Letteratura spagnola
La Spagna: la storia
Per la sua posizione a cavallo tra Atlantico e Mediterraneo e tra Africa ed Europa, la Spagna è entrata in contatto con popolazioni diversissime fin dalla preistoria. In quel periodo la penisola era abitata dagli Iberi (originari del Nordafrica), che vivevano provenienti dall’Europa centrale e lungo le coste del Mediterraneo e dai Celti stabilitisi nel Nord del paese. Nel corso della storia, durante l’epoca romana, le due popolazioni si fusero dando origine ai Celtiberi, che occuparono il territorio centrale delle Meseta.
Nel 1100 a.C. i Fenici iniziarono ad avviare attività commerciali con gli Iberi, che ancora vivevano sulla costa, dando così vita alle colonie commerciali di Cadice, Malaga, Huelva. Nel III sec. a.C. Roma iniziò una disputa per la difesa dei confini territoriali delle zone sotto influenza greca. Fu la seconda Guerra Punica (218-212 a.C.), che decise il destino del Mediterraneo, il mare più importante per i traffici commerciali. Dopo la vittoria di Roma contro Cartagine, iniziò la conquista della Spagna, che rimase sotto dominio romano per sei secoli.
I romani divisero la Spagna in tre province: La Baetica (Andalusia), La Lusitania (Portogallo) e infine, la vasta Tarraconensis, altrimenti nota come Hispania Citerior.
Il mito goto
I barbari (Vandali, Alani, Svevi) penetrano a partire dal 409 attraverso i Pirenei, occupando Andalusia, Lusitania e Galizia. I Visigoti (Barbari) entrarono in Spagna seguendo un percorso alquanto tortuoso. Infatti, dopo essere riusciti a saccheggiare Roma arrivando sino alla Calabria, decisero di ripercorrere l’Italia in senso opposto, approdando nella Gallia Meridionale. In Gallia era impossibile ottenere per loro un regno autonomo, tant'è che dovettero accontentarsi del cosiddetto regno di Tolosa, in Aquitania, da dove i Franchi li cacciarono verso il 507.
Dopo essere arrivati in Castiglia e nella valle dell’Ebro, dilagarono in tutta la Spagna, riuscendo a imporsi su tutte le autonomie aristocratiche romano-iberiche, compresa la dominazione sveva, dalla Galizia al Tago. I centri urbani principali furono quelli di Barcellona, Saragozza, Merida, Siviglia e soprattutto Toledo. Vennero considerati esercito federato al servizio dell’Impero e visti come liberatori.
La Spagna continuerà, nei secoli, a essere un crogiolo in cui i popoli e culture differenti tenderanno alla ibridazione (mezcla): conquistatori e dominati stringono un patto sulla base del riconoscimento dei preesistenti assetti di proprietà della terra. Tra metà 500 fino a metà 600, il regno ispano-romano vive un momento di instabilità: mancano chiare norme successorie e anche la questione religiosa alterna pace e tensioni; il processo di unificazione diventa sempre più complesso.
L’ultima fase del "Regnum" vede prevalere, alternativamente, ora la corona, ora le antiche famiglie, in un quadro di declino del potere visigoto. Questa situazione favorirà l’ingresso degli arabi (711) guidati da Al Tariq, accolti come liberatori (almeno dalle tasse) dagli abitanti della Spagna del Sud e del Centro i quali si convertono anche all’Islam; a partire dal 700, la storia della Spagna si divide in due.
Dall’invasione araba (711) alla prima Reconquista
Dopo la caduta del regno visigoto, la Spagna fu incorporata nel califfato arabo di Damasco e se gli arabi non fossero stati fermati, lo sarebbe stata anche la Gallia. Qualcosa però gli arabi non riuscirono a conquistare e forse fu l’errore più grave della storia di conquista: i Pirenei e la Cordigliera Cantabrica; ed è proprio da qui che scattò il movimento di resistenza ispanico dei contadini e dei montanari.
Una volta trasformatisi da guerrieri a feudatari, cominciarono a mostrare segni di insofferenza nei confronti del califfato di Damasco, da cui dipendevano specie per le questioni fiscali; i primi a ribellarsi furono i berberi nel 743. La dominazione ebbe anche degli aspetti positivi, poiché avendo gli arabi molti rapporti coi paesi evoluti dell’Asia anteriore, seppero portare in Spagna nuove culture: riso, palma da datteri, melograno, canna da zucchero; nuove tecniche agricole: irrigazione, sericoltura, viticoltura e diffusero ampiamente l’allevamento degli ovini. Migliorarono di molto anche la lavorazione dei metalli e la tessitura.
