Apuleio, Metamorfosi
Libro III
Lezione 16 Il genere del romanzo
Il romanzo nell’epoca moderna ha praticamente sostituito l’epica; i poemi epici avevano una
materia narrativa, poi ha assunto questo ruolo il romanzo. Dopo Tasso e Cervantes non ci sono più
stati poemi epici.
L’archetipo antico del romanzo è l’Odissea, che narra le avventure di Odisseo; anche se
ovviamente non è un romanzo, per i valori etici di cui si fa interprete. La differenza fra poema epico
e romanzo è proprio questa: l’epica vuole trasmettere valori e insegnare qualcosa, il romanzo no,
vuole dilettare senza fini didattici. Nell’antichità, un'altra differenza fondamentale è che l’epica si
rivolge alla collettività, il romanzo invece al singolo.
Noi possediamo solo cinque romanzi antichi (fra qui il Satyricon di Petronio), contrariamente alla
moltitudine che ne veniva scritta. Questo dimostra che nell’antichità non veniva dato loro un
grande valore letterario. Inoltre, sempre come conferma dello scarso interesse che suscitavano,
nessun erudito greco ha lasciato trattati sui romanzi, sicché noi in effetti non sappiamo con
certezza quali siano le loro caratteristiche.
I romanzi hanno degli elementi tipici: c’è una storia d’amore contrastata, per salvare la quale si
intraprende un viaggio (per questo l’archetipo è l’Odissea) alla fine della quale i due protagonisti
possono finalmente stare insieme.
Lezione 17 Il processo e l’episodio degli otri
La trasformazione di Lucio da uomo ad asino avviene nel terzo libro (ragione per cui è oggetto
del corso).
L’opera di Apuleio è divisa in 11 libri (numero che non è né multiplo né divisore di 24, il numero di
libri di Iliade e Odissea). Questo può significare o un collegamento ai culti di Iside, oppure come
10+1: 10 perché è un numero tondo e quindi “accettabile”, più l’undicesimo che è un libro
particolare dedicato al culti di Iside. Inoltre riprende la continuità tematica tipica di Ovidio, per cui
un libro non si concludeva del tutto ma continuava nel successivo. Così capita anche nel terzo
libro, che comincia con una vicenda che è già iniziata nel secondo.
È ambientata in Tessaglia, perché la Tessaglia è sempre associata alla magia. Il libro ruota in
qualche modo attorno alla curiositas: proprio per la curiosità Lucio viene trasformato in asino
(vuole avere dimostrazione della magia da una maga). Le Metamorfosi sono basate sul modello
della favola milesia, per cui attorno a una cornice principale si costruiscono favole secondarie (più
o meno come il Decameron); per questo Apuleio riesce a scrivere dei libri interi su una trama
principale effettivamente esigua. In effetti lo spazio occupato da Lucio è circa metà del romanzo,
mentre il resto è dedicato alle favole milesie. Nei primi due libri Apuleio racconta delle favole
milesie per conferire un aspetto magico all’opera.
Già nell’incipit del primo libro dice “intreccerò per te favole milesie”: c’è quindi una
consapevolezza del genere. Mentre invece non c’era la stessa consapevolezza di essere un
romanzo, genere non codificato in antichità.
In Apuleio la metamorfosi è esito di avvenimento magico. In Ovidio non è così, ma la
metamorfosi è provocata dal’intervento di un dio (Zeus trasforma Io in vacca, Inaco trasforma
Dafne in alloro). Inoltre la metamorfosi in Ovidio ha un senso ulteriore: Dafne non poteva che
diventare alloro per via della sua vita agreste, e Licaone diventa lupo esternando la sua vera
natura. In Apuleio invece la metamorfosi ha origini umane: ad esempio la trasformazione di Fotide
in uccello è opera sua, e soprattutto è transitoria.
Lo stile di Apuleio è molto complesso e retorico.
