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Giacomo Leopardi: il maggior poeta dell'Ottocento italiano

Giacomo Leopardi è ritenuto il maggior poeta dell'Ottocento italiano; la profondità della sua riflessione sull'esistenza e sulla condizione umana – di ispirazione sensista e materialista – ne fa anche un filosofo di spessore. La straordinaria qualità lirica della sua poesia lo ha reso un protagonista centrale nel panorama letterario e culturale internazionale.

Le fasi del pessimismo leopardiano

Gli studiosi hanno distinto tre fasi del pessimismo leopardiano:

  • "Pessimismo individuale"
  • "Pessimismo storico"
  • "Pessimismo cosmico"

Il pessimismo individuale

Partendo da un pessimismo individuale dovuto all’ambiente familiare angusto e opprimente, ma anche a causa delle patologie fisiche sofferte sin da giovanissimo, Leopardi si convinse che la vita fosse stata spietata con lui.

Il pessimismo storico, natura benigna, titanismo

Con gli anni, Leopardi allarga la sua riflessione, sostenendo come la felicità degli altri è solo apparente e che tutti gli uomini sono condannati all'infelicità terrena. Afferma però come la specie umana vivesse in uno stato di felicità, per quanto illusoria, nell'età primitiva, quando vivevano nello stato di natura, non condizionati dall'incivilimento dovuto alla ragione. Per questo motivo, l’assenza di razionalità li rendeva incapaci di far fronte al loro reale stato di infelicità. Il progresso della civiltà, operata dalla ragione, ha allontanato l’uomo da quella condizione privilegiata ed ha messo sotto i suoi occhi il ‘vero’ e di conseguenza lo ha reso infelice.

La prima fase del pensiero leopardiano è tutta costruita sull’antitesi tra natura e ragione, tra antichi e moderni. Gli antichi, inconsapevolmente illusi, erano capaci di azioni eroiche e magnanime; per questo motivo, la loro vita era più attiva e intensa, ciò contribuiva a far dimenticare il nulla e il vuoto della loro esistenza. Il progresso della civiltà e della ragione ha generato, nei moderni, meschinità ed egoismo. Leopardi assegna all’uomo stesso la colpa dell’infelicità presente e dell’allontanamento dalla vita tracciata dalla natura benigna. Leopardi dà un giudizio durissimo sulla civiltà dei suoi anni che vede dominata dall’inerzia. Scaturisce di qui la tematica civile e patriottica che caratterizza le prime riflessioni leopardiane. E ne deriva un atteggiamento titanico: il poeta si erge solitario a sfidare la sorte che ha condannato l’Italia alla perdita dei valori.

Pessimismo cosmico e natura malvagia, atteggiamento ironico

Ben presto questa concezione di natura benigna entra in crisi. Leopardi si rende conto che, più che al bene del singolo, la natura mira alla conservazione della specie. Ne deduce che il male non è una semplice casualità, ma rientra nel piano stesso della natura. Questo punto d’approdo, nella sua opera, emerge nel Dialogo della Natura e di un islandese, scritta nel 1824 e inserita nelle ‘‘Operette morali’’. Da quest’opera possiamo dedurre come Leopardi concepisce la natura non più come madre amorosa e benevola, ma come meccanismo cieco e crudele, indifferente alla sorte delle sue creature, appunto perché la sofferenza degli esseri umani è legge essenziale.

  • È una concezione non più finalistica (la natura che opera consapevolmente per un fine) ma meccanicistica (tutta la realtà non è che materia, regolata da leggi meccaniche).

La colpa dell’infelicità non è più dell’uomo stesso, ma solo della natura. L’uomo non è che vittima innocente della sua crudeltà. Se causa dell’infelicità è la natura stessa, tutti gli uomini in ogni tempo e in ogni tipo di società, sono stati necessariamente infelici. Al pessimismo storico della prima fase subentra così un pessimismo cosmico: nel senso che l’infelicità non è più legata ad una condizione storica e relativa all’uomo, ma ad una condizione assoluta. È la concezione che caratterizzerà tutto l’operato di Leopardi dopo il 1824. Ne deriva in un primo momento con l’abbandono della poesia civile e del titanismo e l’acquisizione di un atteggiamento ironico, distaccato, rassegnato.

  • Teoria del piacere: vago e indefinito

La «teoria del piacere», elaborata nel 1820, è un crocevia fondamentale nel sistema di pensiero leopardiano: da una parte costituisce il nucleo germinale della sua filosofia pessimistica, dall’altra è il punto d’avvio della sua poetica. Secondo Leopardi l'uomo trova piacere solo nell'attesa e nell'inconsapevolezza di ciò che accadrà in futuro. Esso viene cercato soprattutto grazie alla facoltà immaginativa che può concepire le cose che non sono reali. Grazie all’immaginazione.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

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