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Letteratura cristiana antica

1. Dalle origini al terzo secolo

1: L’attività letteraria in età apostolica e subapostolica

1. Alle origini del Nuovo Testamento. Paolo

Il più antico documento cristiano a noi giunto è una lettera che Paolo, nel 52, scrive alla comunità di

Tessalonica per confortarla e consolidarla. La predicazione del messaggio evangelico, che spingeva i primi

appartenenti alla chiesa cristiana a viaggiare da Gerusalemme per la Palestina, Siria, Fenicia, Egitto, Asia

ecc, si svolgeva sia tra i giudei che tra i pagani, inizialmente in lingua aramaica, ma poi sempre più in greco.

I missionari sentivano spesso l’esigenza di mantenersi in contatto epistolare con le comunità cristiane appena

istituite, dalle quali si allontanava per continuare la predicazione. Per conservare la memoria della

predicazione del messaggio, fondato sulla figura e sull’opera di Cristo, si avvertì l’esigenza di scrivere

raccolte di detti e fatti del Signore. Dei più antichi di questi non conosciamo nulla, ma sappiamo che hanno

costituito l’embrione degli attuali quattro vangeli canonici e gli altri vangeli apocrifi.

Un problema che provocò forti polemiche fu quello della predicazione tra i pagani; alcuni Cristiani

ritenevano che la fede in Cristo dovesse esplicarsi nell’osservanza della legge mosaica. Altri, invece, come

Paolo, anche se giudei predicavano la fede anche ai pagani. Se Paolo predicava anche ai pagani prescindendo

dalla normativa della legge giudaica, i cristiani più giudaizzanti cercavano di imporre ai pagani convertiti da

Ne scaturisce la polemica delle “grandi lettere”

Paolo, oltre alla normativa, persino il rito della circoncisione.

di Paolo, il quale afferma che la legge mosaica dà all’uomo solo la coscienza del peccato ma non l’aiuto

divino, che viene invece dalla fede in Cristo mediante il battesimo. Paolo non vuole, tuttavia, che la libertà

dalla legge mosaica venga confusa con una licenza moralmente indiscriminata.

2. I Vangeli l’elaborazione scritta di “detti e fatti di Gesù”.

La predicazione di Paolo progrediva, così come I ricordi dei

in conseguenza dell’esperienza pasquale:

testimoni oculari della sua evangelizzazione furono reinterpretati

essi vennero considerati sotto nuova luce, fornendo la chiave per interpretarli in funzione della realizzazione

del disegno divino che conduce alla conversione e alla salvezza. La coscienza del possesso dello spirito

divino che ispirò i detti e i fatti di Cristo portò alla rielaborazione dei dati storici per farli quadrare in

quest’ordine d’idee. Questa rielaborazione e sistemazione prende forma nei vangeli di Marco, Luca e Matteo,

definiti “sinottici” per la vasta parte in comune. In questi tre vangeli, l’attività pubblica di Gesù è condensata

in questo schema:

1) Preannuncio della missione di Gesù da parte di Giovanni il Battista

2) Battesimo nel Giordano da parte di Giovanni il Battista

3) Attività evangelizzatrice in Galilea

4) Viaggio a Gerusalemme

5) Arresto, processo, passione e morte

6) Resurrezione e apparizione ai discepoli.

In tutti e tre i testi Gesù è il messia preannunciato dalle profezie veterotestamentarie: se ne accentuano il

messaggio (che annuncia la venuta del regno di Dio) e i miracoli. Viene, inoltre, rilevata la buona

umili e l’ostilità da parte dei ceti dominanti.

accoglienza fatta a Gesù dagli Tutti e tre i testi, tuttavia, si

distinguono per tratti specifici: Marco, il quale si caratterizza per il tono elementare e popolare, vede in Gesù

il taumaturgo benefico che cela a sua dignità di Messia in funzione della resurrezione. Questa convinzione è

sottolinea l’aspetto del Gesù dottore che interpreta e completa la

presente anche in Matteo, ma in più egli

legge tradizionale, senza demolirla. Il Gesù di Luca, invece, è il salvatore infinitamente misericordioso che

e soprattutto quelli dell’anima. Per Luca la

rivendica la libertà dei figli di Dio sanando i mali del corpo

seconda venuta di Cristo avverrà in un futuro indefinito, pertanto mette l’accento sul tempo intermedio, il

tempo della chiesa: questo ispirerà la sua seconda opera, gli “Atti degli Apostoli”, in cui si notano le sue

ambizioni storiografiche. Si tratta di un’opera senza precedenti, che gli ha richiesto un’importante ricerca di

fonti. Grazie agli “Atti degli Apostoli” abbiamo la conoscenza della più antica storia della chiesa. Il filo

conduttore dell’opera è l’iniziativa dello spirito divino che ispira e trascina lo strumento umano, affinché il

messaggio di salvezza sia diffuso su tutta la terra.

