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All’Arcadia vi aderirono non solo i principali letterati del tempo, ma anche oscuri letterati di

ogni provincia d’Italia.

L’accademia pian piano dunque si estese costituendo colonie (associazioni locali) anche nelle

città più lontane. Essa contribuì inoltre in modo efficace a unificare i letterati italiani, a dare

loro una comune coscienza di ceto. Questo bisogno di identità dei letterati che in Itali portò

alla nascita dell’accademia dell’Arcadia era vivo in tutt’Europa. Nel Settecento, infatti,

fortissima è la tendenza degli intellettuali a prender coscienza di sé come categoria sociale e

costituirsi in ceto unitario. Nasce insomma la “figura moderna di intellettuale”.

Dunque è possibile affermare che la cultura europea fra la fine del Seicento e inizio del

Settecento appaia dominata dall’influenza di pensatori inglesi e francesi.

All’inizio del Settecento all’interno del dibattito sull’arte predominano due nuovi concetti:

- , il quale ovviamente viene contrapposto al “cattivo gusto” del Barocco,

Buon gusto

identificato con l’irrazionalismo e con la bizzarria.

- : Sta al buon gusto disciplinare l’immaginazione e la

Immaginazione o fantasia o passione

fantasia: è la capacità fantastica infatti a produrre le belle favole. Dietro a questa teorizzazione

della fantasia come carattere specifico dell’arte, inoltre, si affaccia anche la rivalutazione del

sentimento e della passione. Per alcuni studiosi infatti finzione, fantasia, immaginazione sono

proprio alcuni modi per definire la poesia.

I GENERI LETTERARI E IL PUBBLICO

Nel corso del Settecento si è avuto un allargamento e una trasformazione del pubblico grazie

ad un profondo processo di alfabetizzazione e alla crescita della borghesia come classe

emergente.

In Italia per quanto riguarda , resiste un sistema tradizionale di generi basato

i generi letterari

sul primato dell’epica.

Inoltre la poesia lirica, promossa dagli arcadi, continua a costituire il genere privilegiato dai

letterati. Tuttavia, seppur con tempi più lenti, anche nel nostro paese si afferma una sorta di

“ ” che induce a mescolare generi diversi e a incrementare l’uso di

sperimentalismo letterario

generi in prosa (racconto autobiografico, resoconto di viaggio, narrazione epistolare).

41

Le maggiori novità però riguardano non tanto la nascita di nuovi generi quanto la diversa

importanza e diffusione che ora vengono ad assumere generi già diffusi nel 1600.

In letteratura le maggiori novità di questo tipo riguardano: Il saggio, il Romanzo, la tendenza

all’autobiografia, il melodramma nel teatro

esso domina tutto il secolo. Il trattato abbandona la dimensione classica e diventa

Il saggio:

esposizione brillante di una tesi personale. Viene inoltre respinto uno stile difficile a favore

della chiarezza espositiva.

: esso si sviluppa nel corso del Settecento con significative modificazioni. Accanto

Il Romanzo

al romanzo oggettivo incontriamo il romanzo epistolare; accanto a quello del viaggio

incontriamo quello sentimentale o filosofico o umoristico. Si afferma inoltre anche il moderno

romanzo psicologico. : dall’attenzione alla vita come viaggio e come cumulo di esperienze

Tendenza autobiografica

orientate verso un fine e dalla propensione all’analisi psicologica e al viaggio dentro di sé

deriva la tendenza all’autobiografia che caratterizza il secolo.

esso è sempre meno teatro di corte e sempre più teatro cittadino, a pagamento, inoltre

Il teatro:

la massiccia presenza del nuovo pubblico favorisce l’affermazione del melodramma, che

incrementa sempre più i suoi aspetti spettacolari, grazie al predominio della musica e delle

scenografie.

I , , ;

L TRATTATO LETTERARIO MORALE FILOSOFICO IL RINNOVAMENTO

; ’

DELLA STORIOGRAFIA L AUTOBIOGRAFIA COME RESOCONTO STORICO

V M M

ITA E OPERE DI URATORI E LE OPERE STORIOGRAFICHE DI URATORI

Ludovico Antonio Muratori nasce a Vignola, presso Modena, il 21 ottobre 1672, da una

famiglia di modeste condizioni, che lo avvia agli studi in una scuola dei Gesuiti, dove il

giovane si distingue per la pronta intelligenza. Grazie alla sua precoce erudizione, nel 1695 è

chiamato a Milano per ricoprire l’incarico di

prefetto della Biblioteca Ambrosiana; nello stesso

anno viene ordinato sacerdote. È un periodo di

studi febbrili, che il Muratori mette a frutto dopo

il 1700, quando viene richiamato a Modena come

storiografo e archivista della famiglia d’Este: un

42

ufficio che ricoprirà fino alla morte, svolgendo sempre un’intensa attività di ricercatore e di

erudito.

L’impegno culturale non gli impedisce tuttavia di adempiere con grande scrupolo alla

missione sacerdotale, in cui rivela un’acuta sensibilità per i problemi economici e sociali delle

classi meno abbienti e per questioni di equità giuridica e fiscale. Muore a Modena nel 1750.

Tra gli scritti del Muratori spiccano i , del

Primi disegni della repubblica letteraria d’Italia

1703. In questa opera egli progetta di dar vita ad un’accademia nazionale che raduni i

maggiori intelletti della cultura italiana e promuova il progresso letterario dell’intera penisola.

La stessa aspirazione, destinata peraltro a rimanere insoddisfatta, viene ribadita nel trattato

, composto nel 1706. Il testo, in tre volumi, delinea e analizza lo

Della perfetta poesia italiana

sviluppo della storia letteraria dal Petrarca in poi, cercando di chiarire gli scopi educativi e

morali ai quali la poesia dovrebbe tendere.

Riguardo alla poesia, è interessante ricordare che il Muratori le affida un posto di rilievo nella

, a patto che non sia considerata più importante della conoscenza

formazione dell’individuo

storica e filosofica. La poesia, insomma, può essere uno strumento per istruire attraverso il

piacevole; ma, in quanto frutto della fantasia, avrà pur sempre un ruolo meno rilevante rispetto

alla ricerca guidata dalla ragione. (1708), l’autore comincia a

Nelle Riflessioni sopra il buon gusto nelle scienze e nelle arti

organizzare un ampio progetto per rinnovare gli “animi impigriti degli Italiani”.

Alla base del suo metodo il Muratori pone la nozione di “buon gusto”, che egli definisce “il

conoscere e il poter giudicare ciò che sia difettoso o imperfetto o mediocre nelle scienze e

nell’arti, per guardarsene, e ciò che sia il meglio e il perfetto per seguirlo a tutto potere”.

“ ”, in altre parole, significa saper scegliere ciò che è meglio in ogni settore della

Buon gusto

conoscenza, valutando la tradizione e giudicando con equilibrio tra l’antico e il moderno,

senza lasciarsi fuorviare né da un eccessivo rispetto della tradizione né dal fascino della

novità.

La prima raccolta delle numerosissime ricerche d’archivio compiute dal Muratori è costituita

dalle Parzialmente edite nel 1717 e completate nel 1733 (poi

Antichità estensi ed italiane.

ripubblicate nel 1740), esse comprendono un gran numero di documenti, ritrovati negli

archivi in varie parti d’Italia e vagliati con la meticolosa pazienza e la cura che distinguono

tutto il suo lavoro di studioso. 43

L’autore ne trae preziose informazioni storiche per ricostruire le origini della casa d’Este e

per dimostrare che essa ha pieno diritto al possesso di Comacchio e Ferrara, rivendicate dallo

Stato della Chiesa. (Scrittori di storia italiana), in ventotto volumi editi tra il 1723

Nel Rerum Italicarum scriptores

e il 1751, il Muratori raccoglie con metodica cura una mole immensa di materiali, molti dei

quali inediti, che comprendono documenti d’archivio, diplomi, statuti, poemi e cronache in

latino e in volgare. Illustrato da note introduttive ed esplicative, il testo offre ancor oggi

preziosissime informazioni storiche sul periodo compreso tra il 500 e il 1500.

Le (Antichità italiane del Medioevo), pubblicate in sei volumi

Antiquitates Italicae medii aevi

tra il 1738 e il 1742 e riassunte in italiano nel 1751, ricostruiscono la vita italiana del

Medioevo nei suoi vari aspetti: lingua, usi e costumi, leggi e milizia, commercio e monete,

atteggiamenti morali e religiosi. L’autore interpreta i fatti in base a rigorose testimonianze

storiche e, sebbene credente, non accetta spiegazioni provvidenzialistiche. Anzi, egli ha una

posizione fortemente critica verso la Chiesa e i papi, ai quali rimprovera di aver sempre

esercitato abusivamente il potere temporale e di aver tenuto un comportamento indegno della

loro missione.

Nel 1744 il Muratori si accinge alla stesura di un testo in volgare, che verrà pubblicato nel

1749 in dodici volumi, con il titolo Annali d’Italia.

L’opera, che segue anno per anno le vicende italiane dall’inizio dell’era volgare (cioè dalla

nascita di Cristo) alla Pace di Aquisgrana (1748), non si rivolge a eruditi o a specialisti della

materia, ma vuol divulgare la conoscenza della storia presso i lettori comuni. L’autore lascia

quindi in secondo piano l’indagine sulle cause e si limita a narrare gli avvenimenti; lo fa però

sempre in modo dettagliato e cercando di rispettare la verità, così da offrire agli Italiani motivi

di riflessione sulla loro storia passata e presente, e insegnamenti per un futuro migliore.

Lo stile chiaro e discorsivo, basato su un linguaggio semplice, quasi dimesso, risponde allo

scopo di farsi comprendere da molti, per contribuire così ad un’ampia diffusione della

conoscenza storica.

Nel 1749 il Muratori dà alle stampe la sua ultima opera, , oggetto de’

Della pubblica felicità

buoni prìncipi, nella quale affida ai principi illuminati il compito di garantire la felicità dei

sudditi attraverso l’applicazione concreta dei criteri di utilità e di moralità. Egli crede che nel

singolo individuo vi sia una spinta naturale verso il bene privato, ma considera socialmente

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necessario e indice di virtù il fatto che ciascuno sappia rinunciare ad una parte di esso in nome

di un più ampio bene pubblico.

L’opera è importantissima nella riflessione etica e politica del secolo, perché rappresenta

l’anello di congiunzione tra il pensiero del passato e le moderne teorie dell’Illuminismo,

riprese pochi decenni più tardi, nel Discorso sulla felicità (1781), da Pietro Verri, uno dei più

autorevoli illuministi lombardi

.

L’ :

IMPEGNO STORIOGRAFICO E FILOSOFICO DELLA CULTURA NAPOLETANA

P G

IETRO IANNONE

Pietro Giannone, nato a Ischitella, in Puglia, nel 1676, a diciotto anni si trasferì a Napoli dove

studiò scienze giuridiche, divenendo avvocato. Nel 1703 cominciò a scrivere l’Istoria del

che pubblicò, dopo vent’anni di lavoro, nel 1723, in 4 volumi.

Regno di Napoli,

La pubblicazione dell’opera però cambiò il corso della vita dell’autore: perseguitato dalla

Chiesa dovette fuggire a Vienna, presso l’imperatore Carlo VI, a cui l’opera era stata dedicata

(periodo in cui il Regno di Napoli è sotto il dominio austriaco). Quando Napoli passò sotto i

Borboni, Carlo VI gli tolse la pensione e fu costretto a ripararsi a Venezia, dalla quale però

fu cacciato. Cacciato anche da questa città, si rifugiò a Ginevra dove però fu spinto da una

spia ad entrare in territorio sabaudo, dove fu arrestato. Passò in carcere gli ultimi dodici anni

della sua vita e morì nella prigione di Torino nel 1748.

- Nel periodo viennese Giannone aveva scritto un “ ”

Apologia

- A Ginevra aveva invece terminato di comporre un vasto trattato storico, religioso e filosofico

“il ”, costituito da 3 parti ognuna su uno specifico argomento: la prima è dedicata al

Triregno

“regno terreno” corrispondente all’epoca precristiana; la seconda “al regno celeste” iniziato

con l’incarnazione di Cristo; la terza: al “regno papale” istituito dai pontefici a partire

dall’epoca di Costantino. I R N

L’opera: STORIA DEL EGNO DI APOLI

In questa opera Giannone non pone l’attenzione alle guerre e alle vicende diplomatiche, ma

.

alla storia delle istituzioni civili 45

L’autore non si limita a rivendicare l’autonomia dello Stato nei confronti della Chiesa e a

elencare le usurpazioni compiute da quest’ultima, ma offre un resoconto completo sia della

formazione degli istituti civili dello Stato napoletano, sia della storia della Chiesa a partire

dalla fine dell’epoca romana. Giannone nega l’origine divina del potere temporale, e ne nostra

infatti la nascita in relazione a scelte concrete della politica dell’imperatore Costantino.

Altra opera di Giannone scritta in carcere “ ”, che non è affatto una

La Vita di Pietro Giannone

confessione né esibisce analisi di stati d’animo, ma vuole essere invece il bilancio rigoroso di

una vicenda intellettuale e la testimonianza di una battaglia culturale lasciata ai posteri perché

possano giudicarla. A mano che la narrazione procede cresce nell’autore l’amara

consapevolezza della propria solitudine intellettuale.

G B V

IOVAN ATTISTA ICO

: ’A

V L UTOBIOGRAFIA

ITA E OPERE

Nella Giovan Battista Vico dichiara di aver avuto quattro maestri:

Autobiografia

• : dal quale desume il rispetto per la fantasia e per il mito

Platone

• dal quale trae lo spirito scientifico e filologico

Bacone:

• : trae l’ambizione di una ricostruzione storica capace di cogliere lo spirito degli

Tacito

uomini e dei tempi

• : trae l’interesse per la storia del diritto e per l’uomo alla stato di natura

Grozio

Ovviamente già il fatto di esser riuscito a collegare questi diversi campi della ricerca è un

operazione singolare e del tutto originale nel panorama letterario e filosofico del Settecento.

Vico vuole essere il fondatore di una “ ”, ovvero quella dell’interpretazione, che

Scienza Nuova

può applicarsi correttamente solo alla storia. A suo avviso, infatti, l’uomo può conoscere solo

ciò che ha fatto. Alla mente umano infatti non può che sfuggire il senso complessivo della

natura e della vita, che Vico fa derivare dalla fede religiosa. Invece alle cose umane possono

applicarsi il metodo sperimentale di Bacone e la filologia.

La straordinaria novità di Vico inoltre sta proprio nel porsi come fondatore dell’

“ermeneutica” e dello “storicismo” e anzi nello stabilire un nesso tra queste due nozioni:

46

dunque se l’uomo può conoscere solo la sua storia, l’ermeneutica applicata alla storia diventa

l’unica disciplina in grado di fondare la scienza.

D D

E ANTIQUISSIMA ITALORUM SAPIENTIA IRITTO UNIVERSALE

E IL

Il non è certo la più semplice tra le opere di Giambattista

De antiquissima Italorum sapientia

Vico. Saggio ricco di implicazioni e di spunti, talvolta in seguito corretti o taciuti, esso

costituisce uno sforzo teoretico di grande momento dotato di intrinseco valore, oltre che una

tappa cruciale nell’arco speculativo coronato dalla concezione della Scienza nuova.

Denominatore comune dei saggi raccolti nel presente volume è di mostrare come il De

antiquissima sia importante per sondare il nucleo teoretico del pensiero vichiano nel suo

complesso.

Il volume si articola in tre sezioni:

1. Nella prima (“Metafisica e verità”) il De antiquissima viene collocato in una rete di

relazioni che si ramificano verso luoghi della tradizione occidentale in cui si definiscono i

connotati dell’età moderna.

2. Nella seconda (“Linguaggio e sapienza”) viene messo al centro dell’attenzione il tema del

linguaggio, da cui il De antiquissima muove presupponendo una connessione diretta tra

esperienza linguistica e sapienza.

3. Nella terza sezione (“Sulla ricezione del De antiquissima”) vengono forniti importanti per

comprendere la tortuosità della ricezione riservata al De antiquissima e, insieme, la sua

presenza nel recente dibattito filosofico.

Un'altra opera importante di Vico è il in quanto rappresenta

Diritto Universale il primo abbozzo

.

della Scienza Nuova

Si distingue però da quest'ultima poiché si propone di ricostruire la cultura arcaica basandosi

. Nella Scienza nuova invece non ci si limita più soltanto al diritto; c'è

sull'analisi del diritto

una teoria dello sviluppo del diritto, ma essa è al tempo stesso una teoria dello sviluppo

dell'arte, delle forme politiche, dei vari tipi di mentalità culturale che si sono presentate nel

corso della storia.

Il Diritto universale è suddiviso in tre parti:

• ",

"

De uno universi iuris principio et fine 47

• " ", che consiste a sua volta in due sotto volumi sulla filologia

De costantia iurisprudentis

e sulla filosofia;

• La terza parte è formata invece da , annotazioni che Vico ha scritto dopo aver

note

pubblicato i primi due volumi e nei quali approfondisce alcuni dei temi trattati.

S

L , , CIENZA NUOVA

A STRUTTURA I TEMI LO STILE DELLA

Vico cominciò a lavorare alla Scienza Nuova nel 1723, e continuò ad occuparsi di questo

libro per oltre venti anni, sino alla morte nel 1744.

All’inizio scrisse “Scienza nuova in forma negativa”, che non vide però mai la luce.

a. Vico stese una redazione più breve e sostanzialmente diversa dalla

I edizione:

precedente che uscì a sue spese a Napoli nel 1725.

b. composta d’impeto fra il Natale del 1729 e la Pasqua del 1730, apparve nel

II edizione:

1730. Ma dopo questa subito si rimise a lavorare ad altre aggiunte e correzioni

c. che è l’edizione definitiva pubblicata nel 1744.

III edizione:

La è dunque per Vico il , quello su cui egli ha fatto il

Scienza Nuova libro di tutta una vita

massimo investimento intellettuale ed emotivo. La grande opera di Vico non presenta la

struttura lineare e geometrica del saggio settecentesco, ma quella barocca, onnicomprensiva,

sinuosa, fondata sull’accumulo di dettagli, su digressioni e su una fitta rete di richiami interni.

Il libro è preceduto da una “ ” (disegno realizzato mediante incisura) che

dipintura allegorica

viene poi spiegata dall’autore. Essa rinvia all’unità di una nascita comune, rappresentata

dall’occhio di Dio.

L’opera si suddivide in 5 libri:

I. Il primo si intitola “ ”. Esso è introdotto da una tavola

Dello stabilimento de principi

cronologica desunta dalla Bibbia, a cui Vico fa fede. Vico fa cominciare la storia

dell’umanità dopo il diluvio universale, quando i tre figli di Noè si spargono per il

mondo e i loro discendenti perdono il senso della ragione divenendo rozzi bestioni e

immagini giganti. A Vico interessa soprattutto studiare come da tale barbarie primitiva,

nascono poi le nazioni, come cioè abbia origine il percorso della civiltà secondo tratti

48

comuni. Dopo la cronologia, Vico inserisce 14 aforismi o assiomi, chiamati “ ”,

degnità

in cui fa convergere tutto il contenuto filosofico della .

Vita Nuova

II. Il secondo libro è intitolato “ ”. Dopo il diluvio, l’umanità si

Della sapienza poetica

divide:

Da un lato il popolo eletto: quello ebraico che mantiene il senso religioso della vita;

Dall’altro il resto dell’umanità, nella quale gli uomini barbari sono trasformati in

giganti.

Analizzando questa fase Vico getta proprio le basi della “ ” antropologia.

moderna

III. Il terzo libro porta il titolo di “ ”. L’Iliade e l’Odissea

Della discoverta del vero Omero

esprimerebbero le origini della nazione greca, i miti di quell’epoca antica. I due poemi

dunque, manifestano le fantasie e le passioni del popolo greco alle origini. Sono

dunque il prodotto poetico di un intero popolo e non di un singolo individuo.

IV. Il quarto libro, intitolato “ ” rappresenta il percorso della

del corso che fanno le nazioni

civiltà. Esso a sua volta è suddivisibile in 3 età:

1. : a cui corrisponde la natura poetica dell’uomo, che si esprime ancora con

Età degli dei

un linguaggio muto.

2. in essa gli eroi impongono con la forza le leggi limitando la violenza

L’età degli eroi:

barbarica, fissando la struttura familiare e delimitando la proprietà delle terre. Questo

è il periodo della natura umana eroica.

3. nella quale prevale la natura umana, cioè razionale.

L’età degli uomini:

Ovviamente a ognuna delle 3 età corrisponde una diversa organizzazione civile politica e

diversi costumi.

V. Il quinto libro si intitola “ Del discorso delle cose umane nel risorgere che fanno le

”: una volta giunta al suo massimo sviluppo razionale, la civiltà comincia a

nazioni

corrompersi e può ripiombare nelle barbarie. Compiuto un ciclo se ne riapre un altro

che tuttavia non sarà del tutto uguale. È questa appunto la teoria dei corsi e ricorsi

storici. 49

Lo stile di quest’opera tende all’eccesso barocco e al sublime.

G D

LI SCRITTI SU ANTE E LA CONCEZIONE VICHIANA DELLA

:

POESIA LA POETICA DEL SUBLIME

Vico torna più volte su Dante: Nella Nuova Scienza del 1725, in una lettera a Gherardo degli

Angiolini del 1728 e infine in uno scritto composto tra il 1728 e il 1730 e intitolato Discoverta

del vero Dante.

Si assiste in questi scritti a un’evoluzione del giudizio vichiano: nella Scienza nuova prima

Vico rimprovera a Dante di essere troppo filosofico e teologico, mentre successivamente, una

volta elaborata la tesi dei corsi e dei ricorso storici, il giudizio cambia e diventa del tutto

positivo. : la sua poesia esprime cioè

Dante appare allora a Vico, come il poeta della ritornata barbarie

l’imbarbarimento ma anche la fantasia e la passionalità, la violenza e la collera generosa ed

eroica dell’umanità medievale.

Di qui l’implicito parallelo con Omero: se questi rappresenta la poesia delle origini del popolo

greco, Dante rappresenta l’inizio di un nuovo cielo e le origini del popolo italiano.

Per Vico, inoltre, la poesia è .

la forma antropologica di espressione dell’uomo primitivo

L . M

A LIRICA E IL MELODRAMMA ETASTASIO

L : R

A LIRICA LA REAZIONE ANTIBAROCCA E IL OCOCÒ ARCADICO

Per quanto riguarda i generi nel corso del settecento la lirica perde d’importanza a favore del

, nonostante sia lo strumento privilegiato d’espressione

romanzo, del saggio e de teatro

dell’accademia dell’Arcadia.

Inoltre la sua funzione ormai secondaria è dimostrata anche da una riduzione a un uso

accessorio, finalizzato ad altro: ovvero la poesia tende in questo periodo ad acquisire un aspetto

ornamentale.

All’interno della poesia arcadica confluiscono vari filoni classicistici, già attivi nell’ultimo

ventennio del Seicento. 50

- sul piano della poetica queste posizioni sono caratterizzate dalla proposta di un idillio

, in cui l’incontro tra fantasia e ragione, tra immaginazione e realtà produce una

verosimile

poesia di evasione che tuttavia ha tratti verosimili di una società reale. Vi è sì un recupero del

classicismo petrarchesco che viene però anche reso socialmente garbato e perfino lezioso.

All’interno dell’Arcadia è inoltre possibile distinguere due generazioni di arcadi:

- è rappresentata soprattutto da Felice Zappi (1667/1726)

I generazione

- è rappresentata dalla poesia di Carlo Innocenzo Frugoni, Paolo Rolli e

II generazione

soprattutto Pietro Metastasio.

Inoltre l’influenza dell’Arcadia sulla poesia arriva sino ai primi decenni dell’Ottocento e a

Leopardi.

I ;

L RAPPORTO FRA MELODRAMMA E LIRICA LA RIFORMA DEL MELODRAMMA

All’interno dell’Arcadia una dimostrazione dell’uso della poesia ai fini a essa estranei è

evidente nel teatro e in particola modo nel melodramma.

In questo genere d’arte infatti ci si era allontanati sempre più dai propositi classicisti, per

togliendo sempre più importanza al testo

privilegiare il momento spettacolare e musicale

scritto, ovvero ai recitativi. Ciò che si prediligeva maggiormente era dunque il virtuosismo

dei cantanti.

Dinanzi a ciò però i letterati dell’Arcadia presero una dura posizione contro tale

degenerazione. Si cercò innanzitutto di rivalutare il testo scritto e di razionalizzare la struttura

del melodramma danda alla vicenda più verosimiglianza.

APOSTOLO ZENO cercò di:

Contro tale degenerazione del melodramma

• Eliminare gli aspetti più spettacolari;

• Di ridare importanza al recitativo;

• Di introdurre temi eroici e moralistico.

La riforma avviata da Zeno fu poi completata però da Metastasio.

51

V M (P T )

ITA E OPERE DI ETASTASIO IETRO RAPASSI

Nacque a Roma nel 1698. Adottato all’età di dieci anni da Gravina, ebbe un educazione

classicistica. Gravina stesso trasformò il suo cognome in quello grecizzante di Metastasio.

Questi studiò in Calabria il pensiero di Cartesio.

Presi gli ordini religiosi minori, assunse il titolo di “abate”. Successivamente dopo avere

tentato di fare l’avvocato a Napoli, cominciò a frequentare il mondo teatrale a Napoli che

allora dipendeva dagli austriaci. E proprio qui cominciano i rapporti di Metastasio con la

nobiltà di Vienna. Infatti dopo alcuni anni si reca a Vienna, per sostituire Apostolo Zeno,

“poeta cesareo” presso la corte.

Tenne la carica di poeta cesareo per ben 52 anni fino alla morte avvenuta nel 1782. Nel

periodo viennese Metastasio, inoltre, non scrisse solo melodrammi ma anche azioni sacre e

feste teatrali. Successivamente subì un cambiamento, con l’introduzione di temi erotici.

Inoltre in uno dei suoi scritti Metastasio critica apertamente le unità aristoteliche e fa derivare

il melodramma da lui riformato dall’antica tragedia greca musicata e cantata.

M ,

OMENTI E TEMI LINGUAGGIO E STILE DELLA PRODUZIONE MELODRAMMATICA

Il melodramma di Metastasio resta fedele ai tradizionali .

tre atti

• Sul piano tematico è fondato sempre su un contrasto fra passioni opposte o fra passione

Metastasio preferisce i motivi patetici e sentimentali evitando l’insistere su

e dovere.

quelli eroici.

• due coppie di amanti, e due figure maschili, una favorevole, l’altra

I personaggi sono 6:

contraria alla coppia principale.

