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Le coppe metalliche

Le coppe metalliche costituiscono un supporto per la sintassi (il salvataggio) di quella che è la mitografia (la storia e la tradizione religiosa) di gran parte del Levante Mediterraneo, dato che la maggior parte delle fonti scritte di queste culture è andata perduta, proprio perché scritta su materiali facilmente deteriorabili come i papiri.

Rappresentano anche un problema storico-archeologico perché, esattamente come per la categoria degli avori, la maggior parte delle coppe è stata rinvenuta in contesti fuori dalla loro zona d'origine, il Levante Mediterraneo, dove invece non si hanno quasi testimonianze di tali manufatti. Hanno una dislocazione che tocca diversi scali dell'Egeo e anche contesti della Grecia continentale, arriva persino in Iran (in due casi specifici) e per quanto riguarda il Mediterraneo centro occidentale raggiunge la costa tirrenica, salvo eccezione della coppa dei tori rinvenuta in Sicilia e della coppa di Francavilla Marittima in Calabria, che stanno totalmente fuori contesto per quanto riguarda le rotte battute dai levantini.

Non abbiamo quindi modo di collocarne con certezza i centri di produzione, gli atelier del toreuta, e soprattutto le coppe sfuggono a una determinazione identitaria. Si è ipotizzato che gli artigiani itineranti delle coppe metalliche si spostassero con le loro produzioni che poi smerciavano via via nel loro percorso. Ma chi siano questi artigiani, che spostandosi in vari contesti è probabile anche che producano direttamente in loco questi manufatti, resta un mistero.

Si aggiunga a tutto ciò anche il fenomeno della tesaurizzazione (tipico di glittica, oreficeria e toreutica), si tratta di oggetti falsamente tramandati da una generazione all'altra che quindi non ci datano il contesto, siamo di fronte al contesto (come per le monete che non permettono di datare il contesto ma di definire solo un terminus post quem).

In definitiva, per inquadrare archeologicamente tali manufatti e comprenderne il contesto culturale bisogna ricorrere al confronto stilistico con le iconografie in nostro possesso, ma, nella migliore delle ipotesi, si riesce solo a dare un inquadramento di massimo, come può essere il contesto siro-fenicio o fenicio-cipriota, o è impossibile risalire al luogo preciso di produzione.

Sotto questo punto di vista l’unica eccezione è la coppa di Ugarit (14°/13° secolo) che sta all’origine di questa produzione. Si tratta anche di uno dei rari manufatti aurei di questa categoria perché in genere le coppe erano realizzate in bronzo o in argento, ed essendo in oro è anche una delle poche coppe integre arrivate sino a noi.

Sono manufatti che hanno spesso a che vedere con finalità identificative della dinastia regnante, per questo ospitano spesso soggetti legati alla celebrazione della regalità come quelli bellici o quelli legati all’attività di caccia. Inoltre, hanno un ruolo portante nel fenomeno orientalizzante perché partecipano al flusso delle merci di lusso da oriente a occidente, concorrendo così a trasferire idee e consuetudini delle corti orientali.

In base alla schedatura, fatta in particolare da Falsone, possiamo suddividere la produzione delle coppe metalliche in 2 filoni (uno dal 9° al 7° secolo e l’altro dal 7° alla prima metà del 6° secolo) al cui interno si raggruppano varie scuole di produzione che si definiscono sulla base del tema prevalente dal punto di vista figurativo nel rosone centrale che ne rappresenta quindi il denominatore comune; infatti per gli altri fregi che ornano le coppe si parla di varietà degli apporti culturali, ogni artigiano pur attenendosi a quel tema specifico in rimando al determinato periodo storico, aveva dunque un background culturale sufficiente, o indicazioni specifiche da parte dei committenti, per utilizzare repertori culturali diversi all’interno della stessa scuola di produzione.

