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Letteratura italiana - Appunti Appunti scolastici Premium

Appunti che contengono una raccolta di tutte le parafrasi dei testi indispensabili per preparare l'esame di Letteratura Italiana, corso tenuto dalla prof.ssa Anna Maria Cabrini, all'Università degli Studi di Milano.
Di seguito l'elenco dei testi PARAFRASATI contenuti nel file (che sono quelli indicati nel programma d'esame, alla sezione bis, quella dedicata ai testi tra i quali verrà... Vedi di più

Esame di Letteratura italiana dal corso del docente Prof. A. Cabrini

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ESTRATTO DOCUMENTO

oblio, e a tal punto fatto allontanare dalla realtà, che io sospirando mi chiedevo: come raggiunsi io

questo luogo, e quando? Perché credevo di essere giunto in cielo, non dove effettivamente ero. Da

allora fino ad oggi amo così tanto questo luogo che altrove non trovo pace.

Se tu, canzone, fossi ornata quanto lo desideri potresti coraggiosamente uscire dal bosco e

diffonderti in mezzo alla gente.

Rerum vulgarium fragmenta, 129

Amore mi porta da uno stato d’animo all’altro e da un luogo solitario ad un altro, perché per

esperienza noto che ogni strada segnata da orma umana è contraria alla mia tranquillità. Se si trova

un ruscello o una fonte in una località solitaria, o una valle piena d’ombra fra due colli, là si

rasserena la mia anima turbata; e a seconda di come la sollecita Amore ora ride, ora piange, ora

teme, ora è fiduciosa e il volto che riflette i moti dell’anima si turba e si rasserena e dura poco

tempo in un stesso stato; così che al solo vedermi un uomo esperto di queste cose direbbe: Costui

arde d'amore e non è sicuro della sua condizione.

Trovo qualche sollievo su monti alti e in boschi intricati; ogni luogo abitato è un nemico mortale per

me. Ad ogni passo nasce un pensiero diverso riguardo alla mia signora, pensiero che spesso cambia

in gioia il tormento che io sopporto a causa sua; e non appena sorge la volontà di cambiare questa

mia vita dolce e amara insieme, ecco che mi dico: forse Amore ti serba per un momento migliore;

forse, spregevole a te stesso, sei invece caro a lei. E intanto passo a pensare, sospirando: potrà

avverarsi? Come? Quando?

Talvolta mi fermo dove un alto pino o un colle proiettano la loro ombra, ma addirittura nel primo

sasso che incontro mi raffiguro con la memoria il suo bel viso. Quando poi torno in me, mi accorgo

d’aver bagnato di lacrime il petto per il dolore, e allora dico: ahi infelice, in che condizione ti sei

ridotto e da chi sei lontano! Ma finché posso tenere ferma la mente instabile nell’immaginazione

iniziale, e contemplare lei, e dimenticare me stesso, sento Laura così vicina che l’animo si appaga

della propria illusione: la vedo in tanti elementi della natura e così bella che se l’illusione durasse,

non chiederei altro.

Io spesso l’ho vista viva (ci sarà qualcuno che mi crede?) nell’acqua limpida e sopra l’erba verde e

nel tronco di un faggio e in una nuvola bianca, di bellezza tale che Leda avrebbe ben detto che sua

figlia le è inferiore, come una stella che il sole fa sparire con la sua luce; e quanto più selvaggio è il

luogo e più deserto è il posto in cui mi trovo, tanto più bella se la raffigura il mio pensiero. Poi,

quando il vero scaccia quel piacevole inganno, proprio lì mi siedo, pietra morta su una pietra viva,

come uno che pensi e pianga e scriva.

Un desiderio intenso mi attira solitamente laddove non si proietti l’ombra di un’altra montagna,

verso la cima più alta e libera; di là, mentre osservo e penso a quanto spazio mi separa dal bel viso

che mi è sempre così vicino nell’immaginazione e così lontano nella realtà, comincio a misurare

con gli occhi la mia infelicità (e intanto sfogo con le lacrime il cuore avvolto della nebbia

condensata del dolore). Poi dico sottovoce fra di me: che ne sai tu, infelice? Forse in quel luogo

lontano adesso si sospira per la tua lontananza; e in questo pensiero l’animo si conforta.