• : il contrasto viene risolto o da un atto di virtù o da

Il lieto fine è quasi sempre d’obbligo

un agnizione;

• ” che così possono essere gustate anche in

I recitativi sono distinti nettamente dall’ “arie

modo autonomo dal contesto del libretto, attraverso uno schema fisso. Insomma il testo

letterario veniva rivalutato nella sua autonomia rispetto alla musica.

Nella produzione melodrammatica di Metastasio è possibile distinguere 3 fasi:

52

I. (1724/1730), , è caratterizzata da un forte

Prima fase napoletana e romana

“sperimentalismo”, con una tendenza all’eccesso e alla novità. Il capolavoro di questa

fase è “ ” che presenta stranamente un finale tragico;

La Didone abbandonata

corrisponde al primo decennio viennese. Ne fanno parte i

II. Seconda fase (1730/1740)

due capolavori “ ” e “il e il fortunatissimo “

l’Olimpiade Demofoonte” La clemenza di

”. Qui Metastasio si abbandona a temi patetici, sentimentali che predilige

Tito

III. Terza fase comincia con “ ” scritto nel 1740 ma rappresentato solo 10

l’Attilio Regolo

anni dopo. L’ultimo Metastasio predilige temi eroici che esaltano esempi di virtù in

modo anche enfatico e retorico.

Per quanto riguarda il linguaggio, quello di Metastasio è un , che

linguaggio letterario medio

tiene presente sia l’uso sia i buoni autori dunque né aulico né comune, capace di dare dignità

ai sentimenti dei personaggi e del pubblico che vi si identifica. Il suo grande successo nelle

corti e nei teatri d’Europa è dovuto alla surreale capacità di dare agli spettatori i buoni

sentimenti che essi si aspettano, onesti precetti morali, e soprattutto l’evasione nel sogno e il

diletto che da tale evasione deriva.

L :

A NARRATIVA IL ROMANZO EUROPEO

L I

E RAGIONI DEL MANCATO SVILUPPO DEL ROMANZO IN TALIA E DELLA

I F

SUA AFFERMAZIONE IN NGHILTERRA E IN RANCIA

Il Seicento aveva visto la nascita del romanzo in vari paesi d’Europa, tra cui l'Italia. Anche

da noi il romanzo barocco, con il suo gusto per l'avventura e la peripezia, aveva avuto grande

diffusione per quasi settant'anni, dal 1620 al 1690 circa. Viceversa l'età dell'Arcadia è

caratterizzata dalla scomparsa del romanzo nel nostro paese proprio negli stessi anni in cui

esso conosceva un grande sviluppo in Inghilterra e in Francia. Le ragioni di tale eclissi sono

d'ordine culturale e sociale. Il romanzo era stato identificato con il gusto barocco e dunque

messo al bando dagli arcadi. Questi, poi, avevano giocato le loro migliori carte sulla lirica e

sul melodramma. Era difficile infatti conciliare il classicismo con il romanzo, genere troppo

53

moderno, troppo "basso" e comico. Mancavano inoltre le basi sociali per lo sviluppo di questo

genere letterario, che presuppone un pubblico vasto di lettori e una figura d'autore che possa

vivere del proprio lavoro. Il romanzo, insomma, non poteva essere, in età moderna,

un'operazione meramente letteraria, rivolta a un gruppo ristretto di letterati; doveva tendere a

una Borghesia, pubblico di massa. Ciò era possibile solo dove stava sviluppandosi su vasta

scala la borghesia: dunque, anzitutto, in Inghilterra, poi in Francia. Il fatto che il romanzo

scompaia, per la prima metà del secolo, sia in Italia che in Spagna, è riprova del ritardo

economico e sociale di questi paesi.

L : I N

E RIFORME E LE RIVOLUZIONI LLUMINISMO E EOCLASSICISMO

(1748-1815)

L ,

A RIVOLUZIONE INDUSTRIALE E LE RIVOLUZIONI POLITICHE GLI INTELLETTUALI

’ , ’ ,

ILLUMINISTI E L ORGANIZZAZIONE DELLA CULTURA LE IDEOLOGIE E L IMMAGINARIO

N “ ”

IL EOCLASSICISMO E LE TENDENZE PREROMANTICHE

I ; I N

TEMPI E I LUOGHI LE DEFINIZIONI DI LLUMINISMO E DI EOCLASSICISMO

Il termine si diffonde anche in Italia come ricalco del francese.

Illuminismo

In questo periodo la coscienza di vivere in un periodo in cui il “lume “o la luce, della ragione

prevaleva sul buio dell’ignoranza e delle sue superstizioni aveva indotto in Francia a coniare

l’espressione “agè de lumiere” (età dei lumi) per indicare questa nuova età.

Sostenere il valore dell’intelligenza umana, dei criteri scientifici e razionali della conoscenza,

significava non obbedire più ad alcun dogma prestabilito, né di tipo religioso né di tipo

culturale o politico, e mettere al primo posto l’affermazione di libertà della ragione umana.

In campo artistico, l’Illuminismo, si riconosce in genere nel programma del

NEOCLASSICISMO: Esso viene promosso dalla nascita dell’archeologia, dalla sensazione

prodotta dagli scavi di Ercolano e di Pompei. Nel termine “Neoclassicismo” il prefisso “-neo”

54

vuole indicare una differenza rispetto al classicismo dell’età precedente o di quella umanistico

– rinascimentale.

L’imitazione del mondo greco e latino si unisce al sentimento chiaro della loro lontananza e

dunque a un moto di nostalgia e inquietudine;

Non si mira a creare poetiche precettistiche né un canone rigido, né ci si ispira a norme credute

eterne e assolute, anzi il valore di criterio è assegnato al “gusto”;

L’identificazione fra valori classici, valori naturali e razionali porta gli artisti a condividere la

battaglia illuministica per una società più libera

Prendere a modello la classicità significa in questa fase rifarsi alla Roma repubblicana.

L : I

A SITUAZIONE ECONOMICA LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE IN NGHILTERRA E

I

LO SVILUPPO ECONOMICO IN TALIA E NEGLI ALTRI PAESI EUROPEI

Lo sviluppo demografico cominciato agli inizi del Settecento continua con ritmo crescente

nella seconda metà del secolo.

La rivoluzione agricola, avviata nei primi decenni del secolo, si estende e si approfondisce.

Le nuove dottrine economiche rivoluzionano l’agricoltura.

E’ questo il periodo in cui si diffonde la fisiocrazia. Essa individua nel possesso e nella

coltivazione della terra e nella conduzione capitalistica dell’azienda terriera l’unica vera fonte

di ricchezza delle nazioni.

Nascono in vari paesi accademie per lo studio dell’agricoltura.

I ’ ’

L TRAMONTO DELL INTELLETTUALE CORTIGIANO E LA NASCITA DELL INTELLETTUALE

MODERNO

L’età dell’illuminismo segna la fine dell’intellettuale cortigiano, dipendente dalla nobiltà e al

suo servizio. Liberandosi dalla dipendenza nobiliare e sostenendo idee di tolleranza, libertà,

eguaglianza e i valori dell’individualismo, di fatto il ceto intellettuale viene a interpretare le

esigenze della nuova classe borghese. 55

Nella seconda metà del Settecento l’intellettuale tende a porsi come il legislatore della società,

capace di intervenire in ogni campo per proporre soluzioni più razionali rispetto al passato.

Insomma mira a creare “ ” (trattati brevi, non sistemici, che indicano un problema e

pamphlets

ne propongono una soluzione) e i propri giornali.

Nasce dunque anche una nuova forma di trattatistica. Si comincia a guardare con distacco o

addirittura con disprezzo alla figura del “letterato”. Mentre all’inizio del Settecento questo

termine indicava genericamente un intellettuale, ora passa ad indicare chi si occupa

esclusivamente di letteratura disinteressandosi dei problemi civili che stanno a cuore agli

illuministi. Dunque la parola letterato assume accezione negativa. ” (filosofi),

Gli illuministi intellettuali si definiscono, e vengono chiamati “ philosophes

parlando appunto di “ ” o di un partito degli intellettuali.

partito dei philosophes

Le principali forme organizzative degli intellettuali in questo periodo sono prevalentemente

anti-costituzionali estranee alle tradizionali istituzioni culturali.

In Francia gli illuministici organizzano in “gruppi “di lavoro e di discussione, che si

riuniscono in salotti o case private: “le Società”.

Accademie, che nascono in particolar modo in questo periodo:

essa è attenta ai problemi concreti dell’attualità, alle questioni di

- l’accademia dei Pugni:

pubblica utilità, al dibattito delle idee, alla discussione collettiva delle opere recenti

Un’altra forma di organizzazione degli intellettuali è la o il

rivista giornale.

Finisce l’epoca del giornalismo erudito, rivolto a un pubblico ristretto di accademici o di

antiquari. Ora si amplia il numero di lettori, anche perché cambiano gli argomenti trattati: non

più teologia, erudizione e scienze astratte, ma economia, diritto, educazione, scienza

Cambiano anche le figure dei direttori o dei curatori dei giornali: non più ecclesiastici, ma

professionisti laici.

Inoltre sono due i modelli a cui si ispirano i giornali e le riviste italiane:

- quello inglese dello “ ” che presuppone la figura di uno spettatore ironico che

spectator

commenta i fatti;

- quello francese che dà invece conto del dibattito delle idee, recensendo e commentando libri

e giornali in ogni campo del sapere.

In Italia “ ” è il primo dei periodici politico-culturali, ed esce ogni 10 giorni. Dà inizio

Il Caffè

non solo a una fortunata formula giornalistica, ma a una vicenda tipica dell’intellettuale

impegnato. 56

Inoltre verso la fine del 1700 cominciano a diffondersi in tutta Europa le gazzette

d’informazione e contemporaneamente si sviluppano sempre nuove iniziative editoriali,

nascono e si moltiplicano le stamperie.

I capolavori degli illuministi, escono in decine di edizioni in tutte le lingue europee.

E

L’ ’I F : C , V , R

NCYCLOPÉDIE E L LLUMINISMO IN RANCIA ONDILLAC OLTAIRE OUSSEAU

diretta da in collaborazione con rappresenta il fatto

L’Encyclopedie, Denis Diderot d’Alambert,

culturale ed editoriale più importante del secolo, un tentativo grandioso di mutare il modo di

pensare comune. Nonostante l’opposizione della corte, dei magistrati, della polizia,

dell’esercito, del papa e altri innumerevoli problemi essa ebbe un’influenza enorme.

L’opera fu il prodotto collettivo di due generazioni di intellettuali illuministi: cominciò a

uscire nel 1751 e fu chiusa solo nel 1772. Fu una grande operazione, che rivela la sensibilità

non solo culturale ma anche editoria ledi Diderot. Egli riuscì comunque a trasformare

un’operazione commerciale in una formidabile operazione culturale presto tradotta in ogni

paese d’Europa e anche in Italia: fu pubblicata a Lucca a partire dal 1758 e poi a Livorno nel

1770.

Il modello dell’enciclopedia era stato rinnovato dal filosofo inglese Bacone che aveva cercato

di delineare, nella prima metà del 1600, una grande enciclopedia delle scienze. Ma l’esempio

più prossimo era quello del “ di Bayle che aveva condotto una

Dizionario Storico E Critico”

lotta contro i dogmi e contro il principio di autorità. Gli enciclopedisti francesi dunque

cercano di unire la forma del dizionario usata da Bayle a quella più scientifica e più

enciclopedica di Bacone. Da un lato la trattazione è condotta per voci alfabetiche, dall’altro

riguarda tutto il campo del sapere e mira a organizzarlo.

I punti fondamentali di questa enciclopedia sono:

• Conciliare l’unità del sapere con la sua articolazione, rifiutando tuttavia ogni visione

sistematica a favore di una concezione empirista;

• Prospettare un metodo di lavoro che respinga ogni dogma precostituito e si basi

esclusivamente sulla ragione e sulla verifica sperimentale;

• Definire un bilancio della storia del pensiero;

57

• Delineare una mappa del sapere dove al centro della ricerca non vi è più un su un

supposto piano divino dell’universo, ma l’uomo, la sua ottica particolare e i suoi fini

conoscitivi e pratici.

Inoltre gli illuministi contestano tutti gli aspetti irrazionali, soprannaturali e dogmatici delle

religioni confessionali, e conducono una lotta contro l’elemento superstizioso, contro

l’autoritarismo e contro il principio di autorità; e vedono nella Chiesa una delle forse che

maggiormente si oppone al progresso. Si battono poi, con particolare energia, contro il

fanatismo, contro l’intolleranza religiosa e contro ogni forma di discriminazione, per

sostenere la eguaglianze di tutti i cittadini, qualunque sia la loro fede.

L I ; M N

A CULTURA ILLUMINISTA IN TALIA I CENTRI DI ILANO E DI APOLI

Le riforme illuministiche riguardano, in Italia, solo alcuni Stati:

I. Il Regno di Napoli sotto Carlo di Borbone;

II. La Toscana di Pietro Leopoldo d’Asburgo- Lorena;

III. Parma di Filippo di Borbone;

IV. La Lombardia sotto Maria Teresa e Giuseppe II d’Asburgo.

In Italia i principi dell’Illuminismo stentano a conquistare l’intero ceto intellettuale e sono

promossi e propagandati da avanguardie agguerrite ma abbastanza ristrette di uomini di

cultura.

Resiste insomma la vecchia figura del letterato accademico e tradizionalista, e resiste anche

la cultura erudita che aveva dominato nella prima metà del secolo. Gli illuministi italiani

inoltre restano lontani dalla spregiudicatezza e dall’audacia di quelli francesi, e si

caratterizzano semmai per la loro attenzione ai problemi pratici, tecnici, organizzativi e per la

tendenza a diventare funzionari statali nel tentativo di realizzarli. Tuttavia questi elementi di

arretratezza si spiegano pensando all’arretratezza anche economica e politica del nostro paese,

in cui manca ancora una borghesia imprenditoriale.

L’Illuminismo in Italia ha vari centri, ma la vera capitale italiana dell’Illuminismo è Milano.

Da questo momento, la città lombarda diventa il punto di vista più avanzato della cultura e

della lettura italiane soprattutto per motivi di tipo economici e sociali. Caratteristica principale

58

di questo illuminismo lombardo è soprattutto lo spirito di concretezza, la capacità di agire

all’interno dello Stato, di divenire parte dell’amministrazione, senza però rinunciare alla

iniziale prospettiva di un profondo rinnovamento. Principali esponenti dell’Illuminismo

lombardo sono:

• Pietro Verri

• Alessandro Verri

• Cesare Beccaria

I ,

GENERI LETTERARI LO STILE E IL PUBBLICO

In Inghilterra, ma poi anche in Germania e in Francia, si assiste, a man mano che si avvicina

alla fine del Settecento, alla nascita di una nuova committenza sociale, quella , più

borghese

varia e mobile rispetto a quella aristocratica.

Ne derivano da ciò profonde trasformazioni in tutte le arti. Inoltre il progressivo mutamento

della committenza, insieme all’espansione dell’editoria e dell’alfabetizzazione e alla tensione

illuministica verso la creazione di un opinione pubblica hanno una diretta influenza anche

sullo stile e sul sistema dei generi letterari. La scrittura ora mira alla semplicità, alla linearità

.

sintattica, alla chiarezza e a esprimere con evidenza i contenuti referenziali

Questa serie di presupposti dunque spiegano anche l’uso frequente dell’uso epistolare,

impiegato sia nelle relazioni di viaggio sia nelle polemiche letterarie, sia negli scritti filosofici,

sia nel romanzo. In generale però si può dire che prevale la prosa sulla poesia e i due generi

più usati sono il saggio (filosofico, scientifico e economico) e il romanzo, che comincia a

diffondersi anche in Italia.

Appare invece di assai minor importanza la produzione lirica in versi, che invece prevarrà nel

secolo successivo con il Romanticismo. 59

L

A QUESTIONE DELLA LINGUA

Gli illuministi francesi avevano imposto, anche in Italia, una nuova maniera di intendere la

lingua:

a. La lingua viene concepita come uno strumento vivo, regolato dall’uso e non da norme

precostituite

b. La retorica non è più vista come un mezzo per abbellire il discorso, ma come uno

strumento per potenziarne l’efficacia e le potenzialità espressive;

c. Viene rifiutata l’idea di una lingua originaria universale e afferma invece la concreta

evoluzione di ogni lingua vista in tutte le sue dimensioni.

Tutte queste idee giungono anche in Italia modificando profondamente la prosa e in particolar

modo la trattatistica.

Il rinnovamento più radicale fu effettuato dal gruppo del “Caffè” che mosse una dura polemica

contro la Crusca, rivendicò il diritto di inventare nuove parole e di italianizzare quelle

, e infine seppe costruire anche una prosa agile, moderna, giornalistica, sul modello

straniere

del francese impiegato dagli enciclopedisti.

Sul fronte opposto rispetto agli illuministi del caffè si schierarono invece i letterati tradizionali

guidati da Carlo Gozzi, sostenitori della purezza della lingua.

La situazione cambiò negli anni del dominio napoleonico in Italia. Si realizzò allora una sorta

di sia nei documenti pubblici sia nella conversazione delle persone colte, e

bilinguismo

frequente fu anche il ricorso al francese da parte di scrittori italiani.

L’influenza del francese è infatti fortissima soprattutto nel linguaggio politico e in quello

amministrativo e burocratico. 60

L E NUOVE FORME DI TRATTATO

L’I P V

LLUMINISMO NOBILIARE E UTILITARISTICO DI IETRO ERRI

Personalità centrale dell’illuminismo lombardo è il conte fratello maggiore

PIETRO VERRI,

di Pietro Verri.

Pietro nacque a Milano nel 1728. La sua giovinezza fu segnata dal conflitto con la famiglia,

cui si ribellò precocemente, insofferente della rigida educazione ricevuta. Nel 1750 entrò a

far parte dell’accademia dei Trasformati, ma ne restò ben presto insoddisfatto e così nel 1759

si diede alla carriera militare. Nel ’61 ritornò a Milano, dopo una sosta a Vienna, con

l’intenzione di dedicarsi agli studi economici e di incidere anche sulla attuale situazione

politica della città. Subito così diede vita , dalla quale poi nacque il

all’Accademia dei Pugni

“Caffè” che uscì tra il 1764 e il 1766

ogni dieci giorni. Negli stessi anni in cui

usciva il caffè, Verri intanto entrava a far

parte dell’amministrazione austriaca

raggiungendo incarichi di alto livello

realizzando così il suo progetto

riformista di collaborare direttamente

con la gestione del potere. Durante

questo ventennio Verri scrisse numerose opere di economia, di storia e di filosofia. Deluso

però dalle resistenze conservatrici dell’apparato amministrativo nel 1786 fu sospeso da ogni

incarico e fece ritorno a Milano. Qui con l’arrivo dei francesi ebbe nuovamente la possibilità

di un coinvolgimento pubblico, ma l’impegno si rivelò dannoso per la salute fisica e così il

28 giugno del 1797 fu stroncato da un infarto.

L’importanza di Pietro Verri all’interno del gruppo degli illuministi lombardi si lega

soprattutto alla sua instancabile attività di organizzatore e di guida. Pietro rappresenta inoltre

il tentativo più testardo e coerente, in Italia, di stabilire un rapporto di collaborazione con il

potere pubblico delle monarchie illuminate.

Importanti opere sono le sue “ ” pubblicate postume nel 1804;

Osservazioni sulla tortura

; .

Meditazioni sulla felicità Discorso sull’indole del piacere e del dolore

61

Molti e interessanti sono anche gli scritti di carattere familiare e privato tra cui un epistolario

ricco e avvincente. D C B

EI DELITTI E DELLE PENE DI ESARE ECCARIA

Il testo più noto e importante dell’Illuminismo italiano è senza dubbio quello di CESARE

BECCARIA “ ” pubblicato nel 1764.

Dei delitti e delle pene

In esso convergono alcune delle idee sociali più significative della nuova cultura, espresse in

uno stile elegante e limpido al tempo stesso, un modello di esposizione peri nuovo filosofi.

Cesare Beccaria nacque a Milano nel 1738 da una famiglia ricca e nobile. A vent’anni si

laureò in Legge presso l’Università di Pavia. Le nozze nel ’61 con Teresa Blasco, di

condizioni umili, lo portarono alla rottura con la famiglia. Fu grazie all’intervento di Pietro

Verri che poté in seguito avvenire la riconciliazione. E proprio lo stesso Verri fu per Beccaria

un fondamentale punto di riferimento.

L’opera più importante di Beccaria è “ ” stampata nel 1764 a Livorno.

Dei Delitti e Delle Pene

L’autore aveva preferito far comparire anonimo il libello, nel timore di attacchi personali: e

in effetti furono molte e tempestive le reazioni di condanna soprattutto da parte della Chiesa,

che nel ’66 inserì l’opera nell’Indice dei libri proibiti. Ma ciò nonostante il libro ebbe un

successo strepitoso a tutti i livelli.

Dei “Delitti e delle pene” è diviso in , ognuno dei quali tratta un aspetto

42 brevi capitoli

specifico della questione dibattuta. Scopo dell’opera nel suo insieme è dimostrare l’assurdità

Esso è smascherato quale sistema puramente

e l’infondatezza del sistema giuridico attuale.

repressivo, e rappresentato nei suoi insignificanti rituali di violenza.

Anziché essere al servizio della giustizia, il sistema giudiziario si rivela fondato su un

,

mostruoso meccanismo di potere. In particolare l’opera si scaglia contro la pena di morte

vertice di inciviltà gestito dallo Stato, e contro le pratiche di torture, inutili e barbare.

Un altro elemento decisivo dell’opera è anche la distinzione tra reato e peccato:

- Il reato risponde a un sistema di leggi liberamente concordato tra uomini e dunque esso deve

essere definito in ottica laica e terrena. 62

L’ : G , G , F

ILLUMINISMO MERIDIONALE ENOVESI ALIANI ILANGIERI

Tra i maestri indiscussi dell’Illuminismo meridionale si colloca ANTONIO GENOVESI:

fondatore degli studi di economia politica in Italia.

L’illuminismo meridionale si sviluppa in maggior misura a , dove i napoletani rispetto

Napoli

ai milanesi mostrano una maggiore propensione teorica e una meno pronunciata vocazione

pratica.

Antonio Genovesi nella sua autobiografia afferma di essere nato a Salerno il 1 novembre del

1712, figlio di piccoli proprietari terrieri. Antonio fu introdotto agli studi di maestri

occasionali e poi avviato al sacerdozio, prendendo gli ordini nel 1737. A Napoli dove si

trasferì nel 1738 ottenne presto di insegnare all’Università e dove decide di abbandonare gli

studi religiosi per rivolgersi a quelli economici. Nel 1754 Genovesi inoltre ottenne la prima

cattedra di economia istituita in Europa. Le lezioni si tenevano in italiano, contro le normali

consuetudini accademiche, ed erano coinvolgenti e profonde.

Fu così che Genovesi gettò i fondamenti di una scienza, quale , in rapida

l’economia politica

evoluzione creando una scuola di altissimo livello.

Quando Genovesi morì a Napoli il 23 settembre del 1769, la scuola napoletana poteva contare

già su numerosi continuatori.

Altro esponente di questo Illuminismo meridionale fu FERDINANDO GALIANI, di poco

più giovane di Genovesi, il quale partecipò attivamente al clima parigino degli anni centrali

della nuova cultura condividendo il gusto illuministico.

Galiani tuttavia deve essere considerato un : ovvero un

illuminista pessimista e scettico

illuminista anomalo. Il giovane Ferdinando ebbe una formazione culturale di prim’ordine,

entrando in contatto con i maggiori intellettuali locali. Ciò favorì la straordinaria precocità

del suo ingegno, che gli consentì di pubblicare a soli 23 anni i 5 libri della “ ”, uno dei

Moneta

trattati fondamentali di economia monetaria.

Lo stile impiegato nel trattato è sempre limpido e mosso, spesso incline all’ironia e alla

divagazione. Ma il capolavoro dello scrittore dal punto di vista letterario, è il ricchissimo

epistolario, non ancora interamente edito. 63

Altro importante protagonista di questo periodo fu GAETANO FILANGERI.

Filangeri nacque a Napoli nel 1753 da una famiglia nobilissima ma di ricchezza modesta,

terzo di 11 figli fu avviato alla carriera militare, che in seguito abbandonò per avvicinarsi agli

studi.

L’opera più importante di Filangeri fu “ ”, uscita a partire dal 1780.

La scienza della legislazione

Gli illuministi di tutt’Europa considerarono la sua opera come un capolavoro indiscusso del

genere e piansero alla precoce morte del giovane autore. Inoltre merito dell’opera di Filangieri

è anche lo stile appassionato e coinvolgente.

doveva dividersi in 7 parti: ma solo 5 vennero effettivamente

La Scienza della legislazione

compiute. In quest’opera Filangieri attraverso la discussione dei sistemi legislativi esistenti

avanza la proposta di una legislazione interamente rinnovata.

V C ,

INCENZO UOCO LO STORICO DI UNA DISFATTA

Negli anni successivi alla morte di Genovesi, la scuola meridionale si scisse in 2 tendenze:

• La prima restava fedele al maestro sviluppando la ricerca teorica senza entrare in

conflitto con il potere borbonico

• La seconda si spostò su posizioni sempre più radicali, formulando un progetto

rivoluzionario che incarnasse in concreto i cambiamenti economici e sociali promossi

negli studi.

Purtroppo i vivace ambiente intellettuale della scuola meridionale fu duramente segnato dal

fallimento della rivoluzione napoletana del 1799.

Ma è VINCENZO CUOCO a consegnarci la descrizione più articolata e profonda

dell’esperienza rivoluzionaria napoletana, fondando un modello di stereografia impegnata e

a caldo.

La sua opera più importante può essere considerata: “ Saggio storico sulla rivoluzione

La ricostruzione, appassionata e diretta, è compiuta sulla base della personale

napoletana”.

esperienza e su testimonianze di prima mano. L’onore reso ai caduti della rivoluzione non

toglie che le cause intrinseche dal fallimento, cioè l’errore anche di quei caduti, non venga

ricercato e dichiarato con nettezza. 64

D “ ”: B B

UE STUDIOSI DI LETTERATURA NUOVI ETTINELLI E ARETTI

La diffusione di giornali e gazzette, le attese di un pubblico nuovo di lettori, la fortuna del

saggio, favoriscono lo sviluppo di una critica letteraria vicina alla tipologia moderna.

Nasce la nuova figura di “ ”: si diffonde il gusto della discussione e della

critico militante

polemica letteraria.

Le due personalità più rappresentative di questo rinnovamento sono: e

Saverio Bettinelli

i.

