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La censura: Dalla riforma ai Lumi Appunti scolastici Premium

Appunti di Storia dell'Europa sulla censura dalla riforma ai Lumi basato su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Caravale dell’università degli Studi di Roma Tre - Uniroma3, Facoltà di Scienze politiche. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Storia dell'Europa docente Prof. G. Caravale

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al parere positivo di tre lettori: uno ecclesiastico( delegato dall’inquisitore), un

lettore pubblico( nominato dalla Repubblica) e un segretario ducale. Ciascuno di

questi avrebbe dovuto affermare che nel libro non erano presenti elementi

contrari alla religione, alla politica e alla morale .La resistenza portata avanti da

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Venezia costituisce un elemento essenziale al fine di comprendere il peso che la

censura, soprattutto ecclesiastica, ebbe nel cinquecento e le ripercussioni che

comportò sulla cultura italiana un simile fenomeno. Nel 1559 venne inaugurata

una nuova fase: quella dell’ Indice dei libri proibiti romani. La cultura letteraria

del XVI E XVII secolo fu profondamente condizionata da questi indici, generando

dure forme di repressione ma al tempo stesso diverse forme di resistenza. Un

esempio che può aiutare a capire la portata del fenomeno ci è dato dalla figura di

Gabriel Giolito, un editore vittima dell’ indice paolino del 59, costretto a cedere

all’inquisizione centinaia di stampe, ma trattenne, orgogliosamente molte altre,

mettendo in salvo le recenti edizioni di Machiavelli e Aretino.

L’INDICE DEI LIBRI PROIBITI

Gli indici dei libri proibiti nacquero dall'esigenza di avere una bibliografia delle

opere considerate non idonee alla stampa e alla lettura. Si trattava di liste di

libri, autori, generi, argomenti, proibiti perché lesivi degli interessi della Chiesa o

dello Stato. Gli indici vennero compilati dagli organismi preposti al controllo(

Inquisizione e Congregazione dell’indice dei libri proibiti) e divennero presto la

principale arma nelle mani dei censori. Tra il 1544 e il 1556 la Sorbona redisse

sei cataloghi di libri proibiti, mentre all'Università di Lovanio ne vennero stilati

tre tra il 1546 e il 1558, su ordine di Carlo V e Filippo II. Il primo indice italiano

venne stampato a Venezia nel 1549 . Il catalogo suscitò un'immediata reazione

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presso librai e tipografi e non venne mai promulgato. Ma gli indici più celebri

sono quelli romani del 1559 e 1564, che stabilirono le regole di lettura per

l'intera cristianità. È utile sottolineare che l’indice dei libri proibiti era solo in

parte formato dalla lista dei libri da condannare. Principalmente esso era un

sistema di regolazione della stampa e della lettura, formato dall’incontro tra un

insieme di procedure, un sistema penale posto a sua guardia e un complesso di

poteri capaci di amministrare l’uno e l’altro .

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L'indice paolino

Nel 1555 venne eletto al soglio pontificio Giovan Pietro Carafa, fondatore

dell’Inquisizione romana, con il nome di Paolo IV. Il nuovo pontefice si rivelò

M. Infelise, I libri proibiti, pag. 24

18 M. Infelise, I libri proibiti, pag. 32

19 V. Frajese, La censura in Italia, pag. 22

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presto un uomo duro, intransigente e radicale( si devono a lui la nascita del

ghetto ebraico di Roma e numerosi roghi del Talmud) e le sue politiche furono

orientate verso una dura repressione degli scritti riformatori. Inoltre, egli stesso

era convinto che combattendo i testi della Riforma, si sarebbero combattuti

anche altri testi pericolosi per la chiesa cattolica. Per dare un impulso all’azione

censoria e più in generale alla lotta all’eresia, Carafa decise di dotarsi di

strumenti universali, teoricamente applicabili erga omnes, che avrebbero

aiutato notevolmente gli organi periferici dell’Inquisizione romana: cioè un

indice di libri proibiti dalla chiesa la cui diffusione sarebbe stata stroncata.

