Lunedì, 23 settembre
LA LETTERATURA COME BENE CULTURALE
PASSO DI DANTE ISELLA
Viviamo in tempi in cui la memoria del passato stinge sempre di più, il sentimento di
appartenenza a una società comune è sempre meno partecipato, fiacco: legati tra loro,
l'uno funzione dell'altro, sono entrambi valori manifestamente in crisi. L'idea stessa di
tradizione, vale a dire di trasmissione di generazione in generazione di un patrimonio
ricevuto, fatto fruttare per sé e per chi ne raccoglierà la viva eredità (che è il concetto
stesso di civiltà contrapposto alla barbarie) sembra debba soccombere nei giorni nostri
all'incertezza del virtuale e all'avventura del futuribile.
[…]
Se "commemorare" vuol dire "ricordare insieme", nella dimensione non della vita privata,
ma della memoria comune; se significa rivivere un passato che ci unisce nel presente, al
di là di tutte le differenze e contrapposizioni, sarà necessario chiederci se noi oggi siamo
ancora capaci di un partecipe sentimento della storia, se vige ancora per noi il vincolo (o
religione, in senso etimologico) di un'attiva convivenza civile (D. I , Classicità e
SELLA
moralità: Parini tra ieri e oggi).
MANZONI DA IL FERMO E LUCIA
Si diede ardentemente allo studio dalla fanciullezza, ma i metodi stolti d’insegnamento, ma
la confusione e la stoltezza delle cose insegnate, il sopracciglio comicamente grave dei
maestri lo svogliarono dall’apprendere; e fu questo, o doveva essere il primo segno della
eccellenza del suo ingegno […]. Stomacato dei libri e delle lezioni si diede tutto all’armi e
ai cavalli, ma il fanciullo voleva sapere, e andava interrogando tutti quegli che egli credeva
sapienti; e da tutti gli veniva risposto, che i libri e la scuola soltanto potevano condurlo alla
scienza. Sospinto da questa uniformità di consenso, egli tornò voglioso ai libri e ai maestri;
e finì a stare con quelli perseverantemente. […]
Fu quindi moderato ed umile tra il favore e gli applausi, placido e fermo tra i contrasti, non
avendo di mira che la cosa da farsi, e il perché e l’effetto. Veduta la bellezza, l’utilità, e la
possibilità d’un disegno, egli lo intraprendeva, ne curava attentamente il complesso e i
minimi particolari con quella unità di attenzione che non sorprende chi rifletta alla unità che
egli aveva del fine. Edificò dai fondamenti la biblioteca a cui volle dare il nome di
Ambrosiana, la dotò di libri, di manoscritti, di macchine, di monumenti d’arte. […]
Così egli chiamò da lontano professori di lingue orientali per introdurre se avesse potuto
ogni coltura, in quella rozza, ostinata, e presuntuosa barbarie nella quale si sentiva di
vivere; spedì uomini dotti quanto allora si poteva per l’Italia, per la Francia, per la
Germania, per la Spagna, per la Grecia, nella Sorìa, a fare incetta di libri, di manoscritti di
ogni cosa che potesse essere stromento di studio e di coltura (A. M , Fermo e Lucia,
ANZONI
II, ).
XI
Quando Manzoni fa il ritratto di Federico Borromeo, è molto trasgessivo.
Il Cardinale vuole proteggere la biblioteca Ambrosiana attraverso il rifiuto del sapere
imposto e dogmatico. Quindi, chi veramente sente l’esigenza di salvaguardare un bene
culturale, allora ha del senso critico. 30 settembre lezione 3
LA LETTERATURA COME BENE CULTURALE
La letteratura che posa gli occhi sul bene culturale, ne conserva il valore e la memoria
collettiva.
A tal proposito, Petrarca definiva la letteratura come uno scoglio al quale di ancorano
memorie, gesta, tradizioni di una civiltà.
Alessandro Manzoni invece, sentendo l'esigenza di scrivere sulla Biblioteca Ambrosiana,
riconsacra il valore bel bene.
LA LETTERATURA E L’UNIFICAZIONE ITALIANA
Manzoni sente il problema dell'unità nazionale: l'Italia poteva essere una unità nazionale
cultuale, ma poiché priva di "confini trattati e inviolabili" non era dal punto di vista politico-
economico.
Per quel che concerne la lingua, esisteva:
• un linguaggio colto, letterario ed utilizzato solo in poesia che permaneva da Dante,
Petrarca e Boccaccio.
• Più lingue dialettali per la quotidianità, utilizzate dagli incontri su strada alle pratiche
notarili.
