Letteratura italiana
La lingua in cui ci esprimiamo è frutto dell’evoluzione culturale e la politica è frutto della letteratura. L’identità linguistica è nata con quest’ultima, con l’avvento della televisione e con la 1a guerra mondiale quando ogni persona parlava il proprio dialetto. Il tasso di alfabetizzazione durante l’unità d’Italia era del 5%.
La scuola siciliana
Parliamo come parliamo oggi per dei fraintendimenti: la letteratura nasce in una regione in cui ancora oggi persiste il dialetto: la Sicilia. Nel mezzo del Mediterraneo è la regione dominante, che fino alla scoperta dell’America, voleva dire dominare il mondo. È anche sede di due culture differenti: araba-musulmana ed ebraica. La dominazione araba è stata sostituita da quella normanna (di cultura francese) e questa, successivamente, da quella degli Svevi (Hoenzollern), imperatori di Germania con la figura di Federico II che aveva padre tedesco e madre normanna e fu il fondatore della letteratura italiana.
L’Italia era divisa tra guelfi e ghibellini e Federico II si rende conto di aver bisogno di un programma culturale per scontrarsi contro la chiesa che ha una forte matrice culturale latina e teologica, in prosa. Il progetto culturale di Federico sarà il volgare laico (scientifico-filosofico) in poesia per fornire a tutti i ceti una cultura comune che li leghi all’imperatore, alle sue politiche e alla Sicilia (1230-1250 con la morte di Federico II).
I poeti della scuola siciliana sono Federico II, suo figlio Manfredi e i suoi funzionari Stefano Protonotaro e Jacopo da Lentini. Federico ha un modello di poesia, ovvero quello delle corti provenzali del sud della Francia. La Francia medievale aveva due lingue: la lingua d’oc del sud usata per la poesia dei trovatori e la lingua d’oil del nord usata per i romanzi. La poesia ha sempre luogo nelle corti ed è di tema amoroso, in cui la donna amata è la castellana che viene omaggiata e descritta con immagini e paragoni che insistono su una natura luminosa. La poesia d’amore è funzionale alla vita del castello perché è un tributo sviluppato secondo il principio che è un amore sempre irrealizzabile per via della distanza sociale. È da questo tipo di poesia che deriva quella infelice italiana.
Federico II recupera questi elementi e li fa adattare ai suoi funzionari, infatti, i primi testi siciliani sono delle traduzioni di poesie francesi. Cambia, però, lo statuto del poeta, che non è più un professionista, ma un funzionario e non si rivolge più alla dama che diventa una figura evanescente perdendo i suoi connotati di donna. Anche nella poesia siciliana l’amore non è realizzabile, ma la distanza passa da quella sociale ad una interiore-psicologica insuperabile. Il poeta siciliano allora si concentra sull’analisi dei meccanismi dell’amore, sulle cause e sulla natura di esso in segno della filosofia e della scienza e il tema amoroso perde ogni legame psicologico concreto e ogni legame con il tempo e lo spazio, venendo inserito in un’atmosfera che ignora sfondi e paesaggi.
Federico II è un imperatore universale e ciò comporta che alla corte di Sicilia non ci siano solo siciliani, ma arrivino artisti da tutta Italia, che grazie al “siciliano illustre” (mescolanza di più forme siciliane con altre forme del sud Italia, altre italiane e altre latine) riescono a comunicare. La scuola siciliana usa una lingua con una matrice anche francese, in quanto prende ispirazione dalle poesie dei trovieri.
In Sicilia vi era un forte potere monarchico assoluto e accentratore, per questo per i funzionari di corte la poesia era solo evasione dalla realtà e l’amore un solo gioco aristocratico.
La poesia siciliana riprende i temi amorosi, i procedimenti stilistici e le forme metriche dei modelli provenzali, rinunciando soltanto all’accompagnamento musicale perché è difficile da comporre; ma se da un testo togliamo la musica, la poesia, avendo in sé un elemento musicale, deve recuperarlo da un’altra parte: dall’accentuazione della rima e da una struttura del testo che è molto più rigorosa perché ha una struttura musicale definita. Nasce così la forma del sonetto.
