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Leopardi - Filosofia e poetica

Appunti di Letteratura Italiana presi a lezione della parte monografica su Giacomo Leopardi. Al loro interno si trattano gli argomenti seguenti: Leopardi e la timidezza o timidità; il rapporto col romanticismo, rapportro tra poesia e filosofia, la poetica leopardiana, il pessimismo leopardiano, le operette morali.

Esame di Letteratura italiana docente Prof. P. Italia

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Egli dice che quando era piccolo (4-5-6 anni) nella volta della stanza dove dormiva c’era un

affresco di vita pastorale e con la sua sensibilità guardava questa volta e la sua fantasia lo

trasportava in questo mondo e se nella realtà potesse vivere una vita pastorale sarebbe una vita

di uomo beato (archetipo di una vita pastorale e non cittadina). Infatti nella sua poesia gli sfondi

più belli sono quelli campestri e non cittadini. 15/10/02

RAPPORTO FRA POESIA E FILOSOFIA continuazione..

In un 1° momento le vede separate.

La poesia dei moderni è sentimentale perché nasce da un sentimento profondo, tutto di

malinconia “per la natura perduta” (SHILLER). A mano a mano che la ragione conquista

territori che prima appartenevano all’immaginazione viene meno quest’ultimo e va avanti

l’arido vero e da ciò nasce la vera poesia moderna. Quindi non è più solo quella antica la poesia

Vera ma c’è pure quella moderna che ha come tratto psicologico la sentimentalità , che è molto

acuto, sentimentale è poetico cioè PATOS: patire, soffrire per un certo stato di cose oppure

essere malinconico, triste non per niente scrive nel ‘32 un operetta morale dove si farà chiamare

Tristano.

In questi anni mentre elabora questi pensieri sulla possibilità della poesia moderna, anche se

prima la ritiene difficile, emette un giudizio limitativo su un grande poeta Vincenzo Monti

perché gli pare un poeta antico, perché la sua poesia è tutta un imitazione esteriore degli antichi

e non interiore dell’antico come fa il Leop. nell’ultima ode di Saffo.

Ma il Monti è un traduttore, è un poeta antico perché manca totalmente di filosofia che è il

fondamento della cultura moderna e si riferisce alla filosofia dei Lumi.

La filosofia si fonde con la parola scienza per il Leopardi.

Nel pensierino del ‘22 si può conciliare poesia e filosofia ma ciò lo può fare un poeta di Genio e

lui ci riesce nell’Infinito e ad Angelo Mai.

Nel ‘24 in un operetta morale “Il Parini ovvero nella Gloria” in cui il Parini era una figura a lui

cara e arriva ad una compenetrazione tra filosofia e la poesia.

I sommi poeti hanno per natura una doppia facoltà quella filosofica e quella poetica anche se

quelli che sono filosofi la facoltà prevalente sarà quella filosofica e anche poetica e viceversa

(per es.: sono sommi filosofi Omero, Dante, Shaekspire).

I romantici ereditano questa cultura da quella neoclassica pre-romantica; non c’è più diaframma

tra filosofia e poesia.

LA POETICA DEL LEOPARDI

Lui è poeta-filosofo però il discorso del ‘24 non supera quello del ‘22 dove l’uomo di Genio può

creare poesia moderna anche se è difficile e questo è dimostrato dal fatto che dalla fine del ‘23 e

fino ad arrivare al ‘28 Leop. non scrive più poesie tranne una grande canzone Alla Sua Donna,

ma solo in prosa: Zibaldone, Operette Morali, Lettere.

Nel ‘28 a Pisa, in una primavera in cui si sente meglio, scrive alcune lettere alla sorella

descrivendo il suo benessere e compone una poesia che è “IL RISORGIMENTO” dopo tanti

anni che non scriveva una poesia e di questo si meraviglia.

Questo rapporto tra filosofia soprattutto prosa e poesia non è semplice ci vuole qualcosa per cui

la filosofia possa diventare poesia. Le risposte che spesso il Leop. dava ad alcuni amici, cui

dava alcuni consigli per scrivere alcune poesie per feste, Leop. era sempre negativo perché non

era abituato a scrivere per commissione perché ci voleva l’ispirazione che nasce da uno stato

d’animo complesso quasi duplice da un lato la sua malinconia dall’altro un certo relativo

benessere anche momentaneo come gli capitò nel RISORGIMENTO.

Ci deve essere in senso di apertura , il non vedere tutto scuro, ci deve essere un certo entusiasmo

poetico. 16/10/02

RAPPORTO TRA FILOSOFIA E POESIA continuazione

Ci sono due sistemi di Leopardi antitetiche l’una all’altra:

1. uno del pessimismo storico

2. l’altro del pessimismo cosmico

Pessimismo cosmico è quello che il giovane Leop. attribuisce ai moderni e no alle epoche

precedenti dove l’uomo è stato felice e quest’epoca lui la colloca nella civiltà classica del

mondo greco e latino. Importante è notare che questo sistema sembra reggere però si va

sgretolando per es.: il BLASUCCI LUIGI ha notato come nell’INNO AI PATRIARCHI questa

età felice non è più quella delle police greche e romane ma è proiettato in un passato primitivo

cioè quella dei Patriarchi (Abramo, Isacco) e gli accomuna i Pellerossa cioè un popolo primitivo

perché vivevano in modo naturale,quindi questa felicità è proiettata in un tempo passato.

