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Letteratura greca Corso avanzato Appunti scolastici Premium

Appunti di letteratura greca basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Zanetto dell’università degli Studi di Milano - Unimi, della Facoltà di Lettere e filosofia, Corso di laurea in lettere. Scarica il file in formato PDF! Il corso è quello dell'anno accademico 2015/16.

Esame di Letteratura greca docente Prof. G. Zanetto

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Appunti di Alberto Longhi, Matr. 861497

deliberatamente procreato un figlio, mandato a Delfi e poi messo in atto questa recita della

consultazione delfica per appropriarsi di questo figliolo: ella quindi s’immagina che quanto accade

sia una macchinazione concepita freddamente da Xuto già molti anni prima, e si sfoga in una

monodia in cui esprime il suo dolore ed il suo risentimento verso Apollo, che l’ha resa madre e poi

totalmente abbandonata; si pensa quindi di uccidere Ione versando nel vino una goccia del sangue

della Gorgone uccisa durante la Gigantomachia (è un chiaro richiamo alla rappresentazione del

frontone del tempio): Ione viene percepito come un nemico per la discendenza di Atene; poi, nel

terzo stasimo, si constata che i maschi sono assai peggiori delle donne nella condotta sessuale, un

tema ricorrente nella drammaturgia euripidea in particolare: ne è una dimostrazione il

prima e di Xuto poi; nel quarto episodio c’è il lungo racconto del

comportamento di Apollo servo

d’un messaggero.

che lascia spazio ad una lunga resi

21/10/2015 ricorda i versi incipitari dell’Inno

La presentazione che il dio dà di sé nei primi versi ad Hermes,

come se Euripide avviasse la tragedia nel segno di un testo quasi liturgico.

Al v. 5 si menziona «la terra di Delfi» permettendo una prima definizione dello spazio scenico che

viene individuato più avanti, dove ancora si farà riferimento ai «gradini di questo tempio»;

l’ὀμφαλός di cui si fa menzione al v. 5 è un oggetto ben noto ai Greci: si tratta di una pietra conica

che indicava il centro del Mondo secondo il «mito delle due aquile», le quali si sarebbero incrociate

proprio sopra Delfi, e questa pietra era collocata nell’ἄδυτον del tempio accanto alla statua d’oro di

pianta d’alloro ed un trono su cui sedeva la Pizia.

Apollo con una

Ai vv. 8-9 il passaggio subitaneo da Delfi ad Atene avviene con una formula di passaggio

stabilendo un collegamento diretto tra i due luoghi: l’epiteto lancia d’oro»

«dalla allude alla statua

di Atena sull’Acropoli e la punta d’oro era visibile da lontano se illuminata dal Sole (anche questo è

un elemento di paesaggio); la menzione di Atena è la prima di molte altre che preparano la presenza

della dea nel finale, e le «lunghe rupi» di cui si parlano alludono alla grotta sacra a Pan e questa

denominazione ricorre più volte nello Ione e non è testimoniata da altre fonti ma lascia pensare che

fosse una denominazione ricorrente ad Atene.

Erittonio ed Eretteo sono due figure mitiche connesse col mito attico: sono figure che anche per

l’assonanza sono spesso confuse dalle fonti, quasi fossero lo stesso personaggio, mentre in Euripide

c’è cura nel distinguerli e nell’articolarne il racconto, perché il secondo è diretto discendente del

primo, ed anche questa stessa distinzione, che acquista un significato d’elaborazione inconsapevole

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Appunti di Alberto Longhi, Matr. 861497

del mito si ritrova anche negli autori di cronache locali dell’Attica: simboleggia l’autoctonia degli

Ateniesi, un concetto fondamentale; Eretteo è difensore dello spazio sacro: il mito gli attribuisce il

merito di aver sconfitto Eumolpo e gli Eleusini, un significato assolutamente fondamentale

nell’identità ateniese, e sempre secondo il mito egli, proprio perché impegnato in questa difficile

guerra, avrebbe avuto il merito di sacrificare una o più delle sue figlie in obbedienza ad un oracolo

secondo il quale solo facendo così avrebbe potuto conseguire la vittoria per la città, e questo per il

sentimento greco è un merito. è quella dell’ambiguità e

La densità delle parole è voluta perché la storia dello Ione

dell’indecifrabilità di Apollo, e s’insiste sulla cesta: il bimbo è stato esposto nella cesta perché è un

elemento che fa parte del mito e ritorna nella scena finale del riconoscimento.

Si può pensare che Ione voglia appendere dei rami di alloro nel tempio, però poi questo non ha un

séguito nella scena successiva, mentre quello che Ione fa e dice di fare è di spazzare lo spazio

antistante al tempio con una scopa fatta d’alloro: quindi la sua intenzione sarebbe quella di tirare a

lucido i portali davanti al tempio con rami d’alloro; e poi c’è la proposta di alcuni studiosi di

leggere nell’accusativo di Ione una sorta di gioco di parole per richiamare il nome del protagonista

(tra l’altro, guardando le

o il participio del verbo «andare» Opere e giorni si trova un simile gioco di

parole ma con una preposizione).

Il caso in certi momenti è più sfuggevole di quanto si pensi: va spesso fuori il controllo, e questo è

un limite del potere delfico; gli dèi sono succubi del Fato, e pur con questi incidenti di percorso le

cose vanno sempre come voleva il dio. È però possibile anche una lettura diversa: si può pensare

che Euripide ad un livello più esterno umanizzi gli dèi per poi riconoscerne una grandezza di

secondo grado più autentica, come a dire che si può scherzare con gli dèi e la loro imperfezione ma

alla fine sono pur sempre gli dèi: questa è una lettura particolare che si può rintracciare in un libro

recente di Mary Lefkowitz.

L’uscita di scena di Hermes è una tipica movenza della Commedia Nuova: i personaggi giustificano

del personaggio è “menandrea”: Hermes esce dalla

la propria uscita di scena; anche la presentazione

parodo da cui era entrato, e si può immaginare che da qualche parte in prossimità della facciata

e che quindi l’autore uscisse dal passaggio

scenica vi fosse una sorta di pannello di legno

corrispondente e girasse dietro, però non è indispensabile perché le parole stesse che egli pronuncia

possono essere sufficienti per indicare l’uscita, mentre Ione entra dalla facciata scenica.

Ione non comincia a cantare subito quando entra in scena: il suo monologo ha un primo tempo in

ritmo anapestico recitato, a cui segue un vero e proprio canto in metro lirico; le due stanze sono

e poi c’è l’ultimo tempo ch’è un sistema anapestico cantato,

chiuse ciascuna da un ritornello, e a

quel punto arriva il coro di ancelle e comincia la vera e propria parodo. Il ritmo anapestico era

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Appunti di Alberto Longhi, Matr. 861497

suggerito dalla prassi teatrale secondo cui nella Tragedia era il ritmo iniziale della parodo: il coro

arriva in anapesti, proprio come una marcia; è normale che la Tragedia cominci col sorgere del

Sole, ch’è qui evocato nell’incipit, questo perché le rappresentazioni tragiche cominciano di buon

mattino all’alba.

16/11/2015

C’è una sezione iniziale di versi in anapesti: il tema è una presentazione del paesaggio delfico ed

effetti della luce, con l’invito del personale delfico ad avviare le operazioni della

illustra gli

giornata, una di quelle in cui l’oracolo è aperto e si attende l’arrivo dei fedeli.

C’è una sorta di polarità delle mansioni che si accompagna a momenti quasi comici quando l’attore

spazza il pavimento o scaccia gli uccelli: si tocca anche la sfera sacrale in una commistione di toni,

arrivando a creare quasi un inno.

La presenza di tre personaggi muti e svolazzanti per la scena in questa situazione è poco

di una situazione grottesca, e l’opinione più diffusa è che questi uccelli non

convincente: dà l’idea

fossero in alcun modo presentati e la loro presenza fosse solo una suggestione della parola, e Ione

avrebbe diretto l’arco in varie direzioni evocando la presenza di uccelli, uccelli che fisicamente non

sono presenti.

Nei versi iniziali della monodia viene evocato il paesaggio delfico, il tempio, e in particolare le fonti

sacre: attraverso le esortazioni che bisogna rivolgere ai ministri vengono evocate le operazioni che

competono al personaggio del santuario quando ai fedeli inizia la giornata di consultazione; si sa

che i riti purificatori, quindi il ruolo dell’acqua attinta alle fonti sacre, erano importanti sia per i

fedeli che per i ministri del tempio, in particolare per la Pizia, che beveva la mattina prima di

mettersi sul tripode: l’acqua veniva usata anche in un complesso rituale per stabilire se la giornata

ch’erano eseguite il settimo giorno di ogni mese (sette è il numero

fosse propizia alle consultazioni,

di Apollo -una simbologia numerica sfruttata da Eschilo nei Sette a Tebe-).

L’altare di Apollo a Delfi era un elemento importante dello spazio del santuario: oggi è stato

rimontato perché gli scavi hanno permesso di riportare alla luce i pezzi originari; fu dedicato dagli

abitanti di Chio all’inizio del V Sec. a. Ch. n., ed è ancora oggi costruito con materiali molto

preziosi con marmi bianchi e azzurri su uno zoccolo grigio: cromaticamente è quindi un qualcosa di

molto evidente, che doveva colpire il visitatore, e fa quindi parte a pieno titolo del paesaggio

delfico, e anche questo è un elemento che fa pensare alla presenza fisica dell’altare; è una nozione

continuamente ripetuta. 29

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 861497

Il motivo degli uccelli è dovuto al fatto che uno dei cómpiti di Ione è tenere lontani gli uccelli che

minacciano di sporcare il luogo sacro: allontanati a colpi di freccia, si rinforza la coloritura

realistica e quasi comica della scena, che ha una valenza quasi allusiva, un significato più profondo

perché gli uccelli nell’imprevedibilità dei loro comportamenti

col senso complessivo del dramma,

preannunciano le altre intrusioni che stanno per verificarsi.

23/11/2015 (INTEGRAZIONE)

La seconda antistrofe è intercalata ai versi del coro con le risposte di Ione: è quindi una sorta di

duetto lirico, una sorta di dialogo cantato; contiene una sorta di descrizione del paesaggio delfico

con l’evocazione mnemonica visiva.

con un’apostrofe molto forte:

Il coro si rivolge a Ione «A te che sei vicino al tempio mi rivolgo»;

probabilmente le battute non erano raccontate da tutti i coreuti ma distribuite tra gruppi di coreuti,

ma è piuttosto impossibile stabilire le scelte di regia con sicurezza, le quali possono dare spazio ad

ipotesi di ricostruzione: chi qui parla si rivolge a Ione anche con un movimento del corpo, e Ione

rimane in scena intento alle sue occupazioni, e sarebbe quindi vicino alla facciata del tempio; Ione è

autorizzato a dare disposizioni in qualità di custode: il v. 222 è racchiuso tra cruces perché è

sospetto testualmente, come anche il corrispondente v. 208 (sono entrambi sospetti perché non

presentano perfetta corrispondenza metrica).

