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che ha imposto ad Oreste di vendicare il padre. (Agamennone era il re di Micene, ma trasferirlo ad

Argo permette ad Eschilo di far garantire la pace di questa con Atene nel finale delle Eumenidi)

Il coro è formato dalle prigioniere troiane a cui Clitemestra ha ordinato di portare offerte sul

sepolcro del marito e queste sono accompagnate da Elettra. È in questa circostanza che avviene

l’incontro e il riconoscimento dei due fratelli.

Ha inizio l’episodio centrale in cui avviene l’evocazione della potenza paterna per chiederne l’aiuto.

Clitemestra è stata artefice della propria rovina, ma a ciò l’hanno indotta gli dei e ora Oreste si

trova ad un bivio fra due azioni parimenti colpevoli: il matricidio e la rinuncia a vendicare il padre.

La scena si sposta alla reggia dove Oreste arriva travestito da forestiero annunciando la sua morte

e la madre si dispera. Il primo a cadere è Egisto poi viene la volta della madre. Gli compaiono però

le Erinni (personificazioni della vendetta in ambito familiare) che lo terrorizzano.

Nelle Eumenidi la scena ora si svolge a Delfi nel santuario di Apollo dove Oreste si è rifugiato

dalle Erinni e il dio lo esorta ad andare a Pallade dove potrà trovare la fine alla sofferenza.

Ad Atene Oreste prega davanti alla statua di Atena e questa convince le Erinni a sottoporre il tutto

ad un tribunale che decide di assolvere Oreste.

L’assoluzione da parte dell’Areopago è un invenzione di Eschilo e questo simboleggia l’autorità

statale che garantisce ordine e legalità, condizioni fondamentali per l’esistenza della comunità.

La città di Atene offrirà alle Erinni una continua venerazione e queste si trasformano in Eumenidi.

Con il corteo festoso che accompagna le dee alla nuova sede si chiude la trilogia.

SOFOCLE

Nacque tra Atene ed Eleusi nel 496 a.C e morì nel 406 ca.

Una selezione antica ha salvato integralmente 7 opere e di altre ne rimangono i frammenti di

tradizione indiretta e papiracei

Con Sofocle viene inventata la scenografia: vengono introdotti dei fondali mobili di scenari dipinti;

viene introdotto un ulteriore attore arrivando a 3 e si scioglie la struttura trilogica diventano tre

drammi indipendenti.

Il protagonista assoluto diventa l’uomo singolo dannato all’errore e al patire costituendo il prototipo

dell’eroe tragico che deve cercare da sé e in sé il senso dell’esperienza che appartiene all’uomo

capace di reggere il peso della condizione umana. Questo non collabora più con la comunità

perché da essa è escluso o è lui stesso ad opprsi.

Questi protagonisti sono inflessibili, in quanto rimangono fedeli alla propria natura e ai propri

progetti fino all’ultimo, in cui avverrà la loro rovina, ma con una possibile salvazione.

Sofocle era consapevole delle forze prevaricanti con cui era governato il mondo, per questo nelle

sue opere vi contrappone un altro mondo al cui centro c’è l’uomo che riesce a definire la propria

identità e il proprio carattere tramite la ragione.

Ma più gli eroi sono grandi, più è grande la loro sventura perché è una necessità intrinseca alla

loro natura di uomini che stanno in un mondo di contradizioni. L’operare degli dei è il principio della

condanna umana e Sofocle vede in loro i responsabili del male di esistere.

AIACE Pag. 35 a 77

I temi principali sono: la grandezza e la vulnerabilità dell’uomo, la solitudine, l’impossibilità di

sottrarsi alla miseria dell’esistenza se non con la morte e la violenza dell’azione divina.

Gli Atridi hanno giudicato Odisseo il guerriero più valoroso tra i greci consegnandoli le armi di

Achille. Aiace offeso decide di sterminare tutti e rifiuta anche l’aiuto degli dei in battaglia. Così

Atena per punirlo gli fa fare strage delle greggi dei greci, che egli pensa siano i capi dell’esercito.

Odisseo ha pietà di lui perché vede nella sua umiliazione l’indizio della precarietà delle umane

sorti.

Quando Aiace torna in se comprende di essersi macchiato di disonore e viene emarginato. Egli in

3 monologhi dialoga tra se decidendo inizialmente che l’unica via di fuga è la morte, ma poi

ripensandoci, solo per poter compiere più agevolmente il suo piano di morte.

L’ira di Atena durerà solo quel giorno e se Aiace riuscirà a superarlo sarà salvo, ma considerandosi

più forte del capriccio divino dopo un ultimo appello si trafigge con la spada.

La vicenda occupa solo metà della tragedia; l’altra metà è occupata dal dibattito tra il fratellastro

Teucro, che vuole dargli oneri funebri, e due Atridi che non sono d’accordo. Sarà ancora Odisseo a

pronunciare un’ultima parola di pietà.

Lungo tutta questa scena incombe sullo sfondo il cadavere a simboleggiare che il destino dell’eroe

non si compie con la fine fisica.

ANTIGONE

Il tema è una sepoltura contestata: protagonista è la figlia di Edipo, Antigone, che ha visto i fratelli

Polinice e Eteocle uccidersi a vicenda. Ora il sovrano di Tebe è Creonte, loro zio da parte di

madre, che ha ordinato l’insepoltura del traditore Polinice, ma la Antigone ritiene che le leggi non

scritte degli dei e i vincoli di sangue debbano essere salvaguardati ad ogni costo.

I due protagonisti rappresentano una negazione: Antigone della vita e Creonte della libertà, ma tutti

e due si ispirano a principi positivi: per la donna è l’amore per il fratello e per il tiranno è l’ordine

che garantisce la sopravvivenza dello stato.

Creonte alla fine decide che la ragazza dovrà essere sepolta viva in una caverna, ma il figlio

Emone, promesso sposo di Antigone, cerca di fargli cambiare idea. La scena si chiude con la

fanciulla che è condotta davanti alla sua tomba.

Ora inizia la tragedia di Creonte: Tiresia gli predice le conseguenze del suo gesto così si reca a

liberare Antigone, ma ella si è impiccata. Emone a sua volta si trafigge sul corpo dell’amata e sua

madre, Euridice, si suicida e a Creonte rimane solo la disperazione impartita dagli dei come

punizione.

La colpa di Antigone è stata quella di non aver accettato il meccanismo delle forze che limitano

l’individuo.

TRACHINIE

La tragedia prende nome dalle donne della città di Trachis, che compongono il coro.

Eracle è lontano dalla moglie Deianira per compiere le imprese volute dagli dei e al suo ritorno si

presenta con una giovane, Iole, figlia del re Eurito che ha rapito dopo averne distrutto la città

perché il padre non gliel’ha voluta concedere.

In precedenza il centauro Nesso aveva cercato di rapire Deianira, ma Eracle l’aveva ucciso e lui

prima di morire le aveva donato un filtro magico, fatto del suo sangue, grazie al quale Eracle non

avrebbe amato nessuna altra donna. Così Deianira lo cosparge sulle vesti dell’eroe, ma non

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sapeva che il filtro era avvelenato dalle frecce di Eracle bagnate del sangue dell’Idra che aveva

usato per uccidere il centauro.

Così l’ero viene colto da orribili sofferenze e lei si chiude nella regia in cerca della morte.

Nella seconda parte della tragedia Eracle vuole punire la moglie, ma si ricorda di una

premonizione che gli aveva annunciato che sarebbe morto per mano di un morto, in più un’altra

profezia l’aveva ingannato promettendoli il riposo una volta tornato a casa, ma questo era la morte.

Il figlio Illo è così costretto a portare il corpo del padre sul monte Eeta e dargli fuoco, sposare Iole e

fare da padre al figlio che questa ha concepito con Eracle.

Eracle nonostante sia un eroe che ha dischiuso una nuova epoca per la civiltà, deve morire perché

come tutti gli uomini, anche lui è impotente davanti all’oscuro progetto degli dei.

EDIPO RE

I temi di questa tragedia sono l’ironia dell’azione che genera rovina, la fatale ignoranza dell’uomo e

l’inganno che nasce dalle pretese dell’uomo di decifrare li oracoli.

Edipo è stato eletto re di Tebe dopo aver risolto l’indovinello della sfinge, ma ora la città è

devastata da una pestilenza, così manda suo cognato Creonte dall’oracolo di Delfi che gli riferisce

che la città è contaminata dalla presenza dell’assassino del precedente re Laio, la cui vedova è ora

moglie di Edipo.

Edipo interroga l’indovino Tiresia che gli rivela di essere lui stesso l’uccisore di Laio, marito della

propria madre e fratello dei suoi figli, ma sua moglie lo tranquillizza dicendogli che a Laio era stato

predetto che sarebbe morto per mano del figlio così avevano fatto adottare il bambino e lui morì

per un attacco di predoni.

Edipo racconta alla moglie di essere stato cresciuto da Polibo re di Corinto, ma interrogando

l’oracolo di Apollo questo gli predisse che avrebbe ucciso suo padre e sposato sua madre, così per

scampare alla profezia scappò, ma durante il viaggio incontrò un uomo che lo offese e così

l’uccise.

Egli, però, è in realtà un trovatello che Polibo aveva ricevuto dall’uomo incaricato di esporre il figlio

di Laio. Così sia lui che Giocasta comprendono la verità: Edipo trionfò sugli enigmi divini, ma fu

l’ultimo a comprendere ciò che gli altri avevano già visto. Egli si accecò e la moglie/madre si

uccise.

L’ingegno umano è per se stesso Hybris, e Edipo rappresenta l’impotenza dell’uomo di fronte alle

forze che trascendono la sua volontà.

ELETTRA

In questa tragedia Sofocle riprende il tema della Coefore di Eschilo, ma spostando l’epicentro da

Oreste alla sorella Elettra.

Ella è stata costretta a vivere nella reggia in condizione di sudditanza nei confronti della madre e di

Egisto, maturando così un profondo odio verso di loro.

Un servo racconta alle donne del coro la falsa morte di Oreste: la madre esulta, mentre la sorella

abbraccia l’urna piangendo disperatamente. Ma l’inganno servì ad introdurre Oreste nella reggia

per attuare la sua vendetta.

Dopo essersi fatto riconoscere dalla sorella la prima a cadere fu Clitemestra e sul grido di

esultazione di Elettra si chiude la tragedia. Pag. 37 a 77

FILOTTETE

Viene definita tragedia da camera perché l’azione si riduce ad un dialogo svolto da tre

personaggi, di cui almeno uno si troverà diverso da quello che era all’inizio grazie ad un processo

interiore maturato dal confronto con gli altri.

È presente l’idea che l’uomo perseguitato dalla divinità è al tempo stesso un eletto perché grazie

alla forza d’animo è rimasto fedele alla propria natura, e quindi la tragedia avrà un lieto fine.

Da dieci anni Filottete vive solitario nell’isola di Lemno dopo che un serpente l’aveva morso e i suoi

compagni greci diretti verso Troia l’avevano abbandonato.

Ma per conquistare la città un oracolo rivela che è indispensabile l’arco del giovane che gli fu

donato da Eracle; così lo raggiungono Odisseo e il figlio di Achille per forzarlo aa unirsi alla

spedizione o per sottrargli l’arco. Ma Filottete ha maturato un odio profondo verso tutti gli Atridi e

Odisseo gli riferisce che secondo l’oracolo la sua andata a Troia lo risanerà.

Alla fine della tragedia appare Eracle che impone al giovane di cedere alla volontà degli dei, così

risanato si dirige verso Troia e i greci riusciranno a conquistare la città.

Nella sua solitudine Filottete ha imparato a comprendere le forme e le leggi della natura

meritandosi la comprensione globale e la sapienza che fonde la libera scelta con la necessità.

L’uomo che crea il proprio destino ci riesce perché a questo si è sottomesso.

EDIPO A COLONO

Edipo è ormai vecchio e cieco e vagabonda da anni. Giunge a Colono per chiedere alla città un

ultimo asilo e Teseo, sovrano di Atene lo accoglie.

Giunge la figlia Ismene ad avvertirlo che il suo corpo è un ostaggio per le due parti che si contendo

Tebe (Polinice e Eteocle), ma Edipo si rifiuta ad tutte e due le parti. A determinare la sua

redenzione sarà il patire dell’individuo che trae ragione dalla sua beatificazione.

Un messo alla fine racconta come Edipo sia scomparso misteriosamente e la tragedia si chiude sul

pianto delle figlie.

La drammaticità è data dalla dualità della natura umana che da un lato cerca una visione incantata

della divinità e dall’altro è coinvolta nelle dolorose piaghe dell’esistenza.

EURIPIDE

Nacque a Salamina intorno al 485 e fu il bersaglio dell’irrisione dei poeti comici. Vinse solo 3 gare

e 1 postuma, dopo il 408 si recò allora presso la corte di Archelao, re di Macedonia, e qui morì

l’anno seguente.

Per Euripide il confronto cruciale per l’uomo è con le scelte degli altri uomini: gli dei diventano la

metafora delle situazioni e delle convinzioni che il corpo sociale ha imposto da se.

