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Commento alla politica di Aristotele

S. Tommaso D’Aquino

Introduzione

Aristotele e Tommaso

Aristotele nasce a Stagira nel 384, città macedone, padre medico. A 17 anni segue ad Atene

l’accademia fondata da Platone. Quando quest’ultimo muore Aristotele lascia Atene. Ricevette

un’ottima educazione. Non condivideva le tesi del maestro Platone. Persona comune con costante

bisogno di comunicare. Definito “Il Filosofo”. Esistenza condizionata dalla politica. Tommaso

nasce nel 1224/1225 a Roccasecca da potente famiglia aristocratica. A 5 anni affidato ai benedettini.

Torna a casa e studia all’uni di Napoli. A 19 entra nell’ordine Domenicano e poi viene mandato

all’uni did Parigi dove diventa maestro di teologia. ictus limitante. Dottrina originale ma coerente

con la chiesa. Le opere di Aristotele gli erano giunte dagli arabi nel medioevo, sotto influenza di

traduzioni platoniche. Usa il commento come genere letterario, come fosse una parafrasi del testo di

A. produzione breve, contenuta. Si limita a riportare pensieri, non emerge la sua preferenza politica.

Oggettivo. Pietro di Alvernia termina il commento di Tommaso. Aveva una formazione teologica

diversa e non può essere identificato con il tomismo.

Prologo di Tommaso

Due termini: arte e imitazione, arte come complesso di attività manuali non come estetica che

manco esisteva. Arte imita la natura. Non come copia, è analoga alla natura. Illustra concetti

contrapposti come intelligenza/mondo fisico – arte/natura – arte/scienza… la scienza politica è

necessaria per il quadro completo delle discipline filosofiche e morali.

Tutto è prodotto dell’intelligenza. Nella Fisica A. insegna che l’arte imita la natura. Rapporto simile

tra principi. Il principio che segue le regole dell’arte è l’intelligenza umana che trae origine

dall’intelligenza divina (insieme costituiscono il principio del mondo naturale). Il discepolo deve

imparare l’arte dal maestro. Se fosse l’arte a creare gli esseri adotterebbe un movimento simile a

quello della natura e viceversa. La natura però produce le materie prime nella realtà e l’arte le

sfrutta. Le scienze naturali sono speculative quelle artistiche sono pratiche e imitano la natura. Il

natura il perfetto è il complesso. L’uomo ha il compito di ordinare non solo le cose ma anche gli

esseri stessi (sia con il legno che con i gruppi). Esistono diverse forme di comunità ma la suprema è

la città perché indipendente. La dottrina politica di Aristotele porta alla formulazione di quattro

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postulati. Primo: necessità ti tale scienza. Lo sviluppo della filosofia stessa, del sapere umano in

generale, deve passare sotto la scienza. Da qui la necessità di una scienza della città ovvero la

politica. Secondo: siamo in grado di individuare il genere di tale scienza. Le scienze speculative, a

differenza delle pratiche, hanno come scopo il solo conoscere. Le pratiche il costruire. Quindi la

scienza politica va sotto la filosofia pratica. Altre pratiche sono per esempio quella dell’artigiano.

Altre sono attività dell’intelligenza come dare un consiglio. La politica va quindi identificata nelle

scienze attive ma soprattutto morali. Terzo: ci possiamo rendere conto del grado gerarchico e

importanza della politica nei confronti delle altre scienze morali poiché la città è la creazione più

importante che da vita a tutte le altre. La politica svolge anche una funzione architettonica su tutte le

altre (in questo senso Aristotele intende che la politica porta a compimento dell’attività filosofica).

Quarto: sappiamo la metodologia e la struttura di tale scienza.

LIBRO PRIMO

Lo spirito aggregativo umano è naturale ed è alla base della comunità. Attraverso l’analisi della

famiglia emergono due elementi: la manodopera e l’autorità di un capo che sia virtuoso. La stessa

virtù devono averla i sudditi.

Origini delle aggregazioni umane

Aristotele: equivalenza tra città e comunità. Polis indica la città e non lo stato. La valenza politica

del termine ha origini storiche post-medievali. La città è un tipo di comunità ma non si identifica

con la comunità. Rappresenta il tipo di aggregazione più alta. Autarchia come scambi commerciali

che da vita a delle leghe intercittadine contro i nemici. La grecia non era una nazione ma un insieme

di gruppi autonomi. Due conclusioni: 1) la città non va studiata partendo da un modello ideale. 2) la

città non si differenzia per la quantità di persone ma per l’organizzazione interna.

