Ovidio, Metamorfosi
Lezione 6: Proemi epici
La poesia di Ovidio si deve sempre interpretare come l’opera di un autore che si inserisce in una consolidata tradizione come quella del genere epico. Quella di Ovidio è dunque una ripresa consapevole della tradizione del genere epico, ma al tempo stesso è capace di rinnovare questa tradizione in modo spesso anche provocatorio. Quindi non si può capire fino in fondo la novità della produzione ovidiana se non si è consapevoli del retroterra culturale e letterario sulla quale l’opera si innesta.
L’elemento topico convenzionale per eccellenza del genere epico è probabilmente la presenza del proemio. Nel genere epico il proemio è fortemente connotato dalla presenza di elementi fissi. Un proemio classico si caratterizza soprattutto per due elementi:
- La protasi: nel proemio viene enunciato il tema del poema stesso; si noti che il titolo di un’opera è un’invenzione sostanzialmente moderna: i titoli delle opere classiche non furono dati dagli autori stessi; quello che ha più importanza è semmai l’incipit, al punto che le opere antiche venivano spesso citate non con quello che poi sarà il titolo che si cristallizza nella tradizione tardo-antica e medievale, bensì proprio con l’incipit.
- Invocazione alla musa.
Esempi di proemi epici
Si vedano i proemi delle tre opere epiche per antonomasia.
Iliade: ἄειδε θεὰ Πηληϊάδεω Ἀχιλῆος)(μῆνιν
Canta, Musa divina, l'ira di Achille figlio di Peleo, l'ira rovinosa che portò ai Greci infiniti dolori, e mandò sottoterra all'Ade molte anime forti d'eroi, e li lasciò in preda ai cani ed a tutti gli uccelli: così si compiva il volere di Zeus - da quando si divisero, in lite l'uno con l'altro, il figlio di Atreo, capo d'eserciti, e il nobile Achille.
La prima parola, in rosso, in accusativo (fra l’altro una costante nel genere epico), “l’ira”, enuncia subito il tema, ossia l’ira di Achille. Il primo verso è occupato dall’enunciazione del tema centrale dell’opera con l’utilizzo di un verbo che esprime l’idea del cantare, del dire, in imperativo. Infine l’invocazione divina. Nel testo greco viene chiamata semplicemente “dea”, ma in realtà è evidente che qui non si allude a una dea generale ma proprio alla musa. Infatti la concezione greca e arcaica della poesia (che è ben spiegata da Platone nel suo dialogo Ione), prevede un’origine divina dell’ispirazione poetica: per cui il poeta non egli in primis artefice della sua opera, ma quasi semplicemente oggetto e tramite della poesia ispirata dal dio. Quindi qui l’invocazione alla musa non è semplicemente un tratto convenzionale dell’epica, come diventerà dopo, ma è veramente una preghiera del poeta affinché gli sia possibile scrivere la sua opera.
Dopo il primo verso, anche per i successivi il proemio spiega meglio l’argomento del poema, con l’origine e la causa della vicenda narrata.
L’ispirazione divina e il carattere topico sono resi ancora più evidenti se si confronta questo prologo con quello dell’Odissea:
νδρα μοι ἔννεπε, μο ῦσα, πολύτροπον, ὃς μάλα πολλ ὰ)(ἄ
Narrami, o Musa, dell'eroe multiforme, che tanto vagò, dopo che distrusse la rocca sacra di Troia: di molti uomini vide le città e conobbe i pensieri, molti dolori patì sul mare nell'animo suo, per acquistare a sé la vita e il ritorno ai compagni.
Ricorrono ancora gli stessi elementi. Abbiamo la protasi, cioè l’eroe dal multiforme ingegno (ancora in accusativo). Poi ancora un verbo che significa “narrare” all’imperativo, e infine il riferimento alla musa: in questo caso è chiamata esplicitamente musa, non più genericamente divinità. E poi continua nei versi successivi a raccontare brevemente i fatti del poema.
Questi sono i due proemi dei poemi epici più importanti, ma si potrebbero ritrovare gli stessi elementi anche in altri poemi della tradizione greca. Ad esempio nella Teogonia di Esiodo, in cui addirittura c’è uno sviluppo enorme dell’invocazione alla divinità, che si dilunga per numerosi versi e affronta anche il tema dell’investitura poetica del poeta. Anche l’incipit del De rerum Natura di Lucrezio, in cui l’invocazione alla divinità si espande per oltre una cinquantina di versi, al punto da configurarsi quasi come un inno alla divinità, che non è più però la musa, bensì Venere.
