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traverso le stelle e nel mezzo si vede la luce azzurra dello scoppio centrale e tutti fanno ‘Ooohhh!’”

Stiamo per partire…Ah, dimenticavo, io sarò “sul sedile posteriore”, perché avanti sederanno Jack,

anche lui come passeggero, e Dean Moriarty, che conosceremo tra poco, naturalmente e

rigorosamente alla guida della Cadillac, la quale li ha accompagnati in uno dei tragitti più belli e

indimenticabili.

La Beat Generation.

Beat generation; questi due termini hanno sempre suscitato reazioni contrastanti, ma tutti sono

d’accordo sul fatto che essi abbiano caratterizzato un importante periodo per la storia e la letteratura

americana e mondiale, che va dalla metà degli anni ’40, fino alla fine dei ’60 circa.

Il termine “beat”, probabilmente coniato da Jack Kerouac negli anni ’40, originariamente significava

“essere un miserabile, fallito, insignificante ladro” , ma alla fine degli anni ’50 fu ricondotto

all’aggettivo “beatific” e a tal proposito Jack afferma :

“ Beat doesn’t mean tired , or bushed, so much as it means beato, the Italian for beatific : to be in a

state of beatitude , like St. Francis, trying to love all life, trying to be utterly sincere with everyone,

practising endurance, kindness, cultivating joy of heart. How can this be done in our mad modern

world of multiplicities and millions? By practising a little solitude, going off by yourself once in a

while to store up that most precious of gold: the vibrations of sincerity.”

[ “Beat non vuol dire stanco, ma beato: essere in uno stato di beatitudine, come San Francesco,

provando ad essere totalmente sincero con tutti, praticando la sopportazione , la gentilezza, coltivando

la gioia del cuore. Come può essere fatto tutto ciò nel nostro pazzo moderno mondo di molteplicità e

milioni? Praticando un po’ di solitudine, uscendo da sé stessi una volta ogni tanto per far tesoro di

qualcosa che è più prezioso dell’oro: le vibrazioni della sincerità.”].

Lo stato di beatitudine qui esposto è spesso riferito all’effetto provocato da sostanze stupefacenti o da

riti orientali, in particolare buddisti.

Il primo ad utilizzare la parola “beat” in veste “ufficiale” , fu il critico John Clellon Holmes in un

articolo apparso sul New York Times del 16 novembre 1952 dal titolo This is the Beat Generation, in

cui c’è un tentativo di classificare, o meglio, etichettare un’intera generazione, che ha subito forti

modifiche col passare degli anni.

“Its members have an istinctive individuality […]. Brought up during the collective bad circumstances

of dreary depression, weaned during the collective uprooting of a global war, they distrust collectivity.

But they have never been able to keep the world out of their dreams. […] Their adolescence was spent

in a topsy-turvy world of war bonds, swing shifts, and troop movements. […] The peace they

inherited was only as secure as the next headline. It was a cold peace. Their own lust for freedom, and

the ability at a peace that kills, led to black markets, bebop, narcotics, sexual promiscuity […], and

Jean-Paul Sartre.”

[“I suoi membri- scrive Holmes- hanno un’istintiva individualità […]. Allevati durante le cattive

circostanze collettive di una triste depressione, svezzati durante il collettivo sradicamento di una guerra

globale, non si fidano della collettività . Ma non sono mai stati capaci di mandare via il mondo dai loro

sogni […]. La loro adolescenza è trascorsa in un mondo sottosopra, fatto di patti di guerra,

cambiamenti, e movimenti di soldati […]. La pace che hanno ereditato era solo tanto sicura quanto il

prossimo capoverso. Era una pace fredda. La loro brama di libertà, e l’abilità di vivere in una pace che

uccide, portò alle borse nere, al bebop, alle droghe, alla promiscuità sessuale, e a Jean-Paul Sartre.” ].

