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parole, versetti che si associano liberamente intorno ad un tema di meditazione

definito approssimativamente, secondo un metodo sinuoso che riflette quello della sua

esegesi.

Per sommi capi gli epistolari ambrosiani possono essere definiti episcopali, il vescovo

vigila costantemente sulla fede ed i costumi dei tempora cristiana che si trovano

minacciati, si scaglia contro i monaci “sfratati”, contro l’usura, risolve una successione

epicopale spinosa. Anche le lettere agli imperatori esprime sia la preoccupazione di

difendere i diritti della Chiesa contro le rivendicazioni di eretici e pagani, ma ci sono

anche lettere indirizzate a Teodosio e Valentiniano II che invitano alla meditazione

politica nel senso di una riflessione cristiana e sull’etica dell0imperatore e del

hanno tratti diversi dal resto dell’epistolario

vescovo. Le lettere agli imperatori

ambrosiano, ma gli elementi comuni di questi scritti sono le indicazioni di Ambrogio

dirette a tracciare una saggezza cristiana, una spiritualità sintetica che si riferisce a

valori filosofici e alla meditazione personale della sacra scrittura.

Esempi ne sono:

- la lettera a Simpliciano sulla vera libertà garantita dalla legge interiore;

sulla clemenza cristiana nell’esercizio della

- la lettera al conte Studio

giustizia; sommo bene, nutrimento dell’anima;

- al diacono Ireneo sulla ore del

- ed il piccolo trattato di spiritualità personale che si dispiega nelle 7 lettere a

Oronziano, che parlano anche del combattimento interiore e del progresso

spirituale.

IL FILOSOFO E L’ESEGETA

Molte sono le fonti della cultura ambrosiana. Le ricerche patristiche hanno rivelato la

sua vasta conoscenza filosofica, che conta affinità ciceroniane, virgiliane e anche

platonismo. Ambrogio lesse Platone e Plotino, ma anche gli opuscoli platonici di

addirittura è parso decisivo l’influsso dei circoli neoplatonici di Milano, in

Apuleio,

primi quello di Simpliciano, amico intimo di Mario Vittorino, che fu padre spirituale

di Ambrogio. Simpliciano fu presbitero della Chiesa di Roma, gli incontri tra

Ambrogio e Simpliciano sono descritti nelle Confessioni. Fra i platonici, vi furono

anche laici o pagani che vennero in contatto con Ambrogio, come Manlio Teodoro,

Ermogeniano, Zenobio. Da questi ultimi ma soprattutto da Simpliciano, Ambrogio fu

spinto a leggere Plotino, prima di cristianizzarlo in discorsi esegetici, lesse anche i

discepoli di Plotino, greci e latini, pagani e cristiani, lesse Porfiro e il suo Sul ritorno

dell’anima.

Il platonismo nel pensiero di Ambrogio si è anche stratificato anche tramite la lettura

dell’esegesi giudaica di Filone d’Alessandria e di quella cristiana di Origene. Questa

complessità di meditazioni del platonismo ambrosiano rende delicata l’analisi delle

tracce platoniche, e ne garantisce la ricchezza e libertà personale nell’adattamento

cristiano.

Ambrogio nella cristianizzazione del platonismo filoniano e plotiniano accoglie solo

elementi cristianizzabili, e li rende evidenti nel perduto trattato Sulla filosofia, ove

rigetta anche elementi non conciliabili quali la metempsicosi, la creazione del corpo da

parte di un demiurgo, l’emanatismo plotiniano..

In realtà il trattato in origine erano più trattati stenografati, poi rimaneggiati fino a

raggiungere la forma di autentico trattato, inoltre la struttura p molto sinuosa, spesso

un testo sacro o un patriarca veterotestamentario spesso sono dei pretesti per degli

sviluppi digressivi.

IL SIGNIFICATO DELL’ESEGESI AMBROSIANA

L’intenzione fondamentale è quella di una grande meditazione collettiva e personale

sulle Sacre Scritture. I sermoni legato alla liturgia del tempo (quaresima, settimana

santa…) successivamente diventeranno una sorta di testi della lettura spirituale della

parola di Dio. Nel De Cain et Abel Ambrogio dice:

“Noi dobbiamo digerire a lungo e assimilare le parole delle Scritture, voltandole e

rivoltandole con tutto il nostro spirito ed il nostro corpo, affinché il succo di questo

nutrimento spirituale si spanda in tutte le vene della nostra anima.”

Nel De Paradiso, intraprende la lettura spirituale alle monografie di Filone, anche se

rimprovera a Filone “di non aver compreso, nella sua sensibilità giudaica, i sensi

spirituali” e cioè di non aver letto in modo “cristo-centrico” le scritture, alla maniera

di Origene e di “essersi fermato ai significati morali”.

L’allegorismo spirituale, inteso in senso sia filosofico che moderno, resterà una delle

maggiori componenti delle sue meditazioni esegetiche.

Inizialmente si concentra a ritrovare nelle biografie dei patriarchi, le figurazioni del

Mistero di Cristo e della Chiesa. Nel De Ioseph, la preoccupazione di cogliere la

figurazione di Cristo diviene particolarmente forte.

Da buon latino Ambrogio, in molte delle sue monografie, da un’interpretazione etica,

Abramo, Elia, Naboth, Tobia sono occasioni per realizzare diàtribe animose contro

l’ubriachezza e l’adulterio, la ghiottoneria e le gozzoviglie militari e funerarie, la

rapacità ed il lusso dei proprietari grandi, l’usura ed il gioco. Qui compaiono ritratti

satirici che nello stigmatizzare i vizi dell’alta società milanese, si avvicinano alle

celebri pagine contro la nobiltà romana depravata scritte da Ammiano Marcellino.

Il talento satirico di Ambrogio ci fa ricordare Seneca, Orazio o dei comici dell’età

arcaica.

Nell’esegesi ambrosiana le esortazioni morali si mescolano con la polemica teologica

contro i pagani, i giudei, gli eretici e soprattutto gli ariani. Egli attraverso la ricerca

origeniana cristo-centriaca riafferma la diffidenza verso i filosofi e rimarca la divinità

del Figlio di Dio. I risultati più maturi di Ambrogio si individuano nei trattati ove

espone la spiritualità d’ispirazione nello stesso tempo cristiana e filosofica, già apparsa

in alcune lettere personali. I grandi problemi filosofici, come il male e l’anima, la

morte, la felicità sono i veri problemi affrontati nei trattai su Giobbe, Isacco,

l’apice del neoplatonismo cristiano d’Ambrogio.

Giacobbe, e costituiscono

Il discorso risulta molto fluido e si modella sulle meditazioni filosofiche di Plotino.

Ambrogio ha operato anche con il genere dell’esegesi nella forma del commentario

continuo, ce lo testimoniano 3 opere monumentali:

1) i commentari su 12 Salmi;

2) i commentari sul Salmo 118, ove dipende da Basilio ed Origene;

3) il trattato sul Vangelo di S. Luca, che deve molto ad Ilario di Poitiers, ad

Origene ed Eusebio di Cesarea.

In queste opere nell’enarratio continua si sintetizzano i principali orientamenti di

Ambrogio, ma vi si riflette il momento storico dello scontro tra Ambrogio e ariani

sostenuti dall’imperatrice nel 386.

La preoccupazione pastorale spiega la voluta pluralità di livelli dell’esegesi

ambrosiana, l’impresa della parola episcopale è quella di parlare sia a catecumeni

illetterati sia a filosofi neoplatonici, intento che perseguirà anche Agostino dei suoi

sermoni.

IL DOTTORE DELLA VERGINITA’, DEI DOVERI, DELLA MORTE

Ambrogio ha riservato nei suoi scritti ampio spazio a due specifiche categorie di

cristiani, le vergini ed il clero, delineando un’istruzione spirituale appropriata.

Ambrogio sappiamo, grazie ad Agostino e le sue confessioni, che dedicò molta

attenzione all’ascetismo monastico, la stessa sorella Marcellina, che ricevette il velo

monastico da Papa Liberio a Roma nel 353, influì molto nel tema della verginità. A

questo soggetto Ambrogio dedicò molti opuscoli, derivati in maggioranza dalle omelie

pronunziate proprio in occasione dell’assunzione del velo, illustrando e difendendo la

verginità intesa anche come forma tradizionale di ascetismo cristiano.

1) De virginibus, è il più antico, dedicato nel 377 a Marcellina e composto di 3

libri. Il primo libro è il rimaneggiamento di un sermone pronunziato

nell’anniversario del martirio della vergine romana Agnese, quindi il trattato si

ricollega al genere oratorio de panegirici dei martiri, si evocano infatti anche

altre martiri: Tecla e una vergine di Antiochia nel II libro, e nel III una vergine

di Pelagia e di Sotheris…

Ciò evidenzia una nuova componente nella devozione cristiana di questo

periodo, cioè lo sviluppo del culto dei martiri ed il legame stabilito tra gli

ideali del martirio e quello della verginità.

L’opera è animata di fervore personale, anche per l’ammirazione di

Ambrogio per Marcellina, egli attacca le Vestali, gli inconvenienti del

matrimonio, c’è un brillate panegirico della Vergine Maria, precetti concreti

sullo stile di vita delle vergini. L’opera di Ambrogio è convincente e discreta,

divenendo un classico della spiritualità femminile e della mariologia in

Occidente (lontana dai toni estremi sullo stesso argomento di Tertulliano e di

Girolamo).

2) De viduis opera che ripete le sue esortazioni sul consacrare la vita a Dio, ma

con tono più incisivo motivato dal fatto che pagani ma anche cristiani erano un

po’ refrattari ad accogliere questi stili di vita.;

3) De virginitate trattato che si configura come un vibrante appello ad una vita di

perfezione;

4) De institutione virginis, omelia per la vestizione rivolta ad Eusebia di Bologna

in occasione dei voti della nipote Ambrosia, qui Ambrogio si solleva a toni

poetici nella trattazione dei temi biblici della porta, della fonte e del giardino

chiuso; pronunciata in occasione dell’edificazione di una chiesa

5) Exhortatio virginitatis

a Firenze da parte della santa vedova Giuliana, il fittizio discorso rivolto da

Giulia ai suoi figli cela un appello alla vita consacrata a Dio.

6) De officiis ministrorum, trattato che si configura come un curioso sforzo di

cristianizzazione dei valori della morale romana tradizionale. Il titolo deriva

dall’ultima opera etico-filosofica di Cicerone. La simbiosi tra morale cristiana

ed etica stoica, già notevole nel III secolo, qui prende nuova forma.

Ambrogio si mostra legato a valori antichi di morale pratica:

-la misura nel civile vivere quotidiano;

-la sovranità della natura (Lattanzio e Tertulliano);

del diritto naturale (donde l’affermazione”la

-l’anteriorità sul diritto scritto

natura generò il diritto comune, l’uso fece il diritto privato”);

-la virtù come solo valore supremo;

le 4 virtù cardinali (la parola appare per la prima volta).

Quindi Ambrogio confrontando le teorie morali pagane ed i precetti cristiani,

cerca di adattare i valori romani tradizionali alla nuova pratica della condizione

cristiana. Con la rievocazione di esempi biblici egli tenta di dimostrare come la

Sacra scrittura illustra fonda, corregge e completa questa morale dandole

fondamento divino.

Gli slittamenti semantici sui vocaboli tradizionali della morale stoica, sono

usati ambiguamente. L’allegorismo morale ispirato da Filone e applicato alle

virtù degli antichi patriarchi, è spinto in direzione di uno stretto moralismo.

La sacra scrittura tende ad essere ridotta ad un codice che fisse linee di

condotta: “La vita degli antenati sia dunque per noi uno specchio di disciplina”,

Ambrogio da alla sua meditazione morale, le qualità perennemente vive del

moralismo romano, inteso come volontà di riesaminare la propria vita, delicata

sensibilità degli affetti umani, e delle’amicizia in particolare. L’elogio

dell’amicizia, con cui si concludono i tre libri,sintetizzano i valori umani e

cristiani assunti nella spiritualità di Ambrogio.

La natura affettuosa di Ambrogio si esprime direttamente nelle orazioni funebri

pronunciate per quelli che gli furono cari in vita, ove tende anche all’esemplarità,

celebrando ad esempio Teodosio, come il sovrano umile e penitente, clemente e

fedele, secondo l’immagine del re David. Quindi la lettura della perfezione cristiana in

questi uomini, non impedisce la verità di una pena sincera, e spontanea.