Giuseppe Barett

Tra gli anni Sessanta e Settanta del Settecento, quando il Neoclassicismo sta iniziando a

diffondersi, è già possibile percepire una sensibilità nuova, definibile genericamente come

“ ”. Espressioni del preromanticismo europeo sono “ ”

Preromantica Lo Sturm und Drung

(tempesta e assalto) tedesco e i “ ”.

Canti Ossian

L A POESIA

S : ’ ’I .

ERENITÀ E TURBAMENTO LA POESIA NELL ETÀ DELL LLUMINISMO

N EOCLASSICI E PREROMANTICI

Il Neoclassicismo operò nella letteratura, sia nella prosa che nella poesia.

Per quanto riguarda la prosa del periodo neoclassico, per reazione a quella del 1700, assume

struttura, cadenze e forme classicheggianti

Per quanto riguarda la poesia neoclassica dobbiamo invece distinguere 2 tipi di

neoclassicismo: • Di tipo montiano (Vincenzo Monti)

• Di tipo foscoliano (Ugo Foscolo)

Tutte e due, per quanto riguarda il contenuto, risentono dell’esigenza illuministica, di una

poesia ispirata all’attualità, alla verità e alla realtà sociale

più superficiale. Il suo classicismo ha un carattere formale,

- Neoclassicismo di Monti:

esteriore, retorico, pomposo. Esso suscitò spesso la condanna dei critici romantici, soprattutto

di De Santis. : è più profondo e complesso, e in certo senso risente già della

- Neoclassicismo di Foscolo

nascente spiritualità del Romanticismo 65

I poeti neoclassici riscoprono nell’antichità classica gli stessi ideali di serenità, equilibrio,

decoro e armonia interiore, ma agitati da ansie e inquietudini romantiche: essi sono inoltre

sostanzialmente dei nostalgici del passato.

Essi amano idealmente rifugiarsi, per evadere dalla realtà tormentosa del presente.

I I P

L NEOCLASSICISMO MALINCONICO DI PPOLITO INDEMONTE

fu uno scrittore fecondo e versatile, celebrato ai suoi tempi quasi quanto

Ippolito Pindemónte

Foscolo e Monti. Oggi è ricordato soprattutto per la , corretta,

traduzione dell'Odissea

coscienziosa, in qualche parte anche aderente ed efficace, ma nel complesso scolorita in

confronto all'originale, ché il Pindemonte traduttore è ben lontano dall'impeto e dal calore del

Monti.

Le sue poesie peccano di prolissità e spesso s'attardano oziosamente in artificiose

esercitazioni letterarie. Piacquero tuttavia, e talune fra le migliori piacciono ancora per il loro

accento di soave, pacata mestizia e di blando misticismo. La novità di alcuni motivi lirici, il

facile sentimentalismo di alcune novelle in prosa e in versi, i nordici e ossianeschi colori di

una tragedia, l'Arminio, incerta fra l'indirizzo shakespeariano e l'alfieriano, avvicinano

Pindemonte ai romantici e ravvivano d'interesse storico la sua opera, documento

dell'evoluzione morale e artistica operatasi fra Settecento e Ottocento.

V M :

INCENZO ONTI UNA POESIA AL SERVIZIO DEL PRESENTE

La biografia del Monti si può dividere in 4 periodi:

a. : Monti nacque in una casa di campagna in una

Il periodo romano o dell’abate Monti

provincia di Ravenna nel 1754, da una famiglia di agiati agricoltori. Compiuti gli studi,

ottenne dal padre di trasferirsi a Roma, dove divenne segretario di Luigi Braschi, nipote

del papa Pio VI.

Le opere che scrisse in questo periodo rispecchiano le idee conservatrici degli ambienti

ecclesiastici ed aristocratici che frequentava, e traggono lo spunto, secondo la poetica del

66

neoclassicismo, dagli avvenimenti contemporanei, che colpivano la sua immaginazione.

L’opera più celebre del periodo romano è la , un poema scritto in terzine,

BASSVILLANA

in 4 canti, rimasto incompiuto. era segretario della legazione francese a

Ugo Bassville

Napoli. Recatosi in missione politica a Roma era stato accoltellato durante una sommossa

ed era morto con i conforti della fede.

Monti immagina che un angelo strappi l’anima di Bassville all’Inferno e, prima di condurlo

al Purgatorio, lo faccia assistere agli orrori della rivoluzione. L’opera doveva terminare

con la sconfitta dei rivoluzionari per opera della coalizione degli Stati europei.

La Bassvilliana fu assai ammirata e valse al poeta l’appellativo di “Dante redivivo”.

b. : nel 1797 il Monti fuggì da Ravenna e

Il primo periodo milanese o del cittadino Monti

si recò a Milano, capitale della Repubblica cisalpina, dove divenne giacobino e

anticlericale. In questo periodo compose il , in onore di Napoleone

PROMETEO

Bonaparte, e un inno che fu cantato alla Scala nell’anniversario della decapitazione di

Luigi XVI. Dopo la caduta cisalpina, si rifugiò a Parigi, dove tradusse in italiano un ‘opera

di Voltaire.

c. dopo Marengo il Monti si fermò a

Il secondo periodo milanese o del cavaliere Monti:

Milano ed assecondò la politica moderata di Napoleone, divenendo il celebratore delle

sue vittorie con varie opere. Nel 1810 pubblicò il suo capolavoro, La traduzione

fatta non direttamente dal greco, per la scarsa conoscenza che il poeta aveva

dell’Iliade,

di questa lingua, ma da traduzioni latine.

d. : dopo la sconfitta di Napoleone e il ritorno degli austriaci

Il periodo della Restaurazione

a Milano, il monti cambiò ancora una volta e celebrò la politica di restaurazione

dell’Austria. Nel frattempo, inviava all’imperatore domande d’impiego, ma non riuscì ad

ottenere altro che una piccola pensione, trascorse gli ultimi anni della sua vita dedicandosi

a studi di erudizione e portando a termine la in versi sciolti, un poema

FERONIADE

iniziato a Roma, per celebrare la bonifica delle paludi pontine. era una ninfa amata

Feronia

da Giove, il cui regno, per gelosia di giunone fu trasformato in una putrida palude. Il monti

morì a Milano nel 1828. 67

I M

L PUBBLICO E I CRITICI DI ONTI

Il giudizio sulla personalità del Monti è stato a lungo ed è tuttora negativo. Ciò è dovuto

soprattutto alla sua variabilità dei suoi atteggiamenti politici.

Per comprendere storicamente la personalità del Monti, così volubile ed incoerente, bisogna

tenere presente la sua formazione di tipo umanistico, di un umanesimo cioè tutto formale,

retorico ed esteriore, del tutto privo di interessi morali, religiosi e politici. Come già gli

umanisti del ‘400, anche il Monti era convinto che la poesia sorgesse all’ombra dei prìncipi,

e di essi doveva cantare le gesta.

Questo tipo di intellettuale di formazione umanistica durava in Italia da secoli e portava

necessariamente ad una concezione arcadica della poesia, che celebrasse gli avvenimenti del

tempo, visti solo nella loro esteriorità spettacolare, indipendentemente dai motivi ideali che li

avevano determinati, che non era compito del poeta individuare, ma se mai dello storico.

O

M C , SSIAN

ELCHIORRE ESAROTTI IL TRADUTTORE DI

Proveniente da una nobile famiglia padovana, Melchiorre Cesarotti nacque a Padova nel

1730.

Diventato sacerdote si dedicò all'insegnamento del greco e dell'ebraico sia presso il Seminario

di Padova che presso famiglie nobili a Venezia, coltivando una vastissima attività

pubblicistica che egli stesso raccolse in 40 volumi, editi tra il 1800 e il 1813.

I suoi interessi si divisero principalmente tra la traduzione di classici dal greco (Iliade, 1786-

94) e la stesura di pamphlet di argomento politico ed estetico. Tra i titoli che ebbero maggior

successo ricordiamo: Sopra il diletto della tragedia (1762), Sopra l'origine e i progressi

dell'arte poetica (1762), Il patriottismo illuminato (1797), Saggio sulla filosofia delle

lingue e Saggio sulla filosofia del gusto (1785).

L'opera di maggior rilievo letterario è senza dubbio la traduzione dei ,

Canti di Ossian

pubblicata in due volumi nel 1763 e in quattro volumi tra il 1772 e il 1801.

La raccolta originale, Fragment of Ancient Poetry, attribuita al mitico bardo Ossian (III d.C.)

in realtà era un falso ad opera del poeta scozzese Macpherson, che spacciò per traduzione

dal gaelico ciò che in realtà erano sue poesie composte negli anni '60 del secolo. Il clima

Canti, incline ad un gusto sentimentale nuovo, barbarico e aggraziato allo stesso

poetico dei 68

tempo, ebbe una vastissima risonanza nel mondo letterario della fine del Settecento, già

proiettato verso la nuova sensibilità romantica.

Artisti dell'importanza di Alfieri, Monti, Foscolo e Leopardi attinsero dal repertorio ossianico

temi e motivi, sviluppandoli poi secondo la propria poetica. Membro dell'Arcadia e moderato

sostenitore delle idee rivoluzionarie giacobine e degli ideali illuministici, Cesarotti fu

chiamato a far parte del Comitato di istruzione pubblica a Padova durante gli anni delle

Repubbliche giacobine e compose in seguito un poemetto dedicato a Napoleone (Pronea,

1807).

Morì a Selvazzano (Padova) nel 1808.

GIUSEPPE PARINI

L . L’

A VITA E LA PERSONALITÀ IDEOLOGIA E LA POETICA

Giuseppe Parini nasce il 23 Maggio a Bosisio in Brianza in provincia di Como.

Per quanto riguarda il suo pensiero Parini di

respinge le posizioni antireligiose ed edonistiche

pensatori come Voltaire e Rousseau, è ostile ad ogni forma di fanatismo religioso, ma tuttavia

crede profondamente nella religione come freno alle passioni umane e come principio di

ordinata convivenza civile.

Accoglie con favore i principi egualitari: crede nell’uguaglianza originale e naturale di tutti

gli uomini e nella necessità di riconoscere ad ogni individuo una pari dignità umana.

Crede nell’umanitarismo come amore nell’umanità in quanto tale (il dovere fondamentale di

ogni uomo è la solidarietà per i suoi simili).

Si potrebbe forse sintetizzare la posizione ideologica di fondo di Parini con la seguente

formula: egli vuole trasformare radicalmente i contenuti senza alterare le strutture letterarie e

sociali vigenti.

Condanna la nobiltà (Dialogo sopra la nobiltà del 1757):

a. Sul piano economico poiché sperpera le ricchezze invece di adoperarsi ad accrescere

la ricchezza comune;

b. Sul piano intellettuale poiché i nobili non dedicano il loro ozio a coltivare studi;

69

c. Sul piano civile poiché non si curano di ricoprire cariche e magistrature che siano utili

al bene pubblico.

Parini non è però ostile alla nobiltà in se ma solo alla sua degenerazione e propone una forma

di rieducazione per riportarla ad assumere il ruolo sociale che un tempo possedeva.

È un moderato riformista. La nobiltà, secondo Parini, non deve essere soppiantata, ma solo

perdere i propri vizi, divenire una classe propositiva e moderna in grado di guidare le necessarie

riforme.

Parini dunque mira ad un rinnovamento delle strutture sociali dell’ , non a una

ancien règime

loro messa in discussione. O

L DI

E

Dal 1757 al 1795, Parini scrive svariate Odi, che medita lungamente di riunirle e pubblicare

in un'opera unitaria. Tuttavia, il progetto non viene realizzato. Scontento dello stato in cui

versano le sue composizioni, Parini è però ancora più incontentabile riguardo alla loro

compiutezza formale.

La disposizione dei testi, nelle raccolte su cui interviene, mostra la volontà di organizzarli

secondo capitoli tematici: aprono odi civili, poi testi sulla funzione civile della cultura; infine

testi leggeri e ironici, con un ripiegamento malinconico. D'altra parte, la disposizione tematica

coincide quasi con la cronologia di composizione. Ciò implica che Parini si dedicò in una

prima fase a tematiche civili e impegnate, restringendo poi il campo ad argomenti ed

esperienze personali e private.

Se a ogni costo Parini volle essere letterato tradizionale, egli volle anche essere l'espressione

di una rinnovata funzione civile della poesia. Nella tensione tra le due vocazioni, e nel

ripiegamento dinanzi alla loro inconciliabilità, Parini avrebbe scoperto la nuova condizione

del poeta moderno.

Parini non si accorge però, se non implicitamente, che quel soggetto cui intende ridare voce,

la poesia, non appartiene più al meccanismo dei rapporti storici e sociali: ne è stato infatti

espulso. 70

IL GIORNO

C . L

OMPOSIZIONE E STORIA DEL TESTO A GENESI DEL POEMA

S ’

TRUTTURA DELL OPERA

Il Giorno è l’opera più importante di Parini, alla quale lavorò per circa 40 anni senza peraltro

riuscire a portarla a compimento. E’ un poema in endecasillabi sciolti che mira a rappresentare

satiricamente l’aristocrazia del tempo.

Inizialmente il progetto del poeta era quello di un’unica opera divisa in tre sezioni, appunto il

Mattino, il Mezzogiorno e la Sera. Successivamente l’autore modificò tale progetto dividendo

l’opera in quattro parti:

• Il Mattino;

• Il Mezzogiorno (poi ribattezzato Meriggio);

• Il Vespro;

• La Notte.

Il poema aveva per argomento , in ordine cronologico,

la descrizione della giornata di un

.

giovane nobile milanese di quei tempi, fatta in prima persona dal suo istitutore

L’autore, dunque, si presenta in veste di “ ”, ossia maestro della moda.

precettor d’amabil rito

La principale attività del giovin signore, descritta quasi come un’impresa eroica, consiste

dunque , compito del precettore è quello di guidare il

nell’obbedire ai capricci della moda

nobile in questa ardua e faticosa impresa, al fine di farlo figurare meglio nella vacua società

di cui fa parte. Non dunque dal filo narrativo deriva l’indubbia complessità dell’opera, bensì

dalla sovrapposizione di due modelli letterari diversi, quello didascalico e quello satirico.

Il primo aspetto consiste nel fatto che viene , una giornata cioè

narrata una storia-non storia

totalmente vuota di accadimenti, riempita soltanto di occupazioni fisse, che scandiscono

formalmente le ore, e da personaggi stereotipati che le popolano.

La satira, invece, nasce dall’utilizzo della figura retorica dell’ironia, da quel modo cioè di dire

ciò che si pensa affermando il contrario.

MATTINO il nobile viene colto nel momento in cui si corica, all’alba, dopo una notte

Nel

trascorsa a teatro o al tavolo da gioco; vengono quindi descritti il suo risveglio a mattina

71

inoltrata, la colazione, la lunga e laboriosa toeletta. Alla fine il giovin signore è pronto per

uscire e recarsi a trovare la sua dama.

Uno dei motivi centrali della rappresentazione pariniana è infatti il ,

fenomeno del cicisbeismo

per cui ogni donna sposata aveva diritto ad un cavalier servente, che l’accompagnasse

costantemente al posto del marito, una sorta di adulterio socialmente legittimato.

Nel MEZZOGIORNO il giovin signore viene seguito in visita alla dama, pranzano insieme

e nel pomeriggio si recano al corso, cioè al passaggio delle carrozze, dove si ritrova tutta la

nobiltà cittadina.

L’impianto didascalico è più sensibile nella prima parte e sfuma nella seconda, alla tavola

della dama, dove compaiono altre figure e l’andamento si fa più descrittivo.

Tale struttura didascalico-descrittiva non è che un pretesto per veicolare la satira

dell’aristocrazia. Infatti tutto il discorso del precettore è impostato in chiave ironica e si fonda

sull’antifrasi (affermare il contrario di ciò che si vuole fare intendere). Il precettore finge di

accettare il punto di vista, i gusti e i giudizi aristocratici ma lo fa tramite celebrazioni in

termini iperbolici di vite futili e vuote, descrivendoli come veri e propri “semidei terreni”,

esaltando gesti banali come fossero sublimi. In realtà la vera essenza di quel mondo, vacua e

insulsa, traspare dietro tale ironica enfasi celebrativa e alle spalle della figura del precettore

si delinea chiaramente quella del poeta, con il suo atteggiamento di ferma, sdegnata condanna.

è incompiuto e ne abbiamo circa 350 versi. Li occupa il racconto di una

IL VESPRO

passeggiata in carrozza del Giovin Signore e della Dama. Essi fanno visita a una nobile che

ha appena avuto un figlio: Parini ne approfitta per satireggiare i vari poetastri che hanno

celebrato l’evento.

Anche è incompiuta: ne restano 700 versi continuati e alcuni frammenti. Dopo

LA NOTTE

aver invocato la notte, il poeta rincontra il Giovin Signore e la sua Dama, che, annoiati vanno

a un ricevimento. Qui vengono ritratti vari personaggi, fra divertimento e amara ironia per

vite perdute in occupazioni del tutto inutili. Tra questi spicca una vecchia matrona distesa su

una canapè. Si preparano dunque i tavoli da gioco, e il poema s’interrompe.

72

G

L ’O . I

IORNO

A RICEZIONE DEL TRA I CONTEMPORANEI E NELL TTOCENTO GIUDIZI CRITICI

La critica pariniana si avvale anche di altri strumenti, come ad esempio di un particolare

trattamento del tempo e dello spazio. Innanzitutto non viene scelta una giornata particolare,

che si segnali per qualche accadimento di rilievo, degno di essere ricordato, ma una giornata

tipo, uguale a infinite altre, sufficiente per dare il senso di una vita vuota e banale. Inoltre il

tempo in cui si collocano gli eventi è molto breve ma alla lettura si ha l’impressione di un

tempo lunghissimo; tale effetto è creato dall’indugio che dilata a dismisura il tempo reale, in

cui si ripetono meccanicamente gesti e parole. La noia, dunque, è uno dei temi centrali

dell’opera. Stesso effetto si ottiene con lo spazio, ristretto, chiuso, in cui si ha l’impressione

di una chiusura asfittica e insieme al tempo rende l’idea di un mondo morto, privo di energia

vitale. UGO FOSCOLO

L

A VITA E LA PERSONALITÀ

Nacque nel 1778 a Zante, un'isoletta dello Jonio, che Lui chiamò affettuosamente Zacinto,

all'epoca appartenente alla Grecia. Vita breve la sua (morì non ancora cinquantenne) ma densa

di passioni e di eventi, di intemperanze e tumulti, d'impeti generosi e superbi ardimenti che

dovevano comporsi in un'Arte esteticamente sovrana.

Della sua vita dobbiamo ricordare i seguenti fatti:

a. La nascita in un luogo greco gli fece amare il mondo classico;

b. Le sue partecipazioni alla vita militare ci fanno capire il suo attivismo.

c. Quando muore il padre si trasferisce a Venezia con la madre. Ma quando con il Trattato

di Campoformio Venezia venne ceduta all'Austria si allontana dalla città e a Firenze

s'innamora di Isabella Roncioni, a Milano di Antonietta Fagnari Arese e in Francia, da

una inglese, ha la figlia Floriana. Morì a Londra nel 1827, stanco, ammalato e povero.

Ora le sue ceneri sono nella chiesa di Santa Croce a Firenze, che egli aveva cantato nei

Sepolcri. 73

d. Quando scoppiò la Rivoluzione francese egli era pieno d'amore, di gloria e partecipò

a quel sentimento di libertà con molto ardore. Quando ritornarono gli austriaci in Italia

offrirono al Foscolo la direzione di un giornale letterario, La biblioteca italiana, ma

Foscolo rifiutò e fuggì a Londra.

e. : , ,

Le opere maggiori del Foscolo sono Le ultime lettere di Jacopo Ortis Le Odi, I Sonetti

(dove l'arte del poeta tocca i suoi vertici: si affaccia e si fa strada quella

I Sepolcri

concezione dell'umano dolore, della misericordia e della pietosa rispondenza al

soffrire) e .

Le Grazie

Nel Foscolo la vita, molto impegnata in quegli ultimi anni della Rivoluzione francese e dalla

fine di Napoleone, e l'arte sono molto legate: basti pensare alle "Ultime lettere di Jacopo Ortis"

in cui si nota tutta la sua delusione politica. Come dice il "Sapegno", il Foscolo si può

considerare un esempio di romantico, perché la sua vita fu appassionata, inquieta, ricca di

amori e malinconica. Il Foscolo si può considerare un neoclassico-romantico per il pensiero

della morte, per il suo amore patriottico, e perché ama un'arte libera.

Nel Foscolo si hanno anche motivi del preromanticismo europeo come la poesia sepolcrale e

l'amore del lugubre. Il pessimismo del Foscolo deriva dal fatto che egli vede nella vita annullati

, e secondo la concezione materialistica crede che tutto sia

gli ideali di libertà e di giustizia

materia. Ma questo pessimismo viene superato dalle "illusioni", che sono gl'ideali, i

sentimenti come l'amore, la bellezza, la Patria, la tomba e la poesia. Foscolo le chiama

illusioni perchè non esistono realmente ma sono necessarie per continuare a vivere.

Foscolo s'accorge del conflitto fra reale e ideale, vive la realtà del suo tempo e cerca con le

illusioni di superare tutti i problemi della sua età. Morì a Turnham Green presso Londra il 10

settembre del 1827.

Foscolo è il primo vero che appare nella storia della letteratura

"personaggio" romantico

italiana, appassionato, impetuoso, "ricco di vizi e virtù" come egli stesso si definisce nel

" ". Ma se Foscolo fu il primo, Leopardi ne fu il massimo esponente, con la

Sonetto Autoritratto

sua poesia del contrasto tra la ragione e il sentimento.

Due sono gli aspetti principali della sua personalità:

I. Il primo è l’immediato e delle passioni,

abbandono agli impulsi del sentimento

che agitarono ininterrottamente la sua vita;

74

II. Il secondo, in contrasto col primo, è l

’esigenza di un ordine, di una disciplina,

. Nell’abbandono agli impulsi del sentimento e delle

di un’armonia interiore

passioni, si avverte il segno della nuova sensibilità del Romanticismo;

nell’esigenza dell’equilibrio e dell’armonia interiore si avverte l’influenza del

classicismo.

Foscolo nella sua concezione del mondo e della vita segue le dottrine materialistiche e

, secondo le quali il mondo è fatto di materia sottoposta ad

meccanicistiche dell’Illuminismo

un processo incostante di trasformazione governato da leggi meccaniche. Anche l’uomo è

soggetto alla stessa legge di dissolvimento della materia, perciò compiuto il suo ciclo

biologico, si annulla completamente come individuo.

Per i filosofi dell’Illuminismo questa concezione materialistica della realtà e dell’uomo era

motivo di ottimismo perché liberava l’animo dalle superstizioni, dalla paura della morte,

inducendoli a vivere più serenamente, invece per il Foscolo queste teorie erano motivo di

pessimismo e disperazione.

La visione materialistica, lo porta a considerare l’uomo come , che,

prigioniero della natura

compiuto il suo ciclo vitale, piomba nel "nulla" eterno. Così Foscolo considera la ragione un

dono malefico della natura, causa di disperazione tale da trovare nel suicidio l’unica

liberazione possibile. Tuttavia il Foscolo non soccombe al pessimismo e alla disperazione, ma

reagisce vigorosamente, creandosi una nuova fede in valori universali, che danno un fine ed un

. Questi valori universali sono

significato alla vita dell’uomo la bellezza, l’amore, la libertà, la

, tutti sentimenti che i filosofi materialistici

patria, la virtù, l’eroismo, la poesia, l’arte, la gloria

e scettici chiamavano " ", cioè idee vane. Tra le "illusioni" la più grande per il Foscolo

illusioni

è poiché egli ha perduto la fede cristiana nell’immortalità dell’anima, allora vede

la gloria

nella gloria l’unico mezzo di sopravvivenza ideale dopo la morte. Per Foscolo le illusioni,

però, non furono mai una realtà assoluta ma spesso erano accompagnate dalla consapevolezza

dei limiti della natura umana e dalla minaccia sempre incombente della morte e del nulla

eterno. 75

L F

A CONCEZIONE DELLA POESIA DI OSCOLO

Foscolo ebbe della poesia una concezione contemplativa e una concezione attiva:

Secondo la , la poesia per il Foscolo è un mezzo per evadere dalla

concezione contemplativa

realtà, opaca e dura, che ci circonda, e rifugiarsi in un mondo ideale di bellezza e di armonia;

della poesia, perché la considerò come un

Ma il Foscolo ebbe anche una concezione attiva

mezzo di educazione morale, civile e patriottica, che fa del poeta un vate, una guida ispirata

del proprio popolo. È la poetica che vediamo realizzata nei Sepolcri.

Nella poesia e nello spirito del Foscolo coesistono: classicismo, neoclassicismo e

romanticismo, senza alternarsi, sovrapporsi o urtarsi, ma fusi in una sintesi originale.

F M

OSCOLO E ONTI

Foscolo differisce da Monti sul piano del carattere e sul piano della poesia:

- La poesia di Monti è occasionale, esteriore, superficiale e prende spunti dagli avvenimenti

spettacolari del tempo

- La poesia del Foscolo è tutta interiore e personale.

L U J O ,

E LTIME LETTERE DI ACOPO RTIS OVVERO IL MITO DELLA GIOVINEZZA

Edizione definitiva (1817) TRAMA

Jacopo Ortis è un giovane di famiglia benestante con origini veneziane. Dopo il trattato di

Campoformio (periodo a cui appartiene la raccolta di lettere che costituisce il romanzo)

Jacopo si vede costretto a fuggire per via dei suoi ideali patriottici e liberali che gli

impediscono di restare nella città natale sotto il dominio degli Austriaci. Il luogo in cui trova

rifugio è quello dei monti Euganei, dove conosce un altro rifugiato, il signor T***, che vi

risiede con le figlie: la piccola Isabella e Teresa, di cui Jacopo s’innamora.

Questa tuttavia è già stata promessa in sposa al signor Odoardo, nobile di elevata posizione

sociale. Jacopo prova ad allontanarsi dai colli in cui si era rifugiato dirigendosi a Padova,

con la speranza di dimenticare Teresa. In questa città in cui avrebbe dovuto frequentare

l’università resta solo un mese, per via della corruzione politica e della passione per la sua

amata che lo coinvolge sempre più. Approfittando dell’assenza di Odoardo i due diventano

sempre più intimi. Tornato il futuro marito i due, vista e riconosciuta l’impossibilità del loro

amore, decidono di separarsi e Jacopo di partire per Bologna. Inizia poi per il protagonista

76

una lunga serie di viaggi che lo porteranno a Firenze, Milano, Pietra Ligure e Ventimiglia.