Quando muore Federico, gli succede il figlio Manfredi, ma la guerra tra i guelfi e i ghibellini porta alla sconfitta degli Svevi e all’uccisione di Manfredi durante la battaglia di Benevento. Si instaurano quindi gli Angiò, francesi, che non continuano la poesia siciliana, perché sarebbe ricordare la precedente dinastia, quindi avviene una pulizia e sparisce da tutta Italia la poesia siciliana.
I testi di questi poeti siciliani non ci sono pervenuti nella forma originale, bensì nella trascrizione di copisti toscani che hanno sovrapposto le caratteristiche del loro volgare a quello dei siciliani, ma hanno ripreso i temi d’amore e le convenzioni stilistiche, anche se l’ambiente toscano è differente da quello siciliano, infatti il poeta è un cittadino inserito nella vita politica e ne riversa nella poesia.
Jacopo da Lentini
Jacopo da Lentini (1210-1260) è una figura fondamentale e scrive un sonetto con parole italiane e alcune tratte dal provenzale. In realtà questo sonetto è falso perché è una copia toscana. Dante è quindi convinto che i poeti siciliani scrivessero come è scritto il testo di Jacopo da Lentini e che di conseguenza, i siciliani non scrivessero in siciliano, ma in una lingua raffinata e scollegata dalla matrice geografica creata mettendo insieme tutte le lingue italiane; per questo in letteratura si deve usare una lingua smaterializzata.
Da questo punto di vista notiamo la divaricazione tra lingua letteraria e quella dialettale, ma questo comporta anche una divaricazione tematica: in poesia si parla di amore nobile e puro, nella letteratura dialettale si parla di argomenti sessuali.
Io m’aggio posto in core a Dio servire
Nel sonetto di Lentini “Io m’aggio posto in core a Dio servire”, non tutte le parole fanno rima perché le parole sono state toscanizzate, e questo sistema viene chiamato rime siciliane. Molte delle parole derivano dal francese e fanno riferimento a delle attività che avvenivano nelle corti raffinate e rimandano alla piacevolezza della vita. La poesia, anche se laica, fa riferimento ad immagini sacre come il paradiso.
Amore è uno desio che ven da’core
In un altro sonetto di Lentini “Amore è uno desio che ven da’core” c’è una ripetizione di rima e di suono tra quartine e terzine che provoca un effetto di consonanza e assonanza. Ciò può portare ad avere una rima ricca quando oltre all’assonanza vi è anche una ripetizione delle stesse lettere. Questo sonetto è la definizione di come nasce e di come si manifesta l’amore ed è tipico della poesia siciliana, ma non di quella provenzale. La poesia siciliana è intrisa di filosofia, medicina, scienza ecc. e da un’idea laica e corporale dell’amore che nasce da un contatto visivo. È presente una discussione argomentativa con un interlocutore immaginario. Con la seconda quartina il poeta si stacca dalla cultura trobadorica in cui era presente l’amore da lognh (amore da lontano), concezione di Jaufré Rudel secondo la quale è possibile innamorarsi anche senza aver mai visto la donna amata.
I versi
I versi si contano sulla base delle sillabe. La poesia latina era inadatta a essere presa come modello perché quantitativa: le vocali hanno una durata che è in parte naturale e in parte dovuta alla posizione all’interno del verso. Una vocale può essere, quindi, lunga o breve. Il principio del verso latino è che i versi hanno degli incastri, ma in italiano e in francese lunghe e brevi non esistono e questo sistema non funziona. La lingua italiana non è quantitativa, ma accentuativa: bisogna guardare dove cade l’accento nella parola.
Le parole italiane si dividono in gruppi in base a dove cade l’accento:
- Piane: l’accento cade sulla penultima sillaba
- Tronche: l’accento cade sull’ultima sillaba
- Sdrucciole: l’accento cade sulla terzultima sillaba
- Bisdrucciola: l’accento cade sulla quartultima sillaba
La maggioranza delle parole francesi ha l’accento sull’ultima vocale, quelle italiane invece sulla penultima sillaba. In provenzale il verso dominante è il decasillabo: dieci sillabe con l’accento sulla decima. In italiano non si può riprodurre perché non esistono abbastanza parole tronche, così i versi italiani diventano endecasillabi, ma l’accento della parola piana cade comunque sulla decima sillaba. Un altro verso dominante nella poesia italiana è il settenario, il cui l’ultimo accento cade sulla sesta sillaba. Per sapere a che verso siamo di fronte si individua l’ultimo accento tonico e si conta la posizione sillabica in cui si trova tenendo conto della sinalefe (se una parola finisce per vocale e quella successiva inizia per vocale vengono contate come unica sillaba) se è presente. Il decasillabo francese è il verso dominante perché prima c’era l’esametro latino e aveva una lunghezza più o meno uguale.
