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La legge: Si presenta come ricordo di qualcosa che manca, ci ricorda che dobbiamo

comportarci in modo corretto perché per noi non è chiaro cosa lo sia. Equità e legge si

presentano come le ragioni e la volontà attraverso cui l’uomo artificiale (lo stato) appresta

rimedi alla violenza della società (dice Hobbes); l’efficacia del rimedio è affidata al giusto

dosaggio della violenza che il sovrano ha espropriato ai cittadini.

Il linguaggio: Secondo Hobbes ci sono 4 usi del linguaggio: l’acquisizione delle arti, la

comunicazione delle conoscenze, la trasmissione di desideri e propositi, il gioco; egli

individua anche 4 abusi: l’auto-inganno, dovuto all’errata interpretazione delle parole,

l’inganno degli altri attraverso l’uso d metafore, la bugia o la reticenza e la parola come

arma per danneggiare. Hobbes afferma che il linguaggio serve a rendere gli uomini più

potenti, ma non sicuramente migliori.

Il mantello di Fedro: All’interno di esso è nascosto il rimedio, l’incantesimo, il

pharmakon. La natura imita l’arte di Dio e l’uomo imita la natura, che viene così a perdere il

suo mistero, diventa decifrabile e riproducibile, il mantello viene così aperto e mostra

l’esistenza dell’incantesimo. La ragione artificiale è il fondamento della nuova regola della

sovranità, ma se ne deve nascondere l’origine, la giustificazione, deve essere presupposta,

ci deve essere un convenzionalismo che descriva il patto che le leggi dovranno ricordare.

Creare l’ordine sociale: Per sopravvivere a se stessa la società deve eliminare la violenza e

la guerra e creare così un ordine sociale che non è più presupposto, ma deve essere creato.

Per poter osservare la violenza della nostra società dovremmo “tirarci fuori” dalla nostra

storia.

L’utilitarismo della prevenzione: Nasce da un esigenza di umanizzazione e legalizzazione

della pena, e racchiude in se anche il rifiuto della pena di morte e la proporzionalità tra pena

e delitto. Mentre Blackstone giustifica l’inopportunità delle pene per minori e dementi con

l’umanitarismo, Bentham afferma che la punizione si deve adottare solo quando e perché è

utile e nel caso di questi non lo sarebbe, poiché gli altri minori e dementi non sarebbero in

grado di recepire il messaggio deterrente della punizione. La violenza, infatti, deve essere

praticata solo quando la minaccia non è stata efficace.

Osservazione della violenza: Perché questa sia possibile bisogna che l’osservatore si

ponga ad una distanza di sicurezza da essa, e per farlo si deve distinguere la violenza della

società in buona e cattiva, è il libero arbitrio che dovrà scegliere fra lo stare al patto o

trasgredirlo. All’interno della società convivono attori ed osservatori, che non possono

essere esclusi dalla violenza proprio in quanto appartenenti alla società. Per superare questo

paradosso Kant afferma la necessità dell’affinamento dell’osservazione sull’uomo ed il

superamento della fase non adulta dell’uomo, poiché la violenza è scelta consapevole (e in

quanto tale merita una punizione).

Differenziazione della violenza: L’unanimità della violenza può essere interrotta solo

misconoscendone l’unanimità stessa e, attraverso il diritto e la legge, creando una

differenziazione fra chi regola ed osserva il tutto ed il resto della società. La violenza

statuale, che si presenta come l’unica consentita, non sarebbe legittima senza un diritto che

la regolasse e senza qualcuno che ponesse le regole stesse (il sovrano). Il diritto che si

presenta, così, diverso dalla violenza, non può contraddirsi o si ricadrebbe nell’unanimità; la

cura non può assimilarsi troppo alla malattia.

