Introduzione al capitolo
L’intento che si vuole perseguire in questo capitolo si sostanzia nello studio del mercato. L’attività da compiere si prefigura molto complessa in quanto il tema delle sue forme racchiude in sé idee, teorie, certezze e contraddizioni che molti grandi studiosi hanno fortemente fatto emergere in pagine e pagine di pubblicazioni scientifiche. Il punto da cui partire e la materia che dominerà la trattazione è l'economia politica, di conseguenza appare necessario iniziare dalle parole e dal loro significato. Il termine economia politica viene dal greco (οἶκος, «dimora» e -νομία «-nomia» cioè «amministrazione dell’antica Grecia). Quindi economia indica le regole della casa; la pόlis era la città-stato della buona gestione della famiglia ma facendola seguire dalla parola politica vuol dire che ci riferiamo alle regole della società nel suo complesso. Il termine iniziò ad essere usato nel Seicento ma divenne d’uso comune solo nell’Ottocento.
Prima che l’economia si affermasse come una scienza autonoma, i problemi che essa affrontava erano discussi da filosofi e teologi secondo un approccio che focalizzava l’attenzione sulla morale ed etica che bisognava perseguire nelle relazioni economiche.
Un primo momento di svolta si ebbe tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento quando Niccolò Machiavelli affermò ed avviò lo studio del governo, in campo politico ed economico, come problema autonomo dalla morale ponendosi in controtendenza rispetto ai filosofi morali. Il secondo momento di svolta si affermò nel Seicento grazie al primo economista William Petty, il quale è noto soprattutto per essere stato il fondatore dell'aritmetica politica, disciplina che pone le basi dell'economia politica e della demografia, proponendo l'uso della statistica in materia di gestione pubblica. Il terzo cambio di rotta si realizzò a partire dal Settecento quando Adam Smith (1723-1790) pubblicò nel 1776 “la ricchezza delle nazioni”, costituendo, attraverso un approccio moderno, la scuola economica classica a cui sono ricondotti anche David Ricardo e Karl Marx.
Quello che hanno in comune i tre autori è il fatto di vedere l’economia dal punto di vista del benessere dei cittadini anziché da quello della forza economica dello Stato, affermando in tal modo l’economia politica come scienza sociale. Mentre Smith e Ricardo sono stati sostenitori del libero mercato, Marx invece ha messo in discussione le tesi proposte dai primi utilizzando gli stessi strumenti teorici da loro impiegati per affermare le loro idee.
Verso la fine dell’Ottocento iniziò a diffondersi un nuovo approccio, noto come marginalista, che segnò la nascita della scuola economica neoclassica che ha modificato nettamente rispetto ai primi il punto di osservazione, le ipotesi e gli strumenti da impiegare nello studio delle relazioni economiche e del funzionamento del sistema economico capitalistico.
Questo breve excursus evidenzia che nel tempo si sono avvicendate diverse scuole di pensiero che hanno adottato una diversa prospettiva sulle leggi che governano l’economia e la società. Ciò arricchisce di molto la scienza economica ed al tempo stesso fa emergere anche il problema, in riferimento al tema trattato in questo capitolo, su quale debba essere la visione da prendere in considerazione quando si vuole indagare il mercato e le sue forme. Ecco perché, giustificando il problema già affermato all’inizio, l’unica strada logica da seguire è quella che ci conduca ad una conoscenza varia senza trascurare l’una o l’altra visione. Nelle pagine che seguiranno cercherò di far emergere il tema in oggetto attraverso la prospettiva classica e neoclassica; successivamente andremo a studiare il mercato dell’arredamento in Italia al fine di ricondurlo agli schemi teorici iniziali.
L’interrogativo a cui si tenta di dare risposta è: Qual è la forma di mercato che domina il settore dell’arredamento in Italia? Per rispondere bisogna partire dalle teorie sul mercato e successivamente raccogliere dati e informazioni sul settore studiato al fine di verificare la rispondenza o meno rispetto ai modelli teorici di base.
