Lezione 23 le Georgiche
Le Georgiche sono la seconda opera di Virgilio, e si inseriscono all'interno del genere letterario dell'epica didascalica, che appare come una costola del genere epico. In epoca arcaica si erano sviluppati due modelli epici: quello omerico per primo; poi c'è quella che fa capo ad Esiodo, che ha scritto la Teogonia (di carattere cosmogonico) e Le opere e i giorni (sull'agricoltura). Può sembrare strano che un'opera incentrata sull'agricoltura sia definita epica, eppure ha tutti i caratteri formali di un poema epico: solennità della lingua, proemio.
In età ellenistica il gusto per l'erudizione quasi fine a se stessa diventa preponderante, e i poemi tendono a perdere uno spessore morale. Le Georgiche sono incentrate su un tema agricolo. La stessa parola georgiche deriva dal greco "contadino": Georgiche sono quindi canti sull'agricoltura. Si riallaccia alle Opere e i giorni di Esiodo, ma si richiama al De rerum natura di Lucrezio, non per contenuto (aveva un contenuto filosofico) ma per lo stile.
La scelta di dedicare al tema agreste il suo secondo libro non è probabilmente priva di significato politico: negli anni 37-38 a.C. si svolgeva la battaglia di Azio, e quindi era la vigilia del potere di Ottaviano; è anche il periodo delle guerre civili, che distrussero le piccole proprietà terriere: Ottaviano cercò poi di restaurare queste proprietà. Lo scrivere questo poema dipende quindi forse in certa misura da un'ingerenza di Ottaviano nell'opera di Virgilio. Probabilmente la scelta di questo tema è quindi frutto di una mediazione di istanze politiche.
Struttura delle Georgiche
Le Georgiche sono divise in quattro libri, ciascuno con un suo tema ben definito: non c'è quindi la continuità che c'era in Ovidio. È semmai simile a Lucrezio, che strutturò il De rerum natura in sei libri precisi. Quattro è un numero importante, perché quattro erano i libri delle Argonautiche di Apollonio Rodio: risponde quindi a un gusto molto ellenistico per la brevitas e l'elaborazione. I libri sono a loro volta suddivisi in due coppie: i primi due libri parlano degli animali, i secondi delle piante.
Ciascuno dei primi libri di ogni coppia possiede una sorta di proemio, così che ogni libro principale possiede in realtà due proemi. Il primo libro parla della coltivazione dei cereali; si è parlato a proposito di questo libro di libro esiodeo: il titolo Le opere e i giorni infatti fa riferimento alle opere da fare e ai giorni in cui farle: anche il primo libro delle Georgiche parla di quali cerali coltivare e quando. Il terzo libro è stato invece definito lucreziano, perché è dedicato alla fisiologia degli animali (aspetti trattati da Lucrezio): con lui condivide il finale. Il finale del De rerum natura Lucrezio parla di una peste devastante che si abbatte su Atene; Virgilio inserisce un excursus su un peste che colpisce gli animali e ne fa strage. Il quarto libro è dedicato alle api, ed è sicuramente il libro più allegro e gioioso. Tutti i libri si concludono con excursus, non solo il terzo.
Il finale delle Georgiche
Il finale delle Georgiche occupa la seconda parte dell'ultimo libro. Dopo aver parlato delle api, Virgilio fa una digressione. Questa digressione è divisa in due parti: la prima vicenda è quella di Aristeo, apicoltore al quale muore lo sciame; egli chiede aiuto alla madre, la ninfa Cirene: lei lo manda da Proteo, che gli dirà che la pestilenza che ha le api è colpa di un atto di hybris che ha compiuto, cioè di aver tentato di violentare Euridice. Si inserisce così la vicenda di Orfeo e Euridice. Proteo dopo spiega a Aristeo come far rinascere le api. Questa tecnica di racconto è ispirata da Ovidio, che faceva sempre le sue narrazioni a partire dalle parole di altri personaggi e le vicende si incastravano le une dalle altre.