Le parole finali della parodo stanno all’interno della didascalia scenica: di solito la battuta di

in recitativo, ma in questo caso è parte integrante dell’antistrofe, e si

accompagnamento avviene

può quindi immaginare che Creusa si sia profilata.

Il coro dello Ione, composto dalle ancelle di Creusa, ha nel corso del dramma un ruolo più attivo

rispetto agli altri cori: nelle tragedie euripidee usualmente, infatti, il coro ha una funzione

abbastanza marginale, ma c’è qualche eccezione come nel caso della prima parte della Medea (dove

le donne di Corinto sono complici della protagonista) e proprio nello Ione (dove le ancelle

intervengono in varie occasioni, ad esempio nel finale quando suggerisce a Creusa di rendersi

supplice davanti all’altare); nella parodo dello Ione le ancelle hanno un atteggiamento di giovanile

ed ingenua ammirazione, che corrisponde all’osservazione dei personaggi: sono ancelle che

vengono a Delfi per la prima volta, e sono giovani e quindi facilmente indotte all’ingenuità, ed un

corale simile per tonalità e contenuto si trova nell’Ifigenia in Aulide quando le donne di Calcide

spiegano le ragioni della loro presenza perché attirate dalla fama di questo spettacolo di grandi eroi

che sono raccolti in Aulide (come si può notare ai vv. 185-230: si può notare infatti che il tono è

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Appunti di Alberto Longhi, Matr. 861497

molto simile a quello dello Ione, come se fosse una contemplazione di totale adesione emotiva dello

spettacolo che si offre alle donne, con l’enumerazione degli eroi achei).

Il tempio delfico nello Ione è quello degli Alcmeonidi: costruito alla fine del VI Sec. a. Ch. n., è

rimasto in piedi fino alla metà del IV Sec. a. Ch. n. circa; la prima coppia strofica e la prima parte

della seconda contiene una vera e propria spiegazione: è difficile immaginare che le coreute si

in corrispondenza della facciata scenica, rivolte ad essa, mimando l’atteggiamento di

muovessero

chi guarda con totale attenzione e rapimento le strutture collocate nella facciata del tempio, e si è

discusso se questa descrizione avesse però anche una componente realistica, cioè se la facciata

scenica fosse dotata di quadri e rappresentazioni che in qualche modo evocassero il frontone del

tempio delfico ed altre strutture oppure no. I soggetti che sono oggetto e tema della descrizione

hanno a che fare con lo scontro di dèi ed eroi da un lato e con creature mostruose dall’altro: c’è

quindi una dimensione divina contrapposta ad una ancestrale; questo scontro ha contatto con la

vicenda di Apollo delfico: egli s’impadronisce dello spazio delfico dopo aver ucciso il serpente

Pitone, il quale evoca una dimensione ancestrale a cui il dio si contrappone.

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Appunti di Alberto Longhi, Matr. 861497

B

UNITÀ DIDATTICA

22/10/2105 nella fase finale dell’Età

I dialoghi platonici sono ambientati nel IV Sec. a. Ch. n., classica, e quindi

dopo il Teatro, ed hanno una peculiarità: dal punto di vista del tempo, sono sì delle opere di IV Sec.,

ambientate però nel V Sec. a. Ch. n.; le conversazioni di Socrate si svolgono in un tempo diverso

rispetto a quello in cui ha vissuto l’autore ed è per questo che il Dialogo è imparentato con la

l’autore

Tragedia e la Commedia, proprio non si possiede mai che parla in prima persona: c’è

quindi una natura drammatica insita in queste opere, ma proprio nella gestione del tempo il tutto si

prende sia dalla Tragedia che dalla Commedia.

La Tragedia è un genere che si svolge al passato remoto, perché gli eventi sono tendenzialmente

eventi di un passato remoto, cioè lontano, ma separato dal presente da uno iato epocale: infatti i

personaggi sono semidei e appartengono ad un mondo che è scomparso e si è estinto, mentre gli

eroi sono destinatari di culto ed appartengono ad un tempo distinto, con anche degli attributi fisici

che con l’Areopago

diversi (ci sono tuttavia delle accezioni, come nelle Eumenidi, entrano nel

c’erano le tragedie di natura

presente; poi prettamente storica, di cui oggi però si possiedono solo i

di carattere storico riguardano l’Oriente

Persiani: immancabilmente queste tragedie lontano

tant’è che nei

pauroso, Persiani si dice spesso che Dario e Serse sono quasi degli esseri semidivini,

c’è ancora l’elemento

e aa mancata distanza temporale è surrogata dalla distanza spaziale, e quindi

remoto); la Commedia mette in scena il presente ed i personaggi che esistono sono vivi: per

esempio c’è (l’unica commedia intera che oggi si possiede in cui egli

Socrate nella Commedia

compare sono le Nuvole di Aristofane); il dialogo platonico, invece, si svolge al passato prossimo

perché non è un tempo presente ma molto vicino al presente: si tratta di una realtà che faceva sentire

moltissimo il suo peso dal punto di vista dell’eredità che aveva lasciato nel IV Sec. a. Ch. n., in cui

incomincia un atteggiamento retrospettivo dopo la guerra del Peloponneso (quindi il ripiegamento

caratteristica importante, ch’è

sul passato è una presente anche in Platone, i cui dialoghi toccano

anche personaggi, eventi, atteggiamenti morali e politici importanti): si tratta quindi di testi

non si può ignorare quello ch’è successo

drammatici, che riportano il lettore nel V Sec. a. Ch. n., ma

dopo, perché, se ben si guarda, questi fatti bruciavano ancora nella carne, e quindi si può dire che il

dialogo platonico è a metà strada tra la Tragedia e la Commedia, ed il fatto di essere vicino al

presente dà vita ad espedienti comici, come dare nome e cognome ai personaggi (con la Tragedia

condivide l’utilizzo di una forma di ironia tragica, perché, siccome i lettori sapevano quello che era

successo dopo, giudicavano le parole dei personaggi sulla base delle conseguenze successive che

avevano già chiare in mente). 32

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 861497

Per quanto riguarda l’origine del Dialogo in quanto genere letterario, bisogna affrontare delle

questioni di carattere ermeneutico: oggi non si possiedono tutti i dialoghi di Platone, ma anche di

c’è una serie di dialoghi che nemmeno sono stati scritti da Platone,

più perché alcuni dei quali erano

considerati già spuri nell’Antichità, ed altri in età moderna; il periodo della grande Critica tedesca

ottocentesca ha stabilito ciò: oggi si ha quasi un ripensamento, perché i dialoghi non vengono

considerati spuri ma non decisivi, ma d’altro canto, se si pensa alla vita cenobitica dell’Academia

platonica, non è detto che il confine delle opere platoniche sia così netto; il caso di Platone è reso

ancora più complesso dal fatto che l’autore il sigillo, perché c’è

non parla mai in prima persona: c’è

la firma, ma bisogna distinguere il ruolo di Platone e di Socrate nei dialoghi; e i dialoghi non sono

totalmente platonici perché sono frutto di dialoghi storici: si tratta di un genere letterario di cui

esistono antecedenti, anche se in maniera limitata, come ad esempio il discorso dei Meli e degli

Ateniesi in Tucidide (ma ci sono profondissime differenze), oppure in un frammento piuttosto lungo

delle Epidemie di Ione di Chio (uno dei primi grandi poligrafi, cioè uno di quei personaggi che ha

scritto tragedie, scritti d’àmbito filosofico, che quando è andato ad Atene ha conosciuto Sofocle ed

c’è una narrazione personale di incontri con personaggi famosi,

Eschilo), in cui con un simposio

durante l’arrivo di Sofocle a Chio, dove corteggia un ragazzetto, poi discute sulla Poesia e, infine,

anticipa un po’ i dialoghi di Platone),

critica un letterato considerato pedante (l’urbanitas oppure

ancora nel Vecchio Oligarca, la cui opera, secondo Canfora, è nata in forma dialogica riguardo alla

democrazia ateniese.

Quindi la novità della questione dei dialoghi platonici la si capisce anche in termini numerici: ogni

anno dopo la morte di Socrate sono state prodotte decine di dialoghi socratici, proprio perché è stato

un evento traumatico, dopo il quale scatta un bisogno di scrivere di Socrate e di difendere anche

di Senofonte sono anche più esplicite da questo punto di vista, e c’è

quello che aveva fatto: le opere

anche una rielaborazione esplicita delle idee socratiche; quindi il problema era ancora molto vivo, e

c’è stato un vero e proprio boom editoriale dopo la morte di Socrate (un termine di paragone può

essere quello dell’Italia del secondo dopoguerra, quando tutta la memoria mistica -a volte anche

Pavese e Calvino è frutto di un’esigenza

mediocre- di Fenoglio, di raccontare).

L’aspetto religioso non è secondario in questo caso, perché l’accusa a Socrate era di empietà e

bisognava capire la religiosità di un personaggio, e la sua eccentricità era stata fraintesa perché è

stato considerato ateo in maniera sbagliata: Senofonte continua a ripetere in maniera ripetitiva che

e ne viene fuori una figura anche un po’ pesante,

era un personaggio di buona religiosità mentre

Platone espone questo punto in particolare nei dialoghi che vengono definiti «della giovinezza»;

l’elemento religioso è importante anche perché già in Aristofane, nella prima scena delle Nuvole

appare come empio: l’idea di studiare quello ch’è un astro, il Sole, ma che per i Greci era una

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Appunti di Alberto Longhi, Matr. 861497

luce, tant’è che quest’immagine

divinità lo mette in una cattiva viene usata da Senofonte per

smentirla e per trasformarla in esempio positivo da Platone.

Generalmente per sapere cosa pensa Platone si prende una frase di Socrate insieme ad altri

personaggi principali e si estrae il pensiero di Platone, ma non funziona perché molte volte si

contraddice: allora si suole distinguere i dialoghi «della giovinezza» e quelli «della vecchiaia»;

questo atteggiamento classico è entrato in crisi perché i sistemi per datare le opere di Platone hanno

fallito, perché ci sono molte datazioni diverse (si sa, inoltre, che Platone nel corso della sua vita ha

rielaborato i suoi dialoghi, come anche testimoniano le fonti antiche).

Ci sono studi stilometrici: si pensa che lo scrivente abbia un’idea inconscia che gli faccia cambiare

le modalità di scrittura; si cerca di fare una gradazione delle particelle dalla presunta prima opera

all’ultima e si datano le altre opere, molte è mimetica,

volte in maniera non precisa, ma l’opera per

cui si vuole imitare lo stile dei vari personaggi e quindi non è lo stile vero e proprio platonico, e

inoltre diverse fonti dicono che Platone continuò a rielaborare i suoi dialoghi fino alla morte, e di

conseguenza il discorso cade perché non si capisce come si possano fare delle distinzioni di

carattere cronologico.