Il primo filone

Va dal 9° al 7° secolo (con qualche eccezione), detto siro-fenicio. Tra le scuole di produzione abbiamo:

  • Coppe dei tori: Le dislocate un po' su tutto il territorio, specialmente a Nimrud (capitale neoassira e sede di Assurnazirpal), ma c'è un caso anche in Sicilia, forse proprio per il motivo del toro che è un soggetto bene augurante presente quindi in varie culture e sempre con una connotazione fertilistica (il principio maschile della fertilità). Sono coppe, quelle di Nimrud, che potrebbero essere identificate come il tributo che le città fenicie dovevano a sovrani assiri, ma potrebbe anche darsi che si tratti di manufatti prodotti da artigiani fenici deportati nei palazzi assiri. Nel fregio principale sono caratterizzate da tori in processione, il fregio più interno presenta una decorazione a triangoli contrapposti (stella) e il rosone centrale è molto semplice con un elemento astrale/vegetale a 6 punte.
  • Coppe a marsh pattern: Le hanno artigiani soprattutto a Nimrud. Presentano nel rosone centrale una decorazione che richiama motivi tipici delle stoffe levantine siro-fenicie (da qui il nome), e tutto intorno un assemblaggio confuso di simboli egizi; vediamo il grifone, un animale fantastico risultato dalla fusione tra un leone e un’aquila, rappresentato diversamente a seconda dei contesti e sia con una connotazione positiva che negativa, sulla base di quella opposizione tra l’ordine e il caos che rende compresenti, in un'unica figura, sia elementi positivi che negativi (anche Astarte è al tempo stesso dea madre e guerriera). Qui è rappresentato secondo l’iconografia egiziana, riconoscibile dalla presenza della corona dell’alto (bianca) e del basso (rossa) Egitto che porta in testa anche se semplificata rispetto all’originale in quanto è composita ovvero la corona dell’alto Egitto porta al suo interno quella del basso Egitto. Tra gli altri simboli vediamo la sfinge o anche le insegne proprie di ciascuna divinità, come uno scettro che termina con il fiore di papiro che viene frequentemente associato sia a contesti regali che divini, lo scettro was, un albero della vita e altri elementi vegetali con funzione riempitiva. Si tratta comunque di una raffigurazione un po' manierata, con elementi sparsi e in cui non abbiamo la certezza che i singoli elementi simbolici concorressero a trasmettere un messaggio religioso, non c’è alcun filo conduttore, alcuna storia. C’è solo una blanda evocazione di soggetti iconografici che fanno parte del protocollo faraonico e che potrebbero in generale essere emblematici anche del sovrano neoassiro; di fatto il grifone e la sfinge sono animali noti nel contesto di tutto il vicino oriente, come documentato dalla pittura dell’investitura del sovrano di Mari risalente al 3° millennio che presenta file di sfingi, grifoni e tori.
  • Coppe a bocciolo di rosa: Le hanno un fregio centrale con una rosetta che può avere un numero variabile di petali. Se dal punto di vista stilistico le coppe a marsh pattern guardano al modello egiziano e le coppe dei tori hanno un modello di riferimento molto generico che si può identificare con quello mediterraneo, le coppe a bocciolo di rosa guardano a un modello iconografico che è molto più mesopotamico che levantino sia i temi che per l’organizzazione delle figure, soprattutto nel fregio esterno. La coppa a bocciolo di rosa ritrovata a Delfi (8° secolo). L’iconografia del fregio esterno guarda ai modelli neoassiri. Vediamo una scena d’assedio e le modalità con cui sono raffigurati i personaggi che si accingono a scalare le mura, dalle quali si sporgono degli arcieri, trova confronti diretti con le rappresentazioni degli assedi che erano raffigurate sugli ortostati in pietra degli edifici neoassiri. I personaggi, soprattutto gli aggressori, sono vestiti alla maniera siriana, ovvero presentano la veste corta sul davanti fino al ginocchio e lunga dietro fino al calcagno e portano sulla testa la tiara ovoide; l’abbinamento tra questa veste e la tiara rimanda a tutta una tradizione diffusa nel contesto siro-palestinese (negli avori di Ebla ad esempio) ma che viene assorbita in ambito mesopotamico forse perché gli stessi ortostati neoassiri erano realizzati da artigiani levantini siriani anche se, in questa raffigurazione, quello che avremmo identificato con il personaggio positivo in ambito siriano, è in realtà colui che assedia. La città assediata è verosimilmente assira, ed è stato ipotizzato dal modo con cui sono vestiti gli arcieri, dalla tipologia degli archi e dal modo in cui è raffigurata la sfinge posta al traino di un carro da guerra; a differenza della sfinge egiziana raffigurata sempre con la parrucca claft o un nemes, qui presenta un copricapo ovoide tipicamente siriano, è dunque una rilettura del modello egiziano già precedentemente assorbito. Tutto questo dimostra come il manufatto sia stato prodotto da toreuti di cultura non genuinamente siriana ma soggetti anche a influenze culturali mesopotamiche o copisti di modelli derivanti dall’ambiente neoassiri. Coppa da Amathus (VII sec. a.C.): Il soggetto è bellico, si tratta dell’assedio di una città fortificata. Partendo da in basso a destra si vede parzialmente un carro da guerra con i cavalli e un cane che corre al loro fianco. Davanti al carro ci sono 2 cavalieri lanciati al galoppo vestiti con abiti orientali; sono preceduti da arcieri a piedi che indossano vesti e copricapi tipici assiri; davanti ci sono 4 opliti (soldati a piedi) armati e abbigliati alla greca con una corta tunica, elmi ionici e scudi rotondi con insegne di diverse figure; davanti a loro un soldato tenta di piazzare una scala contro le mura. La fortificazione presenta 3 torri dalle quali sporgono altrettanti arcieri. Sul lato opposto alle mura ci sono altri 2 soldati armati di scudi aculeati tipici ciprioti che salgono la scala; dietro di essi 2 personaggi intenti a tagliare degli alberi, preceduti da 2 cavalieri conservati solo in parte che si dirigono verso la città fortificata; questa rappresenta dunque il centro della composizione verso