Chi erano i poeti beat? Non certo professori o scrittori “professionisti” aggrappati a un impiego in

Case Editrici o giornali, ma giovani per lo più disperati e inquieti, che credevano nella vita , ma

respingevano i sistemi morali e sociali precostituiti e volevano scoprirne da sé dei nuovi, sperando (o

illudendosi) di trovarli più efficienti. Il loro problema era comune a tutti i giovani, i quali affrontavano

l’esistenza in un dopoguerra, ma la loro caratteristica è stata di svelare, senza paure e senza falsi

pudori, gli aspetti della vita di certa adolescenza americana contemporanea. Da quando sono stati

classificati da Holmes, questi ragazzi irrequieti hanno bevuto molto, hanno fumato molta marijuana,

hanno girato l’America con l’autostop, si sono esaltati ascoltando o improvvisando jazz, ma

soprattutto hanno scritto e a volte anche pubblicato parecchi romanzi e raccolte di poesie.

E’ stato facile scambiare il loro modo di vita per una rivolta antiborghese o per un volgare edonismo e

giudicarli come semplici epigoni della “Lost Generation”, il gruppo di letterati americani che nel primo

dopoguerra si rivoltò contro il costume vittoriano e il conformismo puritano, dando voce a una

protesta, la quale costituì i più bei classici della narrativa moderna.

In realtà, afferma Holmes, “The wild boys of today are not lost” [ “I ragazzi selvaggi di oggi non sono

perduti”]. Essi non erano ossessionati, come i loro predecessori, dalla ripetitività di ideali ormai andati

in frantumi o dalle lamentele circa una moralità infangata, perché tali aspetti li avevano dati per

scontati. Erano stati cresciuti sulle rovine delle generazioni del primo dopoguerra, ma si sono

comportati diversamente. Bevevano per sentirsi grandi e non per dimostrare qualcosa; le loro

“escursioni” nella droga e nella promiscuità scaturivano da curiosità e non da delusione e disillusione.

Inoltre, mentre nella Lost Generation si verificò una perdita della fede, la Beat Generation è stata

caratterizzata sempre più da un bisogno eccessivo di credere in qualcosa.

Gli esponenti di questa generazione erano per lo più ragazzi maturati troppo in fretta da un’esistenza

sempre più promiscua alla vita degli adulti, partecipi attraverso la televisione e i giornali illustrati degli

stessi mezzi di informazione, superficiali e grossolani, di cui si servivano gli adulti medi. In questo

stato di parità non credevano più alle giustificazioni e agli accomodamenti dei genitori per spiegare un

mondo sempre meno legato alle leggi tradizionali e si cercavano da sé, attraverso esperienze personali,

una realtà autonoma e svincolata da convenzioni morali che ai loro occhi mascheravano solo

pregiudizi e luoghi comuni.

Inoltre i beat sono stati spesso accostati agli “Angry Young Men” inglesi, ma in maniera molto vaga.

Infatti i “giovani arrabbiati”, che ostentavano tanto disprezzo per la politica sono nati proprio da un

fatto politico : dalla legge del governo laburista del ’44, la quale apriva le porte delle università a tutti

gli strati sociali, abolendo il monopolio dell’educazione che fino ad allora era rimasto nelle mani

dell’alta borghesia. Essi sono stati i portavoce dei nuovi ricchi della cultura : i provinciali, i poveri,

quelli che si accontentavano di un posticino di insegnante o di bibliotecario in qualche angolo

dell’isola e che si sentivano “tagliati fuori” dagli antichi tenutari della cultura ufficiale, cioè i laureati

più o meno aristocratici e i direttori di radio e giornali. Costoro sono stati mira delle polemiche dei

giovani letterati, i quali si sono dunque riallacciati alla tipica e tradizionale posizione del giovane

artista, più progressista che anarchico, contro il filisteismo borghese e culturale. Ma non è questo il

centro d’interesse della Beat Generation. Gli inglesi si battevano per realizzare i loro programmi; i

giovani americani non avevano programmi da realizzare. Piuttosto cercavano una realtà trascendente in

cui poter credere, tale da soppiantare quella terrena, oramai superata, della scienza moderna e in cui

non potevano più credere. Non credevano nella violenza e in una rivolta attiva e aggressiva, ma in una

specie di rinascita della personalità umana. Consideravano il mondo un caos morale, una causa

inesorabile di distruzione dei valori intellettuali e si raccoglievano in gruppi di iniziati per isolarsi da

chi “non capiva” e frugare la realtà in cerca di una fede, di qualcosa in cui credere, di un bandolo

nell’intricata, inestricabile matassa che è la vita moderna.