Viene introdotto un prologo espositivo che anticipa la conclusione della vicenda, annullando

l’attesa nel pubblico che può concentrarsi solo sul dibattito delle idee.

Il riconoscimento tra persone che ignoravano la reciproca identità esprime la fiducia nella

possibilità di scoprire la verità dei rapporti umani. La rappresentazione psicologica diventa così

l’elemento portante della tragedia che oppone il pessimismo nato dalla considerazione che l’uomo

si costruisce da solo le proprie miserie e la convinzione che valga la pena lottare con la ragione

per annientare i pregiudizi. Pag. 38 a 77

L’unica tendenza comune a tutta la produzione di Euripide è un incessante proposito di

sperimentazione: la tragedia era entrata in crisi e si affermava sempre di più l’autonomia del

singolo, così Euripide tenta nuove strade per poterla salvare.

Le azioni degli uomini determinano gli avvenimenti con la loro volontà e i loro sentimenti; e il

dialogo è l’espressione di questa indagine della realtà.

Usa un linguaggio quotidiano in cui ogni uomo riesce a riconoscersi. I suoi personaggi dimenticano

di essere eroi per vivere ed esprimere i pensieri e i sentimenti dell’uomo contemporaneo e di

conseguenza rivendicano una nuova libertà attraverso i linguaggio.

Euripide ritiene che all’individuo sia concesso scoprire una propria identità nell’autonoma

realizzazione del proprio destino, ma non riesce a sottrarsi del tutto alla debolezza e alla precarietà

dell’uomo.

Ci sono pervenuti direttamente dieci drammi euripidei a cui si sono aggiunti dieci tragedie di

tradizione. Di altre opere, invece, abbiamo molti frammenti indiretti e papiracei. Di 8 di queste si

conosce la data, mentre delle altre è approssimativa.

ALCESTI

È una tragedia a lieto fine in cui il personaggio di Eracle presenta anche tratti comici. È stata

composta nel 438.

Il re Admeto deve morire, ma il suo protettore Apollo ha ottenuto dalle Moire la sua salvezza se un

altro si sacrificherà al suo posto. Sua moglie Alcesti è disposta a dare la sua vita e il marito accetta

il sacrificio, ma ne piange dolorosamente la morte.

Durante il rito funebre il padre di Admeto e Admeto stesso litigano perché il primo non si è voluto

sacrificare e il secondo perché non ha impedito la morte della moglie.

Euripide vuole sottolineare l’egoismo dei comuni mortali in confronto alla magnanimità dell’eroina.

Giunge allora Eracle che strappa dalle mani della Morte Alcesti e la riporta al marito coperta da un

velo. Lui la rifiuta pensando sia un’altra donna perché vuole rimanere fedele alla moglie e questo

gli di avewre un lieto fine.

MEDEA

Tragedia composta nel 431 in cui non compaiono gli dei perché sostituiti dai sentimenti degli

uomini che derivano dall’esperienza del reale e dirigono la vicenda fino alla devastante

conclusione.

Medea è giunta in Grecia con Giasone e i figli, questo però vuole abbandonarla perché allettato dl

matrimonio con la figlia del re di Corinto. La moglie venuta a conoscenza di ciò è tormentata dal

proposito di vendetta, dalla smania di affermazione della propria personalità, dal senso di giustizia

e culmina con il sacrificio dei suoi figli.

Medea li invia a portare in dono alla novella sposa e al marito una veste e una corona, ma queste

sono avvelenate e i due vengono consumati dalle fiamme. Inseguito, Medea uccide i suoi figli e si

leva con i loro corpi sul carro del Sole.

Questa tragedia è un messaggio di affermazione della dignità della donna; è una polemica contro

gli inganni della falsa giustizia; è un’accusa contro l’emarginazione dell’intellettuale da parte di una

società che non ammette critica alle istituzioni: è una rivendicazione dell’individualità. Pag. 39 a 77

IPPOLITO

Tragedia del 438, qui gli dei diventano il simbolo in cui si identifica la forza dei sentimenti umani.

Nel prologo Afrodite dichiara il suo sdegno contro Ippolito, figlio di Teseo, che rinnega l’amore per

rimanere fedele all’ideale di purezza. Perciò la dea farà innamorare di lui la sua matrigna Fedra.

La nutrice di Fedra dopo aver appreso dalla stessa il suo amore verso il figlio, lo va a riferire ad

Ippolito che inorridito maledice le donne. Fedra ha sentito tutto e decide di morire e di scrivere

un’ultima lettere al marito dove accusa il giovane di averle fatto violenza. Teseo crede alla calunnia

e invoca Poseidon per punire il figlio. Questo muore investito dai suoi cavalli e la dea Artemide

interviene per svelare l’inganno: Teseo maledice la sua precipitosità e Ippolito gli accorda il suo

perdono.

ERACLIDI

È datata tra il 430 e il 417 e prende il titolo dai figli di Eracle perseguitati da Euristeo.

Questi chiedono asilo a Demofonte re di Atene e in una battaglia Euristeo viene fatto prigioniero

dagli ateniesi, che per propiziare la vittoria avevano sacrificato una vergine delle Eraclidi, Macaria

che si offrì volontaria.

La madre Alcmena ne reclama la more e concede che al suo cadavere siano resi gli onori funebri e

la sua tomba offrirà protezione all’Attica.

ECUBA

Anche questa tragedia rientra nel periodo 430-417 e presenta una struttura a dittico. Ecuba è la

vecchia regina di Troia.

La città è caduta in mano ai greci e questi pretendono che la fanciulla Polissena, figlia di Ecuba,

venga sacrificata sulla tomba di Achille. Questa accetta la propria sorte conservando la sua dignità.

Ecuba si dispera e viene colpita anche da un nuovo dolore: aveva mandato il figlio Polidoro con

grandi ricchezze dal re barbaro Polimestore, ma questo lo fece uccidere e buttare in mare, così

adesso il suo cadavere è approdato sulle sponde dove i troiani prigionieri si stanno imbarcando

sulle navi greche.

Ecuba allora attira il colpevole e i suoi figli: il primo lo acceca e gli altri li uccide.

ANDROMACA

In “Andromaca” la divinità appare solo alla fine per sancire la ricostruzione di un ordine che gli

uomini stessi hanno infranto.

Andromaca, sposa di Ettore, è costretta a diventare la concubina di Neottolemo da cui ebbe un

figlio, Molosso.

Le è nemica Ermione, figlia di Elena e Menelao, legittima moglie di Neottolemo, che l’accusa di

averla resa sterile con una magia, perciò insieme al padre decide di ucciderla.

Sopraggiunge Peleo, nonno di Neottolemo e costringe i due a lasciare la donna e suo figlio.

Ermione temendo l’ira del marito pensa di suicidarsi, ma viene salvata da Oreste che la porta via

con se. Questo inspira il suo popolo ad uccidere Neottolemo, così Andromaca sposerà Eleno e il

figlio Molosso diventerà capostipite degli Eacidi, mentre Peleo diventerà un dio e vivrà nel mare

insieme a Teti.

SUPPLICI Pag. 40 a 77

Il motivo conduttore è l’esaltazione di Atene.

Il coro è composto dalle madri dei condottieri caduti nell’assedio di Tebe insieme a Polinice che

invocano dal re ateniese Teseo aiuto contro Creonte che vuole negare la sepoltura ai loro figli.

Teseo accetta ma decreta che la città nemica dovrà essere risparmiata.

Si conclude con l’arrivo dei figlioletti dei caduti che portano tra le mani le loro ceneri e con la dea

Atena che sancisce un’eterna alleanza tra Atene ed Argo (città da cui provengono le madri).

ELETTRA

Egisto ha dato Elettra in moglie ad un contadino che ne risparmi la verginità.

A differenza della tragedia di Sofocle, qui Clitemestra è una povera donna piegata dal rimorso e

respinta dalla figlia che ingannandola con la notizia di un falso parto la fa uccidere da Oreste.

Alla fine intervengono i Dioscuri che danno Elettra in sposa a Pilade e garantiscono ad Oreste

l’assoluzione da parte dell’Areopago.

Questo finale risolve però solo esteriormente la vicenda.

TROIANE

La tragedia è priva di azione e il coro è formato dalle donne troiane disperate che in un canto

rievocano la notte in cui la città fu devastata. Si succedono Ecuba, Cassandra, Andromaca ed

Elena che Ecuba maledice, ma essa riesce a difendersi.

Il possesso di Elena è il simbolo della smania che la forza della natura suscita negli uomini per

rovinarla.

Ecuba leva il suo ultimo lamento in un desiderio di morte che non verrà esaudito e le prigioniere si

avviano verso le navi dei greci mentre la città è ancora tra le fiamme.

Testimonia che la guerra è una dannazione anche per i vincitori e il dolore universale costituisce il

tema di fondo.

ERACLE

Il tema è il crollo dell’uomo dalla gloria alla degradazione umiliante e compare anche il motivo

dell’encomio ad Atene

Si afferma la capacità dell’uomo di ritrovare in se il senso e la responsabilità della propria

esistenza.

Mentre Eracle è sceso nell’Ade l’usurpatore Lico si è impadronito del suo regno a Tebe e vuole

sterminare anche la sua discendenza. Eracle giunge a salvarli uccidendo Lico, ma compare Iris la

messaggera accompagnata da Lissa, demone della follia, inviato da Era per devastare la mente

dell’eroe.

Questo impazzisce e uccide la moglie Megara e i figli e quando rientra in se vorrebbe uccidersi,

ma Teseo lo convince nel accettare il fatto così si dirigono insieme ad Atene dove verrà assolto.

ELENA

È composta nel 412. Pag. 41 a 77

I vani idoli sono i moventi che inducono gli uomini all’orrore della guerra e il reggitore supremo

delle vicende umane è il caso. Ciò che più conta sono le risposte che i sentimenti umani danno

all’imprevedibile arbitrio della sorte.

Elena non è andata a Troia: la guerra ha avuto come pegno il suo fantasma. In realtà si trova in

Egitto e finita la guerra vi giunge anche Menelao con il fantasma della moglie.

La via del riconoscimento è difficile perché anche Elena ha ricevuto la falsa notizia della morte del

marito, ma alla fine si convincono e riescono a tornare a casa insieme.

Il caso prima li ha ostacolati e poi favoriti perché sono stati capaci di meritarsi la collaborazione del

caso grazie all’intensità dei sentimenti e la capacità intellettuale.

IFIGENIA IN TAURIDE

Composta qualche anno dopo “Elena” è costruita sullo stesso schema narrativo, variando solo i

personaggi e alcuni dettagli delle azioni.

Ifigenia è la figlia di Agamennone che è stata sottratta dal sacrificio da Artemide che l’h insediata

come sacerdotessa nel suo santuario a Tauri. Qui arriva Oreste insieme ad un compagno per

sottrarre il simulacro e portarlo ad Atene per potersi salvare dalle Erinni, ma vengono catturati e

Ifigenia dovrà sacrificarli alla dea. Ella li interroga e apprende che provengono anche loro da Argo

così decide che uno dei due si salvi purché porti una lettera ai suoi genitori che racconta la sua

storia.

Ifigenia legge ad alta voce la lettera e avviene il riconoscimento tra i due fratelli così decidono di

ingannare i re dei Tauri Toante, grazie all’aiuto di Atena.

Il caso concorre alla salvazione degli uomini che l’hanno guadagnata con la nobilita dei loro

sentimenti.

IONE

Creusa, figlia del re ateniese Eretteo e moglie di Xuto, era stata sedotta da Apollo e ne ha avuto un

figlio, Ione, che è cresciuto come un trovatello nel tempio di Delfi.

I due sovrani giungono al tempio per interpretare l’oracolo e madre e figlio si parlano senza

riconoscersi. L’oracolo rivela a Xuto che la prima persona che incontrerà fuori dal tempio sarà suo

figlio, così abbraccia Ione credendolo frutto di un amore giovanile e lo porta ad Atene.

Creusa però si ribella perché non vuole un bastardo nella reggia e progetta di avvelenare il

ragazzo, ma viene sventato e adesso è lei che deve scappare dalla furia del giovane.

Interviene la Pizia (sacerdotessa di Apollo) che fa vedere a Creusa gli oggetti con cui è stato

trovato il neonato e li riconosce, così si rivela al figlio.

Atena proclama che Ione diventerà il capostipite della gente Ionia e i figli di Xuto e Creusa

fonderanno le razze degli Achei e dei Dori.

FENICIE

Questa tragedia si basa sul mito di Edipo e della sua discendenza, ma vengono introdotte molte

modifiche.

Inizia con l’assalto dei Sette contro Tebe, ma Giocasta è ancora viva e tenta di conciliare i figli,

ovviamente senza successo. Un oracolo predice che per salvare la città occorre il sacrificio di

Meneceo, figlio di Creonte, che accetta. Pag. 42 a 77

Avviene lo scontro: i due fratelli si uccidono, Giocasta si suicida e Antigone nonostante il divieto di

Creonte, seppellisce i fratelli, abbandona Emone e segue il padre in esilio.

