo caso Petrarca avrebbe potuto mettere il punto finale del sonetto a “ragionando

con me”, tutto il resto è pleonastico, cioè è in più.

Quindi la particella “co” enclitica vuol dire di nuovo “con”, avrebbe potuto scrivere

“ragionando meco”.

Quindi questo “co” è la ripetizione di “con” e poi di nuovo “et in questo caso

io co llui”,

notiamo l’allitterazione “con, co, co”, l’allitterazione, vuol dire accumulo, vuol dire

insistenza, vuol dire qualcosa di tormentoso, di tormentato, che non può essere contenuto.

Petrarca qui somma per dire che la sua persona è percepita in uno sdoppiamento

alienazione lo stato d’animo di chi non si sente più padrone di sé, ma nella propria

individualità percepisce pure due equilibri, magari la ragione e la passione.

letteratura dal

L’alienazione è un concetto molto moderno, quasi contemporaneo

romanticismo in poi.

Quindi dire che Petrarca è alienato è quasi uno sproloquio.

Però, e lo vedremo anche in un altro sonetto, Petrarca è come sdoppiato.

L’amore viene portato fuori dalla persona di Petrarca e questa presenza (dell’Amore) è

diventata ingombrante, infatti Petrarca dice che non se ne riesce a liberare.

Quindi l’amore, la passione è alienante, allontana l’uomo dal possesso di sé.

Il Canzoniere serve ad esprimere la frammentazione dell’animo.

Si crea una sorta di cerchio che ingabbia, che cattura il poeta il quale non si sente più

libero.

Amore viene proprio rappresentato come un’entità che lo insegue. 12

Petrarca - Rerum Vulgarium Fragmenta 272

La vita fugge, et non s'arresta una hora,

et la morte vien dietro a gran giornate,

et le cose presenti et le passate

mi dànno guerra, et le future anchora; 4

e 'l rimembrare et l'aspettar m'accora,

or quinci or quindi, sí che 'n veritate,

se non ch'i' ò di me stesso pietate,

i' sarei già di questi penser' fòra. 8

Tornami avanti, s'alcun dolce mai

ebbe 'l cor tristo; et poi da l'altra parte

veggio al mio navigar turbati i vènti; 11

veggio fortuna in porto, et stanco omai

il mio nocchier, et rotte arbore et sarte,

e i lumi bei che mirar soglio, spenti. 14 il tema della fugacità del tempo, il tema

Un’ulteriore situazione classica per Petrarca

della vita che scorre irrimediabilmente, senza sosta, giungendo velocemente al momento

finale, al momento della morte, travolgendo, portando con sè tutto, il tempo è velocissimo.

Il numero, l’ordinale, già ci indica che siamo nelle rime in morte di Laura, Laura è morta e

questo episodio della vita provoca nel poeta una riflessione sul tempo, sulla irrimediabilità

del passare del tempo.

La vita fugge, incalza e l’ultima parola del componimento è “spenti” e appunto spenti sono

gli occhi di Laura che è morta.

Quindi è la situazione che fa scattare la riflessione è il motivo per cui Petrarca ha scritto

il testo.

Il tempo dunque scorre velocemente e questa constatazione provoca nel poeta una

situazione di angoscia determinata proprio dallo scorrere del tempo in sè che è appunto

irrimediabile, fugace e non può mai essere fermato e questa è una situazione classica, un

tema tra i più tradizionali, il tempo che divora, il tempo che macina, che passa giorno per

giorno senza lasciarci il modo di fermarlo.

Per Petrarca la situazione è ancora peggiore perché si aggiunge la constatazione che il

tempo passato ha portato pochissimi momenti di gioia e dal futuro non c’è nulla da

attendersi.

Quindi la vita per Petrarca ha offerto solo dolore e la conseguenza che giunge

drammaticamente è “forse allora sarò costretto a togliermi la vita”, questo è un testo

tragico.

Petrarca ci dice che è stato toccato dall’ipotesi del suicidio.

La morte di Laura ha acuito l’angoscia per la fugacità del tempo e per la vanità della vita.

Sono talmente disperato e stanco che, lo confesso, non so se resisterò alla tentazione del

suicidio. 13

Petrarca ci sta dicendo così con questo sonetto.

La vita fugge, et non s'arresta una hora,

et la morte vien dietro a gran giornate,

et le cose presenti et le passate

mi dànno guerra, et le future anchora; 4

La vita trascorre velocemente e non si interrompe mai e la morte segue a ritmo

forzato e mi provocano sofferenza sia le cose presenti, sia il presente, sia il passato,

sia il futuro l’idea proprio della vita che fugge.

“Fugge” è una metafora

Petrarca va a cercare il significato non solo che porti con sé la velocità, ma che porti con

sé l’idea di qualcosa a cui non ci si può aggrappare.

Verrebbe da dire “scorre”, però in realtà anche scorre è una metafora, allora possiamo dire

“trascorre” per indicare appunto il tempo che passa.

Anche “arresta” è una metafora corrispondente di “fugge”, qui però non possiamo dire “si

ferma”, dobbiamo dire “interrompe” “interrompe” è meno fisico.

“Una hora” mai dal punto di vista retorico è una sineddoche oppure anche una

metonimia.

“A gran giornate” è una locuzione fissa, un topos, un luogo comune, tradotto dal latino e

appartiene al lessico militare, un esercito che procede a gran giornate è un esercito che

procede a ritmo forzato, è proprio una formula del lessico militare per dire “velocemente”.

“A gran giornate” perché la giornata era l’unità di misura dello spostamento degli eserciti,

quindi “a gran giornate vuol dire “a ritmo forzato”, “velocemente”.

“Mi danno guerra” metafora evidentissima mi fanno soffrire, provocano sofferenza

sia al presente, sia al passato, sia al futuro.

Il poeta lavora sui significati, seleziona i significati, tenendo a mente la struttura intera del

testo, siccome pensa Petrarca a una sofferenza sottoforma di guerra, gli è venuto in

mente “a gran giornate” che appartiene al lessico militare.

Potremmo tracciare una linea tra “guerra” e “gran giornate” queste linee che collegano i

significati, andando a costruire la struttura, l’architettura del testo, in linguistica si

chiamano isotopie.

Riflettere intorno alle parole e tirare le righe questo significa metto in evidenza la griglia dei

significati del testo e i nostri manuali scolastici hanno semplificato quella che è la teoria

dello strutturalismo, cioè il testo è una struttura in cui tutto tiene, tutto è calibrato, ogni

elemento non vale mai a sé, ma è interdipendente con gli altri.

Notiamo questo accumulo di congiunzioni “e”, in questo caso siamo di fronte ad un

polisindeto, altre teorie parlano anche di “enumeratio”, l’uso della congiunzione “e”

produce accumulo.

Il polisindeto in questo caso inizia nella prima quartina e termina nella quartina successiva,

accora è un verbo che ha

quando Petrarca dice “e 'l rimembrare et l'aspettar m'accora,” 14

cambiato significato, a noi forse fa venire in mente “rincuora”, che però nel nostro lessico

ha significato opposto, la parola più simile ad “accora” nel nostro vocabolario è accorato,

per dire angosciato.

Quindi “accora” vuol dire “mi affligge”.

Il polisindeto si conclude qui perché abbiamo una serie di frasi coordinate “la vita fugge e

non s’arresta, “viene dietro”, “danno guerra”, “rimembrare”, “aspettare”, una serie di verbi

coordinati, all’interno di questi verbi coordinati con il polisindeto ce n’è un altro perché mi

danno guerra sia le cose presenti, sia le cose passate, sia le cose future, quindi questa

specie di struttura gerarchica, mi danno guerra regge a sua volta il polisindeto.

L’importante è sottolineare, vediamo quanti “e”, assolutamente non può essere casuale,

Petrarca vuol dire “tutto” insomma, sia il passato, che il presente, che il futuro mi provoca

angoscia, è qualcosa allora di incontenibile, è qualcosa di insopportabile.

Al verso 6 Petrarca aggiunge “or quinci or quindi” che è riferito a “rimembrare” e ad

“aspettare”

e 'l rimembrare et l'aspettar m'accora,

or quinci or quindi, sí che 'n veritate,

se non ch'i' ò di me stesso pietate,

i' sarei già di questi penser' fòra. 8

e mi affliggono sia il ricordo delle cose passate, sia l’attesa delle cose future, ora da

una parte ora dall’altra, tantoché (in verità) lo confesso, se non fosse che io ho pietà

di me stesso, mi sarei già sottratto da questi pensieri (col suicidio)

Questo “or quinci or quindi” è pleonastico, ma serve proprio per dire irrimediabilmente,

alternativamente ora uno o l’altro, sia il pensiero del passato, sia il pensiero del futuro,

alternativamente e di continuo.