Tommaso: analizza il discorso di Aristotele frase per frase, parola per parola. Analizza il metodo,

attraverso due momenti e poi la posizione di Socrate che per primo ha applicato anche alla politica

il metodo induttivo. Non si fa sesso per libera scelta. L’uomo lo fa perché non ha una struttura

psico-fisica che lo predispone alla solitudine. Tommaso è qui affascinato dal termine “barbaro”.

Nel testo Aristotele scrive una specie di prefazione nella quale enuncia le finalità della scienza

analizzando la città come fine della politica e della città in relazione ad altre comunità. La città è

ordinata ad un bene specifico che ne è il fine. Ogni città nasce per il raggiungimento di un bene

poiché è l’uomo stesso per natura a mirare ad un bene. Il bene della città è superiore. La natura dei

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mezzi per perseguire il bene deve essere affine alla natura dei fini. La città comprende famiglie e

villaggi. La città comprende un tutto ed essa è il tutto superiore. Il tema tra città e altre comunità

viene affrontato con una triplice analisi: teoria errata di alcuni autori; dimostrazione; dimostrazione

del rapporto. Le due comunità note sono la famiglia e la città. Alcuni pensatori hanno pensato che

fossero simili. Assolutamente no. La città non è una grande famiglia. Si diversificano per la massa.

Capofamiglia, economo, monarca a capo delle comunità in base alla grandezza della massa (questo

ragionamento verrà considerato errato da Tommaso più avanti). Quando Aristotele scrive “ciò però

non è vero…” contraddice tale posizione e Tommaso con lui. Bisogna scomporre la città e

analizzare le sue parti e poi fare sintesi (tipico metodo aristotelico). Il tema della città viene

sviluppato in due sezioni: comunità ordinate alla città (anche un nucleo di due persone) e la città in

sé. Da qui Aristotele introduce il tema della comunità come coppia (maschio e femmina)

fondamentale alla procreazione. Non generano per libera scelta (Tommaso però suggerisce che

l’uomo è dotato di ragione). La funzione di generare però non è sua libera scelta. Per Aristotele

questo principio è presente anche in piante e animali. Si passa poi alla trattazione del secondo tipo

di comunità a due ovvero il rapporto tra chi comanda e il comandato. Anch’essa è di origine

naturale essendo finalizzata alla conservazione dell’esistenza. Il capo è colui che per natura capisce

come mantenere la conservazione. Chi è fisicamente dotato è per natura schiavo. L’uno serve

all’altro (specchio del rapporto mente/corpo). Passa poi a confrontare i due tipi di coppie

(schiavo/donna – padrone/uomo). La differenza tra donna e schiavo è nella natura essendo la donna

in grado di generare per natura. La femmina non è fatta per servire ma per procreare (ma può fare

entrambe le cose). I barbari considerano femmina e schiavo uguali. Chi è però il barbaro? Alcuni

sostengono che siano coloro che non comprendono la lingua o che non hanno un linguaggio

letterario scritto oppure che non hanno leggi civili. In generale è qualcosa di estraneo per Tommaso

ed è l’insieme di tutte le ipotesi sovrascritte. È barbaro chi non possiede la capacità di comunicare

con un altro uomo. Aristotele sostiene che presso i barbari non esiste chi comanda per natura e non

hanno gerarchia. Passa poi all’analisi della comunità familiare (individua le origini – ne stabilisce le

finalità – indica le denominazioni dei componenti). La “prima famiglia” è quella composta da uomo

e donna ma anche quella tra padre e figlio. Le finalità si esplicano attraverso alcuni atti come

mangiare, dormire ecc ma anche la guerra, il commercio ecc. in entrambi gli atti c’è un impulso

naturale che spinge gli uomini a comunicare tra loro per aiutarsi. Per Aristotele quindi la famiglia è

una comunità per natura che ha la finalità di compensare gli atti quotidiani. Parla poi di

Commensali, compagni di focolare ecc. Si passa ora alla terza comunità: il villaggio (forma e scopi

+ la sua naturalità). Più famiglie insieme formano un villaggio che provvede alle necessità non

quotidiane. Tale comunità è naturale (p.59). il vicinato sorse dalla moltiplicazione della prole

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(chiamare fratello chi non lo è). Inizialmente ogni città era governata da un re che era il più anziano.