Le modifiche dimostrano che il pubblico era più attento ai fattori spettacolari.

ORESTE

In questa tragedia manca il rapporto problematico che dovrebbe avere l’eroe nei confronti del

proprio destino: questo è ridotto ad un fantoccio che non riesce a risolvere la sua sorte.

Da sei giorni Oreste ha ucciso la madre ed è caduto in pazzia: viene aiutato da Elettra. I due

sperano nell’aiuto di Menelao, ma Tindaro, padre di Clitemestra, lo obbliga a starne fuori.

I fratelli decidono quindi di vendicarsi uccidendo Elena, e Menelao a sua volta si vendica

assediando la reggia con gli Argivi.

Elettra riesce a catturare Ermione e ora Oreste le tiene la spada puntata sul tetto.

Infine Apollo annuncia che Elena è stata tratta in cielo da Zeus e ordina che Oreste sposi Ermione

ed Elettra Pilade, in modo da ricostruire un microcosmo familiare.

Qui la vita viene interpretata come un insanabile caos e non più come un mistero.

IFIGENIA IN AULIDE

Il tema della fanciulla innocente che decide volontariamente di sacrificarsi per la patria, torna in

questa tragedia modificato.

Il carattere dell’eroe tragico subisce un’evoluzione prodotta dal variare delle situazioni e dal

confronto delle opinioni ed è aperto ad una maturazione interna.

Agamennone ha spedito una lettera a Clitemestra che la invita a raggiungerlo insieme alla fanciulla

simulando che debba sposare Achille, ma si pente subito e manda una seconda missiva che

revoca la precedente. Ma ormai Clitemestra e la figlia sono arrivate e su di lui prevale il senso del

dovere. La moglie chiede ad Achille di salvare Ifigenia, ma è troppo tardi perché la ragazza ha

compreso che quello è il suo destino ed è lei stessa a voler morire.

La tragedia si conclude con il racconto di un messo che narra come la dea Artemide all’ultimo

momento abbia sostituito la fanciulla con una cerva.

BACCANTI

La crisi della ragione è il motivo conduttore nelle “Baccanti”: l’intelletto umano si scontra con il

mistero del divino. È l’unica tragedia ad avere come protagonista un dio e indica il proposito di

annettere l’incomprensibile alla sfera dell’umano.

Nel prologo Dioniso annuncia di essere venuto a Tebe per vendicarsi delle sorelle della madre le

quali negano la sua discendenza da Zeus.

Così ha instaurato il suo culto tra le donne travolgendo le loro menti nel delirio dell’invasamento.

Queste sono guidate dalla madre del re Penteo che vuole proteggere la città da questa licenza e

ordina di catturare Dioniso che messo nei sotterranei della reggia riesce a scappare grazie ad un

terremoto.

Ora Panteo vuole spiare i segreti delle donne accecato dalla smania di conoscenza che gli ha

infuso Dioniso, così questo lo fa travestire da donna e lo manda dalle baccanti che lo scambiano

per una belva e lo dilaniano. La madre innalza la testa mozzata del figlio, ma quando Cadmo la

richiama alla ragione essa comprende la vendetta del dio. Pag. 43 a 77

Panteo lotta in nome della religione laica contro il fanatismo, ma viene travolto dalla hybris perché

ha cercato di rendersi autore del proprio destino e di quello dei suoi cittadini e di voler conoscere

l’inconoscibile. La sua follia è un castigo e la sorte della condizione umana.

CICLOPE

È l’unico dramma satiresco integralmente conservato e ha come argomento la storia omerica

dell’accecamento di Polifemo da parte di Odisseo.

Il coro è composto dai satiri, guidati dal padre Sileno, che sono servi del ciclope.

Il ciclope adora e riconosce come dio la ricchezza e ha scelto come norma di vita il piacere. È

violatore delle leggi della natura e questo lo porterà alla sconfitta.

RESO

Anche qui l’argomento è omerico, ma viene considerata un’opera spuria.

Riprende il X libro dell’Iliade dove Reso, re di Tracia, giunge a Troia in soccorso degli assediati. Di

notte Odisseo e Diomede protetti da Atena penetrano nel suo accampamento e lo uccidono

impadronendosi delle sue cavalle.

La tragedia si conclude con l’apparizione della madre Musa Tersicore che piange la sorte del figlio.

Il dramma tende a tenere di vista gli effetti spettacolari ricorrendo all’uso di molti personaggi.

LA COMMEDIA

Secondo le fonti l’introduzione ufficiale dei concorsi comici nelle feste dionisiache ad Atene

avvenne nel 486 a.C. Aristotele dichiara che essa trae origine dai canti fallici eseguiti durante le

falloforie (processioni per propiziare la fecondità), in cui venivano eseguiti anche canti in onore di

Dioniso e i partecipanti beffavano tutti quelli che incontravano.

È possibile dividere la sua storia in antica (fino al V secolo), di mezzo (fino al 330) e nuova (fino

al 260).

La commedia, a differenza della tragedia, sopravvive alla crisi politica, sociale e culturale, ma

questo comporta sostanziali trasformazioni.

I suoi elementi tipici sono il canto corale, il rapporto con Dioniso, l’irrisione e il riferimento alla sfera

sessuale. Viene introdotto un agone: momento in cui il personaggio principale si contrappone ad

un altro in un contrasto organizzato secondo norme strutturali d’alternanza.

LA COMMEDIA ANTICA

La commedia antica si apre con un prologo in cui sono esposti la vicenda e il progetto dell’eroe

comico. Viene seguito dall’entrata del coro definita parodo.

Il protagonista per attuare il suo piano entra in contrasto con gli altri personaggi nell’agone, dove

sezioni uguali per il metro e per il numero dei versi si corrispondono a coppie.

Nel mezzo della vicenda, dopo l’agone, avveniva la parabasi in cui la scena si interrompeva e

rimaneva vuota, il coro si spogliava dei costumi di scena e sfilava davanti al pubblico recitando e

cantando un brano.

Infine veniva l’esodo: fastosa processione in cui il coro celebrava il trionfo del protagonista e la

prosperità assicurata dalla sua impresa. Pag. 44 a 77

Le maschere degli attori si ispiravano alla deformazione fisionomica del corpo umano, ma a volte

riproducevano realisticamente i volti degli abitanti di Atene.

Il coro era composto da un gruppo di persone che venivano identificati come fenomeni del mondo

naturale; e in questo sta il significato della commedia: viene inventata dagli uomini per reagire

all’artificio in cui hanno forzato la loro vita.

La tragedia comporta l’intervento di una attività interiore, mentre il comico attinge ad un fatto

fisiologico dell’esperienza: il riso.

Esistono due categorie di comico:

• Comico significativo: sorge in rapporto ad una situazione che viene assunta come motivo

di beffa; ha carattere funzionale e di critica con lo scopo di rifondare una norma che è stata

sovvertita nella rappresentazione

• Comico assoluto: non trae spunto da una situazione esterna, ma inventa un mondo che ha

per fine ultimo la gioia del riso spontaneo, simbolo di ammirazione nei confronti dell’autore

ARISTOFANE

Nacque vicino ad Atene nel 445 e la sua carriera drammaturgica iniziò nel 427 e già nel 425 vinse

la prima gara. Morì intorno al 380.

La sua originalità consiste nell’avere inserito una trama narrativa che presenta caratteri costanti e

la peculiarità di questa coincide con il momento storico: la guerra del Peloponneso, combattuta tra

il 431 e il 404 tra Sparta e Atene che vide la sconfitta; la crisi degli ordinamenti cittadini e della

negazione delle convinzioni tradizionali perché il pensiero si indirizzava verso l’accentuazione

dell’autonomia individuale.

Le conseguenze sono una consapevolezza della degradazione nella qualità della vita e la

tendenza ad attribuire un valore ad ogni azione dell’individuo.

La commedia rappresenta lo sforzo del protagonista nell’annientare gli avversari che hanno

provocato questo stato delle cose e da cui traggono vantaggio.

L’eroe comico è un personaggio stralunato che vive emarginato dal mondo per sua scelta e si

oppone ai falsi valori. Ha fiducia nella validità delle sue azioni e finisce per ottenere una vittoria che

riverbera sulla collettività.

La vittoria dell’eroe comico è propiziata dalla naturalità del suo carattere, ma il suo trionfo è

contraddittorio perché per vincere deve rifugiarsi nell’utopia e la missione del poeta comico è di

ridestare dall’incantamento dionisiaco.

L’utopia consiste in una realtà sicura e incorrotta dove all’uomo è consentito recuperare la felicità.

Il suo significato allegorico è quello di un’aspirazione umana a ritrovare la gioia di una condizione

che si credeva perduta e la capacità di farlo con i propri meriti.

La risata è lo strumento di evasione come affermazione di libertà e l’eroe se ne serve per

travolgere i suoi avversari, soggetti ad un mondo che non sanno immaginare diverso.

L’eroe è così in grado di distruggere il sistema che aveva provocato la ribellione grazie alla fantasia

che gli ha consentito di ribaltare le leggi e il riso che gli ha conferito un’onnipotenza quasi pari a

quella degli dei. Pag. 45 a 77

Il ridicolo è la regola suprema del genere, che scaturisce dall’assurdo, in cui si stravolgono le

convinzioni dell’esperienza e la brama di evasione dalla realtà induce a creare un mondo alla

rovescia in cui il riso contesta le violenze prodotte dalla società.

Il commediografo inventa integralmente le proprie trame usando un linguaggio medio intriso di

intelligenza ed eleganza.

Ha una struttura ternaria in cui si succedono un antefatto, una situazione di crisi e la riconquista

della felicità.

Sopravvivono per intero solo 11 commedie, mentre di altre abbiamo frammenti indiretti.

ACARNESI

Dopo pochi anni dall’inizio dello scontro con Sparta gli Acarnesi vogliono la pace.

L’eroe è il contadino Diceopoli, che contiene nel suo nome l’idea di giustizia e l’immagine della

città.

La commedia inizia con una parodia di un’assemblea a cui assiste Diceopoli, il quale vorrebbe la

pace alla guerra con Sparta che dura da molti anni. Ma i potenti non hanno intenzione di terminare

la guerra, così Diceopoli decide di stipulare da solo una tregua di 30 anni con Sparta. Corre poi a

casa e celebra le Dionisie e organizza una falloforia con i familiari e gli altri abitanti minacciano di

lapidarlo, ma ottiene un permesso per pronunciare un discorso in suo favore. Per impietosire gli

ascoltatori, va a casa di Euripide e si fa prestare gli stracci di Telefo. Una parte degli Acarnesi

appoggia Diceopoli, l'altra invece chiama in suo favore Lamaco, sostenitore della guerra, il quale

viene però sconfitto.

I bersagli polemici di Aristofane sono i sostenitori della guerra e i profittatori ed Euripide con le sue

innovazioni che corrompono la tradizione.

CAVALIERI

Il coro è composto dai cavalieri che rappresentano la volontà conservatrice.

La commedia consiste in un attacco a Cleone, capo dei fautori della guerra.

Nel prologo due servi si lamentano che un altro servo, Paflagone, abbia plagiato con le sue

adulazioni il padrone Demo. Paflagone, fa da signore in casa, ma un oracolo lo avverte che verrà

soppiantato da un salsicciaio; infatti i due servi li fanno battibeccare in modo che il padrone

preferisca il salsicciaio, persona ancor più cinica e ignorante di Paflagone e quindi adatto al

compito.

Il nucleo è costituito da due agoni: nel primo i due si affrontano verbalmente, nel secondo Demo fa

da arbitro e attribuisce la vittoria al salsicciaio. Questo con una magia fa tornare giovane Demo

che può ora sposarsi con la Tregua, mentre lui stesso si trasforma in un uomo civile e stimato.

NUVOLE

Il progetto polemico si trasforma da politico a etico e culturale, cui simbolo è Socrate che

accumunato ai sofisti in una condanna delle tendenze innovatrici di cui l’opinione pubblica lo

giudica corresponsabile. Pag. 46 a 77

Il contadino Strepsiade è oppresso dai debiti del figlio Fidippide, così si rivolge ai vicini che

conoscono l’abilità della parola e possono stravolgere la giustizia.

Socrate accetta di aiutarlo, ma Strepsiade si rivela balordo e viene cacciato, perciò manda il figlio

che assiste ad un agone tra Discorso giusto e Discorso ingiusto, il quale esalta la capacita di

sovvertire ogni norma e di godersi la vita. Il Discorso ingiusto vince e Fidippide riesce a scacciare i

creditori.

Ma durante il banchetto organizzato dal padre, questi litigano e il figlio gli recita dei passi di

Euripide battendolo. Strepsiade arrabbiato da fuoco a Socrate e alla sua casa.

Le buffe peripezie che si succedono sono rette dalla legge dell’imprevisto e del paradossale.

Il coro formato dalle Nuvole resta in disparte e il suo ruolo risulta, quindi ambiguo: significano la

divinità sfuggente e il simbolo della mutevolezza dei valori fondati sulla parola.