Rerum vulgarium fragmenta, 303

Amore, che ai tempi migliori stavi con me fra queste sponde, che conoscevano i nostri pensieri, e

per sanare le nostre antiche questioni parlavi con me e con il fiume; fiori fronde, erbe, ombre,

insenature, onde, dolci venti, valli chiuse, alte colline e luoghi sereni, rifugio delle mie fatiche

d'amore, delle mie tante e gravi vicende; o sereni abitanti dei verdi boschi, o ninfe, e voi che trovate

rifugio e nutrimento nel fondo erboso del fiume trasparente: le mie giornate erano così chiare, ora

sono cupi, come dominate dalla Morte; così, nel mondo, ogni uomo ha il suo destino fin dal giorno

in cui nasce.

Rerum vulgarium fragmenta, 310

Il vento primaverile ritorna, e con sé riporta il bel tempo, e i prati fioriti, suo dolce seguito, e il

verso della rondine e il canto lamentoso dell'usignolo e la primavera candida e dai mille colori.

I prati sono ridenti, e il cielo torna sereno; Giove si rallegra di contemplare Venere; l'atmosfera, le

acque e le terre sono piene d'amore; ogni essere vivente ritorna ad amare.

Ma per me, afflitto, tornano i sospiri più penosi, che estrae dal profondo del cuore colei che le sue

chiavi portò con sé in cielo; e il canto degli uccellini, e i prati che fioriscono, e i modi gentili delle

belle donne dignitose sono per me un deserto, e bestie crudeli e tremende.

ANGELO POLIZIANO

Stanze per la giostra, libro I, ottave 33-50

Ah, che cosa spaventosa è vedere Iulio che si apre il cammino dove il bosco è fitto per far uscire

dall'intrico delle piante la bestia inferocita, con un verde ramo avvolto attorno al capo, con i capelli

arruffati e pieni di polvere, e con il volto bagnato di un sudore che gli dà onore. Qui Amore, che

attendeva il luogo e il tempo più opportuno, prese la decisione di attuare la feroce vendetta;

Amore con la sua mano compose la figura, fatta d'aria leggera, di una cerva bella e altezzosa, dalla

fronte alta, con le corna ramose, completamente bianca, agile e aggraziata. E appena quella si

mostrò, tra le bestie spaventate, al giovane cacciatore, Iulio spronò felice il suo cavallo per seguirla,

pensando di darle in breve tempo una morte dolorosa.

Ma poiché fece scoccare la freccia inutilmente, trasse fuori dal fodero la spada fidata, e mosse il

cavallo con tale impeto che il bosco prima così fitto sembrava ora una libera strada. Il bell'animale,

come se fosse stanco, sembra che proceda sempre più lento, ma quando sembra che stia per

raggiungerlo o sfiorarlo, guadagna un po' di terreno sotto il suo sguardo.

Quanto più segue invano la figura inconsistente tanto più desidera ardentemente seguirla; tuttavia

calpesta le sue stanche orme, la raggiunge sempre ma non riesce mai a prenderla: allo stesso modo

Tantalo si immerge fino alla bocca nelle acque del fiume stige, e i rami di un albero si protendono

sopra di lui, ma non appena vuol cibarsi dei suoi frutti o dissetarsi con l'acquea del fiume, subito

essi si allontanano.

Si era già allontanato di molto dai compagni inseguendo il suo oggetto del desiderio; tuttavia ancora

non recupera lo svantaggio dalla preda nemmeno d'un passo, e già si accorge che il suo cavallo è in

affanno; ma continuando comunque ad inseguire la sua illusoria speranza, giunse in un prato verde

e fiorito: qui gli apparve una ninfa ridente sotto un velo bianco, e l'animale scomparve.

L'animale sparì dalla sua vista, ma il giovane ormai non si cura più di esso; bensì tira le briglie al

cavallo, e lo ferma sulla radura. Qui tutto sbigottito e meravigliato si sofferma a guardare la ninfa:

gli pare che dal bel volto e dai begli occhi suoi dia una sconosciuta dolcezza al suo cuore.

