Lingua latina (livello B)
Prof.ssa Chiara Riboldi
Metamorfosi di Ovidio
Le Metamorfosi appartengono ad una seconda fase della produzione poetica di Ovidio, quando Ovidio è già un poeta estremamente affermato, conosciuto, stimato, ricercato perché ha già compiuto un percorso di scrittura poetica molto importante: ha scritto le opere elegiache e anche le opere erotico-didascaliche. Quindi, noi dobbiamo immaginare un Ovidio al culmine del suo successo e pronto a concepire due progetti molto ambiziosi:
- Quello dei Fasti, un’elegia erudita e antiquaria;
- Quello delle Metamorfosi.
Le Metamorfosi sono un poema epico-mitologico. Si tratta di un’opera epica in 15 libri in esametri. Quindi, è chiaro che il metro ci riporta all’epos ma anche il numero dei libri ci riporta al modello epico per l’idea del Méga biblíon.
Proemio delle Metamorfosi
Se andiamo a vedere il testo del proemio, nel IV verso del I libro, il sintagma perpetuum carmen corrisponde all’idea greca del Méga biblíon: "o dèi, siate favorevoli alla mia impresa e dai primordi del mondo accompagnate il mio poema ininterrottamente fino ai miei giorni". In latino possiamo trovare anche carmen continuum, a dare l’idea di uno sviluppo molto ampio del poema epico, come era stato sia per l’Iliade che per l’Odissea di Omero.
Poi, l’epica alessandrina, sulla scorta del detto callimacheo Méga biblíon, méga kakón (un grande libro, un grande male) aveva ridotto di molto i volumi dell’epica (pensiamo, ad esempio, alle Argonautiche di Apollonio Rodio). Sicuramente, Orazio ha presente le Argonautiche di Apollonio Rodio, ma, in realtà, il suo progetto, essendo un progetto ambizioso, guarda a un volume molto più ampio di libri che sia più vicino all’idea originaria dell’epos come, appunto, carmen perpetuum. Quindi, guarda ad Omero, guarda anche a Virgilio che è in realtà una via di mezzo tra l’idea del Méga biblíon e un’attenzione un po’ più alessandrina al volume dei contenuti.
Origine e struttura dell'opera
L’opera va datata, probabilmente, tra il 2 e l’8 d.C., anche se, in realtà, è molto verosimile che Ovidio vi abbia messo mano anche successivamente, in particolare, nel periodo della sua relegatio a Tomi, e ne abbia operato una revisione. Con un’ulteriore attenzione alla tradizione epica, in particolare in questo caso, più romana che greca, Ovidio pensa anche ad una commistione tra il mito e la storia. Già Virgilio, ma anche Nevio (con il suo Bellum Poenicum) avevano operato una profonda commistione tra mito e storia anche se Ovidio la sviluppa in un modo tutto suo, originale.
Forse l’elemento più originale, che è anche poi il filo rosso di tutto il poema epico, è quello della trasformazione, della metamorfosi, che dà il titolo anche all’opera. Attraverso l’elemento della trasformazione, Ovidio crea una specie di poema enciclopedico un po’ sui generis, un poema che possiamo definire anche collettivo, un po’ sulla scorta di quello che era stata la Teogonia di Esiodo, ma anche, in qualche modo, è a tratti anche un poema di tipo eziologico, che va alla ricerca delle cause sul modello degli Aìtia di Callimaco.
Ci rendiamo conto di come la cultura letteraria e libresca di Ovidio fosse straordinaria e come sembri convergere in quest’opera. Sicuramente Ovidio aveva presente anche alcuni sviluppi dell’idea della metamorfosi, o perché già presenti in alcuni poemetti, per esempio della tradizione greco-ellenistica, o anche perché, in qualche modo, già ripreso dalla tradizione molto vicina ad Ovidio (es. le alterazioni di Nicandro di Colofòne; le trasformazioni degli uccelli di Boio). L’idea della metamorfosi era già presente nella Smirna di Cinna e, in particolar modo, era presente nelle Metamorfosi di Partenio di Nicea che era stato a Roma, aveva frequentato personalità importanti del mondo letterario romano, era sicuramente legato a Cornelio Gallo che è molto amato da Ovidio.