Da Sud a Nord
Nel 756 si verifica la prima delle molte svolte che segnano la storia della Spagna islamizzata (Al Andalùs): il principe Abd al Rahman I cerca di rendere indipendente l’Emirato di Cordoba dal Califfato di Damasco, riorganizza lo Stato e prosegue la spettacolare avanzata verso Nord. I potenti cristiani del nord, però, si sono premuniti per meglio rispondere all’insidia ma soprattutto si sono dotati anch’essi di un disegno: i rifugiati delle zone rurali, tra il 725 e il 750 cominciano a coltivare memorie della monarchia visigota sconfitta e a confezionare una tradizione che li accredita come suoi legittimi eredi.
A fronteggiarsi quindi sono due strisce di costa: alla società del Sud, romanizzata e aperta ai traffici verso l’Oriente, si contrappone quella del Nord, abitata da tribù montanare divise in clan. La Spagna islamizzata (Al Andalus), si stratifica socialmente in senso verticale con gli arabi in cima, sotto i berberi, poi i rinnegati che hanno rinunciato al cristianesimo, infine i mozarabes (coloro che sono prossimi agli arabi). Allo stesso modo, la Spagna del Nord, si frammenta politicamente a causa di influenze esterne e delle instabilità legate ai continui scontri con i mori.
Alla guida dell’Emirato di Cordoba si trova ora Abd al Rahman III che porta la Spagna islamizzata a grande splendore e mira ad estendere la sua influenza a Sud (Marocco) e a Nord, spingendo indietro i confini della Spagna cristiana. Sembrerebbe che la partita peninsulare si stesse per chiudere ma Alfonso III Magno (866-910) sposta il confine sulla Valle del Duero, a metà tra la vecchia e la nuova linea di confine, in una terra di nessuno.
La Spagna vista come un’encrucijada
La penisola iberica è sempre stata considerata da un punto di vista culturale un crocevia (encrucijada), perché storicamente era ritenuto un luogo di passaggio rispetto alle vie di comunicazione. Parliamo di penisola iberica perché la Spagna e il Portogallo non sono sempre state entità politico geografiche così divise; la Spagna di fatto (intesa come Stato Spagnolo) nasce proprio attorno alla fine del 400. Prima del matrimonio tra Isabella di Castiglia e Fernando d’Aragona, infatti, la Spagna era il Regno di Castiglia, il Regno d’Aragona, la Navarra mentre molti altri regni restavano sotto la dominazione arabo-musulmana (per 7 secoli), ecco perché molte letterature dell’origine erano scritte con caratteri arabi. Per questo motivo parliamo di penisola iberica.
Sappiamo però esserci un periodo che va dal 1580 al 1640 in cui il Portogallo cade sotto il dominio Spagnolo. Sappiamo che il mondo conosciuto fino al 1942 arrivava fino allo stretto di Gibilterra e le colonne d’Ercole (il non plus ultra), che sappiamo essere riprodotte all’interno della bandiera spagnola. Oltre queste colonne non si andava, o quantomeno, il mondo che partiva da lì era quasi sconosciuto; quindi da una parte la Spagna (come vedremmo oggi guardando l’Europa) non era collegata al centro del mondo ma era ai limiti, alla frontiera più estrema dell’Europa e del mondo fino ad allora conosciuto. La Spagna diventa quindi punto di partenza per la riscoperta del continente americano.
Su un asse est-ovest possiamo considerare la Spagna come punto centrale delle navigazioni che compie prima Colombo e poi tutti i conquistadores. Sempre su questo versante troviamo un altro corridoio che collega la Spagna ad altri territori sulla linea est-ovest che è quello del Nord della Spagna e che è il cammino di Santiago: spuntano le spoglie di San Iaco (San Giacomo): si racconta che il luogo del sepolcro sia stato indicato da una stella e qui si costruisce una chiesa. Da quel momento parte il pellegrinaggio (questo succede perché la Spagna tranne questo corridoio non è nelle mani cristiane). È un percorso che i fedeli cristiani compiono partendo da vari punti d’Europa e si instradano verso Santiago de Compostela: questo flusso di persone porta idee, temi, libri, che fino alla metà del 1400 i libri non venivano stampati ma scritti a mano.
