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ESTRATTO DOCUMENTO

relazioni esistenti fra Padre Figlio e Spirito Santo adotta i concetti di trinità e di

persona, usando anche la formula “una sostanza e tre persone”.

5) Adversus Marcionem, opera in 5 libri (207-212) antignostica. Marcione era un

ricco armatore del Ponto, scomunicato dalla Chiesa di Roma nel 144 e la cui

eresia era ancora fiorente a Cartagine all’inizio del II secolo. L’opera si

configura come una summa teologica ove Tertulliano usa i temi della bontà del

l’identità di Cristo con il Messia annunciato dall’Antico

creatore del mondo,

Testamento e la continuità tra i 2 testamenti.

Contro Marcione Tertulliano devi dimostrare l’unicità di Dio, e ridefinire i

rapporti tra le persone della trinità al fine di ristabilire la validità del canone

tradizionale del Nuovo testamento. L’opera è il più potente sforzo teologico di

Tertulliano e nell’insieme egli giunge a creare un metodo Teologico.

IL DIBATTITO CON LA FILOSOFIA

trattato ove esplica una riflessione filosofica e teologica sull’uomo.

1) De anima,

Il trattato usa la forma tipologica della trazione platonica, cioè si divide in 4

Nell’opera Tertulliano tenta di individuare una propria posizione

sezioni.

autonoma, sottolineando però i punti di incontro tra i filosofi ed il

cristianesimo, come ad esempio Seneca, moralista. L’avversario maggiore di

Tertulliano è Platone che definisce “fornitore degli eretici”, ma attacca anche i

sofisti professionisti della “curiosità” e responsabili dell’introduzione della

dialettica.

Tertulliano confuta i filosofi mettendoli in contraddizione e getta un anatema

sulla dialettica che è incerta perché ricerca umana, contrapponendola

all’autorità della Scrittura. Nonostante la condanna aperta della dialettica,

Tertulliano se ne serve per argomentare.

Tertulliano contrappone la sacra scrittura alla ricerca razionale, in un modo

che appare oscurantista, ma che per l’epoca appare comprensibile, in quanto la

formula di Tertulliano “credo

rivelazione religiosa aveva grande prestigio. La

indica come all’epoca il dogma andava sostenuto con tanta

quia absurdum”,

più convinzione quanto più era incomprensibile alla ragione, e tale formula

poggia su un modulo di ragionamento che risale ad Aristotele.

Tertulliano tenta di rinnovare il pensiero filosofico con una sorta di ritorno ai

dati dell’esperienza:

-analizza la nozione di testimonianza;

attenzione su esperienze umane privilegiate, quali il sogno, l’estasi e

-pone

l’esperienza amorosa.

Questa fenomenologia delle più strane esperienza psichiche è un tentativo di

ritorno al reale come reazione all’idealismo platonico.

IL TESTIMONE DELLA VITA DI CARTAGINE

aver crocifisso il padre: tale è infatti la conseguenza logica del modalismo, donde anche l’appellativo

di

di patrissiani ai suoi rappresentanti.

La parte pastorale dell’opera di Tertulliano è importante come quella del teologo e

dell’apologista.

Scrisse alcuni opuscoli sui sacramenti dai quali possiamo evincere la vita liturgica

della Chiesa di Cartagine:

-De baptismo;

-De penitentia;

-De oratione, trattato che offre un primo esempio occidentale di meditazione personale

sul Pater Noster. Tertulliano incoraggia i membri della comunità a relazionarsi

personalmente con Dio; qui difende l’esercizio rigoroso del digiuno contro il

-De ieiunio ad versus psichico,

lassismo dei cattolici;

- 4 trattati sul tema della preparazione spirituale al martirio. 2

Intorno al 207 Tertulliano si avvicinò al rigorismo dei Montanisti , entrando in

polemica contro la chiesa cattolica e volgendo sempre più verso una posizione

estremista. Negli scritti questa sua adesione si rivela nella sempre maggiore esigenza

nei confronti dei martiri, ai quali giungerà a rifiutare il diritto di rifugiarsi altrove

espresso nel De fuga in persecutione del 213, opera che segna una rigorosa adesione al

montanismo.

Tertulliano mostra una visione militante e tragica della vita cristiana, e lo stesso

vocabolario che usa è carico di risonanze romane. militari e antiche…ad esempio

l’espressione è intesa da Tertulliano sia nell’accezione greca (cioè senso

sacramentum

di un nascosto disegno do Dio sull’uomo)

romana

che nell’accezione (cioè che deriva dal pensiero romano e che intende il

sacramentum come un impegno solenne contratto dal fedele al momento del battesimo

e che paragona il fedele a soldato di Dio).

Questo alto senso della fede e la passione di Tertulliano lo spingono verso il rigorismo

dell’eresia montanista.

Tertulliano, sulle orme di San Palo, tentò di definire un’etica cristiana con una serie di

trattati che si orientano nella successione cronologica verso un moralismo sempre più

rigoroso e disumano.

Sono 3 serie di trattati:

1) Sui compromessi con le liturgie idolatriche;

2) sulla condotta delle donne;

3) sul matrimonio e sulle seconde nozze:

I trattati del primo periodo (198-206) sono:

1) De spectaculis ove è ostile agli spettacoli teatrali;

2 Montanismo= movimento ereticale cristiano sorto per iniziativa del prete Montano in Asia Minore

nella seconda metà del II secolo. Il movimento si diffuse presto in occidente ed aderì Tertulliano, ma le

prime seguaci furono Priscilla e Massimilla. Il montanismo si fondava sulla convinzione che un fedele

era direttamente illuminato dalla Spirito Santo e dotato di capacità profetica da ciò. I montanisti

convinti che imminente era la Parusia di Cristo che tornava in modo definitivo, vi si prepararono con un

esercizio ascetico. La sottolineatura dell’elemento entusiastico e l’affermazione della validità dei profeti

come superiore a quella dei vescovi determinò la rottura con la Chiesa ufficiale, che guardava con

sospetto sua per la carica antigerarchica del montanismo sia per la forte componente femminile. Le

disposizioni legislative e le condanne dell’imperatore furono emesse tra il IV e il V secolo, ma esso

sopravisse in Oriente sino agli inizi dell’VIII.

2) De cultu feminarum sulla moda;

3) Ad uxorem , sul matrimonio .

In questi scritti ancora vi è una sensibilità biblica verso la bontà della natura che si

accompagna ad un profondo pessimismo nei riguardi del mondo fatto di peccato,

falsificato da Satana ove i cristiani sono costretti a vivere. Già qui sussiste un

ossessione dell’universale presenza satanica.

Nel periodo successivo (208-212) scrive:

1) De idolatria;

2) De corona;

3) De virginibus velandis;

4) De exhortatione castitatis.

Qui il dualismo apocalittico e l’ossessione di Satana sono più forti, e la regola della

fede diviene una norma rigida e minuziosa fino al sofisma.

Nell’ultimo periodo quindi gli scritti di Tertulliano perdono l’empirismo ed il buon

senso dei primi anni e tutto si riduce a scelte morali, i consigli di perfezione sono così

considerati da Tertulliano come obblighi rigorosi, imponibili a tutti.

Nell’ultimo periodo (dopo il 213) scrive:

ove rivendica ai soli “uomini spirituali” e non alla Chiesa e le sue

1) De pudicitia

gerarchie il diritto di perdonare i peccati;

2) De monogamia;

3) De pallio ove proclama di aver adottato il pallium, il corto mantello dei filosofi

cinici, “separandosi dal popolo” espressione che indica il divorzio con la

Chiesa.

L’estremismo morale è ora solitario.

Dopo il 213 non bastandogli più il montanismo, Tertulliano giunge a fondare una setta

propria, i tertullianisti che sopravviveranno fino al IV secolo. Ora professa la castità

via per la santità, rigetta le seconde nozze, e ritiene inammissibile la redenzione dal

peccato di idolatria, di adulterio di assassinio. Gli scritti di Tertulliano saranno la

lettura prediletta dell’ascetismo latino.

LO STILISTA: UN MANIERISMO BAROCCO

Lo stile di Tertulliano risulta lontano da Cicerone, rispetto al quale risulta faticoso,

insufficientemente curato, fortemente oscuro. Mentre è più vicino a Sallustio, a

Seneca, Tacito o Apuleio. Tertulliano ha infatti uno stile raffinato e manieristico, che

rappresenta lo sbocco ultimo delle ricerche sull’elocutio novella (lo stile moderno)

nell’Africa del secolo precedente, e che raggiunge il culmine di ermetismo formale nel

trattato De pallio.

Sovraccarico, mosso, brillante, è l’espressione di un barocchismo quale si trova nella

scultura e nell’arte decorativa del tempo dei Severi.

Questo stile oratorio visibile soprattutto nei trattati apologetici usa un vocabolario

ricercato ed intensivo (in questo punto vicino ad Apuleio), con echi delle dissimmetrie

tacitiane, e delle secche enunciazioni di Sallustio. In genere Tertulliano utilizza una

grande mobilità formale. Allo stesso modo varia i generi letterari dai quali attinge in

un certo senso orizzontale.

Lo stile di Tertulliano si evolve in concomitanza con il pensiero dell’autore, è si

assiste ad un progressivo aumento delle finezze, una condensazione fino alle oscurità

delle ellissi accumulate.

Infine si evidenzia una contraddizione interiore che corre in tutta la sua opera, e che

va contrapponendo lo stile mondano antichizzante e un orientamento scritturistico

cristiano. LA GENERAZIONE DI CIPRIANO

situazione storica si aggrava dopo l’assassinio

La di Alessandro Severo e per la

generazione dal 235 al 268 le conseguenze di instabilità politiche, invasioni, pesti e

crisi religiosi si farà sentire. Pagani e cristiani entrano comunque in un’epoca di

angoscia. Tuttavia la chiesa cristiana nonostante gli scismi e le persecuzioni

continuava a crescere e a fare proseliti, a questo periodo risalgono le più antiche

domus ecclesiae conservate (Dura europos, prima del 256), o anche i primi importanti

gruppi di affreschi, come nella cappella greca della catacomba romana di Priscilla.

Accanto all’Africa e a Cartagine, la capitale dell’Impero comincia ad affermarsi nel

dominio letterario latino e 4 scrittori illustrano questo quarto di secolo:

l’octavius di Minuncio Felice, Cipriano e Novaziano che vanno collocati in una stessa

coerente di reazione classicizzante. Alla stessa generazione appartiene il pioniere della

poesia latina cristiana Commodiano.

MINUCIO FELICE,

UN INTELLIGENTE RIVALE DI TERTULLIANO

Avvocato distinto ed eloquente Minucio è originario della Numidia (regione storica,

zona tra marocco e tunisia odierni).

L’opera che lo rende noto è:

-l’Octavius, è un dialogo tra il cristiano Ottavio Januario, il pagano Cecilio Natale e

Minucio stesso, cristiano.

Il tono e lo stile dell’opera è pacato e il dialogo si svolge in un clima di cortesi

relazioni fra un pagano e due cristiani, nulla a che vedere con le invettive, la satira e

l’aggressività tertullianea, tuttavia Minucio prende come riferimento l’ Apologeticum

di Tertulliano.

Ma dal discorso apologetico di Tertulliano al dialogo protreptico di Minucio il

mutamento è netto, sua sul piano dell’estetica che sul piano delle intenzioni. Si passa

dalla solitudine del difensore sofista che affronta le autorità imperiali, ad uno scambio

intimo tra amici di vecchia data, il sui stile ricorda Cicerone o Frontone.

Le arringhe del dialogo si svolgono sulla spiaggia di Ostia, in un bel giorno di riposo. I

personaggi, hanno dei caratteri squisitamente delicati.

terzo personaggio, cioè l’autore che

1)Minucio,il racconta il dialogo, non è più un

semplice arbitro, ma mostra la sua anima sensibile. intenerita dal melanconico

compagno ricordo di un amico scomparso.