Alla fine ammoniscono Strepsiade di averlo condotto nei guai perché comprendesse di trovarsi in

errore.

VESPE

Ripropongono il tema dell’opposizione tra padre e figlio, ma con un rovesciamento delle parti. Il

giudice condanna tutti gli accusati: l’attività giudiziaria era diventata una mania e una moda per gli

Ateniesi.

Il padre Filocleone e il figlio Bdelicleone portano il nome dell’odiato Cleone e uno ne è l’amico

mentre l’altro lo odia.

All’inizio della commedia Bdelicleone è riuscito a rinchiudere il padre in casa per non farlo

partecipare al tribunale, ma sopraggiunge il coro formato dai suoi amici giudici che hanno aspetto

di vespe.

Ha luogo un agone tra padre e figlio, in cui questo riesce a convincere il coro che il mestiere di

giudice è un espediente per poter praticare i propri intrighi.

Nella scena finale Filocleone riappare danzando.

Aristofane critica gli atteggiamenti dei suoi contemporanei coinvolgendo i grandi temi

dell’esperienza umana.

PACE

Il motivo portante della trama è l’assurdo e c’è il sospetto che le forze della ragione non siano

sufficienti per invertire la rotta della follia umana.

Morto Cleone avvenne la pace fra Atene e Sparta, ma questa fu solo una breve tregua.

La commedia inizia con il contadino Trigeo che alleva a sterco uno scarafaggio gigante che lo

possa portare dagli dei per supplicare Zeus di ridare la pace agli ateniesi. Ma egli trova solo Ermes

perché tutte le divinità si sono ritirate disgustate dalla guerra.

Allora insieme al coro formato dai contadini estrae dalla caverna dove era stata sepolta Eirene (la

Pace) e insieme a lei anche Opora (l’Abbondanza) e Teoria (la Festa) e con queste ridiscende

sulla terra.

La commedia si conclude con il matrimonio tra Trigeo e Opora. Pag. 47 a 77

Nella commedia si esprime la rivendicazione di un mondo di valori appartenenti all’uomo

dall’origine e la felicità di un lavoro che sia stimolato dalla soddisfazione dei bisogni e dai desideri

naturali e non dall’avidità e dall’ambizione. Tutto questo si identifica con la pace.

UCCELLI

Qui compare il motivo del viaggio nell’irreale, ma la situazione politica è cambiata nuovamente

perché la pace è durata poco. Così l’evasione dalla politica per cercare il significato della vita e

dell’arte è il contrassegno della commedia.

Due ateniesi lasciano la patria per sempre alla ricerca di un luogo dove sia possibile vivere senza

l’incubo dei processi e giungono in un luogo desolato dove incontrano un upupa, che una volta era

stato il re trace Tereo, che convoca il coro degli uccelli per ascoltare quello che hanno da dire: i

due umani vogliono fondare una città nell’etere e riconquistare la sovranità sull’universo, che in

origine apparteneva agli alati; e gli uccelli approvano.

Costruisco una città enorme che sbarra il passaggio dalla terra al cielo e la chiamano Nubicuculia;

inoltre a Pisetero (uno dei due ateniesi) sono spuntate le ali ed è diventato il capo.

Arriva Iris che informa che per colpa della città gli dei non riescono più a ricevere il fumo dei

sacrifici e stanno morendo di fame, ma Pisetero la scaccia. Dopo averlo minacciato che avrebbero

mandato Eracle (molto ghiotto e allettato dall’arrosto di uccelli) Pisetero ottiene da Zeus Basileia

(personificazione della Sovranità) con cui si sposerà e la commedia si chiude.

Gli uccelli sono esenti dalla condanna dell’individualità: la misura del loro esistere è la totalità della

specie animale che è eterna e sottratta al moto rettilineo della storia.

È iniziata l’epoca della disillusione e bisogna rifugiarsi nell’utopia che solo la parola poetica può

dare.

TESMOFORIAZUSE

Le donne alle Tesmoforie era il nome di una festa legata ai riti della fertilità e celebrata solo da

donne.

Euripide crede che le donne riunite nell’occasione della festa progettino di vendicarsi dell’immagine

che le sue tragedie attribuiscono alla figure femminili. Così fa travestire il Parante e lo manda alla

festa.

Qui le donne accusano il poeta, ma il Parente obietta e viene smascherato e minacciato di morte;

per difendersi strappa dalle mani di una donna il figlio che si scopre essere un otre di vino.

A questo punto interviene Euripide che stipula un contratto di neutralità con le donne e salva il

Parente.

LISISTRATA

Viene realizzata quando la guerra del Peloponneso riprende e il poeta avanza alla propria città una

proposta di conciliazione con gli spartani.

Lisistrata, ateniese, convoca le donne di tutta la Grecia per esporre il suo piano di pace: le donne

dovranno rifiutarsi ad ogni rapporto sessuale finché gli uomini non smetteranno di combattersi.

Così le anziane conquistano la rocca, sede del tesoro per le spese belliche, ma sopraggiunge il

coro dei vecchi ateniesi che viene fronteggiato da un coro di donne.

Tutti sono ridotti all’esasperazione dall’astinenza di cui mostrano i sintomi fisici, così gli ateniesi e

gli spartani si riconciliano, tornando a casa dalle loro donne in esultante corteo. Pag. 48 a 77

A far ravvedere gli uomini non è più la ragione, ma l’animalità dell’istinto: c’è una coesistenza della

tematica seria e di quella festosa.

RANE

Atene è ormai stremata dalla guerra e prossima alla resa e la commedia reagisce con la risata e il

lieto fine.

Dioniso, dio del teatro raffigurato come con comune cittadino, vuole scendere nell’Ade per riportare

in vita il suo prediletto Euripide, così si traveste da Eracle.

Attraversando la palude dell’Acheronte ha una contesa con un coro di rane, che poi muta identità

trasformandosi negli iniziati ai misteri.

Tra i morti è scoppiata un litigio perché Eschilo ed Euripide rivendicano entrambi la palma per

miglior tragico e il compito di giudicare la contesa spetta a Dioniso.

Eschilo prevarrà in quanto risulta più adatto a impartire consigli per la salvezza della città e Dioniso

ritorna ad Atene con lui.

Il tema delle “Rane” è un dibattito sulla tragedia in cui dominano la malinconia della

consapevolezza di una fine e il riconoscimento della vanità delle cose che impone di cercare tra i

morti una verità.

ECCLESIAZUSE

Dopo la sconfitta di Atene seguì un dopoguerra lungo e travagliato e la commedia ne subì le

conseguenze.

“Donne dell’assemblea” contiene dei temi di riforma sociale e lo spunto iniziale è simile a quello

della “Lisistrata”.

Le donne sono insoddisfatte del governo maschile e decidono di travestirsi da uomini e si fanno

guidare da Prassagora: si introducono all’assemblea, ottengono la maggioranza e fanno approvare

dei cambiamenti radicali, tra cui un programma di uguaglianza totale.

La commedia si conclude con il banchetto.

L’ironia della vicenda risiede nel fatto che il programma rivoluzionario è frutto dell’immaginazione

femminile.

PLUTO

Al centro di questa commedie c’è il problema della disuguaglianza delle ricchezze e l’utopia di una

giusta ridistribuzione.

Cremilo è stato invitato dall’oracolo di Apollo ad accompagnarsi alla prima persona che avrebbe

incontrato fuori dal tempio, e questa è un vecchio cieco che non vuole parlare. Il servo lo esorta a

ricorrere alla violenza così il vecchio dichiara di essere Pluto, dio della ricchezza e accecato da

Zeus per non discriminare i cattivi e i buoni. Cremilo lo accoglie in casa e diventa ricco; conduce

Pluto al santuario di Asclepio perché vuole fargli tornare la vista e tutti diventano ricchi. Ma è

avvenuto un rovesciamento: gli dei sono in crisi perché nessuno li venera più e Cremilo decide di

trasferire il dio nel tempio di Atena.

La commedia si conclude con il corteo che accompagna Pluto alla nuova sede.

LA COMMEDIA NUOVA Pag. 49 a 77

Alessandro aveva sconvolto l’assetto politico e sociale di tutto il mondo ellenico e la sua morte

lasciò incertezze e violente contese con la conseguenza pratica dell’inflazione. Il lavoro diventa

così una necessità che soppianta la libera partecipazione alla vita della comunità.

Questa crisi fa scoprire i valori della famiglia e della donna, che penetrano nell’arte, comportando

una nuova interpretazione della responsabilità dell’uomo la cui vita non trova più ragione

nell’agorà, ma nella casa.

È il teatro che rispecchia tutti i problemi contemporanei e convoca la collettività alla discussione del

mondo dei sentimenti.

Menandro inventa un’azione drammatica che partecipa alle ansie della comunità e ne esprime le

frustrazione, ma le allevia nello svolgimento gratificante.

I personaggi agiscono nel microcosmo chiuso delle vicende personali e familiari che possono

essere incrinati dagli episodi del mondo esterno, ma non distrutti: l’imprevisto gioca con la sorte

dell’uomo, ma nel lieto fine viene premiato dei patimenti che ha dovuto subire. Questi non vivevano

la stessa esistenza del pubblico, ma quella che esso vorrebbe vivere.

MENANDRO

Nacque ad Atene nel 342 e nel 317 si affermo la sua carriera drammatica. Morì nel 291 sempre ad

Atene.

I suoi testi ricomparvero durante l’Umanesimo tramite tradizione indiretta, ma si scoprì che in

Egitto era l’autore più letto e vennero infatti trovati dei papiri contenenti una ventina di commedie e

una completa risalente al 317 con la quale vinse la prima gara.

Menandro articola le sue commedie in cinque atti, suddivisi da intermezzi corali a cui partecipano 3

attori.

Lo schema dell’intreccio è stereotipato e si può dividere in due parti:

• La situazione iniziale si evolve sotto la spinta del desiderio verso un esito che coincide con

tale, ma viene ostacolato da un accidente che poi si risolve con la conclusione prevista

• Esiste già all’inizio una situazione che dovrebbe essere definitiva, ma interviene un

equivoco a turbarla che poi si chiarisce tornando alla situazione di partenza.

La funzione del teatro si è trasformata da impegno comunitario a occasione di diletto e la

gratificazione del pubblico è maggiore quanto è minore lo sforzo richiesto per parteciparvi; e la

schematicità dell’impianto riduce questo sforzo.

La difficoltà di vivere dei suoi contemporanei si riflette in molti dei suoi personaggi che non

riescono ad agire. Menandro è convinto che se ogni evento della vita si adeguasse alla leggi della

natura, tutte le cose andrebbero per il meglio: l’utopia è una critica rivolta al presente e la

constatazione dell’impossibilità di trasformarlo dall’interno.

Il rimedio per sanare il male della società è la solidarietà fra gli uomini nella comprensione della

loro natura comune.

Nel suo teatro i moti del pensiero e dell’animo costituiscono la motivazione dell’azione drammatica

e la parola è lo strumento per rivelarli.

La crisi costituisce il nucleo della vicenda e nasce da un errore di conoscenza. Può essere di due

tipi: Pag. 50 a 77

• Interna ai personaggi, quando nasce da un sospetto che si rivelerà fallace

• Esterna ai personaggi, motivata da eventi che sembrano impedire i progetti di questi

Il lieto fine è lo scioglimento di uno stato di ignoranza e l’atto conoscitivo rappresenta la conquista

morale di una consapevolezza di valori.

DYSCOLOS

Prende il nome dal protagonista Cnemone, un vecchio contadino che disgustato dall’egoismo della

gente si è ritirato in campagna insieme alla figlia e alla serva, mentre la moglie si è trasferita dal

figlio Gorgia.

Della ragazza si è innamorato Sostrato, guidato dal dio Pan che vuole premiare la ragazza, ma

Gorgia sospetta delle sue azioni anche se Sostrato riesce a diventare suo amico.

Un giorno Cnemone cadde in un pozzo e i due ragazzi l’aiutarono, così concesse la figlia

comprendendo la disumanità del proprio modo di vivere, e la sorella di Sostrato andò in sposa a

Gorgia.

La commedia si chiude sul doppio banchetto nuziale.

SAMIA

Moschione ha sedotto Plangone ed è nato un bambino, così vorrebbe sposare la ragazza, ma ha

paura di rivelare al padre Demea l’accaduto. Egli vive con la concubina Criside (la donna di Samo)

che si è offerta di tenere il neonato fingendo che sia suo, ma Demea crede che sia frutto

dell’amore adulterino tra la donna e suo figlio così la scaccia di casa.

Ella viene accolta dal padre di Plagone, Nicerato, che viene a conoscenza della verità. Dopo una

rissa tra Nicerato e Demea i due si scusano a vicenda e promettono che i loro figli potranno

sposarsi.

L’equivoco nasce dall’insicurezza di Moschione e dall’impulsività di Demea. La forza dei sentimenti

prevale sulle reazioni istintive e Criside conserva la sua dignità anche nella condizione in cui i casi

l’hanno travolta.

