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RIASSUNTO CARMEN

La famiglia lo avrebbe voluto prete, ma a José piacevano troppo le armi, le ragazze e, soprattutto, il

gioco della pallacorda. Come moti ragazzi navarresi, quando giocava una partita di pallacorda

José Lizzarrabengoa (il “don” gli spettava di diritto,

dimenticava ogni altra cosa. Un giorno, don

perché era di famiglia nobile) vinse in un torneo assai combattuto un giovinastro che non aveva mai

incontrato prima. Vennero a lite e di nuovo José ebbe la meglio; ma ridusse l’altro in tal modo che

gli convenne lasciare il paese per non incorrere in guai molto seri.

Era la primavera del 1828. Nella Spagna, in quel tempo, non era difficile ad un nobiluomo essere

arruolato in un reggimento di cavalleria, purché dimostrasse di sapere adoperare le armi; quanto al

resto non si stava a guardare troppo per il sottile e non si facevano troppe domande. A don José

Lizzarrabengoa non mancava proprio nulla per far carriera in un reggimento di dragoni… come tutti

i giovanotti baschi, conosceva l’uso delle armi ed era coraggioso. Era anche un bel ragazzo, agile e

robusto, aveva un portamento naturalmente fiero e un viso aperto, simpatico, di nobili lineamenti. In

divisa e a cavallo don José faceva una bellissima figura e anche questo aveva una certa importanza.

Fu promosso brigadiere quasi subito e stava per diventare ufficiale quando un incontro non mutò il

suo destino.

Fu a Siviglia, una delle più belle città della Spagna, ma anche delle più pericolose; tutto poteva

accadere, a Siviglia.

Il brigadiere don José era stato messo di guardia alla Manifattura dei tabacchi, un grande e tetro

fabbricato fuori delle mura, presso le rive del Guadalquìvir. Nella Manifattura erano occupate quasi

cinquecento donne e al pomeriggio, nell’ora in cui le operaie rientravano al lavoro, molti giovanotti

andavano a vederle passare, lanciando frizzi alle più belle.

Don José non vi partecipava: le andaluse non gli piacevano granché; preferiva le ragazze del suo

paese, tanto belle e altrettanto modeste e tranquille. Queste di Siviglia, con la loro parlantina e i loro

modi svelti, gli mettevano soggezione.

quel giorno, José sentì qualcuno che diceva:

…”Ecco la gitana”…e si fece avanti anche egli a guardare. Vide una ragazza piccola di statura, ma

assai ben fatta; nel viso, di uno splendido color ramato, le brillavano gli occhi neri e grandi, di

taglio mirabilmente obliquo. Le labbra, un po’ tumide ma ben delineate, scoprivano nel sorriso

denti piccoli e bianchissimi. I capelli, lunghi e neri, avevano riflessi azzurro come ali di corvo e

ciocca svolazzava sul suo seno magnifico, prosperoso….

qualche

Era una bellezza strana e selvaggia. tutto in lei colpiva e non si poteva fare a meno di guardarla a

lungo.

“Carmen! Carmencita! Gitanilla!” La chiamavano da tutte le parti. Ella nel camminare scostava la

mantiglia per far vedere le spalle e un gran mazzo di gaggia che usciva dallo scollo della sua

camicia. Aveva un fiore di gaggia anche all’angolo della bocca e procedeva muovendo i fianchi in

modo civettuolo. in tralice, il pugno sull’anca; sfacciata come una vera

Rispondeva ai frizzi con lunghe occhiate

zingara, quale infatti era.

José distolse gli occhi quasi con fastidio; se avessero visto al suo paese una donna come quella, si

sarebbero fatti il segno della croce. Sembrava un’autentica figlia del demonio. Due o tre ore dopo,

piombò nel corpo di guardia un usciere della Manifattura, trafelato, con la faccia stravolta: nello

stanzone delle sigaraie c’era stata una rissa e una giovane giaceva a terra gravemente ferita. Il

giovane brigadiere don José fu incaricato di prendere con sé due soldati e di andare a vedere.

La faccenda apparve subito chiarissima: tutte avevano visto Carmen, la zingara, colpire la

compagna col tagliente coltellino che le serviva per spuntare i sigari. Don José prese la colpevole

per un braccio e la esortò garbatamente a seguirlo. Ella indossò la sua mantiglia e si coprì la testa in

modo da non lasciar vedere che gli occhi, straordinariamente grandi e neri.

Poi, apparentemente docile, seguì i soldati al corpo di guardia. Il maresciallo, sentito il resoconto

del brigadiere José, ordinò che la zingara fosse condotta immediatamente in prigione.