Promulgato nel 1559 da papa Paolo IV, l'indice paolino fu l'unico redatto

dall'inquisizione romana e di gran lunga il più radicale e severo della storia.

L’intento di questo Indice fu quasi esclusivamente anti-protestante. Infatti

l’obiettivo che persegui questo primo indice romano fu essenzialmente la difesa

dell’ortodossia, soprattutto dalla minaccia riformatrice. Nella sua politica

repressiva rientrò la decisione di mettere da parte i vescovi per accentrare il

potere censorio nelle mani del Sant'Uffizio e della sua rete periferica, a cui i

fedeli dovevano consegnare i libri proibiti direttamente.

La struttura dell'indice, che rimarrà immutata fino a metà del XVII secolo, merita

uno sguardo approfondito. Le proibizioni furono circa mille, ripartite in tre

gruppi. Il primo gruppo comprendeva gli autori non cattolici dei quali si proibiva

l'intera opera, inclusi i testi di carattere non religioso. Il secondo gruppo

racchiudeva 126 titoli di 117 autori, 332 titoli anonimi e due liste aggiuntive: 45

Bibbie e Nuovi Testamenti vietati e 61 tipografi la cui produzione fu interamente

bandita. Il terzo gruppo, per finire, quello dei cosiddetti "libri omnes",

comprendeva intere categorie di libri, ad esempio quelli che non riportavano

l'indicazione dell'autore o dello stampatore, quelli senza data e luogo di

pubblicazione, quelli usciti senza permesso o presso stampatori eretici, o ancora

le opere di astrologia e magia. Per leggere le Bibbie e i Nuovi Testamenti in

volgare, infine, era necessaria la licenza del Sant'Uffizio che in nessun caso

veniva rilasciata alle donne o a chi non conosceva il latino .

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L'indice intendeva controllare tutta la produzione scritta, e non solo in ambito

religioso. Le sue severe regole portarono alla proibizione del Decameron di

Boccaccio e di molte altri testi famosi, così come dell'intera opera di Machiavelli,

di Rabelais e di Erasmo da Rotterdam. Le rimostranze furono immediate: non

M. Infelise, I libri proibiti, pp. 33-34; si veda anche V. Frajese, La censura in Italia, pag. 23

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solo i librai lamentarono l'impossibilità di vendere i volumi in magazzino, ma

molti eruditi si videro proibiti i testi su cui avevano sempre studiato, stampati

per lo più in area tedesca. Città come Venezia, Roma e Firenze cercano un

compromesso. Le rimostranze si fecero accese soprattutto a Venezia, per opera

degli stampatori. In seguito tali proteste vennero superate grazie all’intervento i

Michele Ghisleri(futuro Pio V), che introdusse delle modifiche, poi codificate dal

Concilio di Trento, che ammorbidirono gli animi degli stampatori veneziani.

Molte furono le perplessità, al punto che se in un primo tempo l'indice venne

adottato, pur con qualche concessione, la morte di Paolo IV nell'agosto del 1559

ne rallenta decisamente la diffusione.

L'indice tridentino

Il nuovo papa, Pio IV, era un riformatore moderato e si mostrò da subito

disposto a rivedere l'indice in modo che potessero essere colpiti solo i libri

eretici. Si preoccupò, inoltre, di restituire autorità ai vescovi, riuniti a Trento per

la fase conclusiva del Concilio. Fu proprio una commissione di vescovi, più

sensibili alle specificità locali, a redigere il nuovo indice, che però non fu in grado

di terminare i lavori e il suo completamento venne affidato al pontefice.

Le proibizioni rimasero le stesse, ma lo spirito e le norme generali si fecero più

tolleranti e rimasero in vigore per moltissimo tempo. Erasmo, ad esempio, passò

dal primo gruppo al secondo, il che significò che non si proibiva più tutta l'opera

ma solo alcuni titoli, per l'esattezza sei. Per quanto riguarda gli scrittori eretici,

poi, si proibirono solo le opere religiose. L'obbligo della licenza rimase in vigore

per i volgarizzamenti della Bibbia, ma sparirono le discriminazioni di sesso e

cultura. Venne inoltre istituita la possibilità di espurgare i libri che contenessero

