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La pragmatica linguistica

La pragmatica ha come oggetto di studio l’agire umano; nel caso della pragmatica linguistica l’oggetto di studio è l’agire linguistico o meglio la lingua osservata dal punto di vista delle sue modalità d’uso e del suo essere mezzo per l’agire umano. La lingua ha dunque un uso comportamentale -> comportamentocomunicativo.

Definizione e contesto della pragmatica

La pragmatica è una disciplina della linguistica che si occupa dell'uso della lingua come azione reale e concreta. Non si occupa della lingua intesa come sistema di segni, ma osserva come e per quali scopi la lingua viene utilizzata e in che misura soddisfi esigenze e scopi comunicativi. Più nello specifico, la pragmatica si occupa di come il contesto influisca sull'interpretazione dei significati. In questo caso, per "contesto" si intende "situazione", cioè l'insieme dei fattori extralinguistici (sociale, ambientale e psicologico) che influenzano gli atti linguistici.

Enunciati e significato

La pragmatica studia in particolare gli enunciati, che si compongono a loro volta di sintagmi, solitamente nel contesto delle conversazioni. In pragmatica si tende a fare distinzione tra significato dell'enunciato e intenzione del parlante. Il significato dell'enunciato è il suo significato letterale, mentre l'intenzione del parlante è il concetto che il parlante tenta di trasmettere.

La capacità di comprendere il significato inferito da un altro parlante viene definita "competenza pragmatica"; con questa espressione si intende inoltre l’abilità propria degli utenti (parlanti) di una lingua di usarla in modo efficace e appropriato in diversi contesti e per esigenze comunicative di vario tipo.

Tipi di significato

  • Enunciati: espressioni linguistiche usate in una situazione discorsiva specifica.
  • Significato convenzionale: significato definito dal codice linguistico condiviso dai membri di una comunità (oggetto di studi della semantica).
  • Significato conversazionale: significato che scaturisce dall’uso della lingua in contesto e dall’interpretazione degli scopi e delle intenzioni dei parlanti (oggetto di studi della pragmatica).

Componenti del contesto

  • Le conoscenze condivise, l’insieme delle credenze sociali e culturali sul funzionamento del mondo che i parlanti condividono e credono di condividere, ivi compresa la conoscenza del codice linguistico.
  • La situazione comunicativa contingente, ovvero la situazione spazio-temporale in cui si svolge un evento linguistico, le relazioni interpersonali fra i partecipanti, le aspettative e gli scopi che li muovono.
  • Il contesto linguistico o cotesto, ovvero il discorso in atto e le conoscenze che esso ha generato.

Modello di discorso

Rappresentazione mentale, che ogni partecipante ad un evento linguistico si costruisce, riguardo l’evento stesso, gli oggetti e i fatti evocati in esso e le relazioni che intercorrono tra loro e con il mondo, i loro rapporti reciproci e le loro intenzioni.

Possibili incomprensioni risolte dal contesto

  • Omonimia: più espressioni del codice aventi lo stesso significante
  • Polisemia: parola che ha potenzialmente più significati
  • Ambiguità: espressione che può avere più letture contestualmente valide
  • Vaghezza: proprietà della lingua per cui le espressioni linguistiche non sono pienamente specificate riguardo al loro significato e lasciano spazio ad arricchimenti prodotti dal contesto (es: i possessivi)
  • Indeterminatezza: espressione di un enunciato che può richiedere il ricorso al contesto non per la comprensione del suo significato, ma del suo riferimento o estensione, ovvero della realtà extralinguistica a cui rimanda.

Dare un nome alle cose

I nomi o le espressioni nominali in generale possono avere diversi usi nel discorso:

  • Funzione allocutiva, quando richiamano l’attenzione dell’interlocutore per instaurare o consolidare un contatto (legame discorsivo) fra questo e il parlante
  • Funzione referenziale, quando evocano nel modello di discorso elementi della realtà (referenti) -> il referente evocato viene detto referente testuale
  • Funzione attributiva e predicativa, quando non servono ad attivare un referente testuale, ma a qualificarne uno attribuendovi delle proprietà

Tipi fondamentali di espressioni referenziali

Nomi comuni e sintagmi nominali (descrittori): fanno riferimento a classi di oggetti accomunati da qualche proprietà. L’uso dei descrittori è legato alla conoscenza, da parte dei parlanti, del:

  • Significato intensionale: insieme dei tratti semantici che definisce un descrittore
  • Significato estensionale: insieme degli individui a cui il descrittore può riferirsi

Oltre ai descrittori ci sono: qualificatori (numerali, indefiniti), specificatori (articoli, dimostrativi), modificatori che specificano il riferimento e diversi tipi di predicati.