Minucio descrive i bambini che giocano sulla spiaggia come armonie celesti e terrestri

incantevoli, degne di un artista raffinato e talvolta patetico, come avviene della

dimensione dell’eroismo dei martiri. La composizione è lineare ed ha un andamento

filosofico, l’ispirazione di Minucio è protreptica, cioè vuole sedurre, convertire

l’anima tramite l’intelletto, condurre i pagani verso la Grazia senza violenza.

2)Cecilio, è un pagano dal carattere impulsivo, appassionato e leale, la radice della sua

ostilità al cristianesimo è politica e sociale più che religiosa, le sue parole mostrano la

mentalità di chi perseguiva i cristiani.

3)Ottavio è riservato e fermo, un padre di famiglia cristiano dalla viva sensibilità

seppur contenuta; egli oppone filosofia a filosofia, e difende l’attitudine dell’uomo a

conoscere la verità, vuole dimostrare la presenza di Dio come ordine del mondo con

un esame razionale, volgendo i metodi scettici contro se stesso, Ottavio cerca di

liberare dai pregiudizi gli uomini che si definiscono senza pregiudizio.

Alla fine Ottavio evidenzia il coraggio filosofico dei martiri, che soffrono davanti alla

morte senza nominare Cristo.

L’autore è attento alle conquiste della prosa latina del secolo a lui precedente, quindi

Plinio il Giovane, Seneca, ma soprattutto Frontone, Favorino, Aulo Gellio e Apuleio.

familiare dei toni, un’eleganza cortese, definendo

Il gusto per il minuto, la mescolanza

una sorta di barocco temperato.

Ben lontano dalla visionaria aggressività di Tertulliano il cristianesimo di Minucio non

è meno profondo ma è piuttosto espressione di una conquista interiore, espressione di

una carità che rispetta infinitamente il suo avversario.

LA SPIRITUALITA’ MILITANTE DI CIPRIANO

Tascio Cipriano di Cartagine

Cipriano, retore di condizione molto agiata, si convertì in età matura, se non tardi e nel

248 fu elevato all’episcopato in Cartagine. Nel settembre 258 sarà decapitato sotto

Valeriano e quindi la sua opera letteraria va collocata nel decennio che precede la sua

morte. La Vita di Cipriano, fu redatta poco dopo la sua morte, da Ponzio, che così

inaugura il genere letterario della biografia latina cristiana.

Cipriano lesse sicuramente Tertulliano e l’Octavius. Il suo epistolario ci permette di

conoscere la personalità di Tascio più intimamente di quanto non conosciamo quella di

Tertulliano, nonostante gli scritti pervenutici siano molti meno rispetto ai tantissimi di

Tertulliano.

La sua personalità è forte ed equilibrata e tali qualità emergono anche dallo stile

narrativo, ampio, cadenzato, spesso periodico e di una bella impronta ciceroniana.

Rare sono le concessioni all’ornamento e alla sorpresa; uno stile agli antipodi rispetto

alla maniera di Tertulliano, e sempre in opposizione a Tertulliano, Cipriano

abbandona totalmente ogni allusione con la cultura profana, la penna si spoglia delle

sue antiche vesti. Lo stile di Cipriano è il primo degli stili latini autenticamente

convertiti.

….Dall’epistolario

Cipriano capo della chiesa d’Africa, svolse un’intensa attività pastorale, e lo si vince

dall’epistolario, ove gran parte delle lettere sono destinate a confortare ed esortare i

confessori della fede, gli esiliati. Il vescovo medita sui grandi esempi biblici della

salvezza (i 3 ebrei, Susanna condannata ingiustamente), e sono meditazioni interiori e

spirituali, molto di più dell’Ad Martyros di Tertulliano di 50 anni precedente.

Cipriano si adopera inoltre a pacificare le comunità lacerate dalle persecuzioni, inoltre

affronta il problema dell’apostasia. In alcune lettere emerge come Cipriano, da

equilibrato pastore, cerchi una via media, che sia conforto sia al buon senso che alla

carità. Il problema dell’apostasia si era aggravato in quanto alcuni confessori

intendevano giungere ad una riconciliazione perdonando coloro che si erano dichiarati

pubblicamente non cristiani per timore delle persecuzioni, e di fronte a questo

liberalismo abusivo si reagiva con l’eccesso inverso, come Tertulliano che giunge a

rifiutare qualunque riconciliazione a coloro che hanno commesso il peccato

dell’apostasia.

irremissibile

Cipriano suggerisce una via media, rievocando la parabola del Figliuol Prodigo e

dichiarando di “stringere al suo cuore con spontaneità coloro che ritornano nel

pentimento” con un vero spirito evangelico.

Cosciente dei doveri del suo ruolo di vescovo, Cipriani nelle sue lettere definisce

anche un’etica episcopale,e lavora per inquadrare il popolo di Dio nel combattimento

della persecuzione; ma anche a dare sostentamento ai poveri, si occupa della gestione

dei cimiteri.

le sue lettere opera in tutto l’Occidente, fu infatti consigliere della chiesa di

Inoltre con

Spagna, Gallia e Tripolitania, aveva corrispondenza con i vescovi di Roma, e i toni

sono sempre cortesi e diplomatici, amministrativi e spirituali, con uno stile pastorale

che ricorda le lettere di Paolo.

….Le Opere

1) scrisse 12 piccoli trattari per il popolo di Cartagine, quindi sono ancora

un’espressione letteraria della sua attività pastorale. Alcuni di questi trattati

sono semplici discorsi, come il De mortalitate.

Complessivamente questi scritti presentano una pedagogia della fede,

perseguita con la varietà dei soggetti affrontati, ove Cipriano mette in evidenza

la sua concezione di vita cristiana considerata come una conversione continua.

2) Ad Donatum, ove confida la storia della sua conversione, un genere letterario,

quello della confessione autobiografica di cui Cipriano è pioniere nella

letteratura latina, ma che risulta derivare:

- dalla testimonianza protreptica dei filosofi convertiti (Persio) e dei devoti

pagani che raccontavano le loro illuminazioni interiori (Apuleio-Lucio da parte

di Iside);

- ma anche della testimonianza degli apostoli (Paolo) o ancora delle

confessioni in miniatura (Giustino). tende a descrivere “ciò che

Questa fenomenologia della vita interiore si afferra

globalmente con la maturazione di un dono di Dio”.

Di questa esperienza di conquistata pace Cipriano è il primo a trarre lucide

conseguenze sul piano stilistico:

abbandona l’eloquenza capziosa per acquisire

Cipriano un espressione

(soprattutto dopo l’opuscolo Ad

semplice che ha maggiore forza diretta

donatum).

Cipriano si esprime con frequenti metafore relative alla marcia, al cammino, al

combattimento con uno stile militare che resta segretamente imparentato con

quello di Tertulliano (dal quale però se ne discosta).

3) Testimonia ad Quirinum, sono 3 libri sono raccolte metodiche di testi

scritturistici sul Nuovo Israele, sulla cristologia, sulla morale cristiana, che

ampliano probabilmente antiche raccolte tradizionali.

4) Ad Fortunatum de exhortatione martyrii anche questa opera raccoglie

riflessioni in 13 rubriche che inducono a meditare sul martirio.

Sia il Testimonia che l’Ad fortunatum hanno lo scopo di presentare dei materiali

scritturistici utilizzabili dai commentatori, e cioè soprattutto dai predicatori cristiani,

ma possono anche introdurre il fedele ad una lettura più vasta e profonda delle

Scritture

Altri trattati in questa direzione sono il De bono patientiae ed il De dominica oratione.

Sono opere essenzialmente pratiche, che intendono preparare i soldati di Cristo alla

santificazione quotidiana.

Si deve ricondurre questa espressione di morale pratica a Seneca, che influenzò

Cipriano direttamente, insieme alla vita liturgica e alla vita di preghiera che sono alla

base di questa spiritualità militante.

Una spiritualità realista, in tempi angosciosi, fondata sull’esperienza interiore, sulla

Scrittura, sulla preghiera e sulla testimonianza.

Lattanzio apologista, ammirerà Cipriano ma gli rimprovererà di non poter piacere a

coloro che ignorano il mistero cristiano.

NOVAZIANO,

PRIMO SCRITTORE LATINO DELLA ROMA CRISTIANA

Primo teologo di Roma in lingua latina, ma originario della Frigia (come Montano

l’eresiarca) fu dapprima filosofo stoico poi convertitosi e divenuto presbitero. Dopo

l’elezione di Cornelio a vescovo di Roma, divenne capo del partito rigorista romano,

che ripudiava la moderatezza di Cipriano nei confronti degli apostati della

persecuzione di Decio.

Divenne poi vescovo scismatico della sua setta,e non scese a compromessi

nonostante le istanze di Cipriano, di Dionigi d’Alessandria e di Cornelio. Per altro la

chiesa dei novazianisti sopravvisse fino al V secolo.

…Le Opere

1) De trinitate, trattato che inaugura in latino un nuovo genere letterario nel quale

si distingueranno Ilario, Ambrogio e Agostino. Proseguendo lo sforzo

precedente di Tertulliano di definire il Dio cristiano, risponde

contemporaneamente a tutti gli avversari eretici in una trattazione sintetica di

un’analisi teologica e una sistemazione

teologia. Egli realizza razionale dei

dati scritturistici, con uno stile agile ed una dialettica che inchioda

l’avversario nelle aporie e nei sillogismi.

Novaziano, eccellente alunno delle scuole di retorica, esibisce sicurezza e

sommerge l’avversario sotto le prove accumulate, egli ama smodatamente

l’enumerazione, l’anafora, la sinonimia, ama vocaboli ricercati, spesso

poetici.

Lo stile sicuro accompagna il progresso del pensiero teologico.

3 lettere conservatesi nell’epistolario di Cipriano,

2) al quale erano dirette e

scritte in nome di presbiteri, diaconi e confessori di Roma.

Le lettere rivelano Novaziano come una sorta di cancelliere ante litteram del

vescovato romano, egli usa uno stile untuoso, fiorito ed adulatore. Qui

Novaziano dimostra anche, prima del suo scisma, una sincera ammirazione

delle qualità pastorali di Cipriano (dal quale fu sempre benvoluto nonostante

l’allontanamento dall’ortodossia di Novaziano)

3) De cibis Judaicis, trattato antisemitico di una sferzante virulenza;

4) De spectaculis, come già aveva fatto Tertulliano, scrive dei giochi venatori

tipici dell’antica Roma, fustigando il cristiano che li ama, e utilizza uno stile

lontano dall’erudizione di Tertulliano, e sceglie un realismo indignato e un

tono satirico e colorato.

5) De bono pudicitiae, sermone, il cui titolo è simile al trattato ciprianeo De bono

patientiae, ove predica alle comunità romane desiderose di un ascetismo

rigoroso.

Novaziano è figura complessa e seducente, abile di spirito, abile teologo ed eccellente

retore, stimato anche da Cipriano che attese a lungo in suo rientro nell’ala della chiesa

ortodossa.

LA POESIA MORALIZZANTE E APOCALITTICA DI COMMODIANO

Commodiano fu pioniere della poesia latina cristiana. La sua poesia fu satirica,

messianica, spesso impregnata di un cupo millenarismo corrispondente alla miseria del

suo tempo, la sua poesia riflette la crisi religiosa del 260. Si accanisce contro l’Impero,

contro i Giudei, esalta il martirio, carattere arcaico della sua cristologia e dei suoi

dossiers scritturistici.

Egli veniva dalla siria e giunse a Roma (o africa o in gallia meridionale).