Manzoni si sofferma proprio su questa incompatibilità linguistica: egli cerca di creare un
linguaggio utilizzabile da tutti quanti, una "lingua" scrive: "nella quale una persona del mio
tempo possa parlare, scrivere e pregare".
Questo sarebbe stato un notevole passo avanti per l'unificazione italiana.
Relativamente all'unità nazionale, Ippolito Nievo (uomo vissuto in epoca diversa rispetto
a Manzoni, quando l'unità nazionale sta per compiersi) scrisse le "confessioni di un
italiano" (scritto tra il 1857-1858). Trattasi della biografia di un uomo che attraversa con le
sue vicende amorose e passioni politiche, i decenni travagliati della storia d'Italia, ormai
prossima a raggiungimento dell'unità nazionale.
Nievo dunque raffigura la scena unitaria attraverso passi personali e raccoglie la memoria
collettiva del suo tempo.
Passo tratto da "le confessioni di un italiano" (pagina 3):
1
La Pisana mi seguiva volentieri nelle mie scorrerie campereccie , quando non trovava in castello il
2
suo minuto popolo da cui farsi obbedire. In questo caso la doveva accontentarsi di me, e siccome
3
nell'Ariosto della Clara ella si avea fatto mostrar mille volte le figurine , così non le dispiaceva di
esser o Angelica seguita da Rinaldo, o Marfisa, l'invitta donzella, od anche Alcina che innamora e
muta in ciondoli quanti paladini le capitano nell'isola. Per me io m'aveva scelto il personaggio di
4
Rinaldo con bastevole rassegnazione; e faceva le grandi battaglie contro filari di pioppi affigurati
per draghi, o le fughe disperate da qualche mago traditore, trascinandomi dietro la mia bella come
se l'avessi in groppa del cavallo. Talvolta immaginavamo di intraprendere un qualche lungo viaggio
pel regno del Catajo o per la repubblica di Samarcanda; ma si frapponevano terribili ostacoli da
1 Camperecce: campestri.
2 La: pronome pleonastico femminile (si riferisce alla Pisana); forma ricorrente nella prosa di Nievo.
3 Le figurine: le illustrazioni di un vecchio libro che Clara, la sorella più grande, aveva recuperato, insieme
ad altri, da una stanza umida e polverosa del castello.
4 Affigurati: assimilati.
superare: qualche siepaia che dovea essere una foresta; qualche arginello che figurava una
5
montagna; alcuni rigagnoli che tenevano le veci di fiumi e di torrenti.
Nievo (nel testo Carlino) descrive alcuni ricordi ludici della sua infanzia, ai quali fanno da
sfondo il castello di Fratta ed i suoi dintorni campestri.
Carlino, Clara e Pisana (le cugine) trovano spazio per giochi e fantasie suscitati
dall'Orlando Furioso di Ludovico Ariosto: i bambini si diventano i protagonisti del poema, la
campagna veneta si tramuta in un luogo incantato dove gli alberi in fila diventano schiere
di mostri da affrontare, le siepi una foresta oscura e i rilievi di terra degli ostacoli
insormontabili.
è
Questo illusorio e di immaginazione che offre la poesia.
Ma perché proprio L'Orlando Furioso? Sotto l'unificazione italiana, i nazionalisti rievocano
ricordi di carattere letterario e citano in particolare i passi dell'opera di Ariosto. Ecco
perché l'opera era già oggetto di memoria collettiva e identità culturale, conosciuta anche
dai più piccoli sebbene in forma ludica e inconscia.
LA LETTERATURA CREA MONUMENTI
Soffermiamo lo sguardo su due immagini: -
“ ’
Viene il vento recando il suon dell ora
dalla torre del borgo. Era conforto
questo suon, mi rimembra, alle mie notti,
quando fanciullo, nella buia stanza,
per assidui terrori io vigilava, è
sospirando il mattin. Qui non cosa
’ ’
ch io veggia o senta, onde un immagin dentro
”
non torni, e un dolce rimembrar non sorga .
è
Questo verso stato scritto da Giacomo Leopardi a Borgo Recanati nel 1829 e fa parte
“Le
della raccolta di poesie Ricordanze”.
Mentre stava nella sua camera al buio, egli ha un ricordo di infanzia.
5 Tenevano le veci di: stavano al posto di.
Da bambino, Leopardi era angosciato durante la notte e non riusciva a dormire (date le
circostanze, egli viveva in un palazzo tetro ed enorme, con genitori che avevano previsto
per lui una vita altrettanto tetra. Era solo e sin da bambino si dedicava alla lettura dei libri
della biblioteca paterna fino a tradurre l’Iliade dal greco).
è
In tutta questa situazione di angoscia, il bambino confortato dal vento che passa per le
porte e gli porta il suono dell’ora, scandito dalle campane della torre campanaria in foto.