Gli economisti classici: Smith, Ricardo e Marx
La storia ha mostrato che nel tempo si sono susseguiti diversi sistemi economici governati da leggi specifiche in grado di soddisfare, o meno, i bisogni dell’uomo. La società in cui viviamo oggi è di mercato, o capitalista, in cui tradizionalmente convivono tre classi sociali: capitalisti, lavoratori e proprietari terrieri. I capitalisti sono la classe dominante che è proprietaria dei mezzi di produzione e dell’output che risulta dal processo produttivo che viene posto in essere anche con l’impiego di lavoratori ai quali viene corrisposto un salario. I capitalisti guadagnano il rendimento del capitale impiegato che prende il nome di profitto. I proprietari terrieri invece affittano le loro terre a imprenditori agricoli in cambio di una rendita. In tale modello un ruolo principale è svolto dal mercato e cioè “dall’insieme degli scambi di beni e servizi contro denaro che hanno continuamente luogo tra le classi sociali”. Questo in quanto nessuno è in grado di soddisfare i propri bisogni attraverso una totale autoproduzione ma c’è sempre bisogno del lavoro di altri. Ecco perché il mercato rappresenta l’elemento fondamentale del sistema capitalistico in quanto ad esso è affidato il compito di soddisfare i bisogni reciproci dell’uomo e di distribuire la ricchezza tra le classi sociali. Guardando alla società contemporanea possiamo sicuramente ammettere che le classi di cui essa si compone sono più di quelle sopra esposte, ma ciò non modifica il funzionamento del sistema economico capitalistico.
L’alternativa proposta al modello appena esposto è quella dell’economia pianificata, tipica dei paesi comunisti, dove il ruolo dello Stato sostituisce il mercato nella distribuzione del benessere e nell’allocazione delle risorse all’interno della società. Il modello di economia mista invece si basa sul presupposto che al mercato è affidato il ruolo centrale ma al contempo è contemplato il compito dello Stato di intervenire nell’economia quando si prefigurano le situazioni di fallimento del mercato. Altro tema propedeutico allo studio del mercato e delle sue forme riguarda la suddivisione del sistema economico nei tre settori produttivi: agricoltura, industria e servizi. L’agricoltura, o settore primario, è stato quello dominante nella fase pre-capitalistica mentre l’industria, o settore secondario, ha dominato l’era moderna. Guardando al contemporaneo, nonostante la forte importanza del settore industriale, possiamo evidenziare che il settore trainante è quello dei servizi.
Fatte queste necessarie considerazioni possiamo iniziare a descrivere la visione classica dell’economia e del mercato tenendo presente che il sistema sullo sfondo è quello di tipo capitalistico.
Adam Smith
Nato nel 1723 a Kirkcaldy in Scozia e figlio di secondo letto di Adam Smith e di Margaret Douglas. Nel 1737 si trasferì a Glasgow dove seguì i corsi di Alexander Dunlop, Robert Simon e soprattutto Francis Hutchendon che esercitò una profonda influenza sul suo pensiero in particolare nell’ambito della filosofia morale. Fu proprio a Hutchendon che Smith, nel 1752, successe ereditando la cattedra di filosofia morale all’università di Glasgow. Smith è stato un attento osservatore delle forze e delle dinamiche che innescarono la rivoluzione industriale nella seconda metà del Settecento in Gran Bretagna, da tale analisi ricavò gli elementi fondamentali di una teoria economica che fu espressa nella sua opera più importante, pubblicata nel 1776, “La ricchezza delle nazioni”. I principi di quest’opera sono stati elaborati e criticati da altri autori nello stesso periodo storico ed in quelli che seguirono ma rappresentano, tutt’ora, la base concettuale per comprendere l’economia e le sue leggi. Adam Smith morì il 17 luglio del 1790.