3. Le Pastorali e il Corpus giovanneo

Nel discorso d’addio ai fedeli d’Asia, Paolo afferma di sapere che una volta andato via, nella comunità

sarebbero arrivati uomini che avrebbero tentato di imporre dottrine perverse, trascinando discepoli dietro di

loro. Così, Luca ci presenta la drammatica situazione delle comunità paoline, le quali vedevano sorgere

all’interno di esse contrasti provocati dall’insinuarsi di missionari giudeocristiani e delle pretese liberatorie

dei seguaci radicali di Paolo. Per questa situazione di disordine, si decide di organizzare la comunità,

attraverso una gerarchia che ruota attorno alla figura del vescovo assistito da presbiteri e diaconi. In merito

scrive un discepolo di Paolo, il quale ricorre alla pseudografia, ovvero scrivendo le sue lettere a nome

dell’apostolo per dare loro autorità: egli invita a scegliere con cautela i dirigenti e a mantenere l’unità di

dottrina contro le novità pericolose. Queste lettere sono le cosiddette “Pastorali”, due indirizzate a Timoteo

e una a Tito, da parte di un Paolo alle soglie della morte. Ancora risalenti a questo periodo, troviamo una

serie di lettere a nome di importanti esponenti della prima chiesa cristiana: di queste va segnalata la tendenza

filopaolina per quanto riguarda quelle attribuite a Pietro, mentre quella di Giacomo polemizza contro

l’atteggiamento antilegalista di Paolo. La lettera agli Ebrei, a nome di Paolo e invece scritta da un suo

seguace, sviluppa in modo originale la cristologia proponendo il tema del sacerdozio di Cristo, il quale ha

realizzato la missione di mediare tra Dio e l’uomo grazie al sacrificio di se stesso.

Tra queste opere pseudoepigrafe o di autore incerto spicca un corpus di scritti di diverso genere attribuiti

all’apostolo Giovanni; si tratta del e l’Apocalisse. Nell’Apocalisse

vangelo appunto di Giovanni, tre lettere

si avverte la tendenza giudaizzanti, anche per il genere letterario, detto apocalittico perché caratterizzato da

rivelazioni per mezzo di visioni comunicate da un essere sovrannaturale a un umano, e avente per oggetto

Nell’Apocalisse di Giovanni, le

quasi sempre vicende catastrofiche riferite alla fine del mondo. visioni

dell’apostolo terminano col trionfo di Cristo sul male e la creazione della nuova Gerusalemme in terra.

L’opera è scritta in un Greco approssimativo e non è di facile interpretazione, dato il ricorrente utilizzo del

incerta l’interpretazione della vittoria di Cristo. La parte iniziale

simbolismo, che rende addirittura

dell’Apocalisse ci presenta, nella comunità della costa dell’Egeo, uno stato di crisi che ha parecchi punti in

comune con le Lettere Pastorali. Ancora di crisi parlano le tre lettere attribuite ad un Giovanni che qui si

definisce l’Anziano, crisi che riguarda quella parte di comunità che nega la realtà della passione di Cristo,

incompatibile con l’affermazione della sua divinità. Per quanto riguarda il vangelo di Giovanni, esso si

dai tre vangeli sinottici, poiché mette l’accento sulla persona di Cristo, oggetto e soggetto della

differenzia

rivelazione divina al mondo: il Cristo di Giovanni annuncia se stesso, si è fatto uomo per rivelare che solo

aderendo a lui si può arrivare a Dio e alla salvezza. Il tono è grave e maestoso.

4. Intorno al Canone

Con questi scritti, siamo in un epoca in cui le comunità cristiane sono già ben diffuse. Esse sentono, pertanto,

l’esigenza della comunicazione scritta, soprattutto per far fronte al bisogno di dottrina, organizzazione e

disciplina. Per accreditare i nuovi scritti si ricorre sempre più alla pseudoepigrafia: questo fenomeno,

aggravato dal sorgere di movimenti eretici, convinse alcune comunità a discernere gli scritti più antichi e

autorevoli. Questi scritti, verso il II secolo questi scritti vengono riuniti in un canone, il Nuovo Testamento,

che viene unito all’Antico di tradizione giudaica ma riconosciuto come scrittura

Testamento, quest’ultimo

divinamente ispirata. Il nucleo fondamentale fisso è costituito dai quattro vangeli, gli Atti degli apostoli e le

lettere di Paolo. I pochi scritti non pseudoepigrafi si presentano quasi tutti in forma epistolare. Due di queste

lettere furono scritte a Roma ma sono in greco, lingua ufficiale per tutto il II secolo. La lettera per la chiesa

terzo vescovo della chiesa romana, chiede l’armonia e la

di Corinto, tramandata sotto il nome di Clemente,

pace nella comunità di Corinto, il tutto scritto con una forma “alta”. L’altra opera, il “Pastore”, scritta da