Una poesia in cui si nota che qualcosa non va quadrando in questo sistema ma fermenta

all’interno del Leop. è l’ultimo canto di “SAFFO”: la Saffo- leopardiana è una fanciulla brutta,

deforme ma con l’animo bello; dietro Saffo c’è la situazione fisica personale del Leopardi.

Questa ragazza che ha un animo bello e genio poetico è innamorata di un giovane che si chiama

una poesia importante

Faone che la respinge e la sua disperazione la induce ad uccidersi. Ė

perché autobiografica e perché ad un certo punto Saffo si chiede: <Cosa ho fatto io per

meritarmi un corpo così deforme?>. C’è un entità che ancora, in questo momento, può

determinare senza una ragione plausibile l’infelicità di una persona, più avanti questa entità (dei

– fato – natura) determinerà l’infelicità di tutti e no di una persona sola.

Ma intanto chiedersi: perché mio fratello Carlo è nato sano, perché l’altro mio fratello è nato

sano…ed io sono nato così? Che colpa ne ho io?. Tutto questo può creare una crepa dentro il

primo sistema della natura.

Anno ‘23 – ‘24 è stato notano che Leop. scrive molto nello Zibaldone e molte di queste note e

pensieri costituiranno lo scheletro intellettuale se no stilistico di molte delle operette morali

dove i temi saranno ripresi con un senso d’arte superiore.

Leop. traduce due frammenti di Simogane d’Amorgo, poeta greco, e le inserì nelle traduzioni

dei canti di Stride del ‘35. Il contenuto del 1° frammento corrisponde al 40 canto: Giove

esimo

può tutto e tutto è in suo potere il bene e il male per tutti gli uomini e se è scritto che uno debba

morire in battaglia morirà in battaglia, se uno deve perire fra i flutti del mare così accadrà…tutte

le speranze degli uomini sono incerte o vane perché oltre a questi mali accidentali ci sono quelli

necessari contro cui non si può fare nulla anche questi sono decretati da Giove e sono le

malattie, la vecchiezza e la morte. Da questi mali non si può scappare perché tutti gli uomini

sono destinati ad averli (sono mali universali).

Questo frammento appartiene ad un poeta del VII sec. A.c., dovette stupirsi il Leop. leggendolo

perché allora i greci non erano così felici come pensava così crolla questa dicotomia fra antichi

e moderni, e leggendo gli antichi a partire da Omero che il pessimismo era ben radicato nella

cultura greca e in una famosa operetta morale “Tristano ad un Amico”, all’amico comunica il

suo pessimismo e non meno pessimista era Omero e Salomone (Opera delle Ecclesiate piena di

masse pessimistiche).

PRIMA OPERETTA MORALE: STORIA DEL GENERE UMANO

Funge da apertura alle altre operette morali; la parola storia non è usata a caso da Leop. perché

in questa operetta morale anche se non ricostruisce lo sviluppo del Genere Umano lo fa per

grandi periodi che includono anche quella parte dell’esistenza del genere umano Preistorica e

s’interessa del genere umano guardando di scorcio alle condizioni di vita esterne e guardando

come nelle varie epoche storiche si trasforma interiormente, è una storia della psiche collettiva

nelle varie epoche storiche lunghe giudicate con l’occhio di quella scuola francese della durata

lunga (long duree).

Nelle prime pagine Leop. va ai trimordi del genere umano è una rappresentazione di un Eden

panagheggiante però lui rappresenta questi uomini nati tutti bambini ed allevati dalle colombe e

dalle api così come successe a Giove nell’isola di Creta abbandonato perché il padre Cromo lo

voleva mangiare, fu allevato dalle capre. Quando diventavano giovani quel mondo che prima

era bello cominciò ad infastidirli perché vedevano sempre le stesse cose (TEORIA

DELL’ASSUEFAZIONE: quando l’uomo si abitua ad una certa cosa a lungo andare gli viene a

noia). Alcuni uomini si uccisero perché la vita è venuta loro a noia.

L’importanza di questa operetta morale è che l’infelicità è nata con l’uomo e non in un certo

periodo storico quindi l’uomo è per natura infelice.

Il concetto di varietà è molto importante per alleviare il senso di noia. (Elogio degli uccelli che

secondo il Leop. sono meno felici perché potendo volare hanno modo di vedere tante cose).

I bambini compiacendosi del cielo e della terra li ritenevano infiniti (l’Infinito è qualcosa che ci

solleva su un piano alto, ci fa scordare la finitezza delle cose che ci circondano) e si riempivano

di speranze e crescevano con molta contentezza, così, finita la fanciullezza (unico vero

anno d’età), a la prima adolescenza e venuti

momento felice dell’uomo che finisce dopo il 25 esimo

nell’età della prima virilità cominciano a mutare (per Leop. tutto muta, tutto si trasforma →

visione Eraclitea) nell’animo per tutte le speranze, (sentimento che si accorpa alla felicità), che

prima coltivavano di giorno in giorno, che sono vane e inutili e si tolgono la vita.

BRANO DALL’ULTIMO CANTO DI SAFFO

Sono stata calata nella serra come un ospite grave, repellente..→ la natura la respinge perché

ha ribrezzo di questo corpo deforme e il fiume appena avvicina il piede si ritrae. 21/10/02

TIMIDEZZA DEL LEOPARDI

Il pessimismo vede la fonte del male nella natura.