La letteratura beat e la sua “Bibbia” : “On the Road”.

In senso letterario, da quale “mente malata”- diremmo noi- è nata la Beat Generation?

Da quella di Allen Ginsberg, il quale nel 1944, quando era ancora un giovane studente universitario,

si recò nell’ormai mitico Greenwich Village per incontrare Jack Kerouac, un altrettanto giovane

(aveva solo 22 anni), promettente scrittore, stabilitosi a New York da qualche anno. Ad essi si

unirono altri giovani “profeti” tra cui : William Burroughs, Gregory Corso, Lucien Carr ( che

accompagnò Ginsberg nella sua prima “visita” al Village), Joan Vollmer, Herbert Huncke e Neal

Cassady, che si erano ribellati all’ “American way of life” e individuavano nell’universo di coloro i

quali vivevano ai margini della società l’elemento ancora vitale del “grande paese”.

Ciò che li accomunava , e sembra essere il prerequisito fondamentale dei fondatori della Beat

Generation, era la permanenza in carcere o in ospedali psichiatrici ed è proprio questo l’elemento che

desta maggior disappunto in molte persone, le quali giudicano senza conoscere fino in fondo.

Una delle contestatrici più accese dei beat fu la madre di Kerouac ( la famosa Memere), che, in una

lettera indirizzata a Ginsberg, scrisse :

“I don’t want an immoral lout like you around us. You are not fit to associate with us Christians. […]

You, miserable bums, all you have in your filthy minds is dirty sex and dope. […] And another

warning, don’t ever mention Jack’s name or write any more about Jack in your ‘dirty’ ‘ books’. I’ll

sue you in ‘jail’. […] I raised Jack to be decent and I aim to keep him that way. […] We don’t want

sex fiens or dope fiens around us.”

[“Non voglio uno zoticone immorale intorno a noi. Non puoi essere associato a noi Cristiani.[…] Voi,

miserabili barboni, tutto ciò che avete nelle vostre sporche menti è sesso sporco e droga.[…] E un

altro avvertimento, nonnominate più Jack o non scrivete più nulla su Jack nei vostri ‘sporchi’ ‘libri’.

Io vi farò mettere in ‘galera’.[…] Ho convinto Jack ad essere decente e ho intenzione di farlo

continuare in questo modo.[…] Non vogliamo demoni del sesso o della droga attorno a noi.”

Nonostante tutto Jack Kerouac riunisce in sé tutti gli elementi culturali e comportamentali della Beat

Generation letteraria, caratterizzata dalla coscienza di una frattura con la cultura tradizionale,

accademica, ma che lascia un patrimonio di ampie letture e una curiosità puntata verso tutte le

direzioni. Ecco perché il suo famosissimo “On the Road” è passato alla storia come la Bibbia beat.

Infatti esso presenta un carattere che si attaglia perfettamente alla tradizione culturale americana, cioè la

sopravvivenza, nell’ambito di una visione tragica e pessimistica della vita, all’interno di una

condizione esistenziale segnata dalla scomparsa dei valori tradizionali, di una grande “voglia di

spiritualità”.

What is “On the Road” ?

“On the Road” is the second novel by Jack Kerouac (the first was “The Town and the City”, which

earned him respect and some recognition as a writer, although it did not make him famous), and its

publication is a historic occasion in so far as the exposure of an authentic work of art is of any great

moment in an age when the attention is fragmented and the sensibilities are blunted by the superlatives

of fashion.

The fact is that “On the Road” is the most beautifully executed, the clearest and the most important

utterance yet made by the generation Kerouac himself named years ago as “beat”, and whose principal

exponent he is.

When Jack decided to write “On the Road”, he said : “My subject as a writer is of course America,

and simply I must Know everything about it”.

It deals with the typical young people’s search for freedom. It is a semi-autobiographical novel based

fairly closely on the lives of Kerouac and his friends. At its centre there is :

- the image of the roads crossing the great American continent;

- the sense of America’s vastness as a dimension of existence that needs to be explored and offers

freedom;

- a way to escape from the cities and one’s own past.