La pratica del sospetto: Nietzche in Così parlò Zarathustra parla della “spelonca della

tarantola” usando la metafora della tarantola il cui morso lascia un segno evidente ma ha

conseguenze ancora peggiori sotto la superficie con il suo veleno, che rappresenta la sua

vendetta. Nietzche critica infatti non la tarantola in quanto tale, ma il suo essere

nascostamente vendicativa: bisogna svelare il doppio volto di “carnefice e segugio” di chi

giudica. In Nascita della tragedia, il filosofo afferma che <<tutto ciò che esiste è giusto e

ingiusto, e in entrambi i casi ugualmente giustificato>>.

Dalla tragedia al socratismo: Nel mito di prometeo si vede come esso pur oltrepassando i

limiti impostigli ne riconosca la necessità, commette un delitto ma ne soffre; questa

indecidibilità è il carattere fondamentale dello spirito classico della tragedia. La legalità

moderna ha, invece, subito un cambiamento, ha preso le caratteristiche di quello che è

definito “socratismo del presente”, in cui scompare ogni indecidibilità e compare il carattere

della volontà, la decisione, è una legalità caratterizzata non più dalla “lotta eroica”,ma dalla

forza d persuasione del discorso, ed è così che la legge inizia a diventare rimedio.

Il “Ressentiment”: E’sbagliato far derivare la giustizia da una necessità di vendetta

(ressentiment) perché così si continua a rimanere impigliati nella mimesi; non l’uomo del

risentimento, ma <<l’uomo attivo, aggressivo, prevaricante, è pur sempre 100 passi più

vicino alla giustizia dell’uomo che reagisce>> ed è attraverso il diritto che si cerca di

allontanare il ressentimenent.

La festa: il “delinquente” è colui che ha trasgredito il patto comune, colui che ha

danneggiato la comunità, la pena si presenta quindi come la giusta reazione del tutto. Si

arriva, così, all’indifferenziazione fra il nemico interno (il criminale) ed il nemico esterno.

L’affermazione della giustizia del tutto attraverso la pena è quindi una festa,

un’affermazione di potenza, il criminale diviene l’elemento che accomuna. Col crescere

della potenza della comunità bisogna stare attenti a far sì che la punizione non assomigli

troppo alla guerra ed alla festa, altrimenti si ricadrebbe nella mimesi. L’indifferenziazione

fra nemico interno ed esterno si è presentata quando la società ha cominciato ad auto-

osservarsi ed auto-rappresentarsi come qualcosa di diverso dagli individui che la

compongono, il tutto non è più la “somma delle parti”, il pericolo non sarà più rappresentato

dalla singola trasgressione, ma dalla violenza “indifferenziata” del tutto.

La grazia: Per evitare la violenza indifferenziata del “tutto” la giustizia deve auto-

sopprimersi, e l’auto-soppressione trova il suo compimento nella grazia, il perdono, che va

oltre il diritto ed è prerogativa del più potente; molti divieti vengono così ad avere la

funzione di sorreggere il potere di chi può punire o perdonare. La grazia è un potere così

grande perché presuppone la condanna, se non fosse stata pronunciata una condanna non ci

potrebbe essere nessuna grazia. Scopi, utilità delle pene, e perdono e grazia stessi, sono

tutte tracce del fatto che una volontà di potenza ha imposto il suo potere su qualcosa di

meno potente e gli ha impresso il senso di una funzione.

La violenza amministrata: la potenza ha l’esito specifico di ingabbiare e monopolizzare la

violenza, creando la “violenza amministrata”, che rappresenta però una razionalizzazione

della violenza, e non la sua scomparsa.

La trasgressione religiosa e militare: Weber afferma la tesi per cui il diritto penale si

sviluppa come reazione regolata alla trasgressione religiosa ed alla trasgressione militare,in

quanto “sfere di unificazione” che non sopportano trasgressioni e che necessitano di un

potere che intervenga. La sfera religiosa ha norme legittimate su base “magico-religiosa”

che vanno ad incidere non solo sul singolo trasgressore, ma su tutta la comunità, che a sua

volta reagirà con la stessa magia/religione (es. messa al bando, linciaggio,espiazione); quella

militare è di origine politica, ma anche in questo caso la trasgressione comporta

conseguenze negative per tutti, che saranno tutelati da un accertamento del fatto collegato ad

un eventuale pena interna.