la quale convergono tutti i personaggi, da una parte e dall’altra. È una coppa che presenta per la scena d’assedio delle chiare analogie con la coppa da Delfi. Coppa rinvenuta nella Zeus Cave del monte Ida a Creta (8° secolo). Presenta nel rosone centrale un bocciolo di rosa ma nei registri che lo circondano ci sono motivi che ricordano il marsh pattern; è dunque a metà strada tra le 2 produzioni. Anche il fregio esterno, che guarda a modelli egiziani con le sfingi e i tori, come nei modelli a marsh pattern presenta un’iterazione di unità iconografiche che vengono alternate senza l’intenzione di creare una storia lineare ma usate come semplici riempitivi, dunque l’interpretazione della coppa può iniziare in qualsiasi punto. La coppa da Francavilla Marittima (8° secolo) presenta nella cornice esterna tutta una serie di piccoli fiori di loto usati come riempitivi. Nei 2 fregi che seguono ci sono delle processioni di animali, tori, antilopi. Il terz’ultimo registro presenta dei volatili tipo Horus falcone, in quello che segue ci sono delle lepri in teoria (una dietro l’altra), poi un fregio con una decorazione fitomorfa con corolle rovesciate all’esterno, infine il rosone centrale. Il 3° fregio (a partire dalla cornice) presenta delle divinità vestiti alla maniera egizia, con lo scettro was o altre insegne come degli scacciamosche, da notare che è dettagliata solo la silouette dei personaggi e il tutto è affastellato senza un ordine, non corrisponde a una narrazione, è solo un assemblaggio di figure divine che tra l’altro nei modelli egiziani non vengono associate, a dimostrazione che è un modello non pienamente compreso dai toreuti o realizzato superficialmente perché era un manufatto realizzato appositamente per l’esportazione con la consapevolezza che sono diretti a mercati che non sono in grado di concepire l’errore. Anche animali come il falcone e la lepre non corrispondono ad associazioni egiziane.
  • Coppe star bowls: A differenza dei casi precedenti, in cui gli elementi erano semplici riempitivi, spesso anche incompresi, utilizzati senza la finalità di trasmettere messaggi, qui siamo di fronte a un’esaltazione coerente dell’ideale vitalistico del principio della fertilità quale è concepita dal contesto siro-fenicio ed è presente anche quel concetto di regalità indotta che si traduce nella riproposizione in chiave siro-fenicia di un racconto mesopotamico, il poema di Gilgamesh. Questa è la coppa da Olimpia e uno dei riquadri presenta il momento in cui Gilgamesh e l’amico Enkidu abbattono il mostro Humbaba, qui reso però non come il mostro antropomorfo e deforme che prevedeva la tradizione mesopotamica, ma come un grifone (in questo caso a valenza negativa); è dunque presente un’allusione al ruolo del sovrano che deve riportare all’ordine una situazione caotica. Anche l’arma che viene utilizzata per uccidere il mostro è diversa ma ci sono comunque elementi che rimandano alla tradizione mesopotamica, come la tiara ovoide con il pennacchio di uno dei due personaggi, ma anche elementi che rimandano alla tradizione siriana che ha a che fare con il contesto neoassiro, ovvero la veste corta al ginocchio e lunga al calcagno. Ci sono anche fonti di ispirazione siro-fenicie proprie per definizione; nelle due metope contrapposte agli antipodi troviamo a destra una figura femminile seduta su un seggio che tiene un bambino in braccio e davanti a lei un tavolino con forse dei pani azzimi e un elemento che sembra riprodurre un altro alimento ma che in realtà è un simbolo astrale, è la falce lunare che inquadra il disco solare. Davanti al tavolino c’è un'altra donna che offre una coppa. Qui è messo in atto un principio che si riscontra in altre raffigurazioni religiose mesopotamiche fin dalla fase protodinastica, è il principio della isocefalia, secondo il quale i personaggi seduti (ma più importanti) risultano essere alti quanto i personaggi che stanno di fronte a loro in piedi (la donna col bambino è seduta ma è alta quanto l’altra in piedi) e questo è funzionale a enfatizzare la figura divina o regale. Entrambe le donne hanno un chiaro taglio egittizzante, presentano infatti la parrucca claft (con la fascia e i due tronconi che lasciano scoperte le orecchie). Nella metopa opposta c’è una raffigurazione simmetrica ma al maschile e con chiari influssi siriani sulla base della tiara ovoide che portano in testa. Nel riquadro sotto ci sono tre musicisti, un personaggio che suona un doppio flauto, uno che percuote un tamburello (timpanista) e uno che suona la lira; in generale questa è una composizione tipica delle piccole orchestre siro-fenicie, sempre caratterizzate da una timpanista riconoscibile rispetto ai suonatori di cembali perché presenta le mani sfalsate, poi sia uomini che donne sono i suonatori o suonatrici di flauto e poi ci sono le suonatrici di lira che in rari casi possono essere anche maschi. Queste orchestre a 3 componenti erano elementi fondamentali del cerimoniale regale ma anche di quello religioso in cui le orchestre generalmente accompagnano i rituali per Astarte legati alla fertilità. Proprio per questo è difficile capire con certezza quali dei due è qui rappresentato, se si tratti quindi, nel caso delle due figure in trono, di una coppia regale o della coppia divina Melquest/Astarte e quindi del cerimoniale della ierogamia (il matrimonio fra divinità). Anche la presenza del neonato rende difficoltosa l’interpretazione; se interpretiamo la figura come un personaggio regale avremmo semplicemente l’esaltazione della femminilità della regina che è descritta come madre nutrice e inevitabilmente assimilata ad Astarte (anche perché si tiene i seni); anche se la presenza della parrucca egittizzante mette in campo anche un’altra interpretazione, potrebbe trattarsi di Iside che allatta Horo. Dunque nel caso di questa coppa manca completamente il compatto iconologico (che riguarda la destinazione e il senso ultimo dell’opera). È una coppa che viene dal santuario di Olimpia ed è quindi un’offerta, ma chi ha lasciato il manufatto resta un mistero.

