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Aristotele politica

Introduzione di Giovanni Reale

Secondo Aristotele, per quanto il bene dell'uomo e quello dello Stato siano della medesima natura (perché entrambi consistono nella virtù), tuttavia il bene dello Stato è più importante. La ragione di ciò è da ricercarsi nella natura stessa dell'uomo che non è capace di vivere isolatamente, ma ha bisogno sempre nel corso della sua esistenza di avere rapporti con i suoi simili.

A livello cronologico, primariamente la natura ha distinto gli uomini in maschi e femmine, che si uniscono per formare la prima comunità, cioè la famiglia. Essa è necessaria alla procreazione e al soddisfacimento dei bisogni elementari. Poiché la famiglia da sola non basta, successivamente è sorto il villaggio, una comunità più allargata volta a garantire in modo organico il soddisfacimento dei bisogni. Ma villaggio e famiglia sono sufficienti a soddisfare i bisogni della vita organica, non a raggiungere la vita morale. Per far questo c'è bisogno di leggi, magistrature, cioè della complessa organizzazione di uno Stato. È nello Stato che l'individuo è portato ad uscire dal suo isolamento ed egoismo e vivere non secondo ciò che è soggettivamente buono, ma secondo ciò che è oggettivamente buono. In questo modo, lo Stato, che è cronologicamente ultimo, diviene ontologicamente primo, poiché rappresenta quel tutto di cui la famiglia e il villaggio sono parti, parti che acquistano senso solamente se collocate in questo tutto. È il tutto che dà senso alle parti. Solo lo Stato dà senso alle altre comunità e solo esso è autosufficiente.

Il cittadino

Il primo passo di Aristotele è l'analisi della famiglia e dell'amministrazione familiare. Qui secondo Reale egli cade vittima dei pregiudizi dell'epoca, quando afferma che la donna è per natura inferiore all'uomo, perché ha meno ragione di lui. Così anche quando ribadisce che vi siano uomini schiavi per natura: sarebbero costoro gli uomini in cui la sensibilità e l'istinto prevalgono sulla ragione. Gli schiavi sono necessari come gli animali domestici, indispensabili ai servizi per la cura dei bisogni del corpo, di cui l'uomo libero non deve e non può occuparsi. E quindi, condizionati dal pregiudizio greco, Aristotele ritiene che nel barbaro predominino l'istinto e la sensibilità sulla ragione, e dunque sarebbe giusto che i barbari fossero sottomessi ai greci.

Più ragionevole sembra la sua analisi sull'amministrazione economica familiare. La famiglia deve vivere procacciandosi il necessario per il sostentamento attraverso la caccia, la pastorizia e l'agricoltura, ammettendo come unica forma di commercio il baratto. Esclusa ogni transazione monetaria, poiché mirerebbe solo all'accumulo delle ricchezze. Una economia basata sul denaro perderebbe di vista il fine della vita, spendendo la vita per produrre beni materiali, e non, invece, usando i beni materiali per alleggerire la vita. Così la vita diventerebbe un mezzo e non un fine.

Analisi dello Stato

Aristotele passa poi all'analisi dello Stato, tralasciando l'indagine attorno alla struttura del villaggio. Compie questo passaggio introducendolo secondo una diversa angolatura: se lo Stato è formato da cittadini allora la prima cosa da fare sarà indagare la natura di questi cittadini, stabilendo cosa sia il cittadino. Per essere cittadino non basta abitare nel territorio della città, né essere discendente di un cittadino, ma partecipare attivamente ai tribunali e alle magistrature, cioè prendere parte all'amministrazione della giustizia e far parte dell'assemblea che legifera e governa la città.

Questa definizione lascia fuori dall'insieme 'cittadino' tutta una serie di figure che abitano la città. Innanzitutto è un richiamo all'ideale della polis greca, in cui il cittadino si sentiva tale se poteva partecipare attivamente al governo della cosa pubblica in tutti i suoi momenti. Dunque né il colono né il membro di una città conquistata poteva dirsi cittadino. Parimenti nemmeno gli operai erano veri e propri cittadini, poiché a causa dell'attività svolta non avevano il tempo di partecipare a tutte le funzioni essenziali della vita dello Stato. Così, i cittadini di una città sono molto limitati di numero, mentre tutti gli altri uomini della città finiscono per essere mezzi per soddisfare i bisogni dei cittadini. L'unica differenza che intercorre tra operai e schiavi è che se questi ultimi realizzano i bisogni di un solo uomo, i primi servono ai bisogni pubblici: ma per questo non cessano affatto di essere mezzi.