LO STILE AMBROSIANO

Gli stili di Ambrogio corrispondono alla varietà della sua sensibilità, arricchita da una

cultura molto vasta, quella di un oratore di un filosofo e di un poeta, per Ambrogio le

idee non sono mai separabili ne separate dalle loro risonanze emotive.

La duttilità di Ambrogio sfugge alle categorie troppo rigide della stilistica antica.

L’Institutio ad Eusebium, ad esempio è un sermone, un trattato ed una lettera allo

stesso tempo. Inoltre lo stile di Ambrogio è spesso di una densità ellittica che lo rende

difficile e talvolta oscuro.

L’opera De mysteriis è un breve trattato ch sembra sia la fusione ed il

rimaneggiamento di 6 sermoni anteriori detti De sacramentis, questi opuscoli

catechetici, permettono di cogliere la differenza tra l’omelia catechetica (di lontana

tradizione sinagogale) che è improvvisata su uno spunto di lettura scritturistica ed un

trattato più formalmente curato della frase complessa, dei collegamenti tra le

enunciazioni.

L’ENIGMA DELL’ “AMBROSIASTER”

Nel Medioevo fu attribuito ad Ambrogio un commentario a 13 epistole paoline di una

autore non identificato, ma contemporaneo ad Ambrogio, che oggi noi chiamiamo

Ambrosiaster.

L’opera è la prima esegesi latina dell’intero corpus paolino (ad esclusione della Lettera

agli Ebrei) ed è profondamente diversa dall’esegesi ambrosiana. Sembra piuttosto

l’opera di un cristiano di Roma, vicino agli ambienti giudaici e forse proprio

convertitosi dal giudaismo, in quanto l’opera è positiva, storica, spesso antigiudaica, la

sua esegesi è più tecnica e anticipa alcuni aspetti dell’esegesi geronimiana.

---Nel campo delle lettere Ambrogio si dedicò ai generi più disparati:

in ambito teologico (De fide in 5 libri, De Spiritu Sancto in 3 libri) fu poco originale, e

si limitò a far conoscere il Occidenre le dottrine della teologia greca di Didimio, dei

Cappadoci.

La sua esegesi allegorizzante e spiritualista (Exaemeron, De Paradiso, De Abrham,

Expositio Evangelii secundum Lucam..) è quasi totalmente tributaria delle fonti

(Basilio, Filone, Origene); di suo l’autore mette l’interesse esortativo e morale.

Nel De officiis ministrorum Ambrogio si mostra più personale, pur rifacendosi al

modello Ciceroniano, qui si danno norme di vita morale.

EUSEBIO GIROLAMO DI STRIDONE, MONACO E BIBLISTA

Nel trattato De viris illustribus Eusebio delinea la sua autobiografia, e ci fa sapere che

nacque a Stridone, ai confini della Dalmazia e della Pannonia, dall’epistolario e le

lettere più antiche sappiamo che visse una parte della sua giovinezza nella Cisalpina,

all’ascetismo fatta ad Aquileia, la prima esperienza di

e qui tornò dopo la conversione

una vita ascetica comunitaria.

enciclopedia

Nasce a Stridone, Dalmazia nel 347, muore a Betlemme nel 420.

padre della chiesa latina, santo. Studiò a Roma con il grammatico Elio Donato, dopo il

battesimo ed un breve soggiorno ad Aquileia nel 373, si recò in Oriente ove apprese la

lingua greca e trascorse 3 anni da eremita nel deserto.

Nel 328 si trasferì a Roma ove divenne segretario di papa Damaso e indirizzò

all’ideale ascetico veri nobili romani, tra cui le matrone Marcella, Paola, Blesilla ed

Eustochio, che lo seguirono poi a Betlemme, nel monastero da lui fondato.

Poco più che orecchiante in teologia, scrittore elegante ed efficace Girolamo fu portato

alla filologia, all’erudizione all’esegesi della Scrittura. Nella sua vasta produzione

spicca la traduzione latina dell’Antico testamento, condotta direttamente sul testo

ebraico e non sulla versione greca, su cui si erano basati i suoi predecessori. Dopo

un’iniziale resistenza, essa entrò in uso nella chiesa come Vulgata.

Girolamo tradusse anche opere di scrittori greci e cristiani, soprattutto omelie di

Origene e la Cronaca di Eusebio, da lui integrata con notizie storiche e letterarie

pertinenti le lettere latine.

Nelle opere di carattere dogmatico o polemico Girolamo propugnò un ideale d severa

ascesi, svalutando il matrimonio e la vita mondana a favore della verginità e della vita

monastica. La polemica origeniana lo vide, da fervente partigiano di Origene, fare un

brusco voltafaccia e attaccare i suoi vecchi amici (Contro Rufino; Contro Giovanni di

Gerusalemme).

Delle opere che precedono la polemica origeniana risentono del suo influsso

(commenti all’Ecclesiaste, ai Galati, agli Efesini…); invece quelle successive

(commenti ai profeti maggiori e a Matteo)

sono di carattere letterale. Egli scrisse anche De viris illustribus una storia letteraria

cristiana di 135 biografie si scrittori cristiani da san Pietro a lui.

GIROLAMO, ANTITESI DI AMBROGIO

I legami biografici tra Girolamo ed Ambrogio, ci portano alle vicinanze di Milano ma

mai a Milano. Girolamo diede giudizi circospetti se non apertamente malevoli su

Ambrogio, i due uomini se confrontati sono decisamente incompatibili.

Ambrogio è uomo di città e di società fu governatore, fu filosofo e perseguì un lungo

dibattito col pensiero antico con il quale tenta di operare una sintesi religiosa.

Girolamo è asceta, rinuncia a fare carriera, fu filologo e storico, scarsamente dotato di

attitudini speculative, la sua vita fu movimentata e scosse da molte rotture che

succedono l’una all’altra, ebbe uno spirito vendicativo e polemico. Girolamo non è

venuto a portare la pace, ma la spada. L’iconografia tradizionale di san Girolamo è

antitetica ma rappresenta bene le due vocazioni, l’ascesi ed i libri..la tradizione

monastica lo rappresenta emaciato, seminudo, in penitenza, mentre Durer lo raffigura

confortevolmente sistemato in uno studiolo con il leone che dorme ai suoi piedi, nel

raccoglimento dell’umanista al lavoro. In Girolamo lo studio della sacra scrittura e le

mortificazioni dell’ascesi si congiungono in una ricerca appassionata di Dio.

La conciliazione di queste due vocazioni è l’apporto più consistente di Girolamo allo

sviluppo della letteratura nel cristianesimo medievale.

Nel lavoro di filologia sacra Girolamo è stato preceduto da Evagrio Pontico, ma

sembra che non gli debba nulla.

IL PROPAGANDISTA DELL’ASCESI MONASTICA: LE BIOGRAFIE

Il monachesimo, nato da fellah copti, deve la sua diffusione in Occidente a dei cristiani

colti, le cui anime raffinate non riuscivano più a soddisfare la propria ansia di

perfezione in seno ad una Chiesa, ormai “sistemata” nell’Impero cristiano. Il

monachesimo permise loro di scoprire gli antichi valori dell’ascetismo filosofico e

cristiano e la spiritualità del martirio. Atanasio, durante i suoi esili, specialmente a

Treviri e a Roma, gettò nell’Occidente latino i primi germi del monachesimo nella

prima metà del IV secolo. Ma l’estensione del monachesimo è collegata molto al

successo librario di alcune opere:

quello verso la fine del IV secolo della traduzione latina di Vita di Antonio, scritta da

Atanasio, autore di una di queste traduzioni fu un amico di Girolamo, Evagrio di

Antiochia, che lo accolse nella sua casa nel 374, prima e dopo il suo tentativo i

eremitismo nel deserto di Calcide. Ad ogni modo è probabile che la vocazione

monastica di Girolamo abbia origine dalla lettura di questa Vita (letto a Treviri), e

comunque egli la considerava come la Magna Charta dell’ascetismo monastico.

Sul tracciato di questa Vita di Antonio, Girolamo scrisse 3 biografie romanzate dei

un’agiografia

monaci Paolo di Tebe (dopo 375); Malco; Ilarione (390). Si tratta di

edificante, piena di leggende favolose si una ingenuità affascinante, e talvolta irritante,

8

l’antica eredità del racconto, della novella, e dell’aretologia

che raccoglie dei

taumaturghi pagani (a noi nota soprattutto per la Vita di Apollonio di Tiana scritta da

Filostrato).

L’aquitano Sulpicio Severo scrisse la Vita di san Martino nel 397, a gloria del

vescovo di Tours , stendendo un racconto pieno di drammaticità e di preziosismi

realizzando un’opera complessa, che nello stesso tempo, in latino, è l’ultima biografia

antica e la prima agiografia medievale. Essa farà scuola e sarà presa a modello da

Paolino di Milano, biografo di Ambrogio. Nella Vita di San Martino Sulpicio ha

definito un ideale di perfezione cristiana ove l’apostolo è martire, vescovo e asceta, si

tratta di una delle opere più importanti della fine del IV secolo.

ELOGI FUNEBRI E ITINERARI

Nel 404 Girolamo pronunciò un elogio funebre dedicato alla nobile matrona romana

Paola, la prediletta tra le figlie spirituali di Girolamo, spentasi a Betlehem. Il discorso

funebre a Paola, è l’ultima metamorfosi dell’antico elogio funebre dei patrizi, ma

anche una sorta di corrispondente femminile della Vita di San Martino. Vi è

allegorismo scritturistico, retorica esasperata , vi si incontrano l’antica grandezza e

l’ardore spirituale.

Grirolamo ripercorre l’itinerario spirituale di santa Paola, e racconta così del

pellegrinaggio fatto con lei in Terra Santa e in Egitto, poi nei luoghi santi della

Palestina, ai monasteri del deserto fino a stabilirsi definitivamente a Betlehem nel 386.

Quindi un esempio del genere letterario del diario di pellegrinaggio in Oriente, di cui

un esempio recente al tempo di Girolamo era Peregrinatio ad loca santa scritto da

Egeria, una a monaca della Galizia.

8 Trattato filosofico sulla virtù e sui mezzi per conseguirla.

Negli stessi anni dell’Epitaffio di Paola, comparve: i Padri del deserto d’Egitto,

1) il racconto del viaggio di Postumiano presso

scritto da Sulpicio Severo, opera che come la Vita di San Martino tende a

elogiare Martino di Tours.

Rufino d’Aquileia, traduttore amico di Girolamo, ma in polemica con lui in

2) questo periodo, traduce in latino la sua Historia monachorum in Aegipto sive

de vitis patrum, opera che per secoli resterà la norma della professione

monastica.

LE LETTERE DI DIREZIONE SPIRITUALE

La lettera di direzione spirituale era già stata adoperata da Cipriano e da Ambrogio,

ma Girolamo se ne serve come strumento prediletto per la formazione spirituale delle

sue figlie spirituali, per precisare la loro condotta, per diffondere l’ideale monastico.

Di questo stampo è la corrispondenza a Marcella, Paola e alle sue figlie Asella e Lea,

reclute dell’ascetismo uscite dal patriziato romano.

Lo stile di questi epistolari è originale, nervoso, ardente nelle immagini e citazioni

scritturistiche continue, spesso Girolamo ignora la fragilità della natura femminile e a

questa scuola troppo rude la fragile Blesilla non resistette a lungo: il suo prematuro

decesso accrebbe l’ostilità pubblica nei confronti di Girolamo, tale che fu costretto a

lasciare Roma nel 385.

La corrispondenza di Girolamo manifesta l’ideale originario dell’ascetismo e

spesso le lettere giungono a noi come fossero tanti trattati, come ad esempio la lettera:

- 22 a Eustochio, sulla consacrazione a Dio delle vergini;

- 53 a Neponziano sui doveri dello stato sacerdotale e monastico.

Sono regole di vita che preludono al genere letterario delle regole monastiche.

Girolamo conosceva le regole orientali dell’Egitto e dell’Asia, infatti sappiamo che

tradusse la Regola egiziana di Pacomio.