Erma, fratello del vescovo Pio, è di livello più basso. Il genere è quello apocalittico, ma le rivelazioni non

hanno contenuto escatologico. Esse, invece, si riferisce al recupero di cristiani che sono stati espulsi dalla

comunità per aver commesso peccati gravi: Erma, in mancanza di una normativa precisa, offre a questi

un’occasione straordinaria di perdono. Ancora per quanto riguardo riguarda il genere epistolare, abbiamo

Ignazio e Policarpo. Ignazio, vescovo di Antiochia al tempo di Traiano, fu arrestato e portato a Roma per

essere martirizzato, ma durante il lungo viaggio ebbe occasione alle comunità d’Asia turbate da tendenze

giudaizzanti e di docetismo. La lettera in cui più emerge la sua forte personalità, tuttavia, è quella indirizzata

ai cristiani di Roma, scritta in un greco approssimativo e ricco di spezzature. Delle lettere di Policarpo,

vescovo di Smirne, ce n’è rimasta solo una indirizzata alla comunità di Filippi di fondazione paolina,

importante perché ci dimostra l’autorità di Paolo in un ambiente notevolmente giudaizzante.

5. Scritti disciplinari, trattatistici e apocrifi

La “Dottrina è un manuale di norme morali e disciplinari

dei dodici apostoli” composto forse in Siria per

l’esigenza di normalizzazione della comunità. Si attribuiva la paternità dalle norme agli Apostoli per dare a

quest’ultime autorità, e lo stesso accadrà per tutta la letteratura d’argomento canonistico successiva. Un

discorso a parte merita la lettera attribuita al missionario Barnaba: il testo, che si apre e chiude come una

ha tutte le caratteristiche di un trattato. Il contenuto è incentrato sull’interpretazione della legge

lettera,

giudaica alla luce della morte e resurrezione di Cristo: si afferma che la legge non ha mai avuto il significato

attribuito, al contrario andava intesa come un’anticipazione simbolica di

letterale che gli ebrei gli avevano

La lettera di Barnaba, dunque, apre la strada al modo cristiano d’interpretare l’Antico

Cristo e della chiesa.

Testamento. La letteratura apocrifa si divide in vangeli, atti, lettere e apocalissi. Il termine apocrifo, che

inizialmente indicava un tipo di testo esoterico, ebbe presto connotazione negativa poiché riferita a testi nei

quali si riscontravano dottrine ritenute eretiche. Il motivo che alimentò la fioritura dei testi apocrifi fu il

bisogno di saperne di più su Cristo e gli Apostoli: in mancanza di dati attendibili si ricorse alla fantasia. I

vangeli dell’infanzia di Gesù, trattano di pittoreschi prodigi degli anni dell’infanzia di Cristo,

ad esempio,

mentre gli atti dei singoli Apostoli, come Giovanni, Tommaso, Pietro, Paolo e Tecla sono ricchi di gesta

avventurose e mirabolanti. Qui troviamo l’influsso del romanzo greco, soprattutto per quanto riguarda la

componente erotica. Il genere apocrifo era molto diffuso tra gli eretici: di fronte a così tanti testi la chiesa

rimase sulla negativa, tant’è che quando scoprì che l’autore dei celebri Atti di Paolo e Tecla erano ad opera

di un presbitero di nome Lucio, egli venne espulso dalla comunità.

2: Scritti apologetici, eretici e antieretici

1. Scritti disciplinari, trattatistici e apocrifi

Col termine “eresia” i cristiani intendevano le deformazioni dottrinali che ritenevano incompatibili con la

corretta fede, e chi le professava veniva espulso dalla comunità. Una di queste è il “docetismo”, ovvero il

considerare irreale l’umanità di Cristo, non compatibile con la sua essenza divina. Già all’inizio del II secolo

la componente greca si imponeva su varie comunità: i cristiani provenienti dal paganesimo rifiutavano

l’antico testamento in quanto non sentivano propria la tradizione giudaica. Queste idee furono alla base dello