Durante questa serie di viaggi è lunga e profonda la meditazione sull’onnipotenza del destino

sia per quanto riguarda la sua patria sia per quanto riguarda il suo amore per Teresa. Giunge

successivamente a Rimini, dove, giunto a conoscenza del matrimonio fra Teresa e Odoardo,

sceglie la via del suicidio. Dopo aver confessato all’amico un incidente nel quale aveva

involontariamente ucciso un contadino, saluto fugacemente lui, Teresa e la madre, si uccide

la notte del 25 marzo trafiggendosi il petto con un pugnale, per spirare poi fra le braccia del

signor T***.

La narrazione, che trae spunto dal caso di suicidio di uno studente padovano, Girolamo Ortis,

riflette ampiamente e le esperienze sentimentali e politiche di Ugo Foscolo, tanto che si può

parlare quasi di un’autobiografia.

" " sono un , composto dalle lettere che il

Le ultime lettere di Jacopo Ortis romanzo epistolare

Foscolo immagina scritte da un giovane suicida negli ultimi tempi della sua vita, a un amico,

durante un periodo che va dallo 11 novembre 1797 al 25 marzo 1799. Il

Lorenzo Alderani

modello principale è, ovviamente, " " di Goethe.

I dolori del giovane Werther

Possiamo considerare "Le ultime lettere di Jacopo Ortis" e "I dolori del giovane Werther" due

romanzi d’amore; entrambi i giovani si innamorano perdutamente di una ragazza, e vengono

catturati da una passione che sconvolge nel profondo i loro animi.

Tuttavia l’ non si può realizzare mai perché non può essere ricambiato: è una passione

amore

a senso unico, e la consapevolezza di questa situazione getta il protagonista nel baratro della

disperazione. Il suo risentimento, che si accresce progressivamente fino a diventare odio, si

rivolge verso la , che rovina gli individui con l’imposizione di ingiuste regole, e

società

nemmeno il rivale ne viene risparmiato. Nel cuore del protagonista non vi è posto per

nessun’altra donna, ed il dolore per questo amore impossibile non si attenua né con il tempo

né con la lontananza, anzi aumenta sempre più, anche perché il protagonista si rende conto

che non vi è possibile soluzione. L’Ortis è un romanzo in cui il tema dell’amore si interseca

Jacopo Ortis racconta nelle primissime lettere del

continuamente con il tema della patria.

romanzo di come sia stato costretto a lasciare Venezia, la sua città natale, a causa delle

persecuzioni riservate ai patrioti italiani in seguito alla firma del Trattato di Campoformio

(1797); come molti altri l’Ortis è amareggiato dal meschino comportamento di Napoleone

che ha tradito di fatto gli italiani dopo avergli fatto credere che avrebbe unificato la loro patria,

77

come si desume dalle seguenti parole: "Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è

perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure,

e la nostra infamia". Perché l’intero romanzo è una dimostrazione di come sia

Perché Ortis si uccide e Foscolo no?

sbagliata la visione che Ortis (e la società moderna, basata sulla ricerca del piacere e sul culto

dell’edonismo) ha della vita. Il suicidio è solo un mezzo per far vedere quanto questo distorto

modo di vedere possa rovinare l’uomo fino a condurlo all’estrema decisione di rinunciare alla

propria vita.

Si riscontra dal tono delle lettere il disprezzo tanto per gli uomini mediocri quanto per quelli

calcolatori; ciò che viene esaltata è l’azione, dettata a volte da una profonda convinzione

interiore, ma a volte anche da un’irrefrenabile passione. Si nota anche un notevole influsso

del pensiero alfierano: Jacopo incarna l’uomo libero di Alfieri che protesta contro qualsiasi

forma di tirannide per l’ideale di libertà; ma mentre l’eroe alfierano rimane nella sua astratta

solitudine, l’individuo di Foscolo cerca di attuare i suoi ideali nell’incontro concreto con la

società. Foscolo — e con lui Jacopo, il personaggio o meglio la maschera che nell'Ortis fa da

schermo allo scrittore — è oramai lontano dalla fiducia che l'Illuminismo riponeva nella

realizzazione positiva della ragione nella storia. E così approda alla visione laica e

di Macchiavelli e di Hobbes: «le nazioni si divorano,

materialistica della società e della natura

perché una non potrebbe sussistere senza i cadaveri dell'altra». Al di là, poi, dei significati

storici e ideologici contingenti, recenti letture critiche d'impostazione psicanalitica hanno

evidenziato come nell'Ortis dramma politico e dramma affettivo trovino nelle strutture

profonde dell'io la loro unità. Venezia sarebbe la città-madre, Napoleone il padrone-padre e

quindi in Jacopo, il figlio-suddito, si ripeterebbe la situazione edipica. Dall'altra parte, in

quest'opera dalla «natura dirompente, esplosiva, persino scomposta, ma così autentica,

ardente», è già presente in via di formazione tutta la poesia del Foscolo posteriore.

78

I SONETTI ODI

E LE

L O

E DI

:

Le odi del Foscolo sono 2

I. A caduta da cavallo (1800)

Luigia Pallavicini

II. (1803)

All’amica risanata

Il De Santis le considera come il superamento del momento dell’Ortis, cupo disperato fino al

suicidio. : è stata composta nel 1800 quando Foscolo era a Genova

A Luigia Pallavicini caduta da cavallo

come capitano dell’esercito napoleonico.

Spunto della composizione dell’ode è data da un fatto di cronaca, una nobil donna cadde dal

cavallo e ebbe il volto sfigurato (motivo occasionale).

Nello svolgimento dell’ode è escluso il dramma e Foscolo unisce il motivo accidentale in una

atmosfera favolosa e remota (mito di Adone simbolo della caducità della bellezza individuale

e Artemide simbolo dell’eternità della bellezza universale). Non celebra Luigia Pallavicini

ma la sua bellezza come simbolo superiore di armonia.

l’ode è stata composta tra il 1802 e il 1803 per la guarigione dopo un lunga

All’amica risanata:

malattia di Antonietta Fagnani Arese (motivo occasionale), amata appassionatamente dal

Foscolo.

Ripropone il tema della bellezza sempre minacciate e sempre risorgente e del suo valore

altissimo di consolatrice della vita umana. L’amore è sentito come contemplazione estatica

della bellezza. Ma nell’ode compare anche un altro tema: quello della poesia eternatrice che

sublima la bellezza e i più alti valori umani. I riferimenti mitologici non esprimono soltanto

il suo nostalgico amore di un antico mondo ma il riconoscimento della funzione che per il

Foscolo la poesia ha avuto nei secoli cioè quello di illuminare la vita.

79

I S

ONETTI

Pur essendo contemporanei all’Ortis, i sonetti rappresentano il secondo momento dello

, quello del superamento del pessimismo e della

svolgimento spirituale e artistico del Foscolo

virile accettazione della realtà. :

Essi sono complessivamente 12 e si dividono in 2 gruppi

• Il primo è il più consistente e comprende , che sono assai vicini

i sonetti più antichi

all’Ortis per l’impetuosità dei sentimenti e l’enfasi espressiva. Sono complessivamente

8 e furono pubblicati a Pisa nel 1802. Hanno tutti un contenuto amoroso e sono ispirati

all’amore per Isabella Roncioni, tranne il primo sonetto.

• Nel secondo gruppo vi sono i sonetti maggiori aggiunti ai precedenti nell’edizione

e pubblicati a Milano nel 1803, il Foscolo appare mutato, più controllato ed

definitiva

equilibrato, rassegnato ad accettare virilmente la realtà e il dolore.

I sonetti maggiori sono 4: Alla Musa, A Zacinto, In morte del fratello Giovanni, Alla Sera.

Nel sonetto “ ”: il poeta lamenta l’inaridirsi della sua vena poetica;

alla Musa

Nel sonetto “ ” il poeta si duole di non poter più rivedere l’isoletta nativa,

A Zacinto

memorabile per le bellezze naturali e i ricordi di personaggi mitici, Venere, Omero, Ulisse;

Nel sonetto “ ”: il Foscolo lamenta il destino avverso toccato

In morte del fratello Giovanni

alla famiglia e riafferma il presentimento della morte in terra straniera.

Nel sonetto “ ” i poeta dice che la sera gli è cara, perché è l’immagine della morte

Alla Sera

e del nulla eterno, al cui pensiero sente placarsi in sé l’animo ardente di passioni

tempestose.

Una caratteristica particolare dei migliori sonetti foscoliani è la loro , che

particolare struttura

differisce da quella di stampo classico, la quale risale soprattutto al Petrarca. Il sonetto

foscoliano si svolge più liberamente, in amplissime volute musicali, in cui il periodo logico

va oltre il singolo verso e la singola strofa. 80 D

I EI SEPOLCRI

L CARME

G S : M

ENESI DEI EPOLCRI OTIVO OCCASIONALE entrato in vigore

Motivo occasionale per la composizione dei Sepolcri fu l’Editto di Saint- Cloud

in Francia il 1804 ed esteso in Italia il 1806. Questo editto prescriveva che, per ragioni

igieniche, le sepolture dei morti non avvenissero entro le mura della città e nelle chiese, ma nei

: che le lapidi, uniformi per grandezza, fossero collocate sui

cimiteri pubblici, fuori dalle città

muri di cinta. Un idea in parte strettamente legata a pensiero illuministico in cui la ragione

stabiliva uguaglianza anche per le sepolture.

Di questo editto si discuteva nei salotti, e fu in una di queste discussioni avvenute in casa di

una nobildonna insieme all’amico Pindemonte, che trovò il pretesto per scrivere

successivamente il su carme.

Oggetto della discussione era: Nel corso di questa discussione Ippolito

L’Editto è giusto o no?!.

Pindemonte dichiara di non essere d’accordo, difatti egli stava scrivendo l’Epistola sui

cimiteri, in cui dichiarava proprio tutto il suo disaccordo. Inizialmente il Foscolo dichiarò di

non comprendere le preoccupazioni dell’amico relative all’editto napoleonico. Per un

materialista come Foscolo il problema non sussisteva: sepolto in chiesa o fuori, il corpo era

materia che ritornava alla materia. Ma poi il poeta ritornò a meditare sull’argomento e

riconobbe l’utilità dei sepolcri e scrisse il carme dei Sepolcri di 295 versi sciolti, appunto

come risposta di Foscolo all’intera discussione.

[Ippolito dopo aver letto il carme dei Sepolcri non scriverà più la sua epistola sui cimiteri ]

S ’

TRUTTURA DELL OPERA

Il Carme “Dei Sepolcri” è un opera didascalica e lirica, di 295 endecasillabi sciolti, in forma di

epistola diretta al poeta Ippolito Pindemonte scritto tra il 1806/1807.

I Sepolcri rappresentano un raro caso in cui abbiamo la spiegazione dell’opera dall’autore

stesso. Foscolo stesso ci dice come va intesa quest’opera.

L’opera, tuttavia, appena uscita fu oggetto di critiche da parte di un abate francese: Guillon,

il quale legge i Sepolcri e li critica. Per l’abate francese nei Sepolcri non si capisce niente e

inoltre sono presenti numerosi difetti logici-sintattici. Foscolo di fronte a questa critica rispose

81

esplicitamente in maniera chiara, affermando in una lettera a Guillon che lui era un

incompetente nel giudicare i letterati italiani.

Dopo la risposta alla I critica, inoltre, dichiara: il carme dei Sepolcri può essere diviso in 4

parti: I. I PARTE: (1-90): Sepolcro come nodo di affetti

II PARTE: (90-150)

II. Sepolcro come istituzione

III. III PARTE: (151-212) Valore storico delle tombe

IV. IV PARTE: (213-295) Funzione della poesia

La formazione culturale di Foscolo è una formazione

Perché i Sepolcri sono importanti?

materialista : non c’è idea di Dio e religione. Per Foscolo a muovere le cose terrene è solo un

movimento di atomi e molecole. Ma allora se è così (e per Foscolo lo è) perché i Sepolcri

sono così importanti? Foscolo alla fine dirà che sono importanti, ma questa non è una visione

materialistica! che consiste nel sentimento

I Sepolcri svolgono il motivo centrale del Romanticismo

drammatico della vita confortata dalla fede nelle “illusioni”.

Foscolo svolge questo motivo con immagini poeticamente efficaci.

A ravvivare il contenuto ragionativo e didascalico del carme concorre la ricchezza di esempi

opportunamente inseriti per dimostrare singole affermazioni:

: per dimostrare l’assurdità della legge sulle sepolture;

L’episodio di Parini : per dimostrare il conforto che deriva all’animo umano dalle tombe dei

L’episodio dell’Alfieri

grandi; : per dimostrare l’incitamento all’azione eroica che

La descrizione delle tombe di Maratona

sprigiona dalle tombe degli eroi morti per la patria;

, per dimostrare che la morte è giusta dispensiera di gloria;

L’episodio di Aiace per dimostrare l’ansia religiosa, cioè il desiderio di vincere l’oscurità e

L’episodio di Elettra

la morte; per dimostrare la forza esternatrice della poesia.

L’episodio di Omero 82

Una caratteristica particolare dei Sepolcri è la , che si arricchisce via via

densità di contenuto

di richiami mitici, filosofici ecc. Per concentrare in un carme, di appena 295 versi, motivi ed

episodi così diversi, il Foscolo si avvalse di una tecnica compositiva nuova, allusiva,

“(da Pindaro

caratterizzata da accenni sobri e velocità di trapassi, i cosiddetti “ Voli pindarici

poeta greco).

Naturalmente nel carme non tutto è perfetto. I critici vi notano alcuni difetti, come certi

passaggi bruschi da un tema all’altro effettuati con espressioni prosaiche ed artificiose.

G

L ,

RAZIE

E LA BELLEZZA SOPRA LE ROVINE

Al contrario dei Sepolcri che furono composti quasi di getto nell’estate del 1806, le Grazie

.

furono composte in tempi lunghi, interrotte e riprese più volte, né furono portate mai a termine

Esse risultano dall’aggregazione di brani lirici composti in tempi diversi.

Il nucleo più consistente di esse fu composto durante il soggiorno del poeta a Firenze.

Inizialmente il Foscolo si propose di descrivere un solo inno, poi il disegno si ampliò e ne

scrisse 3, e dedicò il carme a Antonio Canova, lo scultore neoclassico del gruppo delle Grazie.

- Il primo inno è dedicato dove il poeta parla della vita degli uomini primitivi, erranti

a Venere,

come bestioni violenti e feroci. Venere ne ha pietà e conduce sulla terra le Grazie.

- Nel secondo inno, dedicato , tre donne, simboleggianti rispettivamente la musica, la

a Vesta

poesia, e la danza, compiono un rito in onore della Grazie davanti all’ara di un tempietto

- Nel terzo inno, dedicato a il poeta immagina che, nella favolosa Atlantide, elevata

Minerva

a simbolo della serenità e dello spirito, le dee minori, con raggi di sole, tessono un velo

destinato ad avvolgere le Grazie. D C : ’

IDIMO HIERICO IL DISINCANTO DELL INTELLETTUALE

Dopo essersi identificato nella passionalità di Ortis, Foscolo, ormai profondamente disilluso

nelle sue speranze di realizzazione dei suoi ideali, si costruisce un secondo alter ego,

completamente opposto al primo, col quale firma sia l’Ipercalissi che la traduzione del

"Viaggio sentimentale" di Sterne. In appendice a quest’ultima opera inoltre vi pone la “ Notizia

”, allo scopo di offrire un ritratto dello pseudo-traduttore, nonchè,

intorno a Didimo Chierico 83

dunque, della sua nuova ideologia, stavolta caratterizzata da un distacco verso il mondo dal

quale rifugiarsi nell’otium.

Come scrive Fubini "Didimo è l'anti-Ortis, o per meglio dire l'Ortis sopravvissuto, divenuto

letterato, traduttore, commentatore, meglio disposto all'indulgenza verso sé e verso gli altri,

ma con nell'animo integri gli ideali e i sentimenti di un giorno: un Ortis che, scrutato a fondo,

si rivela a dir del suo autore, più disingannato che rinsavito".

Già dal nome infatti (Didimo, come il grammatico alessandrino di età augustea, e Chierico,

sinonimo di una figura di intellettuale isolato dalla mondanità) questa nuova maschera del

Foscolo si presenta significativa di un differente atteggiamento verso tutto e tutti, dettato

dall’esperienza poco positiva derivata dall’impegno sociale e politico che pur egli aveva avuto

in passato. E allora le illusioni che erano alla base dell’ideologia foscoliana propria dell’Ortis

sono sostituite da un’ironica e demistificante sfiducia nella possibilità di realizzazione di quei

valori per cui il Foscolo aveva energicamente ma vanamente combattuto.

CARLO GOLDONI

C D V E D O

RONOLOGIA ELLA ITA ELLE PERE

1707 Nasce a Venezia il 25 febbraio da famiglia borghese;

1723-25 Studia diritto a Pavia presso il Collegio Ghislieri, ma ne viene espulso per

aver composto una satira contro le donne pavesi;

1727 Grave crisi depressiva, a seguito del fallimento del tentativo di riprendere gli

studi.

1731 Alla morte del padre, il desiderio di riprendere gli studi si fa più vivo, tanto che

riesce a coronarli con la laurea in giurisprudenza a Padova. Tornato a Venezia, esercita

la professione di avvocato.

1734 Anno in cui viene rappresentata la sua tragicommedia «Belisario» al Teatro San

Samuele di Venezia. Viene scritturato dal capocomico Giuseppe Imer nella sua

compagnia. Si rivelerà comunque un insuccesso.

1736-41 Sposa Nicoletta Connio.

1741-43 A Venezia intensifica la sua attività di scrittore teatrale dirigendo il teatro San

Giovanni Crisostomo. Vi rappresenta varie commedie che avviano la riforma teatrale

(come il Momolo cortesan) 84

1741-43 Viene investito della carica di console di Genova.

1743 Scrive al sua prima commedia,

La donna di garbo, poi rappresentata

quattro anni dopo.

1744-48 Lascia Venezia a causa di

disavventure finanziarie. Dopo varie

peregrinazioni, riprende con successo

l’attività forense a Pisa, pur senza mai

abbandonare la scrittura teatrale.

1748-53 Intensa produzione per il

teatro Santangelo con attuazione piena dei

principi della riforma. Si dedica alla stesura di capolavori quali: La Locandiera, La

putta onorata, La famiglia dell’antiquario, Il bugiardo, La bottega del caffè

1753 -62 Passa al Teatro San Luca, per il quale scrive altri importanti capolavori, come

Il campiello, I rusteghi. Trionfa a Roma con La buona figliola, e si congeda dal

pubblico veneziano con altre opere per poi trasferirsi a Parigi.

1762-64 A Parigi deve confrontarsi con i vecchi moduli della commedia dell’arte

ancora imperanti.

1770-80 Si sposta tra Versailles e Parigi, dove ottiene successo con una commedia in

francese.

1787 Pubblica i Memoirés, cominciati quattro anni prima. Inizia il processo di

pubblicazione delle sue commedie a cura dell’editore Xatti di Venezia, completata nel

1783.

1793 Muore il 6 febbraio in condizioni di semi povertà, pochi giorni dopo la

decapitazione di Luigi XVI. 85

V G

ENEZIA E IL TEATRO PRIMA DI OLDONI

Nel Settecento Venezia vantava una fiorente tradizione teatrale, il vero motore culturale,

dimostrato dal fatto che contava sette teatri alla fine del secolo. Attorno al teatro si sviluppa

un vero e proprio mercato, mantenuto in vita dalla promozione di opere in grado di incontrare

le opere del pubblico. Pertanto generi come la commedia ed il melodramma trovavano

maggiore successo rispetto alla meno fortunata tragedia.

La commedia secentesca, contro cui si muoverà la riforma di Goldoni, ruotava attorno a dei

canovacci esili, che riportavano lo sviluppo generale dell’intreccio. Così le battute di dialogo

erano in totale potere degli attori, da cui nascevano spesso atti di divismo e di banalizzazione

86

delle situazioni sceniche. In questo modo la figura dell’autore si eclissava completamente

dietro quella dell’attore e del suo successo personale.

Negli anni in cui operò Goldoni, la commedia dell’arte attraversava una fase di involuzione.

L’autore si mosse appunto contro questo imprigrimento creativo e questa degenerazione delle

rappresentazioni. I M T :

L ONDO E IL EATRO LA RIFORMA DELLA COMMEDIA

L A RIFORMA GOLDONIANA

In Italia l’attenzione degli autori teatrali si è focalizzata non sui testi, ma su altri aspetti del

teatro, come ad esempio l’allestimento scenografico e la vocalità (il melodramma).

Grazie all’opera riformatrice di Carlo Goldoni, la responsabilità dell’evento teatrale è

finalmente ricondotta nelle mani dell’autore, in grado di creare uno spettacolo aderente alla

realtà dell’esistenza e alle aspettative di un pubblico nuovo.

I PUNTI FONDAMENTALI DELLA RIFORMA

1. Sostituisce l’improvvisazione con un copione scritto per intero;

2. Inserisce contenuti morali e educativi;

3. Realismo psicologico e sociale;

4. Rifiuto dei caratteri fissi e delle situazioni stereotipate;

5. Coinvolge i personaggi in un intreccio ricco di accidenti e novità.

Gli attori erano vincolati ad un testo definito per ogni personaggio, battuta per battuta: non

esistevano più gli esili canovacci tipici della commedia dell’arte, improvvisati sulla scena da

personaggi meccanici, che non si nascondono più dietro maschere stereotipate. I personaggi

si liberano così da ogni rapporto rigido con la tradizione: essi sono vivi e persino

contraddittori, come effettivamente accade agli uomini immersi nella complessità del reale.

Il comico torna ad essere il frutto naturale dell’osservazione dei caratteri; la psicologia, che

ne era stata così a lungo lontana rientra a far parte delle caratteristiche proprie dell’invenzione

teatrale. 87

Le figure del Mondo e del Teatro sono indicate come autentiche ispiratrici e formatrici del

commediografo: la realtà autentica, da un lato; la capacità tecnica di trasferire la realtà sulla

scena, dall’altro. Viene approfondito il rapporto tra «carattere» e «ambiente», in quanto le

dinamiche in atto a Venezia e la crisi della società si rifletteva sulla scena; inoltre è il popolo

il vero protagonista delle sue commedie, visto che la borghesia era più propensa a imitare il

tenore inetto di vita dell’aristocrazia.

L A FUNZIONE DIDASCALICA E MORALE

L’obbiettivo delle commedie goldoniane non è solo il divertimento, ma lo scopo è quello

pedagogico e di correzione dei vizi (ovvero l’antico intento del teatro). Tuttavia questo non

assume in Goldoni carattere di rigida moralistica: le virtù proposte dai personaggi sono

semplici, quotidiane, appartenenti non ad eroi o a dei, ma a persone di normale buonsenso.

Non si atteggia a intellettuale ed evita accuratamente di procurare scandali o di sbandierare

idee personali. Si guarda bene ad esempio dal ridicolizzare gli appartenenti all’oligarchia

nobiliare che detiene il potere della Serenissima. In nessuna commedia inoltre egli osa sfiorare

l’argomento religioso: nessun personaggio appartiene al clero né parla in alcun modo di fatti

religiosi. G ’I

OLDONI E L LLUMINISMO

Non si può affermare che il teatro goldoniano si sia inserito consapevolmente nel programma

di rinnovamento culturale illuminista. Si parla di «Illuminismo popolare», la critica al

dogmatismo e all’astrattismo culturale, l’elogio dei valori borghesi contrapposti alla

decadenza di quelli aristocratici, l’aspettativa di felicità come meta legittima per gli uomini

(e per le donne!) di qualsiasi livello sociale. Manca però al teatro goldoniano ogni tensione

«rivoluzionaria». E’ dunque un’ideologia innovatrice e al tempo stesso tradizionalista.

88 LOCANDIERA

LA

La vicenda è ambientata a Firenze, dove la giovane Mirandolina è proprietaria di una locanda

ereditata dal padre.

La bella locandiera è corteggiata da diversi pretendente: il cameriere Fabrizio, il marchese

Forlipopoli, e il conte d’Albafiorita. Giunge alla locanda il cavaliere di Ripafratta, noto

misogino, la cui indifferenza colpisce l’orgoglio femminile di Mirandolina. La giovane decide

perciò di vendicare non solo se stessa, ma tutte le donne, adoperandosi per conquistare il

cavaliere con una sottile ed intelligente seduzione. Il nobile cade nella trappola e si innamora

di Mirandolina. Ma a questo punto la ragazza interrompe bruscamente il suo gioco seduttivo

e decide di sposare Fabrizio, obbedendo ai desideri del defunto padre.

T EMI

• Opposizione di personaggi di diverso ceto sociale;

• Opposizione uomo/donna;

• Il tema della finzione;

• Il metateatro;

• Il tema amoroso; 89

• Matrimonio combinato;

• Tematica socio-economica; • Risvolti sociali;

• Intento educativo-didattico.

I nobili (il Conte, il Marchese e il Cavaliere) sono opposti ai rappresentanti della piccola

borghesia (Mirandolina, Fabrizio), ma anche la nobiltà decaduta e senza risorse finanziare del

marchese, opposta a quella più ricca ma meno prestigiosa del Conte.

L’opposizione uomo/donna è rappresentata in forma estremizzata dall’incontro-scontro fra il

Cavaliere e Mirandolina, con il conseguente motivo della seduzione. La locandiera, infatti,

incarna il prototipo della figura femminile che nella gran parte delle commedie goldoniane è

il nucleo centrale dell’intreccio nonché protagonista indiscussa. Il Cavaliere è l’unico ad

essere autenticamente schiavo dei propri sentimenti; complementare ad esso è il tema della

vendetta del gentil sesso sugli uomini. Il motivo sentimentale è legato alla tematica socio-

economica dal matrimonio combinato di Fabrizio e Mirandolina.

E’ presente anche il tema dell’avanzamento sociale e del denaro, che determina in larga

misura i comportamenti dei diversi personaggi. Lo scopo didascalico della commedia

riguarda l’utilità morale del «cattivo esempio» fornito dai personaggi.

MIRANDOLINA

• Si sostituisce alla figura della tradizionale servetta, ereditandone alcuni caratteri, ma

con una psicologia ricca di sfaccettatura;

• E’ un’autentica protagonista;

• Carattere: sintesi dei vizi e delle virtù femminili;

• Realismo, modernità, concretezza;

• Cresciuta col padre, mostra un carattere quasi mascolino, accompagnato dalla tipica

sensualità femminile. Psicologia

• Evita di innamorarsi per mettersi a riparo inconsciamente da nuovi abbandoni;

• Una donna così pragmatica ha paura di perdere il controllo della situazione;

90

• Pilota i sentimenti altrui, cercando di ottenere continue conferme della sua posizione

di dominio;

• Mentre il cameriere Fabrizio rappresenta la stabilità di una condizione già esistente,

sposare un nobile forestiero getterebbe nel disordine la sua intera esistenza.