Imperium: Il potere religioso e il potere militare sono definiti “poteri domestici”, i poteri

“extra-domestici” (o “imperium”) si differenziano in quanto non hanno sistemi punitivi

interni ma si basano sulla vendetta, che avviene fra potenze simmetriche ed equivalenti, fra

gruppi differenti, non all’interno di un “tutto”. Questa violenza simmetrica richiede quindi

un imperium che si differenzi e che sia quindi capace di regolare il tutto sia tramite l’uso

diretto della forza che con la minaccia di pregiudizi, di una punizione istituzionalizzata,

statuita, di una violenza razionale, che espelle tanto la vendetta quanto l’etica della

fratellanza (che è contro ogni tipo di violenza e che, secondo Weber, deve fare i conti con il

mondo reale e la razionalizzazione). Lo stato moderno si presenta come un’associazione

istituzionale di detentori di “imperia”, limitati sia all’esterno che all’interno dalle regole che

li statuiscono.

Performatività: La violenza interminabile prodotta da guerre e vendette simmetriche è

percepita come problema quando i suoi confini sono definiti “performativamente”; questi

confini pongono come “trascendente” la violenza dei sistemi politici e di quelli giuridici

rispetto alla “contingente” della società in cui si produce. Diversamente dalle società

primitive noi guardiamo alla differenza che nasce dal conflitto, alla vittoria dell’uno o alla

sconfitta dell’altro,e se vale il criterio per cui la violenza che vince è quella giusta e

trascendente, varrà anche quello per cui è essa stessa che si pone come tale. Sarà quindi la

performatività (validità) a stabilire la differenza fra giusto e ingiusto, ma è anche la capacità

di riaffermare la differenza giusto e ingiusto che crea performatività.

La crisi della differenza: La vendetta “a catena” appare come la perfezione della mimesi,

rende i soggetti della violenza dei “doppi”. Un sistema giudiziario deve differenziarsi dalla

violenza per interrompere il suo circolo vizioso, la crisi della legalità si presenterà quindi

come crisi delle differenze. Il moderno deve quindi rendere performativa, valida, la sua

pratica di scomposizione della violenza, una pratica che sia quindi differente (che non vuol

dire più forte). Lo stato di diritto sarà formato da una struttura di garanzie praticate

costantemente al fine di minimizzare la violenza. Questa crisi non deve essere attribuita solo

alle differenze “micro-sociologiche” tra gli individui, ciò che rappresenterebbe un

meccanismo di misconoscimento della violenza, ma anche a quelle tra grandi sistemi.

Il carattere umano della sovranità: Una lettura di Girard parla di un’attribuzione di un

carattere “divino” alla sovranità, attraverso un processo di trascendimento di questa rispetto

alla società; ma in realtà la sovranità è caratterizzata dalla sua natura ambivalente di

meccanismo interno ed esterno alla società, non ha più bisogno di giustificarsi attraverso un

carattere divino.

L’illusione del giurista: Il giurista è inerme quando gli appare esiguo il confine tra “l’aver

ragione” e la “prepotenza”, poiché egli era vissuto di questa differenza, differenza su cui il

diritto aveva scommesso e che lo poneva fuori dai pericoli della politica. L’occhio del diritto

non gode di nessun punto di osservazione privilegiato, è quindi una differenziazione

illusoria quella fra giurista e politico, che regge solo in “tempi tranquilli”, legato alla

contingenza (e quindi a situazioni politiche), al caso.

La crudeltà della guerra civile:

E’ condotta all’interno di una comune unità politica che comprende anche l’avversario;

Si svolge nello stesso ordinamento giuridico;

In essa le 2 parti in lotta affermano ed al contempo negano la loro comune unità.

