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Pharmakon: il veleno dato a Socrate

Il veleno dato a Socrate rappresenta al contempo la morte e la guarigione, l’ingiustizia afferma l’esistenza di una giustizia della città, il veleno per il corpo è al contempo antidoto per l’anima. È la violenza a creare il diritto ed è per questo che spesso non è facile distinguere il confine fra violenza legittima e violenza illegittima.

Gewalt: autorità legittima e stato

Gewalt è composta da due figure, la forza e la violenza, dove la forza si presenta come un tipo di violenza giustificata (dal diritto e dalla legge), mentre l’altra è pura violenza ingiustificata. La vera scommessa del diritto diviene infatti quella di differenziarsi da quest’ultima.

L'inganno della violenza

La scommessa della differenza del diritto si risolve “ingannando” la violenza, sostituendo le parole (quindi la legge) alle armi (la violenza). Bisogna comunque evitare che il diritto si trasformi in veleno, ovvero che diventi esso stesso violenza, annullando la sua funzione di antidoto: il diritto non deve diventare vendetta.

Sovranità e pacifismo

Questo concetto deve essere rimosso per poter affrontare il tema del pacifismo. Oggi si tende a considerare il pacifismo un concetto superato, affermando la modernità della guerra giusta. La sovranità viene giustificata dalla necessità di interrompere la violenza naturale dei singoli.

Certezza e speranza

Il diritto diventa il luogo in cui si gioca la scommessa di una differenza rispetto alla violenza, in cui la legge si presenta come certezza contro il caso, la speranza, della violenza. Il diritto deve evitare di assomigliare troppo all’oggetto che regola per poter vincere la scommessa sulla sua differenza.

Stupore di fronte alla violenza

Oggi il vero stupore non è più per la violenza, ma quello per lo stupore stesso di fronte ad essa, come afferma Benjamin: «lo stato di emergenza in cui viviamo è la regola». Il vero stupore non dovrebbe essere verso le guerre ed i loro orrori, ma verso la mancanza di una razionalità politica che permetta di evitarli, dice Freud.

La violenza e la sua critica

La violenza “conosciuta” è quella già definita, inclusa dal sistema stesso; la critica della violenza si configura quindi come critica del diritto nei suoi rapporti con la giustizia, che è l’unica comunicazione possibile sulla violenza poiché la pratica incorporandola. Ogni divieto assoluto della violenza risulta paradossale poiché dice che «non possiamo fare tutto ciò che possiamo (=siamo in grado) di fare».

Misconoscimento della violenza

Ogni società pratica un meccanismo di auto-inganno verso la propria violenza (per esempio, affidando il diritto di uccidere al boia ed al soldato senza che venga definito delitto). Girard definisce questo auto-inganno “misconoscimento”, ed afferma che esso raggiunge il massimo livello quando si pensa al diritto come al luogo antitetico della violenza.

Il sacrificio

Rappresenta una forma di sovrapposizione di sacro e violento, e crea il paradosso per cui «è criminale uccidere la vittima perché è sacra, ma questa non sarebbe sacra se non la si uccidesse» (Girard), venendo così ad attribuire ad un Dio la richiesta di una violenza che interrompa la violenza. La violenza del sacrificio crea unificazione nella comunità, poiché tutto il dissenso in essa presente viene polarizzato sulla vittima, realizzando un parziale appagamento; la comunità diviene così “massa aizzata” (definita così da Canetti in Massa e Potere), presentandosi, così, come il vero boia, poiché approva il dramma e vi assiste senza l’ombra di un risentimento (come accade oggi con il giornale che viene ad assomigliare alle esecuzioni pubbliche).

Osservazione della società

Per poter osservare la violenza la si deve trasferire su qualcosa di differente da sé, bisogna quindi sciogliere l’indifferenziazione che deriva dall’ambivalenza della violenza stessa.

