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Questione omerica

La tradizione antica non aveva dubbi sulla realtà storica di un poeta chiamato Omero, autore dell’Iliade e dell’Odissea, oltre che di un complesso di altre opere tra cui i poemi del Ciclo e i cosiddetti Inni. Poiché l’autore di uno degli Inni si definisce “il cieco che abita in Chio”, nacque la leggenda della sua cecità, che rimase un dato incontestabile. Lo storico Erodoto riteneva di poter fissare l’epoca della sua attività intorno all’850 a.C. Esisteva anche una fioritura di brevi Vite.

I critici alessandrini

All’identificazione dell’autore furono impostate rigorose criteri storici e filologici dai critici alessandrini sin sull’attribuzione del Ciclo ad Omero, ma con l’affermarsi di un rigoroso “metodo filologico” vennero definitivamente considerate autentiche soltanto l’Iliade e l’Odissea, sulla base delle differenze stilistiche e narrative. Senone ed Ellanico, grammatici vissuti attorno al IV secolo, si erano spinti ad affermare che l’Odissea non apparteneva a Omero, quindi autore della sola Iliade. Tale opinione gli valse il titolo di “separatisti”. Aristarco confutò il pensiero di questi due grammatici. Autore anonimo del trattato sul “Sublime” credette di risolvere la difficoltà ascrivendo l’Iliade alla giovinezza del poeta, l’Odissea alla sua vecchiaia.

I primi dubbi sulla composizione

L’ipotesi che andava prendendo atto era che i due poemi fossero stati concepiti e tramandati a memoria, per via orale, ciò permetteva di spiegare anche la presenza di non poche contraddizioni all’interno dei poemi. A questa teoria si collega l’opinione che la “prima stesura” delle opere avvenne per opera del “Tiranno Ateniese Pisistrato” nel VI secolo a.C.

D’Aubignac e Vico

L’inesistenza della scrittura ai tempi d’Omero e le incongruenze presenti nell’Iliade furono messe a partito da Francois Hédelin, abate d’Aubignac, nelle sue “Congetture Accademiche e dissertazioni sull’Iliade” composte nel 1664, ma pubblicate nel 1715, per asserire che i cosiddetti poemi omerici sono una raccolta tardiva e inorganica di canti composti da vari poeti e indipendenti, e che l’Omero autore dell’Iliade è un personaggio inventato. Giambattista Vico nella sua seconda edizione dei “Principi di scienza nuova intorno alla comune natura delle nazioni” (1730), il cui terzo libro è intitolato “Discoverta del vero Omero”, arriva alla conclusione medesima dell’abate Aubignac, partendo da presupposti diversi, ovvero che le civiltà presenti all’interno dei due capolavori della poetica epica sono diverse, quindi non possono appartenere al medesimo periodo e d’altro canto al medesimo autore.

Questione omerica: la discussione scientifica

La questione fu inaugurata secondo i metodi della filologia da Friedrich August Wolf con i “Prolegomena ad Homerum” pubblicati nel 1795, basandosi sull’inesistenza della scrittura, della redazione pisistratea e delle incongruenze interne ai poemi. Giunse alla conclusione che i poemi omerici rappresentano il coagulo secondario di brevi canti concepiti e tramandati oralmente e pertanto aperti a ogni sorta di inserzioni e corruzioni successive. La filologia ottocentesca, particolarmente in Germania, sviluppò una dissoluzione dell’originaria unità dei poemi, ciò che valse a quest’indirizzo la denominazione di analitico. Wolf credeva lo stesso all’esistenza di Omero.

Gottfried Hermann e Karl Lachmann

Gottfried Hermann argomentò l’esistenza antichissima i due canti di Omero sull’ira di Achille e sul ritorno di Odisseo, ma la confutazione di una genesi unitaria dei poemi fu portata alle estreme conseguenze da Karl Lachmann. Egli postulò che i poemi fossero sorti dalla semplice aggregazione, operata da Pisistrato, di canti assolutamente separati all’origine giungendo a individuare nell’Iliade sedici o diciotto “Rapsodie”. Adolf Kirchhoff sostenne che l’opera giunta a noi non è che l’esito maldestro del lavoro di un tardo rielaboratore, che raccolse insieme alcuni poemi più brevi.

Scuola unitaria e teoria analitica

Queste due scuole sostenevano vivamente le due teorie opposte sull’esistenza di un unico autore con il nome di Omero. Nell’ambito della dottrina analitica si era dimostrato impossibile giungere a concordi risultati nell’individuazione dei singoli canti originari, ma soprattutto si erano venute a determinare due diverse tendenze di fondo.

