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Letteratura italiana

Bibliografia

  • Tarchetti, una nobile follia
  • Dossi, La vita di Alberto Pisani
  • Gino Tellini, Il romanzo italiano del '900 (dall'inizio fino alla scapigliatura)

Romanzo e la storia del romanzo

Nel 1827 è anomalo il fatto che esca il romanzo moderno, soprattutto se rapportato al confronto con gli altri paesi dell'Europa. Sicuramente i primi due romanzi sono quelli del Manzoni e di Ippolito (Le confessioni di un Italiano), due romanzi dal destino e stile diverso (fiorentino colto ad esempio per il primo), uno dal grande successo e ancora utilizzato per la formazione scolastica, e l’altro che invece, nonostante potesse aspirare a quel ruolo, ha avuto una sfortuna editoriale e ancor più nell’ambito scolastico.

Manzoni rappresenta un modello respinto dagli scapigliati, ma allo stesso tempo un modello da confronto, ovvero un punto di partenza su cui potersi confrontare (positivamente o negativamente che sia), mentre gli scapigliati non conoscono il libro di Nievo, è un libro postumo che ha una circolazione molto limitata.

Il caso paradossale è la decalenza tra la nascita del romanzo moderno italiano e quello europeo. C’è chi parla del romanzo spagnolo Lazarillo come primo romanzo (molte discussioni), si considerano le Ultime lettere di Jacopo Ortis come primo romanzo, così come il Fermo e Lucia. Eppure esiste un romanzo italiano del '600 e della seconda metà del '700; il problema in Italia non è che manchi la narrativa, ma a quei prodotti lì è difficile attribuire la qualifica di romanzo moderno. Quindi bisogna dare una definizione di romanzo moderno per poter etichettare come tali quei prodotti.

Se in Italia nasce tardi, tuttavia anche il romanzo rispetto ad altri generi letterari delle letterature nazionali (epica, lirica, teatro), nasce anche in Europa tardivamente. Le origini della lirica o del dramma sono infatti antecedenti. È dunque un genere che anche in Europa all’inizio ha uno statuto marginale e poco ufficiale, o meglio era un genere di seconda categoria rispetto agli altri generi della letteratura. Questo statuto spurio di genere meno nobile lo ha mantenuto per molti secoli, permettendogli tuttavia di essere un genere meno codificato e più aperto all’inglobamento di materiali spuri (anche non tipicamente letterari).

Il romanzo è difficile anche da delineare nella storia, è comunque un genere secondario; sostanzialmente non è stata realizzata una riflessione teorica (come magari la Poetica di Aristotele con l'epica e la tragedia), nell'ambito del romanzo questa teorizzazione ha tardato ad affermarsi e il suo momento forte è l’800 nella sua riflessione vera (o meglio, ci sono dei teorici del '600 e '700 come il famoso ‘trattato di un pensatore’, Daniel Huet che aveva scritto un trattato sulle origini del romanzo, ma tuttavia per avere delle riflessioni importanti sul romanzo moderno bisogna aspettare l’800 ed Hegel).

Prima di quella stagione, i vari Diderot si occupano del dramma, dell’epos, della satira, di generi che provengono dall’antichità. Il romanzo, genere diverso dalla lirica, richiede un ‘patto’ tra lo scrittore e il lettore, quello che da Stern verrà definito il patto dell’oste: il romanzo è forse un piatto troppo comune e volgare, non ha un carattere elitario, è mescolato alla quotidianità, il paragone dell’oste porta alla direzione di vedere il romanzo come qualcosa di diverso dai generi elitari.

Prime definizioni teoriche

Le abbiamo con Hegel, che nella sua estetica dedica delle parti al romanzo: quanto Hegel dice nel romanzo è stato fondamentale, a cui faranno riferimento sia quelli che sono d’accordo con lui sia quelli che parzialmente non sono d’accordo (è un punto di partenza). È importante perché collega il romanzo ad un periodo storico e istituisce un nesso tra il romanzo e l’avvento della classe borghese.