Come abbiamo già evidenziato in precedenza Smith visse in un periodo storico caratterizzato da profonde trasformazioni sociali e produttive che culminarono nella rivoluzione industriale inglese, ciò fu osservato con attenzione dall’economista e concretizzato nella sua grande opera. Questo ci fa comprendere che la figura dell’economista è radicata nella storia e da essa prende spunto per descrivere le leggi che governano la società, la politica e l’economia. Nonostante questo legame che l’opera detiene con un periodo storico ormai passato essa continua a fornirci un modello interpretativo di come funziona l’economia moderna, ecco perché analizzeremo i principi cardine che l’autore ha presentato in “La ricchezza delle nazioni”.
Il primo concetto da considerare è quello della “divisione del lavoro” che può essere sia orizzontale che verticale, nel primo caso si ha una suddivisione del sistema economico in diversi settori, rami o industrie il che determina che ogni industria raccoglie le unità produttive (imprese) che producono uno specifico gruppo di beni. Nel secondo caso si ha una divisione del lavoro all’interno di ciascuna unità produttiva. Nel corso del tempo si è assistito ad un crescente processo di divisione del lavoro che ha poi generato la rivoluzione industriale che è stato appunto una rivoluzione di processo che ha modificato il modo di produrre rispetto all’era pre-industriale. Tale processo ha incrementato la produttività del lavoro in conseguenza a tre fattori:
- La maggior destrezza. In seguito alla divisione del lavoro ogni operario si specializza in una fase del processo piuttosto che dedicarsi a tutte le fasi di cui esso si compone.
- Il risparmio di tempo. Con la specializzazione del lavoro ogni operario si dedica ad una fase e quindi utilizza sempre gli stessi attrezzi e resta fermo alla sua postazione. In tal modo si evitano sprechi di tempo generati dal passare ad utensili ed a postazioni diverse.
- L’introduzione di macchine nel processo produttivo. Questo è un aspetto che incide positivamente sull’incremento della produttività e Smith qui fa riferimento sia alle invenzioni realizzate dagli stessi operai per velocizzare il proprio lavoro, sia a quelle fatte da costruttori ed inventori e poi applicate nel processo produttivo.
Ben noto è il racconto che Smith fa del produttore di spilli:
Prendiamo dunque un esempio da una manifattura di scarsa importanza ma in cui la divisione del lavoro è stata molto spesso notata, quella della fabbricazione degli spilli. Un operaio non addestrato in questa attività (della quale la divisione del lavoro ha fatto un mestiere distinto), né abituato all’uso delle sue macchine (l’invenzione delle quali è probabilmente stata determinata dalla stessa divisione del lavoro), potrebbe forse a malapena, impegnandosi al massimo, fare uno spillo al giorno, e certamente non potrebbe farne venti. Ma nel modo in cui ora viene svolta, non soltanto questa attività è un lavoro specializzato, ma è divisa in molti rami, la maggior parte dei quali parimenti specializzati. Un uomo svolge il filo metallico, un altro lo drizza, un terzo lo taglia, un quarto lo appuntisce, un quinto lo arrota nella parte destinata alla capocchia; per fare la capocchia occorrono due o tre distinte operazioni; il montarla è un lavoro particolare e il lucidare gli spilli è un altro, mentre mestiere a sé è persino quello di incartarli. La fabbricazione di uno spillo è così divisa in circa diciotto distinte operazioni, che in talune fabbriche sono eseguite da mani distinte, sebbene in altre lo stesso uomo ne esegua talvolta due o tre. Ho visto una piccola fabbrica di questo tipo dove lavoravano soltanto dieci uomini e quindi dove taluni di essi eseguivano due o tre distinte operazioni. Ma sebbene fossero poverissimi e quindi scarsamente attrezzati delle macchine necessarie, essi potevano, applicandosi, fare tra tutti circa dodici libbre di spilli al giorno. In una libbra vi sono oltre quattromila spilli di media grandezza. Quelle dieci persone potevano, quindi, fare complessivamente oltre quarantottomila spilli in un giorno. Ognuno, facendo la decima parte di quarantottomila spilli, faceva quindi in media quattromila ottocento spilli al giorno. Ma se avessero lavorato separatamente e indipendentemente, e se nessuno di loro fosse stato addestrato a questo speciale mestiere, essi certamente non avrebbero potuto fare venti e forse nemmeno uno spillo al giorno ciascuno; cioè certamente nemmeno la duecento quarantesima parte e forse nemmeno la quattromila ottocentesima parte di ciò che essi sono ora capaci di eseguire in conseguenza di una adeguata divisione e combinazione delle loro differenti operazioni.