solo brevi passaggi criticabili, operazione che pur permettendo ai librai di

salvare numerosi volumi, stravolse spesso il senso dell'opera. Riassumendo, i

libri eretici vennero criminalizzati, al contrario di quelli espurgabili che furono

solo colpevolizzati, come si evince da quanto segue: “Colui che legge o possiede

libri di eretici o scritti di qualunque autore condannato per eresia o per sospetto

di contenere qualche falso dogma, incorre per ciò stesso nella pena della

scomunica e per questo motivo, oltre alle altre pene stabilite dalla sede

Apostolica e dai sacri canoni, va sottoposto a processo come sospetto di eresia.

Chi poi legge o possiede libri proibiti per altro motivo, oltre a incorrere in

peccato mortale, è punibile con severità ad arbitrio del vescovo” . Veniva cosi a

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Index de Rome, pag. 97; cit. in V. Frajese, La censura in Italia, pag. 27

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configurarsi un sistema penale a due piani, in cui per i libri eretici la competenza

era dell’Inquisizione, mentre per i testi colpiti lievemente da errori, la

competenza era del vescovo.

Molto più ragionevole del primo, l'indice tridentino venne presto applicato a

tutto il territorio italiano. Fuori dall'Italia venne adottato in quasi tutta Europa,

con l'eccezione della Spagna, che dal 1559 ebbe un suo proprio indice,

promulgato dall'Inquisizione spagnola, e della Francia.

L'indice tridentino rimase formalmente in vigore fino al 1596, ma già con il

successore di Pio IV se ne perse il significato. Papa Pio V collaborò alla stesura

dell'indice paolino e tese ad un'interpretazione più rigida del termine censura. A

riprova di ciò nel 1567 fece bloccare la stampa delle opere in volgare. Il

Sant'Uffizio, sostenuto dai pontefici successivi, pubblicava di continuo nuove

liste per allargare il raggio d'azione della censura, ma la difficoltà di pubblicare

un indice che sostituisse quello tridentino fece trasparire un forte conflitto

d'interessi. Pio V rese, gradualmente inutilizzabile l’Indice tridentino, in quanto

lo svuotò di significato. Egli, convinto della necessità di una nuova lista di libri,

incaricò nel 1571, una congregazione da lui appositamente riunita, la

preparazione di un nuovo indice, che potesse sostituire quello di Trento. La

Congregazione dell’indice venne ufficialmente formalizzata dal neoeletto

Gregorio XIII. Il principale compito della Congregazione era quello di tenere

aggiornata la lista dei libri proibiti e curarne l’applicazione . Due congregazioni

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si contendevano la giurisdizione sulla censura libraria: quella del Sant'Uffizio e

quella dell'Indice. La nuova Congregazione, pur avendo due compiti abbastanza

definiti sulla carta, in realtà si trovò a gestire una competenza dai confini incerti

e contrastanti. Da subito il rapporto tra le due Congregazioni si fece aspro. Il

motivo di questo attrito è dovuto principalmente alla poca chiarezza riguardo i

confini giurisdizionali delle due congregazioni. L’indice operò da subito,

affermando la volontà di ripristinare lo spirito dell’indice paolino, ripristinando

le proibizioni di quell’indice, compresa la celebre proibizione della Bibbia in

volgare.

L’esigenza di dotarsi di un nuovo indice, portò la chiesa al tentativo fallimentare

di Sisto V. Si trattava di un Indice molto duro, che vedeva l’appoggio del Santo

Ufficio e vide una resistenza debole dell’Indice. L’indice sistino non entrò mai in

vigore, poiché venne ritirato dal Sant’Ufficio, il quale non perdonò al pontefice di

V.F. , La censura in Italia, pag. 28

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essersi mostrato transigente nei confronti dell’espurgazione del Talmud.