L’epistolario di Commodiano ha conservato lettere di confessori di origini ed

educazione modesta, lettere stilisticamente goffe. Proprio a questo gruppo di semi-

letterati cristiani forse si destinavano le composizioni poetiche di Commodiano.

La sua poesia è animata da una polemica violenta contro gli avversari, pagani,

giudei, cristiani mediocri.

Commodiano talvolta imita scolasticamente i poeti classici, ma la prosodia e la

metrica intendo conformarsi ad una evoluzione fonetica che sconvolge la quantità

tradizionale delle sillabe. Commodiano ricerca una semplificazione adatta alla

mnemotecnica, per mettere le sue poesie alla portata di lettori semi letterati o anche

uditori illetterati; questo atteggiamento sarà anche di Agostino, in una forma più

radicale nel Psalmus abecedarius.

…Le Opere

Sono entrambe dottrinali e polemiche ad un tempo:

1) Instuctiones, 2 libri che riprendono in tono satirico e polemico la dottrina di

E’un’opera poetica di propaganda, che ricorda i

Tertulliano e di Cipriano.

versetti delle culture orali, quindi una lingua popolare, talvolta truculenta, ma

ispirata e a metà tra la satira e l’invettiva apocalittica.

sinceramente l’opera è strettamente vicina

2) Carme dei due poli (anche Carme apologetico)

alle Istructiones nell’accanita violenza contro giudei e pagani. Qui l’intenzione

di Commmodiano è di “insegnare agli ignoranti ove porre la speranza della

propria vita.”

Le discussioni a mostrare nel Nuovo testamento il compimento delle profezie

dell’antico, l’apocalissi in versi chiude l’opera e rappresenta la parte più

originale impressionante dell’intera opera ove fornisce immagini laceranti,

esprime il terrore umano davanti la collera di Dio, con una lingua compatta e

convulsa con prevalenza di versi e nomi, pochi aggettivi, il ritmo con esametri

imbarbariti.

Questo stile sarebbe stato disprezzato da Minucio Felice ed apprezzato da

Tertulliano perché disordinato, colorito ed aggressivo.

Uno stile primitivo, e sconcertante, sicuramente agli antipodi rispetto alla

generazione classicizzante, che chiude.

GLI OPUSCOLI PSEUDO-CIPRIANEI

Gli opuscoli pseudo-ciprianei completano il quadro delineatoci dalle opere di

Cipriano, Novaziano e Commodiano, della vita della chiesa in questo periodo.

1) Exhortatio ad poenitentiam e nel Ad Novatianum trattato ove si esprime

e l’autore si

sulla polemica nata intorno alla riconciliazione degli apostati,

esprime in favore del generoso atteggiamento ciprianeo.

, ove l’autore affronta la liturgia, difendendo il

2) Liber de rebaptismate

secondo battesimo degli eretici riconciliati, andando questa volta contro

l’opinione di cipriano.

De pascha computus ove affronta sempre la problematica liturgica.

3) De laude martyrii trattato, e nel Adversus aleatores discorso, affronta

problemi morali e spirituali.

4) De singularitate clericorum libello diretto alle vergini agapiti o

subintroductae che dividevano la vita con certi chierici, rischiando il

peccato.

5) Adversus Iudaeos omelia di Melitone tradotta dal greco al latino, qui è

evidente l’osmosi linguistica tra Occidente e Oriente, in un momento

storico ove la frattura tra le due chiese si aggrava.

L’osmosi si evince anche nella prefazione latina ad una traduzione del

Dialogo di Aristone.

Questo pullulare di scritti ci da un’idea di tutto ciò che abbiamo perduto, e dimostra

nel corso di questa generazione la vitalità della Chiesa latina sia pari alla sua

autonomia linguistica e letteraria.

LA GENERAZIONE DI LATTANZIO

Dal 260 al 303 la Chiesa ha un breve periodo di pace, tra l’editto di tolleranza di

Gallieno e l’inizio della grande persecuzione di Diocleziano, ove si espande ma la

produzione letteraria del cristianesimo latino sembra arrestarsi. Solo alla fine della loro

carriera i retori africani come Arnobio e il suo alunno Lattanzio scrivono del mutato

rapporto tra cristianesimo dell’impero all’inizio del IV secolo.

Oltre a questi due grandi scrittori, si devono considerare gli Atti pervenutici soprattutto

africani, dei martiri delle persecuzioni; poi il prete spagnolo Giovenco tenta di mettere

in versi virgiliani il Vangelo e i primi saggi di un’esegesi tecnica nell’Illirico con

Gallia con Reticio di Autun. In ogni parte dell’Occidente appaiono

Vittorino di Ptuj, in

i segni di un ritorno alla vita della letteratura cristiana.

UN NUOVO TERTULLIANO: ARNOBIO DI SICCA VENERIA (LE KEF)

Un apologista di antica scuola, indignato della persecuzione di Massimiano in Africa,

scrisse dopo il 303 i suoi 7 libri Adversus nationes, ove si accanisce più a ridicolizzare

che a costruire.

Arnobio nei suoi scritti di magniloquente ringhiosità, riflette il mutamento di clima

che si è stabilito tra pagani e cristiani nella seconda parte del III secolo. Il paganesimo

ufficiale si evolve verso una nuova sacralizzazione dell’imperatore (col monoteismo

solare), mentre la religiosità individuale dell’elitè trova la più alta espressione nella

3 4

teosofia ermetica , o nel neoplatonismo di Plotino. Uno dei discepoli di Plotino,

scrisse nel 270-80, in greco, un trattato di 15 libri Contro i cristiani, che preparò

ideologicamente l’ultima persecuzione.

Arnobio nella sua unica opera pervenutaci Adversus nationes, critica la dottrina

dell’anima, attaccando idee simili a quelle che Porfirio aveva sviluppate nel tratto

Sull’antro delle ninfe, configurando quindi l’opera come risposta all’attacco ai

cristiani di Porfirio.

Tuttavia alcuni elementi della teologia di Arnobio, all’opposto coincidono con le

dottrine ermetiche. Ciò ha suggerito che lo stesso Arnobio retore di fama convertitosi

repentinamente dopo un sogno, sia passato egli stesso attraverso una teosofia astratta

prima di passare al cristianesimo, conservandone comuque le tracce.

la struttura..

I 7 libri del’opera sono rivelatori del paganesimo mistico della fine del III secolo.

L’opera si è sviluppata da un iniziale trattato intorno all’anima, ove sono interpellati i

neoplatonici e gli ermetici, questa parte corrisponde all’attuale II libro, il più ampio di

tutti. Successivamente l’autore ha realizzato un’introduzione generale, ove si

respingono grossolane accuse al cristianesimo, lanciate da Porfirio. Gli ultimi 5 libri

3 Teosofia= conoscenza sapienziale del divino. La teosofia antica si riconnette generalmente ad esiti

mistici della speculazione religiosa, sul tipo di quelli presenti nella tradizione orientale e riscontrabili in

Occidente nell’ambito del neoplatonismo e della patristica greca.

4 Filosofia Ermetica= una vasta letteratura in lingua greca opera di vari autori conosciuti, e diffusasi

sotto l’ala ed il nome di Ermete Trismegisto nella cultura greco-romana a partire dal II sec d.C. Gli

scritti si dividono in due gruppi, uno a contenuto magico alchemico, un altro ove gli scritti sono

propriamente filosofico-religiosi. Proprio perché si tratta di scritti di autori diversi, la filosofia in essi

contenuta presenta punti di vista disparati e talvolta contraddittori; complessivamente essa è una

mescolanza di dottrine platoniche, aristoteliche e stoiche con influssi giudaici e persiani, tipico

dell’eclettismo sincretistico della filosofia popolare greca tardo ellenistica. Comune ai vari testi è anche

una intensa devozione e pietà religiosa. Tema centrale della filosofia ermetica è il rapporto con Dio, che

è trascendente ed inconoscibile da parte dell’intelletto umano.

criticano dettagliatamente il paganesimo, la sua teologia antropomorfica, le divinità

stratte i scandalose, i miti assurdi, l’esegesi allegorica, i templi, le statue, i sacrifici…

Questo elenco di accuse contro il paganesimo più comico e satirico che veramente

apologetico, e proprio ciò rende il testo profondamente romano.

Il Cristo di Arnobio, è un dottore che ha liberato l’anima dalle fatalità astrologiche e

mostrato la sua superiorità di taumaturgo sugli dei guaritori. Il Crtiso di Arnobio ha

5

influssi modalisti e docetisti .

Arnobio attraverso una confusione ed un verbalismo che palesano la fretta, utilizza

6

una mal digerita documentazione, derivata da manuali dosso grafici , da Varrone a

Cicerone, a Lucrezio e un po’ da Virgilio. Arnobio quindi fa una summa critica di tutte

le tradizioni pagane ostili al politeismo e le ritorce contro l’argomentazione di Porfirio.

Arnobio fu testimone del paganesimo romano del II secolo, in una città santa del

paganesimo africano come Sicca Veneria, egli fu anche erudito, dal punto di vista

linguistico la sua prosa è aspra e difficile, irta di vocaboli rari, sottilmente complicati

nell’ordine delle parole, stancante nelle costruzioni anaforiche a ritornelli in

definitivamente ripresi. La progressione linguistica è quindi lenta, e al servizio di

un’invettiva che oppone la religione della molteplicità alla semplicità vera del

monoteismo, svalutando il politeismo in quanto tale.

Nella narrazione, il suo talento letterario non permette di distinguere ciò che egli ha

letto dalle esperienze vissute o viste. Egli è un osservatore visionario,

l’immaginazione è la qualità fondamentale di Arnobio, rinnova l’antica

e tramite essa

satira biblica contro gli idoli, con un realismo visionario, mostrando un genio satirico

superiore a quello di Tertulliano. Egli definisce Nettuno signore delle balene e delle

acciughe, deride gli dei che nel paganesimo sono corporei e quindi si presume possano

essere sgradevoli d’aspetto con nasoni, facce bitorzolute, crani aguzzi, labbroni

pendenti ecc… oppure evoca le statue divine tutte bianche di sterco di rondini, oppure

parlando dei sacrifici pagani evoca un bove che si lamenta eloquentemente dinnanzi a

Giove per l’ingiustizia della sua sorte…

L’opera è scritta nell’Africa dell’ultima persecuzione ed esprime con un’aggressività

tutta pagana, una sorta di odium theologicum, che dopo essere stato rivolto ai cristiani,

è ora lanciato al paganesimo.

5 Docetismo= tendenza teologica presente nella chiesa dei primi secoli. Nucleo centrale della dottrina è

la convinzione che nella persona di Dio non vi sia la natura carnale, l’elemento umano è solo apparente,

in quanto Cristo uomo ha sempre mantenuto la sua divinità. Secondo questo nucleo si sviluppa una

diminuzione del valore della sofferenza nella passione di Cristo, quindi per lui la morte e la sofferenza

sono ridotte ad apparenze (dokein= sembrare). Tracce di polemica contro i docetisti si trovano già nel

Nuovo Testamento. Le notizie che ce ne danno teologi ortodossi come Ireneo, Ignazio di Antiochia,

Teodoreto di Ciro, non consentono di definire con certezza le comunità e gli autori che abbiano accolto

tale tendenza. Tracce di docetismo le troviamo in autori gnostici, Basilide, poi Simone di Cirene,

Marcione..

6 Dossografia è un termine che deriva dall'unione di due termini greci: doxa (opinione) e graphein

(scrivere) e che definisce una raccolta di opinioni. Nell'antichità Aristotele può essere considerato il

protodossografo o primo dossografo.