Ma Carmen non mise neppure la punta del suo grazioso piede nelle carceri di Siviglia: al suo posto

l’onta della degradazione.

in prigione ci andò José, dopo aver subito

La zingara malandrina, con quattro dolci paroline sospirate in dialetto basco (la lingua della sua

terra, povero José), l’aveva commosso a al punto di persuaderlo a lasciarla scappare.

Don José s’era sentito come un uomo ubriaco; la voce, gli occhi di lei, i gesti eloquenti delle sue

piccole mani avevano prodotto su di lui lo stesso effetto di un liquore inebriante. Don José ebbe un

bel dire al maresciallo che la zingara gli era “guizzata di mano come un’anguilla”; il maresciallo

conosceva Carmen e poteva benissimo immaginare come erano andate le cose.

Addio promozione a ufficiale: ora José era di nuovo soldato semplice e avrebbe dovuto sfacchinare

dieci volte di più per riabilitarsi agli occhi dei superiori. Malgrado ciò, non poteva impedirsi di

pensare a Carmen con uno struggimento che lo rendeva furioso. Attraverso le sbarre della prigione

contemplava il via vai della strada e tra tante donne che passavano non ne scorgeva nemmeno una

che valesse quella diavola di una femmina. Se esistevano le streghe, Carmen lo era davvero: l'aveva

stregato.

"Tenete - disse il secondino - questo ve lo manda vostra cugina." José prese il bel pane bianco e,

sebbene stupito, non fece domande. Non aveva cugine a Siviglia. Chi poteva aver pensato a lui? Lo

seppe appena vide ciò che stava nascosto nell'interno della pagnotta: una limetta inglese e una

moneta d'oro da due scudi. Era senza dubbio un regalo di Carmen. Per gli zingari la libertà è tutto:

darebbero fuoco ad un a città, pur di sottrarsi alla prigione. Carmen non era un'ingrata e gli offriva a

sua volta il mezzo per fuggire. Ma egli non se la sentiva; aveva il suo onore di soldato e non voleva

disertare.

Tuttavia, il pensiero che la ragazza si fosse ricordata di lui lo aiutò a superare con minor malinconia

il periodo di pena che doveva ancora scontare.

Quando José, uscito di prigione, fu messo di servizio nella residenza del colonnello, si sentì

umiliato come mai in vita sua.

Il colonnello era un uomo giovane e ricco, smanioso di divertimenti: capitavano da lui,

accompagnate da azzimati ufficialetti, le donne più belle di Siviglia. Sembrava a José che tutte

quante lo guardassero irridendolo.

Un giorno, era di guardia proprio alla porta della residenza del colonnello quando vide scendere da

una carrozza la bella Carmen, ornata come un reliquiario, tutta oro e nastri. Indossava un ricco

costume da gitana e teneva in mano un tamburello basco. Erano con lei altre due zingare e un

vecchio con la chitarra. Evidentemente erano stati chiamati per divertire con musica e danze gitane

gli ospiti del colonnello. La festa si tenne nel patio e José, attraverso le sbarre della cancellata, poté

vedere Carmen che danzava freneticamente agitando il suo tamburello sopra la testa. Gli ufficialetti

le stavano intorno indirizzandole frizzi audaci, ai quali ella rispondeva ridendo, senza alcun

imbarazzo. Fu allora che don José si accorse di amarla sul serio: si trattenne a stento dall'entrare nel

patio, prendere la sua zingara per un braccio e portarsela via.

Odiava tutti quegli uomini che le parlavano liberamente e si sentiva ardere in viso per l'ira e la

gelosia. Finalmente quel supplizio ebbe termine. Carmen uscì, lo salutò con lo sguardo, poi lo sfiorò

con intenzione passandogli accanto e gli sussurrò…

“Se vuoi mangiare un buon fritto di pesce, vieni a Triana, da Lillas Pastià”.

Appena smontato di guardia José si precipitò a Triana e vi trovò Carmen che lo attendeva. Quella

sera la zingara volle pagare a suo modo il debito che aveva con José: ballò soltanto per lui e l’amò

con tutto l’ardore di cui era capace.

All’alba lo congedò con queste parole… ”Senti, Joseito, ora siamo pari. Vattene, è meglio. Non

pensare più a me, io sono il diavolo. Credo di amarti, ma vicino a me finiresti male: cane e lupo non

compagnia”.

si sono mai fatti

Ma oramai do José era preso di lei senza scampo: il suo destino era segnato. Non rivide la zingara

per alcune settimane, sebbene l’avesse cercata in ogni angolo di Siviglia. Finalmente, una sera,

mentre si aggirava intorno alla casa in cui era stato con Carmen, la vide arrivare in compagnia di un

giovane tenente del suo stesso reggimento. L’ufficiale, trovandosi all’improvviso davanti a José, ne


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ninja13

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Scienze della moda e del costume
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ninja13 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura francese e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scaraffia Giuseppe.

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