Il Novecento
La letteratura italiana nel Novecento è fortemente influenzata, più ancora che in altri secoli, da fattori storico-politici e socioculturali in genere. Sul primo versante, per esempio, non si può sottovalutare che, durante il ventennio fascista (1922-1943), la libera circolazione delle idee è stata impedita o fortemente limitata, e che perciò il dibattito letterario è stato fortemente condizionato, e tornato in primo piano alla fine della seconda guerra mondiale, con una massiccia adesione degli scrittori alle ideologie di sinistra. Sul versante socioculturale, la grande influenza del filosofo e critico Benedetto Croce, tra i pochissimi intellettuali a rimanere indipendente dal fascismo, fece sì che la critica accademica non si aprisse a stimoli provenienti da altri paesi europei. Tuttavia si deve sottolineare che anche sotto il regime fascista rimase vivace l’interesse per il confronto letterario, grazie soprattutto alle riviste fiorentine, come Solaria, alla quale collaboravano autori quali Eugenio Montale o Carlo Emilio Gadda.
Tra i caratteri fondamentali del Novecento letterario italiano è, innanzitutto, fondamentale l’interazione fra la lingua nazionale e i dialetti, ovvero le vivacissime lingue legate alle tante realtà socioculturali della nazione. Questa interazione portò spesso all’uso di un bilinguismo, bene evidente per esempio in molti poeti del primo novecento. Dalla seconda metà del secolo, però, la scelta dei dialetti risulta soprattutto difensiva o per opposizione contro la massificazione e poi la globalizzazione, come nel caso di Pasolini. L’intersezione dei dialetti diventa, nel secondo Novecento, molto più affine al pluringuismo colto, e basato magari sul rapporto anche con lingue morte. Un’altra caratteristica della nostra letteratura è la notevole divaricazione tra il destino della poesia e quello della narrativa: mentre la prima è senz’altro dotata di una propria tradizione, la seconda appare continuamente rinnovata e di fatto azzerata.
Varie forme dell’avanguardia
Introduzione
All’inizio del 900, più precisamente nel 1903, escono due opere che in un certo senso chiudono la fase ottocentesca della nostra lirica: si tratta dei Canti di Castelvecchio di Pascoli e di Alcyone, terzo e più importante libro di d’Annunzio. L’attraversamento del modello dannunziano è iniziato nel 1903 quando cominciano ad uscire le prime raccolte dei poeti crepuscolari: questi si rifacevano a modelli tardo realistici italiani e soprattutto a simbolisti franco-belgi.
All’inizio del secolo esplodono a livello europeo le cosiddette avanguardie, movimenti artistici che intendono rompere definitivamente i ponti con le forme più tradizionali della letteratura. Tra i maggiori movimenti d’avanguardia, sia in campo artistico che letterario, sono il dadaismo con Marcel Duchamp; la pittura volutamente deformata di Picasso e in generale del Cubismo; l’espressionismo, che tendeva a far interagire codici linguistici e stilistici diversi tra loro; il futurismo, la prima e più consapevole avanguardia letteraria in Italia, che venne lanciato nel 1909 da Filippo Tommaso Marinetti.
Benedetto Croce giudicò molto severamente quasi tutti gli scrittori contemporanei, influenzando così un largo numero di critici accademici. Nel contempo, intorno agli anni Venti, si veniva rafforzando una tendenza antinovecentesca, cioè ostile ai caratteri sperimentali tipici del primo novecento, che trovava il suo punto di riferimento nel Canzoniere di Umberto Saba. Il libro poetico più rilevante della fase primonovecentesca è senza dubbio L’allegria di Giuseppe Ungaretti.
Per quanto riguarda la narrativa, essa si presenta in Italia dotata di una tradizione molto meno forte rispetto alla lirica, e comunque dominata per lungo tempo dal modello de I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. In questo primo novecento occupano la scena della narrativa Gabriele D’Annunzio e Antonio Fogazzaro. Ma la critica tende oggi a individuare i testi più significativi fra quelli di Luigi Pirandello, che, pur partendo da premesse tardoveriste, si propone nel 1904 come sperimentatore e addirittura precorritore di alcune soluzioni metanarrative con Il fu Mattia Pascal, in cui si colgono nel testo le componenti della poetica pirandelliana più tipica: l’antipositivismo e l’antirazionalismo, non ben apprezzate da Croce.