Nella prima operetta “La Storia del Genere Umano” c’è implicita questa considerazione della

natura che pian piano ha subito delle lacerazioni già nella prima fase di questo sistema anche se

Leop. non l’ ha rinnegata.

Gli uomini fin dal principio arrivati alla giovinezza si sono stancati della vita cioè la natura li ha

fatti in modo tale da desiderare più il non esserci quindi inclini alla felicità.

Operetta “Della Natura ed un Islandese”: nelle prime battute del dialogo l’Islandese riconosce

nella statua di pietra una donna (che è la Natura). L’Islandese è un uomo qualsiasi (come il

pastore errante dell’Asia). In questo periodo Leop. sceglie come interlocutori dei personaggi

illustri della storia ora, invece, s’interessa di persone qualsiasi come l’Islandese; di lui non si

dice che è una persona colta ma solo che fugge dall’Islanda (questa era un’isola gelata per tutto

l’anno con pochi abitanti e la vita era molto dura, c’erano molti terremoti perché è un’isola

vulcanica e spesso si moriva dal freddo). Dice l’Islandese che i guai erano che gli uomini si

davano briga l’uno contro l’altro rendendosi difficile la vita. Così l’Islandese, sia per sfuggire ai

mali della natura sia anche per gli uomini, se ne va via dall’isola per girovagare da solo per il

mondo. Questo è interessante perché è la stessa solitudine Leopardiana che viene proiettata in

una storia favolosa. Nel ‘700 fiorì una letteratura in cui si parla di persone naufragate (Robinson

Crousò) ect.. Attorno all’Islandese c’è questo tipo di letteratura di viaggi. Leopardi era curioso

di come venivano conservate le mummie e leggeva di tutto e una componente delle Operette

morali è quella udita.

La parte importante è quando lui vede questa immagine della donna (natura) e comincia il

colloquio tra la natura e l’Islandese.

Vide l’islandese da lontano un busto grandissimo che dal principiò immaginò essere di pietra e

somiglianza degli ermi visti da lui nell’isola di Pasqua. Ma guardandola da vicino vide che era

una donna smisurata seduta a terra con il busto diritto, con il gomito appoggiata alla montagna

dal volto da un lato bello e dall’altro terribile…fiocchi capelli nerissimi

Natura – Chi sei cosa cerchi in questi luoghi?

Island.- Io sono un povero Islandese che vado fuggendo la natura da tanto tempo per 100 posti

della terra ora la fuggo da questa terra

Natura – Io sono quella da cui tu fuggi

Island. – Me ne dispiace fino all’anima e viaggiare di questa disavventura non mi poteva

capitare

Natura – Non potevi pensare che io mi trovo in questi posti (Africa) dove io governo (perché c’è

una presenza maggiore in Africa della natura; all’epoca c’erano tanti posti dove non c’erano

popolazioni ma soltanto animali)

Parte sostanziale: breve racconto della sua vita e delle sue esperienza del succo conoscitivo che

da queste esperienze egli trasse che l’islandese fa alla natura.

Island. – Tu devi sapere che fin dalla mia giovinezza le poche esperienze fui persuaso che la vita

era vana o inutile e ho capito anche che l’uomo è stolto perché va combattendo sempre gli uni e

gli altri per piaceri che non dilettano e di beni che non giovano sopportandosi scambievolmente

e amareggiando sempre la vita che già di natura è difficile tanto più che gli uomini si

allontanano dalla felicità tanto più la cercano.

Da queste esperienze ha tratto delle considerazioni:

1. per queste considerazioni deliberai non dando molestia a nessuno

2. non avendo desiderio del proprio stato sociale

3. non contendendo con gli altri per nessun bene del mondo per avere qualunque sia per

questi beni della società

4. vivere una vita oscura e tranquilla quindi avere lo stretto necessario per sostentarsi,

tagliare i ponti con gli altri uomini vivendo da solo (quindi oscuro – contrario della vita

famosa) però tranquillo.

Ma le cose non vanno così ed è questa la grande svolta del pessimismo Leopardiano cioè lui si

rende conto nel ’24 quando scrive le operette che non basta staccarsi dagli uomini per essere

tranquilli perché siamo perseguitati dalla natura quindi tranquilli non possiamo vivere mai.

Addossa tutte le colpe alla natura perché mentre le sofferenze che provengono dagli uomini li

possiamo evitare per i mali naturali questo non può accadere. Questo pessimismo da sensistico

diventa materialistico perché si dà peso ai mali che vengono dalla natura: malattia, vecchiaia,

morte ect…

La contentezza dell’uomo viene quindi vista come un aspetto negativo che positivo. L’islandese

parlando con la natura dice che nel vivere lontano dagli uomini non cercava di fuggire dal

lavoro e dagli impegni.

Pensiero dello Zibaldone

1° pensiero 21 sett. 1823: molti sono timidi i quali sono insieme coraggiosissimi. Il timido è

capace di darsi perfino la morte ma non è capace di affrontare con serenità il giudizio degli altri

quando si trova in società perché il timido perde ogni coraggio anche se poi da solo sarebbe in

grado di fare cose anche eroiche la cosa dipende essenzialmente dal sentimento della vergogna

cioè il timido teme quando è in società che gli altri lo giudichino per meno, per quello lui è ed

ha questa vergogna che lo rende inetto alla vita della società. Ci sono due facce della timidezza

una di timore e l’altra di coraggio quando questo timido non si trova ad affrontare la società.