Appunti sulla questione omerica

La questione se l’Iliade e l’Odissea abbiano avuto solo un autore o invece più autori è fondamentale per la piena comprensione dell’opera. Queste due opere si integrano nel patrimonio culturale; lo stesso Virgilio non è comprensibile se non comprendiamo il mondo classico e greco. La stessa Divina Commedia, con il viaggio, e non possiamo quindi neanche comprendere l’Ulisse di Dante.

L’Ulisse di Dante non ha nulla a che vedere con l’Ulisse di Omero; è un uomo colto, ma non vuole viaggiare, è obbligato dalla volontà divina del dio del mare Nettuno o Poseidone, mentre l’Ulisse di Dante fa della conoscenza il suo nettare, dal quale prende spunto per spingersi oltre i confini dell’uomo. Nei primi decenni del nostro secolo, il sommo filologo Ulrich von Wilamowitz impostò con rigorosa originalità la questione, formulandola su nuove basi che tenevano conto di entrambe le scuole. Ipotizzò che Omero sia vissuto intorno al VIII secolo a.C. e avrebbe introdotto i temi riguardanti l’Ira di Achille e un’altra serie di piccoli canti, questa poi sarebbe stata aumentata dai suoi successori.

Nella teoria di Wilamowitz si realizza dunque una geniale e documentata sintesi delle due opposte tendenze, l’unitaria e l’analitica, e dai suoi risultati dipende in larga parte la successiva evoluzione della questione omerica. Il Novecento ha in effetti segnato un energica ripresa della visione unitaria, tanto sul fondamento di nuove scoperte di carattere letterario e storico-archeologico, quanto come risultato di una più generale reazione al positivismo e allo storicismo della filologia ottocentesca. Questa corrente ama definirsi “neounitaria” e l’elemento principale che la contraddistingue è la rinuncia ad attribuire Iliade e Odissea a un unico momento genetico. L’esponente più alto di questa tendenza è Wolfgang Schadewaldt, sostenendo che ogni episodio ha significato e valore soltanto per se stesso, ma anche nel suo rapporto con l’intera vicenda.

Günther Jachmann ha riproposto la teoria dei canti separati che era stata del Lachmann, riaffermando l’opinione che nella forma attuale, dovuta a un tardo redattore, i poemi presentino il carattere di un raffazzonato centone. La ricerca del vero Omero costituisce un momento essenziale di consapevolezza storica, pur non trovando una soluzione al dilemma.

Iliade

L'opera venne composta probabilmente nella regione della Ionia Asiatica. Il tiranno ateniese Pisistrato, nel VI secolo a.C., decise di uniformare e dare forma scritta al poema che fino ad allora si era tramandato quasi esclusivamente in forma orale. Quest'ultima forma, però, continuerà a restare viva fino al III secolo d.C. in Egitto, con tutti i cambiamenti e le mutazioni inevitabili nella forma orale. Secondo Omero la guerra di Troia era durata 10 anni, ma nell'Iliade ne vengono narrati soltanto 51 giorni.

L’Iliade è il “poema di Ilio” ossia Troia, città che fa parte di un passato indefinito e comunque del tutto lontano e separato dal presente. Motivo della guerra era stato il ratto di Elena, la più bella delle donne, moglie di Menelao re di Sparta, da parte del principe Troiano Paride, figlio di Priamo. A vendicare l’offesa e riconquistare la donna era mossa contro Troia una spedizione confederata di tutti gli stati della Grecia, condotta dal re di Micene Agamennone, fratello di Menelao.

  • Menelao: Re di Sparta
  • Nestore: Re di Pilo (Telemaco)
  • Odisseo: Re di Itaca
  • Aiace: Re di Salamina
  • Diomede: Re degli Etoli
  • Achille: Capo dei Mirmidoni, semidio
  • Agamennone: Re di tutti gli stati Greci

Ma di tutta questa storia verranno presi in considerazione all’interno del poema solamente i fatti relativi al decimo anno, il periodo raccontato nel poema dura circa cinquanta giorni di cui peraltro una buona parte è riassunta nelle pause dell’azione. Il poema presuppone da parte del pubblico la completa conoscenza della saga e conferisce alla vicenda narrata il significato di evento centrale e fatale nel lungo decorso della guerra.

Il motivo conduttore dell’Iliade è direttamente esposto nel proemio: è l’ira di Achille contro Agamennone, reo di avergli sottratto la prigioniera Briseide, che gli è cara. Egli decide allora di astenersi dai combattimenti, e prega Zeus di non concedere la vittoria né ai Greci né ai Romani. Patroclo, l’amico di Achille, implora il capo di concedergli le sue vestigia, in modo tale da risollevare lo spirito affranto dei Greci, e di così cambiare le sorti della guerra. Achille accetta, ma spinto da una generosa fierezza si cimenta nel combattimento. Cade per mano di Ettore.