Par. 2:
Nec mora, cum magna inruptione patefactis aedibus magistratibus eorumque
ministris et turbae miscellaneae cuncta completa statimque lictores duo de iussu
magistratuum immissa manu trahere me sane non renitentem occipiunt. Ac dum
primum angiportum insistimus, statim ciuitas omnis in publicum effusa mira
densitate nos insequitur. Et quamquam capite in terram immo ad ipsos inferos iam
deiecto maestus incederem, obliquato tamen aspectu rem admirationis maximae
conspicio: nam inter tot milia populi circumfluentis nemo prorsum qui non risu
dirumperetur aderat. Tandem pererratis plateis omnibus et in modum eorum
quibus lustralibus piamentis minas portentorum hostiis circumforaneis expiant
circumductus angulatim forum eiusque tribunal adstituor. Iamque sublimo
suggestu magistratibus residentibus, iam praecone publico silentium clamante,
repente cuncti consona uoce flagitant propter coetus multitudinem, quae
pressurae nimia densitate periclitaretur, iudicium tantum theatro redderetur. Nec
mora, cum passim populus procurrens caueae conseptum mira celeritate
conpleuit; aditus etiam et tectum omne fartim stipauerant, plerique columnis
implexi, alii statuis dependuli, nonnulli per fenestras et lacunaria semiconspicui,
miro tamen omnes studio uisendi pericula salutis neclegebant. Tunc me per
proscaenium medium uelut quandam uictimam publica ministeria producunt et
orchestrae mediae sistunt. completa
Improvvisamente tutta (la casa) si riempie ( ) di magistrati e dei loro ministri e di una
patefactis aedibus
folla eterogenea, e, spalancate le porte ( ) con grande clamore, subito due
littori su ordine dei magistrati iniziano, dopo aver posto la mano su di me, a trascinare me che
angiportum
certamente non mi opponevo. E non appena ci addentriamo nel quartiere (
insistimus ), subito tutta la città sparpagliatesi sulla pubblica piazza ci insegue con straordinaria
immo
densità. E nonostante io camminassi triste con il capo rivolto a terra, anzi ( ) sprofondato
deiecto
( ) verso gli inferi stessi, tuttavia guardando in obliquo vedo una cosa degna di grandissimo
prorsum
stupore: infatti, tra tante migliaia di persone che lo circondano, non c’era quasi ( )
plateis
nessuno che non scoppiasse a ridere. Infine, una volta percorse tutte le strade ( ) e una
minas
volta condotto, al modo di coloro che cercano di scongiurare le minacce ( ) annunciate dai
lustralibus piamentis
prodigi con delle vittime sacrificali ( ) portate a spasso per ogni angolo
circumforaneis angulatim
( ), giungo al foro e al suo tribunale. E già quando i magistrati erano
seduti sul loro alto palco, già quando pubblico banditore faceva richiesta di silenzio, all’improvviso
tutti, con una sola voce, richiedono che, a causa della folla (“della moltitudine
nimia
dell’assembramento”), che rischiava di essere schiacciata per la troppa ( ) densità, un così
importante processo fosse tenuto in un teatro. Improvvisamente il popolo, correndo dappertutto
passim caveae conseptum
( ), con straordinaria celerità riempì il recinto delle gradinate ( );
fartim
stiparono fino all’impossibile ( ) anche la parte dell’accesso e tutto il tetto, molti arrampicati
implexi
( ) sule colonne, altri pendevano dalle statue, alcuni sbirciavano attraverso le finestre e i
lucernari, e tuttavia per un incomprensibile desiderio di guardare trascuravano perfino i pericoli per
la loro vita. Allora i ministri mi conducono attraverso il proscenio e come una sorta di pubblica
vittima mi fanno sedere in mezzo all’orchestra.
Nec mora, cum magna inruptione patefactis aedibus magistratibus eorumque
ministris et turbae miscellaneae cuncta completa statimque lictores duo de iussu
magistratuum immissa manu trahere me sane non renitentem occipiunt.
completa
Improvvisamente tutta (la casa) si riempie ( ) di magistrati e dei loro ministri e di una
patefactis aedibus
folla eterogenea, e, spalancate le porte ( ) con grande clamore, subito due
littori su ordine dei magistrati iniziano, dopo aver posto la mano su di me, a trascinare me che
certamente non mi opponevo.
È un periodo pieno di costrutti impliciti, in particolare ablativi assoluti: questo perché con
l’andamento concitato Apuleio vuole sottolineare la velocità degli avvenimenti accaduti. Lo
sottolinea anche il frequente costrutto nec mora, senza indugio.
Ac dum primum angiportum insistimus, statim ciuitas omnis in publicum effusa
mira densitate nos insequitur. angiportum insistimus
E non appena ci addentriamo nel quartiere ( ), subito tutta la città
sparpagliatesi sulla pubblica piazza ci insegue con straordinaria densità.
C’è una folla immensa che segue Lucio. Lui non riesce a capacitarsi di questo, né della rapidità
con cui avviene (ripete statim, “subito”, due volte nei due periodi). Inoltre è stupito che si mobiliti
tutta la città per un evento niente affatto straordinario (l’uccisione di due tipi per strada era
normale).
Et quamquam capite in terram immo ad ipsos inferos iam deiecto maestus
incederem, obliquato tamen aspectu rem admirationis maximae conspicio: nam
inter tot milia populi circumfluentis nemo prorsum qui non risu dirumperetur
aderat. immo deiecto
E nonostante io camminassi triste con il capo rivolto a terra, anzi ( ) sprofondato ( )
verso gli inferi stessi, tuttavia guardando in obliquo vedo una cosa degna di grandissimo stupore:
prorsum
infatti, tra tante migliaia di persone che lo circondano, non c’era quasi ( ) nessuno che
non scoppiasse a ridere.