È chiaro che Ovidio ha ben presente quella che era la tradizione del tema della metamorfosi, della trasformazione. La sua idea, proprio a partire dalla presenza già del tema delle metamorfosi, è quella di pensare un’opera che voglia essere estremamente originale sia dal punto di vista del contenuto sia dal punto di vista della struttura, una struttura che si presenta divisa in 3 macro blocchi:
- Blocco relativo ai primordi. Il proemio è costituito da 4 versi. Già dal quinto verso del primo libro ha avvio questa prima sezione che si conclude al verso 451 dello stesso primo libro.
- Al verso 452 del primo libro comincia il secondo macro blocco, quello dedicato al mito, che prosegue fino all’undicesimo libro.
- Con l’undicesimo libro prende avvio la storia e prosegue fino al quindicesimo libro. La storia, per Ovidio, si avvia dopo la guerra di Troia, quindi, fanno parte della parte storica episodi che sappiamo essere comunque mitologici come la partenza di Enea e la fondazione della città di Roma, nel Lazio.
Sembra che l’opera prosegua secondo un andamento di tipo cronologico ma l’andamento cronologico non è così importante in Ovidio, anzi, è evidente questo andamento cronologico solo nel I e nel III blocco. Il secondo blocco presenta le vicende mitologiche collocate, invece, in una dimensione atemporale, priva di qualsiasi riferimento temporale e molto fluida. La fluidità costituisce un criterio strutturale dell’opera. Possiamo evidenziare almeno 3 elementi che ci riportano all’idea di fluidità nella struttura delle Metamorfosi, che rendono l’opera originale:
- Il racconto non si conclude mai alla fine di un libro ma, anzi, l’idea è proprio quella della continuazione del racconto da un libro all’altro proprio per tornare all’idea originaria del carmen continuum, quindi un racconto che non si interrompe con la fine di un libro;
- Un secondo elemento è l’incastro stesso dei racconti, uno nell’altro, che Ovidio sceglie per creare continuamente attesa, stupore, suspense nel lettore. La tecnica ad incastro è una tecnica già alessandrina e che avevano già sperimentato anche a Roma Catullo, Virgilio, prima di Ovidio. È una tecnica ben navigata ma qui diventa davvero strutturale: ogni racconto è sempre incastrato almeno in un altro.
- Derivato da questa idea, c’è un altro elemento strutturale molto importante che è quello della moltiplicazione delle voci narranti. Ci sono tantissimi narratori che si susseguono uno dopo l’altro, o anche uno all’interno del racconto dell’altro. Questa moltiplicazione è anche una moltiplicazione del tempo, della dimensione del tempo e della dimensione dello spazio. Gli episodi raccontati si verificano in tanti momenti temporali o in tanti luoghi diversi.
L’idea della moltiplicazione tocca addirittura anche i generi letterari che vengono abbracciati proprio nella scelta di questi racconti, con i loro diversi linguaggi, con i loro diversi registri linguistici. Quindi, una scelta di fluidità che è molto ben praticata e pensata. Per quale motivo? Perché deve corrispondere, dal punto di vista strutturale, alla scelta contenutistica che è quella della metamorfosi. La struttura è in continua metamorfosi, i racconti sono in continuo cambiamento e in continua giustapposizione l’uno nell’altro, come vuole il contenuto che è quello della trasformazione. Questo per dare al lettore, sia dal punto di vista della forma, sia dal punto di vista del contenuto, l’idea di stupore, di meraviglia, di continua vertigine perché al lettore sembra quasi di trovarsi in una sorta di universo labirintico dove il poeta si impegna nel creare un’arte che sia così straordinaria da superare la natura stessa e da creare una costante ambiguità tra quella che è la realtà e quella che è la finzione. Per quale motivo? Perché Ovidio ha una straordinaria consapevolezza della propria abilità poetica e del proprio virtuosismo, come dimostra l’explicit dell’opera, un explicit che, sicuramente, richiama Orazio, Carmina III libro, 30.
Aveva parlato di questa sua consapevolezza e di questa sua gloria eterna che si aspettava, già in Amores III, 15.
Met. XV 871-879: questo testo di chiusura delle Metamorfosi è veramente importante perché rende evidente questa estrema consapevolezza della propria opera poetica da parte di Ovidio che dice “opus exegi” (monumentale che né l’ira di Giove né il fuoco né la spada né la voracità del tempo potranno distruggere), richiamando con un’eco molto sensibile Orazio. Al verso 876 ci dice che è sicuro che il suo nome rimarrà indelebile e che per tutti i secoli potrà vivere della sua fama. “Con la parte migliore di me volerò per l’eternità al di sopra delle stelle e il mio nome rimarrà incancellabile, dovunque si estende il dominio di Roma sui popoli sottomessi, sarò letto dalle genti e per tutti i secoli, se i presagi dei vati hanno un briciolo di verità, vivrò della mia fama”.