Inoltre di qui a breve Agostino scriverà una Regola le cui versioni avranno lunga

fortuna in Occidente, ma la regola di Agostino è più originale ed è ispirata alla vita

della comunità apostolica primitiva e dall’esperienza psicologica dell’autore, più che

dai precedenti orientali.

LE POLEMICHE

La propaganda ascetica suscitò ben presto l’opposizione dei cristiani, e in polemica il

monachesimo imprimeva un orientamento nuovo ai generi letterari dell’apologetica e

della polemica. Girolamo aveva un temperamento aggressivo e suscettibile, nella sua

opera polemica vi è una vena satirica di violenza e ferocia che era già stata di

Tertulliano. Entrambi hanno titolato tante opere con le preposizioni adversus o contra:

perpetua di Maria e anche l’ideale

1) Adversus Helvidium, che attacca la verginità

ascetico (helvidium);

2) Adversus Iovinianum, che denigrava questo ideale con una stima eccessiva del

matrimonio e disistima del digiuno;

3) Contra Joannem Hierosolymitanum ed Apologia adversus libros Rufini,

accusati di difendere e diffondere le idee di Origene, che da Girolamo fu prima

ammirato e poi rinnegato con la stessa passionalità;

definito “Dormitanzio” per aver criticato il culto dei

4) Adversus Vigilantium

martiri, la pratica delle veglie e dei digiuni, il celibato monastico.

5) Contra Luciferianos ed il Dialogus adversus Pelagianos

A parte gli specifici argomenti dibattuti, sia dottrinali che personali, questi trattati

definiscono l’attitudine profonda di protesta di Girolamo, che emerge anche il alcune

lettere apologetiche o decisamente polemiche come la lettera 61 a Vigilanzio.

L’OPERA DEL BIBLISTA: TRADUZIONI E COMMENTARI.

Girolamo fu discepolo del grammatico latino Donato ove fu iniziato alle tradizionali

minuzie del lavoro critico ed esegetico. Girolamo si dedicò alla cultura antica, a

Bethlem aprì delle piccole scuole dove spiegava Plauto ai ragazzi.

Successivamente attese alla scuola di Apollinare di Laodicea ad Antiochia e apprese

l’importanza del senso letterale delle sacre scritture, il rispetto dell’Antico testamento

e dei suoi valori specifici, infine la ricerca delle corrispondenza tipologiche tra i due

testamenti.

In seguito Girolamo scoprì anche Origene, nel corso del suo soggiorno a

Costantinopoli, ospitato da Gregorio Nazianzieno. Poi soggiorno ad Alessandria

presso Didimio il Cieco, e lavorò a Cesarea di Palestina presso la biblioteca dello

stesso Origene, conservata e ricopiata da Panfilo, Eusebio, Acacio.

Infine ebbe una piena educazione ebraica dal rabbino Baranina, assimilando la

lingua, i metodi della tradizionale esegesi giudaica, dalla halaka col suo moralismo

alla religiosa pietà dell’haggada. A questo punto egli ha acquisito una magistrale

conoscenza di tutti i metodi di critica testuale ed esegetica dei testi biblici.

Il soggiorno romano dal 382 al 385 fu per Girolaramo un primo approccio al

lavoro letterario, qui realizzò:

1) commento della visione inaugurale di Isaia per papa Damaso;

2) critica dell’opera di Reticio e prima teoria dell’esegesi;

3) revisione del Salterio romano sul testo greco dei Settanta.

Dal 385 al 391 realizza: sul testo dell’Esapla origeniana;

1) revisione del Salterio, detto Salterio gallicano,

2) traduzione delle Omelie di Origene sul Vangelo di Luca;

e all’Ecclesiaste.

3) primo commentatio continuo alla Epistole paoline

4) Comincia a correggere la Vetus Latina usando il testo ebraico, e così facendo

forgia i primi strumenti di lavoro.

Tra il 391 ed il 406 realizza la sua opera maggiore.

L’opera maggiore della sua produzione è la sua nuova traduzione latina dei 2

è un’edizione che doveva

Testamenti sugli originali semitici e greci, la Vulgata

anteriori e diventare l’edizione corrente della Chiesa

soppiantare le Veteres Latinae

Cattolica romana. L’urgenza di questo lavoro gli fu suggerita dal suo protettore

romano, papa Damaso. Quindi:

1) traduzione quasi completa della futura Vulgata;

terza versione dei Salmi sull’originale ebraico, cioè il

2) Salterio secondo gli

Ebrei;

3) moltiplica i commentari in varie forme: trattati sui profeti minori, che sono la

sua migliore opera esegetica;

4) commentario al Vangelo di Matteo;

5) omelie ai suoi monaci sui Salmi;

6) vari piccoli trattati in forma di epistola. La corrispondenza per lui è duttile

mezzo d’espressione che diviene un genere atto alla “questioni e risposte sulla

Sacra Scrittura”.

A 60 anni scriverà ancora con un ritmo che solo la controversia antipelagiana e gli

acciacchi rallenteranno:

1) Opus prophetale;

2) commentari, monumentali, ai 4 profeti maggiori, interrotti dal decesso al

capitolo 32 sull’ultimo profeta Geremia;

3) Nel 419, un anno prima della morte, commenta per il prete Cipriano il Salmo

89.

Indubbiamente l’estensione del lavoro di Girolamo stupisce, i suoi difetti sono

imputabili alle deficienze tipiche dell’esegesi antica, sia sacra che profana: miopia,

digressioni, sconnessioni; ma anche alle disuguaglianze di un lavoro spesso

frettoloso ( la traduzione dei Proverbi, dell’Ecclesiaste e del Cantico dei cantici fu

eseguita in 3 giorni!), all’uso non cauto della documentazione indiretta.

dall’allegorismo, che per lui era un gioco

In gioventù Girolamo fu sedotto

intellettuale e stilistico, poi Girolamo su convertì all’hebraica Veritas e al senso

letterale, importante è che Girolamo è equilibrato nell’attaccamento al senso

spirituale e letterale, ma anche tipologico-sintetico, perché egli era ben

consapevole dei suoi doveri di traduttore.

LO STORICO

Nel 381 durante il soggiorno di Costantinopoli, Girolamo aveva tradotto in latino i

Chronica di Eusebio di Cesarea, completandoli personalmente dal 325 al 378.

Mettendo così a disposizione de mondo latino uno strumento di riferimento che il

mondo greco già conosceva da lungo tempo.

30 anni dopo anche l’amico Rufino fece cosa simile, traducendo un’altra opera di

Eusebio la Historia ecclesiastica, completandola successivamente per incarico di

Cromazio di Aquileia, con 2 testi con i fatti avvenuti dai tempi di Costantino alla

morte di Teodosio.

Girolamo si configura come il primo storico della letteratura latina cristiana:

Destro, figlio del vescovo Paciano di Barcellona (di cui abbiamo una lettera contro il

novazianismo ed altre opere), era predetto del pretorio d’Italia, e ordinò un’opera a

Girolamo, per poter ribattere ai rimproveri dei letterati pagani contro la rusticitas dei

cristiani. L’opera in questione è la De viris illustribus, opera apologetica di 4 secoli di

letteratura cristiana, vi si legge:

“sappiamo Celso, Porfirio, Giuliano, questi cani arrabbiati contro Cristo, che pensano

che la Chiesa non ha mai avuto oratori, filosofi, coli dottori, sappiano quali uomini di

l’hanno fondata, edificata, illustrata e cessino le loro accuse sommarie di

valore

semplicità rusticana rivolta alla nostra fede, e piuttosto riconoscano la loro ignoranza.”

Nell’opera si danno molti preziosi dettagli ed informazioni, si tratta di 135 notizie

biografiche che vanno dall’apostolo Pietro allo stesso Girolamo, le prime 78 sono

riservate a scrittori greci le successive 57 concernono scrittori latini, in buona parte a

lui coevi.

LA CRITICA LETTERARIA

I giudizi estetici sui singoli scrittori, malgrado la loro imprecisione, ricordano il

proposito di fare per gli autori cristiani “ciò che Cicerone non ha sdegnato di fare per

Molte notizie ci illuminano sulla fortuna di alcuni scrittori fra i

gli oratori nel Brutus”.

contemporanei e sulle preferenze teoriche di Girolamo stilista. Ad esempio citando gli

autori spagnoli, egli loda la lingua “castigata” di Paciano o l’ “eleganza” di Gregorio

di Elvira e condanna “la lingua piena di gonfiore e ricercatezza” del betico Tiberiano.

Girolamo mostra anche una simpatia pregiudiziale per tutti i rappresentanti della

corrente ascetica, cosa che si manifesta, ad esempio, nell’indulgenza per Tertulliano,

che secondo lui fu vittima “della gelosia e degli affronti dei preti della Chiesa

romana”. è un’opera disuguale e appassionata e richiede una

In conclusione il De viris

utilizzazione prudente, come strumento di lavoro. L’opera avrà lungo seguito di

operette complementari da Gennadio a Giovanni Tritemio, per un intero millennio.

IL PITTORE DEI SUOI TEMPI

Dalla corrispondenza di Girolamo emerge una galleria di ritratti individuali e

collettivi, che ritraggono mezzo secolo di vita romana con tratti a metà tra satira ed

agiografia.

Inoltre da una interpretatio cristiana di Orazio, di Persico, di Giovenale degli stessi

cominci; prende parte nelle contestazioni romane fra pagani e cristiani. Molti punti

oscuri della storia dell’alta società romana ne ricevono una nuova luce, ed in questi

ritratti emerge uno stile molto brillante e mondano di Girolamo.

AGOSTINO DI TAGASTE, VESCOVO DI IPPONA

LA DIALETTICA AGOSTINIANA DEL TEMPO E DELL’ETERNO

“Il nostro cuore è senza pace, finchè non cominci ad aver pace in Te”, incipit delle

Confessioni che ci introduce al pensiero di Agostino e alla sua spiritualità. Egli pone

sin dall’inizio importanza ad un dialogo interiore tra Dio e il cuore, dando valore

esistenziale alla parola della Bibbia. Agostino insiste molto sull’immagine espressiva

della quiete in vita, verso la pace che si compie solo in Dio.

LE CONVERSIONI DI AGOSTINO

La biografia di Agostino ci è nota nella maniera più dettagliata, e la sua storia si

intreccia tanto alla chiesa africana quanto all’Impero cristiano.

Nato a Tagazte (in Algeria) il 13 novembre del 354, era un giovane professore di

retorica a Cartagine ai tempi del disastro di Adrianopoli (378). La carriera italiana di

professore ufficiale a Roma e poi nella capitale imperiale di Milano, coincidono con

l’usurpazione di Massimo di Gallia 383-388. A Milano avvene la sua conversione (la

scena del giardino di Milano nelle Confessioni) e fu battezzato da Ambrogio nel 386.

Ritornato in Africa, venne ordinato sacerdote e poi divenne vescovo di Ippona (Bone

in Algeria), e nello stesso anno Teodosio morendo lascia l’impero ai suoi figli

(Arcadio in Oriente e Onorio in Occidente) nel 395. Agostino nei suoi 35 anni di

episcopato lo faranno assistere al lungo calvario dell’Occidente romano, piegano da

invasioni barbariche, egli morirà ad Ippona, assediata dai Vandali nel 430.

L’opera che ci permette la comprensione del cammino spirituale di Agostino sono le

Confessioni, che è un’autobiografia spirituale ed apologetica di una complessa

stilizzazione, nell’accezione antica di un discorso di giustificazione spirituale.

del giardino narrata nell’opera, hanno lungamente fatto credere che il 386

La scena

fosse l’unico anno decisivo nella vita di Agostino, anno nel quale decise di rompere

con gli ultimi legami della sua vita passata, ma in realtà la conversione è vissuta da

lenta continuità che lo portò al battesimo l’anno seguente, come filosofo cristiano,

una

scartando lo scetticismo degli accademici e fondando una contemplazione ottimistica

dell’ordine universale, una saggezza applicata alla ricerca della felicità ancora molto

classica. Agostino battezzato si scopre come fragile, peccatore, irrimediabilmente

fallibile, e questa presa di coscienza, esplicitata nelle Conf. lascia intendere la sua

intuizione della responsabilità personale dell’uomo in ogni peccato.

LE GRANDI TAPPE DEL PENSIERO RELIGIOSO AGOSTINIANO

Il pensiero agostiniano è concreto, nel senso che è radicato nelle molteplici

vicissitudini dell’esistenza.

