Tesina sulla Beat Generation
“In viaggio con Jack”
INGLESE: “On the road” di Jack Kerouac.
FILOSOFIA: Jean- Paul Sartre dall’esistenzialismo negativo al marxismo.
STORIA : L’assassinio di Kennedy.
ITALIANO: “La casa in collina” di Cesare Pavese.
LATINO: Catullo: un “beat” della letteratura latina.
STORIA DELL’ARTE: Caravaggio… un “potenziale beat”; Andy Warhol.
GEOGRAFIA GENERALE: La Luna.
Introduzione
Ho deciso di dare questo titolo alla mia tesina, perché quello che sta per iniziare è un vero e proprio
“viaggio” all’interno di una delle correnti socio- letterarie più significative del secolo appena
trascorso : la Beat Generation.
A farmi “compagnia” ci sarà Jack Kerouac, autore del romanzo, che meglio di tutti coglie gli aspetti
fondamentali di questa generazione : “On the Road”.
Nato a Lowell, nel Massachussets, nel 1922, si traferì a New York con la sua famiglia nel 1939 per
compiere gli studi universitari. Fu lì e precisamente nel Greenwich Village, che insieme ad altri
giovani e promettenti scrittori, i quali diverranno celebri, diede vita a questo movimento letterario.
Una figura indispensabile nella vita di Jack fu la madre, Memere, che negli anni successivi alla
pubblicazione di “On the Road” e “Big Sur” , si “riappropriò” del figlio scapestrato e tentò con la sua
influenza di fargli imboccare la “retta via”. Vi riuscì in parte, ma la vita di Jack era ormai rovinata
dall’alcolismo.
Però preferirei affrontare la mia esposizione ricordando Jack come una grande persona, capace di
trascrivere le sue emozioni sulle pagine più belle in assoluto della storia. La sua non era prosa, ma
vera ed autentica poesia.
E a tutti quelli che non hanno mai letto “On the Road”, ma anche a chi l’ha già fatto, dedico questo
brano, il quale riflette lo stato d’animo con cui ho affrontato la stesura di questo mio umile lavoro
“ E io arrancavo loro appresso come ho fatto tutta la mia vita con la gente che m’ interessa, perché
per me l’unica gente possibile sono i pazzi, quelli che sono pazzi di vita, pazzi per parlare, pazzi per
essere salvati, vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo, quelli che mai sbadigliano o dicono un luogo
comune, ma bruciano, bruciano, bruciano come favolosi fuochi artificiali color giallo come ragni
traverso le stelle e nel mezzo si vede la luce azzurra dello scoppio centrale e tutti fanno ‘Ooohhh!’”
Stiamo per partire…Ah, dimenticavo, io sarò “sul sedile posteriore”, perché avanti sederanno Jack,
anche lui come passeggero, e Dean Moriarty, che conosceremo tra poco, naturalmente e
rigorosamente alla guida della Cadillac, la quale li ha accompagnati in uno dei tragitti più belli e
indimenticabili.
La Beat Generation.
Beat generation; questi due termini hanno sempre suscitato reazioni contrastanti, ma tutti sono
d’accordo sul fatto che essi abbiano caratterizzato un importante periodo per la storia e la letteratura
americana e mondiale, che va dalla metà degli anni ’40, fino alla fine dei ’60 circa.
Il termine “beat”, probabilmente coniato da Jack Kerouac negli anni ’40, originariamente significava
“essere un miserabile, fallito, insignificante ladro” , ma alla fine degli anni ’50 fu ricondotto
all’aggettivo “beatific” e a tal proposito Jack afferma :
“ Beat doesn’t mean tired , or bushed, so much as it means beato, the Italian for beatific : to be in a
state of beatitude , like St. Francis, trying to love all life, trying to be utterly sincere with everyone,
practising endurance, kindness, cultivating joy of heart. How can this be done in our mad modern
world of multiplicities and millions? By practising a little solitude, going off by yourself once in a
while to store up that most precious of gold: the vibrations of sincerity.”
[ “Beat non vuol dire stanco, ma beato: essere in uno stato di beatitudine, come San Francesco,
provando ad essere totalmente sincero con tutti, praticando la sopportazione , la gentilezza, coltivando
la gioia del cuore. Come può essere fatto tutto ciò nel nostro pazzo moderno mondo di molteplicità e
milioni? Praticando un po’ di solitudine, uscendo da sé stessi una volta ogni tanto per far tesoro di
qualcosa che è più prezioso dell’oro: le vibrazioni della sincerità.”].