Se ci spostiamo sul versante orientale, (quella che oggi è la Catalogna) scopriamo che la Spagna ha una storia di irradiazione anche su quel versante. Inizialmente la Spagna, infatti, viene colonizzata dai Fenici. Sull’asse nord-sud, abbiamo lo stretto di Gibilterra (13 km) dal quale la popolazione africana invade il regno, conquistandolo in poco più di 7 anni (711-718). Tutti i regni che hanno invaso la penisola iberica (fenici, romani e barbari), non hanno lasciato nessuna influenza a livello linguistico o a livello letterario; non ci sono, se non poche parole spagnole moderne che derivano dalle lingue barbare. Fortissima invece è l’eredità a livello linguistico che ha lasciato la popolazione arabo-musulmana, che sappiamo aver dominato per 7 secoli la penisola iberica (718-1492).
Nell’architettura, nell’arte, nella letteratura, quindi, troviamo dei lasciti di quella popolazione. Sappiamo infine che la lingua spagnola ha una base latina che i romani insieme al processo di romanizzazione avevano portato il processo di latinizzazione; da questo punto nascerà la lingua spagnola ma è un percorso che durerà diversi secoli.
Prime manifestazioni letterarie
La poesia lirica: le glosas emilianenses, glosas silences, jarchas
Le prime due manifestazioni letterarie che noi troviamo nella letteratura spagnola sono:
- Le glosas emilianenses, glosas silences;
- Jarchas;
Le glosas emilianenses e le glosas silences, sono la primissima manifestazione della lingua protoromance e del suo uso (la lingua cioè in evoluzione). Glosa significa spiegazione, nota a margine, di alcuni libri manoscritti che datiamo attorno alla fine del X inizio XI secolo, scritti in latino classico. I termini “emilianenses e silences”, stanno ad indicare i monasteri dove sono conservati i codici a cui si riferiscono.
- Silences= conservato nel monastero di Santo Domingo de Silos (nord penisola iberica);
- Emilianenses= conservato nel monastero di Sant’ Millam de la Cogolla. (nord penisola iberica)
I codici sono testi scritti a mano su pergamena (pelle di vitello, capra ecc., lavorata e ridotta ad un sottile foglio). Quindi non hanno pagine ma fogli; non hanno numerazione ma si numerano contando ogni foglio con un numero che avrà sul primo foglio il numero e la scritta recto mentre dietro avrà verso. Accanto a questi testi che sono quasi sempre di tipo religioso, troviamo delle postille, note a margine che "traducono" una parola o una frase (se i testi sono scritti in latino, le note saranno in una lingua che non è già più latino ma qualcosa che assomiglia allo spagnolo moderno) = protoromance.
Il perché si scrivevano queste traduzioni è che queste parole scritte in latino già non erano più comprensibili da tutti, segno che è già avvenuta la separazione tra il latino e questa nuova lingua. Venivano scritte molto probabilmente da qualcuno che stava insegnando il latino ad un discente, un maestro che parlava la “nuova lingua”, protoromance. Siamo tra il X e XI secolo, in Spagna vi è stata l’invasione degli arabi e siamo all’interno di quel processo chiamato “riconquista” spingendo verso sud le truppe musulmane, quindi solo al nord della penisola iberica (dalla Castiglia e León verso nord) vi erano produzioni di tipo cristiane in quanto al sud gli invasi non avevano la possibilità di farlo perché ancora sotto il dominio musulmano.
Un esempio di Glosas, è il codice 72 recto che riporta un testo più strutturato sulla parte finale destra del foglio dandoci un’immagine più definita di quella evoluzione della lingua spagnola verso il castigliano di oggi; di fatto è il primo testo originale di protoromance. Questo codice è una preghiera che il glossatore ha sentito la necessità di copiare.
- Analisi:
- “Nuestro, dueno”: dittongazione di una vocale.
- Fenomeni spagnoli, tipici del castigliano moderno come il betacismo: “Salbatore, serbitio”, uso della “b” sonora.
- Nota 10, traduzione della prima parte.
- Nota 18, traduzione della seconda parte.