Ma al di là della struttura molto elaborata, questo finale è anche molto misterioso; questo per via di una notizia che ci viene data da Servio: è un commentatore del IV sec. d.C. che scrive un commento a tutte le opere di Virgilio. Dice che in realtà questa parte finale è stata inserita in seguito, e che in principio c'era una celebrazione di Cornelio Gallo; poi Virgilio avrebbe dovuto rimuovere questa parte, e inserì quella attuale per colmare la lacuna. Cornelio Gallo è l'iniziatore dell'elegia latina, il primo poeta elegiaco; purtroppo però di lui non abbiamo nessuna testimonianza. Era famoso anche perché era un intimo consigliere e amico di Ottaviano: egli gli affida il comando della provincia di Egitto; poi è però caduto in disgrazia, perché Ottaviano lo destituì dal comando e ne decretò perfino la damnatio memoriae. Proprio in virtù di questa damnatio memoriae Augusto chiese a Virgilio di togliere Cornelio Gallo dalla sua opera.
Il finale è misterioso anche per via della decima ecloga. Nella decima ecloga Virgilio paragona lo stile di vita del poeta elegiaco a quello del poeta bucolico; il primo è destinato all'infelicità perché preda del suo amore, il secondo è sereno perché conduce la vita serena tipica della campagna. È strano che dopo aver già parlato del poeta elegiaco, Virgilio si soffermi ancora su questa figura.
Inoltre non si sa se Virgilio abbia sostituito solo la parte di Aristeo o anche quella di Orfeo ed Euridice; questo anche perché la notizia di Servio è difficilmente comprensibile, come spesso accade. Anche se quindi non è possibile appurare appieno la veridicità della notizia, è probabile che almeno qualche verso originariamente fosse stato dedicato a Cornelio Gallo, e che siano stati poi inseriti gli splendidi versi che possediamo.
Vicende mitiche e eziologia
Un altro modo in cui i poeti inseriscono vicende mitiche nel loro poema è quello dell'eziologia (Ovidio lo faceva spesso). Virgilio prima di parlare della morte delle api inserisce una digressione in cui spiega l'origine di alcune malattie delle api. Si chiede cosa si farebbe se tutte le api morissero; parla così della bugonia, per la quale si potevano far rinascere le api facendo decomporre un bue. Questa è di fatto la seconda vicenda metamorfica del libro: tutta la bugonia è una metamorfosi da bue ad api. Probabilmente la credenza che dal bue nascano api (che non ha evidentemente nessun riscontro concreto nella realtà), deriva dal fatto che sia il bue che le api sono animali estremamente utili all'uomo e pronti al sacrificio.
Secondo gli antichi l'apicoltore doveva essere puro e astenersi da ogni tipo di vizio; Aristeo invece venne addirittura punito perché aveva cercato di violentare una ninfa: si spiega così la morte delle sue api. L'ape è anche uno dei simboli per eccellenza dell'anima che sopravvive dopo la morte, della rinascita (questo simbolo fra l'altro sopravvive nell'iconografia cristiana).
Il mito di Aristeo e Orfeo
In sintesi: da una parte Aristeo perde un proprio bene (le api) e per riottenerlo deve superare una prova, cioè andare a parlare con Proteo (deve quindi fare un viaggio ultraterreno in un mondo inaccessibile, quello delle acque): ottiene quindi una prescrizione (operare un sacrificio e un rito, la bugonia), alla fine della quale il bene che era perso sarà recuperato e ci sarà una rinascita delle api.
La vicenda di Orfeo è esattamente la stessa: perde la donna amata, per riconquistarla deve affrontare un viaggio ultraterreno nel mondo dell'Ade; anche qui riceve una prescrizione alla quale attenersi (non voltarsi a guardare Euridice prima di averla condotta fuori). La differenza è che Orfeo non si attiene al precetto ricevuto. Aristeo quindi ha successo, Orfeo no. Questo perché Orfeo rappresenta il poeta innamorato (è anche infatti il mitico inventore della poesia): Orfeo quindi risponde alla natura che è propria del poeta d'amore, cioè una natura che lo fa schiavo del suo amore, un amore destinato ad essere infelice: il poeta elegiaco è destinato a una vita infelice a inseguire un amore non ricambiato. L'amore è follia, il poeta non comanda l'amore ma ne è comandato: per questo si gira poco prima di uscire in superficie e perde Euridice. Aristeo è invece l'incarnazione del contadino, con una natura più pragmatica: non si arrende alle difficoltà e fa tutto quello che gli dei gli chiedono.
Le api sono collegate alla resurrezione. Per noi è una cosa normale, la nostra religione è fondata sulla resurrezione; ma la resurrezione è un'idea estranea al mondo antico.