Lo stato di beatitudine qui esposto è spesso riferito all’effetto provocato da sostanze stupefacenti o da
riti orientali, in particolare buddisti.
Il primo ad utilizzare la parola “beat” in veste “ufficiale” , fu il critico John Clellon Holmes in un
articolo apparso sul New York Times del 16 novembre 1952 dal titolo This is the Beat Generation, in
cui c’è un tentativo di classificare, o meglio, etichettare un’intera generazione, che ha subito forti
modifiche col passare degli anni.
“Its members have an istinctive individuality […]. Brought up during the collective bad circumstances
of dreary depression, weaned during the collective uprooting of a global war, they distrust collectivity.
But they have never been able to keep the world out of their dreams. […] Their adolescence was spent
in a topsy-turvy world of war bonds, swing shifts, and troop movements. […] The peace they
inherited was only as secure as the next headline. It was a cold peace. Their own lust for freedom, and
the ability at a peace that kills, led to black markets, bebop, narcotics, sexual promiscuity […], and
Jean-Paul Sartre.”
[“I suoi membri- scrive Holmes- hanno un’istintiva individualità […]. Allevati durante le cattive
circostanze collettive di una triste depressione, svezzati durante il collettivo sradicamento di una guerra
globale, non si fidano della collettività . Ma non sono mai stati capaci di mandare via il mondo dai loro
sogni […]. La loro adolescenza è trascorsa in un mondo sottosopra, fatto di patti di guerra,
cambiamenti, e movimenti di soldati […]. La pace che hanno ereditato era solo tanto sicura quanto il
prossimo capoverso. Era una pace fredda. La loro brama di libertà, e l’abilità di vivere in una pace che
uccide, portò alle borse nere, al bebop, alle droghe, alla promiscuità sessuale, e a Jean-Paul Sartre.” ].
Chi erano i poeti beat? Non certo professori o scrittori “professionisti” aggrappati a un impiego in
Case Editrici o giornali, ma giovani per lo più disperati e inquieti, che credevano nella vita , ma
respingevano i sistemi morali e sociali precostituiti e volevano scoprirne da sé dei nuovi, sperando (o
illudendosi) di trovarli più efficienti. Il loro problema era comune a tutti i giovani, i quali affrontavano
l’esistenza in un dopoguerra, ma la loro caratteristica è stata di svelare, senza paure e senza falsi
pudori, gli aspetti della vita di certa adolescenza americana contemporanea. Da quando sono stati
classificati da Holmes, questi ragazzi irrequieti hanno bevuto molto, hanno fumato molta marijuana,
hanno girato l’America con l’autostop, si sono esaltati ascoltando o improvvisando jazz, ma
soprattutto hanno scritto e a volte anche pubblicato parecchi romanzi e raccolte di poesie.
E’ stato facile scambiare il loro modo di vita per una rivolta antiborghese o per un volgare edonismo e
giudicarli come semplici epigoni della “Lost Generation”, il gruppo di letterati americani che nel primo
dopoguerra si rivoltò contro il costume vittoriano e il conformismo puritano, dando voce a una
protesta, la quale costituì i più bei classici della narrativa moderna.
In realtà, afferma Holmes, “The wild boys of today are not lost” [ “I ragazzi selvaggi di oggi non sono
perduti”]. Essi non erano ossessionati, come i loro predecessori, dalla ripetitività di ideali ormai andati
in frantumi o dalle lamentele circa una moralità infangata, perché tali aspetti li avevano dati per
scontati. Erano stati cresciuti sulle rovine delle generazioni del primo dopoguerra, ma si sono
comportati diversamente. Bevevano per sentirsi grandi e non per dimostrare qualcosa; le loro
“escursioni” nella droga e nella promiscuità scaturivano da curiosità e non da delusione e disillusione.
Inoltre, mentre nella Lost Generation si verificò una perdita della fede, la Beat Generation è stata
caratterizzata sempre più da un bisogno eccessivo di credere in qualcosa.