È dunque una ragione di toccante umanità a ricondurre Achille in battaglia, il dolore e il rimorso. Il destino di Ettore è segnato, Achille lo uccide e fa scempio del suo cadavere, concederà il corpo alle preghiere di Priamo. L’opposizione fra Achille ed Ettore si svolge lungo due linee convergenti, le quali deflagrano nel duello che segnerà la fine del troiano. Questo scontro mette di fronte due mondi, quello Greco e quello Troiano.

Il rientro di Achille segna lo spartiacque fra la prevalenza dei Troiani e poi quella dei Greci. Dalla battaglia collettiva si distinguono due duelli fra campioni scelti dalle rispettive parti:

  • Aiace e Ettore
  • Paride e Menelao

La tensione della battaglia è sapientemente allentata da episodi, che introducono un elemento di varietà, con vari episodi come i consigli di guerra sia umani che divini, o piccole scaramucce per opera di Ulisse e Diomede a discapito dell’alleato Troiano Reso. Nel testo, oltre alla descrizione della forgia delle armi di Achille, abbiamo un’altra opposizione fra il mondo umano e quello degli dei, che anch’essi sono divisi:

  • Per i Greci: Era, Atena, Poseidone, Ermes, Efesto (E_P_E_E_A)
  • Per i Troiani: Apollo, Artemide, Ares, Afrodite (A_A_A_A)

E anche gli stessi dei soffrono sentimenti molto umani, come dolore, invidia, amore, astuzia, tradimenti.

Appunti sull'Iliade

L'eroicità è riconosciuta come accento fondamentale del poema, e per Omero "eroico" è tutto ciò che va oltre la norma, nel bene e nel male e per qualunque aspetto. Queste grandezze non sono guardate con occhio stupito, perché il poeta è inserito nel mondo che descrive, e l'eroico è dunque sentito come normalità. L'intera guerra è descritta come un seguito di duelli individuali, raccontati spesso secondo fasi ricorrenti. L'opera non tratta, come si presumerebbe dal titolo, dell'intera guerra di Ilio (Troia), ma di un singolo episodio di questa guerra, l'ira di Achille, che si svolge in un periodo di soli 51 giorni. Aristotele lodò Omero nella Poetica, per aver saputo scegliere, nel ricco materiale mitico-storico della guerra di Troia, un episodio particolare, rendendolo centro vitale del poema, e affermò, inoltre, che la poesia non è storia, ma una fecondissima verità teoretica e di fatto.

L’Iliade è lo specchio di una realtà comunemente nota e direttamente sperimentata dai contemporanei del poema, sebbene quest’esperienza vi appaia filtrata attraverso la memoria del passato: e tale realtà è la guerra.

Odissea

L'opera, insieme all'Iliade, viene composta nella Ionia d'Asia intorno al IX secolo a.C., anche se alcuni autori pensano che sia nata intorno al 720 a.C. L'originale più antico dell'opera risale alla fine dell'VIII secolo a.C., ed è questo che il tiranno ateniese Pisistrato usa quando, nel VI secolo a.C., decide di uniformare e dare forma scritta a un poema che fino ad allora si era tramandato quasi esclusivamente per forma orale. Quest'ultima forma, però, continuerà fino al III secolo d.C. in Egitto, con tutti i cambiamenti e le mutazioni inevitabili nella forma orale. L'Odissea appartiene al ciclo dei cosiddetti "poemi del ritorno".

L’Odissea ossia il “poema di Odisseo”, è la storia di un uomo: essa viene raccontata non nella dimensione totale della biografia, bensì entro un complesso organico di eventi che hanno costituito il significato profondo della sua vita e della sua personalità, distinguendolo fra tutti gli altri uomini. A lui si dovette l’inganno del cavallo di legno, nel cui ventre gli eroi greci si introdussero nella città, provocandone infine la caduta. Ma a conferire il timbro di un’assoluta eccezionalità alla sua esperienza umana è il lungo e periglioso viaggio di ritorno che dopo dieci anni lo riconduce in patria. La vicenda dell’Odissea ha il suo nucleo in un singolo uomo, che vi assume perentoriamente il ruolo del protagonista.

