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politica cancellare le tracce di questa violenza unanime, lo strumento più adatto al

raggiungimento di questo fine saranno il contratto sociale, che rappresenta l’accordo di

ognuno con tutti, e un sovrano che garantisca la pace attraverso una violenza terza, giusta,

che rompa l’indifferenziazione, come i “colori platonici”, in grado di duplicare la natura

perché ricavati da essa. Solo con il contratto la sovranità potrà essere pensata come

consenso “unanime” che ha un valido riconoscimento. Si è ormai infranta l’illusione che la

politica sia il luogo della pace.

La doppiezza: La conformità dovuta all’obbedienza ad un sovrano viene elusa, si viene a

far strada l’idea che la difformità dei singoli sia risaltata e confermata proprio dalla

conformità del tutto. E’ la scoperta della differenza del sistema sociale dalla

politica,differenza rappresentante l’inadeguatezza dei meccanismi di quella sovranità. Sarà

l’adesione pubblica ai comandi del sovrano a garantire spazi di difformità, <<lo scritto si

deve conformare alle regole pubbliche ma contemporaneamente arricchisce la conversazione

privata>>. Il segreto diverrà sempre più visibile e la capacità di aggirare la censura diverrà il

carattere distintivo dell’arte dello scrivere; solo il lettore che saprà “leggere fra le righe” ne

capirà il vero senso. Il conformismo permetterà di dominare e piegare la propria obbedienza

per raggiungere la libertà della disobbedienza, si è coscienti di pensare contro il conforme,

di stare sulla linea di confine fra conformità e difformità, e ciò gli consegna la libertà e lo

inserisce in un mondo più grande di quello in cui vive.

La guerra: Il presente continua a ripresentarsi sempre con quegli stessi problemi di

violenza ma, tuttavia, ne avverte la contingenza, e ciò gli permette di esplorare altre

possibilità e limita gli auto-inganni. Ma a colpire non è il ripetersi delle quanto il fatto che

una soluzione qualsiasi finisca sempre per convivere con il problema che sta risolvendo.

Quando gli uomini vivono senza un potere comune che li tenga in soggezione, si trovano in

uno stato di guerra di tutti contro tutti, la natura della guerra non risiede, infatti, nell’atto del

combattimento, ma nella disposizione dichiarata verso questo, nella mancanza del suo

contrario (la pace).

Il contratto sociale: La condizione da cui uscire è l’instabilità della violenza simmetrica e

ciò sarà possibile attraverso il contratto, la sovranità, sotto la forma delle istituzioni

politiche. Rousseau scrive che un popolo può donarsi ad un Re, quindi un popolo è tale già

prima di sottomettersi al sovrano, il vero fondamento della società sarà, perciò, l’atto in

virtù del quale si è formato (il contratto). Il patto di tutti è simmetrico e reciproco, ma tale

simmetria dovrà essere spezzata per non ricadere in quel meccanismo di violenza

simmetrica, dovrà creare una dissimmetria, un sovrano che faccia osservare i patti e che usi

la violenza in modo differente, che sia regolata dalla legge, che sostituirà la morale ormai

divenuta “caso”.

La rivalità: Hobbes afferma che la rivalità fra gli uomini deriva dalla loro sostanziale

uguaglianza, la differenza fra 2 uomini non è, infatti, così considerevole da far sì che l’uno

rivendichi per sé un beneficio e che l’altro non abbia il diritto di pretenderlo; perciò, se 2

uomini desiderano la stessa cosa, diventano nemici, rivali. Il tempo della rivalità per una

felicità è il presente, né il passato né il futuro, e quella della rivalità è una strada obbligata

verso la violenza, che nella modernità si incarna nella politica.

Fuoriuscita dal codice: uno dei modi per creare una differenza all’interno della simmetria è

quello di auto-sottrarsi dalla rivalità mimetica, di uscire dal codice della reciprocità, della

mimesi. Ne sono un esempio il rapporto servo-padrone descritto da Hegel ed il concetto di

tolleranza, dove il primo afferma che il servo esce dal codice del suo rapporto di

subordinazione quando acquista la consapevolezza che solo il padrone dipende da questo

rapporto , mente lui ne è libero. Nella tolleranza, invece, la differenza è già all’opera, il

tollerante è, infatti, già più in alto e differente dal tollerato, poiché, rinunciando alla propria

dimensione di configgente, si pone al di fuori del codice.