Gli esponenti di questa generazione erano per lo più ragazzi maturati troppo in fretta da un’esistenza
sempre più promiscua alla vita degli adulti, partecipi attraverso la televisione e i giornali illustrati degli
stessi mezzi di informazione, superficiali e grossolani, di cui si servivano gli adulti medi. In questo
stato di parità non credevano più alle giustificazioni e agli accomodamenti dei genitori per spiegare un
mondo sempre meno legato alle leggi tradizionali e si cercavano da sé, attraverso esperienze personali,
una realtà autonoma e svincolata da convenzioni morali che ai loro occhi mascheravano solo
pregiudizi e luoghi comuni.
Inoltre i beat sono stati spesso accostati agli “Angry Young Men” inglesi, ma in maniera molto vaga.
Infatti i “giovani arrabbiati”, che ostentavano tanto disprezzo per la politica sono nati proprio da un
fatto politico : dalla legge del governo laburista del ’44, la quale apriva le porte delle università a tutti
gli strati sociali, abolendo il monopolio dell’educazione che fino ad allora era rimasto nelle mani
dell’alta borghesia. Essi sono stati i portavoce dei nuovi ricchi della cultura : i provinciali, i poveri,
quelli che si accontentavano di un posticino di insegnante o di bibliotecario in qualche angolo
dell’isola e che si sentivano “tagliati fuori” dagli antichi tenutari della cultura ufficiale, cioè i laureati
più o meno aristocratici e i direttori di radio e giornali. Costoro sono stati mira delle polemiche dei
giovani letterati, i quali si sono dunque riallacciati alla tipica e tradizionale posizione del giovane
artista, più progressista che anarchico, contro il filisteismo borghese e culturale. Ma non è questo il
centro d’interesse della Beat Generation. Gli inglesi si battevano per realizzare i loro programmi; i
giovani americani non avevano programmi da realizzare. Piuttosto cercavano una realtà trascendente in
cui poter credere, tale da soppiantare quella terrena, oramai superata, della scienza moderna e in cui
non potevano più credere. Non credevano nella violenza e in una rivolta attiva e aggressiva, ma in una
specie di rinascita della personalità umana. Consideravano il mondo un caos morale, una causa
inesorabile di distruzione dei valori intellettuali e si raccoglievano in gruppi di iniziati per isolarsi da
chi “non capiva” e frugare la realtà in cerca di una fede, di qualcosa in cui credere, di un bandolo
nell’intricata, inestricabile matassa che è la vita moderna.
La letteratura beat e la sua “Bibbia” : “On the Road”.
In senso letterario, da quale “mente malata”- diremmo noi- è nata la Beat Generation?
Da quella di Allen Ginsberg, il quale nel 1944, quando era ancora un giovane studente universitario,
si recò nell’ormai mitico Greenwich Village per incontrare Jack Kerouac, un altrettanto giovane
(aveva solo 22 anni), promettente scrittore, stabilitosi a New York da qualche anno. Ad essi si
unirono altri giovani “profeti” tra cui : William Burroughs, Gregory Corso, Lucien Carr ( che
accompagnò Ginsberg nella sua prima “visita” al Village), Joan Vollmer, Herbert Huncke e Neal
Cassady, che si erano ribellati all’ “American way of life” e individuavano nell’universo di coloro i
quali vivevano ai margini della società l’elemento ancora vitale del “grande paese”.
Ciò che li accomunava , e sembra essere il prerequisito fondamentale dei fondatori della Beat
Generation, era la permanenza in carcere o in ospedali psichiatrici ed è proprio questo l’elemento che
desta maggior disappunto in molte persone, le quali giudicano senza conoscere fino in fondo.
Una delle contestatrici più accese dei beat fu la madre di Kerouac ( la famosa Memere), che, in una
lettera indirizzata a Ginsberg, scrisse :
“I don’t want an immoral lout like you around us. You are not fit to associate with us Christians. […]
You, miserable bums, all you have in your filthy minds is dirty sex and dope. […] And another
warning, don’t ever mention Jack’s name or write any more about Jack in your ‘dirty’ ‘ books’. I’ll
sue you in ‘jail’. […] I raised Jack to be decent and I aim to keep him that way. […] We don’t want
sex fiens or dope fiens around us.”