Nell’Odissea il rapporto con l’esperienza reale è più complesso e mirato: la materia narrativa nasce dall’incrocio di due filoni che probabilmente appartengono al racconto popolare e che compaiono nel folclore di varie civiltà:

  • Il primo motivo è rappresentato da un viaggio in contrade remote e favolose, durante il quale l’eroe incontra innumerevoli pericoli, ma riesce sempre a scampare grazie alla propria abilità e ad un aiuto superiore, e nelle sue peripezie egli ha occasione di conoscere ignote genti e strane usanze.
  • Il secondo è il ritorno in patria del protagonista, dopo una lunga assenza che ha fatto credere alla sua morte, ma il suo reinserimento non avviene pacificamente, poiché deve riconquistare la sua casa e la sua donna contro uno o più rivali.

Nel poema omerico entrambi questi motivi appaiono fusi in un’unica, lunga storia. Inoltre, la figura del protagonista risulta a sua volta inserita nell’evento centrale della primitiva letteratura greca, ossia la saga troiana con un collegamento probabilmente secondario, che aveva la funzione di prestare dignità eroica a una tradizione estranea in origine all’ambito epico. Odisseo giunge nella sua isola Itaca, intraprende la lotta contro i pretendenti al suo regno e alla mano della moglie Penelope. Ma il motivo della riconquista è già stato anticipato nei primi quattro canti dell’Odissea, che descrivono le difficoltà in cui versa la famiglia dell’eroe.

  • Penelope è assediata da un gruppo di principi aspiranti che prendono il nome di Proci, che vogliono farle scegliere fra loro un nuovo marito.
  • Telemaco invece abbandona la patria per un viaggio che lo porterà a Pilo dove incontrerà due superstiti della guerra di Troia, Menelao e Nestore, che lo informeranno sul fatto che Odisseo è vivo e brama di tornare in patria.
  • Da sette anni Odisseo è relegato nell’isola della ninfa Calipso. Gli dei, tra i quali Atena, decidono che è arrivato il momento per lui di tornare a casa, non prima di aver subito la vendetta di Poseidone che fa naufragare la sua zattera sulle sponde dell’isola dei Feaci.

In questo momento si apre un blocco di 8 canti che vanno dal V al XII nei quali sono descritte tutte le vicende del nostro eroe e di come, nonostante tutte queste peripezie, sia potuto giungere nell’isola dei Feaci. Inoltre, questi otto canti sono divisi tramite una notevole tecnica innovativa letteraria in due simmetrici gruppi di quattro canti ciascuno. Lungo questi quattro canti (IX-XII) Odisseo ripercorre dunque le tappe del suo travagliato itinerario. Come già detto, l’innovazione sta però in un mutamento del punto di vista del narratore. Nella consueta maniera epica, infatti, la vicenda è riferita da un narratore esterno, che la espone in modo obiettivo. Qui ha luogo un racconto in prima persona in cui è lo stesso protagonista a parlare delle mirabolanti e terrificanti avventure che ha vissuto, proiettandovi l’esperienza diretta dei suoi personali sentimenti. Traspare in questo racconto quindi la tenacia, lo sconforto, la paura e le risorse dell’ingegno e soprattutto il mai sopito rimpianto della patria irraggiungibile.

Le imprese di Odisseo

Si possono suddividere in due gruppi:

Primo gruppo

  • La battaglia con i Ciconi
  • La prima tempesta
  • Approdo alla terra dei Lotofagi
  • Approdo alla caverna del Ciclope Polifemo
  • Arrivo all’isola di Eolo, (dono del vento favorevole e otre venti maligni)
  • Riapprodo all’isola di Eolo e scacciata
  • Giungono nel paese dei giganteschi Lestrigoni
  • Approda dalla maga Circe
  • Circe lo invia prima al paese dei morti, nella brumosa contrada dei Cimmeri e interroga indovino Tiresia
  • Elude il fascinoso canto delle sirene
  • Elude il gorgo fra Scilla e Cariddi
  • Approda all’isola di Trinacria (mandrie di Elios)
  • Nuova tempesta, viene spazzata via la flotta di Ulisse, e rimane solo
  • Approdo nell’isole di Calipso

Secondo gruppo

La seconda parte delle imprese di Odisseo parte poco dopo che una nave dei Feaci l’ha riportato a Itaca.

  • Travestimento in mercante
  • Si svela al guardiano di porci Eumeo
  • Si svela al figlio Telemaco che è appena giunto da Pilo
  • Penelope impone una gara
  • Ulisse vince la gara tendendo l’arco
  • Stermina i Proci
  • Si riappacifica e consulta con la moglie
  • Giunge in campagna
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/02 Lingua e letteratura greca

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Enrico91 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura greca e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Castelli Carla.
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