La dossografia è un metodo che serve a confrontare le opinioni di uomini, studiosi, filosofi che sono

venuti prima di chi scrive. In Aristotele, la sua opera dossografica costituisce una fonte preziosa di

informazioni. Un allievo di Aristotele, Teofrasto (vissuto dal 370 al 280 a.c. circa), ha scritto un'opera

che è effettivamente da considerare dossografica; si chiama Physikòn doxai ed è costituita da sedici

libri. Nell'opera di Teofrasto si trova la sistematizzazione secondo gli argomenti del materiale già

utilizzato dallo stesso Aristotele

Non dobbiamo infatti dimenticare che Gerolamo indica Arnobio un pagano convertito

al cristianesimo dal sogno, e che prima della conversione aveva sempre attaccato il

cristianesimo. CECILIO FIRMIANO LATTANZIO

La sua opera annunzia nella sua varietà, una nuova stagione letteraria. La poesia nella

incontrano con un’apologetica di stile

più classica fattura e il libello storico vi si

nuovo, largamente aperta ai valori morali, religiosi della tradizione pagana, latina e

greca. Lattanzio è in Occidente il primo letterato cristiano che gravita nell’orbita della

corte imperiale. Dopo aver insegnato la retorica latina a Nicomedia, ha raggiunto al

seguito di Costantino la Gallia, dove divenne il precettore del Cesar Crispo.

UN’APOLOGETICA DALLO STILE NUOVO prese in considerazione l’opera redatta

Lattanzio fu alunno di Arnobio ma di lui non

in tarda età.

…Le opere:

1) De opificio Dei, trattato più filosofico che cristiano, dedicato al tema stoico,

derivato dal Timeo platonico, della finalità naturale e divina di tutti gli esseri

viventi e dell’uomo in particolare. Qui Lattanzio annuncia una discussione

contro i filosofi imperniata sul problema della felicità.

trattato che costituisce l’opera principale di Lattanzio,

2) Divinae institutiones,

divisa in 7 libri, i primi 6 composti tra il 304 ed il 311, periodo della grande

persecuzione ed il settimo nel 314, dopo la pace della chiesa.

L’opera si configura come una vasta mole, una sintesi teologica dell’Occidente

Marcionem

latino, che può essere paragonata all’Adversus di Tertulliano,

tuttavia se ne distacca significativamente in quanto gli autori partono da punti

diversi.

La critica al paganesimo occupa i primi 3 libri di Lattanzio, imperniati e

intitolati:

1 sulla falsa religione;

sull’origine dell’errore;

2

3 sulla falsa saggezza.

Sono 3 testi intellettuali, metodici nel loro orientamento progressivo verso la

conclusione, cioè la vera saggezza cristiana, che è definita nei libri successivi:

4 sulla vera sapienza;

- 5 sulla vera religione;

6 analisi della giustizia;

7 il vero culto;

8 sulla felicità (De vita beata)

(il trattato sulla felicità è l’ultimo cristiano anello di una serie di scritture

analogo tema redatte in greco e latino, anche pagane..poi Agostino amplierà la

serie in uno dei suoi dialoghi di Cassiaco)

Qui ritroviamo un clima di discussione di idee, tipico dell’apologetica greca

del II secolo (Giustino).

L’opera di Lattanzio è stata a lungo scredita per la sua forma neoclassica, ma

oggi vi si scorge la nascita di una gnosi filosofica della salvezza cristiana,

organizzata intorno al tema centrale della religiosità tardo antica, cioè la

vocazione dell’uomo alla contemplazione delle cose celesti. L’intenzione

apologetica di difendere ed illustrare la verità è chiaramente enunziata. Inoltre

il termine istitutiones, ha risonanze giuridiche e retoriche ad un tempo

(quintiliano), sottolineando così anche l’intenzione di farne un’efficace

pedagogia della fede cristiana.

UNA TEOSOFIA CRISTIANA

tenta di sostituire una teosofia, la sapienza intesa come “tradizione divina”

Lattanzio

alla filosofia, che invece è “l’invenzione del pensiero umano”, al fine di condurre

l’uomo pagano “alla conoscenza di Dio che ci ha fatti nascere e al suo culto devoto”. Il

metodo di Lattanzio è quindi una pedagogia critica della saggezza; la riflessione

prende il sopravvento sulla’aggressività e il ritorcere contro i pagani le proprie teorie.

Razionalmente Lattanzio vuole rettificare une errore intellettuale e mostra come il

politeismo non è che una deviazione di monoteismo primitivo.

Per dimostrarlo fa appello alle rivelazioni e alle critiche religiose dei pagani: Evemero

verso Ennio, gli scoli di Germanico su Arato, il Poimandrès. Analizza le cause di

questo errore involontario sfruttando le parole dei moralia di Seneca a Persio o quelli

a Lucrezio. Inoltre evidenzia le concordanze tra la teologia pagana e quella cristiana,

come ad esempio avviene nella demonologia.

analizza più attentamente rispetto all’apologetica latina anteriore,

Complessivamente

le dottrine filosofiche pagane, e ciò particolarmente nel III libro del Divinae

institutiones.

Il tono è disteso grazie al ciceronianismo stilistico, ed esprime un mutamento

profondo nel genere letterario, non si tende più a confutare ma ad emendare, a

cambiar significato a tradizioni deformate. Questo intento mostra una continuità tra la

filosofia e la teosofia, cioè dalla falsa alla vera sapienza,attraverso la ricerca e

l’antinomia fra paganesimo e cristianesimo. Quest’ultimo elemento

cancellando così

è lontano da Tertulliano, e mostra tutto il liberalismo di Lattanzio ispirato da Cicerone

che definiva “oratore perfetto, ma anche filosofo, poiché si dimostrò l’unico vero

imitatore di Platone” (Lattanzio si riferisce al De republica, De natura deorum e alla

Consolatio di Cicerone, oggi perduta).

Le radici classiche del pensiero di Lattanzio spiegano come egli sia estraneo al

neoplatonismo, per quanto egli non la ignori (Orphica e gli Oracula sibyllina testi di

una letteratura di rivelazione religiosa ai confini tra ellenismo pagano e giudaismo).

Con Lattanzio siamo in un razionalismo mistico, che presenta il cristianesimo

in forme vicine e familiari alla religiosità pagana tardo-antica; riappare in forme nuove

lo gnostico cristiano di Clemente di Alesssandria di un secolo precedente.

Nel V libro, agli inizi, formula giudizi letterari verso i suoi predecessori, per poi

giungere ad un ritratto ideale. Tertulliano fu troppo curato, Minucio troppo rapido,

Cipriano troppo rivolto verso i fedeli..quindi Lattanzio, l’ideale, vuole istruire i pagani

mediante gli stessi pagani, rispettando il loro conservatorismo estetico infatti egli è un

ciceroniano di stretta osservanza intellettuale, morale ed artistica.

Sempre nel V libro, sulla Giustizia, Lattanzio riprende il tema del libro III del

di Cicerone, e denunzia l’ingiustizia delle istituzioni e la crudeltà de

De republica

persecutori. Questo protreptico alla vera giustizia, gioca molto sula significato latino

e sul significato biblico della parola giusto=santo, e vi si ritrova anche un certo

cripto-cristianesimo apologetico (Minucio).

Il VII libro, De vita beata, ha il medesimo titolo di un trattao di Senca, ma in realtà se

ne differenzia in quanto Lattanzio realizza un’escatologica di tono sia giudeo-

cristiano che millenarista, ove ha ricorso a fonti orientali. Se confrontiamo lo scritto

del Giudizio, ma l’ambigua felicità

con Commodiano, Lattanzio non attende il Giorno

del millennium costantiniano, infatti il libro è redatto dopo l’editto di Milano.

Nel testo addirittura Lattanzio cerca di riabilitare parzialmente il mito pagano con

un’interpretazione cristiana, il mito pagano viene posto al servizio della propaganda

del mistero cristiano.

Nella riconciliazione tra cristianesimo sapienza, questa sintesi tra filosofia e religione,

pone l’accento su alcuni grandi temi:

1)De ira Dei, Lattanzio sviluppa il concetto di Dio nel monoteismo cristiano, Dio è

cioè colui che ama e colui che punisce. L’opera è complementare alla

pater e dominus,

Divinae instituziones. razionalmente l’Incarnazione, abbozzando una

Lattanzio si sforza di giustificare

coerente teologia del Mistero.

Infine per lui il vero culto è interiore, egli intende definire non tanto un’etica quanto

una spiritualità, giungendo ad un cristianesimo disincarnato in pura interiorità. Questo

tipo di spiritualità tutta interiore mette a rischio la necessità di liturgia e sacramenti

(cui quali Lattanzio si guarda bene dal pronunciarsi), ma allo stesso tempo intende

purificare il cristianesimo da tutti gli intermediari e scrittori che si sono apposti tra Dio

e l’uomo nel corso del tempo.

UN PAMPHLETAIRE PROVVIDENZIALISTA

1) De morti bus persecutorum, un libello breve scritto in un linguaggio così duro

che si è dubitato della paternità lattanziana, si tratta di una narrazione storica

tentando di dimostrare l’ineluttabile

che polemizza contro il decennio 303-313,

esecuzione dei decreti della Provvidenza contro i tetrarchi persecutori, e una

conseguente glorificazione di Costantino.

Gli antecedenti tipologici di questa storiografia ingenuamente

provvidenzialistica ed edificante sono i Libri dei Maccabei, ove i tardo

giudaismo aveva compiaciutamente descritto la fine dei monarchi ellenistici, i

Seluicidi che avevano aggredito Jahvè.

L’opera è documentaria della storia della tetrarchia, ma è anche un saggio di

storiografia piena di risentimento (alla maniera di Tacito e Giovenale), nella

dimensione storica drammatica si innesta una teologia semplicistica della storia

che osserva il compiersi della giustizia divina.

Siamo dinnanzi ad un’agiografia imperiale analoga a quella della Vita

Constantini, attribuita ad Eusebio di Cesarea. Ed effettivamente si nota una

pericolosa intrusione di schemi teologici pagani e giudaici nella storiografia

cristiana che sacralizzano il potere imperiale similmente a quanto avveniva

nell’antica Roma.

2) De ave phoenice, 85 distici elegiaci, che sappiamo di Lattanzio per

testimonianza di Gregorio di Tours. Lo stile è poetico ed elegante, si descrive il

paese della fenice, un mito orientale di morte e resurrezione (già interpretato in

senso cristiano da Clemente di Roma, Tertulliano) che offre analogie con il

Paradiso, delineato da Lattanzio nelle Institutiones. Anche qui ci sono

aspirazioni millenaristiche.

I CONTEMPORANEI DI LATTANZIO

GIOVENCO, IL CANTORE DEGLI EVANGELI

Verso il 330, il prete spagnolo Giovenco di Eliberri (Elvira presso Granada) affronta la

prova di “cantare nei suoi versi le gesta vivificanti di Cristo”, e cioè riscrivere il

d’impronta fortemente virgiliana. E’ il

Vangelo di Matteo in quattro canti e in esametri

primo esempio di una poesia cristiana dotta, che ben presto applicherà ai soggetti

biblici l’arte dei centoni virgiliani. Ma non è in questa direzione tradizionalistica che la

poesia cristiana creerà le sue opere più originali, ma Giovenco avrà egualmente

numerosi successori.

GLI ESORDI DELL’ESEGESI OCCIDENTALE

I primi tentativi di un’esegesi, e di commento delle Scritture in latino, per noi sono

abbastanza oscuri.

1) Reticio, vescovo di Autun, che partecipò al sinodo di Arles nel 314, aveva

lasciato un commentario del Cantico dei Cantici, ancora ammirato da

Girolamo, ma anche criticato per il suo “stile agghindato e scorrevole al ritmo

del coturno gallico”, forse intendendo una maniera magniloquente tipica dei

Gallo-Romani (per altro la stessa espressione Girolamo la userà per giudicare

Ilario di Pointiers). Il frammento dell’opera di Reticio che ci perviene non ci

permette di capire se si ispirò al celebre commentario di Origine sempre sul

Cantico dei Cantici.