[“Non voglio uno zoticone immorale intorno a noi. Non puoi essere associato a noi Cristiani.[…] Voi,
miserabili barboni, tutto ciò che avete nelle vostre sporche menti è sesso sporco e droga.[…] E un
altro avvertimento, nonnominate più Jack o non scrivete più nulla su Jack nei vostri ‘sporchi’ ‘libri’.
Io vi farò mettere in ‘galera’.[…] Ho convinto Jack ad essere decente e ho intenzione di farlo
continuare in questo modo.[…] Non vogliamo demoni del sesso o della droga attorno a noi.”
Nonostante tutto Jack Kerouac riunisce in sé tutti gli elementi culturali e comportamentali della Beat
Generation letteraria, caratterizzata dalla coscienza di una frattura con la cultura tradizionale,
accademica, ma che lascia un patrimonio di ampie letture e una curiosità puntata verso tutte le
direzioni. Ecco perché il suo famosissimo “On the Road” è passato alla storia come la Bibbia beat.
Infatti esso presenta un carattere che si attaglia perfettamente alla tradizione culturale americana, cioè la
sopravvivenza, nell’ambito di una visione tragica e pessimistica della vita, all’interno di una
condizione esistenziale segnata dalla scomparsa dei valori tradizionali, di una grande “voglia di
spiritualità”.
What is “On the Road” ?
“On the Road” is the second novel by Jack Kerouac (the first was “The Town and the City”, which
earned him respect and some recognition as a writer, although it did not make him famous), and its
publication is a historic occasion in so far as the exposure of an authentic work of art is of any great
moment in an age when the attention is fragmented and the sensibilities are blunted by the superlatives
of fashion.
The fact is that “On the Road” is the most beautifully executed, the clearest and the most important
utterance yet made by the generation Kerouac himself named years ago as “beat”, and whose principal
exponent he is.
When Jack decided to write “On the Road”, he said : “My subject as a writer is of course America,
and simply I must Know everything about it”.
It deals with the typical young people’s search for freedom. It is a semi-autobiographical novel based
fairly closely on the lives of Kerouac and his friends. At its centre there is :
- the image of the roads crossing the great American continent;
- the sense of America’s vastness as a dimension of existence that needs to be explored and offers
freedom;
- a way to escape from the cities and one’s own past.
The two central characters in “On the Road” are Dean Moriarty (a fictional portrait of Neal Cassady),
an almost heroic figure, the great adventurer who pursues his desires from one side of the continent to
the other, and Sal Paradise (who is Kerouac himself), a young writer, who follows Dean in his “crazy
travels” and tells them from his point of view. He shows a fresh and sincere interest in the places he
passes through and the people he meets, whatever their age, occupation and outlook. He
communicates a feeling of the opennes and friendliness of ordinary American men and women, their
lack of reserve, their hospitality and interest in other people. Jack, or Sal, has a wonderful eye for the
characteristic details of American landscape and speech. Everything is observed almost lovingly, with
good humour and a sense of immediate involvement. Kerouac feels he is sharing in the whole life of
the nation, revelling in its diversity, and at home wherever he finds himself.
There are sections in “On the Road” in which the writing is of a beauty almost breathtaking. There is
some writing on jazz that has never been equalled in American fiction, either for insight, style or
technical virtuosity.
The book hit America just at the right time : coinciding with America’s great love affair with
automobile and with the birth of rock’n’roll.
“On the Road” had it all : teenagers, nightclubs, fast cars, sex. Some critic said that it was the first
rock’n’roll book and that it sold like “hot cakes”.
Kerouac himself referred to the book as a novel, but it would be more accurate to say that it is a very
unusual kind of travelogue, as to say an account of the travels and adventures of an idealistic, open-
minded young man.
Dunque, la trama in sé per sé risulta molto semplice e divertente : è una sorta di “diario di bordo, ma
soprattutto fuori bordo” dei “crazy travels” su e giù per la West Coast e il Messico di questi due
giovani americani, Sal Paradiso e Dean Moriarty. Il romanzo è ampiamente autobiografico : infatti,
avendo letto precedentemente “On the Road”, nel momento in cui ho sfogliato le pagine della biografia
di Kerouac, ho creduto di aver sbagliato libro. Tra i particolari che cambiano vi sono i nomi dei
personaggi : oltre a Sal, che sarebbe lo stesso Jack, e Dean, il quale non è altri che Neal Cassady ( uno
pseudocow-boy entrato