The two central characters in “On the Road” are Dean Moriarty (a fictional portrait of Neal Cassady),

an almost heroic figure, the great adventurer who pursues his desires from one side of the continent to

the other, and Sal Paradise (who is Kerouac himself), a young writer, who follows Dean in his “crazy

travels” and tells them from his point of view. He shows a fresh and sincere interest in the places he

passes through and the people he meets, whatever their age, occupation and outlook. He

communicates a feeling of the opennes and friendliness of ordinary American men and women, their

lack of reserve, their hospitality and interest in other people. Jack, or Sal, has a wonderful eye for the

characteristic details of American landscape and speech. Everything is observed almost lovingly, with

good humour and a sense of immediate involvement. Kerouac feels he is sharing in the whole life of

the nation, revelling in its diversity, and at home wherever he finds himself.

There are sections in “On the Road” in which the writing is of a beauty almost breathtaking. There is

some writing on jazz that has never been equalled in American fiction, either for insight, style or

technical virtuosity.

The book hit America just at the right time : coinciding with America’s great love affair with

automobile and with the birth of rock’n’roll.

“On the Road” had it all : teenagers, nightclubs, fast cars, sex. Some critic said that it was the first

rock’n’roll book and that it sold like “hot cakes”.

Kerouac himself referred to the book as a novel, but it would be more accurate to say that it is a very

unusual kind of travelogue, as to say an account of the travels and adventures of an idealistic, open-

minded young man.

Dunque, la trama in sé per sé risulta molto semplice e divertente : è una sorta di “diario di bordo, ma

soprattutto fuori bordo” dei “crazy travels” su e giù per la West Coast e il Messico di questi due

giovani americani, Sal Paradiso e Dean Moriarty. Il romanzo è ampiamente autobiografico : infatti,

avendo letto precedentemente “On the Road”, nel momento in cui ho sfogliato le pagine della biografia

di Kerouac, ho creduto di aver sbagliato libro. Tra i particolari che cambiano vi sono i nomi dei

personaggi : oltre a Sal, che sarebbe lo stesso Jack, e Dean, il quale non è altri che Neal Cassady ( uno

pseudocow-boy entrato nella vita di Kerouac come un ciclone, portando con sé tutta la sua pazzia), vi

sono Carlo Marx, trasposizione letteraria di Allen Ginsberg, e Bull e Jane Lee, che “interpretano”

Burroughs e Joan Vollmer. Risulta doveroso fare un appunto circa il binomio Sal-Jack. Ad una prima

lettura, la critica identificò lo scrittore con Dean Moriarty, ma in realtà non è così, in quanto Sal

rispecchia i tratti del “bravo ragazzo”, non realmente ribelle, con il valore della famiglia (solo a casa

dalla zia ritrova sé stesso), tutte caratteristiche attribuite dai beat-writers, anche se con una nota di

disappunto, al loro “capo spirituale”. Infatti lo definivano un buddista sofferente, paragonabile ad uno

“spettatore tipo della BBC”.

La gioventù francese di Jean-Paul Sartre.

E mentre in America, nel leggendario Greenwich Village i beat, saturi di marijuana, davano vita alla

loro corrente culturale fuori da ogni schema, In Francia nasceva un gruppo di giovani (la Sagan), i

quali oltre a non avere alcun interesse politico, non avevano nemmeno appoggi spirituali. Si

ispiravano al nulla creato da Jean-Paul Sartre : si muovevano nel nulla, in una “nausea” che non era

neanche disperazione.

Chiariamo meglio questo concetto. Nel 1943 la pubblicazione dell’opera “L’essere e il nulla” segna la

svolta di Sartre verso l’esistenzialismo negativo, il quale culminerà nell’adesione al marxismo.

Il filosofo si interroga sulle strutture dell’essere ed afferma che esso si manifesta in due maniere

fondamentali : come essere in sé e come essere per sé. La prima si identifica con tutto ciò che non è

coscienza, ma con cui questa entra in rapporto : le cose del mondo. La seconda è la coscienza stessa, la

quale ha la prerogativa di essere presente a sé stessa e alle cose. Di conseguenza l’ in sé è il dato, che

la coscienza si trova davanti, come qualcosa di opaco. Il per sé è la coscienza che, essendo presenza

alle cose, attribuisce loro dei significati. Poiché il per sé non è dato, ma ad esso dà dei significati, è

chiamato da Sartre nulla, intendendo con tale termine non il contrario dell’essere, ma la coscienza

stessa, che sorge come potenza nullificatrice del puro dato e come fonte di significato rispetto all’ in

sé. La nullificazione si ha nel momento in cui la coscienza, ovvero il per sé, attribuisce dei significati

alla realtà e in conseguenza di ciò la coscienza è libera ed è condannata ad esserlo, proprio perché

strutturalmente attribuisce significati al dato.

