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Letteratura greca: la trasmissione delle opere antiche

La trasmissione delle opere antiche può avvenire in modo diretto o indiretto.

Trasmissione diretta

  • Antica: si hanno solo pezzi di libri, sopravvissuti grazie alle sabbie d’Egitto, in quanto il clima secco e asciutto ha permesso la conservazione. In questo modo ci sono giunte le opere di Menandro, Bachilide (conosciuti anche per trasmissione indiretta grazie a proverbi e citazioni) e Iperide, di cui non esisteva nessun testimone fino a poco più di tempo fa quando è stato scoperto un manoscritto palinsesto (cancellato e riscritto) che conteneva testi di Archimede e orazioni di Iperide.
  • Medievale-bizantina: le opere antiche ci sono arrivate o per caso o perché si utilizzavano a scuola.

L'evoluzione della trasmissione

  • Fase orale: il testo è prodotto e tramandato oralmente perché vi era un contesto comunitario.
  • Fase aurale: il testo è scritto e tramandato oralmente tra l'XI-IV secolo a.C.
  • Fase scritta: dal V secolo a.C. Tucidide scrive per essere letto a differenza di Erodoto che scrive per essere ascoltato. I testi diventano così più difficili e richiedono più letture. Ha un effetto di lunga durata.

L'evoluzione del libro

  • Rotolo: il titolo era sia all’inizio che alla fine perché poteva essere arrotolato da entrambi i lati. Resta utilizzato fino ai primi secoli del d.C e le dimensioni hanno condizionato quelle del libro.
  • Codice: si è sviluppato tra II e IV secolo d.C e inizialmente era composto da delle tavolette di legno legate insieme, scavate e riempite di cera su cui si scriveva. Poi si sostituirono a fogli di pergamena, sempre legati insieme. Infine i fogli venivano piegati a metà, messi uno dentro l’altro, rilegati e uniti ad altri libretti simili. Si diffonde nei bassi strati sociali perché è più comodo, più capiente, più resistente e più gestibile e diventa il libro dei cristiani. C’era una maggiore garanzia di conservazione e stabilità del testo. Nonostante questi cambiamenti l’estetica della lettura rimane invariata.

I papiri che non furono copiati in codice, vennero perduti, come si persero anche le opere a cui non era stata applicata la traslitterazione: fino al VII-IX secolo d.C la scrittura era maiuscola, senza punteggiatura, accenti e spiriti. Questo rendeva difficile la lettura, perciò trascrissero le opere importanti in caratteri minuscoli e si aggiunsero accenti, spazi e spiriti. I fogli sono scritti avanti e dietro e presentano degli scoli marginali: note di commento all’opera. I papiri si scrivevano solo da un lato, perciò le note erano scritte in altri rotoli.

  • Stampa: tutte le copie divennero uguali nel 1800 perché precedentemente, anche se stampate, presentavano piccole differenze tra una copia e l’altra.

La poesia epica e didascalica

I poemi omerici

I poemi omerici, l’Iliade e l’Odissea (VIII secolo), hanno come tema il ricordo del passato glorioso e rappresentano lo specchio della società greca del tempo.

L'Iliade

L’Iliade è il poema di Troia (Ilio) che lotta contro i Greci in un passato indefinito. Il motivo della guerra era stato il rapimento di Elena, moglie di Menelao re di Sparta, da parte del principe troiano Paride, figlio del re Priamo. A vendicare l’offesa e recuperare Elena si muovono tutti i più valorosi eroi della Grecia che vengono capitanati da Agamennone re di Micene, fratello di Menelao. A questi si aggiungono:

  • Nestore re di Pilo
  • Odisseo re di Itaca
  • Aiace re di Salamina
  • Diomede sovrano degli Etoli
  • Achille capo dei Mirmidoni (figlio di Peleo e della dea Teti).

L’assedio dura dieci anni e muoiono molti tra i più valorosi guerrieri troiani e greci, tra cui Ettore, fratello di Paride, e Achille. Troia viene, però, conquistata dai greci, rasa al suolo e il popolo fatto in schiavitù. Nella narrazione sono presupposti sia l’antefatto della guerra, sia la sua conclusione; quindi si presupponeva che il pubblico conoscesse la saga. Il tema principale dell’opera non è la guerra di Troia, ma l’ira di Achille che comincia quando Agamennone gli sottrae la schiava Briseide e per questo decide di astenersi dal combattimento e si conclude quando Ettore uccide il suo amico Patroclo. Tutto il poema ha una struttura ad anello. L’esercito greco subirà molte perdite, per questo il grande amico di Achille, Patroclo, lo implora chiedendogli in prestito l’armatura che metterà terrore tra tutti i Troiani. Patroclo però viene ucciso da Ettore e la furente smania di vendetta fa tornare Achille sul campo di battaglia che uccide Ettore e fa scempio del suo cadavere.