Forme di costituzione

Lo Stato può attuarsi secondo differenti forme, ossia secondo differenti costituzioni. Aristotele definisce la costituzione come: «la struttura che dà ordine alla città, stabilendo il funzionamento di tutte le cariche e soprattutto dell'attività sovrana». È chiaro dunque che questa autorità sovrana può realizzarsi in differenti forme, in quanto il potere sovrano può venir esercitato: da un solo uomo, da pochi uomini e dalla maggior parte. Ma non basta. Ciascuna di queste forme di governo può essere esercitata sia in modo corretto che non, a seconda che venga svolta nell'interesse comune o privato. Nel primo caso si avranno costituzioni rette, nel secondo deviazioni. Si hanno dunque tre forme di costituzione retta: monarchia, aristocrazia, politia e tre di costituzione deviata: tirannide, oligarchia e democrazia. (Con il termine democrazia Aristotele intende un governo che miri a favorire i più poveri a discapito di tutti gli altri, un termine che in linguaggio corrente potrebbe essere tradotto con 'demagogia'. L'errore della democrazia sarebbe di pensare che siccome tutti sono uguali nella libertà allora debbano esserlo anche per tutto il resto).

La migliore costituzione

Qual è la migliore tra queste costituzioni rette? Innanzitutto bisogna dire che per Aristotele tutte sono buone per natura. Quindi se in una città si dovesse trovare un solo uomo eccellente per virtù e atto al governo, allora la forma migliore di governo per quella polis sarebbe la monarchia, se si trattasse di un gruppo ristretto allora l'aristocrazia. Ma queste condizioni, in senso fortemente realistico, non si verificano quasi mai, dunque nella realtà la forma di governo che più si adatta alle condizioni della polis è la politia. Non ci sono uomini che eccellono per virtù, ma un insieme di cittadini virtuosi capaci di comandare e farsi comandare a turno.

La politia

Lo statuto della politia all'interno delle altre forme di governo è ambiguo. Essa si pone al centro tra democrazia e oligarchia, cogliendone i pregi e i difetti. Non si tratta di un gruppo ristretto di uomini ma di una moltitudine, ma non di una moltitudine povera, bensì agiata. La politia è la costituzione che privilegia la classe media ed offre la maggiore garanzia di stabilità. Il concetto di medietà è fondamentale nell'analisi politica aristotelica, tanto quanto lo era in quella etica.

La concezione aristotelica dello Stato è una concezione fondamentalmente morale. Perciò quando passa ad analizzare la struttura dello Stato ideale negli ultimi libri dell'opera, egli lo fa soprattutto da un punto di vista etico ed educativo. Nell'etica erano distinti tre tipi di beni: quelli esteriori, quelli corporei e quelli spirituali. I primi due devono essere semplici mezzi per la realizzazione del terzo. Così anche nello Stato la ricerca dei primi due tipi di bene va subordinata in funzione dei beni spirituali, poiché solo in essi consiste la felicità.