“quinci e quindi” appunto riferito a “rimembrare” e ad “aspettare”, si può parafrasare “sia

uno che l’altro” oppure “alternativamente”, oppure “di continuo”.

Se decidiamo di credere che “i' significa “con il suicidio” lo

sarei già di questi penser' fòra.”

possiamo aggiungere, altrimenti lasciamo “io sarei già di questi pensier fora”.

Che cosa ci autorizza che questo significa “con il suicidio”, ci autorizzano anche altri testi,

Il Canzoniere è una struttura, ogni sonetto appartiene ad un sistema di testi costruiti l’uno

accanto all’altro e ci sono studi approfonditi riguardo la collocazione delle singole poesie

all’interno della struttura, il loro ordine dunque significa qualcosa e allora siccome ci sono

altri testi che parlano del suicidio, allora di conseguenza è lecito interpretare così questo

verso.

Dal punto di vista formale soltanto notiamo che al verso 7 abbiamo aggiunto “se non fosse

che io provo pietà di me stesso” cioè abbiamo dovuto aggiungere il verbo “se non fosse

che”, in questo caso il verbo è ellittico, cioè c’è un’ellissi del verbo, quindi il verbo viene

omesso, manca, allora si dice è ellittico. 15

Si parla di ellissi in ogni situazione in cui manca qualcosa di necessario, in questo caso il

verbo, ma può mancare anche un concetto, un’idea, cioè l’ellissi è una categoria che

funziona a livello minimo della frase, ma anche a livello ampio del testo, del ragionamento.

“i' sarei già di questi penser' fòra.” è una perifrasi se decidiamo di credere che si sta

parlando del suicidio, non lo è, e quindi ci atteniamo se non decidiamo di credere al

suicidio, allora ci limitiamo al piano letterale e la nostra parafrasi sarà “io mi sarei sottratto

da questi pensieri”.

Però se noi decidiamo di credere al suicidio non solo è una perifrasi, è anche un

eufemismo.

L’eufemismo è una attenuazione, l’attenuazione di una parola o di un’espressione

mediante un’altra meno incisiva.

Nella tabella si fa un’esempio per dire “stupido” di una persona possiamo dire “poco

perspicace”.

In questo caso l’eufemismo è necessario perché certamente Petrarca non lo dice mai

direttamente, non parla mai direttamente del suicidio, per tantissime ragioni, personali,

psicologiche, poetiche ecc e anche per motivi religiosi, perché appunto la fede cattolica

vieta il suicidio.

Tornami avanti, s'alcun dolce mai

ebbe 'l cor tristo; et poi da l'altra parte

veggio al mio navigar turbati i vènti; 11

Inizia con questa terzina e prosegue con la terzina successiva la grande metafora della

vita come un viaggio per mare.

La vita è un viaggio per mare dunque la vita è anche una nave e gli strumenti, gli oggetti

che compongono la nave sono gli attribuiti, gli oggetti che compongono la vita, il nocchiere

è chi guida la nave, quindi la ragione, gli alberi e le risarte, cioè le funi sono gli strumenti

che concretamente fanno andare avanti la nave e quindi secondo alcuni si dice la ragione.

L’importante è che noi notiamo questa grande metafora della vita come una nave per

mare.

Quando una metafora riguarda una costellazione di espressioni si può parlare di metafora

continuata, cioè quando la scelta di una metafora implica la scelta di un campo semantico

che necessariamente costringe il poeta ad arricchire il pensiero con metafore tratte tutte

dallo stesso campo semantico.

Mi si affacciano alla memoria, mi tornano alla memoria, se in qualche momento di

dolcezza ebbe mai il cuore meschino (oppure mi tornano alla memoria di rari,

troppo rari momenti di felicità) e se penso al presente e al futuro non vedo che

sofferenza 16

“s'alcun questo dolce è un aggettivo ma con un valore

dolce mai ebbe 'l cor tristo”

assoluto, vale come sostantivo.

“Dolce” è metafora per intendere piacevole, possiamo anche parafrasare con “momenti

piacevoli, felici, di gioia” e poi notiamo che questo “tristo”, l’aggettivo “tristo” l’abbiamo

dovuto parafrasare con “meschino”, perché “tristo” nel lessico antico ha una sfumatura di

significato diversa rispetto al nostro, cioè per noi “triste” vuol dire malinconico, un po’ meno

di “angosciato”, nel lessico medievale, trecentesco, “triste” vuol dire “cattivo”, quindi che ha

sbagliato, le anime tristi sono le anime dell’Inferno.

C’è sempre quindi questo miscuglio di senso di colpa di Petrarca, quindi “triste”

meschino, povero, tapino.

Se la navigazione è la vita, la navigazione fatta con i venti forti è una navigazione

difficoltosa, ostacolata.

Notiamo l’allitterazione delle “v” “veggio navigar è una

al mio navigar turbati i vènti;”,

metafora, una metafora continuata.

L’ultima terzina inizia ancora con “veggio”, allora in questo caso si può parlare di

un’anafora quando due elementi, due segmenti iniziano allo stesso modo, si tratta di

anafora.

In questo caso l’anafora è efficace perché chiude una terzina e ne apre un’altra, fa da

catena, da snodo tra le due strofe

veggio fortuna in porto, et stanco omai

il mio nocchier, et rotte arbore et sarte,

e i lumi bei che mirar soglio, spenti. 14

Vedo la tempesta in porto, intravedo l’esito peggiore proprio nel momento finale

oppure -parafrasi più libera- ho la premonizione, temo che proprio mentre

desideravo di acquietarmi, mi aspetta un esito terribile, la morte, ormai infatti

mi rendo conto che la ragione (o la volontà) è debole, è stanca e non ha più

argomenti,

Fortuna è il fortunale.

Se la vita è una navigazione, il momento del porto è o il momento della salvezza, oppure è

l’ultimo momento della navigazione, cioè il momento della morte.

Il nocchiere è colui che conduce la nave, che guida la vita

Gli alberi della nave permettono alla nave di procedere, di andare avanti, sono i suoi

rinforzi, quindi se gli alberi sono rotti la ragione è inerme, senza strumenti, quindi è

un’aggiunta, un peggioramento del semplice “debole”

All’interno della metafora continuata, “i lumi” sono le stelle che guidano il navigatore.

Alla nave, al navigante mancano i punti di riferimento che era solito guardare, nel nostro

caso “i lumi” per Petrarca sono gli occhi di Laura, spenti, perché Laura è morta.

“Lumi” è una metafora per intendere gli occhi e analogamente “spenti”, perché stanno

insieme. 17

Anche l’ultima terzina è caratterizzata da questo accumulo di “e” polisindeto.

Nella prima terzina Petrarca ci aveva ventilato l’ipotesi del suicidio e allora deve

argomentare, deve motivare. 8/11/2007

Petrarca - Rerum Vulgarium Fragmenta 134

Pace non trovo, et non ò da far guerra;

e temo, et spero; et ardo, et son un ghiaccio;

et volo sopra 'l cielo, et giaccio in terra;

et nulla stringo, et tutto 'l mondo abbraccio. 4

Tal m'à in pregion, che non m'apre né serra,

né per suo mi riten né scioglie il laccio;

et non m'ancide Amore, et non mi sferra,

né mi vuol vivo, né mi trae d'impaccio. 8

Veggio senza occhi, et non ò lingua et grido;

et bramo di perir, et cheggio aita;

et ò in odio me stesso, et amo altrui. 11

Pascomi di dolor, piangendo rido;

egualmente mi spiace morte et vita:

in questo stato son, donna, per voi. 14

La lettura non sembra oscura, termini noti.

Vi è una sperimentazione nella struttura del sonetto a livello di posizione di parole.

Viene mostrata la psicologia di Petrarca che si sente lacerato da tensioni opposte, si

chiede come possano 2 cose completamente diverse sussistere contemporaneamente.

Il componimento è una somma di antitesi.

Tensioni causate dalla divaricazione dell’animo di Petrarca.

La causa di ciò è Laura che non ricambia l’amore di Petrarca.

Questo “dopo” in poesia, per comunicare, ci fa capire la fede di Petrarca nella poesia.

Per Petrarca è più vera la poesia della realtà, perché è più aderente al vero. 18

Non trovo la calma che vorrei e tuttavia non ho gli strumenti per combattere;

contemporaneamente temo e spero e soffro di passione e sono

contemporaneamente e sono contemporaneamente infermo e sono

disperato/abbattuto dal dolore e non ho nulla e ho ogni cosa.

Laura mi tiene prigioniero in modo tale che ne’ mi libera, ne’ mi stringe.

Laura non mi possiede ma nemmeno mi libera dal vincolo amoroso.

E questo amore non mi uccide, ma nemmeno mi libera dal legame amoroso

Non mi conduce a salvezza, ma nemmeno mi libera dal tormento dandomi la morte.