Egli si formò sotto l’egida filosofica dell’Hortensius ciceroniano, per poi passare

attraverso la religiosità pagana a lui coeva in tutte le sue forme:

la credenza astrologica l’attira con l’apparente razionalità, ma ben presto lo delude;

1) 9

2)la religione orientale del manicheismo gli apporta una temporanea soddisfazione

della sua esigenza di assoluto, con difficoltà teologiche inestricabili;

9 Manichesimo= religione fondata da Mani (216-277 d.C.) principe persiano che in seguito ad una

visione divina si convertì ad una stretta disciplina di vita. Mani e i primi suoi seguaci si dedicarono ad

una intensa attività missionaria, in polemica con il cristianesimo, il buddismo ed il mazdeismo.

La religione si fonda sulla concezione secondo la quale nella realtà il bene ed il male opera

costantemente come 2 principi distinti e contrapposti, quello della Luce e quello delle Tenebre. In un

3) poi la scoperta del neoplatonismo e della sua religiosità filosofica comincia,

parzialmente a soddisfare la ricerca di un Dio puro spirito. Il neoplatonismo lo scopre

grazie ai circoli milanesi, ove si accosta alla lettura diretta e indiretta di Plotino, e

ascoltando i discorsi plotinizzanti di Ambrogio, i “libri dei Platonici” gli offrono, la

fase di transazione dalla cultura filosofica alla fede cristiana.

Successivamente Agostino impiegherà un decennio, 386-396, a cancellare dal suo

pensiero religioso le vane speranza di una filosofia cristiana, che confidasse

esclusivamente nelle capacità umane senza l’apporto divino.

Poi nei 3 anni passati da Agostino nella comunità ascetica fondata dopo il ritorno a

Tagaste (388-391) e poi i 5 anni di sacerdozio che precedono il suo episcopato (396)

gli permisero di acquisire una cultura scritturistica approfondita e di equilibrare con

questo apporto la sua cultura di retore e di filosofo. Questi anni sono di produzione

letteraria intensa, in generi molto vari:

1) De libero arbitrio, ricerca filosofica;

2) De magistro, ricerca spirituale;

esposizione sintetica all’amico Romaniano;

3) De vera religione

4) trattati esegetici e polemici contro i manichei e i donatisti;

5) predicazione sulla Bibbia.

In questo pullulare di trattati, di dibattiti fittizi o reali, Agostino elabora

“situazionalmente” un pensiero vivo. Il suo proposito costante è di difendere e di

edificare la Chiesa, ma ci sarà sempre in A. una preoccupazione polemica particolare.

II PERIODO

Fino al 400, domina la polemica col manicheismo, ex manicheo lui stesso, Agostino

affronta fin dal 392 il pastore dei manichei d’Ippona, Fortunato,min un dibattito

teologico di 2 giorni presso i bagni di Sossio, in presenza del popolo: di questo

dibattito se ne conservano gli atti.

12 anni più tardi, nel 404 Agostino uscirà vittorioso dal dibattito contro il manicheo

Felice, dopo aver confutato la dottrina del vescovo della setta Fausto di Milevi in un

lungo trattato scritto dal 398 al 404.

Contro il dualismo manicheo e la sua svalutazione di tutte le realtà di questo mondo,

Agostino approfondisce il problema dell’origine del male, insiste sulla bontà naturale

della Creazione in una continua meditazione sui capitoli iniziali della Genesi.

Negli ultimi 4 libri delle Confessioni, Agostino prosegue questa riflessione anti

manichea, concludendo che il peccato è un atto deliberato della volontà umana. Ma la

forma più completa della dottrina anti-manichea di Agostino, è raggiunta nel grande

trattato di esegesi letterale di questi capitoli biblici, il De Genesis ad litteram (404-

414).

momento anteriore i 2 principi esistono separatamente; nel momento intermedio le Tenebre hanno

invaso la Lice. Mediante la “grande calamità” cioè il corpo “si ottiene il disgusto che ci spinge a

separarci dal corpo..”. Nel terzo momento, si ritorna a quello anteriore, ma ora la liberazione è definitiva

e trionfa solo la Luce. Questo nucleo dottrinale viene espresso in molte varianti di un unico mito di

liberazione dell’anima-luce dalla materialità e dalla corporeità di questo mondo fisico creato dalle

Tenebre. La morale maniche si espunge su questo mito centrale, scopo dell’uomo è di espungere l’io

divino dall’io demoniaco, e la liberazione avviene solo a patto di sacrifici gravi (no sex, digiuni e

vegetarianesimo..). Il manicheismo fu perseguitato in Persia, ma si diffuse con rapidità in molte zone

del’Asia e dell’Africa, gli scritti mani furono tradotti dall’iranico in varie lingue, tra le quali il dialetto

manicheo, varietà dell’aramaico orientale.

III PERIODO

Inizia nel 400, e la preoccupazione di Agostino è ora orientata verso lo scisma

10

donatista . La scissione paralizzava la chiesa ortodossa, screditandola, Agostino

ritorcendo contro i pensatori del donatismo le loro stesse idee (idee donatiste attinte da

S. Cipriano), riesce nel colloquio teologico del 411, seppur con molta difficoltà e con

l’appoggio imperiale, a far capitolare il donatismo. Dopo questa vittoria, Agostino, suo

malgrado, accetta l’intervento della repressione pubblica dell’episcopato africano

contro l’eresia, un intervento secolare e sanguinoso, che un secolo prima aveva

scandalizzato Martino e Ambrogio in occasione dell’eresia priscillanista.

L’eresia donatista mobilitò le energie letterarie di Agostino che gli moltiplicò contro

lettere, trattati, sermoni, colloqui, e il Psalmus abcedarius.

IV PERIODO

Dopo il 412 l’attenzione di Agostino fu rivolta alla lotta contro il naturalismo eretico

del monaco Pelagio, erede di tutti i naturalismi antichi.

Entrò in polemica, in modo marginale e tardivamente anche con l’arianesimo, in

particolare con il vescovo Massimino, un omeousiano autore di un Opus imperfectum

celebre nell’esegesi occidentale.

in Marhaeum,

Il pensiero antipelagiano di Agostino, di concentra nel De natura et gratia, opera

contro la teologia che esalta la libertà umana e che concepisce la salvezza all’uomo

grazie alle sue sole forse, senza la grazia divina. Agostino pone l’accento sulla miseria

peccatore, sulla trasmissione del peccato originale e sul ruolo

dell’uomo

preponderante della grazia nella salvezza individuale e collettiva.

Nel 430 la morte interromperà la polemica di Agostino contro il vescovo pelagiano

Giuliano d’Eclano (in Campania), realizzata nell’opera Opus imperfectum contra

Iulianum.

UN’OPERA AL SERVIZIO DEL POPOLO CRISTIANO

…Le lettere

La diocesi ove Agostino prese servizio pastorale, non era certo distesa, i pagani erano

numerosi fra la popolazione, c’erano ancora menichei, donatisti e giudei, la città di

Ippona era un microcosmo africano e corrispondeva alla situazione dell’intero

Occidente. Questo è il motivo per il quale Agostino nelle lettere e nei sermoni, rende a

dilatare corrispondenti ed ascoltatori allargando l’azione a tutte le chiese dell’Africa

“la risposta a qualcuno

romana, ma anche alla Chiesa del suo tempo e successiva:

prende subito le dimensioni di un discorso rivolto a tutti”.

10 A Ippona, come in tutta l’Africa, la comunità cristiana è divisa da ¾ di secolo, tra una Chiesa

cattolica e una Chiesa scismatica donatista, che prende il nome dal suo fondatore Donato che fu vescovo

di Cartagine. Il donatismo fiorì nel IVsec, anche dopo la morte di Donato (355), nonostante su incarico

di Costantino fu condannato nel 313, che poi, a causa di disordini e conflitti fu costretto ad accordargli

la tolleranza nel 321. Lo scisma nato quindi nel 313, era provocato dalla questione dei lapsi (in latino è

“caduti”), cioè coloro che in seguito a persecuzione, avevano ceduto abiurando o consegnando ai pagani

i libri sacri. La dottrina donatistica riteneva che il battesimo e l’ordine sacro non devono considerarsi

mesi di salvezza efficaci in se stessi, ma la loro efficacia dipende da chi li amministra. La chiesa

donatista è una chiesa di martiri, entro cui trovano posto solo i perfetti cristiani.

La chiesa donatista fu condannata anche perché dava espressione a fermenti di rivoluzione sociale e

nazionale nei confronti di Roma, soprattutto fa i cosiddetti circoncellioni, gruppo di braccianti cristiani

nomadi che sono un po’ il braccio armato del movimento.

Decisiva per la fine del donatismo fu la polemica antagonista di Ottavo di Milevi e di Agostino.

La corrispondenza agostiniana è vastissima, conta 279 lettere conservate, di cui 225 di

Agostino e datate a partire dal 386-387. Le lettere testimoniano la dispersione

geografica dei corrispondenti, così come la diversità degli ambienti e delle persone cui

essa è rivolta.

Come nelle lettere di Girolamo è difficile discernere tra una lettera ed un trattato, in

quanto nelle lettere si riflettono le scienze sacre e gli orientamenti successivi della

letteratura agostiniana come in una sorta di sintesi di tutta la sua opera agostiniana,

dalla teologia, ecclesiologia, esegesi, liturgia, morale, filosofia, dialoghi di

confutazione… Ma le lettere lasciano intravedere anche le amicizie personali,

rafforzate dalla fede condivisa, con ad esempio Nebridio, Paolino di Nola, o

Marcellino. Agostino scrive ad Emerito: “il mio desiderio ardente è quello di conoscer

l’uomo, di dialogare con lui, di utilizzare almeno la lettera che vola così lontano per

toccare lo spirito di quest’uomo, e perché egli possa toccare il mio.” La lettera è

quindi concepita non come un astratto trattato, bensì come una mutua presenza di due

anime, attente a comprendersi ed amarsi.

Le lettere sono anche un’autobiografia involontaria, che completa l’opera delle

Confessioni, presentano uno stile fluido e agile, uno stile molto diverso da quello di

Girolamo, che è ricca di brillanti sonorità.

..Sermoni

I sermoni, ancor più che le lettere, furono i mass media dell’antichità cristiana,

venivano trascritti al volo da presbiteri stenografi, e così la loro eco rimbalzava nello

spazio e nel tempo. Dopo Ilario nessuno come Agostino fu tanto cosciente

dell’importanza, come forma di catechesi, dei sermoni (Agostino se ne contano 800).

Nell’Indiculus redatto dal biografo, Possidio emerge che l’opera oratoria di Agostino

ci è giunta nelle forme in cui egli l’ha stesa o dettata:

- dettati sul vecchio e nuovo testamento, i Salmi (Enarrationes in psalmos),

ed il vangelo di Giovanni (Tractatus in Iohannem);

- insieme dei Sermoni al popolo, legati singolarmente ad occasioni liturgiche

diverse (feste martiri ecc..) o anche accadimenti di cronaca locali

(incidenti, difficoltà della comunità ecc..)

Queste raccolte, non sono, dei mosaici di mediazioni ad alta voce, il sermone

agostiniano, così come la liturgia nel quale esso si inserisce, persegue un dialogo

interiore con la “Chiesa presente” in marcia verso la città di Dio. I temi della

predicazione agostiniana nei sermoni, delineano le ferme strutture di un’antropologia

cristiana e sono:

1) Meditazione sul mistero del popolo nuovo, in una storia tra giudei e pagani in

conflitto;

2) pellegrinaggio nella speranza verso un completamento in Dio, che cmq un terra

rimane sempre fragile;

espressione dell’unità del Corpo di Cristo, vissuta nella carità che lo costituisce

3) e nel peccato che lo divide;ù

4) ammonimento alla patientia, come elemento cui una Chiesa aperta deve

ricorrere costantemente.

La lingua e lo stile dei sermoni, sono vivaci e di tono familiare, a metà strada tra il

sermo cotidianus, cioè la lingua quotidiana con la sua varietà, e la corrispondente

espressione letteraria. Agostino sfiora la lingua popolare con le ali, come in una

conversazione tra amici.