Inizialmente la Congregazione dell’indice non si pronunciò, ma in seguito,

assecondò la decisione dell’Inquisizione. L’atteggiamento del tutto passivo

dell’Indice mise in evidenza la superiorità, sul piano giurisdizionale dell’

Sant’ufficio. L’elezione di Clemente VIII al soglio pontificio, rinnovò la richiesta

di un nuovo indice. Diversamente da Sisto V, il nuovo papa trovò nell’Indice un

alleato prezioso contro l’Inquisizione. Il disegno del nuovo indice venne

elaborato, con la collaborazione dei cardinali dell’Indice, tenendo come via

maestra la moderazione. Nel 1596 venne finalmente promulgato da Clemente

VIII l'indice clementino. Molto vicino allo spirito del Concilio, questo indice

conteneva, in aggiunta a quello di Pio IV, una lista delle opere registrate in altri

indici europei dopo il 1564. Inoltre si riaffermava la concessione ai vescovi e agli

inquisitori locali della facoltà di rilasciare permessi di lettura per libri proibiti

non eretici . Tuttavia Clemente VII scese a compromesso con il cardinale

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Santori, il quale pretendeva che nell’indice venisse riaffermata la completa

proibizione della Bibbia in volgare, il rogo del Talmud e una severa proibizione

della magia e astrologia. Clemente VIII seppe usare la propria autorità per

dotare la chiesa di un indice che ricalcava i principi stabiliti a Trento, inserendo

al suo interno vari elementi della c.d. moderatio. Alla luce di questi elementi

bisogna sottolineare, dunque che, parlando della moderazione in ambito

censorio del pontificato di Benedetto XIV, non si considera che in realtà fu

proprio Clemente VIII ad introdurre alcuni elementi che poi vennero ripresi nel

corso del settecento.

Nel corso del '600 gli indici persero il loro valore normativo e diventarono

sempre più strumenti nelle mani degli Inquisitori che si fecero giudici e li

usarono a loro discrezione. Per una migliore consultazione non sono più divisi in

sezioni, ma vengono stilati in ordine alfabetico. Anche per quanto riguarda i

permessi, le cosiddette patenti di lettura, norma e pratica si discostarono

abbastanza. Le patenti dovevano essere rilasciate dal Sant'Uffizio o dal Maestro

del Sacro Palazzo solo a studiosi maturi e di provata dottrina, per un periodo

non superiore ai tre anni. Non potevano essere rilasciate per libri di astrologia

giudiziaria o contro la religione, né per opere di Machiavelli. Nella pratica i

permessi diventarono franchigie a tempo indeterminato e si dimostrarono

facilmente ottenibili da chiunque frequentasse l'ambiente ecclesiastico; ne è un

esempio il permesso accordato personalmente dal pontefice, nel 1623 alla

V.F. , la Censura in Italia, pag. 32

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granduchessa di Toscana Cristina di Lorena, di leggere libri proibiti . Tuttavia i

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privilegi non riguardavano i testi considerati eretici, dal momento che i permessi

escludevano esplicitamente i testi riguardanti materia religiosa.

Dopo la metà del '600 non si registrarono persecuzioni per chi semplicemente

deteneva libri proibiti; si passò invece alla repressione di pratiche socialmente

pericolose, quali la stregoneria, la chiromanzia, la magia. Fra i più perseguitati i

libertini, tra cui compare la figura dello scrittore Ferrante Pallavicino, autore di

numerosi scritti di stampo libertino e anticlericale. La sua vicenda, fu

particolarmente significativa, in quanto non solo i suoi scritti vennero proibiti

ma lui stesso venne processato ed infine decapitato. Le proibizioni nella realtà

ebbero uno scarsissimo valore, soprattutto dove lo Stato laico si contrappose al

potere religioso. Il controllo si fece più stretto nelle zone al confine con la

Germania, ma in generale più un libro era proibito e più era richiesto. Le patenti

di lettura infatti erano molto diffuse e la circolazione dei cataloghi assunse

proporzioni incredibili.