26/10/2015

Il dialogo platonico è un genere quasi a sé, nato in stretta connessione con la figura di Socrate

stesso, dopo la condanna e l’esecuzione: presumibilmente vennero pubblicate moltissime opere che

hanno riportato in vita la figura socratica; è un genere che non si è mai visto prima: è un genere che

che riprende molti stilemi d’azione tipici del Teatro ateniese di

si può definire come post-teatrale,

poco antecedente.

Quel che si legge sono o voci di personaggi dialoganti tra di loro o narrazioni di qualcuno che non

s’identifica con l’autore: nella finzione letteraria platonica Socrate racconta dei suoi dialoghi con

qualche altra persona; magari talvolta si ha a che fare con racconti di secondo grado come nel caso

del Simposio (la voce di Diotima è narrata). Si tratta di modalità di maggiore o minore complessità,

e per quanto riguarda il dialogo vero e proprio i personaggi possono essere molti: si può osservare

come regola e tendenza molto chiara che laddove ci sono molti personaggi allora il dialogo è gestito

da una voce narrante.

In qualche modo il dialogo socratico nella versione platonica è una sorta di fusione del genere

comico e del genere tragico: in sostanza si può parlare della Tragedia come il passato remoto, della

Commedia come il presente, ed il Dialogo come il passato prossimo; quindi il Dialogo tratterebbe di

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Appunti di Alberto Longhi, Matr. 861497

un passato ancora vicino, che faceva parte di una città che veniva fuori da un’esperienza terrificante

come la guerra peloponnesiaca.

Il Corpus Platonicum è più ricco di quello che Platone probabilmente ha scritto di suo pugno: ci

sono delle opere considerate spurie già dall’Antichità; il concetto di autorialità è molto diverso da

quello moderno: l’idea moderna di un’opera non si adatta molto al contesto antico in cui le opere

venivano prodotte. Connesso con questo è il problema di quale sia la funzione del dialogo

platonico: si è ipotizzato che queste opere avessero funzione d’agire sui lettori ed indurli alla

Filosofia, una funzione che si può definire protrettica; alcuni lettori, una volta conosciuto un dialogo

platonico, sono entrati nell’Academia, in un luogo che non era in centro ad Atene ma un po’ fuori e

molto vicino al demo di Colono, un luogo vicino alla Via Sacra ma comunque extraurbano (quindi

la vita platonica si pone fuori dal contesto civico propriamente detto). si pensa che l’Apologia

Si presume che le opere giovanili siano più vicine al pensiero socratico: sia

la prima opera, ma non c’è motivo di pensarlo; una ragione importante e davvero decisiva per

contestare la datazione è il fatto che alcune fonti dicono che Platone continuò a lavorare e

(anche l’ordine delle parole può essere estremamente importante per capire

risistemare le sue opere

la genesi dell’opera stessa).

Sarebbe interessante capire come le tetralogie platoniche siano state gestite in termini pratici,

tenendo conto che un rotolo di papiro poteva contenere un dialogo breve, mentre la divisione in

il testo che si possiede oggi di Platone è “vecchio” che s’usa

codici era in due codici; dal momento

ancora oggi l’edizione curata da Burnet.

Un testo come l’Apologia di Socrate difficilmente si può definire dialogo: la prima questione

riguarda il rapporto tra tradizione platonica e quel che Socrate avrebbe realmente detto, una

questione che riguarda sostanzialmente uno dei punti cruciali della cosiddetta «questione socratica»,

una questione gigantesca che sostanzialmente attraversa una fase di reflusso (mentre fino a qualche

anno fa prevaleva il tentativo positivistico, adesso si cerca di valutare la tradizione socratica nel suo

insieme tenendo conto che le fonti si riconducono alla complessità della figura stessa: c’è quindi

l’una o l’altra).

una tendenza a misurare le fonti senza privilegiare

Platone era presente al processo di Socrate; si può subito prendere in mano il testo e leggere i due

passi dove si menziona Platone (34a, 1 e 38b, 6-9): nel primo si è in presenza di una serie di

personaggi chiamati in causa per testimoniare che Socrate non era un corruttore della gioventù; nel

secondo, invece, Socrate chiede una multa che pone fine alla questione giudiziaria e Platone viene

(nell’Economico senofonteo si dice che l’intera proprietà di Socrate

nominato come garante per lui

era valutata in cinque mine -un sesto rispetto alla cifra necessaria-). Questi passi dimostrano che

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Appunti di Alberto Longhi, Matr. 861497

Platone era presente durante il processo, e la cosa interessante è che questi contengono le rarissime

l’altro caso di citazione di sé è quello all’inizio del

menzioni di Platone stesso nei suoi dialoghi:

Fedone, quando il protagonista racconta ad Echecrate che al capezzale di Socrate egli era assente

perché malato.

La presenza di Platone non è segnalata dalla misura in cui egli è un testimone di quanto sta dicendo,

e l’idea di trascrivere con precisione le parole per i Greci non era una cosa molto ovvia, come

quando Tucidide mette in bocca ai personaggi delle parole che si confanno alla loro natura ma senza

riportare gli ipsissima verba (allo stesso modo le orazioni giudiziarie venivano rimaneggiate a

posteriori e non corrispondevano a quello che l’oratore aveva detto di fronte ai giudici secondo

l’ideologia dell’improvvisazione). Tra l’altro, quella di Platone non è l’unica Apologia di Socrate,

perché si possiede anche quella di Senofonte, il quale però riferisce delle notizie che gli vengono

date da altri: si tratta comunque di cose diverse da quelle che dava Platone, ed anche le motivazioni

principali per cui Socrate affrontava la morte rispetto a quanto dice Platone; il Socrate senofonteo

dice che il fatto di morire non lo spaventa perché gli risparmia gli acciacchi della vecchiaia, un tema

che però nella Letteratura greca ha un grande sviluppo a partire da Mimnermo. Si parla anche di

un’apologia socratica scritta da Lisia: Cicerone e Diogene Laerzio riferiscono di un discorso di

difesa di Socrate composto da Lisia, ma Socrate poi avrebbe deciso che non intendeva difendersi

in cui l’oratore gli suggeriva,

nel modo e si parla con insistenza anche di questa apologia.

L’abitudine di scrivere delle apologie rimane: ce n’è anche una scritta dal grande retore Libanio nel

contro Socrate

IV Sec. p. Ch. n., il che testimonia molto bene come il discorso d’accusa sia stato

composto da Policrate, e grazie a Libanio si sa come fosse stata fatta questa accusa contro Socrate,

composta pochi anni dopo. Il discorso di Policrate è molto importante perché spiega molto bene

come mai ci fosse la necessità di produrre scritti apologetici, un tipo di memorialistica contrapposta:

da quel che si legge in Libanio si capisce che si porta alla luce un’accusa che non era parte

integrante dell’accusa formale con cui Socrate era stato portato in tribunale, ma metteva in luce

quella ch’era una motivazione effettiva di una ragione di carattere latamente politico; da questa

μισόδημος ed un avversario del regime democratico, tant’è

fonte si sa che Socrate era considerato l’aver avuto

che alcuni dei suoi allievi erano stati legati al potere oligarchico come il tiranno Crizia;

relazioni con personaggi oligarchici permette di comprendere l’insistenza alla disobbedienza

l’Apologia

durante il regime oligarchico: sarebbe quindi una ricostruzione letteraria, che non

riproduce pari passo le parole di Socrate durante il processo, perché lo stile con cui sono state scritte

è estremamente elaborato ed è difficile immaginare che un accusato avesse avuto modo di parlare

tra l’altro, dice che Socrate aveva

così aulicamente nei confronti di un tribunale (Senofonte,

ricevuto dal demone un segnale che lo scoraggiava a prepararsi in vista del processo).

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Appunti di Alberto Longhi, Matr. 861497

Introducendo i fatti, Senofonte dice che riguardo al discorso di Socrate «hanno scritto anche altri, e

tutti sono riusciti a cogliere la magniloquenza del discorso di Socrate»: questa uscita senofontea fa

pensare che il discorso di Socrate circolasse in parecchie circolazioni, non col fine di riprodurre le

parole esatte, ma quelle di ricostruire una figura difficile da comprendere nella sua totalità in quanto

essere vivente pensante.

Il presunto discorso di Anito, accusatore di Socrate, conteneva un’allusione alla ricostruzione delle

Grandi Mura, ma è un anacronismo: quello degli anacronismi è molto interessante perché questi si

ritrovano anche in Platone, e per fare un paragone si può citare il Menesseno, dove Socrate parla di

riferimenti successivi alla sua morte, cosa che non può avvenire nel campo delle possibilità, e si

deve quindi ritenere che questi dialoghi non pretendano di essere delle fedeli riproduzioni, cosa che

i moderni invece tendono a fare.

Quale sia lo scopo dell’Apologia di Socrate è una questione complessa, e ci sono almeno tre filoni

del filone apologetico, un’opera scritta per difendere

riconoscibili al suo interno: il primo è quello

l’immagine socratica hic et nunc; il secondo filone, invece, è un elemento che si può definire

ovvero dell’offerta di una figura esemplare durante un processo; infine il

ritrattistico-idealistico,

terzo filone è quello di movere il lettore verso la vita filosofia. Molto meno chiaro è il ruolo

dell’Apologia rispetto al resto dell’opera platonica: si pensa che fosse normale che non si leggessero

l’Apologia

tutti i dialoghi platonici; è quindi difficile pensare che sia un elemento introduttivo alle

opere di Platone: è però un’interpretazione piuttosto rischiosa, e certamente quello che Socrate

descrive come missione indicata dall’oracolo di Delfi corrisponde a quello che Socrate fa nel corso

la missione socratica è quella di esporre e portare alla luce l’inconsistenza

dei dialoghi platonici;

della pretesa di sapere da parte dei concittadini: tutti provano piacere a vedere un falso sapiente che

viene smascherato.