La vocazione intellettuale di Agostino era profondamente radicata, verso

l’autunno della sua vita trovò il tempo di rileggere tutta la sua opera, e di aggiungervi

2 libri di Retractationes. Aiutato dal raccoglimento della vita monastica nella domus

ecclesiae d’Ippona, Agostino passa intere giornate nella sua biblioteca “alla ricerca di

realtà divine, a dettare ciò che scopriva, o almeno a correggere ciò che aveva dettato e

lavorando giorno e notte”, come riporta il biografo

farlo trascrivere; faceva questo

Possidio.

TRE CULMINI

Agostino scrisse 3 opere fondamentali, esse si staccano dall’insieme così

considerevole dei suoi scritti come 3 culmini, e dominano 3 grandi tappe del suo

pensiero e della sua esistenza di vescovo, data la lentezza e la continuità della loro

composizione.

Al di là degli argomenti specifici delle opere, che vanno dall’esperienza spiritual,

all’analisi ontologica delle analogie trinitarie, alla meditazione sul mistero della

storia.. Agostino tenta sempre di cogliere il più chiaramente possibile le modalità e le

relazioni tra Dio e l’umanità creata a sua immagine.

1) Le Confessioni, scritte dal 397 al 401.

L’opera nel genere letterario dell’autobiografia è decisamente moderna, infatti

tradizionalmente secondo Aristotele, ogni scienza, anche la conoscenza di se

stessi, aveva per oggetto il generale (?concetto nn chiaro nel testo), quindi le

autobiografie antiche osservavano l’uomo in generale in un uomo particolare.

Ad esempio il prologo autobiografico del De Trinitate di Ilario non sfuggiva

all’impronta di questa tradizionale stilizzazione. Profondamente diversa è

invece l’esplorazione del proprio passato da parte di Agostino, per farci

rivivere la sua storia di peccatore.

nel senso di le “Testimonianze”, e vuole testimoniare la

Il titolo va inteso

grandezza di Dio, che ha fatto grazia all’uomo Agostino attraverso i suoi stessi

peccati. In questa accezione l’autobiografia, si propone di raggiungere i suoi

fini apologetici, recando l’espressione di una nuova testimonianza dell’anima

(in senso diverso da quello di Tertulliano).

Agostino analizza il concetto di durata interiore della persona nel libro IX

dell’opera, concludendo che l’esistenza spirituale appare, sul piano temporale,

come una misteriosa estensione, distensio, paragonabile a quella di una

melodia musicale.

2) Il De Trinitate, redatto tra il 404 e il 422.

Agostino qui esplora l’essere di Dio accanto all’esplorazione religiosa di se

stessi. Egli dice che Dio, “maestro interiore” illumina l’anima, e non può

essere del tutto estraneo alla struttura mentale di un uomo, un quanto Dio ha

creato l’uomo “secondo l’immagine della Trinità”. Questa ricerca delle

analogie trinitarie nell’uomo interiore, era già visibile a partire dal libro XIII

delle Confessioni, e proseguirà anche nell’opera successiva, cioè il De civitate

Dei, nel libro XI; ma questa ricerca nel De Trinitate è il nucleo del VIII al XV

libro dell’opera.

La comprensione della fede si muove ai confini della teologia razionale e della

mistica, analisi e contemplazione sondano congiuntamente il mistero. Supera la

distensio temporale che tende a frammentare la vita di un uomo tra passato e

futuro, dicendo che è possibile unire le facoltà in una unità ove attingerà in Dio

della propria “immagine” divina, a questa condizione-stato

la perfezione un

uomo non può che tendervi da quaggiù, dalla terra con la “tensione verso le

cose dell’Alto”. Conoscenza di Dio e di sé restano quindi strettamente legate.

3) De Civitate Dei dal 411-12 al 427.

Mentre scrive il De Trinitate, Agostino attende a questa nuova opera, in parte

stimolata dal sacco di Roma da parte dei Goti nel 410, che aveva causato

l’afflusso di rifugiati pagani in Africa, e le loro calunnie sulla responsabilità

dei cristiani per questa punizione degli dei pagani su Roma.

Si tratta di una summa di teologia della storia, in 22 libri. Anche qui Agostino

individua nel cuore di ogni uomo, il misterioso potere di decisione che da

di Dio. “2 amori

forma alla storia della città umana e alla città della chiesa

hanno fatto 2 città: l’amore di sé fino al disprezzo di Dio ha fatto la città

terrestre; l’amore di Dio fino al disprezzo ha fatto la città celeste”. Questa

asserzione agostiniana non intende opporre la Chiesa e l’Impero, Agostino

dice che nella città di Dio, ancora peregrinante, vi sono “uomini uniti ad

infatti

essa, che con essa non divideranno mai l’eterno destino dei santi” mentre “tra i

nostri avversari si nascondono anime predestinate”. I popoli delle due città non

sono intesi sul piano politico o sociologico, ma essenzialmente sul piano

del “cuore”.

morale-spirituale

Il giudizio di Agostino verso la storia del suo tempo, predilige l’Impero

cristiano sui secoli pagani di Roma, quindi ha delle debolezze apologetiche, ma

comunque Agostino chiama il cristiano a mostrare la sua solidarietà al di fuori

dei limiti della sua Chiesa, mostrando una attaccamento generoso ai valori

umani della città terrestre, mostrati soprattutto nel XIX libro sulla pace. Qui

emerge che secondo A. i candidati alla città di Dio sono legati dai doveri del

loro stato di cristiani, nei confronti dei fratelli umani della loro città terrestre.

LO STILISTA: UN’ARTE SENZA TEMPO

L’apporto maggiore alla prosa d’arte cristiana è di cercare egualmente nel senso

estetico del tempo. Autore del trattato De musica, Agostino è stato sempre attratto

dalla musica, l’arte più legata al tempo. Egli la percepiva con la sua visione dell’uomo

e della sua vita interiore. Le “dolci melodie delle cantilene”, in particolare quelle degli

inni ambrosiani, gli strappavano le lacrime.

I ritmi del Salmi, hanno contribuito a quella sorta di metafora musicale dello stile delle

Confessioni, ove c’è un enunziato ritmato, in cui le strutture retoriche degli stili latini

“moderni” (quello di una elocutio novella illustrata sin dal III sec. da Minucio Felice)

si dispongono in una musica interiore al nuovo enunziato.

Agostino fa incontrare gli artifici oratori con le reminescenze di una prosa d’arte

classica, e la poesia ebraica (che ha conosciuto nella versione della Vetus afra); la sua

frase è lunga, sinuosa, impressionistica, nella sua lingua nessuno scrittore era stato

capace di raggiungere un tale mimetismo biblico.

L’ESTETICA TEORICA

Le opere di Agostino trovano il loro scopo primigenio nell’essere testimonianze

cristiane, quindi in vario grado sono spontaneamente delle forme di confessio,

un’irradiazione che non esclude la diversità. La diversità dei generi letterari è stata

schizzata da Agostino schematicamente nel IV libro del De doctrina chrisitiana (426),

all’interno della quale pratica generi contrapposti:

l’eloquenza dialettica delle contese teologiche e il sermo cotidianus delle omelie del

popolo d’Ippona. L’opera va considerata come un’estetica teorica, e come fece il De

oratore di Cicerone, il De doctrina di Agostino orienterà e guiderà gli scrittori e gli

intellettuali cristiani. Si nota comunque lo scarto tra l’audacia stilistica e personale di

Agostino e il conservatorismo prudente della sua estetica teorica, ma la cosa più

è che i modelli proposti all’imitazione degli scrittori latini cristiani siano

importante

dei testi della Sacra Scrittura e resti di autori latini cristiani da Cipriano ad Ambrogio.

Questa sostituzione di modelli cristiani a modelli classici segna la fine di una lunga

evoluzione, la conversione cosciente dell’arte letteraria, di cui Cipriano era stato il

primo grande testimone.

Inoltre Agostino chiarisce che l’oratore cristiano da a cristo a coloro che lo

apprendono, in quanto la sua oratio è preghiera prima di essere dictio. Le risorse

dell’arte umana sono subordinate alla trasmissione del verbo di Dio. Agostino infatti

condanna il formalismo estetico, l’edonismo letterario.

Quindi Agostino ha il senso della bellezza, inteso come una tendenza al sublime

tutto ispirato dallo slancio dell’anima, sottende la sensibilità poetica del

cristiano

valore musicale del linguaggio, ove si riconosce il suo profondo virgilianismo.

Il De doctrina nel IV libro compare 5 anni prima della morte di Agostino, ed è il

corrispondente del trattato giovanile De pulchro et apto, prima meditazione

sull’essenza della bellezza.

LA FIORITURA DELLA POESIA DA DAMASO A PAOLINO

UNA POESIA DI SINTESI

Sotto i regni di Teodosio (378-395) e del figlio Onorio (395-423), la poesia latina

cristiana raggiunge la pienezza creatrice, con Damaso di Roma, Ambrogio di Milano,

Prudenzio di Calahorra e Paolino di Nola (3 vescovi ed il laico Prudenzio, che

comincia a scrivere dopo una carriera di alto funzionario). Il fatto che siano 3 vescovi

in quanto indica l’integrazione della poesia latina con la vita liturgica e

è significativo

spirituale della Chiesa d’Occidente. Questi autori sono inoltre contemporanei dell’età

aura della prosa latina cristiana, di cui Girolamo e Agostino sono i testimoni più

fecondi, mentre Ambrogio e Paolino sono dei notevoli scrittori in prosa in versi.

Fino ad essi 3 grandi tendenze avevano orientato lo sviluppo di una poesia latina

cristiana:

1) La liturgia sinagogale aveva trasmesso alla chiesa cristiana la tradizione di

salmi, di inni, e di canti spirituali, (ricordati nella lettera di Paolo agli Efesini).

da una lettera di Plinio sappiamo che sotto Traiano i cittadini cristiani della

Bitinia “usano cantare alternativamente, un inno a Cristo come a un Dio”.

Quindi si tratta di una poesia liturgica, i cui primi sviluppi in latino restano

oscuri, ad esempio le origini dell’indatabile Te Deum potrebbero risalire molto

indietro.

2) La poesia popolare, di carattere polemico e sommariamente dottrinale, si cui ci

da esempio le Instructiones di Commodiano.

3) La penetrazione del cristianesimo in ambienti colti aveva fatto nascere una

poesia dotta, di fattura strettamente neo-classica testimoniata nel IV secolo da

saggi di Lattanzio, di Giovenco con una poesia cripto-cristiana, o anche i

centonisti virgiliani come la matrona romana Falconia Proba, con laboriose

versificazioni ispirate a Virgy.

I PIONIERI DELL’INNOGRAFIA: ILARIO DI POITIERS E MARIO VITTORINO

La sintesi culturale nell’ambito della prosa, risultava più complessa da attuare in

ambito poetico, la tradizione della liturgia cristiana e della poesia classica risultavano

risultava complesso mantenere l’ispirazione religiosa autentica

tra loro eterogenee,

utilizzando le esigenti esecuzioni delle forme poetiche latine, inoltre la religiosità

romana classica aveva impregnato del suo sentimento la poesia virgiliana e vari odi

oraziane.

Nell’innografia cristiana (e forse ariana) in lingua greca Ilario di Poitiers sembra

essere stato un audace precursore; nel 1887 sono stati ritrovati tre inni in un

manoscritto di Arezzo e sono 3 imprese teologiche e poetiche. Questi inni cono scritti

11

uno in senari giambici , uno in gliconei e asclepiadei minori, e uno un tetrametri

11 Il senario giambico è un verso della poesia latina formato da sei metra giambici, ciascuno formato a

sua volta da un piede giambico. Derivato dal trimetro giambico greco, fu prevalentemente utilizzato nel

teatro arcaico tragico e comico, dove fu poi sostituito dal trimetro giambico latino. In epoca classica fu

adoperato da Fedro nella stesura delle sue Fabulae, per poi scomparire quasi definitivamente; è infatti

attestato solo in un passo di Apuleio e nel Ludus septem sapientium di Decimo Magno Ausonio.[1] Lo

schema metrico è il seguente: ∪

— — — — —

x | x | x | x | x | x

A differenza del trimetro giambico, il senario è formato da sei metra costituiti da un unico piede

come un verso costruito κατὰ πόδα (katà pòda).

giambico, ed è dunque definibile

trocaici catalecci. I 3 inni sono i prototipi di un’innografia cristiana colta, realizzata in

una densa lingua poetica, in un severo classicismo e nel rigore teologico, tuttavia

questo tipo di letteratura era troppo forte e complessa per la comprensione di anime

semplici, essi mancano si quella trasparenza necessaria ad un’efficace catechesi

liturgica.

