Appunti di Alberto Longhi, Matr. 861497
Letteratura greca - Corso avanzato
A
UNITÀ DIDATTICA
21/9/2015
è l’unica tragedia in cui Delfi costituisce lo spazio scenico dell’intera rappresentazione,
Lo Ione una
presenza per così dire sensoriale, mentre l’Edipo ch’è ambientato a Tebe, è una
Re, tragedia
(prima l’oracolo reso a Lario, poi quello reso ad Edipo
fortemente delfica per la vicenda oracolare
ed infine -terzo in ordine cronologico ma primo in successione scenica- quello reso a Creonte che
l’Edipo si presta anche per il santuario, ch’è uno
torna da Delfi portando la risposta del dio); Re
spazio della tragedia, una sorta di paesaggio alternativo continuamente evocato: si può dire che la
vicenda si gioca su tre scenari geografici (quello scenico, quello del Citerone -i luoghi agresti e
una sorta di faro che porta alla verità, la quale
selvaggi-, ed infine quello del santuario delfico -ch’è
si afferma dimostrandosi-).
La prima parte dello Ione mette in scena il paesaggio delfico vero e proprio: ci sono continui
riferimenti allo spazio del santuario; il canto corico, composto dalle ancelle di Creusa, gode dello
spettacolo del tempio e lo descrive in maniera altisonante, con continui riferimenti
all’architettonicità del tempio; e la consultazione oracolare è la manifestazione del dio: si può
sono una descrizione all’uso del santuario. Nell’Edipo
quindi dire che i primi 400 vv. dello Ione Re,
invece, le parti in cui il senso dell’oracolo è presente sono più disparate.
all’oracolo di Delfi è stato Plutarco, il quale cita continuamente sia
Altro autore molto legato
l’oracolo che i testi letterari greci che ne parlano (soprattutto le tragedie): in particolare, Plutarco si
occupa del santuario in quelli che sono comunemente chiamati Dialoghi delfici.
In primo luogo bisogna avere presente dove si colloca geograficamente Delfi: è un luogo che i
Greci conoscevano bene per frequentazione diretta; si trova in Focide, quindi ad Ovest della Beozia,
a pochi chilometri dalla costa settentrionale del Golfo di Corinto.
sezione pitica dell’Inno c’è una collocazione geografica
Nella ad Apollo del culto apollineo: il dio è
τιμαί,
connesso alle che lo concepiscono mentre compie determinate azioni e per i luoghi tipici da
cui s’irradia il suo culto, βίος
i luoghi più esposti al suo (i suoi luoghi sono i santuari di Delo e
Delfi), e nella lunga scena della fondazione del santuario viene descritto il viaggio del dio
dall’Olimpo alla Focide: il poeta racconta come Apollo si alzi in volo dall’Olimpo percorrendo tutta
la costa greca arrivando in Focide, e vicino al Parnaso trova il luogo adatto dove insediarsi;
1
Appunti di Alberto Longhi, Matr. 861497
ovviamente questo catalogo è importante perché descrive un percorso e quindi colloca in maniera
molto chiara Delfi dentro il territorio greco: il pubblico del cantore è indotto a seguire mentalmente
questo percorso e quindi a ricostruire il territorio per collocare la sede delfica; e una stessa
operazione viene ripetuta un centinaio di versi più avanti col catalogo nautico: è la descrizione della
scelta e dell’arruolamento dei sacerdoti, perché Apollo ha bisogno di mortali che siano suoi ministri
e sacerdoti, e lì trova nei mercanti cretesi di Cnosso costringendo fisicamente i marinai a percorrere
una rotta diversa, e quindi il poeta racconta/descrive il viaggio della nave che volteggia nella costa
meridionale peloponnesiaca fino ad arrivare al porto di Cresa nel Golfo di Corinto (il santuario è
dell’Inno
separato dal mare per quasi 12 Km). Il poeta è tuttavia impreciso nella descrizione del
paesaggio delfico: su questo punto, il poeta non spende molta attenzione, mentre la posizione
geografica è condotta con molta chiarezza. nell’Iliade
Di Delfi parla anche Omero in due passi: (IX, vv. 401-9), quando Achille risponde al
discorso di Odisseo, compare il nuovo apprezzamento della vita di Achille, in cui egli spiega che la
vita è la cosa più preziosa e menziona il santuario di Apollo come luogo noto per la ricchezza dei
(quindi già nell’VIII Sec. a. Ch. n.