Ho perso la ragione non riesco a parlare e lei eppure provo un amore fortissimo

contemporaneamente meglio morire e chiedo aiuto

contemporaneamente mi odio/mi disprezzo e amo un’altra (Laura).

Mi nutro di dolore, provo piacere mentre soffro.

Allo stesso modo mi piacciono morte e vita

Mi trovo in questo stato, Laura, per colpa vostra

“et” polisindeto

“Pace non trovo, et non ò da far guerra;” metafora

“Pace non trovo, et non ò da far guerra;”

chiasmo (1-2-2-1)

Verso 1

“e enumerazione sono tutte opposizioni li

temo, et spero; et ardo, et son un ghiaccio;”

enumera due a due

Prima quartina spazi ampi

Seconda quartina spazi ristretti un “io” preda (Petrarca) presenza di verbi transitivi

complemento oggetto (vittima)

Nella prima terzina la situazione si fa drammatica l’incertezza della prima quartina

lascia spazio alla certezza negativa

Seconda terzina ripresa a specchio della prima terzina

“et 1-2-1-2 parallelismo

volo sopra 'l cielo, et giaccio in terra;” 2-1-2-1 parallelismo

et nulla stringo, et tutto 'l mondo abbraccio.

“Tal un tale Laura

m'à in pregion, che non m'apre né serra,”

“Tal antitesi

m'à in pregion, che non m'apre né serra”

tensione lirica amorosa

“né scioglie il laccio;”

“et personificazione di Amore

non m'ancide Amore, et non mi sferra,”

“et sferra libera dai ferri

non mi sferra,”

“Veggio occhi della mente sono bestia, ho perso la

senza occhi, et non ò lingua et grido;”

ragione

“et ineffabilità

non ò lingua et grido;”

“et aita aiuto

bramo di perir, et cheggio aita;”

“Pascomi iperboli

di dolor, piangendo rido;”

“donna” mia signora (latino domina) 19

Petrarca - Rerum Vulgarium Fragmenta 189

Passa la nave mia colma d'oblio

per aspro mare, a mezza notte il verno,

enfra Scilla et Caribdi; et al governo

siede 'l signore, anzi 'l nimico mio. 4

A ciascun remo un penser pronto et rio

che la tempesta e 'l fin par ch'abbi a scherno;

la vela rompe un vento humido eterno

di sospir', di speranze, et di desio. 8

Pioggia di lagrimar, nebbia di sdegni

bagna et rallenta le già stanche sarte,

che son d'error con ignorantia attorto. 11

Celansi i duo mei dolci usati segni;

morta fra l'onde è la ragion et l'arte,

tal ch'incomincio a desperar del porto. 14

vita, anima del poeta.

Nave

Il testo mostra che Petrarca non ha più autocontrollo a causa dell’amore per Laura.

Amore come tentazione per l’irrazionalità.

Passa la mia vita confusa attraverso una situazione pericolosa, senza riferimenti al

freddo tra Scilla e Cariddi. In più al timone della mia vita vi è Laura, mia signora e

mia nemica

La mia vita è condotta da pensieri temerari e malvagi che mostrano di prendersi

gioco il peccato e la morte dell’anima

Il mio spirito è compresso da una morsa estenuante di sospiri, di speranze e

desideri

Un pianto continuo, una grande ira

Già ha rovinato le virtù logore

Che sono fitte di ignoranza ed errore

Non sono visibili gli occhi di Laura che erano mio riferimento

Nella vita ho perso il sostegno dello studio e dell’esperienza

Tanto che dispero di potermi salvare 20

15/11/2007

DANTE

Iniziamo la lettura della seconda cantica della Divina Commedia, vale a dire del

Purgatorio.

La Divina Commedia è divisa in tre cantiche e la seconda cantica inizia (come le altre due)

con un canto proemiale, con un canto quindi di introduzione importante per prelevare da lì

chiavi di lettura utili alla comprensione e alla lettura dell’intera cantica.

Il primo canto del Purgatorio si apre quindi con una serie topica, vale a dire con un

proemio.

Il Proemio è una struttura fissa canonizzata dalle letterature antiche, fin dai poemi omerici.

Un proemio, perché possa dirsi tale, deve essere costituito da almeno due parti che sono

la protasi (o proposizione del tema) e l’invocazione ad una Musa ad una entità protettrice.

La protasi è il luogo in cui il poeta annuncia quello che andrà a raccontare nella sua

poesia, quindi dà una sorta di anticipazione ad uso dei lettori di quello che sarà il tema,

l’argomento dell’opera.

Il meccanismo della protasi (o proposizione del tema) è il meccanismo di attesa e

soddisfazione dell’attesa, cioè il lettore viene incuriosito su ciò che poi apprenderà, di

modo che quando incontrerà questi argomenti, questi temi, risulterà soddisfatto del suo

ingegno, è un meccanismo molto sfruttato in ambito poetico.

Subito dopo la protasi, si trova l’invocazione ad un’entità protettrice, ad un’entità ispiratrice

che può essere una divinità pagana, una Musa, dietro la quale però certamente si cela in

modo metaforico l’ispirazione del poeta, cioè il poeta chiede a qualcuno o magari anche a

se stesso di trovare la migliore ispirazione per la scrittura che andrà a svolgere.

Questi due temi, la protasi e l’invocazione ad un’entità ispiratrice, sono canonici, sono fissi

e quindi li troviamo a partire dai poemi omerici e poi nella letteratura latina e sono tipici

dunque della poesia narrativa cioè di quel genere poetico che ha per tema una narrazione,

la narrazione dunque di una trama.

Il proemio in epoca medievale, soprattutto in epoca moderna si arricchisce di un terzo

elemento, non sempre esistito che è la lirica.

Il poeta cioè chiede la protezione e dona l’opera ad un mecenate, ad un protettore di vario

tipo, di varia estrazione.

La presenza o meno della dedica, è dipendente dalla collocazione storico-sociale,

antropologica del poeta stesso, cioè la dedica manca nella Divina Commedia perché anzi

era motivo di orgoglio e vanto per Dante essere libero, non doversi asservire ad un

protettore, per quanto comunque Dante aveva dei signori nobili, con i quali si trovava in

particolare affinità.

La dedica invece troverà spazio molto più congruente nell’età delle corti che in epoca

rinascimentale quando per forza di cose il poeta è al servizio di un signore padrone di una

corte, quindi è all’interno delle strutture, del personale della corte.

Ad esempio troveremo la dedica in altri due poemi come L’orlando furioso e la

Gerusalemme liberata. 21

Anche nel nostro I canto del Purgatorio abbiamo il proemio che fa parte della prima delle

tre sequenze in cui l’intero canto è divisibile.

Se dovessimo riassumere in sintesi il canto, possiamo individuare tre zone: la prima zona

occupa grosso modo le prime 30 terzine (dalla 1 alla 27) ed è costituita proprio dal

proemio più l’indicazione, l’informazione sul contesto cronologico e geografico in cui la

vicenda andrà a svolgersi.

La seconda sequenza, più ampia, arriva fino grosso modo al verso 111 e riguarda la parte

centrale del canto, quella più importante in cui si presenta quello che è il personaggio

protagonista del canto, cioè il personaggio di Catone l’Uticense.

I due viaggiatori, Dante e Virgilio, incontrano questo personaggio.

L’ultima sequenza, invece quella che chiude il canto, è una sequenza che invece si

concentra su Dante pellegrino e Dante, su suggerimento di Catone, dovrà svolgere una

serie di gesti rituali per purificarsi e poter quindi proseguire il cammino nella montagna del

Purgatorio.

Purgatorio - canto I

Per correr miglior acque alza le vele

omai la navicella del mio ingegno,

che lascia dietro a sé mar sì crudele; 3

e canterò di quel secondo regno

dove l'umano spirito si purga

e di salire al ciel diventa degno. 6

Ecco la protasi, Dante ci dice chiaramente quale sarà l’argomento della seconda cantica.

Si parla ancora una volta di una nave, quindi la prima terzina è occupata dalla grande

metafora della nave che in questo caso viene adoperata per significare la scrittura poetica

e il mare che è percorso dalla scrittura è allora il contenuto, l’argomento, il tema, l’oggetto

della scrittura poetica.

Il soggetto è la navicella del mio ingegno

La mia tecnica poetica oppure la mia arte poetica, oppure la tecnica della mia

invenzione (un po’ troppo libero parafrasare la mia fantasia) che si è applicata a

temi così bassi, così duri 22

E’ chiara qui l’allusione alla materia della poesia dell’Inferno, sino a qui Dante ha cantato

l’Inferno, dunque ha cantato la dura materia dei peccati dolorosi, tragici del regno

infernale, quindi il mare crudele è appunto la materia, l’argomento dell’Inferno.