Quindi, in questo passo, Leopardi si riappropria dell’immaginario collettivo della sua gente,
fornendo al lettore una immagine lieta, famigliare e rassicurante.
è
Per altro, questa una confidenza di una sua esperienza, consegnata ai versi.
“Al mio cantuccio, donde non sento
se non le reste brusir del grano,
il suon dell’ore viene col vento
dal non veduto borgo montano:
suono che uguale, che blando cade,
come una voce che persuade.
Tu dici, È l’ora; tu dici, È tardi,
voce che cadi blanda dal cielo.
Ma un poco ancora lascia che guardi
l’albero, il ragno, l’ape, lo stelo,
cose ch’han molti secoli o un anno
o un’ora, e quelle nubi che vanno.
Lasciami immoto qui rimanere
fra tanto moto d’ale e di fronde;
e udire il gallo che da un podere
chiama, e da un altro l’altro risponde,
e, quando altrove l’anima è fissa,
gli strilli d’una cincia che rissa.
E suona ancora l’ora, e mi manda
prima un suo grido di meraviglia
tinnulo, e quindi con la sua blanda
voce di prima parla e consiglia,
e grave grave grave m’incuora:
mi dice, È tardi; mi dice, È l’ora.
Tu vuoi che pensi dunque al ritorno
voce che cadi blanda dal cielo!
Ma bello è questo poco di giorno
che mi traluce come da un velo!
Lo so ch’è l’ora, lo so ch’è tardi;
ma un poco ancora lascia che guardi.
Lascia che guardi dentro il mio cuore,
lascia ch’io viva del mio passato;
se c’è sul bronco sempre quel fiore,
s’io trovi un bacio che non ho dato!
Nel mio cantuccio d’ombra romita
lascia ch’io pianga su la mia vita!
E suona ancora l’ora, e mi squilla
due volte un grido quasi di cruccio,
e poi, tornata blanda e tranquilla,
mi persuade nel mio cantuccio:
è tardi! è l’ora! Sì, ritorniamo
dove son quelli ch’amano ed amo.
è
Questo verso stato scritto da Giovanni Pascoli, nel marzo del 1903, presso il Borgo di
Barga.
Egli sta facendo un bilancio della propria vita e sente lo scoccare dell’ora, scandito dalla
torre campanaria del Borgo.
In questo contesto, Pascoli ricorda i versi di Leopardi sopra citati.
Pascoli si trova in un campo di grano e non sente nulla se non il vento che trasporta il
suono della campana. è
Il contenuto del testo banale ma leggendolo emergono caratteri di sonorità che
rimandano il lettore ad un immaginario conosciuto, con tutti gli odori, suoni e sapori.
è
Sintatticamente parlando, il testo ricco di ripetizioni
Pascoli (in particolare nei v3-4) assume uno stile cadenzato ricco di ANAFORE allo scopo
è
di riprodurre il suono della campana e lo scandirsi delle ore, uguali e costanti. Il testo
ricco di ripetizioni ed assume un andamento molto cadenzato, come a volere riprodurre il
suono della torre campanaria.
A livello interpretativo, Pascoli chiede di poter continuare a vivere per continuare a
contemplare i suoni del paesaggio campestre.
Dai due passi analizzati emerge la volontà letteraria alla consacrazione di un monumento.
Infatti, entrambe le torri campanarie (in qualità di beni culturali) godevano di memoria
collettiva, ma grazie a Leopardi e a Pascoli, queste sono state consegnate con molta più
forza e significato. È
Ci sono zone che non nascono per essere beni culturali, eppure lo diventano. questo il
caso quel quartiere Marassi, zona periferica di Genova, dove scorre il Bisagno, un
fiumiciattolo apparentemente privo di significato sul quale si soffermano i versi della poesia
“incontro” di Eugenio Montale. è
Cosi, questo luogo, per quanto triste e desolato, diventato bene culturale e ha acquisito
un valore per i genovesi e gli italiani.
Montale sta percorrendo una strada costiera della città di Genova, al tramontare di una
delle tante giornate che egli giudica inutili.
Le giornate sono prive di senso perché: 1. Montale prova nostalgia per la donna amata, la
è
cui lontananza l’ha gettato nello sconforto. 2. Montale sente che l’animo umano vuoto,
è
apatico, privo della pienezza vitale e perciò incompleto; tra l’altro, questo deteriorarsi tale
da condurre l’uomo a forme di vita inferiori, come quella vegetativa. Cosi, Montale si sente
è
un vegetale tra vegetali. Ciò anche dimostrato dalla città, dove tutti si passano accanto
ma sono soli per via dell’incomunicabilità e del vuoto interiore. Ecco perché il poeta
rappresenterà metaforicamente la Genova novecentesca e il quartiere Marassi con
l’Inferno Dantesco.