Lezione 25 Aristeo e Cirene (vv. 315)
Al verso 315 comincia il cosiddetto epillio di Aristeo, quella parte in cui il rituale della bugonia viene descritto in termini tecnici come un espediente non a carattere mitologico, bensì a carattere pratico concretamente utilizzato, secondo la convinzione di Virgilio, per rigenerare le api. Lo stacco fra la prima parte del libro e la seconda viene evidenziata da una sorta di proemio. Il proemio normalmente caratterizza l'inizio di tutte le opere epiche o comunque quando c'è uno stacco importante (le Georgiche stesse all'inizio di ogni libro cominciano con un proemio). Al v. 315 c'è anche l'invocazione alla musa, elemento tipico del genere epico a partire dall'Iliade; è una cosa particolarmente importante perché nelle Georgiche normalmente l'invocazione è a divinità agresti, come si conviene alla tematica dell'opera. Il fatto che qui invece si invochi la musa epica è una sorta di segnale che indica che ci sarà un innalzamento di livello, che si passerà dall'argomento didascalico a quello epico.
315 Quis deus hànc, Musae, quis nòbis èxtudit àrtem?
unde nou(a) ìngressùs homin(um) èxperièntia còepit?
pastor Àristaeùs fugièns Penèia Tèmpe,
amissìs, ut fàma, apibùs morbòque famèque,
tristis ad èxtremì sacrùm caput àstitit àmnis
Note:
- Il fiume Peneo, secondo una tradizione padre di Cirene e quindi nonno di Aristeo.
- È riferito grammaticalmente al fiume, ma in realtà riguarda la sorgente (ipallage).
320 multa querèns, atqu(e) hàc adfàtus uòce parèntem:
artem)?(Quale dio, Musa, quale generò per noi questa arte (hanc
Da dove questa nuova esperienza degli uomini prese avvio?
Il pastore Aristeo, fuggendo dalla valle di Tempe,
dopo aver perso le api, come raccontano, per la malattia e per la fame,
caput) 3triste si ferma sulla sacra sorgente (sacrum del fiume estremo,
lamentandosi molto, e con queste parole si rivolge alla madre:)
Questo nuovo inizio è segnato da una sequenza di interrogative. Il dio del v. 315 è Aristeo; in effetti è attestata a livello storico la presenza di un culto di Aristeo, che quindi veniva realmente venerato come dio. Aristeo è tradizionalmente visto come l'inventore di tutta una serie di tecniche dell'agricoltura. Interessante però il fatto che Aristeo storicamente venisse celebrato come eroe civilizzatore per quel che riguarda l'agricoltura, ma non ci sono testimonianze però che egli sia anche l'inventore della bugonia; c'è anche una discrepanza geografica: la bugonia ha un'origine egiziana, mentre Aristeo è legato all'Arcadia. I casi sono due: o Virgilio si è inventato tutto di sana pianta, cioè ha inventato la connessione fra lui, allevatore di api, e la bugonia; oppure c'erano delle altre fonti che Virgilio ha utilizzato ma che per noi sono perdute. Probabilmente è proprio questa seconda ipotesi: le Georgiche infatti hanno un fine didascalico, e Virgilio si propone di dire la verità.
L'elemento dell'arte come progresso dell'umanità, è legato al tema dominante delle Georgiche del lavoro come base dei valori etici. Il progresso si ottiene attraverso la fatica. unde, L'avverbio "da dove?", con cui comincia il secondo verso indica come questo passo debba essere inteso in chiave eziologica. Nel terzo verso Aristeo non viene più definito dio ma pastore. Questo perché nel resto dell'epillio lui non avrà una connotazione divina bensì umana. Come a dire che il carattere divino di Aristeo non è dovuto tanto alla sua nascita quanto alla sua sofferenza e dalla capacità di imparare dai suoi sbagli. Nella visione di Virgilio Aristeo non è dio di per sé ma lo diviene grazie ai suoi meriti.
Aristeo si siede alla riva del fiume invocando la madre per esprimerle il suo dolore: è simile alla scena di Achille nell'Iliade. Questo è il modello usato per costruire questo episodio. Questo tipi di pattern nell'Iliade la troviamo due volte: all'inizio quando è arrabbiato con Agamennone per la questione di Criseide, e poi dopo che muore Patroclo.