C RITICA ALLA NOBILTÀ

M F

ARCHESE DI ORLIPOPOLI

Nobile decaduto, privo di risorse economiche.

Nobiltà decaduta ed oziosa, improduttiva e conservatrice.

C ’A

ONTE D LBAFIORITA

Di recente nobiltà, può contare su un buon patrimonio.

Nobiltà con una certa energia, dovuta alla ricchezza.

Presenta invece i difetti del ceto mercantile: eccessiva importanza data al denaro

L

INGUA E DIALETTO

I testi teatrali goldoniani sono scritti a volte in lingua italiana, altre volte in dialetto veneziano,

altre volte utilizzando entrambe le lingue. In ogni caso lingua e dialetto assumono pari dignità

letteraria. La lingua italiana non è il puro toscano, ma rappresenta un problema a se stante:

non esiste un italiano parlato comune a tutta la penisola. L’italiano di Goldoni è quindi in

realtà un dialetto, quello della borghesia dell’Italia settentrionale. La scelta del dialetto nasce

proprio dalla volontà di fare del teatro uno specchio fedele della realtà. L’effetto della vivacità

del parlato è dato dall’unione di francesismi, lombardismi ma soprattutto venetismi.

Non esisteva una lingua parlata comune a tutta la penisola

• In alcune commedie la lingua utilizzata è il dialetto veneto;

• In altre utilizza un italiano che risulta essere la lingua parlata dalla borghesia

del settentrione;

• La scelta del dialetto nasce dal voler ricreare la vivacità del parlato.

91

VITTORIO ALFIERI

L’ -

IDEOLOGIA DEL LETTERATO EROE

Vittorio Alfieri nasce ad Asti nel 1749 e muore a Firenze nel 1803.

Negli scritti di Alfieri si trovano motivi illuministici, temi come la visione meccanicistica del

mondo, l’idea di una letteratura quale strumento per illuminare le coscienze, l’amore per la

libertà e l’avversione ai tiranni.

Il critico Di Benedetto chiamò quello di Alfieri.

post-illuminismo

Egli rappresenta la crisi di quel razionalismo che aveva mortificato le aspirazioni e la

Contrappone all’ottimismo illuministico un pessimismo così come

personalità dell’individuo.

al cosmopolitismo (l’uomo è cittadino del mondo) sente piuttosto la necessità dell’uomo

libero di avere una patria.

Alfieri, che era un uomo aristocratico, vive un conflitto con la propria classe d’appartenenza.

Tuttavia si batte con le armi della poesia per salvaguardare l’aristocrazia dello spirito in

contrapposizione alla borghesia.

Da qui prese spunto il suo progetto di un rinnovamento morale e civile che però era accessibile

a pochi, ad un élite. Come per gli scrittori tedeschi dello è la concezione della

Strum und Drang

passione come sentimento individuale.

Questa esaltazione del forte sentire è per Alfieri prima di tutto un esaltazione del proprio

personale forte sentire.

Dalla tonalità di scontentezza e dall’umor nero, caratteristiche del poeta, derivano alcune

costanti della sua stessa biografia, come l’irre che in lui

quietezza e l’ansia di viaggiare

dipendono dall’ansia perennemente insoddisfatta di riconciliarsi con il mondo e con gli altri.

Il termine dato da Benedetto Croce inquadra la figura di Alfieri nel periodo

protoromantico

del passaggio al romanticismo.

Al di là della sua formazione, Alfieri rappresentò nella cultura italiana della seconda metà del

Settecento , quasi controcorrente rispetto all’atteggiamento,

una figura orgogliosamente isolata

tipicamente illuministico degli intellettuali, che si radunavano e si riconoscevano in gruppi,

accademie, movimenti, progetti intellettuali.

Alfieri attraversò la stagione più importante dell’Illuminismo europeo (anche se era ancora

molto giovane durante il decennio 1760-1770, nel quale si registrano i contributi più

92

significativi della produzione letteraria e filosofica) senza tuttavia inserirsi a pieno titolo in

quella società.

Il suo atteggiamento rivelava piuttosto i sintomi di una crisi interiore di disadattamento

, che si irrigidiva in formule molto spesso astratte, velate di un forte

intellettuale

individualismo (elementi che saranno poi tipici dello scrittore romantico).

In molti scritti egli parla infatti di “ ”, di noia, di tedio, dichiarando in questo

smania di viaggiare

senso una sensibilità tormentata, attraversata da forti tensioni interiori che si riflettono

emblematicamente nei suoi scritti.

I ’ : R

L POETA E L EROE LE IME E LE ALTRE OPERE IN VERSI

La ricca produzione in versi dell’Alfieri abbraccia il periodo che va dal 1771 fin quasi alla

morte.

Si tratta di testi rielaborati più volte, composti all’interno di un ampio arco di tempo e legati

quasi sempre ad esperienze autobiografiche.

Negli ultimi anni di vita l’autore riordina la raccolta, datandola in modo da trasformarla in

una sorta di diario, in vista di un’edizione definitiva. La prima parte, dal titolo RIME di

Vittorio Alfieri da Asti, contiene 237 testi.

Il poeta indugia a scandagliare la sua irrequietezza e instabilità interiore, e quasi si compiace

di analizzare la propria incapacità di vivere; sottolinea ripetutamente l’alternarsi in lui di

diversi stati d’animo, la sua difficoltà di adattamento al mondo esterno e la tendenza a

distaccarsene e a porsi quasi in una posizione di dissidio.

Alfieri coglie ed esprime lucidamente il senso di vuoto e di solitudine che gli deriva da questo

atteggiamento ed è pienamente cosciente di non sapere e di non voler colmare la frattura

profonda che lo divide dagli altri. Spesso rifiuta ogni forma di conciliazione e di consolazione,

anzi, accentua il risentimento e la rivalità nei confronti di chi lo circonda, oppure si ripiega su

se stesso rifugiandosi nell’inerzia e nell’apatia. Ne deriva uno stato d’animo ansioso, di urto

e di tensione interiore, che spesso rasenta l’angoscia.

Nei versi dell’età matura, sembra che il poeta avverta con ancora maggior lucidità di essere

solo, estraneo e in continua opposizione al proprio ambiente e al proprio secolo, al punto che

spesso i sentimenti espressi assumono il sapore aspro e il vigore polemico di uno sfogo

risentito, che prorompe in toni provocatori e sarcastici.

93

I trattati sono un’altra delle varie forme attraverso le quali l’Alfieri espone e precisa le idee

che guidano costantemente la sua esistenza e sorreggono la sua concezione dell’uomo e

dell’artista. , in due libri, l’uno di diciotto, l’altro di diciannove capitoli, viene

Il trattato Della tirannide

composto quasi di getto nel 1777, dopo la lettura del Principe del Machiavelli, il “ divino

”.

autore I . L

L TEATRO A POETICA TRAGICA

Accanto a un certo numero di opere rifiutate e di abbozzi, il corpus del teatro alfierano consta

di ; ed è a queste ultime che soprattutto viene riconosciuta

6 commedie e di 19 tragedie

un’importanza centrale.

Le furono composte negli ultimi anni e pubblicate postume nel 1806.

commedie

Si tratta di costruzioni perlopiù celebrali, volte a raffigurare tesi politiche animate da un

fastidioso buon senso reazionario oppure a dare spunto a petizioni moralistiche.

, la cui elaborazione si svolge negli anni

Tutt’altro discorso deve essere fatto per le tragedie

più fertili e ricchi della produzione alfierana.

Le ragioni che indussero Alfieri a dedicare il massimo impiego nella composizione delle

tragedie sono varie, e tutte rilevanti. La decisione alfieriana di privilegiare il teatro tragico va

attribuita al fatto che la tragedia, in quanto genere letterario fondato sulla rappresentazione di

intense passioni ma anche fortemente strutturato, consente allo scrittore piemontese di

soddisfare due esigenze per lui ugualmente fondamentali; e cioè da un lato quella di consentire

il libero dispiegamento di una personalità irruenta e appassionata, e dall’altro quella di

racchiudere istinti e impulsi passionali in una cornice di compostezza e di organicità, grazie

all’obbligo di attenersi alle regole “classiche”.

94

L

E TRAGEDIE

Il poeta non apporta variazioni alla struttura della tragedia antica e rispetta le unità

; ciononostante introduce all’interno dello schema classico elementi originali e di

aristoteliche

grande modernità, fra cui il procedimento in tre fasi, seguito per la stesura.

Al di là della tecnica e dei soggetti, le tragedie sono accomunate da un solo motivo: ,

la lotta

lo scontro durissimo che oppone un individuo eroico a una realtà ostile, sia essa rappresentata

da un altro uomo o da una forza interiore. Questo schema generale si approfondisce e si

arricchisce di sfumature nel corso degli anni.

Nelle prime tragedie, come il o l , predomina la contrapposizione esteriore,

Filippo ’Antigone

fisica, tra un eroe e un tiranno; ma a poco a poco la prospettiva muta e l’interesse dello

scrittore si sposta sul conflitto interiore, sull’urto tra componenti diverse che agitano e turbano

un unico personaggio.

Del resto, fin dalle prime opere l’Alfieri sembra muoversi all’interno di un circolo vizioso e,

come già avveniva nei trattati politici, l’alternativa tra tirannicidio e suicidio si rivela fittizia.

, sono due facce di una stessa

L’eroe e il tiranno sono figure solo apparentemente antitetiche

personalità. Esse incarnano l’eterno conflitto tra il bene e il male, la lacerazione psicologica,

la doppiezza degli istinti che convivono in un solo uomo. L’eroe suicida non è molto diverso

da chi, nel sopprimere il tiranno, uccide “l’altra parte di sé”.

Lo spostamento di prospettiva è più evidente nelle ultime tragedie. In esse, i personaggi non

protagonisti assolvono una funzione ormai marginale e tendono a sfumare, quasi a scomparire

rispetto all’ “un solo”, preda e vittima della propria inquietudine, travolto dal processo fatale

e irreversibile che lo condurrà alla distruzione o, più spesso, all’autodistruzione.

Tale aspetto si nota benissimo nelle tragedie maggiori, il SAUL e la MIRRA, che a ragione

possono essere definite “tragedie psicologiche”.

In ambedue il protagonista è unico, un personaggio “appassionato di due passioni tra loro

contrarie”, che “a vicenda vuole e disvuole una cosa stessa”. Questo conflitto di sentimenti

determina la crisi di re Saul, lacerato tra la superbia e il senso di colpa verso il genero David,

tra la brama di dominio, non ancora spenta, e il profondo affetto paterno. Saul è consapevole

della propria iniquità nel perseguitare David, ma è incapace di porvi rimedio, perché in David,

che Dio ha destinato a succedergli sul trono, egli, già vecchio, vede il trionfo della giovinezza

95

e della forza che la natura stessa gli impedisce ormai di avere. Il suicidio è la sola risorsa che

gli resta per cercar di superare le sue contraddizioni e riscattare la propria anima in un estremo

recupero di grandezza morale. Ancora più insanabile è il contrasto che agita Mirra: per lei il

suicidio è l’unica forma di riscatto per quell’amore incestuoso che la legge degli uomini

condanna e che ella per prima vive come una colpa, cercando vanamente di nasconderlo e di

reprimerlo.

In ambedue le tragedie, dunque, l’Alfieri sottolinea vigorosamente lo scontro tra l’aspirazione

dell’individuo ad affermare se stesso attraverso un eroismo sovrumano e la consapevolezza dei

. Dalla contraddizione emerge un senso profondo di

limiti imposti dalla fragilità umana

pessimismo, una tendenza a ripiegarsi, a indagare dentro di sé e, infine, quasi una forma

d’incapacità di vivere, che spinge a cercare la liberazione nella morte.

L’autore progetta anche cinque . L’unica completata è l’ (1786-1790), alla

tramelogedie Abele

quale seguono due abbozzi, il Conte Ugolino e la Scotta.

sono sedici composizioni in terzine, precedute da un Prologo, alle quali si

Le Satire

aggiungono alcuni testi incompleti; scritte tra il 1786 e il 1797 e pubblicate postume a Firenze

nel 1804, vengono sequestrate poco dopo per intervento della censura che le giudica

politicamente pericolose. L V

A ITA

Il documento fondamentale per conoscere l’Alfieri è la di Vittorio Alfieri da Asti scritta

Vita

: contiene infatti elementi indispensabili per penetrare a fondo nella personalità

da esso

complessa e travagliata dell’artista, ed è un’illuminante testimonianza di come egli tenda a

stabilire un legame inscindibile tra le sue vicende di uomo e la sua attività di scrittore, così

che i dati reali dell’autobiografia finiscono per sovrapporsi e coincidere con quelli idealizzati

di un modello letterario. 96

I ’

L ROMANZO E L AUTOBIOGRAFIA

I E I . D P

L ROMANZO IN UROPA E IN TALIA A IETRO

C A P

HIARI E NTONIO IAZZA AD

A V

LESSANDRO ERRI

Il Romanzo, affermatosi già nella prima metà del secolo in

Inghilterra con Defoe, Richardson e Fielding e in Francia con

Prèvost, si impone definitivamente nell’età dell’Illuminismo,

quando si sviluppano la moderna borghesia e una società di massa.

Nasce inoltre la , che può assume l’aspetto di un romanzo-confessione

moderna autobiografia

nel libro che fonda il nuovo genere, Le Confessioni di Rousseau. Accanto poi al romanzo

come genere artistico d’invenzione si diffonde il romanzo di consumo e d’intrattenimento,

rivolto al nascente pubblico di massa.

il nuovo genere comincia ad affermarsi anche se si resta molto lontano dal

Anche in Italia

livello inglese a causa del ritardo economico del nostro paese. Nel nostro paese il romanzo

resta sostanzialmente un genere d’importazione, e infatti circola tradotto in francese.

si sviluppa a Venezia. Sono infatti veneziani i due

Il romanzo di intrattenimento e consumo

autori di romanzi destinati al consumo di massa nell’Italia del secondo settecento:

- Pietro Chiari

- , suo allievo

Antonio Piazza

La forma predominante del genere è quella del resoconto biografico. Le caratteristiche

principali sono:

• La prevalenza dell’intreccio, complicato e sorprendente;

• La strutturazione aperta, fatta di pezzi che possono essere facilmente tolti;

• Il predominio del registro comico;

• La scelta di temi di attualità;

• L’andamento ragionativo 97

Prima di Foscolo il , scritto con intenzioni di arte, è coltivato solo da

romanzo d’invenzione

. Merito di Verri è di aver puntato decisamente sull’innalzamento letterario

Alessandro Verri

del genere romanzesco. Dopo aver pubblicato egli ritornerà a proporre

le avventure di Saffo

(1792-1804) un romanzo filosofico ed educativo.

con le Notti Romane

Il romanzo è caratterizzato da un linguaggio enfatico e pesantemente classico. Vi vengono

evocate le ombre di antichi uomini illustri (cicerone, Cesare) che escono nella notte dalle

rovine sepolcrali per discutere solennemente degli errori e della grandezza della Roma

pagana.

Con Alessandro Verri procede in direzione opposta rispetto alla linea maestra

le Notti romane

del romanzo moderno. In genere infatti si assiste a un avvicinamento al reale, alla quotidianità,

all’attualità. Si ricorre perciò spesso al romanzo epistolare. C

V ANDIDE

OLTAIRE E IL

Il romanzo filosofico più significativo di Voltaire è “ ”, composto nel 1759, che

Candide

presenta come tema centrale la satira contro l’ottimismo e la pretesa umana di raggiungere

.

verità assolute in un mondo dove invece tutto è relativo

L’obbiettivo polemico è la nota teoria leibniziana per cui Dio ha scelto il migliore tra i mondi

possibili e ogni male è tale solo per noi, ma non nell’economia del tutto. Voltaire confuta tale

teoria positivista mostrandoci la vicenda del protagonista Candido, il quale, durante la sua

permanenza nel castello, “il migliore dei castelli possibili”, si affida ciecamente a tale dottrina,

ma non appena si trova a contatto con la dura realtà, l’esperienza smentisce subito l’ottimismo

del suo precettore Pangloss. Sulla sua strada incontra la guerra con tutte le assurde carneficine,

la catastrofe del terremoto, la persecuzione dell’Inquisizione, lo spettacolo delle malattie,

della schiavitù, della morte e dell’infelicità quotidiana di tutti gli uomini, dai grandi ai

miserabili. Egli stesso, derubato, perseguitato, costretto ad uccidere e sul punto di esserlo a

sua volta, rassegnato alla fine alle nozze con la bella Cunegonda che ha inseguito per tutto il

mondo, ma che non è più tale irrimediabilmente, sperimenta l’infelicità della vita su se stesso.

Alle universali leggi della malvagità e del dolore sfugge solo il mitico El Dorado, un paese

dove l’oro, primo motore di ogni abiezione, è presente in quantità tale da vanificare ogni

cupidigia. Nella morale che Candido trae da tutto questo c’è la stanchezza delle dispute

98

filosofiche, la rassegnazione all’infelicità come condizione ineluttabile, la convinzione che

l’unico sollievo ai nostri mali è una ragionevole operosità, accompagnata dalla saggezza che

consiste nel non porsi troppe domande e nell’occuparsi del proprio particolare. La storia di

Candido è allegorica, infatti il suo stesso nome simboleggia l’ingenuità, così come il suo

pedagogo Pangloss, il cui nome significa “tutto lingua”, cioè solo parole, è la caricatura dei

filosofi che disputano sui problemi irresolubili, inesistenti o inutili, e vivono al di fuori della

realtà. Anche le peripezie del protagonista sono simboliche, poiché lo spazio da lui percorso

è quello della conoscenza e dell’esplorazione di sé. Così la persecuzione dell’Inquisizione

significa la lotta dello stesso Voltaire contro i dogmi della religione tradizionale, che egli

critica per l’incongruenza tra dottrina della Chiesa e Scritture, per la loro derivazione da miti

e tradizioni pagane precedenti, per l’immagine che da esse risulta della divinità, dei miracoli

e per l’inattendibilità delle fonti del nuovo testamento. Egli è convinto, come i deisti inglesi,

dell’esistenza di Dio quale autore del mondo; ritiene però che l’essere divino non si interessi

delle faccende umane e quindi non si sia in alcun modo preoccupato, nell’atto della creazione,

di scegliere il migliore dei mondi possibili. Perciò il bene e il male non sarebbero, secondo

Voltaire, comandi o divieti di Dio, ma modi di indicare ciò che è utile o dannoso alla società

in modo che essa possa migliorare e diventare più giusta. Non si può affermare con certezza

se Voltaire sia o no pervenuto al concetto di progresso. Certo è che egli possedeva un’idea

abbastanza chiara della vastità e complessità dei fenomeni che intervengono nel progresso,

non costituito dai successi guerreschi ma dall’incremento del benessere dei popoli e,

soprattutto, dal perfezionarsi e moltiplicarsi delle opere di arte e di scienza. Non si nasconde,

però, che il progresso è ben lungi dall’investire tutto lo sviluppo dell’umanità, realizzandosi

in realtà solo in qualche breve tratto di tempo. “Bisogna ben confessare che in generale tutta

questa storia è una congerie di crimini, di follie e di sciagure, in mezzo a cui noi abbiamo

visto qualche virtù, qualche periodo felice, così come si scoprono delle abitazioni sparse qua

e là nelle lande selvagge. In altre parole la storia è fatta dagli uomini e pertanto non può

svolgersi in un determinato ordine, con un fine precostituito e dato che gli uomini possono

sbagliare, la storia può interrompere il suo processo in avanti e anche arretrare. Come gli altri

illuministi, Voltaire ha fiducia che d’ora in avanti l’uomo saprà progredire.

È una fiducia che, per non fare appello ad alcuna base metafisica, può essere giustificata solo

dal responso dei fatti, e in ogni caso lo può essere solo in via provvisoria. Un altro tema tipico

dell’ideologia illuminista è, oltre alla confutazione della religione cattolica, quello del

99

viaggio, presente anche in autori italiani come Algarotti, Bettinelli e Baretti, con l’unica

differenza che in Voltaire il suo unico scopo è quello di verificare che la ragione e la natura

umana sono identiche dappertutto e solo le credenze, le usanze e i comportamenti sociali

variano.

L’ R ’ :

ETÀ DELLA ESTAURAZIONE E DELLE LOTTE D INDIPENDENZA

R (1815-1861)

IL OMANTICISMO

L R . L

A ESTAURAZIONE E LE RIVOLUZIONI A CULTURA ROMANTICA

D R ;

EFINIZIONE E CARATTERI DEL OMANTICISMO LE DATE E I LUOGHI

Il Romanticismo è un che consegue al mancato trionfo

movimento culturale nato in Germania

della ragione illuministica e delle rivoluzioni.

Riesce estremamente, tuttavia, definire il Romanticismo a causa della complessità del

movimento, che interessò tutti i campi e a causa della mancanza di un’adeguata prospettiva

storica.

Volendo ridurre il Romanticismo ad una definizione sintetica, potremmo dire che esso è un

movimento culturale che salta la libertà e la creatività dello spirito, valorizza il sentimento sul

piano psicologico, il popolo sul piano sociologico, la nazione sul piano politico, la storia sul piano

filosofico.

Il Romanticismo possiede :

2 tipi di Origine

I. : esso sorge come reazione alla filosofia dell’Illuminismo. I

Genesi filosofica

Romantici rifiutano la concezione meccanicistica della natura e dell’uomo accusano

gli illuministi di astrattezza, di non tener conto della complessità della natura umana

e della più profonda sostanza delle cose. Anzitutto l’uomo non è solo e tutta ragione:

ci sono infatti altre facoltà dello spirito come il Sentimento e la Fantasia, che

l’Illuminismo reprime e disprezza. Ci sono problemi come quelli dell’origine

dell’uomo, del suo destino, del significato e dello scopo della vita, che la ragione

degli illuministi esclude, perché non riesce a spiegarli.

II. : La Rivoluzione, che era cominciata in nome degli ideali illuministici

Genesi storica

della libertà, era degenerata nella violenza e nel terrore, scatenando istinti e passioni

100

che gli illuministi si erano illusi di poter eliminare. Napoleone, in seguito, in nome

della libertà dei popoli dall’oppressione dei tiranni, aveva ridotto in schiavitù quei

popoli. Per questo motivo ben presto ci si accorse che gli ideali illuministici erano

delle pure e semplici astrazioni, ed a un primo momento di entusiasmo, subentrò poi

la delusione e quindi uno stato d’animo di avversione e di reazione all’illuminismo,

che va sotto il nome di Romanticismo.

Lo stato d’animo romantico è , e spesso anche

inquieto, ansioso, malinconico torpido, cupo e

, comunque sempre

disperato insoddisfatto.

Esso parte dalla coscienza dei limiti invalicabili, nei quali l’Illuminismo ha chiuso l’uomo, e

dall’ansia tormentosa di superarli. Anche l’uomo, secondo gli illuministi, è sottoposto a leggi

altrettanto immutabili, senza nessuna possibilità di sottrarvisi. L'individuo è invece la scoperta

dei romantici; esso, consapevole dei propri limiti, cerca le proprie certezze nella religione

intesa come appagamento del desiderio di infinito, di immortalità, di purificazione, di

giustizia, nel ritorno alla fede negata dal materialismo o al cristianesimo non dogmatico né

canonizzato ma aperto, appunto, al sentimento spontaneo di comunione degli animi.

L ’ R

A CONCEZIONE DELLA VITA E DELL ARTE SECONDO IL OMANTICISMO

La concezione della vita del Romanticismo è antitetica a quella classica.

Il Romanticismo non sente più la vita come continuità di valori universali, immutabili ed

eterni, ma come un perpetuo divenire. Questa concezione dinamica della vita ha i suoi riflessi

nella concezione della poesia: se la vita è un divenire incessante, anche la poesia, che la

rappresenta, è un divenire incessante. Essa quindi cambia non solo da epoca a epoca, ma

anche da individuo a individuo, essendo non imitazione, ma atto creativo, un’espressione

.

spontanea ed immediata del sentimento individuale

La conseguenza di questa concezione poetica sono:

• , sulla quale si basava la poesia classica;

Rifiuto di tutte le regole della tradizione retorica

• ”, al quale il Romanticismo

Il rifiuto del principio classicistico del “bello ideale

contrappone il principio che bello è tutto ciò che è reale, tipico, caratteristico, relativo.

101

Nel principio del vero come oggetto della poesia sono implicite 2 correnti del Romanticismo

letterario:

I. Quella volta a rappresentare il vero interiore, psicologico

dell’Io” o patetico-soggettiva

e individuale

II. Quella della “ , volta a ritrarre il vero esteriore, la vita

realtà” o realistico-oggettiva

sociale di un dato tempo e di un dato luogo, che prelude al Naturalismo e la Verismo

Le due correnti nella prima metà del 1800 coesistono praticamente e sono degnamente

rappresentate in Italia, una da Leopardi e l’altra da Manzoni.

I TEMI DELLA POESIA ROMANTICA

I temi della poesia romantica sono molteplici.

Il tema fondamentale è il DOLORE che deriva dalla coscienza del contrasto tra aspirazioni

dell’individuo all’infinito e la realtà sempre angusta, limitata e meschina, in cui si dibatte. Il

senso di dolore genera, poi, 2 atteggiamenti contrastanti, ma ugualmente cari alla letteratura

romantica

Il TITANISMO ricorda nel termine la lotta dei Titani contro Zeus e celebra gli eroi in lotta

contro tutto ciò che limita e opprime la realtà. Eroi titanici sono i protagonisti delle tragedie

dell’Alfieri;

Il VITTIMISMO è l’antitesi del titanismo. E’ una specie di sottostare ai proprio dolori senza

fremito di ribellione.

Altro tema tipico della letteratura romantica è il SENSO DEL MISTERO che ci avvolge,

del mondo cioè al di là dei sensi e dell’esperienza, la brama dell’assoluto. Questo tema è

spesso accompagnato dall’autoironia, con cui il poeta romantico esprime la coscienza

dell’impossibilità di attingere l’assoluto.

Altro tema tipicamente romantico è la POESIA DELLA MEMORIA, volta alla ricerca del

tempo perduto. L’insoddisfazione del presente porta lo spirito romantico alla nostalgia e alla

rievocazione del passato

Accanto a questi ci sono poi i temi più tipici: temi lirici, della vita sentimentale, della morte,

dell’interiorità, quelli realistici 102

Il termine “ ” fu usato per la prima volta in Inghilterra dai razionalisti verso la fine

Romantico

del 1600, con significato dispregiativo.