Ov. Met. I 452-567: Apollo e Dafne
Traduzione
La contesa tra Apollo e Cupido (452-465)
Il primo amore di Febo fu la figlia di Peneo, Dafne, e non lo procurò una sorte sconosciuta, ma l’ira implacabile di Cupido. Poco tempo prima il dio di Delo, insuperbito per la vittoria sul serpente, lo aveva visto tendere l’arco, dopo aver piegato la corda, e gli aveva detto: «Cosa hai a che fare con armi così impegnative, smorfioso fanciullo! Codesti pesi si addicono alle mie spalle, a me che sono in grado di assestare colpi infallibili ad una fiera e ad un nemico, a me che poco fa, con innumerevoli frecce ho abbattuto Pitone che col suo ventre gonfio e pestifero occupava tanti iugeri di terra. Tu dovrai accontentarti di suscitare non so quali amori con la tua fiaccola, e non rivendicare le lodi che spettano a me!». E a costui il figlio di Venere dice: «Il tuo arco, Febo, trafigga pure tutto quanto, il mio trafiggerà te; e quanto tutti gli esseri viventi sono inferiori ad un dio, tanto inferiore è la tua gloria a confronto con la mia».
Le frecce di Cupido (466-489)
Disse e, fendendo l’aria col suo battito d’ali, rapidamente si arrestò sull’ombrosa cima del Parnaso e dalla faretra portatrice di dardi estrasse due frecce dotate di opposti poteri: una mette in fuga l’amore, l’altra lo suscita; quella che lo suscita è d’oro e risplende per la sua punta acuminata, quella che lo mette in fuga è spuntata e ha il piombo nella canna. Questa il dio conficcò nella Ninfa figlia di Peneo, mentre con l’altra attraverso le ossa ferì le midolla di Apollo. Immediatamente l’uno ama, l’altra fugge il nome di amante godendo della penombra dei boschi e delle spoglie della selvaggina catturata, emula della vergine Diana; una benda raccoglieva i capelli spettinati. Molti la desideravano, ma lei, respinti i pretendenti, incapace di tollerare un marito e di accostarsi ad un uomo, percorre i boschi selvaggi e non si cura di cosa sia Imeneo, di cosa sia Amore e di cosa siano le nozze. Spesso il padre le andava ripetendo: «Mi sei debitrice di un genero, figlia», spesso il padre le andava ripetendo: «Mi sei debitrice di nipoti, figlia»: lei, detestando come se fossero una colpa le fiaccole nuziali, si era tinta il bel viso di un timido rossore e, aggrappandosi con tenere braccia al collo del padre, diceva: «Concedimi, padre carissimo, di godere di un’eterna verginità: già prima suo padre ha concesso questo privilegio a Diana». Ed egli almeno la asseconda; ma questa tua bellezza ti vieta di godere del privilegio che tu desideri, il tuo bell’aspetto si oppone al tuo desiderio.
Innamoramento e tentativo di seduzione di Apollo (490-524)
Febo la ama e dopo aver visto Dafne desidera unirsi a lei, e spera ciò che desidera, e i suoi oracoli lo ingannano, e come bruciano le stoppie leggere, dopo la mietitura delle spighe, come ardono le siepi per le fiaccole che per caso un viandante o ha troppo accostato o ha lasciato quando ormai è l’alba, così il dio è in fiamme, così brucia in tutto il petto e nutre nella speranza un amore impossibile. Osserva i capelli scenderle spettinati sul collo, e pensa: «Come sarebbe, se fossero pettinati?»; vede gli occhi scintillanti di un fuoco come le stelle, vede le labbra, che non gli basta aver visto; loda le dita, e le mani, e le braccia e la loro pelle nuda in gran parte; e se qualcosa è nascosto, lo immagina migliore. Lei fugge più veloce di un vento leggero e non si arresta a queste parole di lui che la chiama: «Ninfa Penea, fermati, ti prego! Non ti inseguo come un nemico; Ninfa, fermati! Così un’agnella fugge un lupo, così una cerva un leone, così delle colombe con volo affannato un’aquila, ciascuna il suo nemico; ma è l’amore il motivo del mio inseguimento! Me infelice! Che tu non cada distesa, che i rovi non graffino le tue gambe, che non meritano di essere ferite, e che io non sia per te motivo di dolore. Impervi sono i luoghi dove ti affretti: corri più piano, ti prego, e rallenta la fuga: io stesso ti inseguirò più piano. Almeno cerca di capire a chi piaci; io non sono un abitatore dei monti, non sono un pastore, non sono un selvaggio che è qui a fare la guardia a greggi ed armenti. Non sai, temeraria, non sai da chi fuggi e perciò fuggi. È soggetta a me la terra di Delfi e Claro e Tenedo e la regia Patara; Giove è mio padre. Grazie a me si rivela ciò che sarà, ciò che è stato e ciò che è; grazie a me il canto si accorda al suono della cetra. La mia freccia è davvero infallibile, tuttavia una sola è più infallibile della mia, quella che mi ha ferito nel cuore indifeso. La medicina è una mia scoperta, nel mondo sono chiamato guaritore e il potere delle erbe è soggetto a me: ahimè, poiché l’amore non si può guarire con nessuna erba, le arti che giovano a tutti non giovano al loro signore».