Questi elementi rimangono anche nell’Eneide:
(Arma virumque cano, Troiae qui primus ab oris)
Canto le armi e l'uomo che per primo dalle terre di Troia raggiunse esule l'Italia per volere del fato e le sponde lavinie, molto per forza di dei travagliato in terra e in mare, e per la memore ira della crudele Giunone, e molto avendo sofferto in guerra, pur di fondare la città, e introdurre nel Lazio i Penati, di dove la stirpe latina, e i padri albani e le mura dell'alta Roma.
(Musa, mihi causas memora, quo numine laeso)
O Musa, dimmi le cause, per quali offese al suo nume, di cosa dolendosi, la regina degli dei costrinse un uomo insigne per pietà a trascorrere tante sventure, ad imbattersi in tanti travagli? Tali nell'animo dei celesti le ire?
Anche qui abbiamo la prima parola in accusativo che enuncia il tema dell’opera: arma virumque, le armi e l’eroe. Qui Virgilio è consapevole del carattere topico del proemio epico, e, mentre si adegua a questi canoni, vuole però anche contemporaneamente rivendicarsi uno spazio di originalità. Mentre infatti nella tradizione omerica c’è una reale convinzione che la divinità ispiri il canto epico e che il poeta sia solo una sorta di cassa di risonanza del volere del dio, Virgilio invece rivendica la sua originalità compositiva nel momento in cui dice “arma virumque cano”: per cui c’è ancora l’idea del canto, però il verbo non è più alla prima persona singolare bensì alla prima.
La protasi viene comunque abbinata all’invocazione alla divinità: arriva pochi versi dopo, in posizione incipitaria e quindi molto forte, subito dopo i versi in cui è stato sintetizzato il tema principale dell’Eneide. L’invocazione compare ancora con un imperativo, in modo che la Musa si renda in qualche modo partecipe del canto. Fra l’altro, nel primo verso c’è una forte cesura dopo cano, per enfatizzare ancor di più l’emistichio più importante dell’incipit.
Quindi, come si vede, i tre elementi principali – l’invocazione alla divinità, l’esortazione affinché la divinità abbia un ruolo nel trasmettere il canto e la protasi – rappresentano la tipicità del proemio epico.
Proemio delle Metamorfosi
Per quanto riguarda il proemio delle Metamorfosi, esso è estremamente ridotto dal punto di vista dell’estensione, si limita a quattro versi: a partire dal quinto abbiamo un inizio molto netto del poema stesso. Tuttavia in questa sintesi pur così forti ci sono comunque gli elementi fondamentali del proemio epico, anche se molto cambiati.
In nova fert animus mutatas dicere formas corpora; di, coeptis (nam vos mutastis et illas) adspirate meis primaque ab origine mundi ad mea perpetuum deducite tempora carmen!
Innanzitutto la protasi. Il tema viene subito espresso: In nova mutatas formas corpora. Il tema è quindi subito enfatizzato; ma non in modo così chiaro, anzi è confuso. Il tema non è preciso come negli altri proemi, ma molto più vago e “spalmato” in qualche modo su tutto l’argomento del poema. Oltre tutto non si ha nemmeno l’inizio del poema con una parola in accusativo (come negli altri tre), ma un inizio (secondo Bonandini meno elegante) addirittura con una preposizione. La prima parola non è più un sostantivo bensì un aggettivo: eppure è l’aggettivo assolutamente centrale. Se noi concepiamo la poesia epica come un continuo confronto con la tradizione precedente, non può essere un caso che la prima parola sia l’aggettivo novus: c’è quindi un’enfasi sulla novità. Novità che prima di tutto nel genere epico, ma anche rispetto all’Ovidio precedente, all’Ovidio che di fatto fino a quel momento doveva la sua fortuna prevalentemente ad opere a carattere elegiaco.