Crepuscolarismo
Crepuscolari fu l'aggettivo con cui il critico Giuseppe Antonio Borgese definì un gruppo di poeti che operarono all'incirca nel primo ventennio del 20° secolo e che interpretarono in modo particolare la sensibilità e i temi del Decadentismo italiano. Il crepuscolo è il momento della giornata che segue il tramonto, è l'ora in cui si diffonde una luce tenue: i poeti crepuscolari derivano il loro nome dal gusto per la penombra e dall'amore per gli aspetti più grigi, meno appariscenti e meno solari dell'esistenza. Essi cantano le piccole cose di ogni giorno, gli oggetti e gli ambienti più banali, le abitudini, gli affetti e l'intimità di una vita senza grandi ideali, rifiutando l'impegno nella realtà sociale, sognando il ritorno all'infanzia e aspirando ad una vita semplice, confortata dai valori della tradizione. Essi stessi si considerano figli della poetica del Pascoli, il primo e più grande cantore delle "piccole cose".
Manca nei poeti crepuscolari, che non costituirono mai un movimento o una scuola ben definita, lo slancio e la passione ed essi considerano con ironia il loro sogno di una felicità quieta, quasi modesta. Il ripiegamento nostalgico su sé stessi, unito alla malinconia dell'esistenza, ebbero però una precisa funzione polemica contro il lirismo dannunziano: i crepuscolari sottolineavano il loro rifiuto del superuomo e dei miti estetizzanti. Fra i crepuscolari il poeta che ha acquistato maggior fama è Guido Gozzano, accanto a lui si ricorda Sergio Corazzini e, per quanto riguarda le prime opere, Corrado Govoni e Marino Moretti.
Futurismo
Nei primi anni del Novecento, opposta a quella dei crepuscolari fu la voce dei futuristi. Mentre i primi si ripiegavano su se stessi e con linguaggio prosastico e dimesso invocavano un ritorno ai buoni sentimenti del passato, i secondi reagivano alla caduta di ideali della loro epoca proponendo una fiducia fermissima nel futuro. Fondatore del movimento futurista è Filippo Tommaso Marinetti che a Parigi, nel febbraio del 1909, pubblica il primo Manifesto futurista.
In esso si proclama la fede nel futuro e nella civiltà delle macchine, si affermano gli ideali della forza, del movimento, della vitalità, del dinamismo e dello slancio e si spronano i letterati a comporre opere nuove, ispirate all'ottimismo e ad una gioia di vivere aggressiva e prepotente. Si auspica inoltre la nascita di una letteratura rivoluzionaria, liberata da tutte le regole, anche quelle della grammatica, dell'ortografia e della punteggiatura. I futuristi sperimentano nuove forme di scrittura per dar vita ad una poesia tutta movimento e libertà, negano la sintassi tradizionale, modificano le parole, le dispongono sulla pagina in modo da suggerire l'immagine che descrivono. La loro necessità di liberarsi del passato e il loro desiderio di incendiare musei e biblioteche che lo proteggono, vengono proclamate con enfasi e violenza: dall'esaltazione del movimento si passa all'esaltazione euforica della guerra, vista come espressione ammirabile di uomini forti e virili. Fra i poeti che partecipano all'esperienza futurista, oltre che a Marinetti, si ricordano Aldo Palazzeschi, Luciano Folgore, Ardengo Soffici, Corrado Govoni.
Linea espressionista
Il critico Gianfranco Contini considerava l’espressionismo, inteso in senso generale, una vocazione tipica della nostra letteratura sin dalle origini, e in particolare da Dante che nella Commedia utilizzava termini popolari assieme a termini aulici. Questo movimento di avanguardia si sviluppò nel 1905 diffondendosi soprattutto in Germania, ma anche in tutta Europa. Molti degli autori espressionisti italiani collaboravano alla rivista fiorentina La Voce. La scrittura dei vociani si esplicitava soprattutto nella forma del frammento, ovvero in testi brevi e intensi. I vociani mettono in discussione l’unificazione di verità e di bellezza compiuta dalle poetiche decadenti. Uno dei più rappresentativi fra i vociani è Clemente Rebora, egli usa un linguaggio aspro e denso. Fra gli altri autori vociani ricordiamo Giovanni Boine per i suoi esperimenti di poemi in prosa con frasi brevi ed intense e Piero Jahier che impiegò spesso in alternanza poesia e prosa.
Ungaretti: "L’Allegria"
Il libro più rilevante della fase primo novecentesca è senza dubbio L’Allegria. Ungaretti visse a lungo ad Alessandria d’Egitto. Gli anni di Parigi e l’incontro col poeta francese Apollinaire gli hanno permesso invece di approfondire l’importanza della parola in poesia, ma in una direzione del tutto opposta rispetto a quella presa dai Futuristi del primo ‘900: se questi esprimevano il proprio atteggiamento attivo e rivoluzionario di conquista del mondo attraverso parole rumorose, proiettate all’esterno, Ungaretti e l’Ermetismo si sono serviti della parola isolata e ripiegata su se stessa per dar voce al proprio dolore personale, dunque proiettandola verso l’interno del proprio animo.