La fuga e l’inseguimento (525-542)
Da lui che avrebbe voluto dire di più fugge la figlia di Peneo, in una corsa impaurita, e insieme a lui lascia incompleto il discorso. Anche allora gli apparve bella; i venti le scoprivano il corpo, le raffiche spirandole contro agitavano le vesti e una brezza leggera le ributtava indietro i capelli; la sua bellezza è accresciuta dalla fuga. Ma ecco il giovane dio non sopporta oltre di sprecare le sue lusinghe e, come lo spronava amore stesso, segue le sue tracce con celere passo. Come quando un cane gallico vede in campo aperto una lepre, e questo di buona lena insegue la preda, quella cerca la salvezza (l’uno come sul punto d'afferrarla si aspetta di ghermirla da un momento all’altro e proteso il muso ne incalza le orme; l’altra è nell’incertezza d’essere stata afferrata e addirittura si sottrae ai morsi ed evita la bocca che la sfiora): così il dio e la fanciulla, costui è un fulmine in preda al desiderio, lei in balia del timore. Tuttavia colui che insegue, con l’aiuto delle ali dell’amore, è più veloce e non le concede riposo, incombe alle spalle della fuggitiva e soffia al collo sui capelli sparsi al vento.
La metamorfosi (543-567)
Sfinita e vinta dalla fatica della fuga affannata, ella impallidisce e, rivolgendosi alle onde del padre Peneo: «Aiutami, padre», dice, «Se voi fiumi avete un qualche potere, dissolvi, trasformandolo, questo aspetto per cui troppo piacqui». Conclusa a stento la preghiera, un pesante torpore pervade le membra, il morbido petto è circondato da una sottile corteccia, i capelli crescono in fronde, le braccia in rami; i piedi, prima tanto veloci, si fissano in pigre radici, il volto ha in sé una chioma: in lei si conserva il solo splendore. Febo la ama anche così e, posata la destra sul tronco, sente ancora trepidare il petto sotto la nuova corteccia e abbracciati i rami con le sue braccia, come se fossero membra di un corpo, bacia il legno, tuttavia il legno fugge i suoi baci. A lei il dio dice: «Ma poiché non puoi essere mia sposa, almeno sarai la mia pianta. Sempre di te si orneranno, alloro, la mia chioma, la mia cetra, la mia faretra. Tu accompagnerai i condottieri latini, quando una voce intonerà lieta il trionfo e il Campidoglio vedrà lunghi cortei. Sempre tu fedelissimo custode della porta di Augusto, starai appeso davanti ai suoi battenti e proteggerai la quercia che si trova nel mezzo, e come il mio capo è giovane per la chioma intonsa, anche tu porta sempre il perpetuo decoro delle tue fronde!». Aveva terminato Pean: l’alloro annuì con i suoi rami appena spuntati e sembrò agitare la cima, come un capo.
Questo è un mito di metamorfosi di Dafne nella pianta dell’alloro, un mito estremamente elegante e raffinato, un mito che, proprio per questa sua eleganza e per questa sua compiutezza figurativa e grandezza immaginifica ispirò tantissime opere figurative, in primis, l’Apollo e Dafne del Bernini. Ma questo non è solo un mito di metamorfosi: è anche un mito dell’amore, un mito in cui per la prima
volta viene esplorata la complessità dei sentimenti e delle dinamiche tra gli dei e i mortali. Attraverso la storia di Apollo e Dafne, Ovidio non solo racconta di un amore impossibile ma esalta la tematica della trasformazione, un tema centrale nel suo intero poema.
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