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Letteratura italiana: “Il viaggio in letteratura”

L'infinito viaggiare

Il viaggio come persuasione, persuasione nel senso dato da Carlo Michelstaedter, il possesso presente della propria vita, la capacità di vivere l’attimo senza sacrificarlo al futuro. Viaggiare sempre disposti a digressioni, vivere immerso nel presente, in quella sospensione del tempo che si verifica quando ci si abbandona allo scorrere lieve e a ciò che reca la vita. C’è il viaggio al di là delle colonne d’Ercole e quello minimo, in entrambi i casi è presente l’avventura. Viaggiare sentendosi nell’ignoto e a casa, sapendo di non possedere niente, così da comprendere che non si può mai possedere una casa, uno spazio ritagliato nell’universo, ma solo sostarvi.

Ogni odissea pone l’interrogativo se si torni a casa confermato, avendo trovato un senso all’esistenza, oppure se viaggiando si perda per strada se stessi. Il “Bildungsroman”, il romanzo di formazione, si chiede come l’individuo possa realizzare o no la propria personalità inserendosi nell’ingranaggio della società. Nella società moderna il viaggiare diventa anche un fuggire, il viaggio scopre non solo la precarietà del mondo ma anche quella del viaggiatore, la labilità dell’Io individuale, che comincia a disgregare la propria identità. Il viaggiare diviene allora un cammino senza ritorno, che procede sempre avanti, l’Io cammina sull’orlo della dissoluzione, cercando di resistere a quella dispersione.

Non c’è viaggio senza che si attraversino frontiere (culturali, geografiche, linguistiche), si impara ad amare le frontiere, in quanto definiscono un’individualità, salvandola dall’indistinto, senza però farne idoli da difendere con il sangue. Il viaggiatore è un anarchico conservatore, un conservatore che scopre il caos del mondo perché lo commisura con un metro assoluto che ne svela la fragilità. Molte cose cadono quando si viaggia; certezze, valori, sentimenti, aspettative. Altre cose, altri valori e sentimenti si trovano, si scoprono altri strati del reale. Viaggiare significa fare i conti con la realtà ma anche con le sue alternative, con la Storia e con un’altra storia. Fin dall’Odissea viaggio e letteratura appaiono strettamente legati.

Viaggiare ci fa entrare in contatto con il paesaggio, dove all’interno è racchiusa una storia, una società, una cultura. La foresta del viandante moderno è rappresentata dalla città, il suo coro e la sua solitudine. Viaggiare è immorale, diceva Weininger viaggiando. Immorale è la vanità della fuga, perché la nera angoscia siede in groppa dietro il cavaliere che spera di farne perdere le proprie tracce. L’io forte, secondo il filosofo viennese, deve restare a casa e guardare in faccia l’angoscia e la disperazione senza distogliere lo sguardo dalla realtà. Weininger denunciava nel viaggio la tentazione dell’irresponsabilità; chi viaggia è spettatore, non è convolto a fondo nella realtà che attraversa, non ha fatto lui quelle leggi inique e non ha da che rimproverarsi di non averle combattute. Il viaggio è anche una benevola noia, l’avventura più difficile e seducente si svolge a casa (la casa non è un idillio); è là che si gioca la vita, la capacità di amare e costruire. C’è un’altra immoralità nel viaggio, la chiusura dinnanzi alla diversità del mondo, il viaggiatore pone continuamente una difesa tra sé e le cose. Viaggiare insegna lo spaesamento, a sentirsi sempre stranieri nella vita, anche a casa propria, ma essere stranieri fra stranieri è forse l’unico modo di essere veramente fratelli.

Talvolta i luoghi parlano, talvolta tacciono, hanno le loro epifanie e le loro chiusure. Pure il viaggio come ogni avventura è esposto alla sconfitta e all’aridità, ciò avviene perché il viaggiatore, per ignoranza, superbia o accidia, non trova la chiave per entrare in quel mondo. Ci sono luoghi che affascinano perché sembrano radicalmente diversi e altri che incantano perché, già dalla prima volta, risultano familiari. Per conoscere veramente un luogo occorre rivederlo. Il noto e il familiare, continuamente riscoperti e arricchiti, sono la premessa dell’avventura.