Il secondo filone

Va dal 7° alla prima metà del 6° secolo ed è definito fenicio-cipriota; infatti è proprio a Cipro che troviamo il numero più significativo di coppe metalliche risalenti a tale periodo. A Cipro si sviluppa una scuola particolare, definita dagli studiosi sempre sulla base del rosone centrale che presenta in questo caso uno dei temi più diffusi nel vicino Oriente antico, il tema del sovrano che abbatte il nemico; un tema che trasmette un messaggio propagandistico, il sovrano schiaccia i nemici e protegge i sudditi, è dunque un’esaltazione del potere e del ruolo del sovrano, nonché una sua legittimazione.

In generale è un esempio di regalità indotta perché è funzionale ad esaltare sia il ruolo del sovrano sia quello dei personaggi facenti parte delle classi abbienti che utilizzavano tali manufatti per ostentare il loro ruolo gerarchico rispetto alle classi inferiori. È un tema riproposto in maniera identica su molti tipi di supporti, fa dunque parte della cultura d’immagine, un fenomeno per cui un’unità iconografica resta valida in molti contesti di espressione perché l’immagine ha valore autonomo rispetto all’oggetto. Oltre alle coppe si ritrova ad esempio sugli scarabei del 5° secolo provenienti da Ibiza, nei rasoi di Cartagine del 3° secolo (destinati probabilmente a gente della classe dirigente). Anche la stele di Aleppo del 10°-9° secolo rappresenta lo stesso tipo di personaggio, un uomo che ha una lunga barba, i capelli lunghi sotto una tiara ovoide, è vestito alla siriana e ha un’ascia fenestrata sulla spalla e porta in mano uno strano oggetto che sem...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-OR/01 Storia del vicino oriente antico

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher gine4600 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di archeologia e storia del vicino oriente antico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Secci Raimondo.
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