Fuga in guerra: E’ un diritto fondato su quello che Hobbes definisce criterio fondamentale

di ogni ordinamento, la self-preservation, è una strada individuale di sopravvivenza che

proprio in quanto individuale, non è in grado di interrompere la violenza.

La densità: Per interrompere la violenza è necessario l’aggiramento, l’inganno, il

depotenziamento di una particolare caratteristica della violenza, la densità. La violenza ha

bisogno di densità dei corpi, di ostacoli, quindi, ingannare la “densità” che la violenza

presuppone vorrà dire non contrapporsi ad essa nella forma di un’altra violenza.

Isonomia: Hobbes afferma che il diritto è, o dovrebbe essere, una legge della distribuzione,

una decisione che eviti la rivalità, iso-nomia (spartizione in parti uguali), fin quando la

spartizione potrà essere in parti uguali. L’isonomia cadrà nell’indifferenziazione o per la

scarsità di risorse, o perché altri soggetti vorranno far parte della distribuzione o veder

distribuite le risorse in modo diverso. Il diritto e la sua legge hanno bisogno di un’altra

legge che decida sui criteri di decisione, di una “prima legge”.

Il significato delle parole: L’ignoranza del significato delle parole porta ad accogliere oltre

alle verità che non si conoscono, anche gli errori e le assurdità di quelli di cui ci si fida,

senza rendercene conto. Da qui deriva il fatto di dare nomi diversi ad una stessa cosa, a

seconda delle passioni che essa ci muove: chi approva un pensiero, per es., lo chiama

opinione, mente chi lo disapprova lo chiama eresia. Se l’affermazione più palese fosse

contraria al dominio o all’interesse di qualcuno, si sarebbe pronti a tacciarla di eresia, dice

Hobbes.

L’indifferenziazione dell’umanità: I desideri e le altre passioni degli uomini non sono in

sé peccato, né lo sono le azioni che ne derivano, finché non esiste una legge che le vieti, e

ciò non può accadere finché non ci si accorda su qualcuno che la debba fare. Ci sono

sempre sovrani in condizione di guerra e rivalità perenne, condizioni che creano

un’indifferenziazione che non permette di distinguere fra aggressori e aggrediti. Proprio per

questa indifferenziazione, appartiene ad ogni uomo tutto ciò che riesce a prendersi per tutto

il tempo in cui riesce a tenerselo, è per questo che Hobbes afferma che si deve effettuare un

patto in cui ognuno cede il proprio diritto di essere governato ad un uomo o ad una

assemblea, a condizione che anche gli altri lo facciano.

Nomadi: Bene e male, dice Hobbes, sono concetti variabili e provvisori, poiché stanno ad

indicare i nostri appetiti e le nostre avversioni, e questi, possono mutare a seconda di tempi

e contesti. Gli individui vengono definiti “nomadi” poiché fluttuano fra diverse culture

provvisorie, tutte vissute come biografia definitiva. Finché l’appetito privato sarà la misura

di bene e male, sorgeranno sempre controversie e guerre.

L’uomo di Spinoza: Secondo Spinoza, se tutti riconoscessero sia la necessità che l’utilità

dello Stato (e non solo 1 delle 2 cose), tutti si atterrebbero ai patti in piena lealtà, se tutti

fossero agathoi non ci sarebbe bisogno di altro, il diritto sarebbe superfluo. La mente è

talmente presa dalle passioni umane che, per quanto ci siano le intenzioni di tenere fede ai

patti, nessuno può fidarsi delle buone intenzioni altrui.