Il viaggio nell'oltretomba

L'invenzione dell'altro mondo

Si oppone al solito, al mondo dei vivi, l’altro mondo. V’è un luogo preciso a cui i morti convergono (Isole fortunate, Erebo, regno di Plutone, Paradiso…). Le anime conservano di norma molti tratti umani, tra cui l’attitudine a soffrire e godere fisicamente. L’altro mondo è descritto con processi di selezione e di accentuazione. Se c’è da descrivere delle pene, si selezionano i mezzi e le situazioni più atti a tormentare. Per i gaudi, analogamente, si selezionano le sensazioni più gradevoli. I sensi interessati rappresentano una gerarchia di nobiltà: in orizzonte cristiano, i piaceri del sesso e della gola sono considerati meno nobili della vista e dell’udito. È entro questa gerarchia che la beatitudine può essere descritta come mancanza di bisogni. Nel caso delle pene è in atto una continua interpretazione materiale di metafore (tenebre, gelo…). Quanto alle beatitudini, il modello è quello con cui si descrive un paesaggio con la massima piacevolezza (locus amoenus). Se nel mondo bene e male sono mescolati, nell’aldilà sono nettamente separati. Nella tradizione dei viaggi ultraterreni sono rare costruzioni di realtà completamente diverse, si tendeva piuttosto ad aggiungere o escludere elementi sulla base di uno schema generale tramandato dalla tradizione.

Sono presenti schemi archetipi di due tipi: verticali (cielo/inferi) e orizzontali (ovest/est). Nello schema verticale è facile identificare con il cielo o l’alto, il luogo dei beati, e con gli inferi o il basso il luogo dei dannati. Mentre nello schema orizzontale, si privilegia la distinzione Ovest/Est che rispecchia la coppia Tramonto/Alba e Morte/Vita. Di solito l’Ovest è la sede dei morti, mentre in alcune religioni dove è in auge una circolarità morte-vita-morte-vita l’est può anche diventare la sede dei defunti.

Nella trasformazione Vita/Morte, è carico di mistero proprio il momento del trapasso. Il concetto di barriere è archetipo universale, in quanto impedisce la reversibilità. Due sono i tipi di barriera più comuni: l’acqua e il ponte, l’acqua è spesso un grande fiume da varcare per mezzo di navicelle guidate da un sacro pilato. Il ponte costituisce una barriera successiva, una barriera più che un tramite, dove le anime piene di colpe ne precipitano giù. Altre barriere sono rappresentate da cerchie di mura, barriere di boschi o deserti.

Abbiamo parlato sinora di schemi di validità, e diffusione, generale. Altri schemi, storici, vengono a costituire, in ogni cultura, delle specie di percorsi obbligati. Innovazioni al riguardo vengono di solito considerate eresie o empietà. Per questo gli scritti sul mondo dei morti si stratificano continuamente, ogni acquisto dell’immaginazione collettiva costituisce un dato di fatto, che non può essere contraddetto dai posteri. Sull’orizzonte giudaico-cristiano, il Vecchio Testamento e i Vangeli non sembrano molto interessati ai problemi dell’oltretomba. La dottrina cristiana dell’anima è definita dai Padri della Chiesa, con apporti greci (Platone) e misterici. Mentre agli aspetti più concreti e pittoreschi vi contribuiscono: l’Apocalisse, l’Averno classico, specie virgiliano, gli Oracoli sibillini. Molto più tarda è la corrispondenza precisa tra pene ultraterrene e colpe, con un giudizio dopo la morte. Un altro passo importante per le figurazioni dell’oltretomba è l’invenzione del Purgatorio del XII secolo. Il Purgatorio rompe lo schema Cielo/Inferi, costituisce un passaggio da schemi duali a schemi triangolari. Mentre la staticità dell’inferno si riflette nella staticità delle pene, il Purgatorio è una condizione dinamica, perché vi si entra e se ne esce. Mentre per Paradiso e inferno vale il modello dell’alterità (noi-gli altri), per il Purgatorio il modello è superato: i vivi possono entrare in contatto con i morti e attenuarne le pene.