Come una tigre a cui il cacciatore ha tolto i suoi figli dalla tana di pietra, rabbiosa lo segue per la

foresta ircana, che spera di raggiungere e uccidere subito chi le ha rapito i suoi figli; quindi si ferma

davanti alla sua immagine riflessa nell'acqua, che scambia per quella dei suoi cuccioli; e mentre da

questa vista viene stoltamente stregata, il predatore scappa lontano.

Subito Cupido nascosto nei begli occhi della ninfa, adatta la parte terminale della freccia alla corda

del suo arco, poi tira la corda col suo forte braccio in modo da collegare le due estremità dell'arco;

la mano sinistra arriva a toccare la freccia d'oro, che accende d'amore, mentrela corda sfiora la parte

destra del petto: non appena la freccia si scaglia nell'aria sibilando, Iulio la sente già dentro al suo

cuore.

Ah come divenne! Ah come il grande fuoco d'amore percorse il giovane in tutto il suo corpo! Che

tremito gli scosse il cuore nel petto! Era già bagnato di un sudore ghiacciato; e reso voglioso del suo

dolce aspetto non potè più staccare i suoi occhi da quelli di lei; e tutto preso dal loro splendore

leggiadro l'infelice non si accorge che lì si trova il dio Amore.

Non si accorge che lì dentro Amore è armato proprio per sconvelgere la sua tranqullità, che durava

da tempo; mnon s'accorge a quale nodo è già legato; non conosce le sue ferite ancora nascoste; di

piacere, di desiderio è tutto preso; e così il cacciatore è caduto in trappola. Fra sé e sé elogia le sue

braccia, il viso, i capelli e in lei scorge un non so che di divino.

Candida è lei, candide le sue vesti, ornate però di rose, fiori ed erbe: i ricci capelli della bionda testa

scendono sulla fronte superba e, nello stesso momento, umile. Le sorride intorno tutta la foresta che

per quanto può attenua i suoi affanni. Nel suo atteggiamento è regale e dolce e anche solo con lo

sguardo calma le tempeste.

Sfolgorano gli occhi di dolce serenità; in essi Cupido tiene nascoste le sue sembianze. L'atmosfera

intorno, ovunque giri lo sguardo amoroso, si fa tutta lieta. Ha il volto pieno di gioia divina,

dolcemente dipinto di ligustri e rose. Ogni soffio di vento cessa di fronte al suo parlare degno di

dea, e ogni uccellino canta nella sua lingua.

Con lei si accompagna Onestà, umile e semplice, che apre anche i cuori più serrati; con lei va

Gentilezza in forma umana, che da lei impara l'andatura dolce e soave. Non può fissarle il volto

persona villana, se prima non si è pentita dei suoi errori. Amore conquista, ferisce o uccide tanti

cuori quanti sono quelli ai qualche dolcemente parla o dolcemente sorride.

Se prende in mano la cetra, sembra Talia; se prende in mano una lancia, sembra Minerva; se ha

l'arco in mano e una faretra al suo fianco, potresti giurare che sia la casta Diana. Ira malvagia si

allontana dal suo volto, e al suo cospetto la Superbia resiste per poco; ogni dolce virtù

l'accompagna, Bellezza e la Leggiadria la indicano ad esempio.

Lei era seduta sul prato verde, sorridente, e aveva intrecciato una piccola ghirlanda con tutti i fiori

mai creati in natura, dei quali era ornato il suo vestito. E non appena si accorse della presenza del

giovane, alzò la testa un po' paurosa; poi con la bianca mano ripreso il lembo della veste, si alzò in

piedi con il grembo pieno di fiori.

Ora la ninfa stava per allontanarsi, lentamente sopra l'erba, lasciando in grande afflizione il giovane,

che ormai non desidera altro al di fuori di lei. Ma non potendo sopportare ciò, il povero giovane

cerca di fermarla con qualche supplica; perciò, tutto tremantee ardente, iniziò umilmente a dire:

“Chiunque tu sia, fanciulla superiore, o ninfa o dea, anche se certamente mi sembri una dea: se dea,

sei tu forse la mia Diana; se sei invece sei una mortale, rendimi informato sulla tua identità: perché

le tue sembianze vanno oltre ogni forma umana; e non so quale sia il mio grande merito, quale

divina grazia né quale stella amica mi hanno reso degno di vedere una cosa così bella”.