Altro elemento che emerge dalle considerazioni di Smith è che la divisione del lavoro è limitata dall’estensione del mercato o in altri termini la divisione del lavoro è correlata positivamente all’ampliamento dell’estensione del mercato. Smith fa notare che prima che la divisione del lavoro progredisse le quantità prodotte di beni erano limitate e richiedevano un mercato di sbocco ristretto e non eccessivamente distante. Con la rivoluzione industriale ed il concomitante affermarsi della divisione del lavoro si è in grado di produrre enormi quantità di beni, questo da un lato determina una riduzione del prezzo e dall’altro richiede un allargamento del mercato di sbocco. L’ampiezza del mercato può crescere se si verificano tre circostanze: primo, se cresce il reddito pro capite ed il numero dei consumatori; secondo, se lo Stato elimina tutte le barriere alla libera circolazione delle merci; terzo, se il miglioramento dei trasporti permette lo spostamento dei prodotti in modo più rapido e meno costoso anche verso luoghi più distanti.
Questi concetti ci aiutano a comprendere, secondo Smith, da cosa dipende la ricchezza delle nazioni che per l’autore corrisponde al reddito medio pro capite. Il livello del reddito medio pro capite dipende da due fattori: la produttività media dei lavoratori impiegati nella produzione di merci e la quota di questi sul totale della popolazione, indicando con:
- Y il reddito nazionale complessivo;
- N la popolazione;
- L il numero dei lavoratori produttivi;
- π la produttività media del lavoro;
sapendo che la produttività è data dal rapporto fra il prodotto ed il numero di lavoratori produttivi: Yπ = L
Applicando la formula inversa possiamo dire che il reddito nazionale è dato dal prodotto fra il numero di lavoratori produttivi e la produttività media: Y = Lπ
Da quest’ultima espressione, dividendo tutto per N, possiamo ricavare che il reddito pro capite Y/N dipende da due fattori: la produttività per lavoratore π e la quota dei lavoratori produttivi sul totale della popolazione L/N: Y/N = Lπ/N
A queste ultime considerazioni aggiungiamo, come già espresso in precedenza, che la produttività del lavoro dipende dalla divisione del lavoro, che è funzione dell’allargamento del mercato, che a sua volta deriva dal reddito dei consumatori e dalle politiche più o meno liberiste dello Stato e dal miglioramento nei trasporti e nelle comunicazioni. Al contempo la quota di lavoratori produttivi sul totale della popolazione dipende dal processo di accumulazione, e cioè dalla disponibilità di mezzi di produzione per dar lavoro ad un maggior numero di abitanti, e da fattori istituzionali e di costume come le leggi che incentivano o vietano il lavoro di alcuni strati della popolazione. Tali fattori dipendono dalle scelte dell’autorità pubblica che si realizzano mediante le politiche economiche.
Volendo schematizzare:
| Politiche economiche liberiste | Ampiezza dei mercati | Divisione del lavoro |
|---|---|---|
| Miglioramento dei trasporti e delle comunicazioni | Y/N | Accumulazione |
| Fattori istituzionali e di costume | L/N |
Da questo schema emerge come il reddito medio pro capite, che rappresenta nella teoria smithiana l’indicatore che esprime la ricchezza delle nazioni, dipenda da una serie di fattori tra cui spiccano le politiche liberiste che sarebbero in grado di incrementare tale ricchezza. In un’economia capitalista i bisogni degli individui, siano essi produttori o consumatori, vengono soddisfatti attraverso uno scambio reciproco mediato dalla moneta in cui l’oggetto può essere rappresentato da beni e/o servizi di consumo o mezzi di produzione. Questo processo va a costituire un mercato e cioè “un insieme di rapporti di scambio che si ripetono continuamente seguendo schemi abbastanza regolari”.
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