Innalza le vele, cioè trascina lo stile, innalza lo stile, per affrontare argomenti più

elevati

Il mare dove naviga la navicella dell’ingegno lo dobbiamo intendere sia dal punto di vista

del contenuto, sia dal punto di vista dello stile, in maniera intrinseca.

Nella Divina commedia è molto stretto il nesso tra stile e contenuto, ad ogni argomento, ad

ogni tema, corrisponde una determinata gradazione dello stile, secondo quelle che erano

le regole fissate dalla retorica fin dai tempi antichi, quindi se per la materia dell’Inferno che

è una materia comica, una materia bassa, una materia realistica, era adatto lo stile basso,

lo stile comico, addirittura grottesco, per la materia del Purgatorio, che è una materia

mezzana, vedremo intermedia che ha argomenti, temi e personaggi dotati di

caratteristiche diverse, si deve adeguare lo stile intermedio che la retorica antica definiva

come stile medio o mezzano o come anche elegiaco.

Nel caso invece del Paradiso, dove vengono cantate e messe in versi materie altissime,

nobili, si dovrà adeguare lo stile difficile, lo stile aulico, lo stile ricco di latinismi, molto

sostenuto, che gli antichi definivano anche tragico.

Quindi fin da subito Dante è tecnico, è attento a specificare bene quello che sta al suo

comportamento come scrittore e come anche però tecnico della scrittura e dunque ecco

nella terzina successiva la dichiarazione del tema

Dunque io metterò in versi, narrerò in versi il regno del Purgatorio, il secondo

regno, dove lo spirito umano si purifica e diventa degno di salire in Paradiso,

diventa degno di andare in Paradiso

Occorre parafrasare canterò che è qui usato in senso metaforico, ma è un termine tecnico

della scrittura poetica, in particolare della poesia narrativa…canto le imprese ecc. resta

fisso nella poesia narrativa, epica ed anche cavalleresca.

Questa dunque è la proposizione del tema (o protasi) Dante dunque ci dice lettori siate

avvertiti che se vorrete andare avanti questo è quello che troverete.

Nella seconda parte del proemio c’è l’invocazione ad un’entità protettrice, la richiesta di

un’aggiunta d’ispirazione, di un rinforzo dell’ispirazione del poeta e Dante realizza questa

sede del proemio attraverso un riferimento mitologico. 23

Ma qui la morta poesì resurga,

o sante Muse, poi che vostro sono;

e qui Caliopè alquanto surga, 9

seguitando il mio canto con quel suono

di cui le Piche misere sentiro

lo colpo tal, che disperar perdono. 12

Due terzine certamente meno semplici rispetto alle precedenti per la presenza di questo

riferimento mitologico che ci sembra un po’ artificioso, ci sembra un po’ forzata la

collocazione qui di questa digressione mitologica erudita che sembra quasi distrarre

l’attenzione del lettore da questo luogo forte del canto.

In realtà non è così, c’è un significato molto preciso che Dante affida a questo riferimento

mitologico.

Qui si parla delle Piche.

Le Piche sono le figlie del re di Tessaglia Pierio che erano state trasformate in gazze per

punizione, avevano osato sfidare nel canto Calliope ed erano state sconfitte e per

punizione furono trasformate in gazze, ovvero in Piche, l’uccello dal verso peggiore.

Come pena subirono questa trasformazione e la loro colpa fu la mancanza di umiltà.

Il mito Dante lo trae da una vicenda nota e tradotta in tante versioni letterarie, la fonte

principale sono Le Metamorfosi di Ovidio

Proprio ora (in modo che io possa mettere in versi il secondo canto) la poesia che

fin’ora ha trattato il regno dei morti si elevi, si raffini.

Notiamo che la poesia che fin’ora ha trattato il regno dei morti viene trasformata da Dante

in poesia morta, allora questa è una metonimia, ad essere morta non è la poesia, ma è il

suo oggetto, il suo argomento.

La metonimia è strettamente funzionale alla scelta del verbo risorga, perché si risorge

dopo la morte.

Nel momento quindi in cui il poeta deve andare a selezionare i significati egli ha sempre

ben presente che le parole debbano essere abbinate tra loro nel modo migliore.

dal momento che io ho consacrato l’intera mia vita a voi, oppure poiché io sono

vostro, oppure dal momento che io mi sono dedicato alla poesia per tutta la vita e

soprattutto (“e” congiunzione con valore aggiuntivo) qui si elevi, si perfezioni, si

innalzi molto Calliope, si innalzi, si raffini il meglio della mia poesia. 24

Quindi Dante fa questa confessione di assoluta dedizione della sua intera vita alla poesia

Calliope era la Musa protettrice dell’epica che era il massimo grado della tecnica e

dell’arte dell’aristocraticità della poesia, dunque Dante chiede l’aiuto della massima

ispirazione della Musa Calliope.

E chiede a Calliope di accompagnarlo con quella perfezione, con quella perizia già usata

da lei, nel momento in cui sconfisse le Pieri.

Cioè chiede a Calliope di suscitare in lui la stessa bravura che lei adoperò contro le Pieri.

Accompagnando la mia poesia, il mio canto, con quel suono, con quella perizia o

anche con quello stile di cui le povere Piche sperimentarono o sentirono tanto

l’efficacia (del suono), la forza, tanto da disperare di essere perdonate.

Quindi Dante dice che fu talmente evidente la superiorità di Calliope nei confronti delle

Piche che una volta punite, non solo compresero l’errore, ma disperarono di poter essere

perdonate.

In questa terzina la difficoltà è data da quel relativo “di cui le Piche misere sentiro

lo colpo tal,”, c’è uno spostamento, un disordine della sintassi.

Potremmo anche allontanarci dalla sintassi, rischiando però di perdere l’efficacia.

Accompagnando la mia poesia con quella stessa perizia, sperimentata dalle misere

Piche tanto che disperarono di essere perdonate.

Al verso 11 c’è una ripetizione vicina dei suoni “se”, quindi un’allitterazione che consuona

con un’analoga allitterazione al verso successivo “lo colpo tal, che disperar perdono.”,

anche in questo caso abbiamo una ripetizione consecutiva, limitrofa di una sillaba, la

sillaba “per”.

Il fenomeno ci salta all’occhio proprio perché le allitterazioni sono ripetute vicine a creare

una sorta di parallelismo, sono molto simili, analoghe, omologhe, quindi ci saltano

all’occhio.

Il riferimento mitologico sembra un po’ forzato, perché proprio qui invocare un

innalzamento dello stile richiamando questo mito.

Allora Dante in un certo senso prosegue attraverso l’invocazione alla Musa alla

presentazione della materia del canto e vuole che siamo bene avvertiti che in questo

secondo canto, l’argomento, il tema di cui si andrà a trattare è quello della ricostruzione

dell’alleanza tra uomo e Dio.

Nella seconda cantica si trovano quelle anime che hanno peccato in vita e che tuttavia si

sono pentite e dunque devono recuperare l’errore commesso in vita restando un certo

periodo di tempo in questa zona intermedia del Purgatorio prima di poter salire al

Paradiso. 25

Il Purgatorio è una montagna che si erge nell’emisfero meridionale.

Nella geografia medievale, pre-Tolemaica, prima della rivoluzione Copernicana, il mondo

era diviso in due emisferi, emisfero settentrionale ed emisfero meridionale.

L’uomo abita nell’emisfero settentrionale, qui soltanto, secondo questa concezione ci sono

le terre abitate.

L’emisfero meridionale è interamente occupato dal mare, qui l’uomo non è mai andato, è

escluso dalle conoscenze dell’uomo, soltanto Ulisse osò varcare le colonne d’Ercole,

arrivò a riuscire ad intravedere cosa c’è nell’altro emisfero ma fu punito e naufragò.

Nell’emisfero meridionale proprio agli antipodi rispetto alla città di Gerusalemme si erge

un’isola che è la montagna del Purgatorio.

Un’isola creata in seguito alla caduta di Lucifero che osò tradire, sfidare Dio, quindi fu

punito, cadde sulla Terra, si conficcò esattamente a Gerusalemme creando questa specie

di voragine che è una piramide rovesciata che costituisce appunto l’Inferno che è fatto di

cerchi concentrici, verso il basso, la Terra prodotta da questa voragine è rispuntata

dall’altra parte e ha creato il Monte del Purgatorio che è appunto un’isola, quindi

circondata dal mare, sul vertice di questa montagna sta il Paradiso terrestre, l’Eden,

quando le anime finalmente si saranno purificate del tutto, percorrendo e salendo la

montagna del Purgatorio, potranno finalmente sollevarsi dalla montagna e poter salire al

cielo.

Il cielo è una ghirlanda di cerchi concentrici, piatti che si stacca sotto la montagna del

Purgatorio, secondo questo sistema.