Priamo si presenta supplice alla tenda di Achille chiedendo la restituzione del corpo del figlio, questo accetta e il poema si conclude. La tensione della battaglia è interrotta molte volte da episodi che introducono elementi di varietà per alleggerire il racconto. Allo scontro partecipano anche gli dei che si dividono in due fazioni:

Greci Troiani
Era, Atena, Poseidon, Ermes ed Efesto Apollo, Artemide, Ares e Afrodite

Provoca un’opposizione tra mondo umano e mondo divino; questi possono dare consigli, invogliare i personaggi a fare qualche cosa (Afrodite invoglia Elena a tradire Menelao) e possono partecipare attivamente alla guerra.

L'Odissea

L’Odissea è il “poema di Odisseo”, storia di un uomo che viene raccontata in un complesso di eventi che hanno costituito la sua vita e la sua personalità. Odisseo era uno dei capi degli achei nella guerra di Troia, grande oratore, guerriero e astutissimo nell’escogitare i piani, tanto da inventare l’inganno del cavallo. Egli dopo esser partito da Troia si trovò a peregrinare per dieci anni nel mare, lontano da Itaca, riuscendo a tornarci solo dopo venti anni dalla partenza per la guerra.

La storia si sviluppa su due linee di tipo fantastico:

  1. Viaggio in contrade remote in cui l’eroe incontra molte genti e anche molti pericoli a cui riesce a scampare grazie alla propria abilità e all’aiuto superiore di Atena, sua protettrice.
  2. Ritorno in patria dopo una lunga assenza che ha fatto credere alla sua morte e per questo deve rimpossessarsi della casa e della moglie.

Gli unici luoghi accertabili del suo viaggio sono le isole nello Ionio e la terra dei Ciconi, che si trova in Tracia; tutti gli altri sono di natura culturale e psicologica: sono il riflesso e la proiezione nell’immaginario popolare dei viaggi che facevano i commercianti del Mediterraneo orientale in contrade remote da cui tornavano con racconti fantasiosi. Queste due linee si incrociano a metà del poema quando Odisseo riesce a tornare a Itaca e intraprende la lotta contro i pretendenti di sua moglie Penelope, i proci. Il poema inizia con la richiesta di Atena a Zeus di lasciar partire Odisseo dall’isola della ninfa Calipso che lo trattiene da ormai sette anni. Dopodiché la dea va ad informare il figlio dell’eroe, Telemaco, che è ora di intraprendere un viaggio per cercare notizie sul padre. Egli si reca a Pilo da Nestore e a Sparta da Menelao e apprende da questi che suo padre è ancora vivo. Tutta questa parte rientra nei primi IV canti e viene definita telemachia.

In seguito si aprono otto canti in cui sono raccontate le sue avventure dalla partenza da Troia fino all’arrivo sull’isola di Calipso, ma questo gruppo è diviso simmetricamente in due:

  1. Odisseo lascia l’isola di Calipso, viene assalito dalla tempesta mandata da Poseidon per aver accecato suo figlio Polifemo e naufraga, approdando poi sull’isola dei Feaci dove viene soccorso da Nausicaa, figlia del re Alcinoo. Questo lo accoglie e gli promette che lo ricondurrà in patria.
  2. Odisseo racconta ai Feaci le tappe del suo viaggio introducendo un nuovo punto di vista del narratore: tutto il poema è narrato da un narratore esterno a tutte le vicende, tranne in questi quattro canti che sono raccontati in prima persona.

Le avventure si sviluppano in questo modo:

  • Battaglia con i Ciconi e prima tempesta che sviò la sua flotta.
  • La flotta approda alla terra dei Lotofagi, possessori di un cibo che fa perdere la memoria.
  • Scampato il pericolo arrivano alla caverna del Ciclope Polifemo dal quale riescono a sfuggire accecandolo con inganno.
  • Arrivano all’isola di Eolo, re dei venti, che gli regala un vento propizio chiuso in un otre che i suoi compagni aprono invidiosi, facendoli tornare da Eolo che li scaccia.
  • Giungo nel paese dei giganti Lestrigoni che annientano tutte le navi tranne una.
  • Con l’unica nave rimasta Odisseo approda alla terra della maga Circe che trasforma i suoi compagni in maiali e l’eroe per farli tornare normali è costretto a fermarsi un anno.
  • Quando Atena obbliga Circe a lasciare liberi Odisseo e i compagni, ella li invia al paese dei morti ad interrogare l’indovino Tiresia.
  • Riprendono il viaggio e Odisseo riesce a sopravvivere al canto delle Sirene.
  • Riesce a scappare anche dal mostro Scilla e dal gorgo Cariddi.
  • La nave approda all’isola di Trinacria dove pascolano le mandrie di Elios che non si possono mangiare, ma che i compagni divorano lo stesso. Si abbatte una nuova tempesta in cui solo Odisseo riesce a salvarsi.
  • Odisseo approda da solo sull’isola di Calipso.