Tale regime è passato alla città. Per Aristotele i pagani credevano che le loro divinità avessero un re,

Giove. Il modo di vivere degli dei è ripreso dal modo di vivere degli uomini.

L’uomo è per natura un animale politico

Aristotele: la città realizza il bene più alto per l’uomo: la felicità. Ecco perché essa è la comunità

perfetta. L’uomo per natura deve essere all’interno di una comunità (UOMO PER NATURA

ANIMALE POLITICO). (termine “zoon” greco che significa sia animale sia vivente, problema per

gli studiosi vedi p. 61).

Tommaso: bene come fine, inclinazione alla vita politica e alla virtù, differenza tra suoni animali e

linguaggio, spirito di iniziativa, pensiero aristotelico: se non hai bisogno della città sei una belva.

Si inizia a parlare della città, forma perfetta poiché assicura all’uomo di avere tutto ciò di cui ha

bisogno. Inizialmente aveva lo scopo della sopravvivenza e poi del vivere bene. La città è naturale

perché sono naturali i suoi componenti. Avere autosufficienza costituisce l’ottimo. La città è

autosufficiente e perciò le comunità precedenti aspirano ad essa. L’uomo è quindi animale politico

per natura (essendo la città tale per natura e composta da elementi naturali). Aristotele fa notare

però che non tutti fanno parte della città come gli espulsi o i poveri. Questo tuttavia non significa

che non siano esseri naturali. Per non essere naturale bisogna essere o peggiore dell’uomo (i

malvagi, da notare i volatili che non sono in stormo sono rapaci) o migliore, in grado di sussistere

(Giovanni Battista). L’uomo è l’unico animale dotato di linguaggio. i suoni degli animali sono solo

suoni o assuefazioni. La voce esprime le emozioni, le parole il discorso. Ecco perché anche gli

animali sono dotati di voce. Il linguaggio umano può indicare ciò che è utile e ciò che è dannoso. La

città viene prima del singolo. Un uomo distrutto lascia sul mondo pezzi di mano o piede. Una città

distrutta porta alla corruzione e al male e l’uomo non potrebbe esistere se cosi fosse. Il tutto è

anteriore alle parti materiali. Un uomo che non si inserisce nella città è una bestia. Il primo

fondatore della città ha portato grandi benefici. Senza legge l’uomo è il peggiore di tutte le bestie.

La gestione della famiglia

Aristotele: rapporti familiari: marito-moglie padrone-schiavo padre-figlio. Individua un principio

che chiama “crematistica” (crema in greco sono le ricchezze e la radice “cre” significa bisogno).

Per lui l’arte crematistica ha come oggetto i beni finanziari, patrimoniali e di consumo e si

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differenzia dall’economia che conserva e distribuisce tali beni. Passa poi alla schiavitù. Per lui lo

schiavo è tale per natura (critiche). Distinzione tra strumenti d’uso e strumenti d’azione.

Tommaso: la parola crematistica ha creato problemi tra gli autori medioevali. Potremmo usare

finanziaria ma crea ancora più problemi. Anche Tommaso, sulla base di quella di Aristotele, elabora

una sua definizione di schiavo.

Ogni casa, ogni famiglia, perfetta (benestante) è formata da schiavi e da liberi. Il rapporto tra

padrone e schiavo è detto padronale, ovvero signorile. La relazione tra marito e moglie all’epoca

non aveva denominazione ma Aristotele la definisce nunziale. Chiama poi tecnofattiva quella tra

padre e figlio. Parla di finanzia in questi capitoli poiché il servo è un bene. La funzione padronale è

identificata con l’economia. La proprietà una parte della famiglia. Come un artista deve avere gli

strumenti per fare arte una famiglia deve avere dei beni che possono essere inanimati o animati. Lo

schiavo, animato, è uno strumento superiore (gli ha dato questo contentino) poiché egli si avvale a

sua volta di strumenti. Gli strumenti detti produttivi vanno al di là del loro semplice uso. Lo schiavo

è per il padrone come la mano per l’uomo. Lo schiavo è legato all’azione, è uno strumento animato

che appartiene all’altro pur rimanendo uomo. È diverso dall’inserviente dell’artigiano che è uno

strumento di produzione. Non è libero ma a volte spontaneamente poiché pagato. Anche gli animali

sono oggetto di proprietà ma lo schiavo rimane uomo.