(nell’Illirico, provincia di frontiera tra oriente e occidente),

2) Vittorino di Ptuj

morto martire nel 309, non conosceva bene il latino quanto il greco, a detta di

Girolamo.

Commentario sull’Apocalisse,

Scrisse il cercano di leggere il mistero di cristo

nelle visioni di Giovanni, ma riesce solo ad accumulare una variegata

documentazione sui versetti scritturistica, senza formulare un pensiero ed

un’esegesi salda. Per documentazione variegata si intende il mescolare

parafrasi e osservazioni isolate, mostrando quindi una tecnica esegetica ancora

agli esordi e frammentaria.

Vittorino scrisse anche commentari su diversi libri dell’Antico Testamento, di

cui Girolamo ci ha tramandato solo la lista.

L’opera di Vittorino ha soprattutto significato storico, essa infatti testimonia la

mediazione operata dalla cultrua cristiana dell’Illirico tra l’esegesi greca del III

secolo e lo sviluppo di un’esegesi latina autonoma e non più subordinata a

Tertulliano o Cipriano. si sviluppa nell’ultima persecuzione,

3) Il genere letterario degli Atti dei martiri,

soprattutto in Africa, nella direzione di una stilizzazione edificante. Tra i più

celebri atti citiamo quelli dei martiri militari Massimiliano di Thevesta,

Marcello di Tangeri, Tipasio di Tigava, di cui oggi noi possediamo forme

successivamente rimaneggiate a causa dell’espansione del culto dei martiri.

LA GENERAZIONE DI ILARIO DI POITIERS

Il consolidamento e l’affermazione della posizione ufficiale della Chiesa cristiana

nell’Impero trova espressione nell’arte e nell’architettura principalmente. Lentamente

si instaura un cristianesimo che si lega alle strutture politiche, mentre il paganesimo

muore di stenti. Nel 354 il calligrafo Furio Dionisio redige un Calendario, che oggi ci

porta testimonianza di come alla metà del IV secolo questo nuovo equilibrio di forze

sia assodato. Nella prima metà del IV secolo, molti documenti testimoniano lo sforzo

compiuto per riorganizzare gli archivi delle Chiese, profondamente sconvolte

dall’ultima persecuzione, e probabilmente quest’ultima è la causa del rallentamento

della produzione letteraria.

Inoltre le problematiche della Chiesa non si estinsero dopo la raggiunta libertà di culto,

in quanto internamente le eresie sussistevano. In Africa lo scisma donatista fu

aggravato da rancori personali, dai particolarismi regionali…finirà per logorare per più

di un secolo le più antiche comunità cristiane dell’Occidente. Le conseguenze

dell’eresia ariana, sono molto più gravi e finirà col divenire un affare di stato dati i

disordini pubblici, progressivamente gli imperatori prenderanno partito in materia

teologica, ad esempio Costanzo II di impegno nella difesa dell’arianesimo,

imponendolo a tutto l’occidente in nome della ragion di stato.

7 . L’abuso di potere, farà insorgere, sia sul piano politico che

Ed è una felix culpa

letterario, un pastore sconosciuto in una piccola città della Gallia, Ilario di Poitiers, che

diverrà il primo dei 4 grandi della latinità cristiana, precedendo di una generazione

Ambrogio, Girolamo e Agostino.

UN CONVERTITO VELENOSO: FIRMICO MATERNO.

E’ un rappresentante tipico di quei nuovi cristiani, la cui conversione è un semplice

rivolgimento, più che un cambiamento profondo si mentalità conforma alla metanoia

(processo di conversione intellettuale, morale, spirituale) evangelica.

Egli originario di Siracusa, scrisse:

1) clarissimus, discorso apologetico del 350, rivolto agli imperatori Costanzo e

Costante;

2) Perì matheseos, trattato di astrologia in 8 libri, redatto prima della conversione.

3) De errore profana rum religionum , scritto in favore del cristianesimo.

Materno è un conoscitore delle religioni orientali e delle loro liturgie, e nel

testo le confuta con una maniera aggressiva che ricorda Tertulliano. Nel testo

all’alessandrina, usa passi delle scritture, e

usa la mitologia evemeristica

richiama versi del Deuteronomio contro gli infedeli di Jahvè, esortando gli

imperatori ad innalzare il vessillo della fede contro i ribelli.

7 La locuzione latina O felix culpa, tradotta letteralmente, significa o colpa felice.

La frase, derivata da un'omelia di sant'Agostino, è tratta dalla liturgia della Chiesa, e precisamente

dall'Exultet o Preconio pasquale, che viene a tutt'oggi cantato il Sabato Santo per la benedizione del

cero pasquale. La Chiesa arriva a definire "beata" la colpa di Adamo, perché essa procurò agli uomini i

vantaggi infinitamente superiori del Redentore (O felix culpa, quae talem ac tantum meruit habere

Redemptorem).

Il catechismo cattolico riporta la frase nell'ambito di una citazione di san Tommaso d'Aquino:

« Nulla si oppone al fatto che la natura umana sia stata destinata ad un fine più alto dopo il peccato. Dio

permette, infatti, che ci siano i mali per trarre da essi un bene più grande. Da qui il detto di san Paolo:

"Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia" (Romani 5, 20). Perciò nella benedizione

del cero pasquale si dice: "O felice colpa, che ha meritato un tale e così grande Redentore!" »

“rigettate un errore

Firmico lancia ultimatum ai suoi vecchi confratelli pagani:

così calamitoso e abbandonate infine gli attaccamenti di un’anima empia”.

Mobilita contro i pagani il sole, ove l’astro divinizzato scongiura i suoi

adoratori di cessare di rivolgergli un culto, accumula mitologie riducendole a

storielle assurde o indecenti.

ILARIO DI POITIERS

Il periodo più fecondo nel quale scrisse fu dal suo esilio in Africa alla morte di

Costanzo, quindi dal 356 al 361, Ilario fu pioniere della storiografia

trinitaria, dell’esegesi

ecclesiastica, della polemica oratoria, della teologia

scritturistica e della poesia innica. Vita d’Ilario,

Fortunato, nel VI secolo scriverà la ricca di dettagli, infatti

secondo Fortunato egli fu vescovo, ma si sarebbe anche sposato e avrebbe

avuto una figlia, ma comunque la biografia di Ilario precedente al 356 rimane

un mistero.

…le Opere:

1) De Trinitate, trattato ove confessa il suo itinerario interiore. Ilario, futuro

vescovo di Poitiers, s’interroga sul significato dell’esistenza, insistendo

sulle tappe intellettuali della ricerca, mostrando così un esigenza

speculativa. La ricerca di Dio è sia intellettuale che spirituale, e questa

duplice consonanza mostra la tradizione letteraria religiosa sia latina che

greca. Nel testo appare il legame con il pensiero romano, in particolare

ciceroniano, già il movimento dell’incipit ove dichiara la profondità della

sua conversione, ricorda l’avvio del De oratore ciceroniano. Dai proemi di

Sallustio, forse conosciuti indirettamente tramite Lattanzio, derivano le

riflessioni sull’otium e sull’opulentia.

La ricerca di Dio lo porta anche ad interrogarsi sul problema classico della

felicità, mentre concepisce alla maniera platonica l’Essere supremo come

Bellezza assoluta.

La ricchezza di temi, la nobiltà e la calma densità della loro espressione

letteraria mostrano la qualità della cultura di Ilario, proveniente da una

famiglia gallo-romana.

LA VITA ESEMPLARE E MOVIMENTATA

Divenuto vescovo di Poitiers poco dopo la metà del secolo, Ilario anzichè subire le

pretese dell’imperatore Costanzo, formulate dai vescovi occidentali nel corso dei

Concili di Arles (353) e di Milano (355), riunì intorno a sé i pastori ortodossi della

Gallia ostili all’arianesimo. Nel 356 Ilario ricevette un’ingiunzione al fine di

presentarsi per una capitolazione al Concilio di Bèziers, e non presentatosi fu esiliato

da Costanzo in Asia minore dal 356 al 360. Questo soggiorno di Ilario riaprì al

cristianesimo occidentale le fonti greche della teologia, dell’esegesi, dell’innodica,

della spiritualità monastica. Ilario fu presente anche ai concili di Selucia e di

Costantinopoli (350-360), e scoprì nel corso di questi soggiorni un mondo intellettuale

e spirituale nuovo. Ilario, più di Atanasio di Alessandria, diventerà un mediatore tra

una Gallia cristiana e una letteratura greca cristiana, tumultuosamente stimolata dalle

conseguenze della questione ariana.

egli scrive: “Io era da molto tempo battezzato ma non avevo mai

Nel De synodis,

sentito parlare del simbolo di Nicea”, questa affermazione ci dà un’idea della lunga

sonnolenza letteraria delle Chiesa galliche prima dell’offensiva dottrinale di Costanzo

nel 353, ma anche del ruolo fondamentale che Ilario svolse nel rinnovamento della

latinità cristiana.

EVOLUZIONE DELLA SUA ESEGESI

L’opera di Ilario è ricca e varia, si occupò di esegesi alle estremità della sua breve

importante sia stato l’apporto degli anni di esilio.

carriera letteraria, ed emerge quanto

1) In Evangelium Matthei commentarius, opera scritta prima della sua partenza,

esemplifica la prima maniera. Si cita solo Tertulliano e Cipriano e improbabile

è l’utilizzo di fonti greche, così come non ci sono le allusioni alla questione

ariana. L’opera intende preparare i cristiani ad una lettura personale delle

Scrittura, seguendo la tradizione:

-raggruppamento di versetti è spesso in corrispondenza con le divisioni in

capitoli delle Veteres Latinae, il che indica una lettura liturgica delle Scritture.

tiene conto dell’antico uso del commentario grammaticale agli autori,

-Ilario

sia nelle categorie, che nei metodi che nel vocabolario.

-il commento al Pater si richiama fortemente alla tradizione dottrinale dei

grandi africani del III secolo (elemento di autonomia di Ilario).

Ilario supera i rischi di una frammentazione imposta dai metodi grammaticali,

e mostra così il suo vigore intellettuale individuando nel Vangelo coerenti

strutture di pensiero che esprimono l’omogeneità della Rivelazione.

Da questa impostazione derivano delle espressioni tecniche che costituiscono

l’ossatura di pensiero dell’opera:

“relazione tipica”,

- espressione direttamente derivata dalla nozione paolina

del typos; (interior), che si oppone alla “semplice

-“intelligenza profonda”

comprensione” del senso letterale degli atti scritti;

-“analogia” profetica delle parole e delle azioni del cristo storico;

(consequentia) lega l’insieme e gli conferisce una convincente

-“coerenza” che

unità organica; opera posteriore all’esilio, che

2) Commentarius in psalmos, sembra fondarsi sul

metodo di Origene (la misura di quanto ilario prenda da origene la sapremo

quando si termineranno le analisi sulle catene greche, che ci premetteranno di

conoscere meglio il commentario perduto di Origene). Il commentario ilariano,

ci è giunto lacunoso, seppur ancora ampio nei suoi 12 libri, e si pone in un

allargamento di orizzonte derivante dal contatto con l’esegesi origeniana.

- la discussione del testo è più serrata, e alcune osservazioni si fondano su

un più minuzioso richiamo alle scienze profane per illuminare soprattutto il

senso letterale;

l’accento sull’allegoria,

- si pone e qui le preoccupazioni pastorali di Ilario

incontrano quelle di Origene.

- gli sviluppi personali di Ilario, mostrano la sua sollecitudine a moralizzare,

a riflettere sulla missione del vescovo e del predicatore della parola di Dio.