Il XVIII secolo rappresentò un secolo importante, non solo per il diffondersi delle

idee illuministe e di una nuova visione del mondo, unitamente ad una nuova

consapevolezza dell’individuo, ma anche per quanto riguarda la storia dell’indice

dei libri proibiti. Infatti a partire dalla metà del secolo si avviò un processo di

riforma completa dell’indice. Questa riforma porta il nome di Papa Benedetto

XIV. Nel 1753 venne promulgata la costituzione Sollicita ac provida, che definì

quali procedure di censura spettassero alla Congregazione dell’Indice e quali

spettassero al Sant’Ufficio. Inoltre, il pontefice formalizzò la pratica

dell’espurgazione privata, da concedere agli autori cattolici meritevoli e il

metodo della doppia lettura del libro che, in caso di contrasto, dava luogo ad una

terza lettura volta a offrire una garanzia di imparzialità . La costituzione

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promossa da Benedetto XIV enunciava alcuni punti di grande importanza. Un

primo elemento fondamentale fu la formalizzazione della Congregazione

dell’Indice e del Sant’Ufficio come i due organi competenti in materia di censura.

Quindi la censura libraria non era una prerogativa esclusiva dell’Indice. Inoltre,

affermò che questi due organi, competenti in materia censoria, non erano posti

sullo stesso piano gerarchico. Quindi si poté assistere ad una netta e chiara

separazione delle reciproche competenze. Il Sant’Ufficio era presieduto dal papa

e sbrigava una lunga serie di affari; si riuniva tre volte a settimana e riceveva le

V. Frajese, La censura in Italia, pag. 47

25 V. Frajese, La censura in Italia, pag. 95

26

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denuncie relative ai libri che smistava poi all’Indice, se di minor peso. Le

competenze dell’Indice erano più circoscritte. Infatti essa si occupava

esclusivamente di libri e riceveva quelli che gli erano assegnati dal Sant’Ufficio e

la sua burocrazia era assai meno estesa . Infine la costituzione benedettina

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introdusse delle novità anche all’interno del processo censorio. Si stabilì che la

procedura della censura si basasse sul modello del processo penale e ciò

comportava ovviamente delle garanzie per il processato.

Più comodo ed affidabile, corretto negli errori e nelle incongruenze, il nuovo

indice del 1758 revisionò alcune proibizioni e, in particolare, eliminò il divieto

di lettura della Bibbia nelle lingue nazionali.

Nonostante l’indice dei libri proibiti sia stato ufficialmente abolito solo nel 1966

per opera di Paolo VI, la sua ragion d’essere era già svanita molto tempo prima.

Già sul finire del seicento, gli indici persero quell’efficacia e quella severità che

avevano caratterizzato le edizioni del cinquecento. È facile intuire che uno

strumento cosi rigido, che necessitava di continui aggiornamenti e modifiche,

fosse adatto ad un epoca di crisi dottrinale come fu il cinquecento, ma non di

certo ad epoche ad essa successive, in cui le autorità civili consolidarono la

propria autonomia, i flussi librari si moltiplicarono, l’accesso alla cultura scritta

divenne più facile e gli individui cominciarono a leggere con pensiero critico.

LE VITTIME DELLA CENSURA

La censura, introdotta per combattere l'eresia, si estese molto presto oltre i

limiti che si era imposta. Inizialmente ci si concentrò sui libri di carattere

religioso. Più tardi, passata l’emergenza della Riforma, la censura venne

applicata soprattutto ai libri di magia, ma anche ad opere di letteratura e

scienza.

Ufficialmente la censura non si occupò mai delle opere popolari in volgare, ma in

realtà il diffuso desiderio di leggere e il proliferare di occasioni d'istruzione

autodidattica preoccuparono le autorità. È proprio attraverso opere in volgare

che la Riforma cercò di far breccia. La detenzione di libri, la sola detenzione

anche di libri non proibiti, costituì una delle accuse più frequenti nei processi

per eresia. Pur tollerando la diffusione di testi pericolosi in latino, la letteratura

popolare fu suscettibile di sviluppi imprevedibili, come quello che vide il

mugnaio Menocchio protagonista e colpevole di aver rielaborato in senso critico

delle letture, per lo più religiose. La lettura popolare andava quindi controllata.

Proprio per questo la Chiesa cercò di disciplinare rigorosamente

l'alfabetizzazione: una bolla di Pio IV, del 1564, impose un giuramento a tutti gli

ibidem

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insegnanti, i quali dovevano dichiarare davanti al vescovo chi fossero, dove

insegnassero e quali libri usassero.