La raccolta poetica “L’Allegria” costituisce il primo momento della poesia di Ungaretti. Si è aggiunto poi un altro nucleo di poesie intitolato “Il porto sepolto” e incentrato sulla sua esperienza della guerra nel Carso ed infine si sono aggiunte nuove poesie di guerra raccolte nel volume “Allegria di naufragi”. Tutti questi componimenti poetici sono stati riuniti nella raccolta “Il Porto Sepolto” e nella raccolta definitiva dal titolo “L’Allegria”.
Il tema predominante della raccolta (come di molte altre raccolte di poeti ermetici) è quello della cruda realtà della guerra che pone l’uomo di fronte all’incertezza del proprio destino. In porto sepolto Ungaretti non parla della guerra per come si è oggettivamente svolta, non parla cioè di voglia di combattere o di vittorie esaltanti, ma della guerra descrive solo le proprie personali reazioni. Sono reazioni di isolamento, di sgomento e di smarrimento nel vedere lo spettacolo di distruzione che circondava l’uomo. La tragica esperienza della vita di trincea ha mutato profondamente la sua stessa concezione della guerra e della poesia. Infatti i componimenti più intensi della raccolta sono proprio quelli scritti durante il fronte in trincea.
Il titolo della raccolta “L’Allegria” allude infatti alla vitalità che emerge di fronte al pericolo della morte, ai momenti positivi della sopravvivenza e della solidarietà. L’allegria è in questo caso la capacità di trarre una ragione di vivere, un senso positivo dell’esistenza anche di fronte al male della guerra. L’esperienza della guerra rivela al poeta la povertà dell’uomo, la sua fragilità e solitudine. Al tema della guerra è legato quello della speranza, della solidarietà e di Dio. La poesia è allora un modo per affermare la dignità dell’uomo nonostante la sua impotenza di fronte ad un tragico destino che distrugge il suo Io e la natura che gli è intorno.
Pirandello
Luigi Pirandello nacque ad Agrigento da una famiglia agiata che possedeva una miniera di zolfo. Studia tra Palermo e Roma dove conosce il critico e scrittore Luigi Capuana. In Germania approfondì la conoscenza della letteratura tedesca, in particolare Goethe. Sposò Antonietta Portulano. Iniziò un periodo difficile per lo scrittore: la miniera di zolfo dove il padre aveva investito tutti i risparmi di famiglia e dove fu investita anche la dote di Antonietta, crollò. La donna, venuta a conoscenza di ciò che era accaduto alla miniera, e del futuro dissesto finanziario della famiglia, fu colpita da una crisi nervosa che si trasformò in malattia mentale. Pirandello definisce la famiglia come una trappola che imprigiona l’uomo, lo soffoca. La trappola per Pirandello è anche la società che aliena e isola l’uomo dalla vita.
Il fu Mattia Pascal
È un personaggio intrappolato dalla famiglia, dalla società e dal lavoro. La trama presenta una serie di avventure singolari di Mattia Pascal che dopo aver vinto alla roulette a Montecarlo, fa perdere le sue tracce lasciando credere che sia suo il corpo di un suicida, ritrovato vicino al suo paese in Liguria. Stabilitosi a Roma, il protagonista assume il nome di Adriano Meis ma si rende conto di non poter vivere senza un’identità riconosciuta burocraticamente. Torna allora all’esistenza precedente, ma intanto è stato dichiarato morto e sostituito come marito e come padre: Mattia allora decide di rimanere nel suo stato di vivo-morto.
I temi principali del romanzo sono: la famiglia, sentita come prigione; il gioco d’azzardo, dove Mattia vince alla roulette e diventa ricco; l’inettitudine, egli pretende di dare una svolta alla propria vita occupandosi solo di curare i mutamenti esteriori e tralasciando di lavorare sulla propria interiorità; la crisi d’identità, egli ha un rapporto difficile non solo con la propria interiorità ma anche con il proprio corpo: ha difficoltà a identificarsi con se stesso. In questo romanzo Pirandello applica per la prima volta le sue teorie sull'umorismo: la realtà, attraverso il gioco paradossale del caso viene distorta, suscitando il comico, ma a questo è accostata l'autentica sofferenza del protagonista; scatta il "sentimento del contrario", in cui tragico e comico sono congiunti.