Ciò avviene perché in poesia si procede per recuperi e adattamenti.
Il sonetto
Il sonetto è una forma metrica solitamente di 14 versi endecasillabi. Ha una struttura interna data da due quartine e due terzine e l’elemento fondamentale è che le quartine e le terzine sono legate da due famiglie rimiche diverse. Queste possono essere di tutti i tipi, ma si prediligono quelle alternate, che è la forma più antica e quella originale.
Le terzine seguono due principi:
- Le famiglie rimiche cambiano da quartine a terzine, in alcuni casi però è la stessa.
- Nel sonetto le terzine possono essere su due rime o su tre. Se sono su due avremo CD, su tre CDE. La disposizione delle rime nelle terzine è libera e ammette qualsiasi combinazione che devono avere, però, una forma fissa: le terzine devono essere legate tra loro (CDC DCD; CDE CDE; CDE EDC).
Il sonetto si impone perché permette all’interno una grande libertà e c’è una forte densità di rime. Questo spiega perché l’assenza della musica abbia prodotto come soluzione un tipo di metro così pieno di suoni che si ripetono. In poesia è importante la forma metrica. Questa lotta contro i vincoli della materia e dal punto di vista culturale è fondamentale vedere come le forme si evolvono, perché ogni singola evoluzione comporta un cambiamento culturale e sociale. I poeti nascono in un sistema di regole e il modo con cui si relazionano dice tanto sulla società e sulla loro poetica. In poesia la regola si può rompere, l’importante è sapere di starlo facendo in modo da poter ottenere un effetto. Quando il poeta cambia, il lettore che non si aspetta la trasformazione, provoca uno shock che è l’effetto voluto. Ma se il poeta non si rende conto della trasformazione si perde una parte fondamentale.
Guittone d’Arezzo
Nasce ad Arezzo nel 1235 e nel 1263 si recò in esilio perché esponente dei guelfi. È contemporaneo di Guinizzelli e Dante ne dirà bruttissime cose. Di Guittone ci sono rimaste 50 Lettere e un componimento chiamato Rime, contenente canzoni e sonetti. Caratteristica della sua poesia è la scelta di uno stile complesso e ricco di allusioni e per questo diventerà il rappresentante del trober clus (fare poesia chiusa). Scrive un sonetto d’amore, “Gioia d’onne gioioso movimento”, con rime tipiche, ma queste fanno rima anche con parole interne. Questa tecnica rende il sonetto faticoso foneticamente.
Il dolce stil novo
Alla fine del 1200 Firenze diventa il centro guida della cultura italiana, in cui si forma il dolce stil novo, definito in questo modo perché parla di filosofia attraverso immagini naturali, quindi ammorbidendo la filosofia con un linguaggio dolce. I poeti esponenti sono Cavalcanti e Alighieri che si distinguono per il rifiuto degli astrusi artifici linguistici, preferendo uno stile più limpido. I contenuti riguardano una visione spiritualizzata della donna che viene esaltata come angelo in terra e dispensatrice di salvezza.
Scopo di questa poesia è sostituire la corte reale con una ideale composta da una cerchia ristretta di eletti, per questo lo stil novo si rivela espressione dello strato più elevato delle classi sociali, che non aspirano più alla nobiltà di sangue, ma a quella interiore. Il tema centrale è l’identificazione di amore e gentilezza (in senso di nobiltà d’animo) che è un dato di natura e non legato alla nascita.
Il termine “dolce” stabilisce precisi procedimenti stilistici:
- Livello fonico: sono evitati suoni aspri e scontri di consonanti
- Livello metrico: non ci sono rime rare o difficili e rime che presentano particolari artifici
- Livello lessicale: non vi sono termini rari e ricercati, ma il lessico è piano e comune
- Livello sintattico: la sintassi è piana senza dure invasioni
- Livello ritmico: il ritmo è fluido senza spezzature violente e rari sono gli enjambement
- Livello retorico: le figure retoriche sono rare: la più frequente è il paragone
Tutto ciò porta ad un discorso fluido e scorrevole.