Tuttavia, la foce del Bisagno diventa teatro di un MIRACOLO LAICO: Montale ha un
contatto misterioso con la sua donna, cara al poeta ma lontana.
Da questo incontro, egli riprova pienezza vitale, riacquista un’identità e può finalmente
riscattarsi dalla condizione vegetale.
Grazie alla donna, Montale esce dall’anonimato che lo condanna e cerca di andare
incontro ad altri per ottenere una fratellanza e ristabilire il bisogno di civiltà.
Curiosità “Arletta”
- il testo inizialmente si intitolava (dal nome della donna ispiratrice: Anna Degli
Uberti)
- i versi si soffermano sulla crisi dell’identità umana, tema anticipato da Montale che
verrà successivamente ripreso.
Per concludere, Italo Calvino sosteneva che la letteratura delle opere ci aiuta a
comprendere meglio le nostre esperienze: infatti, leggendo i testi andiamo più a fondo
sugli aspetti della nostra esperienza.
è
Ne consegue che la letteratura la chiave per la lettura del mondo.
Martedì, 1 ottobre 2013
“INCONTRO” – Eugenio Montale (1926)
“Tu non m'abbandonare mia tristezza Montale si riferisce al libeccio, un vento umido che viene da Sud e si verifica
sulla strada con raffiche.
che urta il vento forano La tristezza, come il vento, sembra esalare gli ultimi respiri e questa immagine
sugerisce ICASTICAMENTE, l’animo vuoto e apatico del poeta. In chiusa di
co' suoi vortici caldi, e spare; cara verso, una nota paesaggistica: sono gli ultimi brandelli di luce di un giorno che
tristezza al soffio che si estenua: e a “esala”: la SINESTESIA sottolinea il fatto che anche il giorno è grigio e privo di
vita.
questo, In lontananza si vede solo un’ala di cormorano, colpita dal sole che si inabissa.
sospinta sulla rada Alla descrizione paesaggistica segue una dimensione tenebrosa, come un
dove l'ultime voci il giorno esala preambolo all’Inferno Dantesco.
viaggia una nebbia, alta si flette un'ala Al lato della strada c’è la foce del torrente, descritto con un OSSIMORO
(l’acqua è la vita, ma le pietre e la calcine suggeriscono cupezza).
di cormorano. Al verso successivo, comprendiamo che la foce fa riferimento al nostro modo
di vivere, che vuole imprigionarci dentro ad un confine invalicabile (immagine
dantesca dei gironi infernali).
La foce è allato del torrente, sterile I versi successivi sottolineano la passività alla schiavitù di vivere una vita non
d'acque, vivo di pietre e di calcine; autenticata: sorge infatti l’immagine ICASTICA dei “cavalli in fila”, che
rimandano a loro volta alle immagini dell’Esodo.
ma più foce di umani atti consunti, In chiusa di verso, si ribadisce il fatto che a Genova non sussitano più vitre,
d'impallidite vite tramontanti piuttosto condizioni vegetative.
oltre il confine L’umanità procede sulla carraia di fango essiccato, senza movimenti, senza
che a cerchio ci rinchiude: visi emunti, volontà di liberazione.
Ci sono 2 riferimenti danteschi: 1. Verbo impersonale < Inferno Canto 3 “Per
mani scarne, cavalli in fila, ruote me si va ne la città dolente, per me si va ne l'etterno dolore, per me si va tra la
stridule: vite no: vegetazioni perduta gente”. 2. Incappati di corteo < Inferno Canto 23. Gli ipocriti sono
condannati ad indossare pesantissime cappe di piombo rivestite in oro poiché,
dell'altro mare che sovrasta il flutto. così come in vita nascosero i loro sentimenti, ora sono nascosti da cappe di
piombo. Dato che le loro parole ed azioni erano apparentemente virtuose, ora
le pesanti cappe che li rivestono sono esternamente dorate.
Si va sulla carraia di rappresa Il sole è tanto basso che si specchia nelle vetrine: il termine “infranto” fa
mota senza uno scarto, pensare ancora una volta alla rottura di ogni ricerca di giustificazione del
vivere.
simili ad incappati di corteo, L’aria fitta avvolge le “alghe umane”, fluttuanti e incapaci di direzione come le
sotto la volta infranta ch'è discesa canne di bambù. Montale non riconosce più forme di vita umana ma scende
alla forma di vita vegetale.
quasi a specchio delle vetrine,
in un'aura che avvolge i nostri passi Montale invoca la tristezza, come ultima garanzia della dimensione umana.
Mo
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