Allora Dante e Virgilio alla fine dell’Inferno si erano infilati in questa sorta di cunicolo in

fondo all’Inferno, l’avevano attraversato, tra i pochissimi ad averlo potuto fare, perché

nessuno riesce a sfuggire all’Inferno, nessun’anima dannata ed erano risbucati proprio

sulla spiaggia, sulle rive di questa montagna.

Dante finalmente esce a riveder le stelle, recupera la vista del cielo che per tutto il viaggio

infernale gli era stato impedito.

Quindi le anime sono qui perché devono recuperare l’alleanza rotta perduta con Dio,

l’alleanza perduta per colpa del peccato.

Ci sono tanti tipi di peccato: l’Inferno è un catalogo pittoresco e vivace di tutta questa

casistica, in generale però teniamo a mente che la radice di tutti i peccati è il peccato della

superbia, cioè l’uomo ad un certo punto, a partire da Adamo, secondo questa concezione,

ha osato avere la presunzione di poter fare a meno di Dio, di essere onnipotente, di

essere creatura onnipotente, autonoma e dunque in virtù di questo peccato originario la

sua libertà viene offuscata dalla nebbia del peccato e l’uomo non è più libero di poter

scegliere il bene o il male e dunque il peccato lo irretisce nella scelta del male, quindi è

sempre un peccato di mancanza di libertà, in ogni modo qui l’uomo giunge nel Purgatorio

perché ha capito di aver sbagliato e dunque desidera ardentemente, come un innamorato,

desidera ardentemente recuperare l’alleanza, l’amicizia spezzata con Dio.

Quindi le anime del Purgatorio sono anime nostalgiche, sono anime malinconiche, anime

non disperate e tuttavia tristi e sono anime dunque che devono trascorrere un certo

periodo di tempo soffrendo, proprio perché devono recuperare questa alleanza spezzata.

Il Purgatorio è l’unico dei tre regni ad essere immerso nel tempo e nello spazio, perché è

transitorio, a differenza dell’Inferno e del Paradiso che sono immersi in tempi infiniti,

assoluti.

E infatti il Purgatorio è il regno più umano dei tre, più terrestre, è il regno più simile al

mondo, quello in cui gli uomini ci vengono presentati nella loro umanità più normale.

E’ vero che magari ci si può più sentire più attratti dall’Inferno, ma il Purgatorio in realtà

dovrebbe essere quello in cui dovremmo riuscire ad immedesimarci molto di più.

Dicevamo è il luogo dove l’uomo deve recuperare l’alleanza con Dio e sperimenta quindi il

volto nuovo, il volto del nuovo testamento di Dio. 26

Secondo la concezione cattolica, antica e moderna, il Dio dell’Antico Testamento è un Dio

giusto ed è il Dio severo, il Dio che non perdona.

Nell’Inferno domina la visione veterotestamentaria.

Nel Purgatorio invece domina il Dio nuovo, la legge del Purgatorio quindi non è la legge

della giustizia, ma è la legge dell’amore, quindi è la legge del gratuito.

Le anime del Purgatorio possono anche aver compiuto il peccato peggiore, ma anche se

si sono pentite in fin di vita, come è successo a Manfredi, possono recuperare al 100%

l’amore con Dio.

Quindi è il regno del gratuito e quindi anche il regno delle espressioni gratuite dell’umanità,

per esempio dell’amicizia, oppure per esempio dell’arte che è quanto di più gratuito.

Ecco allora che questo riferimento mitologico è assolutamente pertinente col canto perché

ci presenta un caso di superbia punita e un caso di richiesta di umiliazione, cioè in fondo

Dante è come se chiedesse a Calliope di essere considerano una Pieride, cioè chiede a

Calliope di poter essere baciato dallo stesso influsso da lei usato nei confronti delle Piche

e infatti Dante deve fare professione di umiltà, deve umiliarsi, attraverso quei gesti rituali

che incontreremo, deve abbassarsi per poter proseguire il viaggio.

Noi qui però stiamo parlando di Dante personaggio, di Dante pellegrino che insieme a

Virgilio cammina attraverso l’Inferno però qui in realtà chi chiede l’aiuto a Calliope è Dante

poeta, cioè è Dante scrittore.

Ecco questo è uno dei tanti luoghi della Divina Commedia in cui si vede l’efficacia, si vede

in azione quella immedesimazione tra Dante poeta e Dante personaggio.

Dante era convinto di aver compiuto il viaggio, era sicuro della storicità del viaggio e

dunque nel momento in cui si ritrova a ripercorrerlo con la scrittura, ritorna

all’immedesimazione del personaggio, con le sofferenze, i piaceri ecc…

Diciamo qualcosa sulla metrica: “Ma qui la morta poesì resurga,”, che cosa caratterizza la

poesia rispetto alla prosa?

Non di certo la distribuzione in colonne dei versi, non perché graficamente sulla pagina il

pensiero si è spezzato in versi incolonnati.

Tanto è vero che in epoca medievale, quando copiare gli scritti costava fatica, prima

dell’invenzione della stampa i testi in poesia non venivano scritti incolonnati, ma venivano

scritti in maniera consecutiva come nel caso della prosa e tuttavia i lettori, molto più

esercitati di noi sapevano benissimo distinguere i versi tra di loro, questo perché a

identificare un verso non è lo stacco dell’andare a capo, ma è un elemento ritmico, cioè il

ritmo, un determinato ritmo qualifica e identifica un verso rispetto al verso successivo e poi

eventualmente rispetto ad altri tipi di versi.

Il fatto che si parli di ritmo ci deve immediatamente far andare col pensiero al fatto che la

poesia sia musica, cioè anche la poesia condivide con la musica la dimensione ritmica.

Il ritmo è la successione fissa di schemi fissi, di schemi regolari.

Nel momento in cui si ripetono sequenze fisse in maniera seriale, quindi possiamo parlare

di ritmo, che potrà essere un ritmo a 2, a 3, a 4 ecc.

Nel momento in cui c’è un ritmo identifichiamo la ripetizione costante di elementi.

Il ritmo nel caso della poesia da cosa è dato?

Il ritmo nella poesia classica, nel caso della poesia latina, era dato dall’alternanza fissa tra

tempi lunghi e tempi brevi.

Cioè un esametro in latino è dato dal fatto che si ripete secondo un ordine scandito tempi

lunghi e tempi brevi, cioè un esametro in latino è dato dal fatto che si ripetono secondo un

ordine stabilito tempi lunghi e tempi brevi, cioè sillabe lunghe e sillabe brevi, lunghe o brevi

nel senso proprio temporale del termine.

Con il nascere delle lingue romanze, delle lingue neolatine, c’è stata un’incredibile

rivoluzione sulla quale ancora gli studiosi si interrogano, cioè da un sistema di tipo

quantitativo, cioè basato sui tempi, si è passati ad uno basato sulle qualità. 27

Quindi non più una questione di tempi lunghi o brevi, ma una questione di toni accentati o

non accentati.

Ogni parola ha un accento, cioè ha una sillaba che si stacca dalle altre, tutte le altre sillabe

rispetto a questa si chiamano atone, cioè non portano accento.

Nel caso della poesia italiana, un endecasillabo è dato dalla presenza fissa di uno schema

ritmico di accenti, ce ne sono diversi che devono essere fissi.

L’unico veramente importante che ci fa dire questo è un endecasillabo, deve essere

collocato nella decima sillaba.

Vuol dire che se noi provassimo a riscrivere il verso senza separare le parole, scrivendo

una catena sillabica unita e poi rifacessimo la suddivisione in sillabe, certamente la decima

sillaba è accentata, altrimenti non è un endecasillabo, cioè “vele” se noi provassimo a

contare le sillabe, la sillaba “ve” è accentata.

Quando la decima sillaba è accentata siamo in presenza di un endecasillabo.

Perché allora lo chiamiamo endecasillabo, se ad essere accentata è la decima sillaba?

E’ per una ragione storica, cioè la stragrande maggioranza delle parole italiane sono

parole piane, cioè che hanno la sillaba tonica nella penultima posizione.

Dunque siccome sono piane e hanno come sillaba accentata la penultima, nella

stragrande maggioranza dei casi gli endecasillabi con accentata la decima saranno di 11

sillabe, ma non importa che dopo la decima ce ne sia una, non ce ne sia nessuna o ce ne

siano per esempio due.

Se l’endecasillabo termina con una parola tronca come “levò” allora in questo caso

avremo un endecasillabo fatto di 10 sillabe e così funziona anche per gli altri versi, il

settenario deve avere sempre accentata la sesta, il novenario l’ottava ecc…

I versi tra di loro si organizzano in strutture più ampie che si chiamano strofe.