Liberazione dalla violenza

Gli uomini riescono a liberarsi più facilmente della violenza se percepiscono questo processo come l’ordine di un Dio, come imperativo assoluto; Girard individua tre modelli di risposte alla violenza:

  • Modello preventivo: Il sacrificio, la società non deve lasciare alcuno spazio alla vendetta che le è vietata da Dio.
  • Modello preventivo-curativo: La vendetta è permessa solo in determinati casi, previsti e regolati.
  • Modello curativo: La vendetta è consentita solo al sistema giudiziario ed è vietata ai singoli; la minaccia della vendetta viene così allontanata ed affidata alle istituzioni creando una pace che è però relativa, la vendetta, quindi, sopravvivrà finché non sarà realizzata la pace assoluta.

Sistemi giudiziari

Sollevano, “alleggeriscono”, la società dal compito della vendetta, presentandosi come violenza amministrata che interrompe la violenza della società, la razionalizza con lo scopo (secondario) di prevenirla.

Il patto

Rappresenta la rinuncia a quote originarie di violenza, affidando al sovrano la sola violenza consentita, giusta, distinguendo così fra violenza legittima e illegittima.

La scrittura

Platone la definisce “regalo avvelenato”, sottolineandone così l’ambivalenza, poiché presentandosi come rimedio per la memoria, ne diviene anche un “supplente”, ovvero finisce per sostituirla ed indebolirne l’esercizio. La scrittura è vista anche come “rimedio” alla violenza quando prende la forma specifica della legge, il legislatore sarà quindi lo scrittore ed il giudice sarà il lettore (dice Derrida). La sfida della modernità è quella di capire che non si può aspettare che Dio mandi dei rimedi, ma che la scrittura delle leggi dovrà essere fatta da tutti.

La legge

Si presenta come ricordo di qualcosa che manca, ci ricorda che dobbiamo comportarci in modo corretto perché per noi non è chiaro cosa lo sia. Equità e legge si presentano come le ragioni e la volontà attraverso cui l’uomo artificiale (lo stato) appresta rimedi alla violenza della società (dice Hobbes); l’efficacia del rimedio è affidata al giusto dosaggio della violenza che il sovrano ha espropriato ai cittadini.

Il linguaggio secondo Hobbes

Secondo Hobbes ci sono quattro usi del linguaggio: l’acquisizione delle arti, la comunicazione delle conoscenze, la trasmissione di desideri e propositi, il gioco. Egli individua anche quattro abusi: l’auto-inganno, dovuto all’errata interpretazione delle parole, l’inganno degli altri attraverso l’uso di metafore, la bugia o la reticenza e la parola come arma per danneggiare. Hobbes afferma che il linguaggio serve a rendere gli uomini più potenti, ma non sicuramente migliori.

Il mantello di Fedro

All’interno di esso è nascosto il rimedio, l’incantesimo, il pharmakon. La natura imita l’arte di Dio e l’uomo imita la natura, che viene così a perdere il suo mistero, diventa decifrabile e riproducibile, il mantello viene così aperto e mostra l’esistenza dell’incantesimo. La ragione artificiale è il fondamento della nuova regola della sovranità, ma se ne deve nascondere l’origine, la giustificazione, deve essere presupposta, ci deve essere un convenzionalismo che descriva il patto che le leggi dovranno ricordare.

Creare l'ordine sociale

Per sopravvivere a se stessa la società deve eliminare la violenza e la guerra e creare così un ordine sociale che non è più presupposto, ma deve essere creato. Per poter osservare la violenza della nostra società dovremmo “tirarci fuori” dalla nostra storia.

Utilitarismo della prevenzione

Nasce da un esigenza di umanizzazione e legalizzazione della pena, e racchiude in sé anche il rifiuto della pena di morte e la proporzionalità tra pena e delitto. Mentre Blackstone giustifica l’inopportunità delle pene per minori e dementi con l’umanitarismo, Bentham afferma che la punizione si deve adottare solo quando e perché è utile e nel caso di questi non lo sarebbe, poiché gli altri minori e dementi non sarebbero in grado di recepire il messaggio deterrente della punizione. La violenza, infatti, deve essere praticata solo quando la minaccia non è stata efficace.