La schiavitù

Aristotele: si interroga sulla sua affermazione della schiavitù come natura. In natura tutti

comandano qualcuno (il maschio la femmina, l’anima il corpo). Gli uomini con prestanza fisica

sono adatti alla schiavitù.

Tommaso: chiarisce parola per parola il breve brano di Aristotele. Questione “contronatura” p.83.

Aristotele accenna ad un’armonia anche tra corpi inanimanti (forse si riferisce alla musica). In

merito alla prestanza fisica degli uomini e degli schiavi Tommaso fa un duplice riferimento alla

bellezza che in Aristotele non c’è (p. 84).

Essere schiavo è conveniente anche per lo schiavo stesso ecco perché è naturale. Ciò che non

conviene non è infatti naturale. Il rapporto tra comandante e comandato è utile all’esistenza umana.

Gli uomini inoltre sono diversi tra loro dalla nascita e alcuni presentano una predisposizione ad

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essere subordinati. L’autorità è tanto migliore quanto migliore è il suddito. Negli esseri animati c’è

armonia e subordinazione (come nella comunità). Non è una proprietà intrinseca in questo caso ma

è comune a tutta la natura. Anche tra anima e corpo c’è questa subordinazione (unione “prima” che

non funziona però sempre per esempio nei malati). Sia nell’animale che nell’uomo può essere

evidenziare un duplice dominio sulle parti: uno dispotico (il padrone che comanda) e uno politico

(quello di chi governa la città in modo libero). L’anima governa il corpo in modo dispotico poiché

gli è soggetto talmente (non si muoverebbe). L’appetito invece può essere mosso anche dal senso

(politico). In entrambe i regimi è indispensabile l’obbedienza. Agli animali invece conviene

sottostare all’uomo. Gli animali domestici in fatti sono superiori rispetto a quelli selvaggi in quanto

vengono resi partecipi della ragione che li governa. Il maschio è superiore alla femmina (comanda e

la femmina obbedisce). Alcuni uomini sono intellettualmente scarsi (come gli schiavi che sono

intellettualmente carenti ma con forze fisiche maggiori). Confronto tra utilità dello schiavo e utilità

dell’animale: lo schiavo ubbidisce per ragione, l’animale per passione quindi è migliore (l’animale

agisce ricordando il male o il bene che gli è stato fatto). Tuttavia le prestazioni dello schiavo sono

superiori a quelle degli animali. Gli uomini liberi invece hanno un fisico delicato e sono idonei alla

politica, sia alla pace che alla guerra (possono anche combattere, si adattano). La natura ha però

avuto dei fallimenti (uomini con anima da liberi e corpo da schiavi o viceversa). Serve armonia tra

qualità fisiche e psichiche. Il caso di Priamo: ai belli si addice il comando (i brutti sottostanno ai

belli… non ci posso credere. Approfondisci p. 94).

Schiavitù e legalità

Aristotele: brano complesso che crea tuttora problemi tra gli studiosi. A. dimostra che la sua stessa

teoria della schiavitù come istituzione naturale incontra delle resistenze. I vinti in guerra divenivano

schiavi. E se un re veniva battuto? Diventava schiavo? Si annulla il concetto del “per natura”. A.

sostiene quindi che esiste un giusto assoluto e un giusto relativo. A. è certamente influenzato sia dol

concetto di natura del suo tempo sia dalle guerre greche antecedenti alla sua epoca.

Tommaso: molto importante perché tenta di chiarire le complesse questioni del testo di Aristotele.

Parla di “diritto delle genti” principio comune nel medioevo ma non nel mondo greco. Esso infatti

tutelava i cittadini ma non prescindendo unicamente dalla legge naturale. La schiavitù è meglio

della morte, anzi essa salva a volte la vita.

La schiavitù è naturale ma il termine stesso possiede in se anche una legge indetta dall’uomo. La

legge però esprime un diritto che a volte è relativo e limitato e quindi la schiavitù non è per forza

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conforme al diritto assoluto della natura. Non è giusto per esempio che un colto venga sconfitto e

fatto schiavo poiché non lo è per natura. Tuttavia per A. è utile alla natura

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/08 Storia della filosofia medievale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher kikkakikka96 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della filosofia medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università della Calabria o del prof Ippolito Benedetto.
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