Omero: Ulisse

Ulisse raggiunge il paese dei Cimmeri e si dirige all’ingresso dell’Ade, scavata qui una fossa, gridano ed emergono dalle profondità le anime dei morti, ma l’eroe le tiene lontane (Si mostra anche Elpenore, compagno di Ulisse, che lo prega di seppellirlo, altrimenti non può entrare nell’Ade) fin quando non appare l’ombra di Tiresia, che gli predice il futuro, annunciandogli che Nettuno ostacolerà ancora il suo ritorno, a causa del fermento di Polifemo, lo avvisa di non toccare i buoi del Sole, altrimenti tornerà ad Itaca senza i suoi compagni. Inoltre in patria lo attende l’arroganza dei Proci, dopo averli sconfitti, tuttavia, dovrà rimettersi in mare per giungere in una terra dove il remo verrà scambiato per una pala (popoli che non conoscono il mare) e dopo aver tributato dei sacrifici agli Dei potrà tornare a casa felice. Successivamente Ulisse si rivolge alla madre che gli racconta della fedeltà di Penelope, Telemaco e Laerte, quindi prova ad abbracciarla ma non riesce. Infine appaiono Achille, che rimpiange la vita terrena e Aiace che cova ancora rancore per Ulisse, per essersi appropriato delle armi di Achille.

Virgilio: Enea e la Sibilla

Enea e la Sibilla alle prime ore del mattino entrano nell’oltretomba, la profetessa scaccia le anime che si avvicinano ed invita Enea a riporre a posto la spada che contro quelle anime incorporee non ha nessuna utilità. Successivamente i due avvicinandosi alle rive del fiume Acheronte vengono avvistati dal traghettatore Caronte, che li esorta ad andarsene, dicendo che non li può trasportare, ma Enea convince il traghettatore mostrando il “ramo d’oro” (che dovrà portare in dono a Proserpina, regina dei morti).

L’episodio è raccontato nel VI libro dell’Eneide, poema composto da 12 libri, in cui si narrano le gesta di Enea, capostipite del popolo romano. In questo libro, Enea si reca a Cuma (in Campania) dove con l’aiuto della Sibilla si reca nell’Ade, qui prima di oltrepassare l’Acheronte grazie a Caronte, fa l’incontro con i morti che non hanno ancora ricevuto una sepoltura e che quindi non possono entrare nell’Ade, e parla con un suo compagno Palinuro, che gli racconta la storia della sua morte. Oltrepassato il fiume Enea incontra prima le anime dei Troiani morti in guerra, successivamente quelle dei suicidi per amore (qui incontra Didone che si comporta gelidamente con Enea). Successivamente, superato il Tartaro, il poeta Museo porta Enea nei Campi Elisi per poter incontrare il padre Anchise, qui il padre spiega all’eroe come l’anima è coinvolta in un continuo processo di morte e rinascita e gli presenta i futuri protagonisti della storia romana. Infine Anchise accompagna i due al mondo dei vivi, tramite la porta dei sogni.

Gilberto di Nogent

Cronista e predicatore, Guilberto di Nogent (1053-1121) è autore tra l’altro di un’opera, “De vita sua”, dove ad importanti notizie sulla storia politica si accompagnano significative riflessioni autobiografiche, particolare rilievo assume la descrizione di una visione avvenuta alla madre, del marito tormentato dalle pene dell’aldilà. La donna racconta di essere stata condotta attraverso una galleria, dove all’uscita trovò un pozzo dove all’interno si vedevano dei fantasmi. Successivamente si trovò affianco del marito, che negava di conoscerla, l’uomo mostra il fianco dilaniato da numerosissime ferite. L’autore rimanda questi tormenti a un tradimento che il padre ebbe da giovane, con una donna che rimase incinta e partorì un bambino morto. La donna infine chiese al marito se le preghiere potessero arrecargli sollievo e l’uomo disse di sì. Inoltre l’uomo preannunciò la morte del cavaliere Reinaldo, che effettivamente avvenne di lì a poco.

Dalla navigazione di san Brandano

La navigazione di san Brandano (Navigatio sancti Brendani) è un'opera anonima in prosa latina, tramandata da numerosi manoscritti a partire dal X secolo. Per l'insieme di elementi eterogenei che contiene, è considerata un classico della letteratura medievale di viaggio e agiografica. L'autore fu probabilmente un ecclesiastico, di origini irlandesi, che si basò sul patrimonio leggendario della sua terra, inserendovi spunti di derivazione cristiana. Brandano, abate benedettino irlandese, fu un santo vissuto nel VI secolo: si procurò fama di navigatore fondando monasteri sulle isole tra l'Irlanda e la Scozia. La leggenda lo trasfigurò, immaginandolo alla testa di un gruppo di monaci, alla ricerca del Paradiso Terrestre e dei santi (Terra repromissionis) situato su un'isola meravigliosa, l'Isola di San Brendano, e facendo vari incontri con creature fantastiche. È considerata tra le fonti di ispirazione della “Divina Commedia” di Dante.