PERIKEIROMENE

Il motivo di fondo è la donna costretta dal destino in una condizione impari ai meriti della sua

natura.

Il soldato Polemone ha trovato la sua concubina tra le braccia di Moschione, ma la giovane è

incolpevole come dice la dea Agnoia (l’Ignoranza) perché Moschione è suo fratello benché egli lo

ignori: una donna aveva affidato il figlio ad una ricca signora e la figlia se l’era tenuta, ma

trovandosi in difficoltà l’aveva consegnata al soldato.

Ora sono tutti offesi dal comportamento degli altri e Polemone rivela la sua pena al vecchio Pateco

che scopre di essere il padre dei due ragazzi, così chiede a Glicera di perdonare il soldato e i due

si sposeranno.

Amore, gelosia, fierezza e pentimento sono ragioni di sofferenza per i personaggi, ma questi

sentimenti elevano a una superiore comprensione della verità.

L’uomo è in balia del caso che per l’ignoranza di situazioni lo conduce all’errore, ma egli sa trovare

la forza morale per arrivare alla conoscenza che lo salverà. Pag. 51 a 77

SIKYONIOS

Ritorna il tema del cavaliere che vive la sua passione e per questo viene premiato dopo i travagli

che gli ha fatto passare.

Siccome l’opera è stata trovata nel cartonato della mummia non è possibile ricostruire una trama,

ma a grandi linee sappiamo che il soldato Stratofane ha comprato al mercato degli schiavi una

fanciulla, l’ha cresciuta e se né innamorato. Per non si sa quale motivo, il soldato per la ragazza,

ma poi la ritrova e scoprendo di essere concittadini chiede al padre di sposarla.

MISOUMENOS

Il soldato Trasonide passeggia di notte davanti a casa lamentando il suo amore deluso: Crateia,

prigioniera di guerra, lo rifiuta perché sospetta abbia ucciso i suoi cari e lui non vuole averla con la

forza. Ma il suo sospetto era infondato e così convolarono a nozze.

ASPIS

L’intreccio tra felicità e sofferenza che è tradizione della natura umana, viene qui affrontato.

Il vecchio Davo sta portando degli schiavi che ha conquistato il suo padrone Cleostrato a costo

della vita e consegna l’eredità alla sorella.

Ma la dea Tyche rivela nel prologo che in realtà Davo si è sbagliato e Cleostrato è vivo.

Uno zio pretende di sposare la giovane ereditiera, ma Cherestrato (zio da cui alloggia la giovane)

l’aveva promessa al suo figlio di primo letto, così insieme a Davo decidono di simulare la sua

morte: visto che le sue ricchezze sono superiori a quelle catturate da Cleostrato, morendo

andranno a sua figlia e Smicrine si concentrerà su di lei; i due ragazzi potranno sposarsi e quando

Cherastrato ritornerà in vita Smicrine rimarrà a mani vuote.

EPITREPONTES

È la rappresentazione di un microcosmo che rispecchia la varietà della vicenda umana.

Carisio ha sposato Panfile, ma tornando dal viaggio scopre che la donna ha partorito ed ha

esposto il figlio, così indignato lascia la moglie e la casa e noleggia Abrotono.

Uno schiavo ha trovato un neonato esposto e l’ha donato al carbonaio Sirisco tenendo però per se

i riconoscimenti e ora li rivendica. Giunge Onesimo che riconosce l’anello del padrone e se lo fa

consegnare e racconta ad Abrotono che il padrone l’aveva perduto, allora si fa dare a sua volta

l’anello per fingere di essere lei la madre ed essere accettata da Carisio.

Ma quando Abrotono incontra Panfile riconosce il lei la fanciulla che era stata violentata da Carisio

e da cui era rimasta incinta così dichiara a lei e a Carisio la verità. La commedia si conclude con la

riconciliazione degli sposi.

I protagonisti conquistano la soluzione dei loro travagli attraverso una prova che li conduce a

ritrovare se stessi. L’eterno ondeggiare dei sentimenti sono della vita come dell’arte.

LA STORIOGRAFIA

Il termine storiografia viene usato per indicare l’esposizione e l’interpretazione degli eventi del

passato: si riferisce all’esperienza del testimone oculare in quanto garante della verità dei

Pag. 52 a 77

fenomeni descritti.

Questa testimonianza può anche essere indiretta attraverso un racconto intermediario che si basa

su un primo testimone.

L’obbiettivo è il rilevamento di dati veritieri che attingono dalla realtà riservando spazio anche alla

geografia e ai dati etnografici.

Viene a crearsi la prosa: si ha un distaccamento dai condizionamenti tematici, stilistici e mentali

della tradizione poetica, risultando adatta per una descrizione analitica e veritiera della realtà.

ERODOTO

Nato ad Alicarnasso nel 484, viaggiò molto entrando in rapporto con Atene condividendone

l’orientamento politico dell’epoca. Morì a Turii verso il 430.

La prosa nasce tra la fine del VI e l'inizi del V secolo con Erodoto, in un contesto filosofico e

storiografico che comprende l’esame delle tradizioni basandosi sull’accertamento di date ed eventi

e il rapporto cronologico e causale tra gli avvenimenti del passato.

Erodoto rappresenta azioni dell’uomo accadute in un recente passato che hanno prodotto

un’impronta visibile ancora nel presente e costituiscono l’imitazione per comportamenti futuri.

Egli sente la necessità di assicurare un eterno ricordo alle gesta della nazione, perché la gloria per

l’uomo greco è una garanzia di sopravvivenza dopo la morte.

Egli svolge una prima fase in cui raccoglie il materiale documentario e una seconda in cui filtra la

tradizione secondo i parametri della razionalità, perché il suo obbiettivo è la realtà non la verità, in

quanto molteplice e consente di essere interpretata, infatti precisa di non ritenere vero tutto quello

che ha appreso.

Erodoto opera un'analisi dei fatti di tipo narrativo, non scientifico: è un narratore e ha un

atteggiamento di ricerca e di contrapposizione verso le opere.

La sua fonte primaria è tutto ciò che ha visto e appreso direttamente, anche interrogando i

testimoni. La tradizione orale diventa così la base della sua documentazione e il ricorso a fonti

scritte è solo un fattore secondario.

La storiografia è vicende di popoli e colloca il significato della natura umana nel valore collettivo

della libertà, forma di vita che consente alla Grecia di differenziarsi dal mondo barbarico e di

sconfiggerlo.

Erodoto si ispira all’epos, per quanto riguarda il racconto delle grandi gesta, e alla tragedia perché

crea dialoghi in cui si esprimono la psicologia de personaggi che ne determinano la sorte.

Le storie di Erodoto sono suddivise in logoi, ma non corrispondono agli attuali libri, perché sono

stati suddivisi in 9 dagli Alessandrini che hanno dato ad ogni suo libro il nome di una Musa.

La lingua di Erodoto (dialetto ionico) è molto vicina ad alcuni aspetti della lingua omerica e la sua

prosa è nata per essere recitata in pubblico.

STORIE Pag. 53 a 77

La prima metà del componimento è dedicata a dei logoi relativi all’impero persiano e ai popoli con

cui questo è venuto in contatto, in quanto punto focale del suo racconto, mentre la seconda metà

allo scontro tra greci e persiani.

L’introduzione delle Storie è inserita a posteriore e viene spiegato il motivo di ostilità tra i greci e i

barbari: secondo i persiani risalirebbe ai ratti delle donne europee Io ed Elena da parte degli

asiatici, e di quelle orientali Europa e Medea per opera dei greci.

Erodoto però si discosta da queste leggende preferendo la versione che attribuisce a Creso, re di

Lidia, la prima azione ingiusta contro i greci.

Nel V libro si introducono gli antecedenti dello scontro greco-persiano: ha inizio la rivolta ionica e

questi paesi mandano delle ambascerie per chiedere aiuto prima a Sparta, che declina la richiesta,

e poi ad Atene che accetta. Ma nel frattempo i persiani represso l’insurrezione e hanno conquistato

Mileto.

Nel VI libro il tema è la prima spedizione di Dario contro la Grecia conclusa con la disfatta di

Maratona; nel VII si passa alla seconda spedizione questa volta guidata dal nuovo re Serse, figlio

di Dario. I due schieramenti si scontrano per la prima volta alle Termopili e su questo episodio si

chiude il libro.

Nell’VIII libro l’attenzione è sullo scontro cruciale dell’intera guerra: quello di Salamina, e nel IX e

ultimo libro i persiani sono costretti al ritorno dopo l’assalto della loro flotta a capo Micale, i greci

conquistano Sesto e si insediano strategicamente nella fascia di terra che separa l’Europa

dall’Asia.

L’esistenza di un ordine cosmico è la convinzione di quest’opera e si esprime nella storia che è

una grande tragedia: la volontà di potenza genera imperialismo che è colpevole perché vieta ai

popoli fatti sudditi di praticare le proprie tradizioni. La colpa genera pena e a reprime gli eccessi

interviene l’azione divina che sancisce l’ordine. L’esempio della storia diventa così un monito di

moralità.

Erodoto ha appreso che presso i popoli i nomi degli dei è diverso, ma il sentimento religioso è

sempre lo stesso, e nel loro progetto si risolve il destino degli uomini, che da una parte sono

responsabili delle proprie azioni, ma dall’altra inconsapevoli di ciò che li attende.

TUCIDIDE

Ateniese, nato verso il 460 e morto poco dopo la fine della guerra del Peloponneso ad Atene o in

Tracia dove aveva dei possedimenti.

La storiografia scientifica nasce con Tucidide che scrive per essere letto: lui parla di "un possesso

per sempre" e si riferisce ad un testo scritto che, per quanto tale, resterà eterno ed è uno

strumento di analisi che servirà per studiare la realtà.

Erodoto non si preoccupa di analizzare meccanismi di causa-effetto della realtà, li racconta e

basta; Tucidide attraverso il linguaggio, che diventa strumento di analisi della realtà, esprime la

complessità della realtà, quindi anche il linguaggio da lui usato è complicato.

Secondo lui la realtà è come un corpo umano: è fatto da elementi in equilibrio che quando non lo

sono provocano la malattia. La realtà che Tucidide ha davanti è una realtà malata perchè

devastata dalla guerra civile tra Atene e Sparta, tema principale della sua opera come causa

dell’alternanza tra prosperità e decadenza degli organismi politici. Quando si rompe l'equilibrio si

presenta la STASIS, ovvero la rivoluzione, in questo caso quella di Corcira. La conseguenza della

stasis è la guerra civile che ammorba i greci. Pag. 54 a 77

Nell’Atene del V secolo il motivo conduttore era l’indagine dell’uomo: all’interno dei comportamenti

individuali bisognava identificare le problematiche che regolano l’agire umano.

Euripide condusse le sue indagini basandosi sui sentimenti, Socrate sulle forme del pensiero e

Tucidide sulla politica e sulla storia.

Egli ha capito che attraverso l’agire dell’uomo si può comprendere la storia: finchè l’uomo non

cambierà natura (lavorando su se stesso), la storia andrà avanti, ripetendo gli stessi errori con

ciclicità. Tucidide scrive due capitoli con delle sue osservazioni private che sono la chiave di lettura

della realtà storica per capire il passato, il presente e il futuro.

All’uomo non è data però la certezza del successo e Tucidide risolve questo problema spiegando

che nella natura umana è intrinseco il rischio dell’errore.

Tucidide è il primo a considerare l'opera scritta come qualche cosa di autonomo, non pensata per

essere raccontata, perchè lo scritto una volta fissato non può rispondere alle domande. Questo

atteggiamento viene continuato da Isocrate che era in polemica con Platone, tutti e due, però,

hanno lo scopo di educare la cittadinanza.

STORIE

Il titolo non è originale e neanche la suddivisone in 8 libri.

L’opera presenta delle parti che rivelano un livello provvisorio di elaborazione questo perché

Tucidide sottopose la prima stesura ad un revisione che però non fu ultimata.

Per un incidente della trasmissione testuale l’opera si ritrovò all’inizio delle “Elleniche” di

Senofonte.

La caratteristica principale dell’opera sono i discorsi diretti e nel prologo informa di aver iniziato a

descrivere questa guerra perché sarebbe stata quella più grave e inizia dai primi sintomi di ostilità.

Tucidide dichiara di descrivere fedelmente gli eventi di cui egli stesso è stato partecipe e di aver

sottoposto ad un rigoroso esame tutte le testimonianze. Inoltre attribuisce molta importanza alla

cronologia, che diventa una caratteristica principale dell’opera: il racconto è suddiviso per anni e

stagioni.

Il motivo del conflitto furono le ostilità tra Corinto e Corcira, quindi l’intervento di Atene in favore

degli alleati corciresi che provocò di conseguenza la reazione spartana.

SENOFONTE

Nato ad Atene intorno al 430, nel 401 diventò un mercenario sotto il comando del principe persiano

Ciro Il Giovane e quando questo morì divenne il capo dei mercenari. La spedizione di Ciro aveva

avuto l’appoggio di Sparta che donò a Senofonte un proprietà a Scillunte dove iniziò la sua attività

di scrittore. Morì verso il 355.