Quindi nel momento in cui queste condizioni vengono soddisfatte anche l’uomo è coscienza e in

quanto tale è responsabile del mondo e di sé stesso. Tutto ciò che accade nel mondo risale alla libertà e

alla responsabilità della scelta originaria, perciò nulla di ciò che accade all’uomo è inumano. Non

esistono casi accidentali : un avvenimento sociale improvviso, una guerra ad esempio, non viene dal di

fuori, ma dall’uomo stesso; la guerra in cui è coinvolto diviene la sua guerra e la merita. Sartre

afferma : “Io la merito in primo luogo perché potevo sottrarmi ad essa col suicidio e la diserzione:

queste possibilità ultime devono sempre esserci presenti quando si tratta di affrontare una situazione.

Se non mi ci sono sottratto, io l’ho scelta: forse solo per mollezza, per debolezza davanti all’opinione

pubblica, perché preferisco certi valori a quelli del rifiuto stesso di far la guerra. Ma in ogni caso si

tratta di una mia scelta.”

La libertà fa sì che l’individuo risulti in uno stato di permanente conflitto con gli altri. E’ inevitabile lo

scontro delle libertà e la guerra dei significati.

Inoltre si scorge nella condizione umana un tratto paradossale. Nonostante la sua libertà, l’uomo non

sceglie il suo essere stesso, ossia il fatto di essere “gettato” nel mondo e di esistere come libertà. Il

fatto di essere al mondo è assurdo, non ha spiegazioni. L’esperienza emotiva di tale assurdità di fondo

dell’esistenza è la nausea, che Sartre descrive nell’omonimo romanzo del 1938 in cui il protagonista

scopre la mancanza di senso dell’esistenza, la quale gli si rivela mediante un nauseabondo sentirsi “di

troppo” rispetto al mondo e agli altri. Sebbene gli uomini abbiano cercato di sormontare questa

consapevolezza con le metafisiche e le religioni essa rimane al fondo di ogni uomo come inespressa,

ma inequivocabile intuizione e verità. Da ciò il progetto dell’uomo di farsi Dio, un essere che è

ragione e fondamento di sé medesimo, attuando una sintesi fra in sé e per sé. Ma ciò è impossibile

perché la coscienza può sorgere solo dopo l’essere e come nulla dell’essere stesso e non come suo

fondamento. Quindi ogni sforzo di farsi Dio è destinato al fallimento, tant’è che l’uomo è un Dio

mancato o una passione inutile. Tutti i comportamenti umani sono fallimentari; in virtù di ciò il

filosofo chiudeva il libro con la frase: “E’ la stessa cosa, in fondo, ubriacarsi di solitudine o condurre i

popoli” . D’altro canto “L’essere e il nulla” si fonda sul concetto di libertà e responsabilità. Questo

spiega perché egli, in concomitanza con l’atmosfera di “impegno” rappresentata dalla Resistenza e

dalle ricostruzione post-bellica, abbia insistito sulla teoria della libertà e della responsabilità individuale

e sociale dell’uomo, abbandonando il negativismo e l’assurdismo iniziale e reinterpretando

l’esistenzialismo nei termini di una teoria dell’azione e della storia.