Significa infatti “cosa irreale, assurda, fantastica, roba da romances”. Ricomparve nel ‘700,

ma questa volta con significato positivo, viene infatti riferito al paesaggio e significa dilettoso,

piacevole, attraente, pittoresco.

Verso la fine del 1700, poi, in Germania viene usato il termine romantico col significato di

poetico.

I R : R

CARATTERI DEL OMANTICISMO ITALIANO È VERO CHE IL OMANTICISMO ITALIANO

?

NON ESISTE

In Italia il Romanticismo ebbe un carattere moderato ed equilibrato nei confronti di quello

nordico.

Sono 2 le principali ragioni della moderazione e dell’equilibro del Romanticismo italiano

rispetto a quello nordico:

I. sulla cultura italiana, che operò da freno,

L’influenza tenace della tradizione classica

purificando il Romanticismo da quegli aspetti torbidi, irrazionali e mistici;

II. , uscita ancora divisa dal Congresso di Vienna, ridotta

La situazione politica dell’Italia

ad “una semplice espressione geografica. Perciò gli scrittori romantici italiani

isolarono e svilupparono del Romanticismo soprattutto l’aspetto politico, quello che

esaltava il sentimento nazionale e la libertà dei popoli oppressi.

Soltanto i 3 più grandi scrittori del Romanticismo italiano: Foscolo, Manzoni, Leopardi

trattarono nelle loro opere i temi centrali del Romanticismo, il sentimento drammatico e

doloroso della vita, l’ansia religiosa, la ricerca di un fine, di un valore universale che dia un

senso e un significato all’esistenza umana.

Del Romanticismo europeo quello italiano accettò e fece suo il principio della spontaneità,

modernità, popolarità e nazionalità dell’opera d’arte. In genere si può dire tuttavia che i

romantici italiani furono dei moderati, e si sforzarono di conciliare il Romanticismo con la

tradizione culturale italiana. 103

Anche il Romanticismo italiano presenta 2 indirizzi:

• L’indirizzò “ ” il quale interpreta e rappresenta la realtà esteriore,

realistico ed oggettivo

politica e sociale, e dà luogo alla ricca letteratura patriottica del Risorgimento. Ha

come esponente massimo il MANZONI

• L’indirizzo “ ” il quale tende ad esprimere il mondo interiore

lirico, patetico-soggettivo

del sentimento, ed ha come esponente massimo LEOPARDI.

La città – guida della cultura romantica italiana è , che era stata la patria

Milano

dell’Illuminismo di Parini e della rivista il “Caffe”.

La specificità del Romanticismo Italiano

Prospettiva risorgimentale

e attenzione alla storia

conciliazione con l’Illuminismo la poetica del vero

e la tradizione

l’ideale

si concilia con il reale

La battaglia fra classici La questione della lingua

e romantici romantici classici

eternità storicità

del bello del bello linguaggio comune lingua aulica

adatto a vasto pubblico conforme alla

imitazione argomenti tradizione

degli antichi moderni 104

I :

GENERI LETTERARI E IL PUBBLICO IL TRIONFO DEL ROMANZO

.

Il romanzo e la lirica sono i due generi principali del Romanticismo

Ciò non è casuale, ma dipende dal fatto che proprio in questi due generi si esprimono le due

modalità letterarie dell’immaginario romantico: quella storico-realistica e quella esistenziale.

La prima si realizza nel romanzo storico e sociale, la seconda soprattutto nella poesia lirica.

Secondo il filosofo tedesco Hegel, la lirica nasce dall’isolamento, dalla perdita dei rapporti

sociali, dalla tendenza all’infinito e alla musica; il romanzo, invece, rappresenta la realtà in

cui agisce l’individuo ed è per questo la forma moderna e borghese dell’epica.

.

Il trionfo del romanzo è perciò il grande fenomeno nuovo del secolo

Trionfo della borghesia e trionfo del romanzo sono complementari. Il romanzo presuppone

un pubblico ampio di lettori, a cui rivolgersi con un linguaggio medio; si rivolge a lettori

comuni che possono identificarsi emotivamente nella vicenda narrata.

I L ROMANZO E LA NOVELLA

C E

ARATTERI E DIFFUSIONE DEL GENERE ROMANZESCO IN UROPA

Questo genere, nato nel seicento, affermatosi nel

L’Ottocento è il secolo del romanzo.

Settecento, giunge al trionfo nell’Ottocento, diffondendosi in tutta Europa e negli Stati Uniti

d’America.

Nell’Ottocento il romanzo è il genere guida, quello, cioè, che condiziona gli altri.

:

Esso presenta le seguenti caratteristiche

• E’ un genere “antiletterario”, senza un modello precostituito;

• Nasce dalla mescolanza degli stili;

• Presuppone un patto narrativo con il lettore fondato sulla rinuncia all’incredulità e sul

valore attribuito alla storia e ai sentimenti;

• Può svilupparsi solo in presenza di un pubblico vasto di lettori dotati di una certa

sensibilità e cultura.

Il romanzo, dunque, si presenta come un genere moderno e borghese.

In Europa e negli USA fra l’inizio del secolo e il 1840 sono fiorenti vari sottogeneri del

romanzo: 105

I. Il romanzo storico (Scott in Inghilterra, Hugo in Francia, Puskin in Russia);

II. Il romanzo sociale e realistico (Dickens in Inghilterra, Balzac e Stendhal in Francia);

III. Il racconto e il romanzo fantastico (Poe in USA, Hoffman in Germania);

IV. Il romanzo di formazione (Goethe in Germania, Stendhal in Francia).

In Italia, invece, il romanzo tarda ad affermarsi: nel nostro paese, infatti, il peso dei modelli

tradizionali era molto forte; inoltre da noi l’alfabetizzazione era meno sviluppata e la

borghesia ancora ristretta e fragile, mentre l’editoria e il mercato librario erano assai limitati.

I : , ,

L ROMANZO STORICO LA SUA DEFINIZIONE LE SUE CARATTERISTICHE LA SUA STORIA

Romanzi di ambientazione storica già erano diffusi nel Settecento. Essi, tuttavia, si limitavano

a rappresentare quanto vi è di curioso nell’ambiente descritto e non si preoccupava della

riproduzione fedele di una concreta epoca storica.

La storia, infatti, nel romanzo storico non è una

semplice cornice, ma diventa protagonista,

determinando il comportamento dei personaggi.

Al centro del romanzo storico è il rapporto fra

e

storia e invenzione la possibilità della loro

: la rappresentazione deve essere

convivenza

verosimile purché realista e perché aderente ad

una determinata epoca storica; perciò l’autore deve documentarsi storicamente su fatti,

costumi, modi di vita dell’epoca descritta.

Il romanzo storico si afferma in età romantica perché questa è caratterizzata da una particolare

.

attenzione per la storia e per la nascita dello spirito nazionale di un popolo

In Italia il riferimento al passato si colora di particolari intenzioni politiche, collocandosi

all’interno del processo risorgimentale.

Il romanzo storico si fa iniziare all’Ivanohe dell’inglese Walter Scott.

In Italia la fortuna del romanzo storico ha inizio nel 1827, anno della prima edizione dei

Promessi sposi di Alessandro Manzoni. 106 M

ALESSANDRO ANZONI

V

ITA E OPERE

Il legame di Alessandro Manzoni con la tradizione dell’Illuminismo lombardo non è solo

culturale, ma di sangue. Da parte di madre, egli era nipote di Cesare Beccaria.

Alessandro Manzoni nasce a Milano nel 1785. Dopo gli studi compiuti in collegi religiosi,

nel 1805 raggiunge a Parigi la madre Giulia, figlia di Cesare Beccaria, che si è separata dal

marito.

Nella capitale francese il giovane Manzoni entra in contatto con Fauriel e con il gruppo degli

ideologi di Antoine Destutt de Tracy. Nel 1808 sposa Enrichetta Blondel, di fervida

osservanza calvinista. Due anni dopo, l’abiura della moglie riporta al cattolicesimo anche il

marito, una conversione che si rivela determinante agli effetti dell’indirizzo critico e

dell’attività letteraria di Manzoni, perché lo avvicina alle dottrine romantiche che, in Italia,

hanno assunto una tendenza cristiana.

Tra il 1812 e il 1822 compone gli e intanto pubblica la tragedia in versi

Inni Sacri Il Conte di

(1820), dove si intrecciano motivi storico-politico ed etico-religioso.

Carmagnola

Un’interpretazione storico-religiosa dell’epopea napoleonica è l’ode (scritta

Il cinque maggio

alla notizia della morte di Napoleone I, esemplare per forza di sintesi ed evidenza di immagini;

di profonda ispirazione religiosa è anche la seconda tragedia, (1822), di ambiente

Adelchi

longobardo.

Già dall’aprile del 1821, sulla suggestione delle opere di Walter Scott, Manzoni si dedica alla

stesura di un romanzo che appare nel 1823 con il titolo . Ha subito inizio una

Fermo e Lucia

faticosissima rielaborazione: nel 1827 il romanzo viene pubblicato a Milano con il titolo I

promessi sposi, poi l’autore si trasferisce a Firenze per dare al suo linguaggio la dignità del

fiorentino parlato dagli uomini colti, che egli giudica la lingua italiana per eccellenza.

L’edizione definitiva di questo capolavoro della letteratura italiana ed europea appare a

dispense dal 1840 al 1844.

Morti la moglie Enrichetta, cinque dei sette figli che aveva avuto da lei e anche la seconda

moglie Teresa Borri Stampa, Manzoni si ritira sul Lago Maggiore dove trascorre anni solitari.

Eletto senatore del nuovo Regno d’Italia, si pronuncia, lui cattolico, contro Pio IX nella

107

definizione della “questione romana”. Muore a Milano nel 1873; nel primo anniversario della

sua morte Giuseppe Verdi fa eseguire in suo onore la solenne Messa da requiem.

F P M :

RA ARINI E ONTI LA PRIMA PRODUZIONE POETICA E IL

I C I

N MORTE DI ARLO MBONATI

CARME

La produzione poetica giovanile copre i primi dieci anni del secolo, dal 1801 al 1810.

I maestri di questa fase sono Monti e Parini, siamo dunque nell’ambito del Neoclassicismo.

Nella produzione poetica di questo decennio spicca il componimento in endecasillabi sciolti

“ ” (1805).

In morte di Carlo Imbonati

Il carme è una sorta di . Questi aveva avuto come precettore Parini

dialogo morale con Imbonati

e professava di continuare l’impegno morale. In bocca a Imbonati, che appare al giovane

poeta in una visione notturna, Manzoni pone anche i termini essenziali della propria poetica e

della loro propria vita morale. P

I I L ENTECOSTE

PRIMI NNI SACRI E A

Nel 1815 Manzoni pubblica i primi quattro Inni Sacri, scritti a partire dal 1812: La

Risurrezione, il Nome di Maria, Il Natale, la Passione.

Nel suo programma avrebbe voluto scriverne 12, corrispondenti alle principali festività del

calendario liturgico secondo il culto cattolico. Dopo il 1815, ne porterà a termine solo un

quinto, la Pentecoste, attraverso 3 diverse fasi elaborative.

Gli Inni Sacri nascono da una .

volontà di rinnovamento tematico e linguistico

Ponendosi dal punto di vista della comunità dei fedeli, Manzoni può tendere ad una poesia

che non sia più espressione solo dell’io e che non si rivolga più a pochi capaci di intendere i

riferimenti mitologici cari alla poesia classicista. I miti della fede cattolica possono infatti

costruire una sorta di epica collettiva.

Sul piano ideologico si nota una continuità con il precedente periodo illuministico, e con i

suoi valori democratici ed egualitari. Il cristianesimo infatti fonda un’eguaglianza degli

uomini come fratelli di Cristo, e legittima la condanna morale degli oppositori. Sul piano

religioso, la divinità è presentata come riparo e consolazione ma anche come terrore biblico

108

e misteriosa ragione di vita e di morte. D’altra parte il Dio di Manzoni presenta sempre una

dimensione inquietante e minacciosa.

Dalla tradizione illuministica Manzoni eredita la tendenza al saggio e alla trattazione,

all’esposizione ragionata di questioni morali, letterarie, storiografiche all’argomentazione

sottile e ironica.

Il periodo di più concentrata attività letteraria (il decennio 1815-1825) è anche quello di una

costante riflessione sui temi morali, storici e letterari che si svolge nei generi del trattato o

della lettera pubblica, entrambi di eredità illuministica.

M 1821 M

L : I

ARZO CINQUE AGGIO

E ODI CIVILI E L

Manzoni segue sempre con passione le vicende politiche italiane. Le sue poesie civili nascono

“a caldo” appena si apre uno spiraglio di speranza, per incoraggiare un movimento, sostenerlo,

propagandare l’azione.

È così per “ ”, scritto in seguito all’entusiasmo suscitato dalla caduta di Napoleone

Aprile 1814

e dalla cacciata dei francesi dall’Italia; per “ ” dell’aprile 1815 e in

Il Proclama do Rimini

particolare il “ ”, composto alla notizia dei moti carbonari di quel mese, quando

Marzo 1821

sembrava che il reggente Carlo Alberto potesse passare il Ticino per liberare la Lombardia,

avviando così il processo di indipendenza nazionale. In realtà le cose non andarono così e

Carlo Felice, l’erede designato da Vittorio Emanuele I, aiutato dagli austriaci, rinnegò i

provvedimenti presi da Carlo Alberto e sbaragliò il movimento rivoluzionario. Il poeta

percorre gli eventi e immagina che gli insorti abbiano già passato il Ticino, cioè il confine tra

Piemonte e Lombardia.

L’ode non fu pubblicata per molti anni e, anzi per prudenza, Manzoni ne distrusse il testo.

Circolò tuttavia manoscritta e divenne un modello di poesia risorgimentale. L’ode è dedicata

a un patriota tedesco che morì combattendo contro Napoleone per l’indipendenza del proprio

popolo.

Il “ scritto nel alla notizia della morte di Napoleone, ha dell’ode

Cinque Maggio”, luglio 1821

civile le movenze epiche, ma ha molto anche degli Inni Sacri, dai quali riprende il linguaggio

lirico -religioso d’impronta biblica. 109 I

I ’ ’O ; L CONTE DI

L PROBLEMA DELLA TRAGEDIA ALL INIZIO DELL TTOCENTO

C ’A

ARMAGNOLA DELCHI

E L

Alla fine del 1700 e all’inizio dell’Ottocento sia in Francia che in Italia il genere drammatico

si ispirava ai principi della poetica neoclassica. Negli stessi anni invece la situazione era già

cambiata in Germania dove si prendeva come modello quello di Shakespeare. Anche Manzoni

in Italia ebbe modo di conoscere bene il teatro.

La tragedia “ ” iniziata nel 1816, fu terminata nel 1819 e pubblicata

Il Conte di Carmagnola

nel 1820.

Protagonista è un personaggio storico, , un capitano di

Francesco di Bartolomeo Bussone

ventura, vissuto all’inizio del 1400. Dopo aver militato sotto il duca di Milano il Carmagnola,

caduto in disgrazia, era passato al servizio del nemico, la Repubblica di Venezia, Al comando

dell’esercito veneziano, aveva sconfitto i milanesi nella battaglia di Maclodio, poi però aveva

permesso che i suoi soldati lasciassero liberi i prigionieri e non aveva inseguito l’esercito

sconfitto. Questi infatti indussero i Veneziani a sospettare che Carmagnola avesse stretto un

patto segreto con il duca di Milano. Il conte venne accusato il tradimento e condannato a

morte. Manzoni sostiene invece che il conte, liberando i prigionieri, si era comportato secondo

il codice militare dell’epoca ed era dunque senza colpa: egli è, piuttosto, una vittima innocente

della ragion di Stato, della perfidia e della slealtà dei politici.

Il protagonista è un uomo di potere che intenderebbe rispettare il codice militare e quello

morale e vorrebbe essere giusto in un mondo politico dominato dall’immoralità,

dall’ipocrisia. Il conflitto drammatico che interessa Manzoni oppone il giusto alla società

ingiusta. La quale lo isola e finisce per ridurlo al ruolo di vittima: è insomma un conflitto tra

reale e ideale. Un altro tema dell’opera è anche la condanna delle lotte fratricide fra italiani.

Altra tragedia manzoniana e quella dell’“ ” . Manzoni inizia a scrivere una nuova

Adelchi

tragedia, dopo il Carmagnola, durante il suo soggiorno a Parigi nel 1819-1820.

nella quale il re longobardo Desiderio attraverso il

La tragedia è ambientata negli anni 700

figlio Adelchi dichiara guerra a Carlo Magno, per vendicare il ripudio di Carlo Magno della

figlia Ermengarda (ideale), ma anche per invadere le terre della chiesa (reale)

110

I personaggi e gli avvenimenti sono quasi tutti storici:

I. giunge alla corte longobarda la notizia che Ermengarda, figlia di Desiderio e

Nel I atto

sorella di Adelchi, è stata ripudiata dal marito Carlo Magno. Desiderio vuole

rivendicare e dichiara guerra ai Franchi, nonostante il parere contrario di Adelchi;

II. la guerra è iniziata, ma le truppe di Carlo Magno sono bloccate alla Chiuse

Nel II atto

della val di Susa. Al campo di Carlo giunge però il diacono Martino e i franchi possono

così eludere il blocco.

III. Adelchi confessa ad un suo amico la propria insoddisfazione e amarezza: i

Nel III atto

suoi desideri di gloria e nobiltà si scontrano con la concreta situazione storica in cui

deve agire. Intanto i Franchi sconfiggono i Longobardi. Alla fine compare il primo

coro della tragedia.

IV. è dedicato a Ermengarda, rifugiatasi nel convento della sorella Ansberga. Qui

Il IV atto

le giunge la notizia che Carlo Magno si è sposato con un’altra donna. La donna, ancora

innamorata, cade in delirio e muore. Si apre a questo punto il secondo coro della

tragedia, dedicato a Ermengarda.

V. si svolge a Verona, dopo la caduta di Pavia e la resa di Desiderio, caduto

L’atto V

prigioniero dei Franchi. Adelchi tenta un’estrema difesa ma è ferito mortalmente. La

tragedia si chiude con una scena in cui compaiono Carlo, Desiderio e Adelchi morente.

Adelchi esorta il padre a non dolersi della propria sorte: ritirandosi dalla vita pubblica,

potrà evitare di incorrere negli errori inevitabili di chi opera in una realtà storica in cui

non resta che far torto o patirlo.

Alla fine emerge dunque il tema della “ ” e dell’intervento salvifico della

provida sventura

Grazia. Ermengarda e Adelchi, figli di oppressori, espiano la colpa del loro popolo morendo

come vinti e così riscattandosi in una prospettiva ultraterrena.

111

I PROMESSI SPOSI

L , , ’ .

A DATAZIONE IL TITOLO L OPERA

Il viaggio in Francia fra il 1819 e il 1820 fornì a Manzoni stimoli non solo per l’elaborazione

dell’Adelchi, ma anche per quella del romanzo. Di fatti il poeta al ritorno a Milano, dopo aver

letto l’Ivanhoe di Scott, dà avvio alla stesura del romanzo, appoggiandosi a tesi di

documentazione storica.

Il romanzo “I promessi Sposi” ebbe 3 redazioni e quindi stesure diverse:

I. (1821-23) del “ ” (il titolo è convenzionalmente ripreso

La prima stesura Fermo e Lucia

da un appunto sul manoscritto);

II. (1823-27) pubblicata con il titolo di “ ” nel 1827

La seconda stesura I Sposi Promessi

);

( Edizione Ventisettana

III. de “ ”, compiuta fra il 1827 e il 1840

La revisione e stesura definitiva I Promessi Sposi

( )

Quarantana

Le differenze più notevoli sono tra la prima e la seconda stesura: nella prima il testo presenta

tratti romanzeschi e ha una struttura che procede per blocchi separati, una lingua che risente

molto del francese e dei modelli letterari (sono presenti infatti francesismi e frasi in dialetto

lombardo).

Nel 1824 inizia quindi il lavoro di revisione che si conclude nel 1827. Nell’edizione del ’27

varia l’intreccio, che diviene più agile e mobile; varia la lingua, che approda la scelta del

toscano, predomina sul romanzesco un tono realistico, che comporta l’evidenza del

quotidiano (vero storico), ma anche un approfondimento psicologico nella rappresentazione

dei personaggi.

Gli anni compresi tra il 1827 e il 1840 sono dedicati a una attenta ricerca di un linguaggio

la lingua è ancora rinnovata in direzione del fiorentino. L'autore è da tempo interessato

vivo:

alla questione della lingua, che in Italia è dibattuta sin dal XIII secolo. Infatti gli Italiani, divisi

politicamente, si sentono uniti nella cultura e, nell'Ottocento, aspirano ad una lingua letteraria

che sia nazionale. 112

Perciò il Manzoni, che vuole fare del suo romanzo un'opera italiana, e non lombarda, mobilita

la famiglia, per trasferirsi a Firenze qualche tempo. Ha bisogno di imparare il toscano parlato

dalle classi colte, per frequenti e determinanti correzioni al linguaggio della narrazione.

Nel 1840 esce così la versione definitiva intitolata “I Promessi Sposi”.

L ’ ’

A STRUTTURA DELL OPERA E L ORGANIZZAZIONE DELLA VICENDA

L’argomento del romanzo trae spunto da vicende storiche, svoltosi tra il 1628 e il 1630 a

e nei suoi dintorni: la carestia, i tumulti di San Martino del novembre 1628, la discesa

Milano

dei lanzichenetti, la peste.

L’ambientazione lombarda non è dovuta solo a ragioni personali: la Lombardia all’inizio del

1600, sotto il dominio spagnolo presentava aspetti di somiglianza con quella all’inizio

dell’Ottocento, sotto il dominio austriaco.

Accanto a personaggi storici, provenienti dalle classi più elevate ne compaiono altri, come

Renzo e Lucia, inventati dall’autore, che rappresentano invece il mondo popolare.

Inoltre per accrescere l’impressione di veridicità, l’autore finge comunque che anche la loro

storia sia vera, in quanto testimoniata da un anonimo manoscritto del secolo XVII da lui

ritrovato e trascritto in lingua moderna.

Si tratta di un artificio non nuovo, ma efficace, perché permette a Manzoni un abile gioco di

sdoppiamento fra due figure di narratore, quella dell’Anonimo e quella del suo moderno

trascrittore.

L’opera comprende: in cui compare l’inizio della trascrizione di un presunto manoscritto

Un introduzione,

del Seicento, contenente il resoconto della storia di Renzo e Lucia;

di narrazione

38 capitoli

Infine, in appendice, la “ ”

Storia della colonna infame

Il romanzo è diviso in 6 nuclei narrativi principali. In essi i protagonisti sono Renzo e Lucia, o

Il primo e l’ultimo nucleo li vedono entrambi in azione. Nella parte

insieme o separatamente.

centrale del racconto i due fidanzati sono invece divisi e agiscono ognuno per proprio conto.

113

All’interno di questi sei nuclei narrativi ci sono poi (la storia di Gertrude, quella

3 digressioni

dell’Innominato e quella sulla carestia, la guerra e la peste).

Tra le scelte che Manzoni rivendica come più innovative del suo romanzo c’è quella di porre,

come protagonisti, non personaggi illustri, ma “genti meccaniche” e di modesta condizione

sociale.

Temi principali sono sicuramente quello della e dell’ , tipiche di una società

violenza ingiustizia

come quella secentesca. Pian piano però nella vicenda interviene un correttivo: quello della

, che invita alla sopportazione, alla preghiera, alla costruzione di un mondo

fede cristiana

migliore a partire dai singoli individui o dalla famiglia, nel rifiuto di qualunque atto di

ribellione estrema.

Al centro dei Promessi Sposi, vi è inoltre presente, anche il tema della lotta fra bene e male.

Questo tema in particolar modo spicca nello scontro tra padre Cristoforo e don Rodrigo.

I capitoli propriamente storici sono fra i più intellettualmente densi dei Promessi Sposi. In

essi, Manzoni mette a frutto l’eredità della cultura illuminista lombarda, unendola alle

necessità della nuova cultura romantica. Manzoni affronta alcuni dei problemi posti dalla

cultura contemporanea e in particolare quello dell’educazione delle masse e della loro

partecipazione alla vita politica, quello della formazione e della responsabilità delle classi

dirigenti. In questo modo il romanzo storico non è solo un’indagine attentissima sul passato

ma contiene anche le risposte ai problemi del presente, ed esprime un progetto di società

futura. :

TRAMA

Il romanzo inizia con la descrizione di Don Abbondio mentre passeggia per le stradine di

Lecco recitando il breviario e ammirando il paesaggio.

Arrivato ad una biforcazione del sentiero, egli trova due bravi che lo attendono; essi gli

intimano di non celebrare il matrimonio fra due paesani, Renzo e Lucia, oppure ne avrebbe

pagato le conseguenze da Don Rodrigo, un signorotto del paese.

Tornato alla parrocchia, Don Abbondio confessa tutto a Perpetua, la quale giura di non dire

niente a nessuno; nei giorni successivi, però, mentre stava parlando con Renzo, la serva si

lascia sfuggire troppi particolari sulla faccenda, e così il giovane scopre tutta la storia del

ricatto, e la racconta alla promessa sposa Lucia e a sua madre, Agnese.

In un primo momento, Renzo decide di rivolgersi al dottor Azzecca-Garbugli, col risultato di

venire cacciato dal suo ufficio. 114

Lucia, allora, chiede l’aiuto di Fra Cristoforo; il buon religioso decide di recarsi al castello di

Don Rodrigo per convincerlo a mettere fine a questa bravata.

Egli cerca di far ragionare il prepotente, ma egli non è disposto ad ascoltare i consigli del

frate; oltretutto, lo caccia in malo modo dal castello, dopo che il frate lo avrà minacciato di

una resa dei conti finale. Intanto Agnese elabora un piano per far maritare la figlia con il suo

promesso: infatti, sarebbe bastato che gli sposi si fossero presentati davanti al curato con

due testimoni e avessero recitato davanti a lui le frasi di rito, per diventare marito e moglie

a tutti gli effetti. Purtroppo anche questo piano fallisce.

Lucia, Renzo ed Agnese decidono quindi di fuggire da Lecco; Renzo si dirige a Milano mentre

Lucia e sua madre chiedono ospitalità al convento di Monza, sotto la protezione della

Signora.

Don Rodrigo, intanto, attende con ansia il ritorno degli uomini che aveva mandato per rapire

Lucia, la notte stessa dell’irruzione nella casa di Don Abbondio, ma questi lo informano della

fuga dei due promessi. Il tiranno riesce a ritrovare le tracce dei due fuggiaschi e li fa cercare

dai suoi bravi.