(Girolamo ha accostato simmetricamente le opere di Ilario ed Eusebio, nn

so se di Cesarea o di Vercelli??)

altra opera successiva all’esilio e redatta per i preti della

3) Liber mysteriorum

diocesi di Poitiers, è il primo manuale pratico di esegesi spirituale in latino che

sia giunto fino a noi. Da Adamo fino a Osea e Giosuè, passando per i patriarchi

e Mosè, questo sommario nella lunga successione di uomini di Dio, tante

figure di Cristo il quale “con delle prefigurazioni vere e manifeste, genera,

lava, santifica, sceglie, separa o riscatta la Chiesa dei patriarchi”.

è un opuscolo che costituisce un “punto di

4) Tractatus super Psalmos

convergenza fra la tradizione e la scienza allegorica”. E qui nel tecnicismo del

piccolo trattato si evince la capacità di sintesi personale fra diverse tradizioni

dell’esegesi cristiana.

Fecondate dall’apporto origeniano, le opere di Ilario portano il genere

esegetico latino al rango di genere letterario di primo piano, quale resterà

anche nella generazione seguente.

IL POLEMISTA ANTIARIANO confutare, dimostrare, per offendere l’ortodossia

La triplice necessità di informare,

ariana in occidente, ha fatto di questo intellettuale di natura pacifica (secondo Rufino)

un temibile avversario e uno scrittore di battaglia. Egli fu il capofila di tutti i polemisti

antiariani della sua generazione (molto più del vescovo di Roma Liberio).

Le complessità della questione ariana, aveva confuso molto la situazione di qui la

necessità di portare alla luce una precisa documentazione storica, specie per gli

occidentali, rimasti in disparte dagli avvenimenti.

l’opera si compone di 3 libri dedicati ai

1) Ad versus Valentem et Ursacium

vescovi ariani che formavano il trio illirico dei nefasti consiglieri di Costanzo,

sono Mursa e Singidunum (c’era anche Germinio di Sirmo).

Si tratta di un montaggio di nudi documenti collegati da un testo narrativo, di

Ilario, che intende sottolineare il valore dimostrativo dei documenti, il loto

apporto nella definizione di una esatta storia della questione cristianesimo-

arianesimo. E’ una sorta di libro bianco del’ortodossia.

2) Fragmenta historica, sotto questo titolo si conservano sparsi frammenti di

“dossier d’accusa”, in cui la vivacità delle cose raccontate con ardore

drammatico, s’incontra con le antiche tradizioni della narratio storica romana.

A quest’opera smembrata bisognerebbe accostare altri scritti, come un

resoconto d’udienza redatto da un cattolico dell’Illirico testimone della scena

verso il 366, lo scritto intendeva, come quelli di Ilario, portare d’innanzi

all’opinione pubblica i fatti gravi delle persecuzioni guidate dal diavolo e

perpetrate da chi assiste muto. Questo scritto è una sorta di reportage che narra

la controversia fra il laico Eracliano e Germino vescovo di Sirmio sulla fede

del concilio di Nicea e la fede ariana definita al Concilio di Rimini, nel narrare

rileva le fasi del’alterco, i movimenti della folla e le violenze inflitte dagli

ariani ai laici e chierici cattolici.

3) Ad Costantium, si tratta di una supplica redatta da Ilario, nella fase in cui

ancora è conciliatore, infatti il suo tono sollecita con garbo, ed è mordace e

fermo contro le palinodie dei vescovi.

La situazione cambia progressivamente, e nel complesso fioriscono libelli e

lettere aperti agli imperatori ove risorge la tradizione oratoria dell’eloquenza da

invettive.

Di qui è comprensibile il cambio di preposizione nella virulenta invettiva

intitolata Contra Constantium, ove passa alla denunzia violenta del nuovo

“theomachos” (contra Deum pugnans) successore dei persecutori già

denunciati da Lattanzio prima. Nell’opera Ilario elenca con indignazione le

violenze imperiali, lancia un appello affinché i fedeli irrigidiscano la resistenza

contro Costanzo, figlio del demonio.

La filippica teologica include anche un dossier dottrinale, giovanneo e paolino,

sull’uguaglianza del Padre e del Figlio, ed un racconto storico sui fatti accaduti

a Seleucia e a Costantinopoli.

Il vescovo di Cagliari, Lucifero, scrisse dei semplici libelli di antologie bibliche, che

raccolgono tutti i testi scritturistici ove appaiono umiliati o annientati i nemici di

Jahvè, per applicarli ed indirizzarli a Costanzo con l’aggiunta dei loci communes

tradizionali della tirannide. Su questa tipologia questo nuovo Tertulliano dalla testa

calda, dallo stile più barocco ma ben lontano dal talento di Terty, scrisse:

De non convenendo cun haereticis; De regibus apostaticis; De non parcendo in Deum

Nei suoi scritti l’aggressività è incontrollabile, scrittore mediocre e

delinquentibus.

fastidioso, che si vanta cinicamente di essersi nutrito solo della Bibbia.

2 libri è l’unico testo che non sia ingiurioso.

Scrisse anche De sancto Athanasio,

I TRATTATI TRINITARI

I pensatori di questa generazione hanno avuto il compito di reagire a Costanzo e di

difendere teologicamente l’ortodossia. In particolare ci fu una triade di difensori della

Trinità: i vescovi gallo-romani Febadio di Agen e Ilario di Poitiers ed il filosofo

africano convertito Mario Vittorino.

Febadio

Scrisse l’opuscolo Contra Arianos (358) che si configura come un dossier tratto

dall’Adevrsus Praxean di Tertulliano.

Ilario

Nel De Trinitate o anche Contra Arianos (questo titolo è attestato da Girolamo), è

un’opera di 12 libri di teologia occidentale, fu composta quasi interamente durante

l’esilio in Oriente dal 356 al 360.

Il De Trinitate si apre con 3 libri De fide, sulla fede;

poi dal libro IV al X sono confutazioni dell’arianesimo, ed i testi successivi sono

aggiunte completiva.

La costruzione del’opera mostra un metodo teologico complesso, che utilizza la

grammatica, la dialettica e l’analisi concettuale di tradizione filosofica al servizio

dell’esplorazione-esposizione della fede. Quindi risulta evidente la cultura cristiana e

profana di Ilario, ma entrambe volte in direzione esclusivamente latina.

E’ evidente che la mediazione ilariana fra cristianesimo orientale e cristianesimo

occidentale romano, è derivante dall’assimilazione del raffinato pensiero trinitario dei

teologi greci.

La teologia di Ilario intende essere una scienza razionale, una costruzione sistematica,

e per farlo usa un a prosa lenta e potente, di una densità molto elegante.

Ilario a Tertulliano e Novaziano,deve molto, pur superandoli scrivendo e pensando in

una maniera nuova.

Mario Vittorino

Filosofo neoplatonico, poi convertitosi, scrisse a Roma tra il 359 ed il 363 i suoi

trattati trinitari, che sono più tecnici di quelli ilariani.

Egli in un serrato dibattito confuta l’arianesimo dialettico di Eunomio, di Ezio e del

suo pseudo-discepolo Candido.

Le opere di Vittorino forgiano uno strumento linguistico di un neoplatonismo latino e

cristiano ad un tempo, e sono una mediazione importante per il pensiero latino

cristiano successivo da Agostino a Boezio, ad Alcuino, a Scoto Eriugena a Niccolò

Cusano.

Sia Vittorino che Ilario pur avventurandosi nella teologia, non hanno mai abbandonato

la contemplazione spirituale, ciò è dimostrato dalle preghiere trinitarie che aprono e

concludono i loro trattati, ma anche dagli inni trinitari che hanno entrambi composto

seppur con stili diversi.

L’ESTETICA ILARIANA

Ilario presenta delle analogie con Cipriano di Cartagine:

- disinvoltura e nobiltà del suo stile;

- naturale autorità e sicurezza modesta.

ma ci sono anche delle differenze che aiutano a cogliere meglio l’originalità di Ilario:

- diversità delle opere a cui corrisponde uno stile variegato, quindi ilario ha

un talento più riccamente disponibile;

- una cultura profana più ampia e profonda, una più avanzata maturità dei

generi letterari e degli stili cristiani.

Nell’opera di Ilario il fervore spirituale è costantemente dominato dal pudore, così che

l’opera talvolta può sembrare distante. Austerità rigida della parola, derivante da una

sorta di preclassicismo cristiano che diffida del suo prestigio per la coscienza delle

esigenze ministeriali di vescovo.

Ilario iniziatore, mediatore, conciliatore, fu anche maestro spirituale del futuro

Martino di Tours, e apre in solitudine la stagione più brillante delle lettere latine

cristiane. AURELIO AMBROGIO DI MILANO, MAESTRO DI VITA

Nacque a Treviri nel 339, morì a Milano nel 397, fu scrittore latino cristiano, padre

della chiesa e santo. Di nobile famiglia, gens Aurelia, fu educato a Roma e raggiunse

presto il vertice della carriera amministrativa come governatore del’Italia

(prefetto consolare dell’Emilia-lIGURIA).

settentrionale Nel 374 si adoperò per sedare

i tumulti scoppiati a Milano per la successione del vescovo filo ariano Aussenzio: la

sua opera fu così apprezzata dalla popolazione che proprio lui fu eletto vescovo.

Notevole fu la sua attività antiariana, che sulle tracce di Ilario portò all’eliminazione

dell’arianesimo in Italia, e la sua indipendenza dall’imperatore che culminò nella

penitenza imposta a Teodosio in seguito alla strage di Tessalonica (390). La sua

influenza personale fu determinante anche per la conversone di Agostino, da lui stesso

battezzato nel 387, Agostino lo definì “eccellente dispensatore di Dio, venerato da me

come padre”.

PER UN VERO RITRATTO DI AMBROGIO

La carriera di Ambrogio si svolse nel centro politico dell’Occidente, Mediolanum, che

nel IV secolo è centro di vita intellettuale e religiosa intensa. Sulla cattedra episcopale

di Milano, succedette all’ariano Aussenzio e dovette poi tener testa all’imperatrice

madre Giustina, ultimo baluardo ufficiale degli ariani nella capitale, Ambrogio chiude

l’ultima pagina del’arianesimo cisalpino.

Ambrogio fu protagonista della storia della Chiesa e dell’Impero e non può essere

scisso dall’attività pastorale ed esegetica dei suoi confratelli della Cisalpina, che ci

sono noti per alcune opere:

Zenone di Verona, FIlastrio e Gaudenzio di Brescia, Cromazio di Aquileia, ai quali si

aggiungono tutti i corrispondenti.

Due opere ci danno l’idea della personalità di Ambrogio: Le Confessioni di Agostino e

che scrisse l’ex-diacono

la Vita di Ambrogio Paolino, che visse a lungo accanto al

su richiesta dello stesso Agostino. In particolare l’opera agostiniana evoca

vescovo,

quale ruolo abbia avuto nel 386 il vescovo di Milano nella conversione di Agostino,

mentre la Vita è più stilizzata e scritta secondo i canoni della nascente agiografia,

abbondante di ricordi esornativi-descrittivi.

Gli studi hanno lungamente trascurato la letteratura ambrosiana, rilevando soprattutto

il fervore dell’impegno politico, evidente nei fatti come la vittoria sugli intrighi di

Simmaco nella questione dell’ara della Vittoria, la sconfitta dell’arianesimo di corte

nella drammatica settimana santa del 386, la penitenza imposta a Teodosio in seguito

al massacro di Tessalonica. Anche Girolamo, con le sue calunnie ha contribuito a

considerare l’opera di Ambrogio come un confuso plagio.

Ambrogio non è ne un politico di corte alla maniera del trio illirico nel regno di

Costanzo, ne un plagiario tutto ricoperto dalle penne dei Greci.