Nomi propri: evocano direttamente uno specifico oggetto o individuo, senza far riferimento a conoscenze semantiche, perché hanno solo significato estensionale: il loro significato coincide semplicemente con il referente a cui fanno riferimento -> i nomi propri “non significano niente”. Per poter usare un nome proprio per designare un referente sia parlante che ricevente devono sapere che quel nome è stato attribuito a quel referente. Questa conoscenza si ottiene per esperienza diretta o indiretta del legame fra referente e nome, che è massimamente arbitrario.

Indicali: non hanno un significato autonomo, ma lo derivano dal contesto e dal cotesto in cui sono utilizzati (es: i pronomi). Gli indicali dunque non denotano il referente a cui rimandano, ma danno informazioni su:

  • Il tipo denotato, ovvero le caratteristiche del referente
  • L’elemento o gli elementi contestuali rispetto a cui si origina la relazione e il tipo di relazione fra tale elemento e il referente indicato

Descrittori e nomi propri sono espressioni simboliche, diversi dalle espressioni indicali.

Tratti semantici

I tratti semantici sono le diverse componenti del significato intensionale di un termine. Essi possono avere:

  • Funzione denotativa, cioè delimitano l’insieme dei referenti a cui il termine può riferirsi
  • Funzione connotativa, cioè qualificano il referente in questione mettendone in evidenza determinate proprietà

La competenza lessicale di un parlante consiste nel vario grado di conoscenza intensionale ed estensionale che il parlante possiede del lessico di una lingua. Dunque i vari parlanti si distinguono per il loro grado di competenza lessicale.

La scelta di un’espressione referenziale è legata a vari fattori:

  • Segnalazione dell’accessibilità del referente, ovvero quanto esso è identificabile in modo univoco per i parlanti (identificazione di un referente) e quanto è presente all’attenzione dei parlanti in un dato momento del discorso (attivazione di un referente)

L’accessibilità di un referente dipende da:

  • L’insieme di conoscenze condivise fra i parlanti o supposte tali
  • La situazione
  • Il modello di discorso in atto
  • Segnalazione della connotazione del referente, che spiega il rapporto fra il parlante e il referente
  • Segnalazione di mosse comunicative, che fa riferimento a particolari usi delle espressioni referenziali nel discorso (es: la ripetizione per rimarcare un concetto)

Orientarsi nel contesto

Molti dei riferimenti contenuti in un dialogo o in un testo possono essere interpretati solo grazie a un sistema di orientamento, costituito dalle espressioni indicali. Il sistema di orientamento (campo indicale) può essere di tipo deittico (la deissi è un fenomeno per cui il riferimento di alcune espressioni linguistiche è vincolato alle coordinate della situazione in cui avviene l’evento comunicativo), cioè può avere come origine il parlante, nel momento e nel luogo in cui si svolge l’enunciazione.

Tipi di deissi

  • Deissi personale: che indica i ruoli dei partecipanti all’evento comunicativo
  • Deissi spaziale: che organizza lo spazio -vicinanza/distanza- rispetto alla posizione dei partecipanti all’evento comunicativo
  • Deissi temporale: che colloca nel tempo gli eventi -anteriorità/posteriorità- rispetto al momento dell’enunciazione

Ogni campo indicale ha un suo centro detto origo. Per la deissi personale l’origo è il mittente del messaggio (espresso attraverso I, II e III persona); per la deissi spaziale l’origo coincide con la posizione occupata dal parlante mentre proferisce il suo enunciato (espressa da dimostrativi, avverbi e verbi come “venire” e “andare”); per la deissi temporale l’origo coincide con il momento in cui il parlante proferisce il suo enunciato (espressa da aggettivi, avverbi, espressioni avverbiali e da molti tempi verbali).

Altro tipo di deissi è quella sociale, che segnala i rapporti sociali esistenti tra gli interlocutori e messi in gioco nello scambio comunicativo. In italiano un esempio di deissi sociale è l’opposizione tra il “tu” e il “lei”, con cui il parlante segnala il proprio rapporto sociale nei confronti dell’ascoltatore in termini di intimità e simmetria. Molti studiosi riconducono la deissi sociale a quella personale.

Altro tipo ancora è la deissi testuale o logodeissi, che sfrutta il riferimento deittico spaziale e temporale in un campo indicale che è quello del testo stesso. In questo caso l’origo è il testo stesso nel momento della sua elaborazione.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/01 Glottologia e linguistica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher chiarafratocchi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica generale e sociolinguistica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Koesters Gensini Sabine Elisabeth.
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