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Quarta lezione: Alessandro Manzoni

La vita

Alessandro Manzoni nasce in un contesto di singolari nessi familiari, sociali e culturali all’interno di un’aristocrazia terriera legata all’Illuminismo lombardo. Il padre, ricco possidente, aveva sposato in seconde nozze Giulia Beccaria, dalla quale nacque Alessandro il 7 marzo 1785. Era un tipico matrimonio di convenienza in cui la madre, colta ed elegante, era in contrasto permanente con il padre, al punto che si separò da lui e andò a vivere in Inghilterra e poi in Francia assieme al conte Carlo Imbonati.

Alessandro entrò nel collegio dei padri somaschi e poi in quello dei barnabiti, vivendo infine nella casa paterna che vide come oppressiva e chiusa. Nella sua formazione scolastica, Manzoni acquisì una buona conoscenza della cultura classica che, impastati nell’ambiente illuministico in cui crebbe, lo fecero avvicinare da giovane agli ideali giacobini di libertà e virtù. Non è un caso che una delle prime prove è il poemetto in quattro canti di terzine Il trionfo della libertà, scritto nel 1801 per celebrare la ricostituzione della repubblica Cisalpina. Ma nella Milano napoleonica, dove Manzoni compì i primi esperimenti letterari nell’orizzonte del neoclassicismo, le reali condizioni dell’Italia napoleonica allontanarono presto Manzoni dal giacobinismo e lo fecero chiudere in uno sdegnoso culto della virtù, opposto alla volgarità del presente, sebbene divenisse amico del Cuoco e del Lomonaco.

Nel 1805, in seguito alla morte di Carlo Imbonati, Manzoni raggiunse la madre a Parigi, iniziando una vita in comune con lei. Fu proprio lì che pubblicò il carme In morte di Carlo Imbonati, in cui il poeta intesse in una visione un dialogo con il defunto sulla vera vita virtuosa, appartata sdegnosamente dalle ignominie del mondo, chiusi nel culto degli antichi. La madre lo mise, tra l’altro, in contatto con quanti avevano ripensato criticamente la cultura illuministica, i cosiddetti ideologues, tra cui innanzitutto Claude Fauriel, in cui Manzoni vide sempre un punto di riferimento e che gli sollecitò un’insofferenza verso le prospettive illuministiche, spingendolo verso un bisogno di valori universali e condivisi.

La letteratura italiana, infatti, sembrò a Manzoni troppo chiusa nelle proprie prospettive, che si indirizzò verso i pensatori francesi, soprattutto religiosi, tra cui Pascal. Si ponevano così le premesse di una vera e propria conversione religiosa che avvenne nel 1810 dopo la morte del padre e il matrimonio con la calvinista svizzera Enrichetta Blondel, da cui nacquero ben dieci figli.

Il definitivo approdo entusiastico di Manzoni al cattolicesimo avvenne il 2 aprile del 1810, durante la festa parigina per celebrare il matrimonio di Napoleone con Maria Luigia d’Austria: Manzoni perde Enrichetta tra la folla e, in seguito a una crisi d’angoscia, inizia a sviluppare una serie di regolari forme nevrotiche e pratiche quotidiane di devozione. Il cattolicesimo coinvolse anche la moglie e la madre, e per Manzoni rappresentò l’approdo a un mondo sicuro dove trovare un equilibrio tra esigenza di autorità e inquieta instabilità: dotato di ricche eredità paterna e dell’Imbonati, Manzoni si costruì un mondo di profonda agiatezza in cui proteggere la sua realtà intellettuale dai fastidi della quotidianità.

Nel giugno, la famiglia si trasferì definitivamente in Italia, dove venne seguita dalla guida spirituale di monsignor Luigi Tosi: Manzoni seguì la turbolenta vita politica italiana con partecipazione e distacco, ma anelando un senso “nazionale” di partecipazione. Nel 1815 uscirono i suoi Inni sacri, nel momento in cui la restaurazione faceva ben sperare per la politica italiana. Ma presto Manzoni restò deluso per i caratteri della restaurazione e iniziò un rapporto di amicizia con i romantici e polemici del «Conciliatore».

Nuove speranze e nuova delusione procurarono in lui i moti del 1821-1822, che coincisero con un periodo di particolare fervore creativo: Manzoni pubblicò ogni anno dal 1819 al 1823 le opere Osservazioni sulla morale cattolica, Il conte di Carmagnola, Adelchi, La Pentecoste e la celebre Lettre à monsieur Chauvet. L’anno 1821 fu particolarmente prolifico perché, oltre a scrivere le odi Marzo 1821, Il Cinque Maggio e l’Adelchi, Manzoni lavorò all’idea del suo grande romanzo storico, che apparirà dopo una complessa elaborazione sei anni dopo in prima versione.

La messa a punto della stesura del suo romanzo lo portò ad affrontare problemi linguistici, al punto che tra il luglio e l’ottobre del 1827 si trasferì con la famiglia a Firenze e conobbe, tra l’altro, gli scrittori dell’«Antologia», da Viesseux a Capponi, ma anche Giordani e Leopardi. Nel 1830 gli nasceva la prima figlia ma, appena tre anni dopo, Enrichetta moriva anche per le complicazioni dovute alle innumerevoli gravidanze: aumentarono gli stati depressivi che si placarono solo con il matrimonio dello scrittore con Teresa Borri, cosa che gli consentì di completare la revisione del suo capolavoro.

Negli anni Quaranta, dopo aver conosciuto Tommaseo e Rosmini, insieme all’esaurirsi del suo entusiasmo creativo, approfondì i problemi filosofici di orientamento spiritualistico e addirittura abbandonò la poesia e criticò il genere stesso del romanzo. Manzoni cominciò a convincersi che la stessa struttura del romanzo storico non consentiva una reale adesione al vero oggettivo, in quanto troppo infarcita di elementi romanzeschi, soggettivi e fittizi; in sostanza, Manzoni perverrà alla negazione stessa dell’invenzione e della creatività tipiche del romanticismo: questa posizione verrà approfondita nel trattato in due parti Del romanzo storico, prima delle opere saggistiche a cui lo scrittore si rivolgerà unicamente nell’unico periodo della sua vita, abbandonando definitivamente la letteratura.

Dopo la guerra del 1859 e l’annessione della Lombardia al Piemonte, Vittorio Emanuele II gli assegnò un vitalizio e l’anno successivo lo nominò senatore. Manzoni partecipò alla proclamazione del Regno d’Italia e, pur rimanendo fedele all’ortodossia cattolica, appoggiò la politica liberale del nuovo Stato italiano ostile al potere temporale dei papi. Venerato come massimo esponente della cultura nazionale, morì il 22 maggio 1873 e, per il primo anniversario della sua morte, Giuseppe Verdi compose la Messa di requiem.

L'inquieta religiosità e gli inni sacri

La conversione manzoniana non fu l’effetto di un’illuminazione immediata, ma un punto d’arrivo di una ricerca che mirava a ritrovare valori unitari e universali, al di là del culto della virtù individuale e delle delusioni causate dal razionalismo illuministico. Manzoni non abbandona la sua formazione illuministica per sposare in pieno un cattolicesimo irrazionale e romantico, ma cerca il raggiungimento di una razionalità più ampia e universale. Si tratta di un cattolicesimo problematico e mosso da

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

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