  • La città deve essere a misura dell'uomo. Né troppo grande né troppo piccola, non troppo numerosa né troppo esigua. Infatti la grandezza numerica dei cittadini comporterà grosse difficoltà nella gestione e farà risultare la città difficile da governare. Per contro con un numero esiguo di cittadini la città potrebbe non bastare a se stessa.
  • Anche il territorio dovrà presentare caratteristiche analoghe. Dovrà essere in una posizione difendibile, non troppo esteso per non produrre ricchezze in sovrappiù.
  • Le qualità dei cittadini ideali sono le stesse di quelle dei greci: una via di mezzo tra i popoli nordici e quelli orientali.
  • Le funzioni essenziali della città e la loro distribuzione. Una città per sussistere deve avere: agricoltori, artigiani, guerrieri, commercianti, uomini che stabiliscano cosa sia utile alla città e quali siano i diritti dei cittadini (politici-magistrati) e sacerdoti che si occupino del culto. La città impedirà che vengano svolte contemporaneamente più mansioni. Intanto nella città non si praticherà una forma di vita particolare, quale quella dei contadini degli operai e dei commercianti, che non sono considerati cittadini per le questioni prima citate, cioè il loro lavoro non gli permette di esercitare la virtù costantemente. I contadini e gli operai saranno quindi come schiavi e non faranno parte dei cittadini. Gli unici cittadini saranno i guerrieri, i governatori e i sacerdoti. Di per sé, in quanto queste funzioni prevedono virtù diverse, si potrebbe distribuirle a persone diverse. Ma, molto realisticamente, ciò non sarebbe tollerato dai guerrieri, che avendo la forza militare vorrebbero anche quella politica. Così la soluzione di Aristotele è di assegnarle a turno, in tempi diversi. I giovani saranno guerrieri, gli adulti governatori e gli anziani sacerdoti. Tutti saranno benestanti, potranno condurre una vita felice grazie al lavoro infra-umano svolto dalle altre classi che operano come mezzi in virtù di una vita felice per pochi cittadini.

Resta un punto centrale. Una città è virtuosa se i cittadini sono virtuosi. Un cittadino diventa virtuoso grazie ad una buona dose di disposizione naturale, ma anche e soprattutto grazie all'educazione e all'abitudine. L'educazione agisce sull'abitudine ed i comportamenti e ha dunque un ruolo centrale nello Stato. I cittadini dovranno essere educati in modo uguale. E l'educazione dovrà mirare a formare uomini buoni, poiché l'uomo buono è un buon cittadino. Quindi il corpo dovrà esser vissuto in funzione dell'anima, e in questa le parti inferiori subordinate a quelle superiori, nell'intento di raggiungere l'ideale della pura contemplazione.

Libro primo

La proprietà è parte della famiglia, e l'arte di acquistare la proprietà è parte dell'arte dell'amministrazione della famiglia, poiché senza il minimo necessario non è possibile vivere. E quindi, come le tecniche definite per scopi particolari hanno bisogno di strumenti particolari per portare a compimento il proprio compito, così anche le tecniche concernenti l'amministrazione della famiglia hanno bisogno di strumenti animati e non: le proprietà sono strumenti per la vita e la proprietà in quanto tale è l'insieme degli strumenti; lo schiavo è una proprietà animata e ogni aiutante è come uno strumento che precede e condiziona gli altri strumenti.

Gli strumenti in senso proprio sono strumenti produttivi, mentre la proprietà è uno strumento d'uso: per esempio, dalla spola si ottiene qualcos'altro che non l'uso della spola, mentre dalla veste e dal letto non deriva altro che l'uso di essi. Inoltre l'azione è specificamente diversa dalla produzione (praxis-poiesis) ed entrambe hanno bisogno di strumenti, dunque questi strumenti saranno differenti. Ma la vita è un'azione e lo schiavo è un aiutante per ciò che concerne l'azione.

La proprietà si definisce una parte; la parte non è solo una parte di qualcos'altro, ma appartiene del tutto a quest'altro di cui è parte: stesso dicasi per la proprietà. Perciò il padrone è semplicemente padrone dello schiavo, ma non gli appartiene; mentre lo schiavo non è solo schiavo del padrone ma gli appartiene completamente. Chi per natura non appartiene a sé ma a un altro, pur essendo uomo, è uno schiavo per natura; e appartiene ad un altro quell'uomo che è oggetto di proprietà. Ed è oggetto di proprietà uno strumento che serve all'azione e che è separata da chi lo possiede.

Ora bisogna considerare se ci sia qualcuno che per natura soddisfi le condizioni sopra riportate, oppure se la schiavitù sia innaturale. Comandare e obbedire sono relazioni non solo necessarie, ma anche utili, e fin dalla nascita alcuni sono destinati ad obbedire, altri a comandare. Sempre migliore è chi comanda i migliori, per esempio chi comanda un uomo è migliore di chi comanda una bestia. L'animale è costituito di anima e corpo, dei quali per natura l'una comanda e l'altro obbedisce. I perversi, in cui il corpo comanda sull'anima, si trovano in una posizione contro natura.