suoi tesori ed offerte al dio da tutto il territorio greco il santuario
delfico era sede di un culto panellenico -il discorso di Achille non fa altro che confermare le
nell’Odissea
testimonianze archeologiche-); (VIII, vv. 72-82), invece, Demodoco richiama la
contesa tra Achille ed Odisseo (nessun altro testo fornisce tale notizia: probabilmente è un parallelo
al litigio tra Achille ed Agamennone), e in proposito Carmine Catenacci cita questo passo proprio
all’inizio di un suo intervento perché è la più antica testimonianza letteraria del ruolo profetico del
gioisce perché ricorda l’oracolo delfico resogli da
santuario: lungi dal preoccuparsi, Agamennone
Apollo secondo cui questo litigio sarebbe stato il segno dell’imminente sconfitta dei Troiani (però si
questo passo è un’ulteriore conferma della precoce fama
fa riferimento alla soglia di pietra -anche
dell’oracolo e della fama delfica a livello panellenico-).
Esiodo cita Pito in due soli passi (per quel che si sa): nella Teogonia (vv. 498-500) egli spiega che
quando Crono fu costretto a sputare i figli che aveva ingoiato il primo ad uscire è la pietra che
aveva ingoiato al posto di Zeus stesso, e questa pietra viene collocata da Zeus a «Pito divina»; nel
fr. 60 Merkelbach-West del Catalogo delle donne si parla della notizia del matrimonio di Coronide
con Ischi quando ancora era incinta di Asclepio: si racconta che la notizia viene portata ad Apollo
da un corvo.
Con Pindaro si arriva a parlare delle Pitiche: i riferimenti a Delfi sono numerosissimi, ma
abbastanza generici, e questo può sembrare singolare; in realtà Pindaro non descrive Delfi: non
viene mai fatta una descrizione pittorica dei luoghi di Delfi, se non per il paesaggio rupestre e
un’eccezione è la settima
roccioso o anche al prato erboso dove si svolgevano le gare dei vincitori;
2
Appunti di Alberto Longhi, Matr. 861497
Pitica, composta per la vittoria di Megacle alla gara delle bighe (fu uno dei pochissimi personaggi
ad essere ostracizzato due volte): lodandolo, Pindaro con abile mossa trasforma un elemento di
demerito in un merito, cioè la ricchezza di Megacle quale allevatore di cavalli (infatti egli era noto
e Pindaro inserisce nell’epinicio
per le sue scuderie), un riferimento ai quattro cavalli e di solito gli
d’epoca classica
studiosi fanno riferimento al frontone orientale del tempio di Apollo (che fu
costruito intorno al 370 a. Ch. n. con una sottoscrizione panellenica -oggi la si potrebbe definire
come una sorta di colletta-), che rappresentava Apollo Musaceta (il frontone occidentale invece
un’immagine che i Greci
rappresentava Dioniso in aspetto apollineo, un aspetto alquanto strano),
avevano ben chiara in testa perché era quella che si presentava loro ogniqualvolta si recassero al
Sempre in proposito di Pindaro si può citare l’ottavo c’è
santuario delfico. Peana: anche qui
un’attenzione per il paesaggio delfico perché il poeta racconta la storia dei templi di Apollo, dando
spazio anche alla parte mitica; il ritorno trionfale di Apollo coronato di alloro era importante, perché
molte processioni apollinee richiamano i viaggi del dio con in mano il ramo laureo (si sa che
processioni lauree venivano fatte anche a Tebe, per esempio); secondo il mito quindi il primissimo
tempio fu costruito in alloro, un secondo con cera d’api e piume di uccelli (che fu poi trasportato dal
vento nel paese degli Iperborei), a cui seguì una terza costruzione interamente in bronzo con sei
ammaliatrici d’oro sopra il tetto a mo’ di acroteri, le quali tuttavia cantavano con voce tanto soave
che i visitatori ne erano rapiti al punto da non riuscire ad andarsene via e quindi morivano lì, ed il
quarto fu quello
[Il tempio precedente a quello classico a Delfi era definito «degli Alcmeonidi», edificato verso la
fine del VI Sec. a. Ch. n., e questo tempio prende tale nome perché fu finanziato dalla nobile e ricca
famiglia ateniese degli Alcmeonidi: il programma iconografico era diverso, teso ad esaltare il ruolo
di Atene nella religiosità delfica, con una fortissima concezione ideologica, perché nel frontone
orientale rappresentava l’arrivo di Apollo a Delfi in una biga trainata da quattro cavalli con a fianco
ragazzi e ragazze ateniesi che lo avevano accompagnato (secondo una versione del mito, Apollo
arriva a Delfi provenendo da Atene), mentre il frontone occidentale rappresentava la Gigantomachia
ed il trionfo olimpico, il cui ruolo dominante era svolto da Atena in atto di uccidere Encelado (è la
famosa scena di Atena col serpente in mano).]