Democrazia: Per Spinoza, al contrario di Hobbes, il patto non consiste nella rinuncia della

propria potenza ad un sovrano, ma nel trasferimento di questa alla società, alla volontà di

tutti, secondo il diritto naturale di ogni individuo (ovvero quello di esistere e di operare

secondo natura); ciò porterà alla creazione di un “diritto della società”, la democrazia,

definita come “l’unione di tutti gli uomini che ha collegialmente pieno diritto a tutto ciò che

è in suo potere”. L’unico rischio (che Spinoza definisce rischio sociale) è quello

dell’assoggettamento della propria obbedienza, ma esso rappresenta il male minore rispetto

alla violenza indifferenziata, il potere deve essere fondato sulla ragione, e non sulla

violenza.

Insicurezza ed indifferenziazione: Lealtà e onestà dovranno essere perseguite da una

organizzazione degli affari pubblici, e non dai singoli individui. La virtù che caratterizza il

potere è la securitas e ,qualora la perdesse, finirebbe per assomigliare troppo all’oggetto che

regola e ricadrebbe nell’indifferenziazione. Anche se in natura nulla è di diritto di uno

piuttosto che di un altro, in presenza di un potere dove si stabilisce per diritto cosa sia di

chi, si definisce giusto chi ha la volontà costante di dare a ciascuno il suo, ed ingiusto chi se

ne vuole appropriare. Paura e speranza, scrive R. Bodei, potranno eliminarsi solo

utilizzando maggiormente e in modo migliore la securitas.

L’invidia: Un individuo invidia all’altro quello che lui è o dà potenza; l’invidia oscilla

dall’uno all’altro, vive di ambivalenze, la sua certezza è l’incertezza. Il disvalore che

imputiamo all’altro quando possiede (o è) qualcosa, diventa valore se lo possediamo (o lo

siamo) noi. Nel movimento verso l’abolizione di ciò che ci impedisce di avere quella tal

cosa, spiega J. Gil, l’odio per la cosa che ci ha privato di quel che invidio si unisce

all’amore per lo stesso oggetto invidiato.

La fiducia: In un ipotetica corsa agli armamenti, ognuna delle 2 parti imputa all’altra di

volere il conflitto, ognuno previene l’ingiustizia dell’altro, c’è quindi una mimesi dei 2. Le

armi di A sono disvalore di B ma valore per A, le armi di difesa di B saranno armi di offesa

per A; quando A e B finalmente decidono di disarmare, la simmetria continuerà comunque:

A disarmerà solo se e quando lo farà B (e viceversa). La fiducia è semplicemente rischio

dell’azione; una volta avvenuto il disarmo, grazie alla cooperazione tra i configgenti, ci sarà

una pacificazione, e le leggi, inizieranno ad avere forza in una società in cui le armi sono

affidate solo ai militari e agli apparati appositi.

Il diritto di proprietà: E’ il diritto di godere e di disporre pienamente di un bene, nei limiti

delle norme stabilite dall’ordinamento giuridico, ed è un diritto soggettivo, basato

sull’esclusività: un soggetto è legittimo proprietario di un bene in quanto un altro soggetto

non lo è. Il modello proprietario è costruito su una reciprocità negativa, poiché afferma che

un soggetto riconosce l’altro come proprietario solo se, e fintanto che, l’altro lo riconosce a

sua volta proprietario di altre proprietà; in questo sistema di reciprocità negativa non c’è,

però, alcuna garanzia. Più avanza il processo di integrazione e stabilizzazione e più i

soggetti tendono ad effettuare meccanismi di confronto verso gli altri gruppi sociali, i

micro-conflitti individuali come l’invidia e la gelosia vengono, così, amplificati fino a

trasformarsi in vere e proprie tensioni sociali, dice Simmel.

L’antagonismo rivale: L’invidia, per Simmel, è alla base di una “eccitazione

antagonistica” che deriva da una costante elaborazione delle forme sociali, dei ruoli

assegnati dagli altri, spesso configgenti con la nostra rappresentazione dell’identità;

l’antagonismo rivale consiste in questa vicinanza/distanza tra le 2 rappresentazioni.