22/10/2002

Soltanto ricostruendo la vita del Leop. e la sua psicologia che significa un esistenza radicata in

un momento della cultura si potrà trarre alcune conseguenze dei pensieri dello Zibaldone relativi

alla timidezza.

Due lettere sono fondamentali: la prima del ’17 lettera scritta al Giordani che fu colui che lo aprì

alla cultura fervida che si respirava in Lombardia (il Giordani era di Piacenza e si era formato

nella Lombardia del Foscolo e del Monti)

Lettera n°32 la scrisse nel 1817 quando aveva 18 anni

Pag. 602 libro

“Chi mi assicura che io nel tradurre gli antichi non ci prendo un granchio”..

Recanati la chiama “il natio borgo selvaggio” dove si trova gente vile, egli era costretto a stare a

Recanati per motivi di soldi però lui voleva andare fuori..nel ’29 se ne andò con Ranieri e non

tornò più a Recanati morì a 39 anni a Napoli per colera.

“Non c’è niente di bello a Recanati e non s’impara niente…” vi è il desiderio da parte del

Leopardi di mettersi in contatto con Grandi Uomini tra cui c’è il Giordano.

Nel ’17 riesce ad esprimere una nota intensa del pessimismo. Traduce il II libro dell’Eneide

Dove si racconta l’ultimo eccidio nella città di Troia

In questa lettera tutto questo spettacolo bello del mondo che fa al Giordani fa da contraltare alla

sua condizione: Leop. se studia sta male fisicamente lo dirà in una lettera successiva al

Giordani.

Lettera n°62 02/marzo/1818

Parla al Ranieri del suo studio matto e disperatissimo di 7 anni lunghissimi in cui si stava

formando il suo corpo di adolescente e mi sono rovinato infelicemente e senza rimedio e

vendutomi l’aspetto miserabile cioè la forma del corpo e dispreggievolissima tutta la parte

dell’uomo che è la sola che più guardano cioè io corpo non perché aveva una mente superiore

disprezzava il corpo come i Greci antichi avevano cura del corpo. Con il corpo bisogna avere

rapporti con il mondo cioè la società degli uomini.

Non ha paura della morte, sa che lo studio matto e disperatissimo è stato per lui una scelta

quartante perché se con lo studio mi malinconico senza studio impazzisco.

Ha una grande energia spirituale che si sente quartata in questo buco in cui si trova e lo studio

diventa il mezzo per spendere questa energia, però lo studio lo ammazza facendolo diventare

deforme.

Egli sa, a partire da questa lettera, che per la sua deformità fisica gli sarà difficile avere rapporti

facili con la società perché loro guardano più al corpo che allo spirito che non si vede, tutto

questo doveva tormentarlo sempre di più pensando a quanto sarebbe stato difficile il rapporto

con le donne.

Non si guarda la virtù se questa non è congiunta con un bel corpo (lo dirà anche nell’ultimo

canto di Saffo) Saffo è bella nell’animo ma brutta nel corpo e nessuno l’ama perché per forza

della natura non basta soltanto la bellezza dell’animo ma anche quella esteriore per potere

amare.

Per il Leop. il cuore è la sede delle passioni e da lui si capisce quali sono le sue aspirazioni nella

vita e potrebbe non portare necessariamente alla malinconia e alla disperazione come il Leop..

Leopardi aveva una via per giungere ad una soluzione di tipo religioso ma la rifiutò perché la

ritenne Mitica, favolosa, abbracciò l’arido vero: guardò la sua condizione con mente filosofica e

con cuore tenero che ha comprensione di sé stesso e quindi s’inmalinconisce.

Intorno alla primavera del’23 finalmente il padre gli concede di andare a Roma non da solo

come lui aveva desiderato come si esplica dalla lettera al Brighenti (che era una spia perché gli

fa sfuggire il 1° tentativo di fuggire di nascosto a Roma perché gli fa vedere la lettera al padre

però Leop. continuò a tenere la sua amicizia con lui) dove gli dice di avere bisogno di un

alloggio perché io mangio poco e quanto ammonterebbe la spesa?

Il padre lo mandò dagli zii Carlo e Adelaide Antici a Roma, lui si aspettava,andando a Roma, di

vedere tante belle cose che a Recanati non esistevano, di vivere in un ambiente culturale aperto

con scambi di fonti con i dotti, di fare una vita di società che sarebbe stata difficile ma il

desiderio di provare c’era, doveva avere desiderio di vedere donne per avere un’esperienza

amorosa ma non ci riuscì, ma di tutto questo ha una delusione profonda per questa città enorme

dove per andare da un posto all’altro si dovevano percorrere tanti km o andare in carrozza che

lui non possedeva, le opere d’arti non lo entusiasmarono affatto, ciò che poteva sperare di

trovare in una grande città cioè una cultura fervida lo delude del tutto perché Roma è una città

da una cultura stantia l’unica cosa ritenuta cultura è l’antiquaria cioè lo studio di medaglie,

monete e coloro che studiano sono letterati e non coloro che si occupano di filosofia.

Lettera 219 al fratello Carlo sulle donne di Roma

Il fratello che era più grande voleva andare anche lui a Roma ma il padre non volle quindi

alcune di queste lettere sono un po’ viziate dal fatto che Giacomo tenta di far vedere a Carlo le

cose più brutte di quanto loro siano.

“Senti Carlo uno se potessi essere con te riprenderei un po’ di lena e di coraggio, spererei in

qualche cosa e avrei qualche ora di consolazione ..

