La teoria del piacere: parafrasi
La teoria del piacere viene elaborata da Leopardi tra il 12 e il 23 luglio 1820, ed è espressa dalla pagina 165 alla pagina 183 dello Zibaldone. La vanità di tutte le cose e l’insoddisfazione umana, la nostra tendenza verso un infinito che non comprendiamo, derivano da una ragione semplicissima, tutta materiale più che spirituale, ossia al fatto che l’anima umana desidera sempre il piacere, ovvero la felicità.
Questo desiderio non ha limiti in quanto è parte integrante della vita umana (smettiamo di desiderare solo quando moriamo) né per durata, perché appunto non finisce se non con l’esistenza, né per estensione, perché sostanziale in noi. Ora, in realtà non esiste nessun piacere che sia illimitato nel tempo, eterno, né nello spazio, quindi che sia immenso, perché la natura delle cose vuole che tutto sia circoscritto e particolare.
Tuttavia, l’uomo non aspira a un piacere particolare, ma a il piacere, nonostante non lo concepisca, perché non ci si può creare un’idea di una cosa che l’uomo desidera come illimitata.
Le conseguenze del desiderio
Venendo alle conseguenze: se un uomo desiderasse un cavallo, gli sembrerebbe di desiderarlo come un tal piacere, ma in realtà lo pensa come astratto e, una volta ottenuto, gli resta un vuoto nell’animo poiché il suo desiderio non è appagato. Qualora lo fosse per estensione, non lo sarebbe per durata, perché nulla è eterno; e posto anche che una qualunque cagione che gli ha dato un piacere una volta gli resti sempre, come la ricchezza, comunque resterebbe meramente materiale, perché un’altra proprietà delle cose è che tutto si logori, e che l’assuefazione toglie sì il dolore, ma spegne il piacere.
Se poi l’uomo riuscisse a provare un piacere eterno, il suo animo non rimarrebbe lo stesso appagato, perché il suo desiderio è anche infinito per estensione, e pertanto desidererebbe o piaceri nuovi, o un piacere che riempisse tutta l’anima. Quindi il piacere è una cosa vanissima sempre, come sua caratteristica particolare, al contrario del dolore e della noia, che non hanno invece questa qualità. Il fatto è che l’anima desidera veramente il piacere, e non un tal piacere; e tutti i piaceri devono essere misti al dispiacere (piacere figlio d’affanno).
La tendenza umana verso l'infinito
Passiamo ora alla tendenza che l’uomo ha verso l’infinito. Infatti l’uomo, al di là del desiderio del piacere, ha una grandissima facoltà immaginativa in grado di concepire le cose come non sono, e che si occupa principalmente di immaginare il piacere. E può immaginare questi piaceri infiniti in numero, durata e intensità.