Voltatasi al suono delle parole, la ninfa s'illuminò di un sorriso cosìdolce e bello, che i monti

avrebbe smosso, poiché sembrò veramente che si aprisse un paradiso. Poi articolò un suono tra le

labbra, tale che avrebbe spaccato a metà un pezzo di marmo; voce soave, saggia e piena di dolcezza,

capace di riuscire a incantare una Sirena, per non dire degli altri.

LUDOVICO ARIOSTO

Orlando furioso, I, ottave 1-4

Io canto delle donne, dei cavalieri, delle battaglie, degli amori, degli atti di cortesia, delle

coraggiose imprese, che ci furono al tempo in cui gli arabi attraversarono il mare d'Africa, e in

Francia arrecarono tanto danno, seguendo le ire e le follie giovanili del loro re Agramante, il quale

si vantava di poter vendicare la morte di Traiano contro re Carlo, imperatore romano.

Contemporaneamente racconterò di Orlando cose che non sono mai state dette né in prosa né in

rima: cioè che per amore divenne completamente folle, lui che prima era considerato un uomo così

saggio; dirò queste cose se da colei che mi ha reso quasi tale a Orlando e che a poco a poco

consuma il mio piccolo ingegno mi sarà concesso di utilizzarne a sufficienza [di ingegno] che mi

basti a finire l'opera che ho promesso.

Vi piaccia, Ippolito, nobile figlio di Ercole I, che siete ornamento e splendore del nostro tempo, di

gradire questo poema che vuole e darvi solo può il vostro umile servitore. Il mio debito nei vostri

confronti lo posso pagare solo in parte con le mie parole e le mie opere scritte; e non mi si potrà

imputare di darvi poco, perché io vi dono, tutto quello che vi posso dare.

Voi mi sentirete ricordare, fra i più valorosi eroi che mi appresto a nominare lodandoli, anche quel

famoso Ruggero che fu il capostipite vostro e dei vostri nobili avi. Se mi presterete ascolto vi farò

udire il suo grande valore e i le sue splendenti imprese, e vi prego di cessare un poco le vostre

importanti preoccupazioni, in modo che i miei versi possano farsi spazi tra loro.

Orlando furioso, XII, ottave 8-22

Il maestoso palazzo era stato costruito con vari marmi, con un arte minuziosa. Il cavaliere corse

all'interno della porta costruita d'oro con la fanciulla in braccio. Dopo non molto giunse Brigliadoro,

con in sella lo sprezzante e fiero Orlando. Orlando, non appena è dentro al palazzo, si guarda

intorno; ma non vede più né il cavaliere né la fanciulla.

Immediatamente smonta da cavallo, e veloce come un fulmine entra nella zona più interna del bel

palazzo: corre di qua e di là, non tralascia di controllare nessuna stanza e nessuna loggia. Dopo aver

invano controllato i segreti di ogni stanza al pianterreno, sale su per le scale; e non perde meno

tempo e fatica a cercare nel piano superiore di quanti ne aveva persi a cercare in quello inferiore.

Vede letti ornati d'oro e di seta: non è possibile vedere mura o pareti, né il pavimento, perché tutto è

coperto da tende e tappeti. Il conte Orlando torna e ritorna su e giù tra i piani; ma non riesce a far sì

che gli occhi possano tornare ad allietarsi con la vista di Angelica, o di quel ladro che ha portato via

il suo bel viso.

E mentre ora di qua e ora di là vanamente camminava, pieno di angoscia e di pensieri, vide Ferraù,

Brandimarte, il re Gradasso, re Sacripante e altri cavalieri, che vagavano su e giù tra i piani e non

meno di lui si muovevano vanamente; e si lamentavano del malvagio e invisibile signore di quel

palazzo.

Tutti lo vanno cercando, tutti lo accusano di aver rubato loro qualcosa: uno è all'affannata ricerca

del destriero che gli è stato sottratto; chi è adirato per aver perduto la proprio donna; altri lo

accusano per altri misfatti: e stanno così, senza sapere come uscire da quella prigione; e ci sono

molti che sono stati ingannati in questo modo per settimane intere e per mesi.