Scrivimi del tuo amico triste, amami per Dio, ho bisogno di amare, fuoco,entusiasmo,vita

(radice fortissima del vitalismo e della felicità) il mondo non sembra fatto per me ho trovato io

diavolo, le donne fanno stomaco (sono brutte) e gli uomini fanno compassione (fra questi

uomini c’è anche incluso suo cugino)”.

A leop. di Roma piaceva il teatro o quando incontrava il Nibbur (grande filosofo tedesco), tutto

sommato siccome il Leop. studiava le cose e gli uomini l’aver fatto esperienza di questa realtà

diversa fu per lui un allargamento di orizzonti anche se le città che preferisce sono altre:

Firenze, Bologna, Napoli ect..

Lettera 225 sulle donne

A Roma l’approccio con le donne non è facile come lo era a Recanati qui c’è un eccessiva

frivolezza di queste “Bestie” femminili che oltre di ciò non ispirano nessun interesse al mondo

amano solo divertirsi non si sa come, non la danno credetemi… 23/10/2002

Nei pensieri dello Zibaldone il Leop. parla di sé stesso.

Associa al carattere del Timido la genialità quindi essere geniale significa essere un uomo con

doti fuori dall’ordinario più che essere uomo di talento. Lui è un timido di genio quindi ha

consapevolezza della propria genialità letteraria e in parte anche filosofica. Egli connette questa

genialità con 2 qualità:

1. una squisita sensibilità cioè l’uomo geniale non può che essere sensibile

2. una grandissima intelligenza

Questi due aspetti sono correlati cioè la sensibilità acuisce l’intelligenza e viceversa.

Sin dalle prime lettere del ’17 – ’18 sia da alcune lettere del periodo romano cioè dal ’23 viene

fuori il netto carattere del giovane Leop.; un Leop. assetato di gloria che sarà un desiderio

intenso per tutta la vita ad essa dedicherà un intensa operetta morale “Il Parini” ovvero “La

Gloria”, un giovane assetato di vita, di amore (s’innamorò di Gertrude Cassi sua cugina che era

più matura di lui), è innamorato dei gesti magnanimi è questo è connaturato con il suo modo di

sentire e valutare le cose e agiscono anche dei filtri letterari come l’Alfieri che dal punto di vista

del magistero culturale giudicherà sempre un maestro, ma agisce anche il Foscolo un eroe come

per esempio Ortis che è tenuto molto presente dal Leop.

Dunque sia per temperamento che per cultura il giovane Leop. è un pensatore radicale,

liberatorio che mal sopportava tutto quello che quartava l’individuo fosse il bigottismo della

madre religiosamente ed era tanto avara sia di denaro che di amore infatti scrive pochissime

lettere alla madre e quando le scrive non si trapela nessun sentimento di amore e di affetto a

differenza di quelle che scrive al padre. Questo giovane letterato ha consapevolezza delle sue

grandi doti però vive a Recanati “una caverna” e dentro una gabbia che è la sua famiglia. Nel

’19 tentò una fuga ma fu sventata dal padre per colpa del suo amico e nel ’23 va a Roma perché

voleva conoscere una città grande ma soprattutto per trovare una sistemazione economica per

rendersi indipendente dal padre presso la corte dei preti di cui dirà brutte cose.

Leopardi riuscì, nonostante i suoi guai fisici, a tenere dritta la barra della rotta che si era

prefissato a tendere al suo scopo che era quello di essere piuttosto infelice che piccolo come dice

in una lettera a Saverio Broglio del ’23 a Roma (dal Dialogo di una natura ad un’anima:

L’anima chiede alla natura una cosa sola cioè la felicità e la natura non gliela può dare e le dice

Sii grande e infelice in questa operetta morale connette grandezza e felicità); la felicità è

insieme all’amore il più grande mito leopardiano. E’ disposto a vendere la sua felicità pur di

essere grande.

Come si pongono in rapporto tra di loro la felicità e la gloria? Se c’è da scegliere tra felicità e la

gloria lui sceglie quest’ultima è una contraddizione perché come si spiega che in tante sue

poesie lui guarda con affetto tutti quei giovani vestiti a festa che vanno per le strade e sono

mirati per es. nel Passero Solitario parla dei giovani che si divertono e sono presi dalle illusioni

e sono gai e tutti gli affetti illusori per quanto siano rendono più spensierata la vita. Il sollazzo e

il riso e l’amore sono parte della giovinezza dei fanciulli sono i grandi sogni che per loro sono la

realtà. Il Leop. darebbe molto del suo sapere per godere dell’amore (Ciclo di Aspasia), e vuole

emergere gloria, non essere mediocre.

CONTRADDIZIONE TRA GLORIA E FELICITA’

Visto che si era rovinato la vita a studiare per sé felicità non ce ne potrà mai essere Ultimo

Canto di Saffo.

Quando parla di felicità lo fa in senso relativo e no filosofico e rispetto a questo dice che

preporrebbe la gloria a quest’ultima.Vi è una dualità nel Leopardi: da un lato c’è l’edonismo

cioè il desiderio di piacere; dall’altro c’è la magnanimità, la grandezza, la gloria che hanno una

radice diversa indicibile all’edonismo perché lui dice che preferisce essere infelice che non

glorioso, la ricerca della fama può portare anche all’infelicità perché è una ricerca continua che

lo impegnerà per tutta la vita.