Ultima questione che si può individuare nell’Apologia è quella di creare un ritratto ideale: questo

discorso con ogni probabilità vuole creare una presentazione plausibile di quello che Socrate

avrebbe voluto dire, ma se si tiene presente la Poetica aristotelica ci si rende conto che la Prosa per i

Greci non coglie l’universale e l’intento cronachistico; si può dire che se la figura di Socrate ha

avuto un impatto straordinario sulla Letteratura, qualcosa di simile si può dire anche per la

è un campo enorme, e l’idea che una singola persona si ponga alla base di un intero

Ritrattistica:

genere letterario non è minimamente comparabile, per di più senza aver mai scritto niente, e pur non

essendo scritto si dà origine ad un nuovo genere letterario. Per quanto riguarda la Statuaria, invece,

si può dire che indubbiamente il riprodurre attraverso la dedica di una statua le fattezze socratiche

ha costituito un momento di rottura nell’Arte greca: non era un personaggio dalla bellezza esteriore

corrispondente alla sua bellezza interiore, e anche qui si vede come il ritratto di Socrate fosse

37

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 861497

“falsificato”, e chi decise di rappresentarlo lo ha fatto per intenti fotografico-riproduttivi (vi furono

nell’Academia in una sorta di

due ritratti commissionati: uno fu quello fatto collocare da Platone

culto eroico per il maestro; l’altro ritratto fu fatto eseguire da Lisippo, quando gli Ateniesi erano

pentiti di aver mandato a morte un illustre cittadino); le copie romane rendono possibile farsi

un’idea di come fosse fatto l’originale, con tutti i limiti che questo lavoro comportano: i Romani

erano generalmente interessati solo al busto, mentre gli Ateniesi erano invece interessati

all’interezza del corpo, ma se non altro le fattezze del volto si possono ricostruire; probabilmente la

statua era legata al pentimento dei cittadini, e il ritratto commissionato da Platone era marcatamente

ferino ed accentuava l’aspetto un tratto irrinunciabile di tutta l’Iconografia

sileno di Socrate, era molto più “civilizzata” perché doveva

socratica, anche se la statua di Lisippo probabilmente

dare l’immagine del tipica del buon cittadino.

28/10/2015

Platone viene menzionato nell’Apologia, ma non è detto che l’opera sia un resoconto fedele di

quanto accaduto nel tribunale: d’altronde, il riportare gli ipsissima verba non è un concetto che

appartiene alla civiltà greca, e tutto sommato non vi sono ragioni particolari per ritenere una cosa

del genere.

Oggi si possiedono due testi che s’intitolano Apologia di Socrate: sono molto diverse anche per

l’impostazione generale; tutti sono riusciti a cogliere il carattere elevato che Socrate tenne in

tribunale: lo scopo di questi discorsi non era quello di riportare le parole esatte di Socrate, ma di

difenderlo dalle accuse mossegli contro.

Per quanto riguarda la datazione, può darsi che l’Apologia sia stata scritta poco dopo il processo, ma

può anche non essere così: il dialogo sembra rispondere (1) alle accuse che circolavano già prima

del processo di Socrate, quelle che sono propagate anche da Aristofane, (2) alle accuse che

sembrano riferirsi proprio al processo di Socrate, e (3) alle accuse mosse dopo il processo da

evidentemente politico dell’accusa a Socrate; egli quindi era

Policrate, il quale svelò il carattere

visto come un appartenente ai circoli oligarchici e fu indicato quindi come un cattivo maestro dei

personaggi che rovinarono Atene: si può quindi capire come l’Apologia platonica risponda anche a

questo capo d’accusa, perché effettivamente c’è un punto in cui si racconta l’estraneità totale di

Socrate nei confronti dei tiranni.

Le opere socratiche mostravano diversi aspetti della figura: in effetti, un po’ si è abbandonato il

tentativo di arrivare al personaggio storico, ma si è preferito vedere la tradizione socratica nel suo

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Appunti di Alberto Longhi, Matr. 861497

insieme, nella cui varietà c’è una complessità della figura che presenta delle facce diverse che

l’impatto della

hanno poi influenzato vari campi artistico-letterari; figura socratica non fu

importante solo per l’àmbito letterario, ma anche nella ritrattistica: dalle copie romane, infatti, si

viene a sapere che esistevano due ritratti di Socrate, uno di una committenza privata probabilmente

nell’Academia

voluto da Platone e collocato (questa statua voleva sottolineare la rottura con

l’immagine del rifacendosi alla figura del sileno) e l’altro fu eretto con

«bello e buono»

committenza pubblica ad opera di Lisippo. scena in cui si svolge l’orazione difensiva

Bisogna cercare anche di contestualizzare fisicamente la

di Socrate: si tratta del tribunale popolare di Atene, l’Eliea, una delle istituzioni cardine del sistema

democratico ateniese; non si sa esattamente quando quest’istituzione fu creata, e l’aspetto

archeologico non è del tutto chiaro, perché i dettagli archeologici sono abbastanza complessi: è pure

oggetto di questione il nome del luogo, perché non è affatto chiara la derivazione del nome stesso e

l’interpretazione da dare.

Secondo una testimonianza di Diogene Laerzio, Socrate avrebbe ricevuto da Lisia la proposta di

ricevere un’orazione difensiva, ma egli avrebbe preferito di non farlo: anche Senofonte dice che

Socrate non era molto preparato e che si è presentato molto impreparato.

l’accusa vera e propria, e nel secondo discorso si discute poi della pena, e

Il primo discorso riguarda

Socrate deve fare una sorta di controproposta: è chiamato non più a discolparsi, ma di proporre una

controproposta di pena che sia accettata; il terzo discorso avviene quando è avvenuta la seconda

votazione: chi veniva condannato aveva ottime probabilità di cavarsela con una pena minore, ma la

proposta di Socrate fu quella di definirsi ancora innocente e di essere mantenuto a spese pubbliche,

e poi per l’insistenza si arriva ad una proposta di trenta mine messe dagli amici di Socrate, ma il

tono sprezzante di Socrate è responsabile del fatto che la seconda votazione va peggio.

Il terzo discorso è quello più importante: si tratta di un discorso relativo all’anima, e questa parte è

molto strana per lo svolgimento del processo; il terzo discorso di Socrate è considerato dubbio per

come funzionava il processo ateniese.

Ultimo punto importante è che l’accusa veniva portata da privati cittadini, e non c’era quello che

oggi si definirebbe «pubblico ministero»: era quindi un affare tra privati giudicato da dei delegati

l’idea di fondo era che risulta più difficile

del popolo; il grande numero di giudici non era casuale: c’era

corrompere un alto numero di persone che un basso numero di persone, e una struttura che in

qualche modo era agonale, perché c’era l’idea di colpo e contraccolpo.

Il primo discorso di Socrate è strutturato in maniera classica: in effetti, la struttura è quella tipica

molto breve; poi c’è la discussione a tema

delle orazioni giudiziarie, cioè si parte con un proemio

39

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 861497

dell’argomento del capo d’accusa c’è poi la parte più ampia:

(πϱόϑεσις); è il tentativo di

confutazione dell’accusa (λύσις), e le voci su di lui giravano da prima della guerra; si può quindi

dividere il primo discorso in una parte diegetica, in cui Socrate racconta le vicende che secondo lui

hanno portato al formarsi dell’accusa, e in una parte dell’interrogazione, in cui di fatto Socrate si

non c’erano soltanto i

contrappone agli accusatori facendo vedere come le accuse siano infondate;

giudici, ma c’erano anche gli spettatori: ci si deve quindi immaginare una situazione estremamente

sovraccarica e spettacolare, un qualcosa di paragonabile nell’agone, dove c’erano sia la giuria che

decideva chi far vincere o meno sia il pubblico che poteva influenzare lo svolgimento dei fatti

attraverso manifestazioni emotive.

Fin dall’inizio del discorso di Socrate si può notare una cosa molto interessante: ci si rivolge agli

Ateniese e non ai giudici; in qualche modo si ridefinisce la figura del giudice: quello in senso stretto

è colui che pronuncia una sentenza giusta, e questo è quello che avviene spesso nei processi

ateniesi, e i dubbi di Socrate nei confronti dei giudici si riflette fin dall’inizio; il testo di Platone è

denso: andando a scavare quest’opera stratificata, ci si rende conto che anche i dettagli

molto

“minori” sono in realtà significanti.

[L’uso dei tempi greci non ha un corrispettivo italiano: essendo una lingua priva della consecutio

temporum, è evidente è che in molti casi quando si traduce bisogna ricavare una traduzione che

abbia un senso in Italiano.]

Si può notare subito che c’è una certa tendenza alla paratassi: non si è di fronte ad una costruzione

complicata, ed evidentemente la scelta stilistica prende una direzione che deve costruire un

linguaggio vicino a quello colloquiale.

Socrate sostiene in alcuni passi platonici di essere stato allievo di un sofista, il quale era esperto nel

favorire un uso del linguaggio in cui fossero eliminate le ambiguità in modo che le parole non

avessero dei significati ambigui: c’è un passo del Protagora, infatti, dove Socrate ricorda una

lezione che gli era stata impartita dicendo che il suo maestro lo aveva rimproverato per aver

δεινός

utilizzato il termine in riferimento ad un qualcosa di positivo, un termine che in Platone

viene utilizzato per indicare l’abilità sofistica e che in qualche caso effettivamente ci si trova di

fronte al valore duplice di questa parola; un passo che dimostra bene questo elemento è nel

Simposio, quando ad un certo punto Agatone parla con un linguaggio estremamente raffinato e

pieno di elementi retorici che solleticano l’orecchio.

Con la prima parte del passo 18a si è di fronte ad un ridisegnare il significato dei termini «giudice»

e «retore»: dal secondo non ci si aspetta la verità, mentre dal primo non ci si aspetta che venga

impressionato dal modo in cui parla; e questo appellarsi al parlare con termini che non sono frutto

di uno studium è probabilmente uno stilema per gli imputati.

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Appunti di Alberto Longhi, Matr. 861497

29/10/2015

Ci si accorge abbastanza facilmente come il passo 18a rappresenti la fine dell’exordium

dell’orazione socratica: è una parte tutto sommato abbastanza ben distinguibile; questo processo fu

ben combattuto: il punto più interessante di quest’inizio è lo stile, che indubbiamente ha influssi del

e poi c’è una sorta di “metadiscorso”

parlato che si rifletto sia a livello lessicale che sintattico,

perché questo proemio si conclude con una definizione di cosa debba essere un giudice e cosa il

retore, e il fatto che il vero retore sia colui che deve dire la verità ed il fatto che il vero giudice sia

soltanto che sappia dimostrare la giustizia sono due temi portanti nella Filosofia platonica (in

particolare nel Gorgia e nel Fedro). Questo tema del vero giudice e del vero retore è ricorrente nei

discorsi attribuiti a Socrate da Platone.

Altro aspetto da cui soffermarsi è capire fino a che punto quest’inizio, per il fatto che Socrate dice

di non avere familiarità con l’esprimersi del tribunale, questi argomenti siano convenzionali o

un elemento lessicale interessante è proprio l’esordio, e si può notare che il

piuttosto paradossali:

modo in cui Socrate si rivolge agli ascoltatori ha a che vedere con la definizione ideale del retore, e

Socrate evidentemente non considera come ascoltatori solo i giudici e quindi suggerisce che in

fondo i giudici che ha di fronte non sono dei veri giudici.