I Feaci dopo aver ascoltato la storia di Odisseo lo riportano a casa e viene trasformato da Atena in un mendicante, per scoprire chi gli è rimasto fedele nonostante la lunga assenza. Egli si fa riconoscere prima da suo figlio Telemaco, dal cane Argo (che muore dall’emozione), dalla nutrice Euriclea che riconosce la cicatrice sulla caviglia di Odisseo e da Eumeo e Filenzio. Penelope indice una gara con l’arco: sarà suo sposo chi riuscirà a tendere l’arco di Odisseo, ma nessuno dei pretendenti è capace per questo quando il finto mendicante riesce a impossessarsi dell’arco e a compiere l’impresa, inizia a fare strage dei proci. Odisseo fa uccidere anche tutte le ancelle infedeli, dopodiché si ricongiunge con Penelope e il giorno seguente va a trovare suo padre Laerte con il quale deve sedare la rivolta dei parenti dei proci.

Tutte le avventure di Odisseo sono determinate dal favore o disfavore degli dei: da una parte Atena e dall’altra Poseidon ed Elios. Nell’Odissea la controparte di Odisseo non è un personaggio opposto, bensì complementare: Penelope rappresenta il polo verso cui convergono tutte le azioni di Odisseo. Ella gli rimane fedele, mentre lui si concede all’amore di altre fanciulle, ma per riaffermare la fedeltà rinuncia all’immortalità che esse gli offrono. Gli dei costituiscono il secondo piano del racconto: promuovono, orientano e limitano l’azione dell’uomo secondo la propria volontà. Sono una società chiusa, parallela a quella umana per la sola differenza dell’immortalità e della superiore potenza. I personaggi divini sono antropomorfi sia nell’aspetto che nella psicologia perché i loro pensieri trovano corrispondenza nel mondo degli uomini. Nell’Odissea l’uomo sconta con la rovina la propria colpa e il potere di Zeus non è mai assoluto. Anche essi sono soggetti al fato, come gli uomini.

La figura di Omero

Per gli antichi Omero era una persona reale su cui non esistevano dubbi sull’esistenza, come testimonia il bassorilievo di Archelaos di Pirene del II-I secolo a.C, che rappresenta in alto Zeus che domina, con di fianco Mnemosine (madre delle Muse); più sotto Omero seduto in trono, circondato dalla Terra abitata e dal Tempo; ai suoi piedi vi sono le personificazioni dei poemi, mentre davanti a lui si celebra un rito officiato dalla Poesia, dalla Tragedia e dalla Commedia: come a spiegare che ogni genere poetico trova in Omero il proprio padre fondatore. Si ipotizzava avesse un’origine ionica, probabilmente nato a Chio o a Smirne o a Colofone. L’autoschediasmo è un fenomeno per cui gli antichi eruditi creavano biografie di autori, cercando le informazioni nei loro testi. Questo è accaduto ne “La vita Herodotea” (scoperto poi essere un falso di Erodoto), in cui si diceva che Omero (il suo vero nome è Melesigene) era figlio di Creteide e di uno sconosciuto. Per questo motivo lo partorì a Smirne, dove crebbe e si istruì nelle arti delle Muse. Morto il suo maestro Femio, intraprese dei viaggi per conoscere il mondo e arriva a Colofone dove diventa cieco e di conseguenza un poeta. Decide di rimanere a Colofone e cambiare il suo nome in Omero, colui che non vede. Qui compone la Batracomiomachia, l’Iliade e l’Odissea inserendo persone che ha conosciuto. Parte di nuovo, giunge a Ios dove si ammala e muore.

La questione omerica

La questione omerica è il problema dell’interpretazione della figura di Omero e dei suoi testi sul piano filologico, storico, archeologico, letterario e narratologico, per via delle incongruenze che riportava. Nel 1795 il filologo Wolf fu il primo a parlare di queste contraddizioni e ipotizzò che i poemi omerici fossero stati per lungo tempo trasmessi oralmente e solo in seguito scritti.