L’alterità e la contingenza: Il problema che il sistema sociale si trova a dover risolvere è

come rendere stabili le interazioni sociali davanti all’instabilità della doppia contingenza,

ovvero quella situazione in cui ogni individuo assume il ruolo dell’altro, proiettando le

proprie aspettative e desideri su questo (come afferma T. Parsons), creando un modello

sociale basato sull’invidia. Il concetto di alterità si presenta in 2 diversi modi nella violenza

della colonizzazione, e, T. Todorov, scrive che Colombo, al suo primo incontro con gli

Indiani, può aver avuto 2 tipi di pensiero: 1) pensa gli Indiani come esseri umani completi e

finisce, quindi, per assimilarli a sé ed a proiettare i propri valori su di essi, 2) parte dalla

differenza, ma questa viene subito tradotta in termini di superiorità; entrambi i pensieri

portano comunque alla convinzione che i “propri valori” siano i “valori” in generale, e che il

mondo è uno.

Il confronto: Il confronto con gli altri, a volte, può migliorare le cose, può favorire la

crescita della stima di sé, il che riduce quindi l’invidia,ma si deve rinunciare a voler

eliminare “dall’alto e in un colpo solo” tutte le differenze. Nozick afferma che tutti possono

considerarsi al vertice di una scala, se sono in grado di considerare una scala diversa da

quella in cui si trovano inseriti, ma, questo, deve diventare un processo infinito, per evitare

l’invidia insita nella comparazione.

Giochi di cooperazione: Per immaginare una società non basata sull’invidia, ma su giochi

di cooperazione, basta postulare che gli individui siano tutti guidati dal criterio del self-

respect (e non sulla self-preservation) e che siano tutte persone morali, animate

dall’altruismo. In questa visione, o si nega l’esistenza di atteggiamenti distruttivi, o la si

valuta come collettivamente svantaggiosa e viene, quindi, a prevalere la concezione di

giustizia, poiché si presenta come la scelta più razionale per favorire i vari scopi. Un

individuo razionale non soffre di invidia a meno che le differenze fra sé e gli altri non

vengano a superare un certo limite, ed egli comincerà a credere che queste differenze siano

frutto di un ingiustizia: quando le differenze verranno percepite come ineguaglianze, si

ricadrà nella rivalità mimetica.

La guerra con altri mezzi: Fra i contendenti rivali si comincia ad avvertire l’esigenza di

mantenere la propria “identità oppositiva” senza incorrere nel pericolo di uno scontro

immediato, si cercherà di trovare una minaccia solo simbolica del rivale; questo non vuol

dire che la guerra scomparirà, ma diverrà una guerra con altri mezzi, condizione

rappresentata per es. dalla politica: in parlamento, infatti, si combatte rinunciando ad

uccidere, e se la sua differenza dalla guerra non è valida, la guerra ritorna guerra. Secondo

M. Foucault, il potere inteso come repressione non sarebbe altro che la continuazione di un

rapporto di dominio, un meccanismo continuatore della guerra.

Il contratto sociale: J. J. Rousseau scrive che, poiché gli uomini non possono creare

nuove forze, ma solo unire e dirigere quelle esistenti, devono sommare forze più forti della

loro resistenza, mettendo insieme ognuno e tutti, sostituendo la giustizia all’istinto. Il

contratto rappresenta il rischio di perdere gli eventuali vantaggi maggiori derivanti dalla

“propria violenza”, per evitare quei danni maggiori che ne deriverebbero in caso di

sconfitta, a favore della certezza di un vantaggio, anche se minore.

La defezione: Oltre al contratto ci sono altre strategie di fuga dalla rivalità, ed una di queste

è la defezione, il disarmo unilaterale. La defezione strategica si presenta laddove non sia

stato possibile effettuare un contratto, in tal caso, infatti, una delle parti per interrompere il

conflitto rischia in prima persona, anche a costo della sopraffazione definitiva, deponendo le

armi. Questo è un rischio consapevole, una scommessa che l’altro disarmerà a sua volta.

La sovranità: La 3° strategia di fuga dalla simmetria è la sovranità, il cui rischio si presenta

simile a quello del contratto: c’è sia il rischio della fiducia che i rivali consegnano al patto,

sia della fiducia che l’altro, una volta fatto il patto, continui a rispettarlo. I patti senza spada,

dice Hobbes, sono solo parole, il rischio sta tutto in colui che impugna la spada, che rischia

di assomigliare troppo a ciò che deve regolare, ed è una scommessa già persa in partenza se

per instaurare il diritto fraterno si è dovuto uccidere il sovrano precedente, che si presentava

come tiranno; la nuova scommessa sarà quella di un diritto fraterno che nasca senza

infliggere violenze.