Anche gli inni trinitari di Mario Vittorino , quasi coevi a quelli di Ilario, hanno

mire dottrinali ma formalmente più modesti, infatti usano una prosa ritmata che fa

pensare ai versi liberi moderni, e spesso ricorrono alla magia delle metafore o dei

ritornelli.

Agostino scritte il Psalmus abcedarius, opera contro i donatisti, scritta in versi

di 16 sillabe, ma scandite da un ritornello ossessivo, l’autore infatti ricerca dei ritmi

verbo-motori imitando le tradizioni orali millenarie, così da facilitare la

memorizzazione dei versi, la quale per altro è favorita dal fatto che ogni strofa

comincia con una lettera dell’alfabeto (di qui il titolo dell’opera). Questo salmo era

scritto in una lingua quotidiana, e dovette all’epoca essere un formidabile mass-media

di propaganda religiosa. Il Psalmus è un germoglio prezioso della poesia ritmica

destinata ad un grande avvenire medievale, in latino come nelle altre lingue romanze.

DAMASO, IL CANTORE DEI MARTIRI ROMANI

L’elogium funebre in versi, è un genere minore, ma di antiche origini romane, che

appare la prima riuscita trasformazione cristiana di una forma poetica “classica”. Papa

Damaso (morto nel 384) amico e protettore di Girolamo, scrisse epigrammi in distici

su lastre di marmo) hanno una funzione “paraliturgica”,

elegiaci (pervenutici incisi

essi infatti erano disposti sulle tombe dei più venerati martiri romani, e si propongono

un triplice fine:

1) perpetuare le gloriose imprese dei soldati di Cristo, cioè i martiri appunto;

2) orientare e suscitare anche la pietà dei pellegrini, aiutando la loro preghiera ad

esprimersi;

3) fissare una sorta di agiografia ufficiale, che andava a limitare la proliferazione

di leggende illegittime, che si moltiplicavano oralmente.

Damaso in questi elogi funebri, si ispira a Lucrezio e Virgilio, ma ne semplifica e ne

drammatizza la dimensione del supplizio; inoltre esalta la vittoria di questi eroi sulle

sofferenze e sulla morte, e propone con insistenza il loro esempio ai fedeli venuti a

venerare le loro reliquie.

Devozione e fierezza nazionale si mescolano in questa poesia epigrafica di un sapore

romanissimo, che rispecchia un tempo in cui la legge imperiale (editto di Tessalonica

380) esige sempre più dal cittadino romano la professione della fede cattolica.

Damaso ha promosso la trasformazione del vescovato di Roma in papato e del

cristianesimo religione di stato, ha anche nascita una nuova forma di poesia latina

cristiana.

LA CREAZIONE DELL’INNO AMBROSIANO

Il vescovo di Milano è l’unico poeta di questa generazione il cui nome è rimasto legato

ad una forma fissa di poesia liturgica, destinata ad n eccezionale successo per tutto il

Medioevo: l’inno ambrosiano.

Particolarmente rigide sono le regole metriche adottate, nell'utilizzo del senario giambico, da Fedro, che

si rifece alle regole della versificazione giambico-trocaica cui aggiunse alcune particolari restrizioni

supplementari e l'uso diffuso della cesura semiquinaria, raramente sostituita dalla semisettenaria.

Il successo generale e duraturo di questa tipologia si afferma sin dall’epoca dello

stesso Ambrogio, lo testimonia anche lo stesso Agostino che cita 4 anni di Ambrogio,

autenticandoli rispetto ai 15 che la critica oggi considera riconducibili ad Ambrogio.

Come gli inni ilariani, anche quelli di Ambrogio sono una risposta all’urgente bisogno

pastorale di opporre alla propaganda ariana la fede trinitaria ortodossa.

Ambrogio riesce a conciliare, nella forma semplice e quindi memorizzabile di una

strofa composta di 4 dimetri giambici, le esigenze pastorali di una innografia

veramente liturgica. “Poema cantato in lode a Dio” l’inno esigeva una formulazione

netta ed incisiva del contenuto della fede, ma anche una poesia trasparente per il

popolo cristiano. Da queste esigenze le qualità stilistiche dell’inno ambrosiano:

un gusto latino per la forma concisa e l’architettura

1) semplice;

l’equilibrio dinamico fra l’eleganza discorsiva e l’autonomia del verso;

2) il rispetto per la prosodia classica e l’eliminazione degli iati e delle sinalefi

3)

Questi elementi rendono fluida e piena l’opera letteraria, che quindi risulta

riuscita, e Agostino ricorda che grazie ad essa “i fratelli cantavano

perfettamente

entusiasticamente insieme nell’unione delle voci e dei cuori”.

Gli inni autentici di Ambrogio, sono stati concepiti per inserirsi naturalmente nella

liturgia, sia nella preghiera liturgia delle ore quotidiane (mattino, terza e vespro

momenti ereditati dalla preghiera giudaica), sia nelle feste maggiori come Natale e

Paqua, o l’anniversario dei martiri.

Dal punto di vista letterario l’inno ambrosiano nella bella unità e nella finezza della

sua lingua e del suo metro, appare una creazione latina originale, un metro breve e

leggero ma potentemente ritmato come quello giambico, esprimeva la grandezza di

Dio, trascendente e vicino ad un tempo.

PRUDENZIO: L’APOGEO DELLA LIRICA CRISTIANA

Prudenzio di Calahorra, sull’alto Ebro, fu consigliere privato del’imperatore Teodosio,

e giunto all’età del ritiro dai pubblici uffici egli cominciò agli inizi del V secolo, una

vita nuova avviando una carriera poetica tanto feconda quanto varia. Una conversione

tardiva quella di Prudenzio che pellegrinò anche a Roma presso le tombe dei martiri,

egli disse: “che la mia voce celebri Dio, poiché la mia anima non può farlo con i suoi

meriti”. Egli aveva un progetto innodico di celebrazione divina, nonostante la varietà

dei generi affrontati siamo ad una poesia definita dal suo lirismo religioso.

Prudenzio nel suo disegno letterario apporta una vasta cultura, sia poetica che biblica,

nelle sue opere troviamo:

- ingegnosità seducente delle operette profane di Ausonio di Bourdeaux, a

lui ben note;

- il vigore epico e la retorica che allora animavano la poesia di corte di

Claudiano d’Alessandria.

- la sincerità, tutta personale, di una autentico fervore religioso, e

l’immaginazione viva ed emozionale.

Nella poesia di Prudenzio si parla della bellezza della natura, delle grandi scene dei

testamenti, della vita trinitaria, degli scandali del paganesimo, e ogni materia ha

virioni cangianti caratterizzate da lirismo, epica e drammaticità.

dell’opera d’arte e dipinse con i suoi versi i

Egli credeva nel fascino della descrizione

mosaici e gli affreschi presso le tombe dei martiri nei battisteri e nelle basiliche di

Roma. Compose anche brevi leggende in versi alcuni dei quali furono riportati ai

piedi di qualche mosaico di S. Maria Maggiore.

La cronologia delle opere di Pudenziano resta ancora incerta.

1) Cathemerinon, ordinamento di inni che segue la liturgia delle ore e dei giorni.

6 preghiere liriche corrispondono alle ore del giorno, dal canto del gallo a l

dal digiuno quaresimale all’Epifania.

sonno; altre 6 vanno

Oltre a queste preghiere con lode vi sono odi spirituali scritte in metri diversi,

generalmente brevi e leggeri: dimetro giambico ambrosiano, strofa saffica

oraziana, ritmo marziale del tetrametro trocaico catalettico. La varietà delle

scelte formali, delle diverse risonanze poetiche mostra la duplice aderenza sia

alla poesia latina classica sia alla lirica cristiana.

In Prudenziano c’è indubbiamente meno rigore liturgico che in Ambrogio e

meno profondità teologica che in Ilario..

2) Peristephanon e la Psychomachia sono opere che mostrano il debole di

Prudenzio per la grandezza eroica, esse magnificano le forme più alte della

spiritualità cristiana, il culto dei martiri e l’ideale ascetico del combattimento

interiore. La trasposizione poetica di questi temi comporta un ricorso a tutte le

risorse della tradizione epica: scontri tra martiri, giudici, carnefici e

combattimenti allegorici tra i vizi e le virtù. Questi diverranno archetipi che

informeranno anche l’immaginazione di poeti e scultori medievali, collegando

i valori dell’eroismo tra antichità e Medioevo.

Nella Psychomachia Prudenziano usa un ricco allegorismo, che riguarda la

chiesa e l’economia della salvezza come le vicissitudini del destino

morale di oggi… A parte l’intreccio decorativo e

individuale, o la lotta

drammatico è già una comoedia sacra del destino umano.

3) Apotheosis e Hamartigenia sono opere dai temi dottrinali apparentemente

anacronistici; i 2 libri del Contra Symmachum sono attacchi apologetici contro

l’ultimo capo famoso del partito pagano al senato (già ambrogio vi si era

scagliato contro).

Egli attacca esplicitamente le eresie del suo tempo e le ultime vive forme del

paganesimo, e la poesia didattica e polemica tende a garantire la sopravvivenza

medievale di questi generi letterari nel medioevo.

PAOLINO, IL CANTORE DI SAN FELICE

Diversa dall’arte Pudenziana, la parola di paolino è più moderna per impressionismo

ed espressionismo, una poesia ordinata, studiata e sorridente. si convertì all’ascetismo

Paolino di Bourdeaux figlio di buona famiglia, nel 392-93

monastico, e distribuì poi la sua fortuna agli indigenti, fu discepolo prediletto del

compatriota Ausonio, e divenne vescovo di Nola e cantore dei miracoli di san Felice.

Prudenzio ne ammirava la fede zelante.

La poesia di Paolino è meno contorta della corrispondenza, che però fu il mezzo

espressivo prediletto, e la poesia, comporta ancora alcune composizioni di circostanza,

che cristianizzano l’usanza dei letterati di abbellire con delicati versetti perfino le più

piccole vicende della vita.

Alcune opere di Paolino ricordano quelle di Ausonio, e presentano accenti di

commovente calore, lentezza dei paragrafi scritturistici e monotonia dei temi

convenuti: 12

l’epitalamio

1) cristiano composto da Paolino;

12 L'epitalamio è un canto nuziale, un sottogenere lirico greco imitato più tardi dai Romani, destinato a

celebrare in versi un matrimonio, presso la camera degl sposi. Originariamente, nella Grecia arcaica, si

la sua poesia d’addio (Propempticon)

2) a Niceta di Remesiana (autore ritenuto a

lungo ed erroneamente autore del Te Deum);

3) la Consolatio elegiaca sulla morte di suo figlio Celso.

Più originali risultano le poesie consacrate a celebrare ogni 14 gennaio la festa

patronale di San Felice, presso la cui tomba Paolino si era ritirato con la moglie

Terazia. Paolino (prima dei racconti dei Dialoghi di Gregorio Magno) abbandona gli

ornamenti della poesia mondana per lasciare alla religiosità popolare la celebrazione

dei miracoli di S.Felice. C’è un folklore cristiano che diviene strumento poetico:

- vita quotidiana del contadiname campano;

- poesia delle cose e delle ore;

- arte di raccontare sia in chiave drammatica che umoristica.

In questo senso Paolino con la poesia in versi fa come Sulpicio Severo faceva in prosa

celebrando S.Martino, e come lui ha elementi in comune con Ausonio:

usando tratti maliziosi, amplificazione, alessandrinismo descrittivo.

Paolino come Prudenzio tenta di superare la routine della sua cultura per

inventare accenti nuovi, ma Paolino ha intuizioni poetiche più profonde ma una parola

meno folgorante e più facile che Prudenzio. Paolino non raggiunge la ricchezza

simbolica, la novità inventiva delle poesie prudenziane.