Orlando, dopo aver più volte cercato per tutto lo strano palazzo, disse fra sé: “qui potrei trovar

dimora, gettando tempo e fatica invano: il ladro potrebbe averla portata fuori da un'altra uscita, ed

esser già molto lontano”. Con questo pensiero uscì nel verde prato che circondava tutto il palazzo.

Mentre gira attorno al palazzo posto in mezzo al bosco, tenendo sempre la testa bassa per cercare a

destra e a sinistra un'orma che indicasse un recente passaggio, si sentì chiamare da una finestra: e

alza lo sguardo; e gli sembra di sentire quella voce angelica e di veder quel viso che l'ha [per effetto

dell'innamoramento] tanto cambiato da quel che era un tempo.

Gli pare di udire Angelica, che supplicando e piangendo gli dice: “aiuto! Aiuto! Ti chiedo di

risparmiare la mia verginità più che la mia anima e la mia vita. Alla fine, in presenza di Orlando, mi

sarà rapita da questo ladro? Dammi tu stesso la morte piuttosto che abbandonarmi a un destino così

crudele”.

Queste parole fanno tornare Orlando per ogni stanza ancora una volta, con tormento e grande fatica,

ma con altrettanta grande speranza. A volte si ferma, e sente una voce, che sembra quella di

Angelica, (e se egli si trova in un posto, la voce risuona dall'altra parte), che chiede aiuto; e non

riesce a capire da che parte provenga.

Ma tornando a raccontare di Ruggiero, che io lasciai dicendo che mentre stava seguendo il gigante e

la donna attraverso un sentiero ombroso e buio, uscì dal bosco e si ritrovò in un grande prato; io

narro che arrivò qui dove Orlando era arrivato poco prima, se ben ho riconosciuto il luogo. Il

gigante passa attraverso la porta: Ruggiero gli è vicino e non cessa di seguirlo.

Appena mette il piede dentro alla porta, guarda la grande corte e le stanze; ma non vede più il

gigante né la donna, e invano gira gli occhi tutt'intorno. Più volte va su e giù e ci ritorna; ma non

succede mai quello che desidera: neanche riesce ad immaginare dove il gigante si sia così

velocemente nascosto con la donna.

Dopo aver controllato più volte le camere, le logge e le sale dei piani, ci torna di nuovo, e non

rinuncia neanche a cercare fin nel sottoscala. Infine, con la speranza che siano nelle vicine

boscaglie, esce dal castello: ma una voce, come quella che richiamò Orlando, chiamò anche lui allo

stesso modo; e lo fece ritornare nel palazzo.

La medesima voce, una persona che era sembrata Angelica ad Orlando, a Ruggiero sembra a

Bradamante, la donna che lo aveva fatto innamorare. Se si dovesse discutere con Gradasso o con

qualcun altro di quelli che vagavano per il castello, a tutti sarebbe parsa essere ciò che qualcuno più

ambisce e desidera avere per sé.


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Appunti che contengono una raccolta di tutte le parafrasi dei testi indispensabili per preparare l'esame di Letteratura Italiana, corso tenuto dalla prof.ssa Anna Maria Cabrini, all'Università degli Studi di Milano.
Di seguito l'elenco dei testi PARAFRASATI contenuti nel file (che sono quelli indicati nel programma d'esame, alla sezione bis, quella dedicata ai testi tra i quali verrà scelto il passo da parafrasare durante l'esame scritto):
Guido Cavalcanti:
Chi è questa che ven, ch’ogn’om la mira

Dante Alighieri:
Vita nova: i testi poetici compresi nei capitoli XIX e XXVI
Rime: Al poco giorno e al gran cerchio d’ombra
Inferno, c. XXI, vv. 1-30
Purgatorio, c. XXIV, vv. 49-63

Francesco Petrarca:
Rerum vulgarium fragmenta: 1; 52; 126; 129; 303; 310

Angelo Poliziano:
Stanze per la giostra: libro I, ottave 33-50

Ludovico Ariosto:
Orlando furioso: c. I, ottave 1-4; c. XII, ottave 8-22

Torquato Tasso:
Gerusalemme liberata: c. I, ottave 1-5; c. VII, ottave 1-22


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher grza10 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Cabrini Anna Maria.

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