Nella Tragedia attica l’oracolo delfico è una presenza costante, perché la Tragedia è intimamente
l’àmbito
delfica: semplificando questo mare magnum, tragico consiste nella presa di coscienza
dell’incapacità umana di comprendere il presente e prevedere il futuro (è il succo del mondo
tragico, il doloroso impatto della realtà contro i sogni dell’uomo μάϑος πάϑει-);
-è il concetto del
3
Appunti di Alberto Longhi, Matr. 861497 che si esprime nell’oracolo: all’insipienza
scatta quindi la vista divina capace di leggere la realtà
umana si contrappone quindi la sapienza oracolare divina, e quindi la Tragedia rimanda alla
tradizione oracolare; quindi le indagini sulla delficità della Tragedia non mancano in varie
s’investe
prospettive e direzioni: quindi la Politica culturale di Atene che caratterizza tutto quanto il
V Sec. a. Ch. n. secondo le scelte dei poeti tragici. Se si guarda alla presenza scenica di Delfi, cioè
quanto Delfi come luogo è presente nella drammaturgia, allora il discorso si semplifica molto
perché, se si considerano i drammi della tradizione diretta, quelle ambientate a Delfi sono soltanto
due, cioè lo Ione e le Eumenidi.
28/9/2015
Data una descrizione molto generale del santuario delfico nella Letteratura arcaica, bisogna dire che
Pindaro dà riferimenti che non prendono le forme di una vera e propria descrizione: descrivendo
una storia mitica del tempio nelle sue varie fasi in un Peana, nella settima Pitica (una triade -con
molta probabilità composta per un’occasione d’immediato conseguimento di una vittoria ed eseguiti
sul posto-) spiega il riferimento al tempio delfico di Apollo (nella prima strofe si parla degli
la lode s’allarga a tutti gli Ateniesi
Alcmeonidi, nella seconda che si prendono il merito di aver
costruito il tempio delfico, senza però insistere sulla contrapposizione tra gli Alcmeonidi ed il
sentimento comune degli Ateniesi -un contrasto che per Pindaro è importante attenuare, come un
tentativo di superamento di questo contrasto-). Questo tempio degli Alcmeonidi fu distrutto
all’inizio del IV Sec. a. Ch. n., e fu ricostruito con una sorta di “colletta” voluta dalle città elleniche,
e i frontoni furono rivisti a vantaggio di una concezione più “istituzionale”: nel frontone orientale
Apollo compare al centro, mentre in quello occidentale campeggia Dioniso in una tipologia
abbastanza singolare con le Baccanti e le Menadi.
Nella Tragedia attica c’è la presenza costante di Delfi, ma se si guarda alla presenza scenica il
discorso è diverso e si riduce molto: considerando i drammi del corpus pervenuto per tradizione
diretta ci si accorge che sono soltanto due le tragedia ambientate a Delfi, ovvero lo Ione e le
la prima fu scritta intorno al 415 a. Ch. n. e l’azione si svolge interamente nel santuario,
Eumenidi; e
a consultare l’oracolo
Creusa e Xuto sono due fedeli ateniesi venuti ed il coro è composto dalle
ancelle di Creusa (sembra che il poeta voglia, con le donne del coro, rappresentare agli spettatori il
tempio stesso richiamando la memoria visiva degli spettatori), mentre la seconda fu rappresentata
nel 458 a. Ch. n. e la scena iniziale è a Delfi davanti (o dentro? La ricostruzione è controversa!) al
4
Appunti di Alberto Longhi, Matr. 861497
tempio di Apollo e la Pizia nel prologo fornisce una sorta di summa della sacralità delfica con una
visione atenocentrica che considera Delfi un’emanazione di Atene, e poi nel dialogo tra Apollo ed
Oreste c’è l’esortazione ad andare ad Atene per essere giudicato dal tribunale, e poi c’è
l’apparizione dell’ombra di Clitemnestra che risveglia le Erinni addormentate incoraggiandole a
proseguire l’azione di vendetta, che verranno poi scacciate da Apollo e la scena del coro rimane
deserta, e quando Oreste rientra la scena si sposta ad Atene davanti al tempio della divinità poliade,
con una ridefinizione dello spazio scenico (la metastasi è un fatto molto raro nelle rappresentazione
dei tragici, perché generalmente la scena rimane sempre quella dall’inizio alla fine -un caso simile
di metastasi si ha nell’Aiace di Sofocle-).
