Che cos'è la pragmatica linguistica
Il termine ‘pragmatica’ deriva dal greco ‘pragma’ (agire), perciò ha come oggetto di studio l’agire umano. Nel 1938, Charles Morris inserisce la pragmatica nel campo della semiotica (insieme alla sintassi e alla semantica) e la definisce come lo studio delle relazioni fra i segni e gli utenti del codice.
Anche il filosofo del linguaggio Robert Carnap ritiene che la pragmatica sia lo studio della lingua in riferimento ai suoi utenti, e la contrappone alla semantica, che esclude l’elemento gli utenti, e alla sintassi, che si riferisce solamente alle relazioni fra i segni.
Per Katz e Fodor, invece, la pragmatica non può diventare una vera scienza linguistica, in quanto si occupa dell’esecuzione linguistica, ovvero di tutto ciò che riguarda i parlanti e che non è codificato nella lingua (a differenza della semantica e della sintassi).
Deli Hymes definisce la pragmatica come scienza della competenza comunicativa, dell’abilità degli utenti di usare la lingua in modo efficace ed appropriato. Stephen Levinson, nel 1983, propone diverse definizioni ed arriva alla conclusione che la pragmatica sia “lo studio delle relazioni tra la lingua e il contesto che sono fondamentali per spiegare la comprensione della lingua stessa”.
A differenza di parole, morfemi e suoni, che possono essere descritti all’interno del codice, gli enunciati, ovvero le espressioni linguistiche usate in situazioni specifiche, hanno un valore che deve essere descritto secondo una modalità diversa. La comprensione del significato degli enunciati, infatti, non segue la forma “bottom up”, che parte dal significato delle parole, ma la modalità “top-down”, che si concentra sul valore degli enunciati stessi nel contesto.
Paul Grice e i livelli di significato
Paul Grice distingue due livelli di significato:
| Significato convenzionale | Significato conversazionale |
| Definito dal codice condiviso dai membri di una comunità (studiato dalla semantica) | Dall’uso della lingua nel contesto e dall’interpretazione degli scopi dei parlanti (studiato dalla pragmatica) |
Se il singolo parlante ha un’intenzione linguistica, non può usare il linguaggio in modo semplicistico, attribuendo qualsiasi significato a qualsiasi parola, altrimenti gli è impossibile essere capito. È per questo motivo che i parlanti si servono di regole, non solo per le espressioni linguistiche, ma anche nell’uso della lingua (produzione e interpretazione dei messaggi).
Contesto e interpretazione
Il contesto, riguardo alla produzione e all’interpretazione degli enunciati, è formato da tre componenti attraverso le quali i partecipanti ad un evento linguistico costruiscono una propria rappresentazione mentale dell’evento, chiamata “modello di discorso”. Con questo modello, che si costruisce e si modifica in modo costante, ogni partecipante può interpretare gli enunciati del discorso.
Le tre componenti del contesto sono:
- Conoscenze condivise: Credenze culturali e sociali sul funzionamento del mondo che i parlanti condividono o credono di condividere.
- Situazione comunicativa contingente: Situazione spazio-temporale in cui si svolge un evento linguistico, le relazioni fra i partecipanti, i loro scopi e le loro aspettative.
- Contesto linguistico (cotesto): Discorso in atto e le conoscenze che genera.
All’interno del ruolo del contesto nell’interpretazione, possiamo avere casi di omonimia e polisemia. L’omonimia si riferisce alle espressioni del codice che hanno lo stesso significante ma un significato diverso (‘tale’, storia, è omofono di ‘tail’, coda); la polisemia, invece, riguarda le parole che hanno potenzialmente più significati.
L’uso di un’espressione può anche causare ambiguità, sia a livello lessicale (per esempio, la polisemia di una parola) che sintattico. L’ambiguità è normalmente dovuta alla mancanza di indizi contestuali sufficienti, perciò può essere risolta grazie alla comprensione della situazione o di conoscenze condivise più generali (il tono di voce, la scena che si sta svolgendo, etc.).
Il contesto ha un ruolo nel determinare il significato degli enunciati perché specifica la vaghezza delle espressioni linguistiche e permette di scioglierla grazie alle informazioni aggiuntive. Un’espressione può inoltre essere indeterminata, ovvero richiedere il ricorso al contesto non per la comprensione del suo senso, ma del suo riferimento, della realtà extralinguistica a cui rimanda.