L’idea di estraneità agli ambienti del tribunale è una cosa interessante perché una delle

caratteristiche con cui Socrate è frequentemente rappresentato da Platone è quello di un personaggio

in qualche modo fuori luogo, qualcuno che non è veramente a suo agio nel posto in cui si trova,

perché effettivamente la sua figura è bizzarra e sembra non far parte del corpo cittadino così come

essere; l’estraneità al mondo dei tribunali fa venire in mente un passo del

dovrebbe Teeteto che di

solito viene definito come confronto fra vita retorica e vita contemplativa: si delinea il filosofo che

non sa dove trovarsi, che non frequenta i luoghi pubblici e si trova quindi spaesato perché non si

sente a suo agio. Nei dialoghi platonici Socrate oscilla tra questo personaggio spaesato incapace di

venire a contatto col quotidiano ed un personaggio che invece ci sa fare con gli ambienti cittadini,

dove inizialmente Socrate incontra l’amico e seguendo il corso di un fiume

come nel Fedro, egli

finge di non sapere dove si trova spingendo il suo interlocutore a fargli da guida, anche se alla fine

si scopre che quest’atteggiamento forse non va preso alla lettera perché potrebbe essere uno dei

tanti elementi dell’ironia socratica, ed entro questa cornice problematica si deve inscrivere anche la

questione sul fino a che punto questo proemio sia convenzionale ed innovativo (sarebbe inutile

un altro): Burnet sosteneva che l’esordio può essere paragonato punto

rispondere in un modo o in

per punto nelle orazioni giudiziarie giunte fino ad oggi, e fra questi punti vi sono la negazione di

essere bravi a parlare (si può vedere in Lisia), il fatto di chiedere scusa per il tipo di discorso che si

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Appunti di Alberto Longhi, Matr. 861497

(c’è un confronto con Isocrate),

farà la pretesa di non essere adeguato con il linguaggio del tribunale

(il parallelo è preciso con Lisia ed Isocrate), la deprecazione delle interruzioni e del tumulto da

parte del pubblico (si ricava questo da Eschine), il fatto di dire che cercando di parlare uno stile

un confronto con Isocrate); quello di Socrate quindi non

forbito non si adatta ad una certa età (c’è

sarebbe altro che un elenco di elementi tipici.

Ci si trova di fronte ad una specie di finzione ironica: il messaggio che sarebbe convogliato qui

ma in realtà non è vero; un’altra possibilità è

sarebbe quello di Socrate che finge di non sapere

quella dell’elemento di parodia: nell’attribuire a Socrate una padronanza dei luoghi comuni è una

sorta di parodia nei confronti degli schemi retorici.

Ci sono perlomeno due luoghi comuni ossessivi della Letteratura greca giudiziaria che nel discorso

di Socrate non sono presenti: si potrebbe ricorrere al silenzio assordante, e da questo punto di vista è

interessante è che qui non compaiano (1) il sottolineare le buone capacità di giustizia dei giudici che

hanno di fronte e (2) l’implorare pietà; da un lato quindi ci sarebbe una lode, e dall’altro lato

si

invece un tentativo di farsi piangere addosso: i processi avevano scene che venivano profondamente

deprecate da Platone, e allora in un certo senso si può dire che può esserci un elemento parodico ma

allo stesso tempo anche un intento riformatore. La mancanza di questi elementi potrebbe quindi

aver alimentato la fama di Socrate come qualcuno che non si piega: da questo punto di vista, in

effetti, ci si trova davanti ad un impasto di concetti.

Questo comportamento, per cui Socrate non guarda in faccia e non si piega davanti a nessuno,

sembra derivare dalla profezia delfica: egli, infatti, si muove in maniera un po’ soldatesca, tant’è

che si può notare che egli descrive la sua posizione di prescelto dal dio con termini militari in

quanto oplita di Apollo che non deve cedere per nessuna ragione, e questo costituisce un nesso col

tema dell’oracolo di Delfi.

L’Anito che viene nominato da Socrate è uno delle tre figure che avevano sporto denuncia contro di

lui, ed è il personaggio che aveva fatto più di tutti per ragioni politiche: è una figura controversa di

cui si sanno ben poche cose, ma era un personaggio importante; è addirittura uno dei personaggi del

Anito interviene nelle discussione sulla virtù e siccome Socrate sta minando l’idea

Menone, in cui

tradizionale della virtù Anito interviene in maniera molto rude e fondamentalmente dice frasi

piuttosto minacciose ed offensive, ammonendo poi Socrate a prestare attenzione a quello che dice

perché le cose potrebbero mettersi male per lui e qualcosa potrebbe andare storto (ovviamente

cosa che d’altronde non è rara in Socrate, una tecnica piuttosto

questa è una profezia ex eventu,

frequente ricava dall’ironia tragica). Questo Anito era figlio di un ricco commerciante, e aveva

messo insieme una grande industria di conciatura di pelli: di lui parlano i commediografi

i quali c’è quello di stratego che

chiamandolo «calzolaio»; ha avuto dei ruoli politici importanti, fra

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Appunti di Alberto Longhi, Matr. 861497

voleva recuperare l’isola di Pilo, dove gli Ateniesi avevano imprigionato gli Spartiati con una certa

fortuna, ma poi Pilo viene riconquistata dagli Spartani e Anito aveva cercato di recuperarla ma la

spedizione era andata male perché le sue navi furono investite da una tempesta in un luogo

pericolosissimo (che tra l’altro è il luogo dove Odisseo aveva perso la strada di casa): era poi

seguìto un processo e pare secondo le fonti che egli sia riuscito con molta abilità a corrompere la

giuria, tant’è che venne poi coniato un termine che indicava quest’azione. Era un personaggio

ambiguo, e quest’ambiguità si vede anche in quello che accadde dopo perché sostanzialmente ha

avuto un ruolo nel governo dei Trenta ma poi è riuscito a sganciarsi in tempo ed è ritornato alla

conquista democratica ateniese in modo da essere reintegrato nella Politica ateniese: è quindi un

personaggio con luci ed ombre.

Il fatto che Socrate avesse un «demone» che gli parlasse è una cosa che poteva destare sospetto tra

gli scettici: c’è quindi, nell’esigenza apologetica, continuamente l’idea di difendere Socrate da

quest’accusa di pratiche religiose “illegali” che avrebbero danneggiato la città; è un punto

in Platone da un lato c’è un nuovo

importante perché porta a tenere presente una questione generale:

modo di concepire la morale, con l’idea che la conoscenza debba essere sufficiente per raggiungere

la virtù, e dall’altro lato c’è continuamente ribadito il concetto che Socrate faceva tutto quello che

deve fare un buon cittadino (e infatti il discorso che viene messo in bocca ad Alcibiade nel Simposio

insiste molto sul fatto che Socrate non era disgiunto dalla pratica cittadina).

Quello che Platone dice nel passo 18c è quello che poi obietterà anche alla Poesia, ovvero il fatto

che diffonde opinioni incontrollate presso chi non è in grado di rispondere: non è che Platone voglia

cacciare i poeti, ma semplicemente vuole compiere delle scelte sociologiche; non è ben chiaro fino

fossero inventori o “megafoni” delle “leggende” che si accumulavano

a che punto i commediografi Bisogna pensare quindi che un messaggio implicito dell’operazione

su personaggi come Socrate.

socratica sia che la realtà che appare al pubblico è frutto di una serie di vicende più complesse che

stanno prima.

Il passo 19a è anticipatorio rispetto alla conclusione dell’Apologia stessa, che si conclude con le

famose parole dell’incertezza del destino: questo tema dell’incertezza è qui in qualche maniera

Retorica tornerà poi l’idea che se si è colpevoli è meglio essere

messo lì; nei dialoghi platonici sulla

condannati, tanto che nel Gorgia si arriverà ad ipotizzare un uso della Retorica in base al quale chi

ha commesso un male, pur di sanarlo, dovrebbe utilizzare quell’arte per accusarsi da sé contro i suoi

accusatori, un concetto che già nell’Apologia viene espresso tra le righe: c’è anche la

Questa sezione dell’orazione socratica si chiude su

consapevolezza che la questione non è semplice.

un elemento religioso: non è ben chiaro se sia una cosa ingiusta oppure no, e questo fa ripensare al

fatto che secondo Senofonte il «demone» di Socrate lo aveva scoraggiato dal preparare una vera e

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Appunti di Alberto Longhi, Matr. 861497

propria autodifesa al processo; Socrate sembra dire di non essere convinto che difendersi sia una

cosa necessariamente migliore del non difendersi: fa tutta una serie di mosse che lo spingeranno poi

ad essere condannato, ma lo farà per il rispetto della legge, ch’è uno dei grandi temi di quella

(l’opera si conclude con la prosopopea

vicenda che comprende anche il Critone delle leggi, per cui

di fronte alla proposta di Critone di fuggire alla fine Socrate risponde con un’immagine icastica di

cui non ci si può esimere).

Uno dei punti chiavi dell’accusa a Socrate è quello di non aver rispettato il modo tradizionale

posto che la scolarizzazione era minima, un modo per imparare l’educazione era la

dell’educazione: συνουσία,

frequentazione dei buoni cittadini, e per indicare ciò si utilizzava il termine che deriva da

educativo s’inscrive anche tutto il sistema

un verbo che indica anche il rapporto erotico (nel sistema

della pederastia).

2/11/2015

Il discorso al passo 19a ha una valenza molto importante: vale la pena ribadire che secondo Socrate

giurata come se si trattasse degli accusatori»,

bisogna leggere «l’accusa e da qui succede che in

termini in qualche maniera giuridici si affronta non l’accusa vera e propria rivoltagli, ma quella

degli «antichi accusatori», cioè i commediografi in primis; si tratta di una riformulazione di Socrate,

il quale commenta in particolar modo: quando viene chiamato in causa Aristofane, perché non si sa

ed Aristofane è l’unico caso citabile perché tutti

chi siano questi antichi accusatori di preciso

sapevano delle Nuvole, dove «un certo Socrate veniva portato in giro e che diceva di camminare per

aria […] e dicendo anche molte altre sciocchezze, riguardo alle quali non intendo né tanto né poco»;

il verbo che viene utilizzato per richiamare alla memoria la commedia di Aristofane è il verbo

si fa quindi riferimento all’aspetto visivo

«vedere»: della Commedia, e oggi non è possibile

ricostruire a cosa esattamente alluda Socrate perché Aristofane ha rielaborato la sua commedia dopo

il fallimento della prima rappresentazione.

la maggior parte dei presenti: c’è un conflitto tra l’immagine che si

Socrate chiama come testimoni

sono fatti di Socrate e quella di lui diffusa da un potente medium come la Commedia; egli vuole

dimostrare che si tratta di una calunnia, ma l’immagine comica è difficile da scalzare via.

Attaccando i sofisti, poi, dice che ciascuno di loro «è capace di educare andando in ciascuna delle

a peggiorare l’interpretazione del testo greco c’è una frase incidentale

città»: molto accidentata,

c’è la ripresa del discorso con un

senza una soluzione perfetta da questo punto di vista;

dimostrativo, ch’è una pratica tipica del linguaggio parlato.