L’ablativo assoluto è il costrutto tipico delle descrizioni concitate, perché permette di legare
insieme due azioni in modo molto sintetico. Viene enfatizzato il fatto che arrivano migliaia di
persone, neanche Lucio fosse chissà chi. Dopo i primi due elementi di meraviglia (tutto è avvenuto
troppo rapidamente e troppe persone sono interessate al suo arresto), terzo elemento è che la
gente lo guarda e ride: infatti una folla che assiste a una condanna può essere forse indignata o
impietosita, ma di sicuro non ride.
Tandem pererratis plateis omnibus et in modum eorum quibus lustralibus
piamentis minas portentorum hostiis circumforaneis expiant circumductus
angulatim forum eiusque tribunal adstituor.
plateis
Infine, una volta percorse tutte le strade ( ) e una volta condotto, al modo di coloro che
minas
cercano di scongiurare le minacce ( ) annunciate dai prodigi con delle vittime sacrificali
lustralibus piamentis circumforaneis angulatim
( ) portate a spasso per ogni angolo ( ),
giungo al foro e al suo tribunale.
Altro elemento strano: Lucio deve andare in tribunale e gli fanno fare un giro assurdo e
lunghissimo; si configura come una processione. La frase stessa mostra come Lucio stesso si
rende conto che la sua sembra più una processione e lui sembra la vittima sacrificale, un capro
espiatorio.
Iamque sublimo suggestu magistratibus residentibus, iam praecone publico
silentium clamante, repente cuncti consona uoce flagitant propter coetus
multitudinem, quae pressurae nimia densitate periclitaretur, iudicium tantum
theatro redderetur.
E già quando i magistrati erano seduti sul loro alto palco, già quando pubblico banditore faceva
richiesta di silenzio, all’improvviso tutti, con una sola voce, richiedono che, a causa della folla
nimia
(“della moltitudine dell’assembramento”), che rischiava di essere schiacciata per la troppa ( )
densità, un così importante processo fosse tenuto in un teatro.
La rapidità e la meraviglia del processo viene sottolineata dall’anafora di iam: la moltitudine era
già lì che aspettava; inoltre ci sono sempre parole che sottolineano il carattere improvviso degli
eventi (repente). È molto forte la presenza di termini specifici giuridici. Quarto elemento strano è
che un processo venga spostato da un tribunale a un luogo deputato ai giochi, al teatro.
Nec mora, cum passim populus procurrens caueae conseptum mira celeritate
conpleuit; aditus etiam et tectum omne fartim stipauerant, plerique columnis
implexi , alii statuis dependuli, nonnulli per fenestras et lacunaria semiconspicui,
1
miro tamen omnes studio uisendi pericula salutis neclegebant.
passim
Improvvisamente il popolo, correndo dappertutto ( ), con straordinaria celerità riempì il
caveae conseptum fartim
recinto delle gradinate ( ); stiparono fino all’impossibile ( ) anche la
implexi
parte dell’accesso e tutto il tetto, molti arrampicati ( ) sule colonne, altri pendevano dalle
statue, alcuni sbirciavano attraverso le finestre e i lucernari, e tuttavia per un incomprensibile
2
desiderio di guardare trascuravano perfino i pericoli per la loro vita .
Ritorna il sintagma nec mora per indicare il carattere improvviso. Continuano ad esserci termini
che indicano velocità (celeritate) e meraviglia (mira). Apuleio lavora moltissimo per creare
suspance nel lettore, che a questo punto ad esempio non immagina cosa possa accadere.
Tunc me per proscaenium medium velut quandam victimam publica ministeria
producunt et orchestrae mediae sistunt.
Allora i ministri mi conducono attraverso il proscenio e come una sorta di pubblica vittima mi
fanno sedere in mezzo all’orchestra.
Di nuovo Lucio si paragona a una vittima sacrificale e il suo processo a una processione.
Par. 6
Dirigitur proeliaris acies. Ipse denique dux et signifer ceterorum ualidis me
uiribus adgressus ilico manibus ambabus capillo adreptum ac retro reflexum
effligere lapide gestit. Quem dum sibi porrigi flagitat, certa manu percussum
feliciter prosterno. Ac mox alium pedibus meis mordicus inhaerentem per scapulas
ictu temperato tertiumque inprouide occurrentem pectore offenso peremo. Sic
pace uindicata domoque hospitum ac salute communi protecta non tam impunem
me uerum etiam laudabilem publice credebam fore, qui ne tantillo quidem
umquam crimine postulatus sed probe spectatus apud meos semper innocentiam
commodis cunctis antetuleram. Nec possum repperire cur iustae ultionis qua
contra latrones deterrimos commotus sum nunc istum reatum sustineam, cum
nemo possit monstrare uel proprias inter nos inimicitias praecessisse ac ne omnino
1 Tipico dello stile di Apuleio è sostituire aggettivi laddove ci si aspetterebbero forme verbali; per noi è
sicuramente meglio tradurre con verbi.