Capitolo I – Espressioni nominali e referenziali
Le espressioni nominali possono avere diversi tipi di funzioni. In primo luogo, la funzione allocutiva, usata per richiamare l’attenzione dell’interlocutore, con il quale instaurare o consolidare il legame discorsivo; la funzione referenziale, invece, è usata per evocare nel modello di discorso dei referenti, ovvero degli elementi della realtà.
I parlanti hanno a disposizione tre tipi di espressioni referenziali:
- Descrittori (nomi comuni, sintagmi nominali): Fanno riferimento a classi di oggetti accomunati per delle proprietà, che il parlante riconosce subito all’oggetto evocato. I descrittori hanno una grande flessibilità d’uso: possono combinarsi con quantificatori o specificatori, riferirsi a singoli individui, all’intera classe o a un suo sottogruppo. L’uso dei descrittori è vincolato a conoscenze semantiche e pragmatiche, in quanto per poterli utilizzare in modo appropriato nel discorso, il parlante deve conoscere il significato intensionale del descrittore, ovvero l’insieme dei tratti semantici che lo definiscono (‘topo’ animale, roditore, etc.) e sapere se il referente può far parte dell’estensione dello stesso, dell’insieme di individui a cui esso può riferirsi. L’ascoltatore, per interpretare il descrittore, deve conoscere il significato intensionale del termine e identificare nell’insieme dei referenti del modello di discorso un’estensione valida.
- Nomi propri: Evocano direttamente uno specifico oggetto o individuo. Per designare un referente attraverso un nome proprio, il parlante deve solo sapere che quello è il suo nome, mentre il ricevente del messaggio deve sapere che quel nome è stato attribuito a quel referente. Il legame tra referente e nome non si basa su alcuna caratteristica del referente, perciò i nomi propri non hanno un significato intensionale, ma solo estensionale, che coincide con il referente (“non significano niente”). Non serve quindi alcuna conoscenza semantica per interpretare i nomi propri.
- Indicali: Le espressioni indicali non hanno né un significato intensionale né estensionale, non rimandano alle caratteristiche del referente, ma a caratteristiche del suo status e della sua collocazione nel modello di discorso (ciò, cui, che, suo, -li). Gli indicali danno informazioni su: le caratteristiche del referente secondo categorie generali e astratte (‘lì’ si riferisce a un punto nello spazio, ‘ciò’ si riferisce a un fatto) e gli elementi contestuali rispetto cui si origina la relazione e il tipo di relazione fra quest’elemento e il referente indicato (‘lì’ indica un punto nello spazio a una certa relazione di distanza dall’elemento di riferimento, ovvero il parlante).
La scelta di un’espressione referenziale per riferirsi a un’entità in un dato momento del discorso è legata a vari fattori: la segnalazione dell’accessibilità, la connotazione del referente e la segnalazione di una specifica mossa discorsiva.
L’accessibilità del referente si riferisce a due fattori:
- Identificabilità: La possibilità dei parlanti di identificare il referente in modo univoco (‘Ho preso le scarpe blu’ = identificabile)
- Attivazione: Se e quanto il referente è presente all’attenzione dei parlanti. Dipende dalle conoscenze a disposizione dei parlanti, dalla situazione e dal modello di discorso in atto (‘Ho comprato delle scarpe nuove’ = non accessibile).
I tratti connotativi segnalano il rapporto esistente tra il parlante e il referente: il parlante può scegliere quali tratti connotativi attivare attraverso la scelta di un descrittore o del sistema degli indicali.
Il modo di usare le espressioni referenziali nel dialogo può essere funzionale a segnalare delle mosse comunicative particolari durante il discorso. Per esempio, la ripetizione di un’espressione referenziale può essere un segnale del parlante per controllare di aver ben identificato un referente o per accettare il topic discorsivo.
Capitolo II – Deissi e anafora
La deissi è il fenomeno per cui il riferimento di alcune espressioni linguistiche indicali è vincolato alle coordinate della situazione in cui avviene l’evento comunicativo.
Il parlante e l’ascoltatore utilizzano un campo indicale, ovvero un sistema di coordinate, ognuna con il proprio riferimento.
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