VARIETA’ E UNITA’ DELLA CORRISPONDENZA DI AMBROGIO

Le 93 lettere della corrispondenza che ci giungono permettono di presentare un ritratto

più autentico, e si rivela un Ambrogio sensibile e fedele agli affetti familiari come la

sorella vergine consacrata Marcellina, o anche gli imperatori fanciulli Graziano e

Valentiniano II di cui fu padre spirituale. Questa delicatezza non gli impedì di essere

forte di fronte all’errore dottrinale, al peccato all’ingiustizia, il suo sentimento

religioso fu estremamente equilibrato, ma anche entusiasta dinnanzi alle vittorie

teologiche, come contro l’arianesimo, o anche la scoperta dei corpi dei santi Gervasio

e Protasio. L’immaginazione ambrosiana è visibile anche nelle lettere di direzione

spirituale ove commenta le Sacre scritture in modo molto libero, usando immagini,

parole, versetti che si associano liberamente intorno ad un tema di meditazione

definito approssimativamente, secondo un metodo sinuoso che riflette quello della sua

esegesi.

Per sommi capi gli epistolari ambrosiani possono essere definiti episcopali, il vescovo

vigila costantemente sulla fede ed i costumi dei tempora cristiana che si trovano

minacciati, si scaglia contro i monaci “sfratati”, contro l’usura, risolve una successione

epicopale spinosa. Anche le lettere agli imperatori esprime sia la preoccupazione di

difendere i diritti della Chiesa contro le rivendicazioni di eretici e pagani, ma ci sono

anche lettere indirizzate a Teodosio e Valentiniano II che invitano alla meditazione

politica nel senso di una riflessione cristiana e sull’etica dell0imperatore e del

hanno tratti diversi dal resto dell’epistolario

vescovo. Le lettere agli imperatori

ambrosiano, ma gli elementi comuni di questi scritti sono le indicazioni di Ambrogio

dirette a tracciare una saggezza cristiana, una spiritualità sintetica che si riferisce a

valori filosofici e alla meditazione personale della sacra scrittura.

Esempi ne sono:

- la lettera a Simpliciano sulla vera libertà garantita dalla legge interiore;

sulla clemenza cristiana nell’esercizio della

- la lettera al conte Studio

giustizia; sommo bene, nutrimento dell’anima;

- al diacono Ireneo sulla ore del

- ed il piccolo trattato di spiritualità personale che si dispiega nelle 7 lettere a

Oronziano, che parlano anche del combattimento interiore e del progresso

spirituale.

IL FILOSOFO E L’ESEGETA

Molte sono le fonti della cultura ambrosiana. Le ricerche patristiche hanno rivelato la

sua vasta conoscenza filosofica, che conta affinità ciceroniane, virgiliane e anche

platonismo. Ambrogio lesse Platone e Plotino, ma anche gli opuscoli platonici di

addirittura è parso decisivo l’influsso dei circoli neoplatonici di Milano, in

Apuleio,

primi quello di Simpliciano, amico intimo di Mario Vittorino, che fu padre spirituale

di Ambrogio. Simpliciano fu presbitero della Chiesa di Roma, gli incontri tra

Ambrogio e Simpliciano sono descritti nelle Confessioni. Fra i platonici, vi furono

anche laici o pagani che vennero in contatto con Ambrogio, come Manlio Teodoro,

Ermogeniano, Zenobio. Da questi ultimi ma soprattutto da Simpliciano, Ambrogio fu

spinto a leggere Plotino, prima di cristianizzarlo in discorsi esegetici, lesse anche i

discepoli di Plotino, greci e latini, pagani e cristiani, lesse Porfiro e il suo Sul ritorno

dell’anima.

Il platonismo nel pensiero di Ambrogio si è anche stratificato anche tramite la lettura

dell’esegesi giudaica di Filone d’Alessandria e di quella cristiana di Origene. Questa

complessità di meditazioni del platonismo ambrosiano rende delicata l’analisi delle

tracce platoniche, e ne garantisce la ricchezza e libertà personale nell’adattamento

cristiano.

Ambrogio nella cristianizzazione del platonismo filoniano e plotiniano accoglie solo

elementi cristianizzabili, e li rende evidenti nel perduto trattato Sulla filosofia, ove

rigetta anche elementi non conciliabili quali la metempsicosi, la creazione del corpo da

parte di un demiurgo, l’emanatismo plotiniano..

In realtà il trattato in origine erano più trattati stenografati, poi rimaneggiati fino a

raggiungere la forma di autentico trattato, inoltre la struttura p molto sinuosa, spesso

un testo sacro o un patriarca veterotestamentario spesso sono dei pretesti per degli

sviluppi digressivi.

IL SIGNIFICATO DELL’ESEGESI AMBROSIANA

L’intenzione fondamentale è quella di una grande meditazione collettiva e personale

sulle Sacre Scritture. I sermoni legato alla liturgia del tempo (quaresima, settimana

santa…) successivamente diventeranno una sorta di testi della lettura spirituale della

parola di Dio. Nel De Cain et Abel Ambrogio dice:

“Noi dobbiamo digerire a lungo e assimilare le parole delle Scritture, voltandole e

rivoltandole con tutto il nostro spirito ed il nostro corpo, affinché il succo di questo

nutrimento spirituale si spanda in tutte le vene della nostra anima.”

Nel De Paradiso, intraprende la lettura spirituale alle monografie di Filone, anche se

rimprovera a Filone “di non aver compreso, nella sua sensibilità giudaica, i sensi

spirituali” e cioè di non aver letto in modo “cristo-centrico” le scritture, alla maniera

di Origene e di “essersi fermato ai significati morali”.

L’allegorismo spirituale, inteso in senso sia filosofico che moderno, resterà una delle

maggiori componenti delle sue meditazioni esegetiche.

Inizialmente si concentra a ritrovare nelle biografie dei patriarchi, le figurazioni del

Mistero di Cristo e della Chiesa. Nel De Ioseph, la preoccupazione di cogliere la

figurazione di Cristo diviene particolarmente forte.

Da buon latino Ambrogio, in molte delle sue monografie, da un’interpretazione etica,

Abramo, Elia, Naboth, Tobia sono occasioni per realizzare diàtribe animose contro

l’ubriachezza e l’adulterio, la ghiottoneria e le gozzoviglie militari e funerarie, la

rapacità ed il lusso dei proprietari grandi, l’usura ed il gioco. Qui compaiono ritratti

satirici che nello stigmatizzare i vizi dell’alta società milanese, si avvicinano alle

celebri pagine contro la nobiltà romana depravata scritte da Ammiano Marcellino.

Il talento satirico di Ambrogio ci fa ricordare Seneca, Orazio o dei comici dell’età

arcaica.

Nell’esegesi ambrosiana le esortazioni morali si mescolano con la polemica teologica

contro i pagani, i giudei, gli eretici e soprattutto gli ariani. Egli attraverso la ricerca

origeniana cristo-centriaca riafferma la diffidenza verso i filosofi e rimarca la divinità

del Figlio di Dio. I risultati più maturi di Ambrogio si individuano nei trattati ove

espone la spiritualità d’ispirazione nello stesso tempo cristiana e filosofica, già apparsa

in alcune lettere personali. I grandi problemi filosofici, come il male e l’anima, la

morte, la felicità sono i veri problemi affrontati nei trattai su Giobbe, Isacco,

l’apice del neoplatonismo cristiano d’Ambrogio.

Giacobbe, e costituiscono

Il discorso risulta molto fluido e si modella sulle meditazioni filosofiche di Plotino.

Ambrogio ha operato anche con il genere dell’esegesi nella forma del commentario

continuo, ce lo testimoniano 3 opere monumentali:

1) i commentari su 12 Salmi;

2) i commentari sul Salmo 118, ove dipende da Basilio ed Origene;

3) il trattato sul Vangelo di S. Luca, che deve molto ad Ilario di Poitiers, ad

Origene ed Eusebio di Cesarea.

In queste opere nell’enarratio continua si sintetizzano i principali orientamenti di

Ambrogio, ma vi si riflette il momento storico dello scontro tra Ambrogio e ariani

sostenuti dall’imperatrice nel 386.

La preoccupazione pastorale spiega la voluta pluralità di livelli dell’esegesi

ambrosiana, l’impresa della parola episcopale è quella di parlare sia a catecumeni

illetterati sia a filosofi neoplatonici, intento che perseguirà anche Agostino dei suoi

sermoni.

IL DOTTORE DELLA VERGINITA’, DEI DOVERI, DELLA MORTE

Ambrogio ha riservato nei suoi scritti ampio spazio a due specifiche categorie di

cristiani, le vergini ed il clero, delineando un’istruzione spirituale appropriata.

Ambrogio sappiamo, grazie ad Agostino e le sue confessioni, che dedicò molta

attenzione all’ascetismo monastico, la stessa sorella Marcellina, che ricevette il velo

monastico da Papa Liberio a Roma nel 353, influì molto nel tema della verginità. A

questo soggetto Ambrogio dedicò molti opuscoli, derivati in maggioranza dalle omelie

pronunziate proprio in occasione dell’assunzione del velo, illustrando e difendendo la

verginità intesa anche come forma tradizionale di ascetismo cristiano.

1) De virginibus, è il più antico, dedicato nel 377 a Marcellina e composto di 3

libri. Il primo libro è il rimaneggiamento di un sermone pronunziato

nell’anniversario del martirio della vergine romana Agnese, quindi il trattato si

ricollega al genere oratorio de panegirici dei martiri, si evocano infatti anche

altre martiri: Tecla e una vergine di Antiochia nel II libro, e nel III una vergine

di Pelagia e di Sotheris…

Ciò evidenzia una nuova componente nella devozione cristiana di questo

periodo, cioè lo sviluppo del culto dei martiri ed il legame stabilito tra gli

ideali del martirio e quello della verginità.

L’opera è animata di fervore personale, anche per l’ammirazione di

Ambrogio per Marcellina, egli attacca le Vestali, gli inconvenienti del

matrimonio, c’è un brillate panegirico della Vergine Maria, precetti concreti

sullo stile di vita delle vergini. L’opera di Ambrogio è convincente e discreta,

divenendo un classico della spiritualità femminile e della mariologia in

Occidente (lontana dai toni estremi sullo stesso argomento di Tertulliano e di

Girolamo).

2) De viduis opera che ripete le sue esortazioni sul consacrare la vita a Dio, ma

con tono più incisivo motivato dal fatto che pagani ma anche cristiani erano un

po’ refrattari ad accogliere questi stili di vita.;

3) De virginitate trattato che si configura come un vibrante appello ad una vita di

perfezione;

4) De institutione virginis, omelia per la vestizione rivolta ad Eusebia di Bologna

in occasione dei voti della nipote Ambrosia, qui Ambrogio si solleva a toni

poetici nella trattazione dei temi biblici della porta, della fonte e del giardino

chiuso; pronunciata in occasione dell’edificazione di una chiesa

5) Exhortatio virginitatis

a Firenze da parte della santa vedova Giuliana, il fittizio discorso rivolto da

Giulia ai suoi figli cela un appello alla vita consacrata a Dio.

6) De officiis ministrorum, trattato che si configura come un curioso sforzo di

cristianizzazione dei valori della morale romana tradizionale. Il titolo deriva

dall’ultima opera etico-filosofica di Cicerone. La simbiosi tra morale cristiana

ed etica stoica, già notevole nel III secolo, qui prende nuova forma.

Ambrogio si mostra legato a valori antichi di morale pratica:

-la misura nel civile vivere quotidiano;

-la sovranità della natura (Lattanzio e Tertulliano);

del diritto naturale (donde l’affermazione”la

-l’anteriorità sul diritto scritto

natura generò il diritto comune, l’uso fece il diritto privato”);

-la virtù come solo valore supremo;

le 4 virtù cardinali (la parola appare per la prima volta).