Approfondendo i temi dell’azione e dell’impegno sociale, Sartre ha intrapreso un cammino che lo ha

portato nel 1960 a pubblicare la “Critica della ragione dialettica”, con la quale si assiste ad un

passaggio dall’esistenzialismo ad una piena adesione al marxismo. Il filosofo prende in

considerazione la struttura dialettica del corso storico, come processo in divenire, che si caratterizza

come una totalizzazione mai conchiusa e sempre in via di farsi. Ciò accade perché la dialettica,

secondo Sartre, non costituisce una realtà naturale, ma è un processo il cui soggetto è l’uomo con i

suoi bisogni. La dialettica è concepita all’interno dell’esperienza vissuta, in base al principio secondo

cui l’uomo subisce la dialettica in quanto la fa, e la fa in quanto la subisce. In virtù di ciò, la storia

contiene la possibilità dell’alienazione , cioè il rischio che l’uomo diventi succube dei prodotti della

sua attività. Infatti , se da un lato l’uomo è il soggetto che costituisce la dialettica, dall’altro può essere

l’oggetto alienato dalla dialettica “costituita”. L’alienazione risiede nei rapporti dell’uomo con la natura

e nei rapporti fra gli uomini. Nel primo caso si prende come riferimento l’uomo del passato, il quale si

oggettivava al lavoro perché spinto dalla penuria, ma successivamente, nella società industriale, tale

oggettivazione diventa vera e propria “alienazione” rispetto ai prodotti e al senso umano del lavoro.

Nel secondo caso, Sartre fa una distinzione fra serie e gruppo, che costituiscono la “fenomenologia

della dinamica rivoluzionaria”.

La serie è una “Molteplicità discreta di individui, formata da una pluralità di solitudini ostili tra

loro” (da “Critica della ragione dialettica”). L’uomo non vive in unione con gli altri.

Il gruppo è un’organizzazione di individui caratterizzata da un’unità di intenti in cui ognuno si sente

“immedesimato” con gli altri. Esso si costituisce nel momento della rivoluzione contro un ostacolo o

un avversario comune. Passato il momento eroico della fusione rivoluzionaria, il gruppo deve

ulteriormente lottare per non disgregarsi e tornare serie. L’unità, però, persiste solo in presenza di una

situazione di terrore, che si concretizza nella disciplina e nel controllo dispotico , i quali portano

all’attribuzione del potere ad un capo carismatico. Attraverso l’organizzazione e l’istituzione, il gruppo

raggiunge l’alienazione. Alla fine, costituitosi come superamento della serie, il gruppo rischia di

sfociare in una nuova serialità alienata, in cui gli uomini si sentono nuovamente estranei l’uno all’altro

e alla comunità reale.

L’adesione al marxismo, via via radicalizzata, portò Sartre a sostenere i movimenti dell’ estrema

sinistra con i quali si era schierato nel corso della contestazione studentesca del ’68.

A differenza dei giovani della Sagan, che nel nulla e nella nausea trovavano una verità secondo cui

l’esistenza non ha senso, l’uomo si sente di troppo rispetto al mondo e agli altri uomini e ogni

comportamento umano è fallimentare, gli scrittori beat americani erano nati da uno sgomento, da una

perplessità, da uno spavento del nulla che avevano scoperto da sé e che si sforzavano di vincere. Che

siano i portavoce dei delinquenti minorili, dei drogati, non toglie loro una fondamentale ingenuità, un

primordiale ottimismo, una vaga fiducia sufficiente a giustificare pratiche pseudoreligiose tali da

mostrare un loro residuo barlume di speranza.

22 novembre 1963 : assassinio di John Fitzgerald Kennedy.

Nel pieno della Beat Generation l’America fu sconvolta dalla prematura scomparsa di uno dei suoi

presidenti più amati : John Fitzgerald Kennedy.

Eletto all’età di 44 anni, dopo la scadenza del secondo mandato di Eisenhower, Kennedy fu il primo, e

l’ultimo, presidente cattolico ad entrare alla Casa Bianca . Suscitò subito larghi consensi grazie alla sua

politica ispirata alla tradizione progressista di Wilson e Roosevelt, che aggiornò col riferimento ad una

nuova frontiera, non più materiale, ma spirituale, culturale e scientifica. In uno dei suoi famosi

discorsi, Kennedy disse :

“Al di là di questa frontiera si estendono i domini inesplorati della scienza e dello spazio, dei problemi

irrisolti della pace e della guerra, delle sacche di ignoranza e di pregiudizi non ancora debellate”.

Onorevoli furono i suoi sforzi in politica interna, i quali portarono a un forte incremento della spesa

pubblica, assorbito in parte dai programmi sociali, in parte maggiore dalle esplorazioni spaziali.

La politica estera fu invece caratterizzata da una linea ambivalente, che puntava alla difesa degli

interessi americani nel mondo.