Hegel parte da una distinzione tra lirica ed epica nella società premoderna: generi già esistenti, lirica dal contenuto soggettivo, non abbiamo un ‘io’ che compie azioni ma un ‘io’ che si ferma su se stesso e riflette, sente ecc.; dall’altra parte l’epica, anch’essa in versi ma comunque differente dalla lirica. L’epica a differenza della lirica rappresenta il mondo totale e la ricchezza dei rapporti sociali, quindi presuppone una rappresentazione generale del mondo e della vita. La lirica è concentrata sull’io mentre l’epica offre un ritratto del mondo comprensivo nella sua totalità e nei rapporti sociali.

Le origini del romanzo derivano dall’epica, al punto che il romanzo è definito la moderna epopea borghese. Ha derivato la ricchezza e la varietà d’interessi (la lirica è tutta concentrata sull’io mentre l’epica abbraccia un mondo più ampio), i rapporti di vita e sociali, il romanzo nasce infatti con l’avvento della borghesia. È tuttavia un’epica limitata, manca ad esempio quella che Hegel chiama la ‘condizione del mondo originariamente poetica’, se nell’antichità l’io era in sintonia con la natura, nel mondo moderno questa sintonia si è rotta e dunque il protagonista del romanzo non può avere i connotati del protagonista dell’epica (il mondo moderno non accoglie più il rapporto io-mondo, ora c’è il mondo borghese).

Ancora il fatto che l’originario senso poetico è andato perduto e quindi il romanzo è frammentario, non ha mai una sua totalità, cose alte tanto quanto cose basse. L'idea del romanzo come epica borghese verrà poi ripresa da un altro pensatore importante, ovvero da un filosofo ungherese Lukács, pensatore marxista tra i più importanti. Il suo scritto, Teoria del romanzo, del 1914, è uno scritto giovanile influenzato dal marxismo ma non tantissimo, accentua il senso di distanza fra l’epica e il romanzo perché lo legge soprattutto nella chiave dei rapporti di classe, sostanzialmente dice che il romanzo è una sorta di mondo disorientato dagli dei e abitato da demoni, mentre l’epica era guidata dagli dei, ora gli dei non ci sono più, il mondo è governato da demoni. L’eroe è costretto a muoversi entro le forme del capitalismo e assume la mediocrità dell’uomo borghese, Lukács accentua la posizione di Hegel, con una posizione che aderisce alle regole dell’universo capitalista.

L’ultimo pensatore di questa triade è un coetaneo di Lukács, un pensatore chiamato Bachtin, il quale afferma che il romanzo è la forma della modernità, accetta come Lukács e Hegel il disaccordo tra romanzo e modernità. Tuttavia l’epica per Bachtin ciò ha un valore diverso da Hegel e Lukács, egli afferma che è la forma prediletta dalla società feudale, antica e cristallizzata (una società da rifiutarsi), mentre il romanzo è una cosa nuova, la voce della modernità proprio perché non ha forma, non perché cristallizzata, è ambigua ed è dunque qualcosa di liberatorio, è una visione profondamente diversa. Non c’è nessun rimpianto per l’epica, e non c’è nemmeno collegamento tra i due generi: non è vero per Bachtin dire che nasce dall’epica, sono due generi diversi che non hanno a che vedere l’uno con l’altro.

E da dove nasce allora il romanzo? Nasce da una serie di sottogeneri minori che hanno percorso la storia letteraria in opposizione ai grandi generi maggiori, espressioni di questo mondo cristallizzato (nel romanzo possiamo avere generi minori come comicità popolaresca, satira menippea, riti carnevaleschi, il romanzo si occupa della convivenza di questi stili, mentre in generi più teorizzati come la tragedia tale convivenza non è possibile). Bachtin ha in mente un romanzo più moderno di quello realista a dire il vero, quello che lui chiama il romanzo polifonico, romanzo a più voci in cui non parla uno solo e guida il racconto.

Manzoni è coraggioso ad abbandonare la lirica e il dramma per buttarsi in un genere comunque nuovo, un genere che nasce dal contesto della borghesia e che deve chiedersi per chi scrivere e come deve rivolgersi alla nuova classe, deve interrogarsi sulla ricezione e su come porsi di fronte al nuovo pubblico.

Hegel nell’Estetica tenta di individuare nel romanzo una sorta di storicizzazione, e cerca allo stesso tempo una ricerca di antecedente, romanzo genere del moderno e della classe borghese, che nasce dallo stesso spirito totalizzante di un genere antico come l’Epica: anche il romanzo aspira alla totalità come l’Epica, ma i tempi sono cambiati, l’uomo col mondo circostante non ha il rapporto simpatetico degli antichi e questo tentativo di totalità è parzialmente finito o deluso (romanzo come moderna epopea borghese - romanzo come epica impoverita).