44

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 861497

Prima di addentrarsi sulla concezione dell’oracolo di Delfi bisogna fare una premessa sul testo

platonico: oggi si possono leggere molte fonti in proposito, ed una prima cosa che si può dire è che

quanto viene detto nell’Apologia trova dei riscontri anche negli altri dialoghi, soprattutto quelli

un punto da tener presente, degno d’attenzione, è quello per cui l’oracolo non è

della giovinezza;

nessun’altra opera di Platone ma in quelle di Senofonte: sembra abbastanza strano che

accennato in

quello ch’è l’evento chiave della vita di Socrate non sia presente in nessun dialogo platonico se non

nell’Apologia, dove la storia viene raccontata dal suo stesso protagonista come se fosse una sorta di

suspense, un fatto accaduto davvero ma non di dominio pubblico come altri; terzo punto da tenere

in considerazione è cosa effettivamente si può ricavare da quello che il dio ha detto: la

presentazione che il dio suggerisce evolve nel corso di quello che Socrate racconta, un

C’è quindi da un lato

suggerimento abbastanza limitato che poi occupa una dimensione rilevante.

l’unicità dell’oracolo delfico nella difesa socratica, dall’altro lato c’è poi l’elemento d’evoluzione di

quest’oracolo.

4/2/2015

Una cosa su cui insistere è che l’introduzione di questa storia dell’oracolo non soltanto è un po’

improvvisa e non ce la si aspetta (si ha l’impressione che l’assunto dell’oratore sia che il suo

episodio non conosca questa vicenda: il modo stesso in cui la vicenda viene raccontata lascia

immaginare una novità da parte degli ascoltatori e dei lettori), ma anche coincide col fattore esterno

per cui questa storia non viene mai menzionata altrove al di fuori dei dialoghi platonici: si trova sì

nell’Apologia, ma per il resto questa è l’unica occasione in cui se ne parla, cosa alquanto strana se si

considera che l’autoconsiderazione di Socrate sia diversa nei dialoghi giovanili; un secondo punto

da sottolineare è che c’è una certa cautela: nel momento in cui questa viene abbordata si usa una

formula da non agitarsi, e questo fatto è collegato al fatto che Socrate racconta qualcosa di

potenzialmente offensivo, perché in effetti si viene a dire che il testimone in sua difesa è il dio, con

uno scenario che evocherebbe la Tragedia, e naturalmente non si è nella tradizione di un deus ex

ma i toni lascerebbero pensare questo, tant’è che Socrate ha cura di dire che non vuole

machina,

spararla troppo grossa.

Cherefonte viene presentato come un personaggio familiare al culto: il modo in cui Socrate lo

ricorda al pubblico è un modo sottilmente allusivo di ricordare al pubblico che ha di fronte che da

un certo punto di vista Cherefonte ha fatto sì qualcosa di strano andando ad interrogare l’oracolo di

Delfi riguardo a Socrate, e proprio per questo si può presumere che Socrate sottolinei con molta

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Appunti di Alberto Longhi, Matr. 861497

enfasi che egli è stato uno dei primi democratici ad andare in esilio durante il governo dei trenta e

che sia stato anche uno dei primi a tornare dall’esilio. Non si può quindi che immaginare che

Socrate non era tra quelli: la posizione di Socrate è delicata da questo punto di vista, e per questo

egli insisterà molto nel suo atto di disobbedienza civile durante il governo dei trenta e mantiene una

sorta di equilibrio precario e difficile tra atti di disobbedienza civile compiuti contro il governo dei

(ricorderà di essere stato un’eccezione rifiutandosi di

tiranni e atti compiuti contro la democrazia

assecondare l’azione legale promossa contro i generali dopo l’oracolo

la battaglia delle Arginuse);

appartiene ad un gioco di equilibri, e Socrate deve rassicurare i suoi ascoltatori che egli era stato un

sincero democratico: non si sa come Cherefonte sia morto, ed è interessante che se ne rappresenti

un lato caratteriale (Apologia di Socrate, 21e); la sua figura è importante perché Cherefonte è quello

nominato con più insistenza, in particolare dai commediografi: nelle Nuvole viene più volte

nominato ampiamente in un modo che lascia quasi pensare che egli sia la “spalla” di Socrate

all’interno del Pensatoio, e c’è poi una serie di passi che parlano di lui in termini non proprio

lusinghieri come il fatto che sembrasse un pipistrello, caratteristiche tipicamente da aspettarsi nella

descrizione degli intellettuali e che fanno pensare che egli avesse un aspetto malsano.

dopo l’intervento

Comincia poi ad essere raccontata «la missione confutatoria di Socrate»:

dell’oracolo di Delfi, Socrate comincia a fare quella ch’è la sua caratteristica più nota; il racconto è

articolato in tre sezioni, che corrispondono ai tre accusatori che hanno articolato il processo contro

si parla sì dei vecchi accusatori, ma c’è un nesso con gli accusatori

di lui: presenti; prima Socrate si

limita a registrare il fatto, poi vuole smentire l’oracolo e sbugiardarlo, poi presenterà la cosa in

Socrate vuole spiegare dov’è nata la fama cattiva che lo circonda: si

maniera ancora diversa. un atto d’invidia,

tratterebbe in sostanza di ed è una cosa molto importante perché si è ancora in una

civiltà della vergogna ed essere sbugiardati davanti ad un pubblico di presenti può essere grave dal

punto di vista della vittima.

Senofonte insisteva sull’aspetto moraleggiante di saggezza: l’animo non è portato al servilismo, e di

solito si ritiene che lo spostarsi da una posizione cognitiva ad una pratica non è assolutamente il

modo in cui Senofonte presenta Socrate; la posizione più intellettuale di Socrate in Senofonte non

c’è, ch’è sufficiente

e le virtù si riducono alla sapienza, per esercitare le virtù. Platone, invece,

presenta l’intellettualismo radicale, anche se poi si preoccupa di far vedere come questo non sia in

contrasto con le virtù tradizionali: Socrate non è schiavo dei piaceri, e possiede anche lui le virtù

cardinali più pure.

L’errabondare forse Socrate allude all’archetipo

di Socrate ricorda molto quello di Odisseo (I, v. 2):

c’è ancora una sfumatura

odissiaco perché subito dopo dice di aver patito «certe fatiche»; diversa,

perché non smentisce più l’oracolo ma lo vuole confermare: dopo aver esaminato i politici, ed è

46

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 861497

abbastanza curioso che si usi un termine di natura giuridica, e la missione di Socrate è quella

paradossale di dimostrare di essere più ignorante degli altri, andando in particolare dai poeti

specificando quali essi siano (soprattutto i poeti tragici erano considerati i più pretenziosi tra tutti e

si discute molto se la Tragedia avesse una certa Weltanschauung: stando a Platone si direbbe di sì);

seguono poi i ditirambi, un genere dal quale la Tragedia si sarebbe in qualche modo generata: si ha

quindi l’impressione che quelli ch’erano particolarmente fastidiosi per Socrate fossero i tragici,

nell’Età classica (la Lirica

perché non vengono menzionati i lirici, un genere non formalizzato

arcaica è più una concezione ellenistica); Socrate, prendendo in mano i progetti poetici,

«interrogava loro su cosa potessero dire anche per contemporaneamente imparare qualcosa da

l’atteggiamento socratico sarebbe

loro»: anche quello dello scolaro.

Rispetto ai dialoghi che si possiedono, la categoria dei politici è presente nei dialoghi socratici,

anche se non si tratta di nomi di primissimo piano, ma per quanto riguarda i poeti non si vede mai

Socrate parlare con essi.

Generalmente nella Grecia classica non si riscontra una distinzione tra il concetto di Arte e quello di

la Poesia costituisce l’eccezione che conferma la regola, perché, se anche i grandi pittori

artigianato:

non avendo uno status avevano una fama, i poeti invece sono ispirati dalle Muse; a questo si collega

il fenomeno del culto dei poeti, e i culti eroici vengono praticati verso i personaggi del mito: gli

uomini di epoche storiche non sono “divinizzati”, ma i poeti furono già i primi ad essere considerati

come degli eroi come per esempio Archiloco a Paro. Questo fatto, che di per sé è un attributo

positivo, viene rigirato da Platone in termini negativi: egli dice che sono in preda all’entusiasmo

divino ma non sanno spiegare le cose che dicono, anche se va detto che Platone sente il lato passivo

che altri autori descrivono come il contatto con le Muse.

5/11/2015 sono tornati ad Atene dopo l’esilio

Socrate sottolinea che Cherefonte era tra quei democratici che

con Trasibulo (c’è una valenza politica); ma Socrate non era tra quelli: la sua è una posizione

delicata ed è per questo che egli insisterà particolarmente sulla disobbedienza civile durante il

governo dei Trenta (quando era stato arrestato Leone di Salamina), quando si era anche rifiutato di

assecondare l’azione legale, ma di fatto illegale, fatta dopo la battaglia delle Arginuse verso i

comandanti. Non si sa come Cherefonte sia morto: spesso gli studiosi affermano che morì

combattendo per la democrazia, ma è anche possibile che in realtà sia morto di morte naturale, e

è probante a favore di una fine “eroica”.

nessun elemento Viene poi presentato anche un lato

47

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 861497

caratteriale di Cherefonte al passo 21a: viene presentato come molto impulsivo; è una figura

importante perché è quello menzionato con più insistenza, anche dalle fonti ostili a Socrate, nelle

di Socrate; s’insiste sull’aspetto

Nuvole nominato ampiamente come una sorta di spalla fisico,

magro, emaciato, che assomiglia ad un pipistrello (spesso gli intellettuali vengono descritti così, ma

s’insiste parecchio, cosa che fa pensare essere vero -Socrate non è presentato così: nelle descrizioni

ha un’aria l’atteggiamento

taurina-); impulsivo sembra essere quasi come una scusante per ciò che

ha fatto anni prima. l’attività filosofica di Socrate come una missione delfica: dalle fonti si tiene

Si arriva a concepire

conto di questo mutamento di prospettiva che porta le parole molto semplici dell’oracolo ad un

un’operazione onesta perché i segni degli dèi vanno

significato differente, sempre interpretati come

segno demonico di Socrate, il che va integrato; alla fine Socrate presenta il suo interrogare come

una missione affidatagli dal vivo.

Si potrebbe discutere su quando questo evento si è verificato: c’è da ritenere che Socrate fosse già

filosoficamente attivo all’epoca, e il racconto è costruito in maniera tale da far scaturire l’indagine

socratica come coincidente con l’oracolo, ma si tratta solo di una valenza simbolica perché

probabilmente le cose non sono andate propriamente così.

Per quanto riguarda i politici, quelli di primo piano non figurano in quelli interrogati da Socrate

anche se sicuramente ci sono state cariche di spicco: è meglio ripetere che queste tre categorie

corrispondono ai tre accusatori presenti (Apologia di Socrate, 22e), che stanno lì a rappresentare un

gruppo degli antichi accusatori.