A Milano Renzo cerca aiuto nel convento di Padre Bonaventura, ma non essendoci il prete,

decide di visitare la città; così, si ritrova nel bel mezzo di una rivolta popolare contro di un

forno, nella quale i cittadini protestavano per l'aumento del costo del pane. Egli prende parte

alla rivolta, e il forno in poco tempo viene completamente saccheggiato; i cittadini tentano

anche un attacco al palazzo del Vicario di Provvigione, ma interviene Ferrer, il vice

procuratore di Milano, che riesce a domare la rivolta.

Alla fine della giornata, discutendo assieme ad altre persone, parla troppo animosamente

della faccenda del pane e uno sbirro gli si mette alle calcagna. Lo sbirro lo porta con se in un

osteria dove lo fa ubriacare e gli fa confessare il proprio nome; la mattina dopo viene

arrestato, ma riesce a fuggire grazie all’aiuto della gente che il giorno prima aveva

partecipato alla rivolta dei forni.

Renzo, dopo quest'episodio, e sapendo di essere ricercato, decide di lasciare Milano e di

dirigersi a Bergamo, dove risiede suo cugino Bortolo.

Il cammino è arduo e difficile: Renzo teme di essersi perso, è impaurito, quindi si ferma e

non sa se proseguire il suo cammino o arrestarsi e ritornare sui suoi passi, quando, sente il

rumore dell’Adda.

Essendo ormai sopraggiunta l'oscurità Renzo sceglie di trascorrere la notte in un vecchio

capanno che aveva intravisto poco lontano dalla riva del fiume; il mattino seguente chiede

ad un pescatore di aiutarlo ad attraversare il fiume con la sua barca; di nuovo prosegue il

suo cammino verso Bergamo. 115

Don Rodrigo ormai ha perso le tracce di Renzo, e Lucia è protetta all’interno del convento di

Monza; così chiede aiuto all’Innominato, un signorotto delle parti di Bergamo, molto più

potente e malvagio di Don Rodrigo, per riuscire a rapirla e portarla al suo castello. Egli si

mette subito all'opera e riesce a rapire la fanciulla con l’aiuto della monaca di Monza.

L'Innominato si pente dell'azione riprovevole da lui stesso compiuta: in cuor suo sente il

desiderio di cambiare, vorrebbe tanto diventare un uomo migliore.

Quando il Cardinale Borromeo sopraggiunge in città il "pentito" si reca da lui per parlare

con lui e chiedergli di venire perdonato per i peccati mortali che aveva commesso.

Pertanto il Cardinale ordina ad una donna ed al curato Don Abbondio di dirigersi con

l'Innominato al suo castello e di restituire alla ragazza la sua legittima libertà. Don Abbondio

appare molto titubante, ha infatti paura di venire coinvolto e di cacciarsi in qualche

spiacevole situazione; teme che l'Innominato non si sia realmente convertito, e che, in

qualsiasi momento, possa fargli fare una brutta fine. La giovane, invece, viene trasferita in

un luogo sicuro e Don Abbondio, lungo la strada del ritorno, incontra la madre di Lucia e la

informa riguardo alle sorti della figlia.

Intanto la situazione di Renzo è assai più complicata rispetto a quella della sua amata infatti

tutti gli danno la caccia; lui si nasconde presso il cugino Bortolo sotto falsa identità.

Inizia a scrivere a Lucia: la giovane gli risponde che si deve rassegnare, poiché aveva fatto

voto di castità mentre era prigioniera nel palazzo dell’Innominato.

Nel frattempo, la situazione in Europa sta precipitando a causa della guerra: iniziano ad

arrivare le truppe tedesche in Italia, scendono nella penisola anche i Lanzichenecchi e si

diffondono carestie.

Agnese e Perpetua, scortate dal loro curato, partono alla volta del castello dell'Innominato

dove ricevono ospitalità fino al termine della guerra; al loro ritorno troveranno tutto a

soqquadro.

Dopo la carestia e la guerra, una nuova piaga si abbatte su Milano: la peste; i monatti, le

persone che avevano il compito di portare gli appestati al Lazzaretto o alle fosse comuni,

avevano preso il possesso dell'intera città.

Tra le vittime della peste c’è anche Don Rodrigo che, dopo aver scorto un bubbone sul corpo,

manda a chiamare un famoso chirurgo che si preoccupava della guarigione dei malati senza

denunciarli alle autorità Sanitarie; ma viene tradito dal Griso, il suo bravo più fedele, e al

posto del dottore sopraggiungono i monatti che portano il signorotto al Lazzaretto.

Renzo decide di ritornare al suo paese e per le strade incontra Don Abbondio, che lo incita a

fuggire poiché è ricercato dalla polizia: Renzo così cerca ricovero da un suo amico.

116

I giorni successivi egli osserva ogni carro di appestati che incontra, cercando il corpo di

Lucia, ma non lo trova. Finalmente giunge alla casa di donna Prassede e scopre così che

Lucia si trova al Lazzaretto.

In questo luogo ha occasione di incontrare anche Fra Cristoforo e Don Rodrigo che ormai

sono sul punto di morte. In seguito incontra anche Lucia, ma ella è sempre intenzionata a

tenere fede al suo voto. Il ragazzo non si rassegna e chiede a Fra Cristoforo di intervenire:

così il frate scioglie Lucia dal suo voto.

Passa del tempo: Lucia e Renzo riescono ad unirsi in matrimonio e ad avere dei figli; inoltre

Renzo decide di entrare in società con l'amico Bortolo comprando un filatoio.

L

A PRESENTAZIONE DEI PROTAGONISTI

R :

ENZO

La figura di Renzo, grazie alla sua forza e alla sua perspicacia è resa molto amabile. E’ molto

impulsivo e vivace ma allo stesso tempo è molto religioso e generoso.

, che nel romanzo svolge un

Crede, come del resto fa anche Lucia, nella Provvidenza Divina

ruolo fondamentale.

Renzo è un uomo semplice, un onesto lavoratore che vive alla giornata. Come ogni altro

contadino dell’epoca si crede furbo, e ci tiene ad essere un operaio qualificato e a far bene il

suo lavoro di filatore di seta. Nel romanzo il rapporto con gli altri è perbene, soprattutto nei

confronti di Lucia. Nei confronti di Agnese assume un comportamento superiore, criticando

molto spesso le sue idee. Nel colloquio con Don Abbondio è messa molto in risalto la sua

parte più impulsiva, infatti quando il frate gli parla in Latino per confonderlo, lui mette la

mano sul coltello come per avvertire il frate di stare attento. Nel colloquio con Perpetua invece

è messa in risalto la sua furbizia, riuscendo a farsi raccontare le vicende di Don Abbondio.

L :

UCIA

Lucia sin dalle prime pagine assume il ruolo di una donna molto sensibile e con un gran senso

del pudore. Forte d’animo, coerente, possiede una grande forza di volontà e una personalità

eroica. In molte occasioni ci appare molto concentrata, nobile d’animo, innocente e molto

saggia. Anche lei come il fidanzato lavora nella fabbrica di seta ma allo stesso tempo aiuta in

casa sua madre. La Provvidenza e la religiosità che si ritrovano in tutto il romanzo sono

impersonificate in lei, ha il dovere di far ricordare sempre a Renzo che ad aiutarli sarà la

117

Provvidenza e la fede in Dio. E’ molto affezionata a sua madre, anche se alcune volte proprio

come fa Renzo non accetta le sue idee, come quella del matrimonio a sorpresa. Manzoni non

ne fa una grande descrizione fisica, descrive solo le sue ciglia e i suoi capelli neri.

D A :

ON BBONDIO

In Don Abbondio c’è una contraddizione tra il suo dovere di prete e la sua codardia, che

genera una situazione comica e vivace. La sua natura è buona e pacifica e questo aiuta gli

intenti di Don Rodrigo, che con grande facilità riesce a corromperlo. Nel colloquio con Renzo

dimostra la sua superiorità culturale parlando in latino e cercando così di prolungare l’arrivo

delle nozze. Dal romanzo si intuisce che fosse diventato prete solo per non aver problemi con

i prepotenti che abitavano in ogni città di quel periodo.

P C :

ADRE RISTOFORO

Padre Cristoforo è un frate di Pescarenico, un paesino vicino a Lecco, che ha preso a cuore la

sorte dei promessi sposi Renzo e Lucia; ci appare immediatamente come un uomo di rara

bontà e umiltà, da paragonare a un santo. Svolge al meglio il proprio mestiere, al contrario di

Don Abbondio.

Ha un passato segnato da azioni peccaminose e addirittura dall’uccisione di un uomo, azione

che lo porterà a farsi frate. A :

GNESE

Agnese è la tipica contadina dell’epoca, un po’ ignorante anche se fa finta di non esserlo.

Sembra che lei, al contrario di Lucia, non abbia una grande fede nella provvidenza divina.

R :

D ON ODRIGO

Don Rodrigo reincarna la negatività e la cattiveria. Lui è la causa dei problemi di Renzo e

Lucia a causa di una sciocca scommessa fatta con il cugino, il conte Attilio. Verso la fine del

Romanzo, con la sua morte, Manzoni mette in risalto la pietà che prova per lui. Lui raffigura

quello che in quel tempo era il tipico nobiluomo di provincia, che opprime le persone più

deboli. 118

M D ’ :

ESSAGGIO ELL AUTORE

L’autore, in questo romanzo, descrive la storia di due giovani che vogliono sposarsi ed avere

una vita tranquilla; prima di riuscire nel loro intento, sono costretti a superare mille difficoltà,

che, molte volte all’interno del romanzo, li porterà a rassegnarsi e rinunciare al loro intento.

Ma, nonostante questo, i protagonisti riusciranno a far fronte a tutte le difficoltà incontrate e,

alla fine del romanzo, a sposarsi e ottenere ciò che volevano.

Manzoni, in questo romanzo, vuole sottolineare come la mano di Dio (la Provvidenza Divina,

come lui la chiama) ci guida sempre nelle nostre azioni e nelle nostre scelte e, anche se le

difficoltà e le ostilità sembrano insormontabili, alla fine la Provvidenza fa sì che tutto si

compia nel migliore dei modi. N L

I PPOLITO IEVO E E CONFESSIONI DI UN ITALIANO

N

V I N : OVELLIERE CAMPAGNUOLO

ITA E OPERE DI PPOLITO IEVO IL

Ippolito Nievo nella sua vita si dedicò a una multiforme attività letteraria, culminata nel fresco

romanzo , pubblicato postumo.

Le confessioni d'un Italiano

Ma Nievo fu anche un intellettuale attento e partecipe alle vicende storiche, politiche e sociali

del suo tempo, uno dei pochi che comprese il peso che le masse contadine avevano negli

equilibri complessivi della nazione italiana ancora in via di formazione.

Ippolito Nievo nacque a Padova nel 1831, da famiglia nobile. Si iscrisse alla facoltà di legge,

dedicandosi nel contempo al giornalismo e alla letteratura. Non intraprese la professione

giuridica, ma intensificò 1'attività di pubblicista e di scrittore. Sull'onda dell'entusiasmo per

il pensiero di Mazzini, partecipò alla campagna dei Cacciatori delle Alpi guidato da Garibaldi,

119

combattendo in Valtellina e sullo Stelvio. L'anno seguente s'imbarcò con lo stesso Garibaldi

per prendere parte all'impresa dei Mille. Morì nel 1861.

, così come particolarmente ampia è la gamma di generi

La produzione di Nievo è assai vasta

che essa tocca: dal racconto parodistico alle novelle d'ambiente campagnolo sino al romanzo

delle Confessioni.

Ma Nievo fu anche poeta, autore di teatro e interessante saggista. Il romanzetto satirico e

polemico è stato scritto in seguito a una deludente vicenda

Antiafrodisiaco per l'amor platonico

amorosa.

A livello linguistico la prosa nieviana è caratterizzata dalla compresenza di elementi molto

diversi fra loro: la pagina di Nievo tende a fondere l'elemento aulico e letterario con quello

popolare e dialettale. , la vicenda è ambientata negli anni della decadenza della

In Storia del secolo passato

Repubblica Veneta. Nievo cerca di ricreare l'ambiente dell'epoca attraverso l'analisi della

situazione storica e la ricostruzione linguistica. Ma se da una parte la cornice storica finisce

coll'appesantire l'azione narrativa, dall'altra nella lingua si constata un'eccessiva preminenza

del registro aulico e arcaicizzante.

Viene pubblicata su varie riviste una serie di racconti di ambientazione campagnola, che

avrebbero dovuto essere raccolti in un volume dal titolo . Alcuni di

Novelliere campagnuolo

questi racconti testimoniano l'evoluzione della tecnica narrativa nieviana: l'aderenza alla

realtà e una certa felicità espressiva ne fanno le prove più convincenti del filone della

letteratura campagnola. Nievo fu uno dei pochi intellettuali risorgimentali a comprendere la

necessità di un coinvolgimento attivo delle masse contadine nel moto indipendentistico

nazionale e nella costruzione dello stato unitario.

è considerato una « » delle Confessioni.

Il Varmo prova generale

La narrazione è imperniata su 2 temi cari a Nievo:

• La con i suoi svaghi e con i preannunci dell'età adulta

fanciullezza,

• E il , con la bellezza della sua campagna ma anche con le difficili condizioni di

Friuli

vita dei suoi contadini.

Il titolo si riferisce al nome del fiume che scorre lungo la "bassa" friulana fino a confluire nel

Tagliamento. La lingua presenta materiali eterogenei: venetismi, friulanismi e lombardismi

120

convivono con arcaismi, aulicismi e voci toscane, in una promiscuità non sempre ben

assortita. Il barone di Nicastro è un racconto "filosofico"

Un racconto "filosofico": Il barone di Nicastro.

che segna il ritorno ai toni della satira.

Nievo vi narra le avventure tragicomiche del barone sardo Camillo di Nicastro il quale trova

un manoscritto di un suo avo in cui viene negata l'esistenza della virtù. Dal testo avito lo

strambo personaggio ricava la convinzione che la perfezione sia racchiusa dal numero 3,

mentre il numero 2 sarebbe portatore di malefici influssi. Il nobile studioso decide allora di

partire per un lungo viaggio intorno al mondo, nel tentativo di dimostrare la reale esistenza

della virtù. Il lungo pellegrinaggio in tutto il mondo non porta a esiti positivi.

Si tratta di un'opera dai toni spiccatamente umoristici, che ricordano il Foscolo del Didimo

Chierico.

Esce , romanzo di derivazione manzoniana nell'intreccio, ma avvicinabile per

Il conte pecoraio

lo sfondo e per la cronologia compositiva alle novelle campagnole. Il taglio popolare e la

vicenda sono didattici e moralistici. Nel linguaggio si nota una contrapposizione fra gli spunti

vernacolari del dialogo e la scrittura più sostenuta delle parti narrative. Il pescatore d'anime è

un tentativo di sviluppare in forma narrativa le riflessioni sulla classe contadina e sul clero

povero. L .

E OPERE IN VERSI E IL TEATRO

Nievo fu anche prolifico autore di poesie. Pubblicò due volumi di che costituiscono un

Versi,

campionario di forme e tematiche proprie della poesia settecentesca e romantica, e rivelano

l'influsso dei modi popolari e burleschi di Giusti, cui si affiancano più sorvegliati accenti

pariniani e foscoliani. Vi si incontra anche una vena autobiografica che si esprimerà con

maggiore evidenza nei successivi volumi di poesia, .

Lucciole e Amori garibaldini

L'eccessiva facilità di ritmi e immagini limita il valore letterario di queste prove, anche se è

significativa la ricerca di una poesia realistica, ironica, accessibile a un pubblico relativamente

ampio. Di minore interesse è la produzione teatrale, che consta di un certo numero di

commedie, tra il popolare e il comico, e di due tragedie in versi, che falliscono nel tentativo

di innovare la lezione alfieriana e manzoniana.

121

L : ,

CONFESSIONI DI UN ITALIANO

E COMPOSIZIONE STRUTTURA E TRAMA

Il romanzo venne pubblicato, dopo la morte precoce e improvvisa

le confessioni d'un italiano

di Nievo, con ampie modifiche rispetto all'originale manoscritto: a partire dal titolo stesso,

mutato in perché il pubblico non prendesse il libro per un

Confessioni di un Ottuagenario

romanzo "politico" quale in realtà era.

L'edizione fiorentina suddivide inoltre la materia del romanzo in due volumi, mentre il piano

di Nievo prevedeva una tripartizione. Gli interventi hanno alterato l'aspetto linguistico

dell'opera, normalizzando la lingua di Nievo dal punto di vista fonetico e morfologico.

Il libro porta il titolo di Confessioni, si immagina scritto in prima persona da un

ultraottantenne che ripercorre le tappe della sua lunga vita. Il racconto risulta dal continuo

incrociarsi e sovrapporsi del piano personale e di quello storico.

L C : P

A TUMULTUOSA PROTAGONISTA DELLE ONFESSIONI LA ISANA

Fra i personaggi del libro spicca soprattutto quello della una figura assolutamente

Pisana,

estranea agli stereotipi femminili proposti dalla letteratura italiana dell'epoca.

Il suo spirito d'indipendenza, l'anticonformismo del suo comportamento e una pronunciata

sensualità la pongono agli antipodi della Lucia manzoniana, e la rendono complementare al

personaggio assennato e modesto di Carlo.

Il loro amore è uno dei motivi più vivaci e originali del romanzo.

Il protagonista è testimone degli avvenimenti raccontati e attraverso le sue vicende assistiamo

allo sviluppo della coscienza nazionale del Paese. Le continue peregrinazioni per l'Italia lo

portano nei maggiori centri insurrezionali della penisola e sottopongono al lettore una realtà

variegata e contraddittoria. Questa attenzione alle componenti regionali collega Nievo a

quella corrente di pensiero federalista e ne accresce l'interesse storico-ideologico.

Ricca è la varietà di tradizioni e generi che si intersecano nell'opera: il romanzo storico, ma

di storia recente, quella dell'Italia in via di formazione e in particolare quella di Venezia; gli

accenti lirici propri dell'idillio campestre e del genere campagnolo, un mondo destinato a

scomparire e affettuosamente rievocato tra nostalgia e senso della distanza; la scrittura

saggistica e di riflessione morale, nelle digressioni documentarie e negli interventi dell'autore

su temi e argomenti vari; il romanzo di avventure e di viaggio.

122

Ma l'elemento predominante è il modello del moderno ed europeo " ".

romanzo di formazione

Le frequenti digressioni, il carattere grottesco di certi episodi, la satira caricaturale che investe

alcuni personaggi del mondo di Fratta, la stessa autoironia del narratore sono tutti tratti che

richiamano Sterne. Non mancano spunti e movenze tipiche del melodramma o della narrativa

popolare.

Alla pluralità di modelli di racconto e di scrittura fa riscontro l'orientamento plurilinguistico:

termini aulici e vocaboli della tradizione comica e vernacolare toscana convivono con voci di

sapore dialettale e regionale, secondo 1'amalgama teorizzato negli Studi sulla poesia popolare

e qui realizzato con molto più equilibrio rispetto ai romanzi precedenti. In modo significativo

lo scrittore si discosta dal monolinguismo fiorentinista proposto da Manzoni, avvicinandosi

al linguaggio composito della ventisettana. Tale opzione è determinata da intenti espressivi

più che mimetici: nei dialoghi come nelle parti narrative predomina un linguaggio medio,

mentre la parlata dei vari personaggi è quasi uniformata dal filtro della voce del narratore-

protagonista. L A POESIA

C I

ARATTERI DELLA POESIA ROMANTICA IN TALIA

La poesia romantica si connota come poesia malinconica, introspettiva, sentimentale, nostalgica

e soggettiva in antitesi con quella classica solare, serena, oggettiva e razionale.

In Italia la tendenza al realismo, la necessità di coinvolgere un pubblico più vasto e le esigenze

patriottiche che rappresentano situazioni

orientano la poesia verso forme epico- narrative

collettive più che aspetti interiori della vita individuale, a differenza di quanto avviene in

Europa dove, soprattutto nel primo Romanticismo, tende a prevalere la poesia lirica.

Il livello medio della produzione poetica (ad eccezione di Leopardi, sostanzialmente estraneo

alla poetica del Romanticismo italiano, Manzoni, Porta e Belli) rimane decisamente mediocre,

a causa dell’incapacità di rinnovare il linguaggio poetico adeguandolo ai nuovi contenuti.

123

Le tipologie metriche prevalenti sono:

I. , composta da versi fortemente scanditi, musicali, facilmente orecchiabili e

La ballata

memorizzabili (in ossequio all’idea di una diffusione popolare) come settenari, senari

dodecasillabi, sull’esempio delle odi civili e dei cori delle tragedie manzoniane;

ha uno sviluppo narrativo più ampio, utilizza prevalentemente

II. La novella in versi,

l’endecasillabo nella forma dell’ottava o in versi sciolti.

L : B

A PRIMA GENERAZIONE ROMANTICA LE BALLATE DI ERCHET E LE NOVELLE IN VERSI

G

DI ROSSI

Oltre al Manzoni l’esponente più importante della prima generazione romantica è Giovanni

, (il celebre autore di uno dei manifesti più rappresentativi del Romanticismo italiano,

Berchet

la ), che ,

Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliolo introduce in Italia il genere della ballata

rifacendosi ad esempi tedeschi.

Il suo poemetto più famoso, dopo che andò in esilio in seguito ai moti del ‘21 è Fantasie

(1829), che descrive i sogni di un esule politico rievocando, in alcune ballate divenute poi

testi classici, mandati a memoria in tutte le scuole del regno, episodi gloriosi della storia

comunale italiana; tra questi ricordiamola battaglia di Legnano e il giuramento di Pontida,

con il quale alcuni comuni lombardi costituirono una lega contro il Barbarossa, ottenendo una

clamorosa vittoria nel 1176.

La rievocazione del Medioevo dei romantici italiani non risponde al gusto per il misterioso,

per il tenebroso o il cavalleresco che è invece caro al romanticismo nordico, neppure alla fuga

verso il passato: è rievocato con intenti civili e politici e come esempio di virtù patrie e

guerriere, alle quali guardare per ritrovare lo stesso spirito e la stessa forza e scacciare la

dominazione austriaca. 124

N -

OVELLA IN VERSI DI ARGOMENTO PATETICO SENTIMENTALE

, amico di Manzoni è autore di numerose novelle in versi di cui la più celebre

Tommaso Grossi

. Argomento delle novelle, ambientate in un Medioevo piuttosto convenzionale,

è Ildegonda

fatto divisioni spettrali, atmosfere cimiteriali, amori impossibili ed eroine innocenti e

perseguitate, è sempre un , segnato dalla morte per consunzione della

amore contrastato

povera fanciulla. Egli scrive anche il poema epico . Lo stesso

I lombardi alla prima crociata

”, dove, accanto al tema

autore scriverà poi un famoso romanzo storico, “ Marco Visconti

amoroso, trovano spazio le virtù eroiche e il desiderio di riscatto nazionale.

L : P B

A POESIA DIALETTALE ORTA E ELLI

Il problema del linguaggio poetico, che resta irrisolto nella maggior parte dei poeti in lingua,

viene a soluzione artistica con PORTA E BELLI, i quali ricorrono al dialetto: milanese l’uno,

romanesco l’altro.

La vocazione realistica del Romanticismo italiano trova così il suo linguaggio più genuino.

.

I due autori si rifanno entrambi alla vita popolare

Ma mentre Porta vive in una città all’avanguardia culturale e politica, a contatto con gli

intellettuali romantici, Belli risiede in una città dominata dal regime oscurantista dello Stato

della Chiesa. Inoltre mentre Porta aderisce al romanticismo, Belli resta estraneo e indifferente

alla polemica tra classicisti e romantici. Il popolo di Porta, al contrario della plebe di Belli,

intravede una speranza di riscatto. Porta s’inserisce consapevolmente nella ricca tradizione

dialettale milanese e perciò conferisce alla propria attività di poeta in dialetto la stessa dignità

e importanza che tradizionalmente si dà alla poesia in lingua, invece, per Belli, che coltiva il

dialetto da isolato e senza una tradizione alle spalle, l’impegno poetico in romanesco resta

quasi clandestino e comunque destinato più alla recitazione e all’oralità che alla

pubblicazione. 125

V P . L ’

ITA E OPERE DI ORTA A POETICA E L IDEOLOGIA DI

P ; ,

ORTA MOMENTI TEMI E FIGURE DELLA SUA POESIA

Nato a Milano nel 1775 e morto nel 1821.

Si possono distinguere 3 fasi diverse nella poesia di Porta:

I. La prima di ;

preparazione e formazione

II. La seconda ;

di maturità e dei massimi capolavori

III. La terza, sino alla morte, comprende .

le poesie più polemiche

L’adesione al Romanticismo è del biennio 1816/1817.

La sua poetica, prima di tale data, presenta aspetti tipici della cultura illuministica e della

tradizione pariniana.

Dopo i della prima fase, contrassegnata da un atteggiamento illuministico

componimenti brevi

Porta punta su personaggi dotati di una dimensione intima e drammatica. In questa seconda

fase il poeta tende alla narrazione e talora all’epica popolare, dunque a componimenti lunghi,

spesso in ottava. A narrare la loro vicenda sono per lo più gli stessi personaggi rappresentati:

figure di disgraziati.

La terza fase è caratterizzata dalla violenta polemica antinobiliare e soprattutto anticlericale.

.

I capolavori di Porta sono quelli in cui i protagonisti narrano la loro storia

Il popolo milanese, la vita dei caseggiati e dei suburbi, la miseria, le angherie dei potenti e le

sopraffazioni reciproche fra gli stessi poveretti sono posti in primo piano con una vivezza

straordinaria.

Gli umili portano sulla scena tutta l’intensità dei loro sentimenti, mostrandone la dignità e il

valore. Opera di spicco nella produzione di Porta è “ ” (La Ninetta del

Ninetta del Verzee

Verziere). 126

V B ; ’

ITA E OPERE DI ELLI LA POETICA E L IDEOLOGIA

Belli nacque a Roma nel 1791 e morì nel 1863.

” ai Sonetti che è un documento prezioso della sua

Nel 1831 Belli scrisse un “ Introduzione

poetica.

A differenza dei romantici, . Lo stesso idioma

Belli non vede nel popolo alcuna capacità poetica

della plebe romana gli sembra corrotto, frutto di ignoranza e di superstizione. Egli tuttavia si

propone di fornire un immagine fedele: il suo scopo, infatti, è di lasciare un monumento della

plebe romana e del suo linguaggio. Se il linguaggio è del popolo, la forma artistica e poetica

spetta dunque solo all’autore. Inoltre Belli appare perfettamente consapevole di essere senza

pubblico e senza tradizione, e dunque condannato, in quanto poeta dialettale, all’isolamento.