Il brano descrive la nave che si avvicina ad un’isola piena di “pietre grandi” e “molto sozza”, i compagni a bordo della nave spaventati dall’isola pregano perché non avvicinarsi, così accade, anche se dall’isola appare un vecchio dalla barba molto lunga, peloso e sporco che gli scaglia contro, senza colpirli, una pala. Il santo ammonisce i compagni dicendo che quella era una delle isole dell’inferno e li esorta a pregare affinché anche loro non facciano la stessa fine. Successivamente avvistano un’altra isola formata da un altro monte, popolato da terribili animali, attraversato da un fiume di sangue vivo. Un abate cade nel fiume e viene preso di mira da dei demoni, San Brandano ammonisce i compagni a non cadere nel peccato, come quell’abate, che sicuramente si sarà meritato quei tormenti. La nave poi grazie ad un vento forte, riprese il suo cammino e navigando per sette dì tornarono a casa.

Dante

La stesura dell’opera fu iniziata probabilmente nel 1306/07. Le ragioni del titolo “Comedìa” vengono spiegate nella lettera a Cangrande della Scala, “essa è orribile e fetida al principio”, mentre è “prospera, desiderabile e accetta alla fine”, al contrario della tragedia. Per quanto concerne lo stile esso è piano e umile. L’opera racconta il viaggio di Dante nell’aldilà, avvenuto nella settimana di Pasqua del 1300, passando per l’Inferno e il Purgatorio, con l’aiuto di Virgilio e il Paradiso, con l’aiuto di Beatrice e nell’ultimo tratto di San Bernardo.

  • Le discese agli inferi dell’epica greca e latina (soprattutto Virgilio, è da escludere che Dante avesse letto integralmente l’Odissea, probabilmente aveva letto delle trascrizioni di alcuni frammenti);
  • La descrizione dell’Oltretomba, e soprattutto delle pene infernali della letteratura religiosa del Duecento;
  • La riflessione escatologica, le profezie sul destino ultimo dell’umanità e sulla fine della storia.

Dante stesso cita come modelli l’Eneide di Virgilio e l’ascesa al Terzo cielo di San Paolo, inoltre sono riscontrabili rimandi alla favola di Orfeo narrata da Ovidio e Orazio. Solo un mero accostamento tematico può proporsi con la “Navigazione di San Brandano” e la leggenda del “Purgatorio di San Patrizio”.

Il viaggio di Dante è il viaggio dell’uomo che, sorretto dalla Speranza torna a Dio; è il ricongiungimento naturale della creatura con il Creatore. La libertà che va cercando Dante non è né il libero arbitrio, né la libertà politica, né la libertà morale; egli per libertà intende la conquista delle virtù teologali, che nella beatitudine celeste permette il perfetto adeguamento del volere umano con quello divino.

Marco Polo

Dizionario Biografico degli Italiani: Marco Polo nacque a Venezia nel 1254. Suo padre, Nicolò esercitò per lungo tempo la mercatura assieme al fratello Matteo, i due fratelli intorno al 1260, intrapresero un viaggio attraverso l’Ucraina alla volta dell’Oriente sino alla corte di Kubilai, il Gran Khan dei Mongoli, con il quale strinsero il patto di ritornare accompagnati da esperti teologi e con l’olio delle lampade del Santo Sepolcro, ritornarono a Venezia nel 1269. Nel 1271 decisero pertanto di ripartire portando con loro anche Marco, si diressero prima in Palestina, qui la loro missione venne approvata dal futuro papa, ma i teologi rifiutarono il viaggio, reputato troppo pericoloso. I veneziani ripresero dunque il viaggio, si inoltrarono nell’Anatolia, per raggiungere prima Baghdad (già in decadenza, dopo le invasioni mongole) poi Tabriz e infine il porto di Hormuz, qui però il clima sfavorevole gli impedì di imbarcarsi e dovettero riprendere il cammino via terra, raggiunsero Samarcanda, Pechino ed infine Karakorum. L’itinerario compiuto dai veneziani è però incerto. Il loro arrivo dovette avvenire nel 1275, dopo 4 anni di viaggio. Marco entrò subito nelle simpatie dell’imperatore, che gli affidò...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Paolot97 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Gabriele D'Annunzio di Chieti e Pescara o del prof Oliva Gianni.
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