I° Frammento sulla timidità: ciò che attiene all’atmosfera dell’animo e la corporeità. Leop. non

disprezza il corpo anzi dice in un operetta morale Tristano ad un Amico: l’uomo è il suo corpo

però una cosa è la pura forza fisica un’altra è quella che lui chiama vitalità per es. il leone è più

forte dell’uomo ma quest’ultimo ha più vitalità del leone perché è connessa con la sua capacità

di pensare, di immaginare, con la complessità del suo sistema nervoso; a lui è capitao di avere

un sistema nervoso eccellente in un corpo deforme tuttavia egli ha più vitalità di un “boscaiolo

grezzo”. 29/10/02

Nel 1823 ci sono 4 pensieri sulla timidezza contenuti nello Zibaldone. Il 1823 è un periodo

importante della formazione Leopardiana si chiama periodo di crisi, di crescenza cioè di una

crisi che lo porterà ad una visione del mondo più coerente più universale e che và sotto il nome

di PESSIMISMO COSMICO o ONTOLOGISMO ESISTENZIALE cioè si rende conto che

l’essere tutto è ordinato al male è fatto perché soffra chiunque sia questa “possanza” che

determina questo fine dell’essere che è la sofferenza, il dolore e talora lo chiama fato, natura o

Arimane (il Dio del male di un antichissima religione araniana).

Tutto questo era già stato detto nel cantico del “Gallo Silvestre” che cronologicamente si pone

subito dopo il “Dialogo della natura e di un Islandese”..ribadisce il pensiero del pessimismo

cosmico; il gallo è un essere strano e favoloso o mitico che parlano gli antichi in quanto sta al di

sopra dell’uomo perché è enorme e con la testa tocca le nuvole ed è capace di esprimersi in

termini umani anche se la sua lingua è un miscuglio di lingue.

Il testo originale era in versi:

…Su mortali destatevi torna la verità sulla terra (di notte quando dormiamo spesso sogniamo

quando apriamo gli occhi la verità viene fuori) e partonsene le immagini vane sorgete (cioè

alzatevi dal letto) riprendete addosso il peso (la soma) della vita riconducetevi dal mondo falso

dei sogni al mondo vero della realtà.

Il Gallo Leopardi sa tante cose e tante cose le intuisce per lui il sonno è meglio della realtà

perché la morte è meglio della vita (e il sonno somiglia alla morte, anche per il Foscolo è così),

l’uomo può andare avanti nella sua esistenza perché dormiamo perché intercaliamo nel flusso

vitale particelle di morte, la veglia porta sofferenza, dolore, fastidi.

Il Gallo si rivolge al Sole e dice: delle opere innumerevoli dei mortali da te vedute finora (il sole

è un grande occhio che vede tutto) pensi tu che una sola ottenesse l’intento suo che fu la

soddisfazione durevole o transitoria che quella durevole produsse?

Credi tu che hai visto tante cose nella tua lunghissima vita perché giri sempre la terra (allora si

pensava che il sole girasse intorno alla terra) che qualcuno sia stato pienamente soddisfatto di

ciò che ha creato?”

Questa risposta è no perché uno fa tante cose e non ci trova quella soddisfazione con cui ci ha

messo l’anima e il corpo.

“Tu hai visto qualcosa che abbia soddisfatto qualcuno in qualche pianeta ammesso che in altri

pianeti ci sia qualcuno?”. Ai tempi del Leopardi non si sapeva nulla sul sistema solare e si

credeva molto che il pianeta Marte fosse abitato perché si vedevano delle strisce.

Questa mancanza di soddisfazione dell’esistenza non è soltanto una prerogativa umana ma di

ogni esistente che non ha soddisfazione del suo essere (pure le pietre, gli animali. le piante) e

tu medesimo (sole) tu (ripetizione del tu=anafora) instancabile velocemente di notte e senza

dormire e senza fermarti mai (poesia del pastore errante dell’Asia si rivolge alla Luna) ognuno

di noi ha in eterno assegnato un ruolo e non può riuscire (nel Copernico lui finge che il sole si

operetta ironica).

stanca e si vuole fermare →

“Sei tu Sole beato o infelice?” il problema della felicità non riguarda più soltanto l’uomo ma

tutto quello che esiste; quindi non c’interroghiamo sull’esistenza dell’essere, possiamo sentire

mai dimostrare non ci sono certezze: tutto quello che ci circonda a arcano tranne il dolore

perché lo sentiamo (stessa risposta del Pastore Errante dell’Asia e nell’ultima strofa del Canto

Notturno verso 135-140):tutti gli esseri sono destinati alla sofferenza).

Nell’ultimo passo del cantico del Gallo Silvestre dice che: pare che l’essere delle cose abbia per

suo e unico scopo il morire, non potendo morire (se non ci fosse stato nulla al mondo o se la

posto del mondo ci fosse stato il nulla) quel che non era perciò (obliquità) del nulla scaturiscono

le cose che sono cioè colui che creò questo mondo, la possanza che fu preposta alla creazione di

questo mondo dal nulla fece scaturire la sofferenza, le cose che sono. Lo scopo è quello di

morire quindi se nulla ci fosse stato niente poteva morire così Colui che creò il mondo lo fece

per farla poi morire.