321 'mater, Cìrenè màter, quae gùrgitis hùius
ima tenèns, quid mè praeclàra stìrpe deòr
(si modo, quèm perhibès, pater èst Thymbraèus Apòllo)
inuisùm fatìs genuìsti? aut quò tibi nòstri
325 pulsus amòr? quid mè caelùm speràre iubèbas?
Normalmente solamente la sorgente era sacra agli dei (e magari protetta con una santuario), mentre il resto del fiume era utilizzabile dagli uomini.
en eti(am) hùnc ipsùm uitaè mortàlis honòrem,
quem mìhi uìx frug(um) èt pecudùm custòdìa sòllers
omnia tèmpant(i) èxtuderàt, te màtre relìnquo.
quin ag(e) et ìpsa manù felìcis èrue sìluas,
330 fer stabulìs inimic(um) ign(em) àtqu(e) intèrfice mèssis,
ure sat(a) èt ualid(am) ìn uitìs molìre bipènem,
tanta meaè si tète cepèrunt taèdia làudis.'
("Madre, madre Cirene, tu che governi le profondità di questo gorgo, perché mi generasti da una illustre stirpe divina (se solo, come tu vai dicendo, mio padre è il timbreo Apollo) inviso ai fati? E dove è finito (pulsus) il tuo amore nei miei confronti? Perché mi esortavi a sperare nel cielo? Ed anche questo stesso onore di una vita mortale, che la sollecita custodia dei campi e degli armenti con fatica (vìx) matre), aveva creato a me che tutto tentavo, nonostante tu mi sia madre (te io lo abbandono. age), Dunque su (quin con la tua mano, sradica (erue) i boschi fecondi, porta (fer) il fuoco ostile alle stalle, e uccidi le messi, bipennem), brucia i campi seminati e muovi contro le viti l'ascia crudele (validam se ti ha preso tanta noia della mia lode”)
Nel rivolgersi alla madre Cirene, il tono di Aristeo non è supplichevole e lamentoso, bensì indignato, soprattutto nella seconda parte. Il discorso si apre con la geminatio di mater, intercalata dal vocativo di Cirene. L'inizio sembra quasi un inno cletico, con l'invocazione della divinità e il richiamo alle sue prerogative. Aristeo, a differenza di Achille, non parla a sua madre esprimendo la sua sofferenza, ma si lamenta e si indigna con lei, chiedendole che senso abbia che lei si sia sempre vantata dall'illustre nascita di suo figlio se però il destino gli è avverso. Da questo passo si capisce fra l'altro come gli dei siano sì onnipotenti, ma comunque sottomessi al fato. In questo senso Aristeo è ancora più umano, perché ha una natura umana e per di più il fato gli è ostile. Il risentimento e la delusione di Aristeo nascono appunto dal contrasto fra le sue aspettative in quanto dio e la ben diversa realtà.
Aristeo può essere paragonato a Fetonte, nell'episodio finale del primo libro e iniziale del secondo delle Metamorfosi di Ovidio. Anche lì Fetonte voleva una prova delle sue origini divine (fra l'altro il padre era sempre Apollo), e chiese al padre di guidare il carro del sole. Il risentimento di Aristeo cresce con il proseguire del discorso, e alla fine arriva a provocarla apertamente esortandola a distruggere tutto ciò che fa di lui un contadino. Nell'elenco degli elementi naturali che Aristeo provoca la madre a distruggere, c'è un elemento tipico della poesia delle Georgiche, ossia l'umanizzazione della natura: uccidere gli elementi naturali sembra quasi come uccidere delle persone: le selve sono felici, il fuoco è inamicum, le messi non vengono distrutte bensì uccise, e contro la vite cala l'ascia del boia. C'è l'affetto del contadino verso le creature che ha cresciuto con la sua fatica. Aristeo dice alla madre che se prova tanta invidia per le lodi che è riuscito a ottenere, può pure distruggere ciò che gliele ha provocate, cioè l'agricoltura. Il suo discorso ruota attorno all'onore e alla lode (al v. 326 c'è la parola honorem, alla fine laudis), dichiarando come lui sia riuscito a ottenere rispetto e ammirazione.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Le «Metamorfosi» di Ovidio tradotte e commentate, Libro I
-
Le «Metamorfosi» di Apuleio tradotte e commentate, Libro III
-
Virgilio, Georgiche - Libro primo - Proemio, traduzione e analisi vv 1-42
-
Traduzione, analisi morfosintattica, metrica e paradigmi di Virgilio, Eneide, libro IV vv. 1-89