L’insistenza sul pubblico è un elemento importante: la vergogna sociale è la molla che ha fatto

nascere l’invidia e l’accusa da parte dei suoi interlocutori; ἐξελέγχω

il verbo serve a dare una

per l’uso della preposizione, che vuole indicare la consapevolezza:

connotazione forte «in verità è il

dio ch’è sapiente […] e la sapienza umana è degna di poca cosa e di nulla e sempre che indichi

questo Socrate ma che si sia voluta servita del mio nome facendo di me un esempio come se

dicesse: “Questo, o uomini, è il più sapiente, lui che come Socrate sa di non essere degno di nulla in

l’intento dell’oracolo sarebbe quindi quello di indicare

verità per quanto riguarda la sapienza”»;

qualcuno come sapiente per suggerire che la sapienza umana non vale niente, e Socrate diventa un

esempio paradossale per alludere alla potenza umana: uno studio relativo alle tradizioni degli

oracoli delfici permette di mettere in prospettiva questo paradosso, cioè una serie di oracoli resi

dalla Pizia in relazione a singole personalità è improntata all’idea che la persona più felice è quella

che mai ci si aspetterebbe ed uno di questi esempi è quello di Lisone (presente già in Ipponatte), ed

della retorica oracolare consisteva nell’indicare la sapienza nelle persone più

evidentemente parte 48

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 861497

inimmaginabili, e Socrate così dicendo insiste su un filone ch’era già noto e conosciuto, cioè quello

degli oracoli paradossali che indicavano la felicità in figure che non erano propriamente note, e

nella visione intellettualistica di Socrate la sapienza è condizione necessaria e sufficiente per la

(un punto importante dell’eudemonismo greco).

felicità σχολή:

Una parola importante per il linguaggio filosofico è è il suggerimento della maggiore

disponibilità di tempo; nel Teeteto la vita del filosofo e quella del retore sono contrapposte dal fatto

che quella del retore è scandita dalla clessidra, mentre la vita del filosofo è resa più libera dal fatto

che egli ha tempo per potersi dedicare ai suoi interessi; Socrate ha partecipato a qualche attività

politica probabilmente, ma solo per lo stretto necessario. Socrate per confermare la sua posizione

davanti ai suoi ascoltatori dirà di chiamare a testimone un personaggio che deve dimostrare che egli

sta dando di sé un’immagine verifica: si tratta della povertà, la migliore testimonianza del fatto che

egli non si è mai preoccupato della propria città dedicando il proprio tempo libero all’auscultazione

dei suoi concittadini.

Subito dopo Socrate sottolinea (23c) il fatto che i giovani in particolare lo seguono: questi si

dedicano ad un’imitatio μίμησις

Socratis; il concetto di verrà ripreso anche più avanti, e tutti i

giovani che lo seguono ancor più si comporteranno come il maestro quando lui non ci sarà: è uno

perché d’altra parte in questo contesto la forma ed il

degli elementi delicati della questione,

contenuto dell’accusa sono coincidenti con un luogo comune.

L’accusa d’empietà fa riferimento al culto pubblico, e quindi anche ad un elevamento civico che ha

a che fare con i culti della città: Socrate fa notare che questa è un’accusa che sarebbe adatta a

personaggi come Anassagora, e non è difficile rendersi conto che le cose di cui Meleto lo accusa

sono quelle che ha detto Anassagora e che tutti possono rendersi conto comprando il libro che

Non credere negli dèi porta all’introdurre delle nuove divinità, e a buon

Anassagora aveva diffuso.

gioco Socrate fa dire a Meleto di credere in un demone, e si arriva ad una contraddizione; Meleto

sarebbe molto vicino alla figura di Ione, perché si dimostra incapace di tenere testa alle domande

che Socrate gli pone, e quindi non è così difficile confutare Meleto: dimostrare che le sue accuse

sono state mal ponderate non è una cosa particolarmente difficile, e quindi tutto sommato non è

necessario andare oltre, e se le cose andranno a processo non è certo per Meleto ma piuttosto perché

è attirato un’inimicizia che non è facile

nel corso del tempo Socrate per la sua missione apollinea si

da estirpare nel corso del processo.

Il discorso prende una piega diversa poi (Apologia di Socrate, 28b): il protagonista si fa una

domanda da solo, e in questo caso il ragionamento interiore si fa esteriore, con una possibile

lui sta dicendo; l’elemento di vergogna sarebbe l’aver passato il proprio tempo

obiezione a quanto 49

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 861497

per finire di rischiare la vita: è come a dire che la vergogna consiste nell’aver adottato un

comportamento autolesivo, e in questo caso Socrate fa appello ad un elemento molto tradizionale,

dicendo cioè che l’obiezione porterebbe a ritenere vergognoso il comportamento di Achille e poi

parafrasando il 18esimo libro iliadico.

Nella sezione finale del discorso si ripete quanto già detto: Socrate non ha fatto altro che occuparsi

dei suoi concittadini trascurando le proprie esigenze, tant’è che «io porto a testimone del fatto che

una formulazione quasi simile a quella dell’oracolo delfico; la povertà

dico la verità la povertà»,

può essere un testimone perché la causa del suo occuparsi degli altri viene prima del proprio

interesse personale: la povertà era facilmente personificabile.

Come se non bastasse quanto detto finora, subito dopo Socrate aggiunge un altro dettaglio: il suo

comportamento è congruente col famoso segno divino, «una voce», che ha una funzione

aprotrettica, che lo distoglie dal fare cose che non sono adatte a lui.

9/11/2015 senz’aver detto alcune cose in proposito: è un testo difficile da

Non si può trattare il Fedone

e naturalmente considerando che evidentemente l’Eutifrone e l’Apologia

comprendere, di Socrate

forma una trilogia col Critone è opportuno dire qualcosa; questo dialogo, diversamente da altri, è

assolutamente solitario: si svolge nel carcere di Socrate in attesa della sentenza capitale, e il tema

è continuato all’inizio del testo.

apollineo qui

Il testo inizia con la visita di Critone ad un’ora mattiniera, mentre Socrate sta ancora dormendo: il

giorno prima del processo di Socrate era stata allestita la nave che annualmente si recava a Delo per

prendere parte alle feste apollinee e ricordare la partenza di Teseo; era periodo in cui, durante il

viaggio della nave, le pene capitali venivano sospese, ed è importante sottolineare che gli aspetti

legati alla profezia e alla mantica si lasciano inserire nel quadro apollineo ch’è evidente, ed il punto

“vede” nella

è che Socrate, per quanto rimproveri Critone di non averlo svegliato appena arrivato,

interezza un sogno, che consiste nell’apparizione di una creatura sovrannaturale

sua che gli parla

con un verso omerico; tutti questi dettagli possono sembrare a fuori posto, ma Platone è un autore in

cui i dettagli contano moltissimo e non sono inseriti casualmente, e si può notare come questo verso

iliadico (che nel contesto indica la volontà di Achille di abbandonare l’impresa argiva) venga qui

messo in bocca a colui che si prodiga del cómpito di riferire a Socrate di non abbandonare il proprio

posto e di continuare la propria missione. 50

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 861497

dal punto di vista narrativo, tant’è che già il proemio permette di fare

Il Fedone è molto complesso

una serie di riflessioni: i due personaggi si dànno subito dei nomi, e non è irrealistico che quando

s’incontrano dicano subito i propri nomi;

due persone i dialoghi platonici hanno un uso molto

frequente all’inizio di esibire i nomi: sono destinati ad una lettura ad alta voce, e quindi se non

è l’identità

vengono detti i nomi non si capisce di chi sia la battuta; la prima impressione che si ha

dei personaggi in gioco: di Echecrate si sa essere un nativo di Fliunte (una piccola città

nell’entroterra peloponnesiaco, all’altezza di Sicione); pare che Fedone avesse sviluppato l’idea che

la Filosofia potesse liberare l’uomo da qualsiasi impedimento fisico, e siccome il dialogo parla

appunto di questo chiaramente la scelta di Fedone in quanto narratore è un fatto di cui tenere conto

per il fatto che si può dire ch’è una scelta molto adatta o che la presenza di Fedone media

l’intonazione che viene data al racconto. L’insistenza sta nel fatto che la narrazione è autoptica, e

Fedone vuole sottolineare la sua presenza all’esecuzione di Socrate.

[Si deve tenere ben presente che Fliunte è una cittadina posta tra le montagne in una posizione

isolata: questo fa capire perché non siano giunte notizie da Atene; ma molto più interessante è che

Fliunte aveva sviluppato la fama di aver mantenuto la coerenza coi propri princìpi: era la sede dei

filosofi pitagorici rifugiatisi (si dice che Pitagora stesso avesse origini fliasie e a Fliunte è

ambientato un aneddoto secondo cui in città Pitagora fosse stato interrogato da un potente locale e

avrebbe dato origine alla nozione della Filosofia: scegliere come sede del Fedone dunque la cornice

narrativa è una scelta molto forte sulla quale bisogna ponderare ricordando che c’è perlomeno un

punto che collega Socrate con Pitagora, cioè il fatto di aver affidato il proprio magistero alla parola

orale e non alla scrittura).]

La prima e più ovvia considerazione è che si è davanti ad un clima apollineo che dominava

nell’Apologia, un clima che pu essere esteso anche al Critone: tutto il testo quindi si svolge nel

segno di Apollo; però la cosa che ancora di più si deve segnalare è una questione numerica: poiché

si sa quando questa processione aveva inizio, e poiché si sa da Senofonte che tra il processo e

l’esecuzione intercorsero trenta giorni, si può stabilire quando è morto Socrate: sarebbe il settimo

giorno del mese di Targelione, che corrisponderebbe ai natali di Apollo.

L’uso dei participi aoristi è un parallelismo: dà una sorta di valore etico a questo dialogo, che

c’è una serie di atteggiamenti persino corporei anche del

diversamente da altri ha una sua rilevanza;

modo in cui Socrate è morto: c’è quindi una particolare attenzione al gesto.

Viene ad un certo punto presentato un elenco dei pensatori ateniesi presenti al momento

dell’esecuzione di Socrate: alcuni erano sicuramente ben noti; c’è chi ritornerà nei dialoghi

platonici: il più importante è Eschine, il personaggio di cui forse si sa qualcosa di più rispetto a tutti

gli altri; è interessante notare l’assenza di Platone: si può collegare il tutto con il modo in cui il

51

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 861497

racconto viene presentato, perché Platone quindi sta scrivendo degli eventi che gli sono stati riferiti

Finita l’elencazione, Fedone sottolinea l’incertezza nel ricordare

e che non ha visto dal vivo. se ci

fossero altri personaggi oltre a quelli che lui ha elencato: bisogna ricordarsi anche che già prima

aveva usato un’affermazione indefinita. Il fatto che vengano nominate quattordici persone è un

chiaro riferimento a Teseo: Socrate ha condotto i suoi protetti contro la morte e li ha salvati tutti

quanti sulla via della Filosofia.