Lo stesso nesso romanzo-frutto della classe borghese viene ripreso da Lukács, che sviluppa ed accentua il senso di delusione per qualcosa di andato perduto: l’epica esprimeva un mondo in cui il rapporto con l’esterno era di un certo tipo, eroe dell’epica non compie avventure ma ha un destino governato dalle divinità. Il romanzo si muove nell’epoca moderna, nella società borghese, che per Lukács è il mondo del rapporto di classe (più marxista della visione Hegeliana), il romanzo esprime un eroe abbandonato dagli dei, in un mondo dominato dai demoni.

Ultimo nome che si esprime è contemporaneo di Lukács, Bachtin, russo, che è ancora più teorico di Lukács (il quale si occupa di più cose), concorda sull’identità romanzo modernità mentre dissente su due aspetti: sull’aspetto di romanzo come prodotto della società borghese e come idea del romanzo derivato dall’epica: epica è il mondo delle gerarchie, delle forme stabilite, della cristallizzazione, dell’assenza di libertà mentre il romanzo è il mondo della libertà dell’individuo. Il romanzo nasce da altre tradizioni della letteratura, tradizioni più basse, dalla comicità popolaresca, satira, dialogo tra Socrate e Luciano, riti carnevaleschi attraverso i quali si produce il rovesciamento delle gerarchie.

Dire invece che il romanzo derivi dall’epica significherebbe in un certo qual modo sottintendere che sia un genere ridimensionato, mentre non è così. Anche i gusti sono diversi, Bachtin si rivolge al romanzo idealista del '900, dove c’è l’io narrante identificante, mentre Bachtin rivolge il suo gusto per il romanzo polifonico dove non c’è un solo punto di vista espresso ma una pluralità di voci e di punti di vista.

Dopo di loro molti altri hanno fatto seguito a tali teorie, tra questi si può citare un testo molto interessante perché è una spada a favore della letteratura e degli studi umanistici nel mondo contemporaneo (il tema espresso è ‘A cosa serve la Letteratura?’). Si tratta di un romanziere, premio Nobel, Vargas Llosa, saggista peruviano, che ha pubblicato tale scritto sul Volume ‘Cinque volumi sul romanzo in Italia’, cinque volumi che affrontano il romanzo non in una prospettiva storica ma in maniera tematica e aspetti (non la storia del romanzo ma il romanzo visto in vari aspetti). Vargas Llosa ha scritto un breve saggio, ‘È pensabile il mondo moderno senza romanzo?’. Parte dal raccontare che molto spesso alle fiere dei libri viene avvicinato da persone che gli porgono un suo libro e gli chiedono una dedica, precisando che sia per la moglie o per i figli. Lui s’interroga se lui appunto non ami leggere? A lui piace ma ha molto da fare e non può leggere.

È uno spunto per partire dall’idea che la letteratura sia avvertita come passatempo, qualcosa come gli scacchi o il cinema, che può essere sacrificata quando bisogna stilare le necessità. È vero inoltre che sia diventata un’attività femminile? È vero, e non perché le donne siano meno impegnate. La letteratura è un passatempo? La letteratura a differenza della scienza è uno dei denominatori comuni dell’essere umano, grazie al quale dialogano gli umani nonostante siano diversi i loro interessi, le loro geografie, le loro contingenze storiche. La letteratura annulla le istanze di tipo culturale, geografico, cronologico, noi lettori di Dante o di Tolstoj ci sentiamo membri della stessa specie: la letteratura ha una funzione educativa alla cittadinanza e alla libertà. La letteratura ci riporta al passato, ha entusiasmato e entusiasma tutt’ora con i testi tramandati.

Il romanzo in particolare non è solo un grande strumento di conoscenza umana, capace di restituire il senso di appartenenza a una collettività, ma è anche un oggetto in cui l’esercizio critico è particolarmente diffuso e diviene dunque luogo dove si manifesta la ribellione ai luoghi comuni e si allevano cittadini responsabili e dotati di senso critico. Testo che a modo suo ribadisce che questo è il genere dominante della modernità, ma tutto questo nesso romanzo moderno ci fa capire perché in Italia arriva così tardi...