Nonostante tutto, questo slancio riformatore fu tragicamente interrotto il 22 novembre 1963 a Dallas

(Texas). Tutto il Paese si fermò. E, siccome gli Stati Uniti erano Dominatori di mezzo mondo, si

fermò l’intero pianeta : il mezzo mondo assoggettato e quello che si opponeva allo strapotere a “stelle

e strisce”.

Però ciò che destò maggior scalpore, e che ne desta ancora oggi, è la mancata soluzione del giallo.

Non è mai stato trovato un vero colpevole e vengono continuamente avanzate nuove ipotesi : si pensa

alla Mafia, alla Massoneria, al presunto assassino, Lee Harvey Oswald, addirittura agli U.F.O.

Quel che è certo è la presenza di molte, troppe incongruenze.

A cominciare dal rapporto finale della Commissione investigativa, guidata da Warren, che depone a

favore del complotto in maniera molto sbrigativa. La Commissione ha infatti deliberatamente ignorato

eventi, misinterpretato accadimenti, presenze e assenze sulla scena; infine ha proposto una teoria circa

la traiettoria del proiettile a dir poco assurda. Ilgrafico con il “percorso della pallottola unica” dovrebbe

giustificare, a detta della Commissione Warren, i ferimenti registrati tra i più prossimi al Presidente e

l’assassinio dello stesso.

L’ipotesi del complotto è tuttavia avvalorata, non certo dal rapporto delle indagini, ma da alcuni

avvenimenti “sospetti” precedenti e seguenti al delitto. Essi possono essere riassunti nei seguenti

punti:

- Oswald (il presunto assassino) non sparò a Kennedy mentre percorreva Houston Street, il punto

ideale e più semplice per colpirlo; invece il percorso del Presidente venne fatto passare da Elm, il

luogo più standard per una triangolazione di fuoco.

- Il percorso di parata venne cambiato all’ultimo istante e deviato verso Dealey Plaza.

- Il van dei media venne fatto sostare nell’unico punto, che non permette di coprire interamente la

visuale e di inquadrare lo scorcio da cui provengono gli spari. Infatti, quello girato dall’operatore

Zapruder risulterà essere l’unica inquadratura diretta sulla testa del Presidente.

- Il filmato Zapruder dimostra che la testa di Kennedy si spostò, al momento del colpo, violentemente

indietro verso sinistra: incompatibile con la supposizione che il colpo fosse provenuto da dietro, dove

al momento si trovava Oswald.

- Lee Harvey Oswald venne trovato un minuto e mezzo dopo lo sparo, al secondo piano dello stabile

TSBD, tranquillo e per nulla affaticato, mentre beveva una Coca-Cola. Impossibile in così breve

tempo arrivare dal sesto al secondo piano ed essere tranquilli e freschi come una rosa. Poco dopo

l’arresto Oswald fu assassinato da Jack Ruby e successivamente fu avanzata l’ipotesi della presenza

di un “Uomo con l’ombrello” nei pressi dell’auto presidenziale.

- Moltissimi testimoni affermarono di essersi imbattuti in personaggi, che si qualificavano come

appartenenti al Servizio Segreto; quindi in Dealey Plaza non erano presenti agenti.

- Ingrandimenti effettuati da una foto scattata da una donna (la signora Moorman) evidenziano la

presenza di un uomo in uniforme, che punta il fucile verso il Presidente.

- Molti testimoni dichiararono che i colpi furono quattro.

- Subito dopo lo sparo, saltarono le comunicazioni telefoniche dell’intera Washington; il black-out

durò un’ora.

- Ci sono prove che Oswald e Jack Ruby (il suo assassino) si erano conosciuti e frequentati prima

dell’assassinio di Kennedy, ma Ruby l’ha sempre negato.

- L’ambulanza di stanza a Dealey Plaza, che avrebbe potuto soccorrere e salvare il Presidente, non

c’era, poiché impegnata a portare in ospedale un uomo colto da crisi epilettica. Un controllo in

ospedale verificò che nessuno fu assistito o ricoverato per crisi epilettica.

- Il cadavere di Kennedy venne letteralmente rapito e portato a Washington per l’autopsia. Erano i

medici di Dallas a essere incaricati ad effettuarla. Ciò fa sospettare che l’autopsia a Washington fu

pilotata.