Se noi provassimo a scrivere, a riordinare le terzine e scrivessimo tutti i versi incolonnati,

poi di fianco ai versi segnassimo le rime, cioè di fianco a “vele” mettiamo una lettera A, di

fianco a “ingegno” mettiamo una lettera B, di fianco a “crudele” rimettiamo la lettera A, di

fianco a “regno” mettiamo la lettera B, di fianco a “purga” mettiamo la lettera C ecc…

Se noi facessimo così ci accorgeremmo che il sistema delle rime organizza una struttura a

3, con le rime ordinate secondo una particolarissima incatenazione che appunto prende il

nome di terzina dantesca che è il metro classico della poesia narrativa, prima

dell’invenzione delle ottave.

La rima è un’identità di suono, quindi è un fenomeno fonetico come l’allitterazione, come

l’assonanza, la consonanza ecc…

Perché ci sia rima tra due parole le due parole devono avere identica la porzione di testo,

di parola, dalla vocale tonica (quella accentata) in poi, proviamo a vedere la rima B

“ingegno” con “regno”, ad essere uguale non è soltanto l’ultima sillaba, ma è ad essere

uguale dalla “e” in poi, perché in entrambe le parole, la vocale tonica, quella che regge il

suono della parola è la “e”, quindi la rima è l’identità fonetica dalla tonica in poi.

Nel nostro caso “resurga”, “surga”, “purga” possiamo definirla rima difficile e anche una

derivativa, ci sono delle rime nella poesia italiana definite “facili”, cioè ognuno di noi è

capace di scrivere rime coi partici passati, coi partici presenti, con gli infiniti, perché sono

tratti finali altamente frequenti, ci sono altre situazioni in cui invece la quantità di parole è

molto inferiore e dunque costruire una rima è difficile, vediamo che Dante ha deciso di fare

la rima con “purga” però le parole in italiano che terminano in “purga” sono molto poche e

quindi per questo la possiamo definire una rima difficile, in più Dante aveva trovato un

escamotage, “resurga” e “surga” in fondo sono la stessa parola, semplicemente “risorga”

premette questo prefisso ma la radice è sempre quella, per questo la chiamiamo rima

derivativa.

Entriamo nella narrazione del canto, nella descrizione del paesaggio e del tempo in cui è

calata la vicenda 28

Dolce color d'oriental zaffiro,

che s'accoglieva nel sereno aspetto

del mezzo, puro infino al primo giro, 15

a li occhi miei ricominciò diletto,

tosto ch'io usci' fuor de l'aura morta

che m'avea contristati li occhi e 'l petto. 18

Lo bel pianeto che d'amar conforta

faceva tutto rider l'oriente,

velando i Pesci ch'erano in sua scorta. 21

E’ questo il primo momento in cui incontriamo una descrizione del Purgatorio e il primo

aggettivo che Dante ci offre è l’aggettivo che dà la tonalità dell’intera cantica, la dolcezza.

Le anime del Purgatorio sono anime malinconiche, nostalgiche, che vivono in questa

sofferenza dolce-amara l’attesa di potersi ricongiungere con Dio e dunque la prima

impressione che anche Dante pellegrino riceve è un’impressione di incredibile dolcezza, di

incredibile quiete, resa attraverso queste scelte lessicali e anche fonetiche, questi sono

definiti i versi più belli dell’intera Divina Commedia

Un piacevole colore di zaffiro orientale che si condensava, che si concentrava

nell’aspetto sereno dell’aria limpida fino all’orizzonte

Mezzo medium aria

I commentatori sottolineano la felicità delle scelte dantesche nel colore, l’azzurro che è un

dolce color d’oriental zaffiro, l’azzurro è la tonalità della serenità, del relax, della

tranquillità, il blu è anche il colore dell’animo quieto, dell’animo pronto come dire a fare

anche un percorso di lettura interiore, quindi il blu è una nota paesaggistica ma vuol

essere metaforico della disposizione interiore.

I commentatori poi sottolineano anche la scelta dantesca della descrizione dell’aria che

viene resa attraverso queste immagini immateriali, sono immagini di immaterialità, l’aria è

definita attraverso il mezzo, il medium, un termine astratto, quasi un termine geometrico,

proprio per indicare questa rarefazione che domina e poi l’aria anche è definita pura fino

all’orizzonte, quindi un altro elemento geometrico, astratto.

“a li occhi miei ricominciò diletto,” il verbo qui ricominciò è usato qui in senso transitivo,

quindi vuol dire 29

l’aria riportò, fece ricominciare, tornò a dare diletto, piacere agli occhi miei, non

appena io uscì fuori dall’atmosfera mortifera che mi aveva provocato sofferenza

fisica e sofferenza spirituale, perché mi aveva rattristato la vista e il sentimento

Dietro a “occhi” e “petto” per il meccanismo della metonimia abbiamo prima le due

funzioni, dopo gli organi le due funzioni fisiche, la vista e il sentimento (la vita, il battito del

cuore) e poi certamente, siccome sono qui accoppiati uno deve voler dire una cosa, uno

l’altra, allora solitamente gli occhi sono certamente rispetto all’altro, l’organo più fisico,

quindi qui i commentatori danno a intendere sofferenza fisica, patita, durante il viaggio

infernale e poi la sofferenza spirituale per aver assistito, per aver conosciuto le anime

peccatrici e aver assistito alla loro tragedia.

L’aura morta in questo caso è l’Inferno oppure è l’aria mortifera, l’aria dei morti, anche in

questo caso è una metonimia, non è morta l’aria, è l’aria dove sono immersi i morti.

Quindi improvvisamente Dante recupera il piacere della vista, gli occhi, che erano stati

occupati dalla fuliggine, dal fumo pungente infernale, finalmente vengono ristorati da

questa bellissima impressione di azzurro tenue, tenue perché siamo al momento dell’alba.

Ecco allora che ci viene spiegato proprio il momento cronologico della giornata.

Il “bel pianeta” per antonomasia nella cultura antica è Venere

Venere che induce all’amore oppure la cui influenza astrale induce all’amore, faceva

rosseggiare, faceva brillare di rosso tutto l’orizzonte (metafora), (Venere) oscurava

la costellazione dei Pesci che era in sua congiunzione, oppure che erano sotto la

sua guida.

Qui si allude alla stagione dell’anno, Venere primavera, quando la natura si risveglia.

L’orizzonte brilla di una luce tenue che ha i colori del bianco, ma anche del rosso, del rosa

sono i colori del sorriso, Dante usa il verbo “ridere” perché gli sembra anche il più

appropriato per la bellezza del momento.

Da notare anche il trattamento dei suoni “rider l’oriente”, le erre sono tra le consonanti

liquide più musicali vengono accostate in questa maniera felice e poi la dieresi (oriente da

leggere con una certa pausa) e l’anastrofe (faceva tutto rider l’oriente).

Il senso astronomico è quello della congiunzione astrale tra il pianeta e la costellazione.

Siamo in un particolarissimo momento della giornata, l’alba, il momento della speranza

che è assolutamente pertinente al viaggio che Dante che compie nel Purgatorio e quindi

siamo in Primavera.

Compare finalmente un primo elemento che introduce piano piano il personaggio

protagonista 30

I' mi volsi a man destra, e puosi mente

a l'altro polo, e vidi quattro stelle

non viste mai fuor ch'a la prima gente. 24

Goder pareva 'l ciel di lor fiammelle:

oh settentrional vedovo sito,

poi che privato se' di mirar quelle! 27

Compaiono 4 stelle.

Cosa sono queste 4 stelle?

L’astronomia e la teologia antica ritenevano che nell’emisfero meridionale, dove non

c’erano uomini, disabitato dagli esseri umani, ci fossero queste 4 stelle invisibili all’umanità

terrena.

Queste 4 stelle sono qui un dato geografico quindi Dante si attende di vedere queste 4

stelle e queste 4 stelle sono l’allegoria delle 4 virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza e

temperanza.

Il sistema delle virtù è diviso in 2 gruppi: virtù cardinali e virtù teologali.

Le virtù cardinali sono le virtù possedute dall’uomo per natura, prima del peccato originale,

cioè l’uomo, prima del peccato di Adamo ed Eva, è l’uomo giusto, è l’uomo perfetto dal

punto di vista delle virtù cardinali.

L’uomo primitivo possedeva in maniera perfetta, assoluta queste virtù cardinali.

In seguito al peccato originale però l’uomo ha perso questa perfezione e successivamente

poi la possibilità di poter recuperare la salvezza venne restituita dalla venuta di Cristo che

ha portato le 3 virtù teologali: fede, speranza e carità e ha ridato la possibilità all’uomo di

salvarsi.

Le virtù cardinali erano possedute dunque dall’uomo anche a prescindere da Gesù, dalla

venuta di Cristo e dunque anche dagli uomini dell’antichità, ma non in maniera perfetta, in

maniera parziale.

Dopo il peccato originale, costò fatica all’uomo recuperare l’integrità morale.