Entrambe le parti, simmetricamente, pongono l’avversario nel “non-diritto” pur facendo

parte dello stesso diritto; la convinzione di un “proprio diritto” porta, così, alla perdita della

differenza fra nemico e criminale e si affiderà unicamente sulle sue chance di vittoria.

Tracce cancellate: Girard afferma che il pensiero occidentale ha effettuato una

cancellazione delle tracce della violenza tramite meccanismi di composizione /

decomposizione, le istituzioni. La cancellazione delle tracce lascia essa stessa delle tracce

(come dice Freud), tracce del rapporto fra sovranità e violenza che le istituzioni nascondono

allo sguardo. L’obbligazione politica fra suddito e sovrano ha come fondamento

l’interruzione della guerra, il sovrano viene a rappresentare il rimedio alla violenza della

società.

La malinconia del sovrano: Il sovrano diventa “malinconico” poiché scopre che il suo

potere è esposto a quella stessa violenza che dovrebbe governare, la sua violenza è la stessa

della società, dovrà quindi ripiegarsi su se stessa, auto-osservarsi. Sarà compito della teoria

politica cancellare le tracce di questa violenza unanime, lo strumento più adatto al

raggiungimento di questo fine saranno il contratto sociale, che rappresenta l’accordo di

ognuno con tutti, e un sovrano che garantisca la pace attraverso una violenza terza, giusta,

che rompa l’indifferenziazione, come i “colori platonici”, in grado di duplicare la natura

perché ricavati da essa. Solo con il contratto la sovranità potrà essere pensata come

consenso “unanime” che ha un valido riconoscimento. Si è ormai infranta l’illusione che la

politica sia il luogo della pace.

La doppiezza: La conformità dovuta all’obbedienza ad un sovrano viene elusa, si viene a

far strada l’idea che la difformità dei singoli sia risaltata e confermata proprio dalla

conformità del tutto. E’ la scoperta della differenza del sistema sociale dalla

politica,differenza rappresentante l’inadeguatezza dei meccanismi di quella sovranità. Sarà

l’adesione pubblica ai comandi del sovrano a garantire spazi di difformità, <<lo scritto si

deve conformare alle regole pubbliche ma contemporaneamente arricchisce la conversazione

privata>>. Il segreto diverrà sempre più visibile e la capacità di aggirare la censura diverrà il

carattere distintivo dell’arte dello scrivere; solo il lettore che saprà “leggere fra le righe” ne

capirà il vero senso. Il conformismo permetterà di dominare e piegare la propria obbedienza

per raggiungere la libertà della disobbedienza, si è coscienti di pensare contro il conforme,

di stare sulla linea di confine fra conformità e difformità, e ciò gli consegna la libertà e lo

inserisce in un mondo più grande di quello in cui vive.

La guerra: Il presente continua a ripresentarsi sempre con quegli stessi problemi di

violenza ma, tuttavia, ne avverte la contingenza, e ciò gli permette di esplorare altre

possibilità e limita gli auto-inganni. Ma a colpire non è il ripetersi delle quanto il fatto che

una soluzione qualsiasi finisca sempre per convivere con il problema che sta risolvendo.

Quando gli uomini vivono senza un potere comune che li tenga in soggezione, si trovano in

uno stato di guerra di tutti contro tutti, la natura della guerra non risiede, infatti, nell’atto del

combattimento, ma nella disposizione dichiarata verso questo, nella mancanza del suo

contrario (la pace).

Il contratto sociale: La condizione da cui uscire è l’instabilità della violenza simmetrica e

ciò sarà possibile attraverso il contratto, la sovranità, sotto la forma delle istituzioni

politiche. Rousseau scrive che un popolo può donarsi ad un Re, quindi un popolo è tale già

prima di sottomettersi al sovrano, il vero fondamento della società sarà, perciò, l’atto in

virtù del quale si è formato (il contratto). Il patto di tutti è simmetrico e reciproco, ma tale

simmetria dovrà essere spezzata per non ricadere in quel meccanismo di violenza

simmetrica, dovrà creare una dissimmetria, un sovrano che faccia osservare i patti e che usi

la violenza in modo differente, che sia regolata dalla legge, che sostituirà la morale ormai

divenuta “caso”.