Gnosticismo. Gli gnostici erano di formazione mediamente superiore agli altri cristiani, pertanto tendevano a

rappresentarsi come un’elite di privilegiati. Fino a pochi decenni fa conoscevamo lo gnosticismo soltanto

grazie alle opere dei polemisti cattolici, i quali a volte, per confutare alcune dottrine, riportavano quasi

alla scoperta fatta nell’Alto Egitto

interamente i testi. Moltissimi dati, tuttavia, li abbiamo grazie di una serie

di 13 codici papiracei contenti più di 40 opere, traduzioni in lingua copta dall’originale greco. Sono opere di

vario tipo, ma il sentimento generale che traspare è quello del ringraziamento a Dio per il privilegio di far

parte della stretta cerchia di prescelti, gli spirituali. Tra i testi conosciuti grazie ai polemisti cristiani, la

parla dell’interpretazione della legge mosaica, considerata opera del Demiurgo,

lettera di Tolomeo a Flora

contrapposto al Dio Sommo del Nuovo Testamento. Il commento a Giovanni di Origene cita numerosi

frammenti di un’opera di Eracleone: è la più antica opera di esegesi biblica in ambiente cristiano. Predomina

l’interpretazione allegorica finalizzata alla dimostrazione dei principali punti dottrinali dello gnosticismo.

Nel II secolo si ebbero altre due importanti eresie, il Marcionismo e il Montanismo. Il Marcionismo

condivide con lo gnosticismo la distinzione tra Dio inferiore e Dio sommo, ma non la concezione dello

del paolinismo, tant’è che

spirito umano come particella di spirito divino. Questa dottrina è un’esasperazione

il suo canone neotestamentario comprendeva solo le lettere di Paolo e il Vangelo di Luca, di tradizione

paolina: questi testi, inoltre, furono ritoccati per liberarli da qualsiasi segno di giudaismo. Il Marcionismo

ebbe successo, e lo si comprende dall’imponente presenza nei polemisti cattolici come Ireneo, Tertulliano e

Origene. Per quanto riguarda il Montanismo, ci sono giunti oracoli del frigio Montano e delle profetesse

Priscilla e Massimilla, i quali si sentivano ispirati dallo Spirito santo, il Paracleto: siamo in un contesto di

crisi, in cui l’attesa della prossima fine del mondo e la conseguente discesa in terra della Gerusalemme

celeste è esasperata (millenarismo).

2. Letteratura apologetica

L’impero prese sempre più coscienza del pericolo che la nuova religione poteva arrecare. Non solo i cristiani

erano proscritti ufficialmente come adepti di una religio illicita, ma avevano anche lacerazioni interne: per

interna a danno degli eretici ed esaltando l’esigenza della confessione

questo la chiesa potenziò la coesione

di fede fino al sangue, il martirio. È proprio per questo che la chiesa di Smirne dette la notizia dettagliata del

martirio del vescovo Policarpo via lettera, inaugurando il genere della letteratura agiografica. In

quest’epoca i cristiani sono perlopiù d’estrazione sociale medio-bassa, ma molti di loro sono anche persone

nella religione e nella filosofia. L’impatto

colte, i quali spesso aderiscono al cristianesimo per la sfiducia con

la cultura greca fu problematico: molti letterati condannarono questo avvicinamento, mentre altri come

Giustino, erano più accondiscendenti. Tuttavia, la letteratura cristiana del II secolo si servì della filosofia per

polemizzare, come fecero gli apologisti. Essi scrivevano apologie, vale a dire difese della religione cristiana,

indirizzate ai pagani e spesso direttamente agli imperatori. Il destinatario di queste opere è il pagano di buona

condizione sociale, il quale poteva ripugnare il fatto che una persona potesse essere uccise per reato

d’opinione. C’era chi, inoltre, manifestava disprezzo per il fanatismo dei martiri e chi invece ne rimaneva

colpito. Ancora prima che con i pagani, i cristiani entrarono in conflitto con i giudei: il Dialogo con Trifone

di Giustino presenta forma dialogica, dato che un dialogo tra giudei e cristiani era possibile, al contrario dei

pagani, i quali non avevano nulla in comune col cristianesimo. I Cristiani cercavano di convincere i giudei

che le profezie veterotestamentarie si fossero realizzate in Cristo. È questo che Giustino esamina

accuratamente nella sua opera, come del resto aveva già anticipato Paolo e l’epistola di Barnaba.

3. Scritti antieretici, esegetici, omiletici

L’opera antieretica più importante del II secolo giunta a noi è l’Adversus Haereses di Ireneo. La sua

polemica è dichiarata nei confronti di Valentino, ma in realtà polemizza contro marcionismo e soprattutto

gnosticismo per la separazione tra Dio dell’Antico Testamento e Dio del Nuovo Testamento. Ireneo, dunque,

ci da la sintesi della riflessione teologica cattolica alla fine del II secolo. L’argomento principale è la

rivelazione progressiva; il Logos ha recuperato l&r

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/06 Storia delle religioni

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