Il codice 72 è un libro prodotto in un monastero ed ovviamente non poteva che avere un taglio religioso, segno di come la religione pervada l’intera società. Inoltre i libri non sono per tutti, la cultura non è per tutti; nel medioevo infatti la società era molto strutturata per gerarchie. Lo studioso Ramon Menendez Pidal, vissuto nel XX secolo e precursore degli studi sui testi originari della letteratura spagnola, definisce il codice 72, il primo vagito della lingua spagnola.
Il secondo fenomeno letterario è quello delle Jarchas che sono a differenza delle Glosas, la prima manifestazione letteraria della letteratura spagnola. Tenendo conto di ciò che sta accadendo in quel periodo (XI-XII secolo) nella penisola iberica possiamo capire le jarchas che pur essendo manifestazione della letteratura spagnola sono scritte in arabo o in ebraico.
Già a partire dal nome, jarchas, è un nome che è una traslitterazione di una parola araba, khargat, che a sua volta è una traslitterazione della parola stessa scritta con caratteri arabi che gli spagnoli finiscono per pronunciare “harcias”. Significa “fine, coda, chiusura”, ed è un tipo di lirica che a sua volta è inserito in un altro tipo di componimento la moaxaja (anch’essa è una parola araba).
La moaxaja è un componimento scritto in arabo o in lingua ebraica. Dal punto di vista tematico, la moaxaja e la jarchas sono scollegate tra loro:
- La moaxaja è quasi sempre elogiativa; loda qualche persona o personaggio storico; un tipo di poesia raffinata che utilizza la struttura metrica della qasida, (che è la stessa struttura metrica con cui è scritto il corano). Significa infatti “adornato con un doppio giro di cintura attorno alla vita”.
- La jarchas è un tipo di chiusura molto breve che in lingua protoromance (ma scritta con caratteri arabi) ha come tema il lamento di una donna per l’assenza del marito o del compagno. L’io lirico è quello di una donna ma questo non significa assolutamente che fossero scritte da donne. È presente talvolta una seconda figura femminile (madre o sorella dell’amato) che però non parla; ce ne accorgiamo perché la donna vi si rivolge “oh madre… aiutami” “oh sorella…” ma non c’è dialogo.
Dal punto di vista strutturale invece sono legate in modo molto stretto:
- La moaxaja è organizzata in strofe. I primi versi rimano tra di loro. L’ultimo verso o gli ultimi due hanno un tipo di rima diverso dai precedenti. Ogni ultimo verso o ogni ultimi due hanno lo stesso tipo di rima. A CA CA CB B Questo crea una coesione interna tra le strofe che hanno rime sempre diverse ma si concludono sempre con un tipo di rima uguale.
- La jarchas ha un tipo di rima che riprende il finale di ognuno delle strofe che compongono la moaxaja. Ha due, tre, quattro versi (molto breve). La sua rima è la stessa degli ultimi versi della moaxaja.
Fino agli anni 70 del ‘900 le jarchas non si conoscevano, perché gli ispanisti non si occupavano generalmente della lingua araba quindi venivano scambiate per composizioni di letteratura araba. Si componeva la moaxaja sulla base della jarchas o viceversa? Sappiamo che alcuni elementi tipici ricorrenti di alcune jarchas si ritrovano in più testimonianze, quindi, alcune jarchas in varie versioni circolano tra i poeti. Questo lascia pensare che le jarchas fossero un punto di partenza sulla quale comporre le moaxaja. Secondo alcuni stilometrici però, in alcuni casi si potrebbe sostenere il contrario.
Esempio di moaxaja e jarchas, pdf numero 2: (scritta in lingua ebraica)
Come si data un testo?
- Datazione interna: Terminus ante quem, la data prima della quale il testo è stato composto. Terminus post quem, un’altra data che ci dà la possibilità di stabilire uno spazio temporale dentro il quale il testo è stato composto.
- Analisi:
- Jarchas di quattro versi;
- A parlare è un io lirico femminile;
- È presente chiaramente una parola araba “habib”, segno di questa mescolanza linguistica.
Dal punto di vista linguistico, qui non c’è più il latino ma segni di quel passaggio linguistico che porterà alla nascita dello spagnolo. Differenza con le glosas; l’apostrofo in tant’amare è segno di una realizzazione di una sinalefe. Sappiamo che in spagnolo non esiste l’apostrofo ma siccome qui vi è una trascrizione del testo a cui sono state aggiunte le vocali si sarebbe potuto.
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