Anche il verbo è importante: fert. Già Virgilio affermava nel suo prologo di essere egli stesso autore del suo poema; qui Ovidio si spinge oltre, laddove dice che è l’animo a spingerlo a narrare (fra l’altro con un verbo, dicere, molto più prosastico rispetto a cano). Tuttavia Ovidio evidentemente non vuole staccarsi completamente dalla tradizione, e mantiene – pur in un’opera fortemente laica e relativista quali sono le sue Metamorfosi – l’elemento convenzionale dell’invocazione alla divinità. Però qui – e questa è una cosa rarissima, quasi un unicum nel contesto dei proemi epici – non viene più invocata una musa o comunque una divinità femminile, ma abbiamo semplicemente di, dei. Invocare gli dei così genericamente al plurale toglie un po’ lo spessore all’invocazione, perché invocare tutti è un po’ come non invocare nessuno. Poi abbiamo anche qui l’imperativo, che mantiene quindi la tradizione; due imperativi (adspirate e deducite).
È quindi importante notare la brevità. E poi come Ovidio sia in equilibrio fra convenzionalità e dissoluzione della tradizione del poema epico. Un elemento che dimostra la convenzionalità e la somiglianza con il proemio di Virgilio, è la presenza in entrambi di tutte e cinque le vocali; non è una coincidenza, questa era sentita come una caratteristica del proemio virgiliano; è inoltre un bel pezzo di bravura, perché ci vuole molta abilità a scegliere parole che contengano in così poco spazio tutte le vocali e possiedano anche un senso, oltre a mantenere anche il ritmo dattilico.
Proemio (vv.1-4)
Il tema sono le mutatas formas in nova corpora, ossia una perifrasi che indica subito le metamorfosi. Metamorfosi che altro non è che il cambiamento del corpo in un'altra forma. Fin da subito si vede la presenza della figura retorica dell’iperbato; ad esempio mutatas è staccato da formas. Questa separazione è dovuta in massima parte da esigenze metriche, ma in Ovidio è particolarmente intensa. Ancora più forte l’iperbato è presente in nova e corpora, in cui è accentuato dall’enjambement; così in questo caso l’iperbato permette di isolare l’aggettivo nova. Ovidio cerca sempre di sorprendere il suo lettore, di destare meraviglia; sempre nelle sue opere, ma nelle Metamorfosi in particolare: cerca sempre di deludere in qualche modo le aspettative che nascono nel lettore, il quale sa di trovarsi di fronte a un’opera convenzionale e si aspetta di conseguenza certe cose.
Ad esempio, la metafora adspirate meis coeptis, “date l’ispirazione per portare avanti la mia impresa”; però, adspirate è un verbo tipico del lessico della navigazione: tipico del marinaio che prega gli dei che facciano spirare sulle sue vele venti propizi. Quindi abbiamo il tema della poesia quasi come un viaggio, che ritornerà anche in espressioni successive.
Nella parentesi (nam vos mutastis et illas). Ci sono due possibilità: potrebbe esserci illas, nel qual caso ci si riferirebbe alle forme mutate; oppure illa, e allora significherebbe che gli dei hanno mutato anche quello, ossia il proposito del poeta: è la scelta di Barchesi, e probabilmente la più efficace, se si pensa che Ovidio fin da subito presenta la sua stessa metamorfosi di poeta, da poeta elegiaco, poeta tipicamente d’amore, che rifiuta la poesia alta, la poesia epica, a poeta che si piega alla tradizione più alta del genere poetico. Mutastis è una forma sincopata di “mutavisistis”, tipica della poesia.
Come succedeva già nel proemio dell’Iliade, Ovidio inserisce elementi temporali. Esorta gli dei a condurre il suo canto poetico dall’origine del mondo (ab origine mundi) fino ai suoi tempi (ad mea tempora). Quindi continua la metafora del viaggio, con l’idea degli dei che conducono il filo della poesia da un principio (temporale) fino all’oggi.