È possibile osservare nell'animale un principio di comando di carattere signorile e politico, perché l'anima esercita sul corpo una autorità padronale, l'intelletto esercita sull'appetito un'autorità politica e regia. Quindi il corpo deve essere comandato dall'anima e la parte emotiva dall'intelletto e dalla parte dell'anima dotata di ragione. Lo stesso rapporto vale tra gli uomini e gli altri animali. Tutti gli uomini che differiscono dai loro simili tanto quanto la natura dell'anima differisce dal corpo e l'uomo dalla bestia (e sono tali quegli uomini il cui compito implica l'uso del corpo), sono schiavi per natura e per essi il meglio è sottomettersi all'autorità di chi è superiore.

È schiavo per natura chi appartiene a qualcun altro e partecipa alla ragione solo per quel tanto che può coglierla, senza possederla. Mentre gli altri animali non sanno neppure riconoscere la ragione ma obbediscono alle emozioni. Gli uni e gli altri (gli animali e gli schiavi) hanno una modalità d'impiego che differisce poco, poiché entrambi sono utili per i servizi necessari al corpo. La natura dà anche corpi differenti a uomini e schiavi, dando a questi corpi forti, atti a svolgere le proprie mansioni, agli altri invece corpi atti alla vita civile in occupazioni militari e civili. Ma accade spesso anche il contrario, che gli uni abbiano solo i corpi di uomini liberi, mentre gli altri solo l'anima. È evidente che per natura alcuni sono uomini liberi e altri schiavi e per questi ultimi essere schiavi è giusto e utile.

Le espressioni «essere schiavo» e «schiavo» hanno due sensi, perché ci può essere qualcuno che si trova in schiavitù o è schiavo anche per legge, il che è appunto una forma di accordo in base al quale ciò che cade in guerra sotto il controllo di un altro diventa di sua proprietà, per comune riconoscimento. Molti che si intendono di leggi accuserebbe di illegalità questo diritto. La causa di questo disaccordo è che in un certo senso in nome della virtù, quando si abbiano mezzi idonei, si può esercitare la violenza, e sempre chi domina è superiore per il possesso di qualche bene a chi è dominato, tanto che pare che non ci sia forza senza virtù, e la rivendicazione di un diritto sopra uno schiavo parrebbe addirittura giusta. Ad alcuni infatti pare che il giusto consista nella benevolenza, ad altri proprio in questo, nel dominio del più forte.

Altri, attenendosi a ciò che essi credono essere una specie di giustizia, ammettono che sia giusta la schiavitù dovuta alla guerra, ma contemporaneamente si riservano di non ammetterlo poiché l'origine della guerra potrebbe essere ingiusta e non si potrebbe mai dire schiavo uno che non merita di esserlo. Perciò, secondo questa posizione, schiavi sono solo i barbari. In tal modo, essi approvano la nozione di «schiavo per natura», perché bisogna pur ammettere che vi sono alcuni i quali sono in ogni caso schiavi e altri che non lo sono mai. Stesso dicasi per la nobiltà. Infatti, i greci credono se stessi nobili sia in patria che fuori, mentre attribuiscono ai barbari una nobiltà solo in patria, come se ci fossero nobiltà e libertà assolutamente valide e nobiltà e libertà limitate.

Quando si parla così, si distingue lo schiavo e l'uomo libero secondo nessun altro mezzo che quello della virtù e del vizio. Si crede, infatti, che come da uomo nasce uomo e da animale nasce animale, così da uomini buoni nascano uomini buoni. La natura spesso intende far ciò, ma non sempre vi riesce. La divergenza di tesi ha ragione di sussistere se alcuni schiavi non sono tali per natura. Ma è del pari evidente che in alcuni casi questa distinzione può essere tracciata, cioè quando alcuni hanno convenienza a servire, altri hanno convenienza ad essere padroni e bisogna che gli uni obbediscano e che comandino quelli che per natura sono atti ad esercitare il comando, in modo tale da essere padroni. La cattiva applicazione di questi rapporti è dannosa per entrambe le parti. Perciò sussistono legami di interesse e amicizia reciproca tra lo schiavo e il padrone quando la loro posizione è definita per natura, quando è definita per legge e in seguito a violenza, invece, avviene il contrario.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/06 Storia della filosofia

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