La questione omerica nell’antichità

La prima fase di approccio critico al testo omerico si ha tra VIII-III secolo a.C. Oltre alla conoscenza dei contenuti, si sviluppa uno studio approfondito della lingua omerica e della vicenda biografica di Omero. I primi commenti nacquero fra i rapsodi Omeridi, cucitori di canti e tutto ciò che dicevano loro su Omero era considerato ver. In quell’epoca si ignorava ancora la scrittura (Omero opera intorno all’850 e la scrittura greca arriva circa un secolo dopo) quindi si ritiene che i poemi fossero stati concepiti e tramandati a memoria per via orale e per questo presentano alcune incongruenze. Pisistrato, primo tiranno ateniese, fu il primo a metterli per iscritto per mantenerne la memoria. Aristotele trova nei poemi omerici una struttura unitaria e una coesione formale che impedisce l’ipotesi che si tratti di un’opera anonima o che sia stata realizzata da diversi autori.

La questione omerica in età ellenistica e tardo antica

Presso la biblioteca di Alessandria, gli studiosi alessandrini, ordinarono e confrontarono i manoscritti dei due poemi e decretarono autentici solo l’Iliade e l’Odissea sulla base delle differenze narrative e di stile che presentano con le altre opere. Il lavoro dei filologi alessandrini fu ripreso da studiosi romani e bizantini fino al 1200 d.C. A questo periodo risalgono altre due ipotesi:

  1. Per i grammatici solo l’Iliade è stata composta da Omero per via delle divergenze linguistiche e ambientali con l’Odissea.
  2. Aristarco e l’autore anonimo “Sul sublime” (definiti separatisti) ritengono l’Iliade l’opera giovanile di Omero, mentre l’Odissea l’opera della sua vecchiaia.

La rinascita di Omero

In età umanistica, i testi di Omero si diffusero in tutta Europa occidentale grazie a Petrarca che ne promosse la prima traduzione dal greco. Nel 1488 nacque la prima edizione stampata del testo omerico, di Demtrio Calcondilia e nel 1664 l’abate François d’Aubignac ipotizzò per la prima volta che Omero fosse un personaggio immaginario e che l’inesistenza della scrittura alla sua epoca e le incongruenze presenti nell’Iliade creavano troppi dubbi. L’abate asserì che i poemi omerici fossero una raccolta inorganica di canti composti da vari poeti e originariamente indipendenti. Nel 1730 Gianbattista Vico sostenne che i poemi sono solo una creazione collettiva a cui partecipa tutto il popolo, quindi Omero è solo un’idea simbolo. Inoltre la civiltà rappresentata nell’Odissea è più evoluta rispetto a quella dell’Iliade, perciò ritiene che i due poemi non possano appartenere ad uno stesso autore e ad una stessa epoca. I due presunti autori dell’Iliade e dell’Odissea inseriscono nei loro poemi elementi del passato, ma che non riescono a distinguere cronologicamente: l’Iliade rappresenta principii micenei, mentre l’Odissea esprime un periodo di crisi per via dell’insubordinazione dei Proci. Questo presuppone che i due poemi rappresentassero due momenti storici differenti.

La questione omerica in età moderna

  • 1795 viene pubblicata la “Prolegomena ad Homerum” di Wolf, il quale giunge alla conclusione che i poemi rappresentano l’unione di canti concepiti e tramandati oralmente aperti a modifiche. Egli non nega l’esistenza di Omero, ma lo identifica come autore di un nucleo poi ampliato e modificato da altri.
  • 1928 vengono pubblicati gli studi di Parry “Epitete traditionelle dans Homere”.
  • 1952 viene decifrata la Lineare B da Ventris (architetto che si dilettava nella decifrazione).

La questione omerica tra XIX-XX secolo

  1. Ipotesi analitica:
    • Il testo omerico è costituito da un nucleo narrativo originale, poi ampliato o cucito ad altri nuclei.
    • Il testo omerico è la fusione di più nuclei preesistenti e ripresi da altri autori.
  2. Ipotesi unitaria: il testo omerico è riconducibile ad uno stesso autore perché la sua struttura narrativa è talmente complessa e armonica che fa escludere la possibilità di essere una cucitura anonima (Schadewaldt 1938).

Il filologo Wilamowitz concilia le due teorie ipotizzando che Omero abbia raccolto intorno al tema centrale dell’ira di Achille altri canti preesistenti riattandoli e inventando altre parti.

Il contributo di Parry nel XX secolo

Lo studioso Parry dimostra che la lingua omerica è tipizzata: vengono mostrate spesso le stesse situazioni e gli stessi epiteti sempre nella stessa posizione metrica, che aiutano a memorizzare il testo che doveva essere recitato e non letto; e dimostra che la sua struttura

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/02 Lingua e letteratura greca

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher CristinaMenabo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura greca e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Martinelli Tempesta Stefano.
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