Dante sapeva bene ovviamente tutto ciò e allora, curioso, immediatamente nel momento

in cui sa di trovarsi ai pedi della montagna del Purgatorio, cerca le 4 stelle che desidera

vedere.

Vediamo come attraverso il polisindeto, Dante poeta ci descrive con lentezza quasi

cinematografica gli spostamenti della mente e del corpo.

Dante sapeva già dove cercare le 4 stelle

“I' mi volsi a man destra,”

Io mi girai a destra e pensai, feci mente locale a come doveva essere la geografia

dell’emisfero meridionale e vidi le quattro stelle mai viste eccetto che dagli abitanti

dell’Eden, dagli abitanti del Paradiso Terrestre.

Il polisindeto, i tre verbi coordinati serve proprio a rimarcare la lentezza dei singoli

passaggi della mente e del corpo di Dante. 31

La prima gente è buona per natura, il mito dell’uomo primitivo

Il cielo brillava per le loro deboli luci, o povero te, emisfero settentrionale (è

un’apostrofe) dal momento che ti è impedita la vista di quelle stelle, ti è vietato di

ammirare quelle stelle

Compaiono quindi queste 4 stelle che simboleggiano le virtù cardinali, che simboleggiano

dunque la perfezione morale conseguibile dagli uomini dell’antichità, perché ci serve

appunto per introdurre Catone che compare direttamente nelle terzine successive.

Com'io da loro sguardo fui partito,

un poco me volgendo a l'altro polo,

là onde il Carro già era sparito, 30

vidi presso di me un veglio solo,

degno di tanta reverenza in vista,

che più non dee a padre alcun figliuolo. 33

Vediamo come, in maniera serrata, subito dopo le stelle compare Catone e questa

consequenzialità è rimarcata proprio dall’apertura del verso 28

Non appena io mi fui distolto dal guardar le stelle, non appena io mi distolsi dallo

sguardo di loro, girandomi un poco verso l’altro polo, proprio là dove era già

scomparsa l’Orsa Maggiore, vidi vicino a me un vecchio solo, degno di tanto

rispetto nella sua sembianza, che suscitava tanta reverenza nel suo aspetto, quanta

è dovuta a ciascun padre dal figlio, quanta deve ciascun figliolo al proprio padre

Questo sguardo ha significato oggettivo, cioè “dal guardar loro”.

L’altro polo è esattamente il polo settentrionale.

Qui Dante ci sta dicendo alla perfezione, con perizia e precisione astronomica i suoi

movimenti, i suoi spostamenti.

La prima impressione che suscita a Catone è un’impressione di incredibile reverenza,

soggezione di tipo filiale, un grande senso di reverenza e di rispetto. 32

Dunque Catone compare all’improvviso.

Dante non ci spiega come era arrivato fin lì, Dante semplicemente si gira e si trova lì

Catone che si erge solitario.

Questa caratteristica della solitudine è una delle caratteristiche dell’intero Purgatorio, delle

anime del Purgatorio, che qui domina nella figura di Catone e poi anche negli stessi

personaggi di Dante e Virgilio.

La solitudine che è connaturale alle anime del Purgatorio, perché le anime del Purgatorio

devono guardarsi dentro, devono fare un esame di coscienza, scrutare nella loro anima e

piano piano recuperare, l’amore, l’alleanza, l’amicizia perduta con Dio, cioè devono

lavorare internamente.

Sono anime solitarie.

Dante in fondo lo sottolinea nel caso di Catone che viene definito “un vecchio solo”, questo

“solo” è pleonastico, perché ci veniva già detto anche facendo a meno di questo aggettivo,

ma Dante sottolinea “un vecchio solo”, quindi inizia proprio qui questa trama, questa

tematica della solitudine. è una similitudine che ci serve proprio per

“che più non dee a padre alcun figliuolo.”

capire che tipo di impressione suscita Catone.

I commentatori poi sottolineano, per esemplificare la tripartizione degli stili, il sostantivo

scelto da Dante per Catone, qui chiamato “veglio”; Caronte il traghettatore infernale delle

anime, viene definito “vecchio”, con un abbassamento di livello rispetto a “veglio”, “veglio”

è un termine più nobile rispetto a “vecchio” che è più comico e realistico.

Nel Paradiso poi avremo San Bernardo definito “sene” (è un latinismo).

Segue poi la celeberrima descrizione fisica di Catone

Lunga la barba e di pel bianco mista

portava, a' suoi capelli simigliante,

de' quai cadeva al petto doppia lista. 36

(Catone) aveva la barba lunga e brizzolata simile ai suoi capelli dei quali (i capelli)

una doppia fascia ricadeva sul petto

Quindi i capelli, insieme alla barba, si dividevano e scendevano in due liste sul petto.

La descrizione di Catone che ci offre Dante ricalca, ma con originalità, la descrizione che

ci aveva dato Lucano nella Pharsalia.

Catone è un personaggio storico, morì ad Utica, morì suicida, come gesto di protesta

contro il principato, contro la imminente dittatura cesariana, quindi si immolò nel nome

della libertà politica.

Anche Lucano ci aveva presentato Catone con la barba e i capelli lunghi, ma nel caso di

Lucano, i capelli e la barba lunga erano segno di trascuratezza, proprio come segno di

protesta e comunque dovevano dare a Catone un’impressione quasi di trasandato, come

gesto di ribellione, nel caso di Dante invece la barba e i capelli lunghi, non fanno altro che

aumentare il senso di reverenza, di rispetto suscitato dalla figura di Catone. 33

Notiamo la costruzione della descrizione della barba e dei capelli.

Il verso 34 è un chiasmo “Lunga la barba e di pel bianco mista” lunga e mista e al

centro la barba ed il pel bianco, quindi A-B-B-A chiasmo.

In più, ad essere efficace è anche l’inversione che è funzionale al chiasmo, ma aggiunge

ancor più concentrazione in noi lettori, il fatto che ci sia questa anastrofe “lunga la barba”,

non “la barba lunga”, anche i suoni non sono casuali, vediamo la frequenza delle “a” che

aumentano questo senso di magnificenza, in più qui abbiamo anche un enjambement il

verbo principale “portava” è spostato bruscamente all’inizio del verso successivo.

Gli enjambement sono frequentissimi in poesia, tuttavia a noi giova sottolinearli quando li

troviamo in sedi particolarmente significative, qui, il fatto di spostare “portava” al verso

successivo, struttura il chiasmo e lo concentra, lo fa rilevare ancora di più.

Sulla figura di Catone come custode di questa prima zona del Purgatorio, si sono

interrogati da secoli i commentatori, trovando anche delle risposte giuste.

Perché proprio Catone a custode del Purgatorio?

In fondo la sua collocazione qui creava una serie di difficoltà.

Innanzitutto Catone è pagano, quindi non ha conosciuto Cristo e però a lui è permesso

custodire un regno che è già il regno della salvezza, è l’anticamera della salvezza, al quale

accedono soltanto anime che hanno conosciuto la fede cristiana, che sono state toccate

dalla possibilità della salvezza.

Invece Catone è pagano.

Sappiamo che le anime giuste dell’antichità avevano una loro sede speciale nell’Inferno,

nel Limbo, dove potevano vivere tranquillamente senza subire torture, però erano

comunque nel regno dell’oltretomba.

Inoltre Catone è un difensore della repubblica, quindi di idee opposte politicamente

rispetto a Dante.

Dante era un difensore convinto dell’Impero, perché era convinto che l’Impero fosse la

soluzione migliore per la decadenza della politica italiana, invece Catone addirittura si era

immolato, si era suicidato per difendere la Repubblica.

Ma Dante era sufficientemente intelligente per ammirare un grande dell’antichità che era

morto in nome di valori politici assolutamente affini a quelli in cui lui stesso credeva.

Un altro problema era il fatto che Catone fosse morto suicida e il suicidio non è ammesso

dalla fede cristiana.

La spiegazione e la soluzione del dubbio ci viene data da Dante stesso proprio a partire da

queste terzine.

Li raggi de le quattro luci sante

fregiavan sì la sua faccia di lume,

ch'i' 'l vedea come 'l sol fosse davante. 39

Dante insiste sulla luce delle stelle, tornano ancora queste 4 stelle e non può essere

casuale.

Le scelte dantesche sono sempre mirate e la lettura metaforica della Divina Commedia è

molto importante, la pluralità dei piani di lettura è intrinsecamente legata alla Divina

Commedia, non possiamo mai farne a meno, ogni volta dobbiamo interrogarci sui

significati ulteriori di ciascun elemento. 34

I raggi di queste quattro stelle ornavano così il suo viso di luce, tantoché io lo

vedevo come se il sole gli fosse di fronte

Dante ci sta dicendo che proprio nel momento in cui Catone gli compare, il suo viso è

talmente luminoso, in virtù della luce di queste 4 stelle che gli sembrava quasi che anziché

le stelle, ad essergli di fronte fosse la luce del sole, la luce solare.