Se quindi la presenza scenica di Delfi è limitata, il ruolo che il santuario ha è molto più ampio in
come nel caso dell’Edipo
quanto presenza incombente in molti drammi, Re, dove la presenza
delfica è più forte che in altre tragedie; prima però di occuparsi più da vicino della tragedia
sofoclea, bisogna dare un po’ di spazio ad una sorta di discorso più generale sulla delficità della
Tragedia partendo da uno scolio al Protrettico di Clemente Alessandrino, il quale polemizza con la
lo scoliasta interviene con un’osservazione che sembra
Mitologia pagana e la Poesia tragica:
tracciare un collegamento preciso tra Delfi e l’origine del genere tragico, e quindi non una
connessione in generale ma addirittura l’origine («il serpente trafitto da Apollo divenne il padre
della Tragedia»), e alcuni studiosi hanno notato che nel programma delle Pitiche (delle feste
riformate e ridefinite in varie occasioni: una prima è stata all’inizio del VI Sec. a. Ch. n. dopo la
sicuramente in Età ellenistica, c’era un programma tragico e lo scoliasta potrebbe
guerra sacra),
voler dire che quando le Tragedie furono introdotte il tema fisso fu la lotta tra Apollo ed il pitone,
cosa possibile perché anche per le competizioni musicali delle Pitiche il tema obbligato era la
vittoria di Apollo sul serpente; tuttavia la paternità delfica della Tragedia potrebbe essere intesa in
modo più profondo e sostanziale: quindi da un lato c’è la teoria del νόμος pitico (con soggetto fisso,
svolgimento fisso dell’azione),
struttura fissa e cioè il brano musicale per flauto solo che fu
d’inizio VI Sec. a. Ch. n.,
introdotto a partire dalla riforma una struttura che potrebbe aver
influenzato la struttura tragica; dall’altro lato l’ipotesi fa riferimento all’origine del Teatro in quanto
genere: si può ricostruire una tradizione secondo la quale le Dionisie sarebbero state istituite quale
tanto che nel 596 a. Ch. n. su consiglio dell’oracolo
parte di un rituale di purificazione collettiva,
delfico (è una notizia ben nota sulle competenze delfiche: Apollo è il dio che guarisce la
contaminazione restituendo la purezza e la salute) gli Ateniesi introdussero cerimonie intese a
(il tentativo di Cilone d’impadronirsi del controllo della
purificare la città dalla «macchia ciloniana»
città facendosi tiranno di Atene con un colpo di mano: fu messo a morte pur essendosi reso supplice
rifugio nella sacralità dell’Acropoli
cercando -e questa situazione non venne rispettata dai magistrati
5
Appunti di Alberto Longhi, Matr. 861497
che li misero a morte ugualmente- e negli anni successivi gli Ateniesi sentirono il bisogno di
purificarsi anche in una prospettiva panellenica chiedendo consiglio a Delfi, che suggerì opportune
e quindi è ipotizzabile che ci possa essere una connessione tra l’istituzione
forme di purificazione),
delle tragedie greche e l’oracolo delfico, un’ipotesi suffragata da possibili elementi di confronto; a
prescindere da questi discorsi, il rapporto fra Delfi e la Tragedia è profondo: si tratta di un rapporto
si pensi all’Orestea,
che si constata anche in una fase abbastanza alta della produzione tragica;
composta una ventina d’anni dopo le guerre persiane: Eschilo è rappresentante in una certa fase
dello «spirito di Platea»; ma al tempo della trilogia di Oreste, la scelta del mito argivo rientra in un
progetto artistico che incrocia Religione e Politica: a partire dalla metà del VI Sec. a. Ch. n., infatti,
come eroe identitario con lo scopo di legittimare l’espansione
Sparta si appropria del mito di Oreste
spartana nel Peloponneso, tant’è che le ossa di Oreste vengono trasferite da Tegea a Sparta come
εὐνομία;
racconta Erodoto in proposito, divenendo quindi simbolo di Eschilo quindi tenta di
strappare il mito da Sparta, ambientando la trilogia ad Argo e nel tribunale ateniese.
Nei versi iniziali delle Eumenidi (vv. 1-16) la sacerdotessa dà inizio alla tragedia: ricostruisce una
rapida storia dell’oracolo facendo una rassegna dei suoi successivi patroni, dei suoi abitanti che
l’hanno abitato e controllato, per poi arrivare ad Apollo, e Oreste, muovendo da Delfi ad Atene,
percorre a ritroso il viaggio del dio, raggiungendo il luogo da cui la Religione delfica ha preso le
mosse: la simbologia quindi è molto evidente, così Delfi diventa un doppio di Atene, due luoghi che
si corrispondono e rimandano l’uno all’altro; la saggezza delfica, garanzia di giusti comportamenti