Quindi Ambrogio confrontando le teorie morali pagane ed i precetti cristiani,

cerca di adattare i valori romani tradizionali alla nuova pratica della condizione

cristiana. Con la rievocazione di esempi biblici egli tenta di dimostrare come la

Sacra scrittura illustra fonda, corregge e completa questa morale dandole

fondamento divino.

Gli slittamenti semantici sui vocaboli tradizionali della morale stoica, sono

usati ambiguamente. L’allegorismo morale ispirato da Filone e applicato alle

virtù degli antichi patriarchi, è spinto in direzione di uno stretto moralismo.

La sacra scrittura tende ad essere ridotta ad un codice che fisse linee di

condotta: “La vita degli antenati sia dunque per noi uno specchio di disciplina”,

Ambrogio da alla sua meditazione morale, le qualità perennemente vive del

moralismo romano, inteso come volontà di riesaminare la propria vita, delicata

sensibilità degli affetti umani, e delle’amicizia in particolare. L’elogio

dell’amicizia, con cui si concludono i tre libri,sintetizzano i valori umani e

cristiani assunti nella spiritualità di Ambrogio.

La natura affettuosa di Ambrogio si esprime direttamente nelle orazioni funebri

pronunciate per quelli che gli furono cari in vita, ove tende anche all’esemplarità,

celebrando ad esempio Teodosio, come il sovrano umile e penitente, clemente e

fedele, secondo l’immagine del re David. Quindi la lettura della perfezione cristiana in

questi uomini, non impedisce la verità di una pena sincera, e spontanea.

LO STILE AMBROSIANO

Gli stili di Ambrogio corrispondono alla varietà della sua sensibilità, arricchita da una

cultura molto vasta, quella di un oratore di un filosofo e di un poeta, per Ambrogio le

idee non sono mai separabili ne separate dalle loro risonanze emotive.

La duttilità di Ambrogio sfugge alle categorie troppo rigide della stilistica antica.

L’Institutio ad Eusebium, ad esempio è un sermone, un trattato ed una lettera allo

stesso tempo. Inoltre lo stile di Ambrogio è spesso di una densità ellittica che lo rende

difficile e talvolta oscuro.

L’opera De mysteriis è un breve trattato ch sembra sia la fusione ed il

rimaneggiamento di 6 sermoni anteriori detti De sacramentis, questi opuscoli

catechetici, permettono di cogliere la differenza tra l’omelia catechetica (di lontana

tradizione sinagogale) che è improvvisata su uno spunto di lettura scritturistica ed un

trattato più formalmente curato della frase complessa, dei collegamenti tra le

enunciazioni.

L’ENIGMA DELL’ “AMBROSIASTER”

Nel Medioevo fu attribuito ad Ambrogio un commentario a 13 epistole paoline di una

autore non identificato, ma contemporaneo ad Ambrogio, che oggi noi chiamiamo

Ambrosiaster.

L’opera è la prima esegesi latina dell’intero corpus paolino (ad esclusione della Lettera

agli Ebrei) ed è profondamente diversa dall’esegesi ambrosiana. Sembra piuttosto

l’opera di un cristiano di Roma, vicino agli ambienti giudaici e forse proprio

convertitosi dal giudaismo, in quanto l’opera è positiva, storica, spesso antigiudaica, la

sua esegesi è più tecnica e anticipa alcuni aspetti dell’esegesi geronimiana.

---Nel campo delle lettere Ambrogio si dedicò ai generi più disparati:

in ambito teologico (De fide in 5 libri, De Spiritu Sancto in 3 libri) fu poco originale, e

si limitò a far conoscere il Occidenre le dottrine della teologia greca di Didimio, dei

Cappadoci.

La sua esegesi allegorizzante e spiritualista (Exaemeron, De Paradiso, De Abrham,

Expositio Evangelii secundum Lucam..) è quasi totalmente tributaria delle fonti

(Basilio, Filone, Origene); di suo l’autore mette l’interesse esortativo e morale.

Nel De officiis ministrorum Ambrogio si mostra più personale, pur rifacendosi al

modello Ciceroniano, qui si danno norme di vita morale.

EUSEBIO GIROLAMO DI STRIDONE, MONACO E BIBLISTA

Nel trattato De viris illustribus Eusebio delinea la sua autobiografia, e ci fa sapere che

nacque a Stridone, ai confini della Dalmazia e della Pannonia, dall’epistolario e le

lettere più antiche sappiamo che visse una parte della sua giovinezza nella Cisalpina,

all’ascetismo fatta ad Aquileia, la prima esperienza di

e qui tornò dopo la conversione

una vita ascetica comunitaria.

enciclopedia

Nasce a Stridone, Dalmazia nel 347, muore a Betlemme nel 420.

padre della chiesa latina, santo. Studiò a Roma con il grammatico Elio Donato, dopo il

battesimo ed un breve soggiorno ad Aquileia nel 373, si recò in Oriente ove apprese la

lingua greca e trascorse 3 anni da eremita nel deserto.

Nel 328 si trasferì a Roma ove divenne segretario di papa Damaso e indirizzò

all’ideale ascetico veri nobili romani, tra cui le matrone Marcella, Paola, Blesilla ed

Eustochio, che lo seguirono poi a Betlemme, nel monastero da lui fondato.

Poco più che orecchiante in teologia, scrittore elegante ed efficace Girolamo fu portato

alla filologia, all’erudizione all’esegesi della Scrittura. Nella sua vasta produzione

spicca la traduzione latina dell’Antico testamento, condotta direttamente sul testo

ebraico e non sulla versione greca, su cui si erano basati i suoi predecessori. Dopo

un’iniziale resistenza, essa entrò in uso nella chiesa come Vulgata.

Girolamo tradusse anche opere di scrittori greci e cristiani, soprattutto omelie di

Origene e la Cronaca di Eusebio, da lui integrata con notizie storiche e letterarie

pertinenti le lettere latine.

Nelle opere di carattere dogmatico o polemico Girolamo propugnò un ideale d severa

ascesi, svalutando il matrimonio e la vita mondana a favore della verginità e della vita

monastica. La polemica origeniana lo vide, da fervente partigiano di Origene, fare un

brusco voltafaccia e attaccare i suoi vecchi amici (Contro Rufino; Contro Giovanni di

Gerusalemme).

Delle opere che precedono la polemica origeniana risentono del suo influsso

(commenti all’Ecclesiaste, ai Galati, agli Efesini…); invece quelle successive

(commenti ai profeti maggiori e a Matteo)

sono di carattere letterale. Egli scrisse anche De viris illustribus una storia letteraria

cristiana di 135 biografie si scrittori cristiani da san Pietro a lui.

GIROLAMO, ANTITESI DI AMBROGIO

I legami biografici tra Girolamo ed Ambrogio, ci portano alle vicinanze di Milano ma

mai a Milano. Girolamo diede giudizi circospetti se non apertamente malevoli su

Ambrogio, i due uomini se confrontati sono decisamente incompatibili.

Ambrogio è uomo di città e di società fu governatore, fu filosofo e perseguì un lungo

dibattito col pensiero antico con il quale tenta di operare una sintesi religiosa.

Girolamo è asceta, rinuncia a fare carriera, fu filologo e storico, scarsamente dotato di

attitudini speculative, la sua vita fu movimentata e scosse da molte rotture che

succedono l’una all’altra, ebbe uno spirito vendicativo e polemico. Girolamo non è

venuto a portare la pace, ma la spada. L’iconografia tradizionale di san Girolamo è

antitetica ma rappresenta bene le due vocazioni, l’ascesi ed i libri..la tradizione

monastica lo rappresenta emaciato, seminudo, in penitenza, mentre Durer lo raffigura

confortevolmente sistemato in uno studiolo con il leone che dorme ai suoi piedi, nel

raccoglimento dell’umanista al lavoro. In Girolamo lo studio della sacra scrittura e le

mortificazioni dell’ascesi si congiungono in una ricerca appassionata di Dio.

La conciliazione di queste due vocazioni è l’apporto più consistente di Girolamo allo

sviluppo della letteratura nel cristianesimo medievale.

Nel lavoro di filologia sacra Girolamo è stato preceduto da Evagrio Pontico, ma

sembra che non gli debba nulla.

IL PROPAGANDISTA DELL’ASCESI MONASTICA: LE BIOGRAFIE

Il monachesimo, nato da fellah copti, deve la sua diffusione in Occidente a dei cristiani

colti, le cui anime raffinate non riuscivano più a soddisfare la propria ansia di

perfezione in seno ad una Chiesa, ormai “sistemata” nell’Impero cristiano. Il

monachesimo permise loro di scoprire gli antichi valori dell’ascetismo filosofico e

cristiano e la spiritualità del martirio. Atanasio, durante i suoi esili, specialmente a

Treviri e a Roma, gettò nell’Occidente latino i primi germi del monachesimo nella

prima metà del IV secolo. Ma l’estensione del monachesimo è collegata molto al

successo librario di alcune opere:

quello verso la fine del IV secolo della traduzione latina di Vita di Antonio, scritta da

Atanasio, autore di una di queste traduzioni fu un amico di Girolamo, Evagrio di

Antiochia, che lo accolse nella sua casa nel 374, prima e dopo il suo tentativo i

eremitismo nel deserto di Calcide. Ad ogni modo è probabile che la vocazione

monastica di Girolamo abbia origine dalla lettura di questa Vita (letto a Treviri), e

comunque egli la considerava come la Magna Charta dell’ascetismo monastico.

Sul tracciato di questa Vita di Antonio, Girolamo scrisse 3 biografie romanzate dei

un’agiografia

monaci Paolo di Tebe (dopo 375); Malco; Ilarione (390). Si tratta di

edificante, piena di leggende favolose si una ingenuità affascinante, e talvolta irritante,

8

l’antica eredità del racconto, della novella, e dell’aretologia

che raccoglie dei

taumaturghi pagani (a noi nota soprattutto per la Vita di Apollonio di Tiana scritta da

Filostrato).

L’aquitano Sulpicio Severo scrisse la Vita di san Martino nel 397, a gloria del

vescovo di Tours , stendendo un racconto pieno di drammaticità e di preziosismi

realizzando un’opera complessa, che nello stesso tempo, in latino, è l’ultima biografia

antica e la prima agiografia medievale. Essa farà scuola e sarà presa a modello da

Paolino di Milano, biografo di Ambrogio. Nella Vita di San Martino Sulpicio ha

definito un ideale di perfezione cristiana ove l’apostolo è martire, vescovo e asceta, si

tratta di una delle opere più importanti della fine del IV secolo.

ELOGI FUNEBRI E ITINERARI

Nel 404 Girolamo pronunciò un elogio funebre dedicato alla nobile matrona romana

Paola, la prediletta tra le figlie spirituali di Girolamo, spentasi a Betlehem. Il discorso

funebre a Paola, è l’ultima metamorfosi dell’antico elogio funebre dei patrizi, ma

anche una sorta di corrispondente femminile della Vita di San Martino. Vi è

allegorismo scritturistico, retorica esasperata , vi si incontrano l’antica grandezza e

l’ardore spirituale.

Grirolamo ripercorre l’itinerario spirituale di santa Paola, e racconta così del

pellegrinaggio fatto con lei in Terra Santa e in Egitto, poi nei luoghi santi della

Palestina, ai monasteri del deserto fino a stabilirsi definitivamente a Betlehem nel 386.

Quindi un esempio del genere letterario del diario di pellegrinaggio in Oriente, di cui

un esempio recente al tempo di Girolamo era Peregrinatio ad loca santa scritto da

Egeria, una a monaca della Galizia.

8 Trattato filosofico sulla virtù e sui mezzi per conseguirla.


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A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura cristiana antica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Pollastri Alessandra.

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