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interstatali (caratterizzato dalla volontarietà – grazie al fatto che le decisioni fondanti, cioè le

riforme dei trattati, sono prese all’unanimità – e l’abbondanza di informazioni di cui dispone il

singolo stato). Analizzando i due livelli, Moravcsik conclude che il processo di integrazione ha

rafforzato lo stato, sia nei confronti del sistema internazionale sia dell’arena politica nazionale.

La prospettiva neofunzionalista

Un altro filone è quello che fa capo alla teoria pluralista. Tale prospettiva nasce verso la metà degli

anni Sessanta, in seguito alla comparsa di due fenomeni nuovi sulla scena internazionale: la

nascita di numerose organizzazioni internazionali e la crescita di rilevanza di alcuni attori non

statuali nell’elaborazione delle politiche globali. Ciò dimostra la perdita da parte degli stati del

monopolio delle decisioni: l’Unione Europea quindi è uno dei soggetti che partecipano all’erosione

del potere e dell’autonomia decisionale degli stati.

All’interno di questo filone un posto importante occupa il neofunzionalismo, che, evidenzia l’autrice,

ancora oggi è considerato l’approccio teorico che ha guidato la strategia politica dei padri fondatori.

Infatti, la Longo sottolinea che «il neofunzionalismo individua nell’integrazione un processo che ha

il fine di garantire la pace grazie alla creazione di una fitta rete di interdipendenza tra gli attori

interessati e deve progredire mediante una strategia che prevede la graduale integrazione di

settori funzionali ma economicamente rilevanti e strategici e la creazione di istituzioni

sovranazionali alle quali affidare la gestione politica e tecnica dei settori integrati». La scelta di dar

vita al processo integrativo è perseguita dai governi perché alcuni gruppi sociali ed economici

vincenti ritengono che l’integrazione sia il mezzo migliore per massimizzare i propri interessi.

Molto importante in questa teoria è lo spill-over (travaso), un meccanismo che si attiva quando una

politica integrata si espande per raggiungere i risultati ottimali che si erano identificati come fine

originario. Leon Lindberg ha definito lo spill-over come un processo ove «una data azione, relativa

ad un obiettivo specifico, crea una situazione nella quale l’obiettivo originario può essere

assicurato solo mediante ulteriori azioni che a loro volta creano la necessità di ulteriori azioni, e

così via». Il neofunzionalismo sostiene che, affinché tale meccanismo produca integrazione, deve

esserci una specifica domanda in tal senso di gruppi sociali interessati.

Anche le istituzioni sovranazionali che sono state fondate per gestire i settori integrati assumono

un ruolo fondamentale in questa analisi: esse, infatti, sviluppano interessi istituzionali sulla base

dei quali mirano ad espandere l’integrazione, per poter aumentare il loro potere e il loro ruolo nel

contesto istituzionale.

La posizione istituzionalista neoliberale

Il sistema globale contemporaneo è caratterizzato da una forte interdipendenza, che erode

l’autonomia degli stati, in quanto questi subiscono le conseguenze dei processi politici ed

economici internazionali, e che rende inefficienti le politiche statali. Per questo motivo, gli stati

danno vita a forme di cooperazione per fornire risposte collettive ai problemi che interessano tutti

gli attori del sistema, e costituiscono i regimi internazionali, definiti da Stephen Krasner «insiemi di

principi, norme, regole, procedure decisionali attorno ai quali convergono le aspirazioni degli attori

in una data area tematica». È questo il punto centrale del pensiero degli istituzionalisti neoliberali.

Di conseguenza, anche l’Unione Europea è un regime creato dagli stati per rispondere alle sfide

del sistema globale.

Il problema – nota la Longo – è che l’Ue, col passare degli anni, ha sviluppato delle caratteristiche

che rendono il concetto di regime insufficiente a definirne natura e funzionamento. Più

precisamente «l’alto grado di istituzionalizzazione, le competenze decisionali esclusive in numerosi

settori di politiche, il potere formale delle istituzioni, la complessità del sistema decisionale e la

pluralità degli attori statali e non statali coinvolti nei processi politici rendono necessario individuare

i processi e le istituzioni specifiche che sono stati attivati nell’ambito dell’integrazione europea e

che permettono di dimostrare che la variabile istituzionale è rilevante».

Fritz Sharpf, infatti, sostiene che i modelli e le caratteristiche delle scelte politiche compiute dagli

attori che detengono il potere decisionale nell’Ue è determinato dall’assetto istituzionale in cui

operano. Per dimostrare questa sua ipotesi, lo studioso effettua un’analisi comparata tra il sistema

politico dell’Ue e il sistema federale tedesco, rilevando come in entrambi il particolare tipo di

federalismo che li caratterizza crea una relazione tra il livello del governo centrale e quello degli

stati federati basato sulla cooperazione costante. Non solo. L’assetto istituzionale è strutturato


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in politica e relazioni internazionali
SSD:
Università: Catania - Unict
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Chiakka87 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Politica dell'UE e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Catania - Unict o del prof Longo Francesca.

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