Il ciclo pubblico/privato: A. Hirshman afferma che nei vari periodi storici si realizza

un’oscillazione fra temi di discussione e interessi pubblici e privati; questo ciclo pubblico/

privato deriverebbe dal fatto che, la delusione della felicità pubblica, porta ad una ricerca

della felicità privata (e viceversa). La tesi di Hirshman potrebbe essere utile anche per

analizzare l’alternarsi di altre situazioni, come quelle di egoismo/altruismo e guerra/pace.

Solidarietà: Implica che gli individui siano pronti a soffrire per un gruppo e che si

aspettino che gli altri facciano lo stesso. Il pensiero sociologico si è trovato davanti

all’inadeguatezza di una descrizione assolutizzante del tipo “o solo conflitto, o solo

consenso”, scrivere sulla cooperazione e sulla solidarietà, dice Mary Douglas, significa allo

stesso tempo scrivere sul rifiuto e sulla sfiducia. Il problema decisivo della teoria diventa il

rapporto fra contingenza e generalizzazione, e in Durkheim si risolve nel ruolo della

“coscienza collettiva”, che funge da presupposto e risultato insieme, funzione che la

Douglas attribuisce alla solidarietà. Il legame solidaristico da una parte implica un

atteggiamento altruistico, da cui necessariamente dipende, dall’altra è invece l’altruismo a

dipendere da questo legame.

Familiarità, confidare, fiducia: Sono forme di auto-rassicurazione che usano l’auto-

riferimento in termini diversi: la familiarità traccia distinzioni e coincide con le operazioni di

tipo cognitivo e socializzativo, il confidare è una forma preventiva di reazione alla

contingenza e al pericolo, e la fiducia, invece, nasce da una componente di rischio

dell’azione e della decisione, essa è una rassicurazione rispetto al rischio. La differenza fra il

confidare e la fiducia dipenderà dalla nostra capacità di distinguere tra pericoli e rischi, il

rischio rappresenta la differenza fra il controllabile e l’incontrollabile.

Sacrificarsi per il bene comune: In questa idea vi sono 2 sensi possibili: tanto il

riconoscimento di una virtù, come per es. nella rappresentazione dell’eroe e del santo,

quanto la rivelazione di una necessità, la descrizione neutra di una modalità di

comportamento. Questi sensi non sono stati adeguatamente rappresentati dalla teoria

dell’azione poiché, proprio per la sua natura teorica, essa trascura la contingenza dell’azione

che, in quanto tale, ha già selezionato un vasto campo di possibilità, poi escluse (ma non

eliminate), che la teoria deve ignorare. L’idea del “sacrificarsi per il bene comune” unisce

paradossalmente l’idea del sacrificio di qualcuno per il bene comune a tutti, quindi anche al

soggetto del sacrificio. Ogni qualvolta l’ordine sociale è minacciato da violenze intestine, la

società reagisce con forme sacrificali che interrompano questa violenza.

La vittima: Gli attori della scena sono la vittima, che si presenta come “la differenza”, che

si contrappone “all’indifferenziazione” della società; la vittima è al tempo stesso sostituita

ed offerta a tutti e da tutti i membri della società, è criminale uccidere la vittima perché essa è

sacra, ma non sarebbe sacra se non la si uccidesse, dice Girard. Ma Girard sottolinea che il

sacrificarsi non potrebbe essere altro che il desiderio di sacralizzare e divinizzare se stessi,

presentandosi quindi non più come un puro atto altruistico, ma come desiderio mimetico. Il

paradosso dei desideri umani consiste nel fatto che questi non si accordano mai al fine di

preservare il loro oggetto, ma possono farlo per la sua distruzione, i loro accordi sono tutti a

spese della vittima.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei servizi giuridici
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del Diritto e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Resta Eligio.

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