11/11/2015 bisbetica per eccellenza, si basano molto sull’episodio che

Le notizie relative a Santippe, la moglie

viene tratteggiato nel Fedone platonico; si può anche qualificare meglio la mancanza di pietà

l’ultima volta»: è uno stilema tragico per cui il personaggio dà l’addio alla vita

insieme al «per come succede nell’Aiace o nell’Eracle,

terrena per affrettarsi verso il destino estremo, e quel che

rende davvero lo stilema tragico è la derisione aristofanea di Diceopoli, e allora, poste queste

premesse, si sta a designare un tipo di pronunciamento di carattere tragico per quanto Platone non

gradisse quanto la Tragedia comporta, come si può osservare quando Socrate ordina a Critone di

a mo’ di censura.

portare via la moglie che qui c’è un

Il dialogo che viene raccontato viene immaginato come una giornata intera: è ovvio

simbolismo abbastanza elementare, con il tramonto in quanto metafora della fine della vita di

Socrate, e vale la pena di notare come di fronte all’atteggiamento tragico Socrate sembri non fare

conto di quello che lo aspetta, e in effetti i suoi gesti sono abbastanza quotidiani ed il suo

comportamento è alquanto ordinario e si contrappone agli atteggiamenti estremi.

La scelta di Esopo non è legata ad un’immagine fiabesca, ma ha anche delle ragioni più importanti:

si tratta di un personaggio che ricorda Socrate, perché come lui e ancor prima di lui è un

personaggio di bruttezza esteriore ma di saggezza interiore.

Prima di morire Socrate fornisce una nuova interpretazione del suo sogno: «composi in onore del

dio, al quale apparteneva il seguente rito sacrificale; dopo il dio, ritenendo che il poeta debba, se ha

dev’essere poeta, comporre miti e non λόγοι e io non ero esperto, per questi motivi quei miti che

nei quali m’imbattei per primi»;

avevo per le mani e che conoscevo, fra questi composi quelli

sembra tutto molto casuale: la facies di questi fatti è ancora una volta improntata in questa

coincidenza continua.

Si può notare come vi sia un effetto già visto, perché questa storia di Socrate che vuole mettere alla

prova è una cosa che s’incontra anche più o meno con le stesse parole nell’Apologia di Socrate: lì si

52

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 861497

trattava di capire cosa significasse l’oracolo, mentre qui la domanda riguarda cosa volesse dire

questo sogno e Socrate cambia idea; poiché resta da capire bene il ruolo di Socrate, si tratta di una

questione su cui bisogna molto riflettere: qui si sta parlando di cosa significa essere poeti, e quale

sia il requisito necessario per esserlo.

18/11/2015

Vale la pena insistere su alcuni particolari del Fedone: bisogna concentrarsi sui temi che riguardano

direttamente l’oracolo di Delfi; tutto ciò serve per comprendere anche Plutarco: un punto su cui

insistere è il fatto che Apologia di Socrate e Fedone si possono configurare in un rapporto di

complementarità, perché in qualche maniera i due dialoghi mettono in scena due diverse ma

analoghe conversioni (quella alla vita filosofica nel primo e quella della «Musica popolare» nel

secondo); guardando il testo greco, Socrate dice che una conditio sine qua non per fare Poesia è la

presenza di miti, cioè favole: la doppia conversione è voluta anche perché ci sono dei richiami

lessicali con cui s’introducono queste due, ma l’essere «creatore di miti» è paradossale per Socrate

se si pensa a quanto egli dice. Tutto questo discorso si presta ad essere letto in chiave

autoreferenziale: è chiaro che Socrate sa comporre miti e si è quindi in presenza di concettualizzato

come Poesia, perché possiede il requisito fondamentale per essere tale (Aristotele dirà che la Poesia

è tale se ci sono i «miti» e non i versi). sono una Poetica in miniatura d’ispirazione

Bisogna tenere conto che le prime parti del Fedone

apollinea e con dei tratti autoreferenziali che si possono rivolgere al dialogo stesso e ad altri passi

nel loro complesso. Socrate racconta che è un «bel pericolo» cercare di figurarsi le cose secondo il

mito finale che racconta: ricorrono parole che hanno a che fare con la tradizione poetica, con l’idea

abbia una referenza d’àmbito oratorio,

che il discorso dal carattere espositivo.

C’è un passo che riguarda quella che viene definita come la «biografia intellettuale di Socrate»: è

un’ampia sezione in cui Socrate racconta le sue peripezie intellettuali da giovane, e racconta come

da giovane si fosse dedicato, contraddicendo così quanto diceva nell’Apologia, agli studi naturali,

anche se a ben vedere ci si accorge che il suo cercare le cause per i fenomeni naturali l’ha accecato

e l’ha spinto a muoversi per altre vie.

Prendendo in considerazione la parte conclusiva, ci si accorge che dopo il mito escatologico la parte

si apre dicendo che il discorso può contenere qualcosa di vero e che il bello è figurarsi che le cose

stanno come lì dette: ci si distacca poi da quelli che vengono definiti «gli ornamenti del corpo» e

l’«esercizio dev’essere enunciato;

di morte» al passo 115a Socrate dice che tutti alla fine

53

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 861497

compiranno il viaggio della morte, ma lui è chiamato dal destino: si trova ancora una volta

l’esempio di richiamare il mondo tragico per criticarlo e per prenderne le distanze, e subito dopo

viene evocato il bagno che si deve fare prima dell’esecuzione, ed il punto è abbastanza interessante

l’Alcesti o l’Edipo

perché si tratta di un elemento che si trova effettivamente anche in tragedie come

a Colono, e rispetto agli archetipi tragici il modo in cui Socrate rivisita questo tema è molto

quotidiano e poco solenne perché toglie l’afflato drammatico che la preparazione del corpo aveva

l’espressione

nelle scene tragiche; è interessante poi «uomo tragico»: non è chiaro se si tratta di un

personaggio o di un autore tragico (non si capisce se il tragico sia una Weltanschauung, ed è

probabile che questo passo vada in questa direzione).

Ad un certo punto arriva l’emissario degli Undici, che ordina a Socrate che dev’essergli

amministrata la cicuta: quest’uomo è presentato in una maniera semplice, sicuro che Socrate non se

la prenderà con lui e che invece se la prenderà coi veri responsabili e poi lo saluta con parole molto

adatte ad un contesto; al passo 116d, poi, si dice: «intanto in lacrime se ne andava voltandosi», e

al contrario dell’esibizione

questa è una caratterizzazione positiva del non voler ostentare il pianto

forsennata del pianto nella Tragedia.

Alla fine Socrate pronuncia la più misteriosa frase della Filosofai greca: «Critone, dobbiamo un

poi, dopo la risposta di Critone, l’addetto scopre Socrate: gli occhi sono fissi, e

gallo ad Asclepio»;

con la frase finale Fedone riprende la domanda inziale di Echecrate (queste sono più o meno le

stesse parole che Platone usa nella settima lettera); questa frase finale su Asclepio è molto

importante: egli era figlio di Apollo, e quindi da questo punto di vista l’incipit e l’explicit del

Fedone presentano una sorta di struttura ad anello, ma cosa vogliano dire queste parole è difficile

comprenderlo; un’interpretazione sostiene che questa sia una risanazione dell’anima: il culto di

Asclepio era diventato importante ad Atene verso la fine del V Sec. a. Ch. n., e può essere

interessante osservare che non è possibile menzionare Asclepio senza Apollo anche se egli in

quanto dio guaritore soppianta il padre, ma vengono sempre concepiti assieme (si può ipotizzare

che Platone abbia volutamente messo in bocca queste parole ambigue a Socrate); secondo Most, si

tratterebbe di un’allusione alla guarigione di Platone: lo scopo sarebbe quindi un passaggio

“ereditario” della dottrina, ma non pare alquanto plausibile per quanto gli Antichi ritenessero che i

moribondi avessero capacità profetiche. 54

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 861497

C

UNITÀ DIDATTICA

23/11/2015

I cosiddetti «dialoghi delfici» di Plutarco probabilmente erano in origine un piccolo corpus dedicato

al santuario delfico: fanno parte dei Moralia, una raccolta che non si occupa solo di temi filosofici,

ma anche di altro genere; in questa miscellanea si adottano tre forme letterarie: la prima è dialogo,

la seconda è la diatriba, e la terza è il trattato. Si tratta quindi di lavori pensati e concepiti per la

fruizione orale: il dialogo è particolarmente caro a Plutarco, che pare impiegarlo nei lavori di

maggior impegno letterario, rimandando a Platone (la scelta quindi è anche un omaggio a Platone),

e inoltre il dialogo è una forma molto libera e aperta che corrisponde alla personalità di Plutarco

ch’è uno scrittore aperto a sempre nuove sperimentazioni, in cerca di nuovi percorsi espressivi,

lasciando grande libertà alla scrittura per dare al dialogo virate ben determinate.

La vocazione letteraria di Plutarco ha come fonte d’ispirazione massima, se non unica, la tradizione

letteraria greca: egli infatti si sente, come norma per gli intellettuali greci imperiali, un ripropositore

di antiche tradizioni in uno scenario mutato; l’invenzione della biografia parallela risponde a questo

intento perché è un modo di riaffermare la grandezza della Grecia eguale e parallela a quella di

Roma stessa, mentre la produzione non biografica risponde alla stessa intenzione e allora il dialogo

riesce utile perché è la forma in cui è più facile esprimere l’attualità e la modernità della Cultura

greca: il dialogo permette infatti di ricreare situazioni attuali, per cui intervengono dei personaggi

dell’attualità rovesciando lo scenario della παιδεία greca. Già in Platone il dialogo filosofico si

distingue nel dialogo drammatico e nel dialogo diegematico: nel primo i personaggi vengono

nominati direttamente, mentre nel secondo c’è un narratore referente che ha preso parte alla

discussione stessa; c’è poi un genere misto in cui il dialogo esterno tra due interlocutori contiene un

dialogo interno, raccontato da uno degli interlocutori. Non è un caso che questi modelli si ritrovino

anche in Plutarco.

25/11/2015

Il testo platonico viene ripreso da Plutarco, il quale considera Platone il suo autore di riferimento,

quello a lui più caro e vicino dal punto di vista filosofico: è un modello molto imitato, e quindi nei

dialoghi dei Moralia si trovano continuamente riferimento a passi platonici e riprese continue,

anche riprendendo il vezzo d’introdurre come personaggi figure reali a lui contemporanee, e in più

si consente di affiancare personaggi noti ad altri personaggi della cerchia personale, e questo riduce

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Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alberto.longhi55 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura greca e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Zanetto Giuseppe.

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