Senofonte è l’inventore del genere del diario e della biografia.

Egli tende a collocare al centro dei suoi scritti la figura di Socrate: personaggio vecchio, saggio e

virtuoso che fonda i suoi insegnamenti sul comune buon senso. Il suo scopo è moralistico e vuole

scagionare il filosofo dalle accuse di corruzione di giovani, come in “Apologia di Socrate” dove

questo ribatte alle accuse volte dagli avversari. Pag. 55 a 77

Il racconto della rivolta di Ciro è raccontata nell’”Anabasi”, diviso in 7 libri e sotto forma di diario. Il

tema di fondo è la peripezia del ritorno e Senofonte parla di se in 3° persona collocandosi al centro

degli avvenimenti.

Nella storiografia rientrano le “Elleniche”, in 7 libri. L’opera inizia dal punto in ci la guerra del

Peloponneso si interrompe nelle “Storie” di Tucidide e termina con la battaglia di Mantinea nel

362.

Gli avvenimenti sono narrati anno per anno.

Nell’”Agesilao” sono esposte le imprese e le virtù del re spartano sotto forma di primitiva biografia.

Al tema spartano si collega anche la “costituzione degli spartani” in cui la tesi di fondo è che la

grandezza di Sparta si debba all’eccellenza della costituzione e all’interesse per l’educazione dei

cittadini.

Il problema dell’educazione sta alla base della “Ciropedia”, diviso in 8 libri e comprende la

biografia del grande Ciro fondatore della potenza persiana tra il 559 e il 529. È una raccolta che ha

aspetti del romanzo storico e pedagogico e vale come manifesto politico di una monarchi fondata

su giustizia e cooperazione degli ordini sociali.

I “Poroi” sono l’ultimo scritto che attestano il riavvicinamento alla patria e ha per obbiettivo

un’indagine sugli ordinamenti dello stato. Senofonte fa delle proposte volte al risanamento del

bilancio pubblico per ridurre la miseria, vera causa della precarietà politica in cui è lo stato

ateniese.

“Gerone” è un opuscolo dove è immaginato un dialogo fra l’omonimo tiranno siracusano e il poeta,

sul problema della monarchia illuminata.

POLIBIO

È l’esponente della storiografia ellenistica: nato a Megalopoli in Arcadia verso la fine del III secolo,

ricevette un’educazione di ottimo livello e morì nel 124.

La vittoria romana sulla Macedonia, ottenuta da Emilio Paolo a Pidna nel 168, segnò un momento

decisivo nella vita di Polibio: fu deportato a Roma e trattenuto come ostaggio, ma ottenne di

restare a Roma e iniziò la sua amicizia con Scipione.

Viaggiò molto tanto da poter assistere alla distruzione di Cartagine nel 146 a.C e a quella della

Grecia nello stesso anno con la disfatta di Corinto facendo poi da mediatore tra i vincitori e i vinti.

Sono andate perdute le opere minori, mentre si sono conservati per intero solo 2 libri su 40 delle

“Storie”. Tramite però citazioni indirette sappiamo a cosa erano dedicati ed è possibile che abbia

iniziato a scriverle nel periodo di esilio romano, intorno al 160.

Polibio aveva la convinzione che l’attività dello storico debba essere regolata da principii che

presentino omogeneità, coerenza e rigore delle discipline scientifiche; per questo vi sono

riferimenti alla teoria della storiografia.

Le sue storie sono fondate sull’analisi dei fatti senza espansioni fantasiose ne abbellimenti retorici

o di stile, infatti non sono presenti le genealogie e le storie di origini. Il compito dello storico è solo

la ricerca obbiettiva e costui deve trascrivere nero su bianco i dati raccolti perché ha come fine

l’utilità pratica e un valore formativo: servirà all’uomo per valutare le situazioni e intuire gli esiti

verso cui queste sono indirizzare, sulla base delle analogie con gli eventi del passato; deve

guidare a comprendere le cause di ciò che è accaduto. Pag. 56 a 77

Un altro requisito essenziale della storia è il carattere universale: il compito della storiografia è

coordinare in una visione complessiva i fatti dell’intera Terra conosciuta e abitata.

Lo storico dedica un’analisi alle cause che hanno portato alla grandezza di Roma: la sua

organizzazione politica è composta da una costituzione mista formata da monarchia (consoli),

aristocrazia (senato) e democrazia (popolo) che garantisce la stabilità ed evita la prevalenza di una

delle tre. SI aggiunge la forza militare, il sentimento religioso e la volontà divina che si identifica

con il bene dello stato.

Roma però non sfuggirà al dinamismo degenerativo tipico della teoria dell’anaciclosi: esistono tre

forme buone di potere (monarchia, aristocrazia e democrazia) e tre forme cattive (tirannide,

oligarchia e oclocrazia); le prime si corrompono nelle cattive secondo un ciclo alterno che impone

ad ogni stato una sequenza discendente: monarchia, tirannide, aristocrazia, oligarchia, democrazia

e oclocrazia; per poi ricominciare. Questo processo è l’unica legge universale della storia.

Polibio segue solo un obbligo della tradizione, ovvero quello di evitare gli iati. Scrive in koinè ed è

molto preciso e dettagliato preferendo l’essenziale all’episodico.

L’ORATORIA

L’oratoria è il mezzo per la trasmissione del pensiero e strumento di persuasione che per fine la

deliberazione: esito di un dibattito in cui prevale chi è più abile nell’eloquenza.

La letteratura oratoria del V secolo è esito della situazione politica e giudiziaria di Atene e questa

era divisa secondo i temi in:

• Oratoria politica: è quella dei discorsi pronunciati in presenza della cittadinanza e aveva il

compito di orientarla nelle decisioni su questioni politiche.

• Oratoria epidittica: discorsi pubblici in occasione di feste e cerimonie o per propagandare

idee di interesse comune.

• Oratoria giudiziaria: è l'oratoria degli avvocati che scrivono i discorsi per il tribunale. In

passato erano coloro che scrivevano i discorsi della difesa che venivano pronunciati

dall'accusato e questo produce una comunicazione caratterizzata dall'assenza

dell'impronta stilistica dell'autore e la presenza dell'adattarsi al carattere dell'accusato.

L'oratoria giudiziaria si compone di 4 parti:

1. Introduzione: ha lo scopo di propiziare l’attenzione e il favore dei giudici

2. Narrazione: gli eventi vengono esposti in uno stile semplicissimo, perchè lo scopo è

persuadere e orientare il giudizio del destinatario e far passare la propria versione dei fatti

come quella ovvia e quindi essere il più semplice possibile.

3. Discussione giuridica: interrogatorio dei testimoni

4. Perorazione: ottenere il voto favorevole dei giudici.

Gli argomenti di carattere generale e astratto sono fondati su una logica deduttiva per suscitare

l’approvazione a livello emotivo. Pag. 57 a 77

La diffusione di questo tipo di oratoria era dovuta dal fatto che il cittadino doveva esporre il caso in

prima persona davanti alla corte e molte volte si rivolgeva ad un professionista che scriveva il

discorso e questo veniva recitato a memoria dal cittadino. I compositori erano chiamati logografi.

LISIA

Nato ad Atene verso il 445, dopo la morte del padre la tirannide voleva impossessarsi del suo

patrimoni e quindi lo mise sotto accusa, ma riuscì a sfuggire a Megara e quando tornò ad Atene

iniziò ad esercitare l’attività di logografo fino al 380, anno di morte.

Scrisse anche orazione epidittiche come “Olimpico”, di cui è conservato solo l’inizio ed esorta i

greci alla lotta contro la tirannide.

Le sue caratteristiche principali sono: chiarezza strutturale, varietà di toni espressivi e l’energia con

cui è sostenuta la causa.

Egli utilizza la tecnica dell’etopea: capacità di immedesimarsi in un’altra persona assumendone le

la condizione sociale. L’età il livello culturale ecc. così da rendere credibile il discorso che a tele

persona va attribuito.

Inoltre era convinto che insistere su degli aspetti negativi del cliente mettesse in risalto la genuinità

di questo e poteva così accattivarsi la simpatia dei giurati.

ISOCRATE

Isocrate è nato all'inizio della guerra del Peloponneso, nel 436 circa, vivendo la gloria di Atene, il

suo crollo e ha visto emergere la monarchia macedone; che da una parte era vista come limite di

libertà, dall'altra (secondo il punto di vista di Isocrate) come punto di riferimento di riunificazione

della Grecia in modo da poter combattere insieme contro i Persiani. Morì intorno al 338

Il suo programma pedagogico si basa sulla convinzione che l’arte della parola sia il fondamento

dell’educazione e della civiltà: nega all’uomo la possibilità della conoscenza assoluta perché la

sapienza risiede nella capacità di cogliere l’occasione, e la giusta maniera di esprimersi conduce al

giusto modo di agire.

Gli obbiettivi di Isocrate si contrappongono a quelli Platone e all’oratoria dei sofisti: durante la

guerra nasce il movimento sofistico, che mette in crisi il sistema di comunicazione e persuasione

della parola, perchè i sofisti sono i rappresentati del potere infinito della parola e rappresentano,

allo stesso tempo, lo svuotamento del messaggio di essa: non è più importante il messaggio, ma è

importante avere uno strumento di persuasione dove la parola è, quindi, fine a se stessa.

Per Platone la cosa essenziale è educare l'ascoltatore ad essere un fruitore attivo del messaggio

del logos: il cittadino era abituato a partecipare alle attività in modo passivo dove il comunicatore si

esprimeva e il pubblico ascoltava. L'esperienza era così di carattere estetico, in quanto la parola

era legata ad una percezione sensoriale. Per creare una nuova cultura e riempire i cittadini di

valori, non si può incantarli, bisogna fare in modo che il destinatario scopra i segreti della dialettica

partecipando attivamente alla costruzione del pensiero.

Isocrate, invece, dice che questo metodo è troppo complicato perchè si perde tempo a fare

discussione; perciò adotta la teoria sofistica: non educa la cittadinanza, ma la ipnotizza con la

Pag. 58 a 77

parola e la si riempie poi di significati e messaggi. Per Isocrate il messaggio che va diffuso ha una

forte valenza etica; è un recupero della cultura tradizionale riempita di valori.

Dal punto di vista culturale, lo scopo fondamentale di questi filosofi era di rifondare la cultura

tradizionale cercando di riformare il sistema educativo, formando una nuova classe dirigente che

potesse risollevare le sorti di Atene: cercavano un sistema per recuperare la tradizione, ma

trovando un modo per rinnovarla.

Il messaggio comune di Platone e Isocrate è che il messaggio veicolato è un messaggio di forte

valenza etica e politica; è un modo di superare la posizione dei sofisti: Platone riconosce il valore

essenziale del messaggio sofistico nella misura in cui serve a valorizzare la potenza del logos

dialettico (con un interlocutore) e mostra che l'efficacia di questo metodo sta nella dialettica, cioè la

costruzione positiva attraverso il dialogo di un messaggio che ha valenza etica e poetica.

Gli eristi erano coloro che facevano della parola una lotta per vincere l'avversario.

Sono rimasti una ventina di orazioni e nove epistole, non tutte autentiche: scrive orazioni

giudiziarie, esercitazioni di scuola, scritti con temi politici interni ed esteri.

ENCOMIO DI ELENA

Nel proemio (paragrafo 1-15) si fanno delle distinzioni tra i sofisti, Socrate, Platone e gli eristi, ma

secondo Isocrate sbagliano tutti e li mette per questo sullo stesso piano.

Alla fine di questo, attacca il suo maestro Gorgia per quanto riguarda il suo encomio di Elena:

opera bellissima, ma sbagliata nel metodo perchè in realtà è un'apologia e l'ha difesa dalle accuse.

Con Isocrate nasce la mescolanza dei generi, tipico della poesia ellenistica, ma che affiora prima

nella prosa. La bravura di Isocrate consiste nella consapevolezza della diversità dei generi che poi

vengono mescolati.

Con l'”Encomio ad Elena” Isocrate vuole dimostrare come si fa davvero un encomio cioè una lode

esagerata che parte dalla genealogia e si sviluppa a climax ascendente. Dopo la genealogia che

collega Elena a Zeus, ne esalta il potere seduttivo: Elena seducendo l'amante lo induce a fare

azioni nobilissime. In realtà Isocrate non vuole encomiare Elena, ma i suoi innamorati, tra cui

Teseo e Paride. L'esaltazione vera di Elena verrà solo alla fine. L'innamoramento è paragonabile

all'ipnosi del discorso retorico.

Teseo è un pretesto per un discorso di carattere politico perchè rappresenta il monarca

democratico: ha il potere assoluto, ma lo esercita facendo in modo che i sudditi si sentano

governati democraticamente. Questo è dovuto all'innamoramento per Elena.

La comunicazione di Isocrate è molto costruita e usa un linguaggio formulare perchè secondo lui

l'oratore deve andare alla ricerca del modo migliore per esprime una cosa e quando la raggiunge

la deve dire sempre con le stesse parole.