Guido Guinizzelli
L’università di Bologna era quella più famosa e di matrice filosofica, quindi la poesia siciliana attecchì molto a Bologna. Il comune nasce in opposizione alla cultura aristocratica ed elemento fondamentale della cultura europea è la città in opposizione al castello in campagna/montagna. A Bologna c’è l’idea di una nuova cultura che deve essere creata in opposizione alla cultura aristocratica.
In quest’epoca cambia il calcolo del tempo perché si passa da un calcolo basato sulle ore canoniche della preghiera, al giorno di 24 ore su base matematica/astronomica non più religiosa, perché gli orari di lavoro funzionano meglio. A scandire il tempo non sono più le campane, ma gli orologi pubblici che vengono esposti in città a spese del comune. In questo scenario si sviluppa il ceto borghese che inizia a definire la propria identità.
Precursore degli stilnovisti, nasce a Bologna nel 1235 ed è impegnato attivamente nelle vicende politiche della città. Nel 1274 si rifugia in esilio sui colli Euganei. Gli si possono attribuire sia canzoni che sonetti e inizialmente era legato alla maniera guittoniana, ma poi se ne distaccò iniziando una nuova poesia, che appare come momento di transizione e rinnovamento. La maggior parte dei componimenti è improntata su novità stilistiche e i temi tipici diventano: l’identificazione tra amore e gentilezza, la donna paragonata ad un angelo e la sua lode, il saluto della donna che dona salvezza e gli effetti della passione sull’amante che si consuma. La sua poesia costituisce il perfetto stile di “dolce e leggiadro”.
Al cor gentil rempaira sempre amore
Guinizzelli scrive la canzone “Al cor gentil rempaira sempre amore” che sembra parlare d’amore, ma in realtà è tutt’altro; la chiave del testo si trova nel v.31: ci sono dei blocchi metricamente uguali che si chiamano stanze. Le parole “nobile” sembrano avere lo stesso significato, ma non è così perché detta da un uomo aristocratico prende il significato di “nobile di sangue”, detta da Guinizzelli, invece, assume il significato opposto, ovvero che la nobiltà non è ereditaria, ma dipendeva dal valore di una persona.
Guinizzelli è un intellettuale che fa parte del ceto dirigente che aspira a sostituirsi alla vecchia classe dirigente e per legittimare la propria affermazione sociale attesta che per essere gentili non è sufficiente la nascita da una famiglia nobile, ma occorre anche il valore personale. La nuova nobiltà cittadina fonda il proprio dominio sull’intelligenza e sulla cultura. Nel primo verso Guinizzelli afferma che gentilezza e amore sono un tutt’uno e che il saper amare finemente è indizio di gentilezza e viceversa.
Aristotele dice che tutto quello che ci circonda è fatto dai 4 elementi e cambiando combinazione si creano cose diverse. Il principio è che gli elementi hanno un peso diverso quindi la terra sta al centro e più esternamente il fuoco. Tutto vuole tornare al proprio luogo naturale, perché il mondo medievale cristiano è un cosmo ordinato, e ipotizzano che se una cosa materiale cade, è perché vuole tornare al suo elemento naturale: la terra. Secondo questo principio di Aristotele l’amore avrebbe sede nel cuore nobile che si innamora. Il saper amare cortesemente diventa il segno della nuova classe dirigente.
In questa canzone, però, l’amore assume un significato metaforico: saper amare vuol dire saper poetare d’amore e saper scrivere versi raffinati; amore e poesia si uniscono. L’opera è caratterizzata dalla mescolanza del tipico linguaggio cortese (l’amore gentile è un tema tipicamente cortese) con il linguaggio della cultura universitaria: il discorso è argomentale e si avvale di paragoni filosofici e scientifici. Viene analizzato il meccanismo dell’innamoramento su base filosofico/scientifica visto all’interno del cosmo che è legato ad una matrice politica e rivoluzionale/culturale in opposizione al regime aristocratico.
Nella 5a strofa si introduce la comparazione teologica: il concetto cortese dell’obbedienza dell’amante alla donna non è più paragonato a quello vassallo-signore, ma a quello angeli-Dio. Si introduce il culto mistico della donna che è un essere sovrannaturale, miracoloso e uguagliato a
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