L’espressione carmen perpetuum è fondamentale per capire la poetica delle Metamorfosi, e non è un caso se su questa espressione si chiuda il proemio. È importante per due motivi. Un primo motivo è molto convenzionale: il poeta presente la sua opera come un’opera imperitura e immortale; per cui il poema si inserisce in tutte quelle dichiarazioni di immortalità tipiche della poesia (si veda Orazio, Non omnia moriar). Ma un secondo motivo fa riferimento non tanto al fatto che questo carmen sia eterno, ma piuttosto continuo. I poemi epici infatti sono organizzati in libri, e il libro è l’unità fondamentale del poema. Ad esempio nell’Eneide il sesto libro è quello della discesa agli inferi, il fatto che i libri siano 12 è un chiaro segnale di ripresa dei modelli ellenistici dei 24 libri di Iliade e Odissea, ecc. Ovidio non soltanto dà alla sua opera un numero di libri poco significativo che è 15, ma soprattutto, a differenza di tutti gli altri poemi epici, i libri non rappresentano delle unità di senso in sé concluse e indipendenti. Ad esempio, il primo libro finisce quando inizia l’episodio di Fetonte; quindi finisce il primo libro ma non finisce l’episodio, che continua nel secondo libro. Quindi il carmen è perpetuum perché non ha più il senso del libro ma è continuo. Ed è continuo perché la metamorfosi stessa è una cosa continua, senza soluzione di continuità; quindi questa perpetuità del racconto in qualche modo imita dal punto di vista narrativo il fenomeno della metamorfosi che è appunto un fenomeno senza soluzione di continuità. È una caratteristica del tutto innovativa rispetto agli altri poemi epici. Quindi fin da subito viene data un’informazione su quella che sarà una caratteristica dal punto di vista tematico. A differenza di Iliade e Odissea, infatti le Metamorfosi non hanno un centro narrativo ben stabilito; c’è una grande varietà di situazioni, ma tutto questo viene inserito in una cornice di tipo cronologico. Per cui le prime metamorfosi hanno a che fare con la nascita del mondo, mentre quelle narrate nell’ultimo libro hanno a che fare con il catasterismo di Cesare, ossia la sua trasformazione in stella, la sua apoteosi: la metamorfosi più vicina ai tempi di Ovidio. Poi è chiaro che questo andamento cronologico è una cornice che Ovidio spesso tralascia: quelli che ci sono in mezzo sono difficilmente collocabili all’interno di un contesto temporale; anche perché le vicende si incastrano e si accavallano le une con le altre: da ogni pretesto si racconta una storia, anche a partire dalla narrazione di un’altra storia; quindi l’andamento è in realtà fortemente policentrico, quasi centrifugo, e il principio lineare cronologico non viene rispettato affatto; ma rappresenta comunque il principio di fondo.
Metamorfosi dal nulla al mondo (vv. 5-84)
La prima metamorfosi racconta del passaggio dal nulla al mondo. Ovidio quindi concepisce come metamorfosi la stessa cosmogonia. Questo è interessante perché così Ovidio si riallaccia a un filone epico secondario, la cosmogonia appunto. È stato creato originariamente da Esiodo; a Roma trova un suo cantore già in Virgilio, che nella sesta ecloga delle Bucoliche, che ha al centro la figura di un satiro che a un certo punto viene legato da due pastori che promettono di liberarlo solo se lui canterà il carmen che gli aveva promesso da tanto tempo. Allora come pegno per la sua libertà canta una sorta di piccolo epos, una vicenda di tipo cosmogonico, la nascita del mondo: in esso si trovano molti temi affrontati anche da Ovidio, come la genesi, Deucalione e Pirra, l’età dell’oro e anche Fetonte. Quindi in realtà c’era un filone dell’epica secondario che era quello della cosmogonia, e Ovidio lo riprende e gli dà una nuova centralità.
5 Ante mar(e) èt terràs et quòd tegit òmnia caèlum unus eràt totò natùrae vùltus in òrbe, quem dixère chaòs: rudìs indigèstaque mòles nec quicquàm nisi pòndus inèrs congèstaque eòdem non bene iùnctarùm discòrdia sèmina rèrum.
(Prima del mare, del cielo e del cielo che tutto copre, uno solo era l’aspetto della natura in tutto il mondo, che chiamarono Caos: una massa grezza e non organizzata, e non era nulla se non un peso indifferenziato e, radunati in quel punto, i semi di cose non bene unite discordanti fra loro)
L’inizio è molto netto: dall’invocazione agli dei si passa all’origine del mondo. L’inizio è “in principio era il caos”, e qui il richiamo è evidentemente a Esiodo.
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Le «Metamorfosi» di Apuleio tradotte e commentate, Libro III
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Tutti i paradigmi dell'VIII libro delle Metamorfosi di Ovidio
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Le «Georgiche» di Virgilio tradotte e commentate, Libro IV
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Lingua latina: Ovidio "Le Metamorfosi"