Belli vuole dunque registrare, quasi da storico oggettivo, il punta di vista e il linguaggio della

plebe romana.

In effetti la maggior parte dei SONETTI sembra presupporre un attore plebeo che li recita e

che è responsabile di quanto afferma. Nello stesso tempo in esso si intravede però anche il

punto di vista dell’autore, che costruisce artisticamente l’opera.

, prevalentemente nel periodo fra il

Belli scrisse numerosissimi sonetti in dialetto milanese 1831e

.

il 1837

Si tratta di una produzione rimasta clandestina e pubblicata solo postuma. Manca anche un

titolo definitivo dell’autore.

I temi dei sonetti riguardano prevalentemente due aree:

Una metà dei sonetti è costituita da ,

bozzetti popolari con valore documentario

vogliono offrire una galleria di diversi tipi popolari, dei diversi mestieri, dei giochi

delle usanze.

Un’altra metà dei sonetti ha invece un , genericamente di tipo

argomento satirico

sociale e politico, si tratta insomma di sonetti che contengono una riflessione

critica. 127

L

A SECONDA GENERAZIONE ROMANTICA

Il fallimento dei moti mazziniani conduce nel 1848-49 ad un altro tipo di lotta risorgimentale,

una lotta moderata inaugurata dalla politica del piemontese conte di Cavour.

E' questo il momento degli , improntati ad un

scrittori della seconda generazione romantica

, vuoto e patetico.

romanticismo moderato e superficiale

Tra questi “arcadi” romantici emergono le figure del veronese ALEARDO ALEARDI e del

trentino GIOVANNI PRATI.

Aleardi adotta un linguaggio poetico elevato ed elegante per trattare di temi patriottici,

sentimentali, sociali e storici in chiave borghese. Emerge, tuttavia, una sfiducia di fondo

nell'approccio a tali tematiche risorgimentali, tanto che la storia diventa un'occasione di

evasione dalla realtà presente, con note paesistiche che prefigurano la poetica decadente.

Ad esprimere ancor meglio l'ideologia e la sensibilità borghese e piccolo borghese moderata

è Giovanni Prati, con il suo ambiguo paternalismo populista e reazionario e il suo moralismo

spicciolo nell'affrontare la tematica della crisi imperante degli ideali familiari. La figura del

poeta viene, in questa fase, nuovamente idealizzata quale rappresentante di una più alta

umanità che si proietta in un mondo di pura immaginazione. S L

FRANCESCO DE SANTIS E IL GENERE DELLA TORIA ETTERARIA

Francesco De Santis ha origini avellinesi: nato in Irpinia nel marzo 1817. I suoi studi sia

politici che letterari sono stati compiuti a Napoli, dove il De Santis si trasferì presto nel 1826.

Iniziò ben presto a studiare non in scuole pubbliche, ma in casa dello zio Carlo. La prima e

vera formazione tuttavia sono gli anni ’30, quando entra in contatto nel 1833/34 alla scuola

del Marchese Basilio Cuoti (esponente purismo italiano).

Inizia così la sua formazione culturale, in particolar modo, un evento all’interno della scuola

inciderà sul personale e sulla sua formazione: la visita presso la scuola del Marchese Cuoti di

Giacomo Leopardi. Questo episodio lo segnerà profondamente. Alla scuola di Cuoti inizia

anche la formazione pedagogica del De Santis. Sono infatti numerosi gli scritti lasciati dal

letterato sulla scuola. Questa vocazione pedagogica inoltre gli deriva anche dal fatto che De

Santis negli anni ’30 comincia anche un gruppo di lavoro, si trasferisce in un altro

appartamento a Napoli e comincia ad insegnare lingua e grammatica agli allievi di Cuoti.

128

Sono anni segnati da una serie di lezioni che de Santis svolge sotto il nome di “lezioni delle

4 scuole napoletane”, in cui vi si tratta di tutto. Tra gli allievi vi è anche Pasquale Villari. In

queste lezioni però non vengono, tuttavia, passati in rassegna autori del secolo romantico,

poiché De Santis non darà mai un buon giudizio verso i suoi contemporanei. Negli anni ’40

De Santis amava dire di se stesso che possedeva 2 pagine: una politica e una letteraria. Nel

1848 prende parte ai moti insurrezionali e assiste anche alla morte di alcuni suoi allievi. Nello

stesso periodo inizia anche la carriera nella pubblica istruzione. Questo suo protagonismo

politico però gli crea anche dei problemi e nel 1850, per la segnalazione di un fanatico De

Santis viene accusato dal nuovo governo di essere mazziniano e viene così arrestato e messo

in carcere per 3 anni. Scrisse durante questi anni poemetti e lettere filosofiche. Uscito poi dal

carcere nel 1853 sarebbe dovuto espatriare ma riesce ad evitarlo spostandosi solo lungo la

penisola e si trasferisce a Torino, dove era atteso da molti amici napoletani esiliati. In questi

anni torinesi collabora con notevoli riviste e incomincia anche a insegnare presso il Collegio

femminile di Torino. Inizia qui un corso universale tutto dedicato alla figura di Dante e intanto

incontra anche Manzoni. A Torino vi rimane solo 3 anni. Nel 1856 arriva un interessante

proposta dal politecnico di Zurigo in Svizzera di andarci a insegnare. De Santis accetta e

rimane a Zurigo per 3 anni. Anche qui tutte le lezioni che svolge sono dedicate a Dante.

Tornerà poi a Napoli perché vi arriva per fortuna Garibaldi (1859/60) e dunque visto il nuovo

cambiamento politico De Santis decide che è giunto il momento di tornare a Napoli. Qui

intensifica sia la sua attività politica (prima direttore pubblico poi ministro della pubblica

istruzione) sia quella letteraria. Inoltre si può affermare che la sua attività politica sia

continuamente tangenziale a quella letteraria. Nel 1862 cade il governo De Gasoli e così De

Santis passa all’opposizione di Sinistra e diventa animatore della “sinistra giovane” fondando

e dirigendo la rivista “Italia”. Dal 1865 in poi sono gli anni in cui inizia a maturare numerosi

” e contemporaneamente inizia

saggi critici, comincia a scrivere “ Storia Letteratura Italiana

anche ad insegnare all’università di Napoli (1872/1874). Qui De Santis terrà una serie di corsi:

Su Manzoni, Leopardi. Nel 1872 quando De Santis avvia la sua carriera all’Università di

Napoli fa una famosa “prolusione accademica”, ovvero un inaugurazione del nuovo anno

accademico. Prolusione intitolata “La Scienza e la Vita”.

Negli anni 1877/1879 De Santis pubblica sulla rivista “In Rome” una serie di lezioni, in

letteratura studia l’autore Emile Zola (esponente naturalismo francese). È un autore che

colpisce molto De Santis per la sua capacità che ebbe nel guardare la realtà e tradurla in

129

letteratura. Nel 1877 comincia a pubblicare sempre sul “in Rome” uno studio proprio su

Emilie Zola. Nel 1879 questa serie di lezioni si chiudono con uno scritto molto importante

“Zola e l’assemoure”. In questo scritto De Santis lancia una frecciatina agli scrittori dei suoi

giorni che non si interessano della realtà nel 1879 l’autore che si sente maggiormente colpito

da tale affermazione fu soprattutto Francesco Mastriani, il quale rivendica il proprio ruolo di

autore realista e lo fece per iscritto in una sua prefazione al libro “I Mali di Napoli”

Francesco De Santis è stato un autore di diverse opere, tutte in ambito della critica letteraria:

“Saggio critico su Leopardi” “Saggi critici” “Studi su Dante/Manzoni/Petrarca.

L’opera, però, in assoluto più importante di Francesco de Santis è: STORIA DELLA

LETTERATURA ITALIANA. Il testo fu pubblicato nel 1872, ma De Santis vi cominciò a

lavorarci e scriverla tra il 1869 /1871. La Storia della Letteratura Italiana è una storia figlia

del tempo. È stata scritta a ridosso del processo risorgimentale compiuto, il quale aveva

portato all’Unità d’Italia (1860). Di fronte all’epoca risorgimentale che finalmente era giunta

al capolinea ci dice De Santis: già ne sta per cominciare un’altra. Se un processo si è appena

concluso, sostiene De Santis, ha dunque senso scrivere una storia della letteratura, guardare

in prospettiva, interrogarsi sul destino dell’Italia. Si è concluso il processo dell’Italia e si deve

dunque aprire verso nuove immagini: diventare una grande potenza dell’Europa. L’autore

Francesco De Santis, dunque, ci parla attraverso la letteratura della Storia del Passato, del

presente e del futuro.

Questa Storia della Letteratura è una storia “militante”, ovvero nasce da un ideale e propone

una nuova ideologia su ciò che è stata l’Italia e ciò che dovrebbe essere. Questo lo dice in

modo esplicito nell’ultimo capitolo. Il critico De Santis lancia un appello a tutti, non solo

studenti ma anche letterati e lettori di ogni genere: Studiare!

In questo processo formativo il compito delle istituzioni è quello di insegnare che arrivando

verso il nuovo di deve necessariamente essere ai primi posti. La STORIA DELLA

è un classico, non un manuale, perché ci lascia un messaggio,

LETTERATURA ITALIANA

c’è un interpretazione della storia attraverso la storia della letteratura italiana. Parla di

letteratura portandola però sulla vita quotidiana. Guardare al nuovo programma, alla nuova

formazione, guardare in avanti al nuovo secolo. Tutta la sua storia della letteratura si fonda

su un ideale: l’Unità d’Italia è un processo che rende vicini tutti, storia letteratura va alla

Gli registra tutto. Quando questo

ricerca di quei germi che erano già presenti sin dalle origini.

ideale giunge a compimento la storia della letteratura non si ferma, ma c’è anzi la ricerca di

130

un Italia che va dentro l’Europa. All’interno di questo testo vi è inoltre presente una sorta di

dialettica tra “ideale” (Romanticismo) e “reale” (Positivismo). De Santis guarda la storia

d’Italia attraverso la storia della letteratura Italiana, siamo di fronte ad una storia della

letteratura che non ha la storia come “fondale” bensì la storia è “il terreno di questa

letteratura”. La Storia della letteratura tuttavia presenta anche qualche aspetto negativo

nonostante va comunque detto che essa fu scritta in un tempo molto ristretto. È difatti evidente

una certa sproporzione tra le parti. Ciò che colpisce è inoltre anche il diagramma che egli

delinea, il quale gli consente di vedere come avvengono le cose durante la storia letteraria. Il

diagramma ci permette di rilevare i momenti alti e i momenti bassi della nostra letteratura. Il

, perché la sua produzione letteraria

momento più alto della letteratura è per de Santis DANTE

nasce da un adesione stretta al proprio tempo. È una poesia quella di Dante che ci parla

dell’uomo, che nasce dalle passioni civili di Dante. Con Dante la letteratura si identifica con

la vita della letteratura impiegata nel sociale, ci parla della realtà del tempo. Perché appunto

per De Santis la letteratura deve essere legata alla realtà. Dante rappresenta quindi per De

Santis il momento felice prima del “peccato originale”: separazione tra vita e letteratura.

Il peccato originale si compie con , il quale per De Santis più che un poeta è un

PETRARCA

“Artista”. Petrarca è infatti un autore che predilige la forma, la musicalità, è un “letterato”.

Nell’età di Petrarca ci avviamo infatti verso l’Italia dei “letterati”. De Santis definisce un

letterato qualunque sia cervello, sia orecchio pieno di forme vuote e staccato da qualsiasi

contenuto.

La storia della Letteratura Italiana ha per scelta un andamento cronologico: si segue una vera

e propria “ratio”, per cui ciò che viene prima prepara a ciò che viene dopo. C’è uno sviluppo

cronologico e progressivo, ma tutto ciò che viene dopo necessariamente segue un percorso

evolutivo ma può avere anche un andamento involutivo. L’OBIETTIVO di De Santis in

quest’opera è : individuare lungo il tempo della letteratura la formazione della “coscienza nazionale

”. Vuole capire come la letteratura racconta questo processo di unità nazionale. Dunque

italiana

questa storia della letteratura, che ha questo obiettivo diventa anche un romanzo, perché nasce

da un’ideologia, è stata scritta con “furore di poesia”. Come tutti i romanzi ha un inizio e dei

personaggi.

La Storia della Letteratura Italiana è articolata per SECOLI. Il secolo però per de Santis non

corrisponde ad un tempo di 100 anni, egli ha un’altra concezione di secolo: per secolo intende

(es 200/300 = una sola età)

un’età sviluppata e compiuta in sé in tutte le sue gradazioni

131

Il “II secolo” comincia invece con Boccaccio e finisce nel 1500. Tra queste due età c’è anche

un uomo di transizione “Petrarca”. La seconda età è un età di decadenza della nostra

letteratura che prosegue fino all’Arcadia. Dal 1300 in poi assistiamo ad un idealizzazione

della forma, al culto della bellezza e più avanti assistiamo a duplicazioni di Petrarca e

Boccaccio. In questa età di decadenza de Santis partendo da Petrarca fa una lunga lista in cui

inserisce Poliziano, Pontano, tutti i petrarchisti del 500, Tasso, Marino e ancora giunge a

Poliziano, Metastasio e Monti.

rappresenta per De Santis l’Italia generosa, una borghesia che guarda con

BOCCACCIO

distacco e da lontano il corpo. Con Boccaccio, novelliere e comico assistiamo nel Decameron

ad un uso del volgare, lingua popolare, ma questo volgare è finalizzato alla derisione delle

classi inferiori. Letteratura come derisione del popolo. Boccaccio come riflesso della

“borghesia grassa”. Questa comicità giunge nella lunga età della decadenza a Pulci fino a

Pietro Aretino.

Tuttavia in questa età di decadenza avviene anche qualcosa di buono: che

MACCHIAVELLI

rappresenta a fronte di Boccaccio il “borghese del rinnovamento” Macchiavelli è l’uomo della

svolta, diventa l’emblema del nuovo borghese. Egli diversamente da altri intellettuali è sceso

dal piedistallo, è andato tra il popolo, dando vita ad una scrittura nuova, una prosa moderna

che volta le spalle alle belle forme letterarie. Ha guardato all’uomo così com’è e non come

vorrebbe essere, con i suoi difetti e virtù. Con la sua opera viene fondata la “scienza

dell’uomo”. Nasce quella scienza che poi con diventa scienza della natura, che va

GALILEO

osservata ad occhio “nudo”.

Con una serie di gruppo dei filosofi (Galilei, Sciarpi, Bruno) incomincia il “martirologio

laico”: un elenco di morti che muoiono per portare avanti le proprie idee.

: Ha affermato lungo le proprie opere che la filosofia è altro rispetto alla

GIORDANO BRUNO

religione. Afferma che quando egli scrive, scrive di filosofia, dell’uomo, della natura:

autonomia della cultura, della filosofia. Per affermare ciò egli ha pagato con la vita.

Nell’opera “Il Candelaio” (tragicommedia) Bruno ci parla della società del suo tempo. Opera

ambientata a Napoli. I protagonisti sono 3: pedante (rappresentante poeti petrarcheschi)

alchimista, bestialità. 132

L ,

EOPARDI IL PRIMO DEI MODERNI

Nacque a Recanati da una nobile famiglia all’orlo del fallimento. Ebbe un rapporto difficile

coi genitori, soprattutto con la madre, molto severa. La sua formazione culturale è legata

soprattutto alla biblioteca del padre, nella quale dal 1809 al 1816 trascorse sette anni di studio

molto intenso, durante i quali apprese le lingue classiche e un’erudizione solidissima a prezzo

però di irreparabili danni alla sua struttura fisica. In questi anni nascono le prime prove

poetiche, due tragedie e altri testi creativi.

Nel 1816 avvenne quella che egli definì “ ”: l’equilibrio esistenziale del

conversione letteraria

giovane entra in crisi e Giacomo inizia a percepire la ristrettezza culturale e l’insufficienza

affettiva dell’ambiente familiare e recanatese. I tentativi poetici acquistano un significato più

intenso e nascono i primi risultati di rilievo (l’idillio “LE RIMEMBRANZE”).

Il 1817 è un anno decisivo per il giovane Leopardi. Inizia la corrispondenza con l’illustre

letterato PIETRO GIORDANI e inizia ad annotare su un diario i suoi primi pensieri che poi

daranno vita allo “Zibaldone”.

Lo stesso anno si innamora per la prima volta di una cugina (Gertrude Lazzari), ospite presso

i Leopardi. Dall’esperienza sentimentale nascono un’elegia e il cosiddetto “DIARIO DEL

PRIMO AMORE”.

Nel 1819 Giacomo tenta la fuga da casa, ma viene scoperto dal padre.

Continua a vivere dunque a Recanati in continua tensione, con la famiglia che vorrebbe

avviarlo alla carriera ecclesiastica.

Le sue condizioni di salute inoltre non sono buone: una malattia agli occhi gli rende a lungo

impossibile ogni applicazione.

Tuttavia, affida allo “Zibaldone” un gran numero di riflessioni che segnano la sua cosiddetta

“conversione filosofica” e cioè la sua adesione a una concezione materialistica e atea.

:

La ricerca poetica si svolge su due filoni principali

I. LA POESIA SENTIMENTALE DEGLI IDILLI (compone, tra l’altro, “ L’INFINITO”, “LA

”)

SERA DEL DI’ DI FESTA” E “ALLA LUNA

II. LA POESIA IMPEGNATA DELLE GRANDI CANZONI CIVILI (tra le quali, “ BRUTO

”).

MINORE”, “ULTIMO CANTO DI SAFFO 133

Nel 1822, il padre gli concesse, per la prima volta, di recarsi a Roma, ospite dagli zii. Ma

restò deluso dalla città e dal suo ambiente letterario.

Cinque mesi dopo torna a Recanati e si getta nuovamente nell’elaborazione filosofica e nella

scrittura. Nel 1824 compone le prime OPERETTE MORALI, originali prose e dialoghi

filosofici nei quali critica con ironia l’ideologia ottimistica del suo tempo e rappresenta la

propria sconsolata visione della condizione umana.

Nel 1825 lascia di nuovo Recanati e si reca a Milano, dove inizia a lavorare per l’editore

Stella. Grazie all’assegno dello Stella e alcune lezioni private, vive tra Milano e Bologna.

Nel 1827 Stella pubblica le sue OPERETTE MORALI.

Lo stesso anno si trasferisce a Pisa, città che lo incanta per il clima e l’accoglienza generosa.

Questo momento piuttosto sereno favorisce il ritorno alla scrittura poetica (seconda stagione

poetica):

“IL RISORGIMENTO” (1828) e “A SILVIA” (1828) aprono il cosiddetto ciclo piano

recanatese. Sul finire dello stesso anno, Leopardi è costretto a tornare a Recanati, mancandogli

ormai l’assegno dello Stella per mantenersi.

Dal 1828 al 1830 ha luogo il suo ultimo soggiorno a Recanati, un periodo di grande

depressione, ma anche di accesa attività progettuale e creativa.

Compone altri quattro grandi canti:

• “ ”

LE RICORDANZE

• “ ”

LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA

• “ ”

IL SABATO DEL VILLAGGIO

• “ ’ ”

CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE DELL ASIA

Nel 1830 lascia per sempre Recanati e si reca a Firenze dove consolida l’amicizia con il

giovane scrittore napoletano, RANIERI e conosce l’affascinante FANNY TARGIONI

TOZZETTI, della quale si innamora e per la quale scrive alcune canzoni che segnano uno dei

momenti più originali e alti della sua nuova produzione poetica: ,

IL PENSIERO DOMINANTE

, , che formano il cosiddetto ciclo d’Aspasia, dal

AMORE E MORTE A SE STESSO ASPASIA

soprannome dato alla donna.

Nel 1831 esce la prima edizione dei CANTI.

Nel 1833 va a vivere a Napoli. Dal 1836 al 1837, insieme all’amico RANIERI e alla sorella

di questo, Leopardi va a vivere ai piedi del Vesuvio, anche per sfuggire all’ epidemia di colera

134

che si era intanto abbattuta su Napoli. Intanto le sue condizioni di salute peggiorano sempre

più.

Gravemente malato, compone in questo periodo, gli uomini due canti: “ IL TRAMONTO DELLA

” “ ” “ ”, che unisce ai toni poetici un’ardente

E LA GINESTRA O IL FIORE DEL DESERTO

LUNA

esortazione agli uomini affinché si uniscano fraternamente contro l’ostilità della natura e del

destino. Nel 1837 torna a Napoli dove muore.

I “ ”

L SISTEMA FILOSOFICO LEOPARDIANO

Il valore filosofico del pensiero leopardiano è stato riconosciuto tardivamente in quanto il suo

è un metodo di indagine estraneo alle procedure istituzionali della filosofia ma è fondato su

bisogni esistenziali e sociali, nel senso che Leopardi non pensa in quanto filosofo, ma in

quanto essere umano ed essere sociale.

I due criteri-guida delle sue riflessioni sono:

I. La ricerca del vero esistenziale dell’io

II. La ricerca del vero sociale dei molti

Le leggi del sistema, per essere vere, devono dunque avere un valore sia soggettivo che

oggettivo.

Il suo pensiero vive diverse fasi.

Nella I FASE del suo pensiero (1817-18) affronta subito il tema che

dell’infelicità umana

rimarrà, poi, sempre al centro della sua riflessione. Particolarmente percepibile è l’influenza

di Rousseau.

In questa prima fase, l’infelicità umana, non dipende dalla NATURA, la quale, infatti, viene

considerata un’entità positiva e benefica, sia perché da all’uomo una condizione realmente

felice, sia perché produce molte solide illusioni per l’uomo capace così di virtù e grandezza.

La CIVILTA’ però ha distrutto le illusioni che rendevano la vita sopportabile, ovvero quelle

illusioni che proteggevano l’uomo dal rendersi conto dell’infelice condizione umana cui era

destinato sulla terra. 135

L’infelicità dell’uomo è, dunque, per Leopardi un dato storico e non esistenziale: gli antichi

erano ancora capaci di grandi illusioni, mentre i moderni le hanno perdute quasi

completamente. PESSIMISMO STORICO in questa prima fase, perché l’infelicità è

Ecco perché si parla di

ritenuta il frutto di una condizione storica.

Tuttavia leopardi sostiene sia ancora possibile recuperare le grandi illusioni del passato

attraverso l’eroismo e l’azione.

Tra il 1819-1823 questo “sistema della Natura e delle illusioni” entra progressivamente in

crisi per diversi motivi:

• Il suo distacco dal Cattolicesimo

• L’adesione al sensismo illuministico (= idee dipendono dalle sensazioni)

• L’esito sfortunato dei moti rivoluzionari carbonari del 1821 che riducono la sua fiducia

nell’impegno civile

• L’esperienza negativa a Roma (’22 – ’23) che delude la speranza di una vita più

autentica e felice al di fuori della città natia.

Inoltre, in questi stessi anni, Leopardi acquisisce un punto di vista rigorosamente

materialistico e rifiuta ogni ipotesi sull’esistenza di elementi spirituali (a partire dall’anima

umana).

La causa dell’infelicità umana sta nel rapporto tra il bisogno dell’individuo di essere felice e

le possibilità di soddisfacimento oggettivo.

A questo proposito nasce quella che Leopardi chiama : l’uomo aspira

Teoria del Piacere

naturalmente al piacere, ma il piacere desiderato è sempre superiore a quello conseguito e

conseguibile. Il desiderio è in se stesso illimitato e quindi destinato comunque a non essere

soddisfatto. Così l’uomo, deluso dagli appagamenti reali, ne cerca di illusori, sperando sempre

di raggiungere la felicità nel futuro.

Queste riflessioni comportano una ridefinizione del concetto stesso di NATURA.

La responsabilità dell’infelicità umana adesso non è più data alla STORIA, ma interamente

alla NATURA, non più intesa come Madre benefica, che determina nell’uomo la tendenza al

piacere e al bisogno di felicità, senza poterlo soddisfare, rendendo quindi la vita piena di

dolori e sofferenze. 136

Non sono più le condizioni storiche ad essere indicate come causa dell’infelicità, ma le

condizioni esistenziali dell’uomo. Si parla perciò in questa seconda fase del pensiero

leopardiano di PESSIMISMO COSMICO, perché la vita stessa è concepita come male.

Il procedere della CIVILTA’ è considerato ancora come un movimento opposto alla

NATURA ma alla condanna di essa si sostituisce ora una valutazione complessa e

ambivalente di essa, positiva e negativa al tempo stesso:

A. Da un lato, la CIVILTA’ è vista come un’arma che ha permesso l’uomo di smascherare

la verità della propria condizione, recuperando non tanto la possibilità di essere felice,

ma almeno la dignità della coscienza;

B. Dall’altro, ha portato l’uomo ad essere più egoista e fragile, sottraendolo al dominio

delle forze naturali e delle illusioni. Ogni momento della vita risulta così artificiale e

inautentico. Le società moderne vedono una lotta disperata per l’affermazione

individuale, una lotta di tutti contro tutti.

La scoperta del pessimismo antico (ovvero il crollo del mito dell’antichità felice), soprattutto

a partire dal 1823, ha contribuito ad accrescere il pessimismo leopardiano.

Tra il 1823-27 la sua riflessione si avvicina provvisoriamente ad una specie di saggezza

distaccata e scettica, ispirata soprattutto al pensiero ellenistico. Giunge così a elaborare uno

sviluppo ulteriore, e sostanzialmente definitivo, del proprio pensiero.

L’ultima fase del suo pensiero, che si definisce chiaramente a partire soprattutto dal 1830, è

caratterizzata dalla .

rinascita dell’impegno civile

Viene rivalutata l’importanza della dimensione sociale per il significato della vita.

Gli esseri umani devono soccorrersi reciprocamente e da ciò deriva la possibilità di ricostruire

una morale, basata sulla fraternità sociale. Così la contraddizione che Leopardi aveva finora

cercato tra civiltà e natura, alla fine si trova nella CIVILTA’. A questa tocca il compito di

conquistare la coscienza del vero e il vero coincide con il riconoscere il male della condizione

umana.

Compiere questa denuncia è un dovere sociale.

Il pensiero leopardiano assume, a questo punto, i caratteri di un , basato sulla

progetto di civiltà

coscienza del vero e la solidarietà fraterna. Su questo gli uomini devono basare il loro nuovo


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giovy227

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Corso di laurea: Corso di laurea in lettere moderne
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giovy227 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli Federico II - Unina o del prof Sabbatino Pasquale.

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