Il ritardo italiano

Sul tema del ritardo italiano abbiamo lo studio di molti critici, tra cui il saggio intitolato ‘La storia del romanzo italiano? Naturalmente una storia anomala’ di Alberto Asor Rosa, partendo dal presupposto che non sia anomala l’Italia per il romanzo solo ma per molti aspetti, e anche Leopardi scriverà il discorso sopra il costume degli italiani che parla dell’anomalia della società italiana rispetto alle società straniere, saggio per così dire profetico per quello che è avvenuto dopo.

La storia del romanzo è per Asor Rosa una delle tante anomalie italiane: parte da un’affermazione: l’Italia non è la patria del romanzo. Il romanzo non nasce qui, e anche quando l’Italia arriva a conoscere una propria produzione romanzesca non costruisce mai una tradizione nel senso lineare e grandioso come avviene negli altri paesi. Anche quando nasce in Italia il romanzo ed è importante, sostanzialmente l’Italia non riesce a creare una tradizione, come aveva fatto l’Inghilterra ad esempio. Ciò non significa che l’Italia abbia dei romanzi brutti, ma ognuno di essi è come una storia a sé stante, difficilmente imitabile.

In Italia procediamo per picchi, abbiamo un grande autore che non riesce a creare una tradizione e quello che arriva dopo sembra ripartire da capo, sembra quasi che l’autore appena fatto il romanzo ne rompesse il calco, calco la cui ripetizione avrebbe inaugurato una tradizione. In Italia si hanno romanzieri importanti senza che però sia stato possibile dar vita ad un filone, tradizione, e ciò spiega perché gli autori che scriveranno romanzi sembrano essere sempre i primi ad aver inaugurato il genere. Tali romanzi pur essendo pieni di rinvii al romanzo europeo (basti pensare alle continue digressioni del Manzoni o del Verga), sono tuttavia anomali e difficilmente collocabili in un contesto europeo perché non c’è una tradizione: hanno dunque una difficoltà di successo all’estero, anche gli stessi Promessi Sposi non furono letti moltissimo.

Quindi è difficilissimo scrivere la storia del romanzo italiano, mentre ad esempio la stessa cosa non si potrebbe dire della poesia che ha una tradizione elevatissima e arriva fino al '900 (basti pensare ad esempio al Canzoniere, reso fortissimo col modello petrarchesco). Se esiste per la poesia dunque, non esiste per il romanzo. Perché accade questo? Modernità-romanzo, se il romanzo è il genere del romanzo e coincide con la fine della società dell’antico regime e la rottura delle corporazioni e l’avvento della borghesia, e così anche la comparsa di un pubblico avido di raccontare e allo stesso tempo di essere raccontato, ecco se il romanzo moderno è tutto questo chiaramente non è difficile capire l’anomalia del caso italiano.

L’avvento della borghesia e del moderno in Italia infatti arriva tardi, il romanzo inevitabilmente tardi e nasce con questi tratti anomali: ogni autore è un caso a sé stante (modernità tra l’altro aspramente criticata dagli scapigliati, coglie prima l’avvento della modernità, modernità ritardataria, se in Francia abbiamo un Baudelaire, in Italia abbiamo un Carducci).

Se il romanzo è l’oggetto in cui di fatto trovano confluenza la fine di un mondo, la fine di istituti culturali diversi, la nascita di una classe diversa, è evidente che il nostro povero scrittore italiano è disorientato: Manzoni stesso non identifica bene i suoi lettori, e dice ‘i miei 24 lettori’, c’è chi ritiene che sia un vezzo, dichiarazione di falsa modestia, mentre Manzoni esprime una verità: si tratta di inaugurare il romanzo moderno non conosciuto.

Naturalmente i problemi del romanziere dell’800, come Foscolo e Manzoni, è sapere a chi indirizzare la sua opera. Se Fielding, come oste, sa di scrivere per i lettori borghesi, Manzoni non sa per chi scrivere, e soprattutto come scriverlo: quali strumenti, linguaggi, se non ho alle spalle una tradizione o un continuum? Anche Foscolo ha problemi sulla scrittura, scrive le Ul...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher gabrielerossi1234 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana II e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Nozzoli Anna.
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