In meno di 50 anni, soprattutto per merito di Ambrogio e di Prudenzio, i

cristiani hanno raccolto e rinnovato nei generi più diversi l’eredità della poesia latina,

affidando così al Medioevo le tradizioni di una poesia originale, al cui varietà e

fecondità si afferma già dai secoli successivi.

basò sulla ripetizione di un'invocazione religiosa, Imen o Imeneo, che poi infatti rimase nel ritornello

delle varie strofe dei canti composti nelle epoche successive.Non sono sopravvissuti nel tempo esempi

di epitalami né dell'età antica greca né di quella classica, ad eccezione di quello di Saffo (VII secolo

a.C.) composto per celebrare le nozze di Ettore e Andromaca, di argomento letterario e mitico.

Composero celebri epitalami, oltre a Saffo, Callimaco e Teocrito, del quale ci è pervenuto interamente

quello dedicato alle nozze di Menelao ed Elena. Per quanto riguarda i costumi dell'antica Roma,

abbiamo documenti degli epitalami di Gaio Valerio Catullo, tra i quali quello di tipo alessandrino per le

nozze di Peleo e Tetide. Oltre a questi epitalami, anche quelli di Claudiano e di Ausonio ispirarono i

poeti delle epoche seguenti. Dopo il Medioevo, questo genere fu ripreso come altri generi classici

durante il Rinascimento.Oltre al Tasso e al Marino, si ricordano epitalami famosi composti da Savioli e

a Parini.L'epitalamio è anche usato per celebrare lauree e persino compleanni.

Etimologia

Epitalamio è una parola composta, dal greco 'Epi', dinnanzi, presso e 'Thalamion', forma aggettivale di

'Thalamos', cioè letto nuziale LA CRISI DEL V SECOLO

E L’ESTREMO SPLENDORE DELLA ROMANIA IMPERIALE

Nel V secolo l’impero cristiano d’Occidente si paralizza gradualmente sempre di più,

fino alla deposizione di Romolo Augustolo da parte di Odoacre nel 476.

Fra le principali tappe di questa storia e le date delle grandi opere letterarie del secolo

appaiono suggestivi scarti e discordanze. I 50 anni più brillanti della letteratura latina

vede l’apogeo dell’opera agostiniana coincidere con l’invasione del 406 e del

cristiana

409, così come il De civita dei coincide con il sacco di Roma del 410…

La fedeltà alla trasmissione della cultura antica si accompagna in alcuni alla volontà di

dare spazio ai problemi del proprio tempo.

….

I FATTORI DI MUTAMENTO

A seguito delle invasioni barbariche si ha un improvviso abbassamento del tenore di

vita materiale ed intellettuale, distruzioni delle biblioteche pubbliche e private, una

dispersione dell’elite colta, un regresso nelle istituzioni scolastiche pubbliche. In

corrispondenza a ciò i vescovi e le comunità monastiche assumono in maniera

crescente delle funzioni suppletive sia politiche che culturali. La cultura si clericalizza

sempre di più, un evoluzione che però varia a seconda delle regioni e delle resistenze

pagane o eretiche. Il paganesimo colto scompare rapidamente, scompare anche il culto

delle Muse che per lungo tempo aveva mantenuto alto il rispetto religioso dei valori e

delle forme della latinità classica, tuttavia nel clero resiste a lungo una duplice cultura.

L’osmosi tra monasteri e vescovati si accentua sotto l’impulso di grandi maestri

spirituali come Giovanni Cassiano di Marsiglia, e si irradia in tutto il secolo che

precede la redazione della regola benedettina e ispira monasteri come Lèrins, che

diventeranno vivai di futuri vescovi.

L’Occidente tende a frammentarsi fra i suoi vincitori, ad esempio la Gallia è invasa da

burgundi, visigoti e franchi, questa interna eterogeneità si coglierà nella cultura e nello

stile dei testi, l’affiorare della lingua parlata sotto la lingua scritta tenderà a modificare

anche la lingua. Questi elementi danno vita alla bipolarità nell’estetica letteraria, ove si

oppongono gli oratori sacri ai predicatori populisti.

LO SPLENDORE, RELATIVO ALLA GALLIA

La Gallia romana per quanto si riduca durante il V secolo, è la regione che conosce in

questo momento la più feconda attività letteraria di tutto l’Occidente. Ciò si deve

anche al fatto che accolse molti “rifugiate” in quanto ultima isola di romanità e pace,

giungono così a Marsiglia il trevirese Salviano e lo scita Giovanni Cassiano,

dall’Africa viene Giuliano Pomerio, che alla fine del secolo darà l’ultimo

insegnamento alla Gallia romana; ove ancora risuona la questione pelagiana difese da

Prospero d’Aquitania.

Le personalità dominanti:

1) Giovanni Cassiano, abate di San Vittore di Marsiglia, alta personalità spirituale

e letteraria.

Nelle 24 Collationes, realizza la sintesi della sua triplice esperienza con i

d’Egitto, con il monachesimo greco e il locale monachesimo

monaci copti

gallo-romano. La lingua trasparente è imparentata ai moralisti latini, ed è al

servizio di una raffinata psicologia interiore.

Il De institutis coenobiorum è un manuale più tecnico, ma insieme alle

Collationes saranno dei duraturi modelli per la spiritualità monastica

occidentale, tanto che se ne ritrova l’influsso in Italia nella regola benedettina

ma anche in Spagna in Isidoro di Siviglia.

comunità da lui fondata nell’isola di Lèrins

2) Onorato e la (Cannes). Questa

scuola ascetica sembra che abbia avuto a disposizione una bella biblioteca e

che non si sia vergognata della sua cultura profana. Da qui sono usciti molti

abati, vescovi e laici, che hanno avuto un ruolo di primissimo piano nella

Chiesa gallo-romana ed hanno illustrato le lettere latine lungo tutto il corso del

secolo.

Vincenzo di Lerins è rimasto celebre per il sommario di dottrina cristiana che

ha scritto col modesto titolo di Commonitorium contro gli eretici, poco dopo il

Concilio di Efeso nel 431, ed è rimasta importante la sua definizione della fede

molto forte: “cio che è stato creduto dovunque, sempre e da tutti, ecco in verità

ciò che è veramente e propriamente cattolico”.

3) Salviano di Marsiglia uno di quegli autori che rimane attento alle miserie

materiali, morali e spirituali del secolo delle invasioni, si tratta di una

letteratura da esame da coscienza, che ricorre a generi e mezzi espressivi

diversi, come ad esempio le poesie autobiografiche di Paolino di Bèziers e di

Paolino di Pella.

Salviano di Marsiglia scrisse le prediche Ad Ecclesiam e De gubernatione Dei,

che difende la provvidenza e pone dinanzi le sue responsabilità una società

dissoluta: la violenza dei suoi anatemi oratori sa ancora di grande eloquenza, e

da testimonianza di fatti avvenuti durante l’invasione.

4) Sidonio Apollinare, lionese nato nel 430 da una grande famiglia senatoria, fu

genero e panegirista di uno degli ultimi imperatori e morì nel 486 vescovo di

un’esistenza movimentatissima.

Clermont-Ferrand, dopo

I suoi versi e la sua prosa riflettono l’immagine contraddittoria di una Gallia, in

cui i Romani e invasori tentano una convivenza difficile. La lingua e lo stile

sono raffinatissimi, ed egli nei secoli a venire sarà considerato uno dei maestri

della letteratura.

L’Aquitania in questo secolo e sotto il re visigotico di Tolosa, una terra ove non

scompaiono le grandi tradizioni del secolo di Ausonio e Sulpicio Severo.

5) Giuliano Pomerio nato in Mauretania ma ordinato prete in Gallia, scrisse:

De vita contemplativa scrive 3 libri di una prosa do viziosamente oratoria,

De animae natura un dialogo che difende le idee ormai obsolete di Tertulliano,

in cui l’anima è considerata materiale.

6) Claudiano Mamerto, fratello del vescovo di Vienne rivendicò la immaterialità

dell’anima nei 3 libri del suo De statu animae, di ispirazione neo-platonica,

dimostrando che sussiste ancora una cultura poetica e retorica ancora raffinate

e che resiste ancora una cultura filosofica.

7) Fausto di Riez, leriniano che riprende nei suoi trattati e nelle sue lettere i temi

dottrinali e pastorali della tradizione provenzale, sia contro il predestino

agostiniano che contro le eresie ariana e macedoniana. A questo autore si

restituiscono anche una serie di omelie gallo-romane tradizionalmente

attribuite a Eusebio di Emesa. a completamento dell’opera

8) Gennadio di Marsiglia scrisse De viris illustribus

di Girolamo; in esametri epici l’inizio

Avito di Vienne vescovo che scrive della Genesi, il

diluvio, il passaggio sul Mar Ross, l’elogio della verginità e la storia di Giona;

Cesario di Arles confratello di Avito, dopo la visione giovanile di un serpente

che esce da un libro profano sceglie il cristianesimo e scrisse i Sermones,ormai

adattati alla rusticità materiale e morale degli ascoltatori arlesiani, segnano

l’inizio di una nuova era, essi ci paiono come il manifesto di una rivoluzione

estetica, che apre le porte alla lingua volgare d’uso nell’eloquenza sacra.

Costanzo di Lione scrive varie biografie monastiche in uno stile non così

basso, alla fine del V secolo: le Vite dei Padri del Giura e la Vita di s.

Germano d’Auxerre.

GLI ULTIMI SPLENDORI DELL’AFRICA VANDALICA E BIZANTINA

I cristiani d’Africa tra 430 e 533 sono crudelmente perseguitati dai Vandali ariani:

1) Vittore di Vita racconta questa persecuzione nella Historia persecutionis

Grazie a questa persecuzione la cultura dell’Africa

Africane porvinciae.

agostiniana si diffuse a seguito della cacciata di intellettuali e preti che

giunsero in sardegna, sud italia, provenza e levante spagnolo.

2) Fulgenzio di Ruspe e Virgilio di Tapso vescovi che nella seconda parte del V

secolo danno ripresa all’attività letteraria religiosa, difendendo la cristologia

cattolica contro l’arianesimo, l’agostinianismo.

Ruspe fu grammatico e mitografo prima di divenire presbitero e vescovo di

Ruspe, fu molto prolifico:

colloquio teologico col re Trasamondo; molteplici trattati contro diversi ariani

e contro Fausto di Riez; lettere di consolazione e ascetiche; sermoni.

Alla vigilia dell’invasione araba, le lettere cristiane nell’Africa bizantina legano

l’eredità europea dell’Alto Medioevo con 4 opere importanti:

manuale scritto dall’alto funzionario bizantino

1) Instituta regolari divinae legis,

Giunilio;

2) Commentaria in Apocalypsim di Primasio di Adrumeto;

3) 2 opere in esametri di Verecondo di Junca, il De resurrectione mortuorum et

de iudicio Domini e De satisfactione paenitentiae, ammirati da Isidoro di

Siviglia. Questa letteratura è molto tecnica .

Altro autore è:

1) Blossio Emilio Draconzio, che con le suppliche in versi della Satisfactio e della

Laudes Dei ottenne la grazie del re dla fondo della prigione; successivamente

compose delle declamazioni in versi dai temi mitologici i Romulea e un Orestis

tragoedia, che traspone in un racconto poematico continuo la storia del figlio di

Agamennone. La sua cultura poetica non gli imperì di brillare come scrittore

immaginifico, qualità apprezzabile nel Laudes Dei.

Anthologia Latina, fu compilata a Cartagine agli inizi del IV secolo, ed include un

libro di epigrammi di Lussorio e indovinelli di Sinfosio; qui le poesie di ispirazione

cristiana sono un’eccezione in mezzo a molte composizioni frivole e sofisticate nelle

quali vive un’ultima fiammata la tradizione ellenistica dell’epigramma.

L’ITALIA: IL SECOLO DI LEONE MAGNO

L’Italia tragicamente provata dalle devastazioni visigotiche, poi vandaliche

l’instabilità politica e la crescente insicurezza…non ha una brillante vita letteraria,

paragonabile a quella della Provenza contemporanea.

Al centro della situazione storica, ma anche letteraria c’è Leone Magno papa dal 440

al 461, che merita il suo appellativo sia per l’opera letteraria che per la sua autorità

personale. La Roma cristiana trova in questo toscano il suo ultimo prosatore classico,

Leone come scrittore è lo specchio dell’uomo d’azione che ha fatto indietreggiare

Attila, è incisivo, efficace, maestoso nelle lettere come nei sermoni. La chiarezza della

sua lingua pura, l’eleganza e la musicalità del suo stile danno la più alta idea della sua

cultura, tuttavia la sua formazione letteraria per noi rimane un mistero, ma è probabile

che la sua arte di parlare e di scrivere debba molto alle tradizioni della cancelleria

papale, erede della cancelleria imperiale.