Viene descritta la vittoria di Teseo sul Minotauro con l'anacoluto: figura retorica in cui non è

rispettata la coesione tra le varie parti della frase. Questa struttura rispecchia la mostruosità del

Minotauro: come Tucidide, Isocrate cerca di far aderire il suo modo di comunicare alla realtà

perchè l'ascoltatore deve essere ipnotizzato.

L'elenco di altri pretendenti fa da cornice alla descrizione di Paride: è un personaggio negativo, ma

è dipinto come un genio perchè le tre dee litigavano per chi fosse la più bella, quindi Paride

Pag. 59 a 77

pensava che la cosa più importante fosse la bellezza, a discapito dei successi militari, e sceglie

Afrodite.

Dopo l'elogio di Paride si parla della guerra di Troia e spiega il ruolo di Elena. La guerra di Troia

dopo le guerre persiane, rappresenta lo scontro tra Asia e Europa, prima non lo rappresentava

perchè troiani e greci sono uno stesso popolo.

Occidente e Oriente lottano per il possesso del corpo di Elena: chi l'avrà nel proprio territorio sarà

quello più potente.

Si passa, poi, all'elogio della bellezza che è importantissima e illustra la radice del contrasto tra

Isocrate e Platone: per Platone le forme/idee stanno nell'iper-uranio e danno senso alla realtà; per

Isocrate la forma è la figura retorica. I mezzi di comunicazione e la terminologia tecnica sono le

stesse di Platone, ma cambia il significato: per Platone si tratta di descrivere una realtà che rende

possibile la comunicazione perchè ha il fondamento nell'iper-uranio; per Isocrate si tratta della cura

della forma e di figure retoriche. Da una parte si ha il punto di arrivo del procedimento dialettico

con un significato metafisico e filosofico, dall'altra gli strumenti della persuasione retorica e con

significato retorico.

L'apoteosi di Elena è quando Elena viene assunta divinità e si spiega la sua influenza sugli uomini

e sui poeti: Stesicoro viene richiamato perchè ha accusato Elena e la divinità offesa acceca il

poeta e in quanto cieco percepisce la vera realtà e scrive le lodi di Elena recuperando la vista per

effetto del potere divino di essa.

Omero viene preso in causa dagli omeridi, che essendo tali dicono per forza la verità, anche se

sembra che Isocrate si sia inventato questa scena solo per farla passare per vera, perchè

presuppone una lettura del passo di Omero in cui viene descritta Elena mentre tesse la tela con le

scene della battaglia. Può essere definito un caso di meta-letteratura dove Omero descrive se

stesso e nel rappresentarsi sceglie Elena per rappresentare l'atto della poesia (come Elena tesse

la guerra, Omero la descrive). Isocrate si inventa che Omero ebbe in sogno Elena che gli disse di

scrivere e rendere eterne le gesta di Troia. Questo significa che Elena sta all'origine della

tradizione letteraria greca e per Isocrate simboleggia la bellezza formale che per lui è la retorica.

L'elogio di Elena in realtà è l'elogio della retorica, è questa che induce gli uomini a fare azione

nobili attraverso l'incantamento. Lo scontro delle due civiltà si gioca sulla retorica perchè chi ha la

capacità di persuadere il destinatario ha in mano un potere immenso; per questo i due mondi si

scontrano per possedere Elena che rappresenta la retorica. L'esaltazione della bellezza è la

trasformazione del linguaggio delle idee di Platone in chiave retorica. L'apoteosi di Elena

rappresenta la retorica che è potente quanto gli dei e in conseguenza ha un influsso sulla poesia

che è la forma di comunicazione tradizionale che rappresenta il riassunto della tradizione

precedente.

DEMOSTENE

Nato ad Atene nel 384 si cimenta nell’orazione giudiziaria per recuperare il patrimonio familiare e

lavorò anche come logografo

La vita pubblica costituisce lo sfondo della sua opera letteraria, che sia interna o estera.

Demostene riconosce in Filippo un rischio per la libertà e l’indipendenza di Atene e individua in lui il

nemico da combattere (Le Filippiche). Pag. 60 a 77

Egli fu coinvolto in un affare di corruzione, il tribunale lo condannò e imprigionò, ma riuscito ad

evadere si diede la morte nel 322.

LA FILOSOFIA

PLATONE

Nacque ad Atene nel 427 e fece parte degli allievi di Socrate, ma quando morì condannato si

convinse dell’impossibilità di realizzare la giustizia e la libertà nella politica tradizionale.

Nel 390 compì il primo viaggio in Sicilia, poi nel 366 e un ultimo viaggio dopo il 361.

Morì nel 347.

La sua scuola sopravvisse per 8 secoli fino al 529 d.C quando venne chiusa da Giustiniano: il suo

scopo era preparare alla vita pubblica tramite la filosofia; in opposizione a quella di Isocrate in cui

tale funzione era affidata all’eloquenza.

Nel IV secolo le città-stato tramontano a causa dell’incremento demografico, dello sviluppo dei

commerci, dell’urbanizzazione e della nuova teoria politica; declina anche la cultura fondata su

modi di pensiero e di espressione orale.

Per questo Platone rivendica l’eccellenza della parola parlata e denuncia la degenerazione della

scrittura, anche se a questa affida l’esposizione del proprio pensiero.

I suoi scritti ci sono giunti suddivisi in nove Tetralogie, ma molti non sono considerati autentici,

soprattutto gli Epigrammi che fanno parte dell’Antologia Palatina:

1. Eutifrone, Apologia di Socrate, Critone, Fedone

2. Cratilo, Teeteto, Sofista, Politico

3. Parmenide, Filebo, Simposio, Fedro

4. Alcibiade I, Alcibiade II, Ipparco, Rivali in amore

5. Teage, Carmide, Lachete, Liside

6. Eutidemo, Protagore, Gorgia, Menone

7. Ippia maggiore, Ippia minore, Ione, Menesseno

8. Clitofonte, Repubblica, Timeo, Crizia

9. Minosse, Leggi, Epinomide, Lettere

A queste si aggiungono 7 dialoghi e le Lettere.

Hanno uno sviluppo interno fondato sulla teoria delle Idee: nei dialoghi “socratici” è ancora

inesistente, in altre appare preannunciata e in altri completamente espressa.

I dialoghi platonici si possono classificare secondo due tipologie:

1. Forma diretta o drammatica in cui i personaggi parlano in prima persona Pag. 61 a 77

2. Forma di narrazione o diegematica in cui un testimone del dialogo riferisce ad un altro che

non erano presente

In un passo delle Lettere afferma che su certi argomenti non esiste uno scritto e mai esisterà

perché la loro conoscenza non è comunicabile, ma si rivela dopo molte discussioni e dopo una

lunga vita; questi vengono chiamate dottrine non scritte.

Egli considera il mondo sensibile come delle ombre che celano la vera natura delle cose, che

risiede oltre la Terra e che solo l’uomo dotato di virtù può contemplare.

Nelle opere scritte si evince che il mondo sensibile dipende dall’esistenza di Idee eterne e

immutabili e al di là di queste esistono due principii: l’Uno e la Dualità da cui nasce l’Essere che si

definisce unità nella molteplicità.

L’Uno ha la supremazia e si identifica nel Bene.

Le Idee sono modelli unici delle molteplici cose che nel cosmo ricevono apparenza visibile: l’Idea

di Bene rappresenta la virtù e la felicità suprema a cui deve tendere l’anima umana che è

immortale e attratta verso le Idee per la forza dell’Amore. Potrà giungere nel mondo dell’Iper-

uranio solo con una vita condotta secondo giustizia.

I DIALOGHI

Il dialogo si presenta come la forma spontanea per la dialettica e le discussioni costituiscono il

corpo e l’essenza di questo.

Socrate è l’uomo divino che lascia in chiunque l’abbia incontrato un marchio che è la memoria di

un paradiso perduto.

• Apologia di Socrate: difesa tenuta da Socrate davanti al tribunale che lo condannò

• Critone: Socrate è in carcere e l’amico Critone gli propone di fuggire, ma egli rifiuta perché

ha deciso di vivere secondo le leggi.

• Lachete: studio della definizione di coraggio

• Eutifrone: investiga la natura della santità

• Carmide: discorso intorno alla saggezza

• Liside: tratta dell’amicizia

In questi dialoghi Platone si limita a confutare le opinioni correnti

• Ione: Socrate mostra al rapsodo Ione che la poesia nasce dalla divinità

• Ippia maggiore: tema del bello

• Ippia minore: Socrate esercita ironia sull’opinione comune tra “migliore” in senso pratico e

in senso morale

• Protagora: dibattito fra Socrate e Protagora sulla questione se le virtù possano essere

insegnate Pag. 62 a 77

• Gorgia: discussione su opposte concezioni dell’esistenza che parte dalla retorica tra

Gorgia e Socrate che ritiene che l’arte della parola alteri i significati di giusto e ingiusto

Ogni sua opera rappresenta un ripensamento e un superamento di quella precedente.

• Menone: primo accenno alla dottrina delle Idee, considerate come sapere innato nell’anima

che conserva la capacità di ricordare la propria esperienza prenatale

• Menesseno: Socrate espone un discorso commemorativo per i caduti in guerra

• Cratilo: tema della natura del linguaggio in cui Socrate dimostra che la parola è copia delle

Idee

• Eutidemo: critica del falso sapere della retorica

• Simposio: venerazione della Memoria, madre delle Muse, durante un banchetto Socrate e

amici tengono un discorso sulla potenza e la natura di Eros:

Fedro: encomio ad Eros

o Pausania: distinzione tra Eros volgare e Eros celeste

o Erissimaco: Eros è il potere cosmico che regola le attrazioni da cui nasce ogni

o fenomeno naturale

Aristofane: racconta un mito in cui Eros è l’impulso che spinge gli umani a

o ricongiungersi

Agatone: descrive l’aspetto e l’indole di Eros

o Socrate: confuta Agatone perché Eros è amore del bello e guida l’uomo attraverso

o la bellezza del corpo a quella dell’anima e da questa a quella del sapere

Alcibiade: elogio a Socrate

o

• Fedone: tema della morte di Socrate che passa le ultime ore dedicandosi alla filosofia per

liberare l’anima immortale dal corpo. Fonda la sua dimostrazione sulla dottrina della

reminiscenza (la presenza di conoscenze innate nell’anima dimostra che preesisteva al

corpo

• Repubblica: la politica è il tema di fondo a cui intrecciano i motivi della metafisica, della

dottrina dell’anima, della pedagogia e dell’estetica. È divisa in 10 libri e inizia con una

discussione sulla giustizia per poi esaminare le strutture grazie a cui essa può realizzarsi.

È compito della filosofia indirizzare la società verso il meglio e viene a delinearsi così il

progetto di uno stato ideale in cui ogni aspetto della vita dell’individuo e della comunità sia

regolato in rapporto al raggiungimento del bene comune, grazie anche alla cooperazione

delle tre classi sociali: lo stato platonico si basa su una gerarchia delle classi (governanti,

custodi e lavoratori) a cui corrispondono precise funzioni e in questo organismo si riflette la

dottrina della tripartizione dell’anima in ragione, volontà e passione a cui corrispondono le

virtù di sapienza, fortezza e temperanza a cui fa capo la giustizia/Idea del Bene.

Platone si è preoccupato di conciliare le esigenze dell’uomo e dello stato come realtà

reciprocamente dipendenti in modo che la libertà individuale consista nel riconoscimento

Pag. 63 a 77

dell’autorità collettiva.

In questo stato è però vietato praticare la poesia e ogni altra arte perché considerate

imitazione del mondo sensibile, che a sua volta è copia delle Idee: l’arte è un ulteriore

allontanamento dalla verità, in cui risiede il significato e la funzione dello stato.

È qui che si presenta il “mito della caverna”: gli uomini sono incatenati e riescono a vedere

solo le ombre riflesse degli oggetti che si trovano dietro di loro. Queste immagini indirette

rappresentano il dominio dell’opinione (debole immagine del vero), ma alla verità è

possibile arrivare solo tramite la liberazione da tutto ciò che è soggetto al divenire per poter

contemplare le Idee eterne.

Un altro mito conclude l’opera: quello di Er, di cui si serve per descrivere del principio

dell’immortalità dell’anima.

• Fedro: lo scritto inizia con un mito e poi passa a raccontare di Fedro che legge a Socrate

un discorso di Lisia, ma egli lo ritiene un traviamento dalla vera sapienza perché troppo

pieno di amore. Con la paura di aver offeso Eros recita un elogio all’amore come

invasamento divino, forma superiore di follia, perché l’amore conduce l’anima a

contemplare le ragioni dell’al di là dove ha sede l’Idea di Bellezza.

• Parmenide: il filosofo discute con Socrate

• Teeto: questione della conoscenza distinguendola per tre gradi:

Sensazione

o Opinione vera

o Opinione vera nutrita di ragione

o

• Sofista e Politico: definizione dell’essenza del sofista e dell’uomo di stato come motivo

centrale.