Osservazione della violenza

Perché questa sia possibile bisogna che l’osservatore si ponga ad una distanza di sicurezza da essa, e per farlo si deve distinguere la violenza della società in buona e cattiva, è il libero arbitrio che dovrà scegliere fra lo stare al patto o trasgredirlo. All’interno della società convivono attori ed osservatori, che non possono essere esclusi dalla violenza proprio in quanto appartenenti alla società. Per superare questo paradosso Kant afferma la necessità dell’affinamento dell’osservazione sull’uomo ed il superamento della fase non adulta dell'uomo, poiché la violenza è scelta consapevole (e in quanto tale merita una punizione).

Differenziazione della violenza

L’unanimità della violenza può essere interrotta solo misconoscendone l’unanimità stessa e, attraverso il diritto e la legge, creando una differenziazione fra chi regola ed osserva il tutto ed il resto della società. La violenza statuale, che si presenta come l’unica consentita, non sarebbe legittima senza un diritto che la regolasse e senza qualcuno che ponesse le regole stesse (il sovrano). Il diritto che si presenta, così, diverso dalla violenza, non può contraddirsi o si ricadrebbe nell’unanimità; la cura non può assimilarsi troppo alla malattia.

La pratica del sospetto

Nietzche in Così parlò Zarathustra parla della “spelonca della tarantola” usando la metafora della tarantola il cui morso lascia un segno evidente ma ha conseguenze ancora peggiori sotto la superficie con il suo veleno, che rappresenta la sua vendetta. Nietzche critica infatti non la tarantola in quanto tale, ma il suo essere nascostamente vendicativa: bisogna svelare il doppio volto di “carnefice e segugio” di chi giudica. In Nascita della tragedia, il filosofo afferma che «tutto ciò che esiste è giusto e ingiusto, e in entrambi i casi ugualmente giustificato».

Dalla tragedia al socratismo

Nel mito di Prometeo si vede come esso pur oltrepassando i limiti impostigli ne riconosca la necessità, commette un delitto ma ne soffre; questa indecidibilità è il carattere fondamentale dello spirito classico della tragedia. La legalità moderna ha, invece, subito un cambiamento, ha preso le caratteristiche di quello che è definito “socratismo del presente”, in cui scompare ogni indecidibilità e compare il carattere della volontà, la decisione, è una legalità caratterizzata non più dalla “lotta eroica”, ma dalla forza di persuasione del discorso, ed è così che la legge inizia a diventare rimedio.

Il "Ressentiment"

È sbagliato far derivare la giustizia da una necessità di vendetta (ressentiment) perché così si continua a rimanere impigliati nella mimesi; non l’uomo del risentimento, ma «l’uomo attivo, aggressivo, prevaricante, è pur sempre 100 passi più vicino alla giustizia dell’uomo che reagisce» ed è attraverso il diritto che si cerca di allontanare il ressentiment.

La festa

Il “delinquente” è colui che ha trasgredito il patto comune, colui che ha danneggiato la comunità, la pena si presenta quindi come la giusta reazione del tutto. Si arriva, così, all’indifferenziazione fra il nemico interno (il criminale) ed il nemico esterno. L’affermazione della giustizia del tutto attraverso la pena è quindi una festa, un’affermazione di potenza, il criminale diviene l’elemento che accomuna. Col crescere della potenza della comunità bisogna stare attenti a far sì che la punizione non assomigli troppo alla guerra ed alla festa, altrimenti si ricadrebbe nella mimesi. L’indifferenziazione fra nemico interno ed esterno si è presentata quando la società ha cominciato ad auto-osservarsi ed auto-rappresentarsi come qualcosa di diverso dagli individui che la compongono, il tutto non è più la “somma dell’

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Scienze giuridiche IUS/20 Filosofia del diritto

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del Diritto e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Resta Eligio.
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