In questo periodo è redatta la liturgia romana, lo testimonia il titolo ed il contenuto del

Sacramentario leoniano, ma anche un certo numero di brani autentici di san Leone che

compaiono nella raccolta.

Sedulio è poeta cristiano contemporaneo e compatriota di Leone Magno, ed insieme a

Pundenzio sarà il più letto ed imitato fra i poeti del V secolo.

Nel Pashale carmen in 4 libri, riprendono amplificandolo il disegno di una

nell’Antica Alleanza;

trasposizione epica della Sacra Scrittura: mirabilia Dei vita di

Gesù dall’Annunciazione all’insegnamento del Pater; miracoli di Cristo; Passione,

resurrezione, ascensione. Il nucleo dell’opera e da rinvenire nel mistero pasquale che

occupa materialmente l’ultimo canto.

Sedulio nutritosi alle fonti della poesia classica (Virgilio, Ovidio, Lucano) e tardo

antica (Giovenco, Pudenzio, Paolino Ausonio e Claudiano), tratta la sua materia con

molta libertà creatrice, egli ha ancora il senso tutto alessandrino del quadretto spinto

fino all’espressionismo.

Il proposito didattico sostenuto nella prefazione in prosa, non gli impedisce

d’infondere nelle descrizioni un lirismo sincero e di sospendere talvolta il corso del

racconto epico per salutare la Madre di Dio, in versi poi adottati dalla liturgia cattolica.

A solis ortus cardine è un inno di tipo ambrosiano che gli ha conquistato

l’ammirazione dei cattolici e dei protestanti in quanto una parte di esso fu tradotto

dallo stesso Lutero in tedesco.

Con Sedulio e Leono l’Italia ha salvato il suo onore letterario, in uno dei secoli più

cupi della storia.

LE RINASCITE PENINSULARI DEL VI E DEL VII SECOLO:

LA FIORITURA OSTROGOTICA E VISIGOTICA

Nell’Italia dei primi decenni del VI secolo e poi nella Spagna dalla fine del VI agli

inizi del VIII secolo, vi furono due rinascite grazie alla personalità di Gregorio Magno

che raccorda Ravenna e Toledo tramite la sua amicizia con Leandro di Siviglia.

LA RINASCITA OSTROGOTICA

Al termine di un secolo di incertezze e di disordini, il regno di Teodorico in Grande si

identifica con una prima rinascita, la sede imperiale era a Ravenna, e qui egli innalzò

monumenti e restaurò preesistenze, si circonda di lettera rati, tutto per ripristinare i

fasti del’antica Roma. Nei 33 anni in cui l’Italia ritrova la pace sotto la sovranità del re

ostrogoto, 3 grandi figura differenti tra loro fanno rinascere lo splendore delle lettere

latine: Ennodio, Boezio e Cassiodoro.

nato ad Arles ma educato nell’Italia del nord egli muore vescovo

1) Ennodio,

di Pavia nel 521. Le sue opere, eterogenee, scritte in un latino prezioso fino

all’ermetismo, erede dell’estetica di Sidonio Apollinare, successore di

Simmaco e di Macrobio piuttosto che di uno scrittore cristiano.

Egli ha moltiplicato i piccoli versi mondani e talvolta indecenti, le lettere

anfiguriche di cortesia, gli esempi-tipo di declamazioni (dictiones).

- Paraenesis didascalica si tratta di una esortazione pedagogica ove si

riflette la sua concezione di una cultura sottomessa alla supremazia

retorica.

Documenti storici oltre che letterari le 4 opere più interessanti sono più o

meno riconducibili ai generi biografici:

- Panegirico di Teodorico gesto di riappacificazione della chiesa cattolica

col re ariano di Ravenna Teodorico.

- Vita di Antonio, eremita del lago di Como , e Vita di Epifanio di Pavia

vescovo, si richiamano rispettivamente alla biografia acetica, diffusa in

Occidente dalla traduzione rufina delle Vitae patrum, e al genere letterario

più romano della laudatio funebris.

- Confessio autobiografica, la quale è solo un debole riflesso delle

agostiniane, ed il proposito espresso dall’autore di abbandonare

confessioni

la gloria poetica non può essere che guardato con sospetto.

Ennodio fu epigono della cultura romana tardo antica e doveva essere

molto apprezzato nel Medioevo come maestro del bello stile.

fu retore e filosofo. Boezio per l’ultima volta

2) Manlio Severino Boezio,

riapre all’Occidente le fonti vive della filosofia greca. Rientrato ad

Alessandria, dove Ammonio Erminia lo aveva istruito sul neoplatonismo di

Proclo, egli qui concepisce una serie si opere che intendevano restaurare la

cultura filosofica in lingua latina. Boezio va oltre Agostino che si era

accontentato di progettare una serie di manuali “enciclopedici”, ma ha

l’ambizione di tradurre in lingua romana tutta l’opera di Aristotele e di

redigerne i commentari latini e di fare lo stesso con l’opera di Platone. Egli

ha realizzato la traduzione di:

-Analitici e dei Topici, i commentari alle Categorie e al De interpretazione,

ma anche a numerosi piccoli altri opuscoli.

Boezio fu arrestato nel 522, perché implicato nei complotti del basileus

Giustino contro Teodorico, così nel 524 fu decapitato con l’avvenire della

filosofia occidentale. A questa tragedia si deve l’ultimo capolavoro

filosofico dell’antichità:

-De consolazione philosophiae, che Boezio scrisse in prigione per rivolgere

all’antica. L’autore usa il vecchio artificio

a se stesso una consolatio

letterario con cui presenta l’apparizione manierata del personaggio della

Filosofia al suo capezzale, ma la grandezza dell’opera emerge dalla

meditazione metafisica impregnata di tutta la gravità di una meditatio

mortis. Si compone di 5 libri che sintetizzano in un pensiero filosofico

l’insegnamento ricevuto da Boezio ad Alessandria, ove emerge

Provvidenza, destino, caso e libertà umana; un testamento intellettuale e

spirituale ove il filosofo latino usa una mescolanza di prosa e di versi

secondo l’antica tradizione romana della satira menippea.

Boezio confronta cristianesimo e neoplatonismo cristianizzato,

quest’opera avrà grande eco

prefigurando al pensiero medievale,

orientando il pensiero successivo verso la dialettica, inoltre l’Aristotele che

il medioevo conoscerà sarà l’Aristotele tradotto da Boezio, prima che 7

secoli dopo ci siano traduttori arabi.

3) Flavio Magno Aurelio Cassiodoro, romano e senatore ha inventato nuove

dorme letterarie ascetiche di otium, ritirandosi alla fine nelle sue terre per

condurvi una vita nuova di tipo monastico e medievale. Anche la sua

carriera letteraria e politica comincia durante il regno di Teodorico, nel 514

fu console, e continuò ad assumere alte cariche anche dopo la morte di

Teodorico.

Fu redattore di rescritti imperiali, e perpetua nelle Variae le tradizioni della

cancelleria imperiale. Ma egli durante la prima parte della sua vita fu uno

storico dei sui tempi con il Chronicon, che risaliva come quello di

Girolamo alle origini del mondo; anche storico dei Goti in una Historia

Gothorum si cui ci perviene solo un sommario; storico della propria

famiglia nell’Ordo generis Cassiodorum.

Il piccolo trattato De anima, forma una sorta di appendice alle Variae ed è

ispirato alla Bibbia, ad Agostino e a Claudiano Mamerto.

Nel 540 scoraggiato dal genocidio dei bizantini contro i Goti, Cassiodoro si

ritira in Calabria nelle terre di Vivarium, dove trasforma la villa in un

monastero privato. Qui egli condusse una intensa attività letteraria, volta

alla conservazione monastica della cultura antica, quindi fece copiare

manoscritti di ogni sorta, redige trattati di ortografia e di storia, un

compendio della arti liberali e di delle scienze sacre in 2 libri di

Institutiones divinarum ed saecularium litterarum, ispirate soprattutto alle

grandi opere del IV secolo cristiano.

BENEDETTO E GREGORIO MAGNO

Dopo il saggio della Regula magistri, redatta a Roma nel corso dei primi anni del VI

secolo, il monachesimo occidentale afferma l’originalità del suo stile di vita nell’opera

magna di Benedetto da Norcia, eremita di Subiaco prima di diventare abate di

Montecassino (muore nel 547). Egli scrisse la Regula Benedicti che resta il modello

per eccellenza di quel particolare genere letterario che il mondo latino aveva

conosciuto per la prima volta con la Regola egizia di Pacomio; la regola di benedetto

era densa e discreta, flessibile nella regola comunitaria che propone, con una lingua

precisa più parlata che scritta.

Gregorio Magno, che il contemporaneo Liciniano di Cartagena unisce ad Ambrogio,

Girolamo ed Agostino per formare il quartetto dei padri della chiesa, nacque in una

famiglia dell’aristocrazia romana, ricevendo una formazione letteraria a Roma ove

potè servirsi della ricca biblioteca formata dal papa Agapito con l’aiuto di Cassiodoro,

situata nei pressi della sua dimora sul Celio.

Gregorio divenne pretore, poi si fece monaco e divenne abate nel 590, anno nel quale

rinunciò alla sua vocazione contemplativa per assumersi le responsabilità dei suoi 14

anni di pontificato. La parola e la penna sono per Gregorio strumenti privilegiati di

azione pastorale, secondo la tradizione di Cipriano e Agostino (uno dei suoi autori

prediletti). Dedicò ai monaci le opere:

- Homiliae in Ezechielem; Moralia in Job una delle opere più lette del

medioevo, entrambe le opere si rifanno ai generi letterari dell’esegesi

allegorica e della conferenza monastica; i Moralia usano una prosa lenta,

sinuosa e mistica, ma non rinuncia alla rima e ai membri paralleli,

collegabili.

- Regula pastoralis che fissa ai scerdoti i doveri del loro impegno, usando i

precetti oratori della retorica antica.

- Omelie sul Vangelo; De vita et miracoli patrum Italicorum opere che si

rivolgono al popolo cristiano. Il De vita ricorda i Dialoghi di Sulpicio

Severo e le Vitae Patrum tradotte da Rufino, lo scopo di Gregorio è di

mostrare che le meraviglie di Dio si manifestano nell’Italia del VI secolo

come nell’Egitto dei monaci del buon tempo antico.

Questa agiografia stilizzata prelude ad alcuni risultati della Leggenda

aurea.

Con Gregorio l’Italia e la Spagna visigoti hanno scambi culturali, Gregorio dedica i

Moralia a Leandro di Siviglia; alcuni distici delle biblioteche romane e i Versus in

di Isidoro di Siviglia confermano l’importanza di questi scambi nella

biblioteca

rinascita che si avvia proprio con i fratelli sivigliani di Leandro e Isidoro.

LA SPAGNA NEL V E VI SECOLO

Agli inizi del V secolo la spagna era provata dalla grande invasione, ma aveva avuto

uno storico ed originale teologo della storia con il galiziano Paolo Orosio, discepolo

infedele di sant’Agostino. Scrisse:

che contrappongono l’illusoria felicità dei tempora

-Historie adversus paganos, le sciagure dell’antichità, attraverso

cristiana a un cupo quadro di tutte un

provvidenzialismo semplificato, la fine del VII e ultimo libro porta testimonianza viva

delle movimentate vicende dei primi decenni del V secolo.

Nel V secolo la Spagna fu trascinata nella risacca delle bande vandaliche, alane,

visigotiche e sveve, e produsse una letteratura teologica molto povera contro gli

strascichi dell’eresia priscillianista-

Dopo il cupo racconto Chronicon del vescovo Idazio di Chaves, che chiuse nel 469 il

racconto delle guerre crudeli con cui i barbari occupavano la Spagna, si dovette

attendere la reggenza di Teodorico in Spagna (511-526) per vedervi riapparire la


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flaviael

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Corso di laurea: Corso di laurea in lettere classiche
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura cristiana antica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Pollastri Alessandra.

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