L’ultima causa dell’essere non è la felicità quindi nessuna cosa è felice vero è che le creature

animate si pongono questo fine in ciascuno delle loro opere. Tutti gli esseri senzienti hanno lo

scopo di voler vivere in modo felice ed è un desiderio radicato in ogni essere e non può essere

soddisfatto quindi tutti finiamo con il vivere una vita infelice e nessuna delle creature animate la

ottiene e in tutta la loro vita ingegnandosi e operando sempre si affaticano per raggiungere poi la

morte, si vive per la morte succo della filosofia Leopardiana (II° strofa del Pastore Errante

dell’Asia) 30/10/2002

Nel ’23 scrisse tanto, in questo periodo non è un caso che le operette morali le I° 20 vengono a

ridosso nel ’24..senza i pensieri scritti nello Zibaldone non ci sarebbero state le I° 20 op. morali.

Tra la fine del ’23 e il principio del ’24 comincia a maturare il II° sistema Leopardiano della

natura di cui la formazione più organica è data nel ’24 nel Cantico del Gallo Silvestre e nel

Dialogo della Natura ed un Islandese.

La natura era vista come aiuto per le creature facendo in modo di velare le sofferenze agli

uomini; nel II° Leopardi le cose cambiano perché la natura non è più vista come madre

benevola, come un elemento armonizzatore che ci aiuta a superare con tanti aiuti spontanei i

dolori che nella vita nascono e invece è vista come colei che opprime, che fa soffrire, che non si

cura di quella felicità che ha messo nei petti degli uomini però non li soddisfa..La natura è colei

che condanna l’uomo ad una decadenza inesorabile che comincia dal 5° lustro cioè dopo i 25

anni da qui è un continuo decadere che finisce con la vecchiaia che è un cumulo di sofferenze e

di mali. La vecchiaia è un male di per se stessa e la morte è vista come la crudeltà più grande

che la natura infligge all’uomo anche se nel Leop. ci sono due modi di vedere la morte che varia

a secondo del punto di vista: Quando per esempio un uomo è malato gravemente la morte è

liberatrice quindi è positiva perché ci libera dal dolore che è quanto di peggio ci possa essere

nella vita (nel Canto Amore e Morte si trova questo concetto).

Il 2° punto di vista: la morte è l’estremo dei mali perché ci strappa alle persone care perchè noi

siamo precipitati in una fossa che lui chiama abisso orrido,immenso ovei precipitando tutto

oblia; la morte è mancanza di luce (motivo Foscoliano).

Si obliano tutte le cose che nella vita sono state fonte di interesse, di lavoro proficuo, di

creatività, questi sono aspetti positivi della vita: la bellezza , la cultura, la poesia, la moralità e

lui si rende conto di questo e la morte può essere un male in questo senso (Dualità della morte).

Non si deve avere paura della morte perché ci toglie dai mali del vivere (spiega nell’operetta

morale “Federico Ruish e le sue mummie); la more arriva insensibilmente e le forze vitali ci

abbandonano gradualmente finchè si passa dall’essere al non essere senza dolore.

Leopardi varie volte pensò di suicidarsi per es. tra il ’18 e il ’19 quando progettò la fuga da casa

e non ci riuscì fu tanta la delusione che all’amico Giordani scrisse: “Sappia mio padre che io

sono pronto a seguire l’esempio di Catone Uticense”, ma sono solo pose letterarie perché si

vuole esaltare ad eroe.

Nel ’28, nelle Ricordanze, ricorda un episodio della sua vita passata quando una sera nel

giardino della casa paterna si sedette su un bordo di una fontana e rifletté sui suoi dolori e pensò

di immergersi per morire. IL tema del suicidio ha una radice autobiografica perché lui stesso fu

tentato da metter fine alla sua vita ma non lo mise mai in atto questo proposito questo (perché

Plotino alla fine del dialogo non da torto a Porfidio gli dice perché non si debba uccidere)

perché la vita non è una cosa da nulla ed è breve. Nella vita non si possono realizzare i sogni

che restano incompiuti, non si ha mai il senso pieno della vita ed uccidersi o no è la stessa cosa;

i dolori si possono sopportare sia che derivano dal corpo o dall’animo perché ci si abitua e così

scema la forza del dolore; sono motivi umani quelli che devono impedire questo atto estremo

perché è contro natura di uomini qualsiasi cosa che da dentro ci dice che non va fatta per cui chi

lo fa mostra d’amare in maniera esagerata se stesso e non si cura al contrario di coloro che a lui

vogliono bene ed è il pensiero di queste persone che ci bloccano da fare questo gesto estremo

(leggere il dialogo di Plotino e Porfirio)

Filosoficamente il problema del suicidio si pone nel dialogo di Plotino e Porfirio dove i due

personaggi dibattono le loro posizioni con forza e Plotino non nega che ci possano essere

ragioni per poter porre fine alla vita ma a queste bisogna contrapporre altre che hanno un peso

maggiore da quelle del suicidio. Porfirio allievo do Plotino voleva togliersi la vita e il maestro

intuì qualche cosa e riuscì a fargli dire il suo proposito e a distoglierlo. Leopardi crea questi due

personaggi che sono il suo alterego è lui stesso che dibatte a fondo filosoficamente questo

problema del suicidio (il prof ha letto da quando dice ..sia ragionevol l’uccidersi…verso 30).

E’ meglio essere un uomo secondo natura che un mostro secondo ragione, le persone care sono

collocate secondo una graduatoria, Leop. mette in rilievo l’affetto che si crea nella vita per le

persone che ci stanno accanto.