- Le notizie dei media riportarono che Oswald era il killer del Presidente e ne descrissero gli

spostamenti poco prima dello sparo; il che al momento della notizia non era ancora stato rilevato.

- Nessun medico, durante l’autopsia, poté toccare il cadavere o esprimere un parere; fu dato per

scontato l’ingresso della pallottola dalla nuca.

- Il cervello di Kennedy scomparve dopo l’autopsia e non venne mai più recuperato.

- Almeno 75 persone cionvolte nel caso Kennedy morirono negli anni successivi, in circostanze

misteriose. Il primo fu Jack Zangretti, ucciso da un colpo di pistola alla testa nel dicembre ’63, era

colui che sapeva dei rapporti Oswald-Ruby. Solo nel 1964 morirono tredici testimoni chiave. Furono

nove le persone morte nel ’65. Dodici nel ’67. Nel ’77, quando stavano per essere riaperte le indagini,

scomparvero altri quattordici testi potenziali.

Nel 1999, inoltre, vi sono state rivelazioni sconcertanti circa la tragedia, contenuti in un dossier

consegnato da Eltsin a Clinton.

Dal documento, proveniente dagli archivi dell’ ex-KGB, emergerebbe la natura extraterrestre del

delitto. Sembra infatti che civiltà aliene, preoccupate per la decisione del presidente di diffondere

notizie documentate riguardanti l’esistenza di altre forme di intelligenza, abbiano deciso di “risolvere il

problema” , eliminando il Presidente degli Stati Uniti . Naturalmente questa ipotesi, come quella della

“pallottola unica” ha un che di assurdo.

Morale della favola : nessuno riuscirà mai a scoprire la verità su questo delitto e anche se si volessero

riaprire le indagini sarebbe fatica sprecata, dato che verrebbero messi in gioco gli interessi politico-

economici della principale potenza mondiale.

“La casa in collina” di Cesare Pavese può essere comparata ad “On the Road”?

Tornando a “On the Road”, si è detto precedentemente che si tratta di un romanzo, il quale mette in

evidenza la condizione esistenziale dei ragazzi americani del secondo dopoguerra.

Tratta dell’amicizia, delle difficoltà dell’amore, della ricerca di sé, del desiderio d’appartenenza e

dell’impossibilità di rinunciare al desiderio e al bisogno di rivolta, dell’ansia di un andare senza fine,

che cancelli l’ombra della noia e quella più oscura della morte; è un’opera che sembra dare corpo

ancora una volta a tutti i grandi miti dell’America.

Anche in Italia uno scrittore non poté fare a meno di riproporre nelle sue opere gli esempi e gli

insegnamenti tratti dagli autori statunitensi : Cesare Pavese.

Nato nel 1908 a Santo Stefano Belbo, paesino in provincia di Cuneo, che torna continuamente nei

suoi romanzi, studiò a Torino dove, ai tempi del liceo, cominciò a frequentare gli ambienti antifascisti

e di contestazione al regime. Nel 1932 si laureò in lettere, con una tesi sul poeta americano Walt

Whitman (aveva imparato l’inglese da autodidatta e rimase affascinato dalla letteratura d’oltreoceano

per l’uso costante dello slang). La sua prima attività letteraria fu di traduttore delle maggiori opere

statunitensi : ricordiamo “Moby Dick” di Melville, “Daedalus” di Joyce, “Il 42° parallelo” di Dos

Passos.

Dopo una breve permanenza in carcere (non ci ricorda qualcuno?) per motivi politici (1935), Pavese

cominciò a frequentare personaggi, che saranno molto importanti per la sua attività culturale e

affettiva : Vittorini, Pintor, Fernanda Pivano (la più famosa americanista) e si dedicò con assiduità alla


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Letteratura e materie correlate sulla Beat generationcon i seguenti argomenti trattati: in viaggio con Jack, Jean- Paul Sartre dall’esistenzialismo negativo al marxismo, l’assassinio di Kennedy, “La casa in collina” di Cesare Pavese, Catullo: un “beat” della letteratura latina, Caravaggio, un “potenziale beat”, Andy Warhol.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere moderne
SSD:
A.A.: 2008-2009

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