La rivalità: Hobbes afferma che la rivalità fra gli uomini deriva dalla loro sostanziale

uguaglianza, la differenza fra 2 uomini non è, infatti, così considerevole da far sì che l’uno

rivendichi per sé un beneficio e che l’altro non abbia il diritto di pretenderlo; perciò, se 2

uomini desiderano la stessa cosa, diventano nemici, rivali. Il tempo della rivalità per una

felicità è il presente, né il passato né il futuro, e quella della rivalità è una strada obbligata

verso la violenza, che nella modernità si incarna nella politica.

Fuoriuscita dal codice: uno dei modi per creare una differenza all’interno della simmetria è

quello di auto-sottrarsi dalla rivalità mimetica, di uscire dal codice della reciprocità, della

mimesi. Ne sono un esempio il rapporto servo-padrone descritto da Hegel ed il concetto di

tolleranza, dove il primo afferma che il servo esce dal codice del suo rapporto di

subordinazione quando acquista la consapevolezza che solo il padrone dipende da questo

rapporto , mente lui ne è libero. Nella tolleranza, invece, la differenza è già all’opera, il

tollerante è, infatti, già più in alto e differente dal tollerato, poiché, rinunciando alla propria

dimensione di configgente, si pone al di fuori del codice.

Fuga in guerra: E’ un diritto fondato su quello che Hobbes definisce criterio fondamentale

di ogni ordinamento, la self-preservation, è una strada individuale di sopravvivenza che

proprio in quanto individuale, non è in grado di interrompere la violenza.

La densità: Per interrompere la violenza è necessario l’aggiramento, l’inganno, il

depotenziamento di una particolare caratteristica della violenza, la densità. La violenza ha

bisogno di densità dei corpi, di ostacoli, quindi, ingannare la “densità” che la violenza

presuppone vorrà dire non contrapporsi ad essa nella forma di un’altra violenza.

Isonomia: Hobbes afferma che il diritto è, o dovrebbe essere, una legge della distribuzione,

una decisione che eviti la rivalità, iso-nomia (spartizione in parti uguali), fin quando la

spartizione potrà essere in parti uguali. L’isonomia cadrà nell’indifferenziazione o per la

scarsità di risorse, o perché altri soggetti vorranno far parte della distribuzione o veder

distribuite le risorse in modo diverso. Il diritto e la sua legge hanno bisogno di un’altra

legge che decida sui criteri di decisione, di una “prima legge”.

Il significato delle parole: L’ignoranza del significato delle parole porta ad accogliere oltre

alle verità che non si conoscono, anche gli errori e le assurdità di quelli di cui ci si fida,

senza rendercene conto. Da qui deriva il fatto di dare nomi diversi ad una stessa cosa, a

seconda delle passioni che essa ci muove: chi approva un pensiero, per es., lo chiama

opinione, mente chi lo disapprova lo chiama eresia. Se l’affermazione più palese fosse

contraria al dominio o all’interesse di qualcuno, si sarebbe pronti a tacciarla di eresia, dice

Hobbes.

L’indifferenziazione dell’umanità: I desideri e le altre passioni degli uomini non sono in

sé peccato, né lo sono le azioni che ne derivano, finché non esiste una legge che le vieti, e

ciò non può accadere finché non ci si accorda su qualcuno che la debba fare. Ci sono

sempre sovrani in condizione di guerra e rivalità perenne, condizioni che creano

un’indifferenziazione che non permette di distinguere fra aggressori e aggrediti. Proprio per

questa indifferenziazione, appartiene ad ogni uomo tutto ciò che riesce a prendersi per tutto


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei servizi giuridici
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del Diritto e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Resta Eligio.

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