“In ultimo Porfirio mio….(c’è lo stesso stato d’animo della malinconia) tutti i

Verso 55 →

dolori forti si possono sopportare (saggio e forte dittologia) si può sopportare il dolore fisico

se uno è saggio (Leop. stoico)

La vita non ha una grande importanza vista con lo sguardo del filosofo e l’uomo non si deve

creare il problema perché lasciarla o mantenerla è la stessa cosa perciò senza voler soppesare

la cosa in modo molto pignolo meglio è mantenere la vita che lasciarla e te lo chiede un amico

(entra in gioco l’affettività profonda, un desiderio acuto di essere voluto bene, di amicalità del

Leop.) perché tu mi devi negare questo mio piacere (o piacere che ti chiedo) per le memorie

delle vicende della vita passata che sono state care negli anni abbandona questo pensiero, non

dare dolore a quegli amici pochi ma buoni che ti amano con tutta l’anima. Tu per me sei la

persona più cara perché sei il mio discepolo, sei la mia dolce compagnia. Pensa ad aiutare noi

amici a sopportare tutti insieme la vita. Viviamo Porfirio mio e confortiamoci insieme così ci

allieveremo insieme questi dolori che toccano tutti gli uomini e non soltanto a te che sei

malinconico (stanno parlando due antichi del fato – operetta morale del ’28 scritta dopo il

Dialogo della Natura ed un Islandese quindi non poteva usare la parola natura;Questo aiuto

vicendevole lo troviamo anche nella Ginestra). I veri nemici nostri non è l’uomo ma la natura

quindi ci dobbiamo difendere da essa e stringere in “social catena” così quando la morte verrà

gli amici e i compagni ci conforteranno”.

I due Pensieri dello Zibaldone dedicati alla Timidezza

Questi pensieri solo molto importanti perché in essi il leopardi cerca una definizione di sé

sul piano caratteriale. C’è stata già l’esperienza del viaggio a Roma che gli ha fatto conoscere la

società, il giudizio che gli dà è negativo ma Leop. è contrario alla vita di società (Discorso sullo

saggio sul carattere del popolo Italiano in cui Leop. fa la

stato presente dei costumi Italiani →

differenza tra la società francese e inglese dove la vita di società è importante perché si

discutono temi importanti e l’Italia dove questa vita di società è inesistente).

Quando fu a Firenze e frequentò l’ambiente dell’Antologia rivista letterale, politica nei

→ →

locali di questa rivista ci si riuniva per parlare di temi importanti; ci fu l’incontro con il Manzoni

che non fu felice.

La società romana era frivola e le donne e gli uomini erano ignoranti si passava il tempo

giocando. Con la sua finezza intellettuale capì che nella vita di società ci vuole una certa

disinvoltura perché ci sono sempre schermaglie, compromessi in tutti e due i livelli e questa

disinvoltura gli mancava e persone di gran lunga inferiori a lui intellettualmente avevano una

pratica del mondo straordinaria; si sentiva un pesce fuor d’acqua allora alla fine dell’esperienza

romana si collocano questi pensieri che sono una riflessione su quello che aveva sperimentato di

sé in questo contatto con la società e cioè che era un timido e viene fuori un ritratto caratteriale

e intellettuale che possiamo considerare fondamentale in Leop., cioè danno una fisionomia

morale, caratteriale, intellettuale che si può considerare quella del Leop. maturo e non si muterà

fino alla morte. Per caratteriale, morale e intellettuale s’intende che nell’analisi di se stesso non

c’è solo il fattore natura ma anche cultura cioè nel senso ampio relazioni familiari, sociali ect.

04/11/02

TIMIDEZZA

La timidezza si può considerare uno stato d’animo dove convergono alcune componenti:

S C

ricerca della solitudine coraggio fisico e morale

T

V D

vergogna di sembrare difficoltà di rapportarsi in società

ridicolo con ambo i sessi

La difficoltà a vivere normale nei rapporti di relazione, nella società nel mondo deriva da un

sentimento di vergogna. Vergogna eccessiva di timore. Il timore nasce perché non ha nulla della

vita. La vita non presenta nessuna attrattiva. Il suo sentimento più abituale è quello della noia di

vivere che nella Storia del Genere Umano spinti dalla noia gli uomini tendono ad uccidersi. Se

la vita non ha un senso Leop. si chiede cosa ha da perdere. E’ un sentimento invincibile perché

provava tanta vergogna quando era in società. Questo essere deforme fisicamente era qualcosa

che lo inceppava. Egli era una persona che non sopportava che egli diventasse oggetto di riso.

C’è in lui una componente aristocratica (il sentimento dell’onore) aveva un alto senso di sé,

della sua cultura, del suo ingegno, del suo casato. L’esito fondamentale di questo orgoglio di

sentimenti che si annoda intorno alla timidezza è la tendenza alla solitudine. Attraverso una

lettera del ’26 a Giampiero Viessè (degli anni ’20 agli anni ’30 dell’800 ha vissuto in Italia e fu

il fondatore di una buona rivista dove il Leop. pubblicò alcune Operette Morali sull’antologia)

in questa lettera Leop. pregava che non se ne pubblicassero altre con la speranza che Viessè non

avesse fatto delle copie. Quando avvenne una collaborazione fine fra i due, Leop si tirò indietro

perché si dichiara ignorante nella filosofia sociale (studi giuridici, di statistica) perché lui non

aveva esperienza della società, non ha vissuto nel mondo ma ha vissuto da solitario.


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flaviael

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lingue e culture del mondo moderno
SSD:
A.A.: 2003-2004

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Italia Paola.

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