• Filebo: discussione su se il bene è in grado di produrre felicità attraverso il piacere o

l’attività della ragione. La soluzione di Socrate è la giusta misura di tutti e due

• Timeo: tema della genesi e della struttura dell’universo creato dal Demiurgo che lo ordina

in conformità alle Idee attuando il divenire. Qui viene narrato il mito di Atlantide.

• Leggi: problema della politica e della città ideale con il fine di una felicità de cittadini perché

l’obbedienza alla legge non deve nascere dalla costrizione, ma dalla retta conoscenza. A

differenza della Repubblica, la poesia rientra nei piaceri innocui e la musica come valore

educativo.

ARISTOTELE

Nacque nel 384 a Stagira, nella penisola Calcidica e nel 367 si trasferisce ad Atene per studiare

nella scuola di Platone, ma quando questo morì fondò la sua scuola ad Asso.

Nel 343 fu scelto da Filippo il Macedone perché fosse il precettore di suo figlio Alessandro, ma nel

335 tornò ad Atene e vi fondò una scuola al santuario di Apollo Liceo, nel ginnasio omonimo sotto

forma di tiaso religioso.

Morì nel 322 a Calcide. Pag. 64 a 77

Aristotele inserisce nuovamente l’uomo all’interno del contesto dei fenomeni che provocano in lui

la prima coscienza del proprio esistere nel mondo, e reintegra lo studio dei fenomeni fisici.

Egli distingue le sue opere:

• Destinate alla diffusione (essoteriche). Sono scomparse, ma tramite frammenti indiretti si

può dedurre che queste fossero divise a loro volta in due gruppi:

Opere in forma di dialogo di argomento filosofico

o Opere che riguardavano specifici aspetti della storia culturale. Rientra l’unica opera

o conservata scoperta in un papiro: Costituzione di Atene divisa in due parti:

Una dedicata alle storie delle antiche costituzioni della città

 L’altra all’ordinamento presente

• Concepite per l’uso scolastico e destinate all’ascolto (acromatiche). Alla morte di Aristotele

passano in eredità ai suoi discendenti che dovettero nasconderle per sottrarle ai sovrani di

Pergamo e furono ritrovate da Andronico di Rodi che le riordinò, assegnò il titolo e le divise

in libri.

Il corpus si apre con una sezione sulla logica, chiamato Strumento, che inizia con le Categorie in

cui sono trattate le dieci definizioni dell’essere. Seguono poi diversi trattati con argomento filosofico

(dottrina della natura e dei suoi fenomeni), metafisico (dottrina dell’Essere supremo), etico-politico

e retorico-poetico.

Aristotele imposta una metodologia che offre certezza sui metodi usati nel ragionamento per

rielaborare e organizzare i dati della conoscenza, che si fonda sulla logica i cui elementi sono: la

proporzione, le 10 categorie che esprimono le determinazioni, il sillogismo, i principi e l’identità.

Oggetto della sua scienza è anche l’universale inteso come una certa natura dell’essere.

Ciò che viene determinato dalla forma è la materia (una materia senza forma non esiste) e in

questa si trova l’essere in potenza che diverrà essere in atto. Il processo di trasformazione serve

a raggiungere uno scopo e si determina con una sequenza di cause: materiale (la materia di cui è

fatta una statua), formale (la figura della statua), efficiente (lo scultore che l’ha fatta) e finale (lo

scopo per cui è stata fatta).

Fine ultimo del movimento che si attua nel mondo è l’Essere supremo Dio, che è anche la causa

(Primo Motore) e non subendo l’effetto di un’altra attività superiore è immobile. È atto puro, privo di

potenza, forma non partecipe della materia.

L’elemento fondamentale per la classificazione degli esseri viventi è l’anima, principio della vita e

forma nella materia. Aristotele ne distingue varie funzioni:

• Nutritiva e generativa: presente nel regno vegetale

• Sensitiva: presente negli animali insieme alle precedenti

• Appetitiva e motrice: presente nelle specie più evolute insieme alle precedenti

• Intellettiva: presente negli uomini insieme alle precedenti, unica a sopravvivere dopo la

morte Pag. 65 a 77

Il fine ultimo dell’uomo è la felicità nella vita che si ottiene se l’attività dell’anima si conforma

all’esercizio della virtù.

Le virtù possono essere dianoetiche (pertinenti all’intelletto, la sapienza) ed etiche.

Non possono esistere idee o immagini innate perché l’origine della conoscenza è nella

sensazione.

Per Aristotele esistono tre tipi di governo:

1. Monarchia→ Tirannide

2. Aristocrazia→ Oligarchia

3. Democrazia→ Demagogia

La forma ottima dello stato dovrebbe poggiare su un accordo sociale dove prevalga il ceto medio.

LA POETICA

È un progetto storico-classificatorio e filosofico-estetico; n enciclopedia in cui è racchiuso tutto il

sapere e le attività dell’uomo.

In origine era formata da due libri, ma ci è giunto solo il primo. Il tema è la tragedia, con riferimenti

all’epos; mentre del libro perduto probabilmente era la commedia.

Aristotele considera l’arte come imitazione e nelle forme teatrali ritrova la quintessenza del

fenomeno artistico. Egli considera che la facoltà e l’atto di imitare la realtà siano una prerogativa

della natura umana e che le conseguenze sono positive.

Per lui la funzione dell’arte è dare insegnamento morale che si trasforma in conoscenza.

LA POESIA ELLENISTICA

L’ellenismo realizza in concreto una serie di esigenze già presenti nel IV secolo e ne vengono

introdotte di nuove come la concezione che assimila il sovrano alla divinità.

Alla letteratura viene affidato il compito di tradurre il significato politico di questo principio in uno

schema che salvaguardi comunque la tradizione in modo da essere assimilata più facilmente.

Al cittadino è subentrato il suddito e si viene a creare così una diversificazione delle condizioni

economiche e di conseguenza della preparazione culturale, perché l’economia ellenistica favorisce

lo sviluppo della classe media che è anche destinatario della nuova letteratura.

La fruizione privata e la selezione del pubblico sono i caratteri tipici della letteratura ellenistica.

Viene codificato un linguaggio unitario, la koinè, una lingua comune su base attica con elementi

ionici e altre infiltrazioni estere che viene usata soprattutto nella prosa.

La poesia configura una propria lingua per accentuare i propri caratteri di irripetibile unicità. Questa

nuova poesia si rivolge ad una cerchia di intenditori e predilige ciò che è raro creando una poetica

del dettaglio e dell’episodio.

CALLIMACO Pag. 66 a 77

Nacque tra il 310 e il 300 a Cirene, in Libia, al tempo colonia greca, ma fu costretto a trasferirsi ad

Alessandria nella corte di Tolomeo II Filadelfo diventando il poeta ufficiale. Non si conosce l’anno

di morte.

Nei grandi regni ellenistici l’uomo non è più chiamato a condividere la responsabilità della vita

pubblica in quanto cerca nuove dimensioni: la letteratura. La poesia di Callimaco è un colloquio tra

poeta e lettore e il veicolo di questa relazione è la scrittura.

Con le “Meraviglie che si trovano in tutto il mondo divise per luoghi” egli inaugura il genere

della lettura rivolta alla descrizione di ciò che è strano e incredibile.

Si conservano per intero 6 inni e degli epigrammi mentre altre opere sono giunte tramite frammenti

indiretti. Quelle più importanti sono il poema “Ecale”, i quattro libri di elegie “Aitia”, i componimenti

giambici raccolti nel libro “Giambi” e quattro Carmi.

Gli inni furono composti durante tutta la sua vita sul modello degli inni Omerici e voleva che

fossero intesi come un fatto letterario più che religioso, infatti gli dei sono gli esemplari di una

tradizione in cui il poeta e il pubblico trovano un’identità nazionale e culturale.

I primi quattro sono in esametri epici e in dialetto ionico, gli ultimi due in dorico letterario e il quinto

in metro elegiaco.

1. Inno a Zeus: discussione dotta e spiritosa sul luogo di nascita del padre degli dei e

celebrazione della sua potenza

2. Inno ad Apollo: celebrazione delle città da lui fondate

3. Inno ad Artemide: la dea scende nelle caverne dei Ciclopi che le fabbricano l’arco e le

frecce con cui ucciderà gli animali dannosi agli uomini

4. Inno a Delo: composto tra il 270-262 è un elogio all’isola in cui trovò rifugio Leto per

partorire Apollo

5. I lavacri di Pallade: rappresentazione di una festa ad Argo nell’occasione in cui la statua

della dea veniva immersa nel fiume per un rituale

6. Inno a Demetra: accenno delle peregrinazioni di Demetra per cercare la figlia e narrazione

di un caso di empietà punita

Il tema del epillio (piccolo poema) “Ecale” è un episodio tratto dalla saga di Teseo: egli è partito per

andare a sconfiggere il toro che imperversa a Maratona, ma durante il viaggio lo sorprende un

temporale e così si rifugia nella dimora della vecchia Ecale. Teseo riparte e doma il toro, ma

quando torna scopre che la vecchietta è morta così fonda in quel luogo un santuario dedicato a

Zeus Ecalio.

“Aitia” è un poema in metro elegiaco suddiviso in 4 libri, ma collegate da un comune motivo

tematico. Le singole elegie narrano episodi mitici o eroici al fine di spiegare la ragione di

determinate feste e riti, come la storia d’amore tra Aconzio e Cidippe e l’episodio della chioma di

Berenice.

Sono andati perduti, a parte delle citazioni indirette e alcuni papiri.

I tredici Giambi avevano temi disparati: dall’esortazione morale alla polemica letteraria, dalla favola

alla poesia occasionale. Pag. 67 a 77

Gli argomenti degli Epigrammi sono amorosi, votivi, sepolcrali e letterari.

Infine i Carmi sono poco più che titoli: Apoteosi di Arsinoe, La vittoria di Sosibio e Ibis.

APOLLONIO RODIO

Il soprannome Rodio venne dall’isola in cui trascorse l’ultima parte della sua vita, ma è nato in

Egitto intorno al 290 e si dice che fu allievo di Callimaco.

Nelle scelte tematiche e linguistiche preferisce l’erudizione rara e la sua creatività artistica è

stimolata dal particolare e dall’irripetibilità del fenomeno.

Egli intraprende un compromesso con la tradizione riportando alla luce il poema epico, ma allo

stesso tempo emerge anche l’opposizione tra lui e Callimaco: Apollonio vuole dire tutto quello che

attiene al suo argomento al fine di realizzare un’opera totale.

La sua opera più famosa sono le “Argonautiche”, ma scrisse anche opere minori come Contro

Zenodoto, sui problemi della lingua omerica; Fondazione di Lesbo e Canobo, il timoniere della

flotta di Menelao che divenne un eroe.

ARGONAUTICHE

La leggenda narra l’impresa di Giasone e dei suoi compagni che avevano raggiunto Colchide, sulla

riva del Mar Nero, con la nave Argo, la prima ad essere stata costruita dagli uomini. Il loro scopo

era recuperare il vello aureo del montone su cui Frisso era volato dalla Grecia all’Oriente e ora si

trovava in possesso del re dei colchi Eeta. La spedizione era stata imposta da Pelia, re di Iolco, a

Giasone che in cambio pretendeva la restituzione del trono a suo padre Esone.

La disposizione lineare degli avvenimenti corrisponde alla sequenza cronologica e spaziale, ma si

fraziona in una serie di episodi in forma chiusa motivati dal proposito di spiegare l’origine o rivolti

ad esporre una rassegna degli espedienti narrativi.

Dopo il proemio, il poema inizia con il racconto dei preparativi della spedizione e una rassegna

degli eroi. La prima tappa della nave l’isola di Lemno dove le donne che avevano ucciso i loro

mariti vogliono che gli eroi prendano il loro posto.

In seguito approdano a Misia dove il giovane Ila, amato da Eracle, ispira una ninfa che lo porterà

con se nelle acque e l’eroe è costretto ad abbandonare l’impresa per ritrovarlo. Il I libro si chiude.

Gli argonauti incontrano Amico, re dei Bebrici che viene ucciso da Polluce, successivamente

liberano il vecchio Fineo dalle Arpie che predice loro le avventure che li attendono e gli espedienti

per superarle. Giungono così nella Colchide.

Nel 3° libro viene introdotta Medea, figlia del re Eeta: Era e Atena, protettrici di Giasone, chiedono

ad Afrodite di indurre Eros a suscitare nel cuore della ragazza l’amore per Giasone.

Il re chiede al giovane di superare determinate imprese e Medea gli fornisce i filtri e i consigli

necessari rivelandogli anche il suo amore, e lui le promette che la porterà con se in Grecia.

Una volta recuperato il vello gli argonauti ripartono seguendo però un percorso diverso da quello

dell’andata e giungono nei luoghi in cui si collocavano le peripezie di Odisseo. Giasone e Medea si

sposano all’isola dei Feaci e il viaggio termina con il ritorno in patria. Pag. 68 a 77


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei beni culturali
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher CristinaMenabo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura greca e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Martinelli Tempesta Stefano.

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