Le stelle vengono chiamate “luci sante”, quindi noi a maggior ragione siamo autorizzati ad

interpretare le 4 stelle come virtù, qui abbiamo la conferma che queste stelle sono

qualcosa di più che semplici stelle, sono definite “luci sante”.

Il fatto che le stelle illuminassero il viso di Catone significa a livello metaforico che Catone

aveva posseduto queste virtù in maniera straordinaria, al massimo grado, quindi era stato

un grande dell’antichità, un’anima pia, al massimo grado di ciò che era concesso in quanto

vissuto prima di Cristo, quindi tutta la perfezione morale possibile Catone l’aveva

raggiunta, però Dante aggiunge che la luce era talmente forte da somigliare alla luce del

sole, come se il sole fosse di fronte.

Il sole nella Divina Commedia è Dio.

La luce è la grazia.

L’ultimo canto del Paradiso è dominato dalla luce.

Il viso di Catone è illuminato come se il sole fosse di fronte, vuol dire che Catone era

talmente perfetto da rasentare quasi lo stato di grazia.

Infatti Catone è un uomo eccezione, cioè la sua anima verrà accolta fra i beati, proprio

perché in virtù di questa straordinarietà gli è stata concessa questa deroga alla norma e

allora, Dante ci dice, la grazia ha toccato anche Catone e dunque in questa maniera si

comprende il motivo per cui catone può essere qui.

Inizia allora il discorso, il dialogo tra Catone e i due pellegrini.

Per quanto riguarda il suicidio, certamente anche il suicidio veniva giustificato all’interno di

questa visione nobilitante, in più esistevano anche dei cavilli nella legislazione canonica

per cui il suicidio era ammesso, era tollerato dalla Chiesa Cattolica in casi estremi se

interpretato come esempio eroico agli uomini in testimonianza di un valore primario.

In casi rarissimi se il suicidio era interpretato per testimoniare un valore giudicato primario,

la Chiesa lo poteva tollerare.

Inizia il dialogo tra i due

«Chi siete voi che contro al cieco fiume

fuggita avete la pregione etterna?»,

diss'el, movendo quelle oneste piume. 42

«Chi v'ha guidati, o che vi fu lucerna,

uscendo fuor de la profonda notte

che sempre nera fa la valle inferna? 45

Son le leggi d'abisso così rotte?

o è mutato in ciel novo consiglio,

che, dannati, venite a le mie grotte?». 48 35

Anche Catone come tutti gli altri custodi dei regni infernali si stupisce nel momento in cui

vede Dante, dato che nessun uomo vivo ha mai compiuto il viaggio di Dante, quindi tutti si

stupiscono nel vedere Dante, inoltre Catone non riesce a capire come siano potuti

scappare quei due dall’Inferno, dato che nessuno ha mai oltrepassato quel confine.

22/11/2007

L’ultima volta abbiamo iniziato la lettura del primo canto del Purgatorio, in particolare ci

siamo soffermati sull’analisi del proemio che è la prima sezione del canto.

Il proemio riguarda in particolar modo la prosecuzione del tema, l’indicazione

dell’argomento del tema del canto e con l’invocazione ad una divinità ispiratrice, ad una

entità che può essere più o meno personificata alla quale il poeta si rivolge per chiedere

un aiuto, un potenziamento della facoltà poetica.

Nel primo canto del Purgatorio l’invocazione alla Musa Calliope era prodotta attraverso un

riferimento mitologico apparentemente pesante, posto proprio in apertura del canto.

Questo riferimento mitologico non è pretestuoso, nel momento in cui inscriviamo questa

richiesta di umiltà all’interno della tematica non solo del primo canto del Purgatorio, ma

della cantica intera.

Successivamente avevamo avuto alcune terzine descrittive che ci presentano il

personaggio Dante che finalmente esce a rivedere la luce del sole, dopo aver attraversato

i fumi dell’Inferno.

Avevamo notato come queste digressioni paesaggistiche vengono rese da Dante

attraverso delle notazioni stilistiche ben calibrate sulle tonalità dei colori tenui, dolci, per

introdurre e per dimostrare che la varietà stilistica del Purgatorio che si assesta nello stile

mediano: se l’Inferno è scritto in stile comico, il Purgatorio è scritto in stile mezzano, più

terreno, il Paradiso è stato scritto in stile alto, nobile, tragico.

Avevamo avuto la presentazione del personaggio protagonista del canto, il grande latino

Catone l’Uticense e ci eravamo soffermati proprio sulla descrizione fisica di Catone.

La descrizione fisica di Catone è fatta precedere da Dante dalla visione delle quattro

stelle, queste quattro stelle che simboleggiano le quattro virtù cardinali, virtù cardinali

possedute al massimo grado, quindi Catone rappresenta la perfezione morale

raggiungibile da un uomo, escluso Cristo.

Ci eravamo fermati alla descrizione della barba di Catone che fin da subito dà questa

sensazione di reverenza, di soggezione.

Catone è rappresentato da Dante come un grande patriarca dell’antichità, dobbiamo

immaginarci una sorta di mezzobusto latino, romano in pietra.

Ricominciamo la lettura dal verso 40, dal momento in cui inizia il dialogo tra Catone e i due

pellegrini.

Dante è in compagnia di Virgilio, sono appena sbucati oltre quel pertugio che li aveva

condotti dall’Inferno fino all’emisfero meridionale della terra che è il mare al cui centro si

erge l’isola del Purgatorio.

Il viaggio di Dante accompagnato da Virgilio è una eccezione alle regole e infatti come

accade sempre, anche in questo caso il custode, il guardiano di questa zona si stupisce 36

della presenza, della vista di questi due viaggiatori che vorrebbe opporsi e fa domande

sulle ragioni del viaggio.

Ecco allora così si pronuncia Catone:

"Chi siete voi che contro al cieco fiume

fuggita avete la pregione etterna?",

diss'el, movendo quelle oneste piume. 42

"Chi v' ha guidati, o che vi fu lucerna,

uscendo fuor de la profonda notte

che sempre nera fa la valle inferna? 45

Son le leggi d'abisso così rotte?

o è mutato in ciel novo consiglio,

che, dannati, venite a le mie grotte?". 48

Chi siete voi che procedendo in senso inverso rispetto al fiume infernale

…il fiume infernale viene definito “cieco”, questo sia per fedeltà, osservanza del realismo

letterario, perché il fiume scorre sotto terra, quindi è cieco, sia perché l’Inferno è buio, c’è

la nebbia, c’è la fuligine, mentre il Paradiso, la salvezza, c’è la luce, da un lato a

simboleggiare il peccato che offusca il libero arbitrio, quindi acceca il libero arbitrio

dell’uomo, in modo tale che l’uomo si fa vincere dagli istinti e dall’altro lato invece la luce

simboleggia la grazia, la salvezza che domina in tutto il Paradiso.

Siete sfuggiti dall’Inferno, disse egli, muovendo la barba suscitando soggezione.

La barba di Catone viene chiamata “oneste piume”, in questo caso possiamo dire che

“piume” possiamo definirla una metafora, perché come le piume rivestono la pelle degli

uccelli, così la barba riveste la pelle del viso di Catone, in più queste piume vengono

definite oneste, ma in realtà sappiamo che onesta non è la barba, ma è Catone e di

conseguenza possiamo dire di essere di fronte ad una metonimia.

Ha spostato la qualità dalla barba, al modo di fare di Catone. 37

Chi vi ha condotto?

Chi vi ha fatto da guida?

Che cosa (o chi) vi ha fatto luce, vi ha spiegato (il viaggio)

Anche in questo caso la guida per passare dall’Inferno alla salvezza è la luce.

Uscendo fuori dalla notte profonda, che sempre rende scusa la valle dell’Inferno

(oppure che sempre rende buio l’Inferno)

Vediamo allora come questo campo semantico della luce, del buio, prosegua per tutto il

canto, è una costante.

Prosegue la domanda di Catone…

Sono dunque le leggi dell’abisso, le leggi dell’oltretomba, le leggi infernali, infrante?

Sul verso 47 esistono due ipotesi di parafrasi, due spiegazioni.

La più libera spiega in questa maniera:

Oppure è stato introdotto in cielo un nuovo ordinamento, è stata introdotta in cielo

una nuova legge così che, seppur dannati, voi potete venire alla montagna del

Purgatorio

La seconda scelta è più vicina al testo che ai significati delle parole e spiega in questa

maniera:

Oppure è mutato in cielo l’ultimo decreto 38


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere moderne
SSD:
A.A.: 2007-2008

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Ectoplasmon di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Ferro Arcangela.

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