Nelle sue opere Pirandello lavorerà solo sull’aspetto umoristico delle vicende e delle persone, puntando sempre ad una riflessione palese, o indotta nel lettore, sulle angosce e l’amarezza derivanti dal vivere determinate situazioni.
Romanzi successivi
Dopo Il fu Mattia Pascal, Pirandello approfondisce vari aspetti della sua poetica. Si ricorda I vecchi e i giovani riguardante l’Italia postrisorgimentale fatta di scandali; il successivo Si gira… che tratta del rapporto uomo/macchina attraverso il diario di un operatore cinematografico, che non riesce più a parlare a causa di un trauma che lo ha colto mentre veniva girata una scena; vi è un contrasto tra apparenza e realtà: l’uomo come appare non è detto che sia così in realtà, l’uomo deve recitare una parte. Per evadere da questa trappola l’unica via di fuga è la fuga nell’irrazionale (immaginazione e follia), non c’è una realtà, ma tante realtà. Ultimo romanzo è Uno, nessuno e centomila: il protagonista Moscarda, dopo essere stato sconvolto dalla scoperta che i suoi conoscenti lo vedono in centomila modi diversi, egli cerca di annullarsi; comprende che gli altri non lo vedevano come uno che lui credeva di essere, ma lo vedevano in centomila modi, perciò diventa nessuno.
Novelle per un anno
All’interno di esse si possono riconoscere caratteri, temi e strutture molto differenti, essendoci novelle comiche, drammatiche ecc. i testi si concretizzano in eventi assurdi o imprevisti: nella Carriola: Un commendatore per liberarsi appena ha un momento libero dai clienti chiude la porta del suo studio si avvicina alla cagna che dorme sul tappeto, la prende per le zampe posteriori e le fa fare la carriola, poi riapre la porta dello studio e si prepara a ricevere il cliente seguente. La cagna lo guarda con terrore perché ha capito che non scherza ma è un segno di pazzia. Non mancano testi di ambientazione siciliana come La giara.
Prosatori espressionisti
Fra i prosatori espressionisti ricordiamo Enrico Pea; Lorenzo Viani che impiega toni grotteschi per descrivere vite di emarginati; ma il più importante è Federico Tozzi: ebbe un rapporto molto conflittuale con il padre che avrebbe voluto che il figlio abbandonasse le fantasie letterarie. Nei suoi scritti Federico Tozzi mette in luce, con un linguaggio nitido, preciso e con risvolti autobiografici, "l'Inetto", una personaggio umano vinto da una vita disumanizzante e piena di problemi, un uomo dalla volontà malata, ma che conosce la sua incapacità di vivere. Nel romanzo Con gli occhi chiusi il giovane Pietro ama Ghisola idealizzandola senza accorgersi che la ragazza non è affatto ingenua come lui vorrebbe; solo alla fine quando la scopre incinta in una casa d’appuntamenti, egli smette di amarla. In altri romanzi come Tre croci e Il podere vi è un destino inevitabile, di una colpa che i protagonisti devono scontare, sino ad arrivare all’autodistruzione.
Il teatro italiano del primo Novecento
Il teatro italiano del primo Novecento risulta legato a schemi realisti-veristi. Nel 1900 viene rappresentato Come le foglie di Giuseppe Giacosa, un dramma borghese. Continua il successo del genere teatrale in Italia, il Melodramma di Giacomo Puccini. Non va dimenticato il successo del teatro dannunziano. Il teatro dei futuristi che proponevano testi in libertà, parodie, battute satiriche, un armamentario più adatto a scandalizzare il pubblico borghese.
Pirandello drammaturgo
Egli cominciò a dedicarsi al teatro dal 1910. Egli diventa famoso proprio grazie al teatro, in esso viene raffigurata la vita vera, quella amara, senza la maschera dell’ipocrisia. Vi sono tre fasi del teatro: nella prima fase egli è legato al teatro siciliano; nella seconda fase al teatro umoristico/grottesco; nella terza fase al teatro nel teatro. Fondamentale risulta l’uso dei dialoghi e dei monologhi.
Sei personaggi in cerca d’autore
La fase...
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame letteratura italiana contemporanea, prof. Dario Tomasello, libro consigliato Il Novecento, Alberto …
-
Riassunto esame Letteratura italiana contemporanea, prof. Dario Tomasello, Libro consigliato: Eduardo e Pirandello,…
-
Riassunto esame Letteratura Italiana Contemporanea, prof. Giannone, libro consigliato Novecento, Casadei
-
Riassunto esame letteratura teatrale, prof D. Tomasello, libro consigliato La drammaturgia italiana contemporanea d…