2 Perché il peso delle troppe persone potrebbe dar luogo a crolli.
mihi notos illos latrones usquam fuisse, uel certe ulla praeda monstretur cuius
cupidine tantum flagitium credatur admissum.'
Si schiera in formazione da battaglia. Lo stesso generale e portainsegna degli altri, avendomi
assalito con grande forza, afferratomi per i capelli con entrambe le mani e rovesciatami la testa
all’indietro, cerca di colpirmi con una pietra. Ma mentre chiede che gli sia passata la pietra io, con
feliciter
mano ferma, lo colpisco e, per fortuna ( ), lo faccio cadere giù. E subito con un colpo ben
ictu temperato peremo inhaerentem
assestato ( ) faccio fuori ( ) un altro che si era attaccato ( )
ai miei piedi mordendomi, e un terzo terzo, che gli si fa incontro in maniera sconsiderata,
pectore offenso
colpendolo al petto ( ). Così, avendo ristabilito la pace, protetto la casa dei miei
ospiti e garantito la salvezza comune, io credevo che sarei stato non solo impunito, ma anche
oggetto di una pubblica lode (“lodevole in pubblico”), io che non sono mai stato accusato
postulatus
( ) neppure del più piccolo crimine, ma che sono sempre stato rispettato presso i miei,
avevo sempre anteposto l’innocenza a tutti gli interessi. E non posso comprendere perché io
ultionis
debba sostenere questa accusa per una giusta vendetta ( ), con la quale mi sono scagliato
contro dei terribili predoni, dal momento che nessuno potrebbe dimostrare né che ci fosse stato in
praecessisse
precedenza ( ) fra di noi una inimicizia personale e neppure che quei delinquenti
siano mai nemmeno stati noti a me; oppure almeno mi si mostri quel bottino per il desiderio del
quale si possa credere che io abbia commesso un così grande delitto.
Era tipico nei processi antichi che uno dei discorsi di difesa fosse pronunciato dallo stesso
imputato. Lucio si configura come narratore mitomane, cioè di colui che racconta in toni epici e
straordinari le proprie azioni, anche le più banali.
Dirigitur proeliaris acies.
Si schiera in formazione da battaglia.
Apuleio comincia a narrare con termini da battaglia, che non fanno di sicuro pensare a una rissa
fra ladroni.
Ipse denique dux et signifer ceterorum validis me viribus adgressus ilico manibus
ambabus capillo adreptum ac retro reflexum effligere lapide gestit. Quem dum sibi
porrigi flagitat, certa manu percussum feliciter prosterno.
Lo stesso generale e portainsegna degli altri, avendomi assalito con grande forza, afferratomi
per i capelli con entrambe le mani e rovesciatami la testa all’indietro, cerca di colpirmi con una
pietra. Ma mentre chiede che gli sia passata la pietra io, con mano ferma, lo colpisco e, per fortuna
feliciter
( ), lo faccio cadere giù.
I ladroni vengono presentati con termini tipici dell’esercito romano, dux e signifer. È pieno di
participi per esprimere la rapidità dell’azione, non esprimibili efficacemente in italiano.
Ac mox alium pedibus meis mordicus inhaerentem per scapulas ictu temperato
tertiumque inprouide occurrentem pectore offenso peremo.
ictu temperato peremo
E subito con un colpo ben assestato ( ) faccio fuori ( ) un altro che si
inhaerentem
era attaccato ( ) ai miei piedi mordendomi, e un terzo terzo, che gli si fa incontro in
pectore offenso
maniera sconsiderata, colpendolo al petto ( ).
C’è un solo verbo che regge l’azione di Lucio che colpisce sia il secondo che il terzo, per
sottolineare ancora una volta la rapidità dell’azione: come se con un solo colpo li eliminasse tutti.
Lucio descrive la sua azione in modo un po’ da spaccone.
Sic pace vindicata domoque hospitum ac salute communi protecta non tam
impunem me verum etiam laudabilem publice credebam fore, qui ne tantillo
quidem umquam crimine postula
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Le «Metamorfosi» di Ovidio tradotte e commentate, Libro I
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Apuleio/Le metamorfosi
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Apuleio "Le Metamorfosi"
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Cadmo e Le Metamorfosi - Filologia Latina