Oltre all'indice, grazie al quale i libri venivano bloccati e sequestrati, ci furono

metodi più sottili di censura, interventi più nascosti, come le espurgazioni:

correzioni nascoste e non sempre dichiarate dei passi sconvenienti.

L'irrigidimento nei confronti della letteratura popolare portò espurgatori

professionisti ad occuparsi di molti dei libri in circolazione. In alcuni casi il

frontespizio veniva corretto e recava l'indicazione dell'operazione compiuta; in

altri al massimo si trovava la dicitura "edizione corretta", che non prevedeva

solo una revisione di tipo testuale, ma anche ideologica. Ad un fine

esemplificativo, è opportuno analizzare qui per quanto concerne l’istituto

dell’espurgazione, il celebre caso del Decamerone di Boccaccio. L’espurgazione

fu una tecnica censoria molto diffusa dopo l’Indice tridentino ed era finalizzata

principalmente a rendere possibile la pubblicazione di un opera o comunque

adattarla ai canoni cristiani. La tecnica consisteva essenzialmente nella

correzione del testo in esame, eliminando gli elementi considerati contrari alla

morale, ai costumi, alla fede cristiana. L’espurgazione del Decamerone( da molti

considerata piuttosto una riscrittura dell’opera) venne affidata, in principio al

monaco benedettino Vincenzio Borghini, ma il suo lavoro si scontrò con le

resistenze del Maestro del Sacro Palazzo. In seguito, l’opera di espurgazione

venne commissionata a Lionardo Salviati, da molti definito un assassino del

Boccaccio. Il lavoro di Salviati stravolse completamente il senso dell’opera, al

punto che vennero ritoccati i significati, la geografia e la cronologia del racconto.

Stessa sorte tocco ai personaggi: le monache divennero damigelle, gli abati si

tramutarono in maestri. Per ultimo vennero eliminate i passaggi ironici e critici

nei confronti del clero e più in generale tutte le parti dai tratti anticlericali . È

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facile intuire la portata di un lavoro simile. L’espurgazione era per molti versi

una pratica subdola, capace di rendere un opera fruibile, legalmente a tutti, ma a

quale prezzo? Ovviamente il Decamerone di Salviati rappresentò uno dei casi

estremi di espurgazione, ma non bisogna pensare che negli altri casi le opere

fossero lasciate intatte. Una simile tecnica era in grado di cancellare per sempre

intere porzioni di una cultura, la cui ricchezza è ancora oggi, per fortuna,

totalmente accessibile a tutti.

Eliminato il pericolo dell'eresia ci si impegnò a identificare e correggere tutto ciò

che potesse stimolare inquietudini e dubbi. Le università furono pesantemente

penalizzate dalla censura del '500, che bloccò il flusso di libri dal mondo

germanico. Soprattutto in campo medico, i censori non furono in grado di

valutare la portata dei contenuti, ma si lasciarono insospettire dai luoghi di

provenienza delle opere. Per quanto riguarda i testi scientifici, il lavoro più

M. Infelise, I libri proibiti, pp. 46-47

28

21

difficile fu prevedere i possibili sviluppi dei propositi. A partire dagli anni '80 del

XVI secolo tutto ciò che si allontanava dall'interpretazione aristotelico-scolastica

della natura venne considerato pericoloso, contro le Scritture e quindi eretico. Si

instaurò un profondissimo rapporto tra religione, tradizione e scienza. Il 5

marzo 1616 la Congregazione dell'Indice mise al bando scritti che trattavano "de

mobilitate terrae et de immobilitate solis" , colpendo così anche l'opera di

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Copernico che circolava senza problemi da oltre settant'anni (1543). Il 17

febbraio 1600 venne messo al rogo Giordano Bruno e nel 1633 si celebrò il

processo a Galileo. La vicenda di Galileo è strettamente legata alla diffusione

delle idee copernicane in Italia e del loro rapporto con gli ambienti ecclesiastici.

Nella penisola, il problema copernicano generò presto una contrapposizione tra

l’atteggiamento intransigente dei domenicani e quello più flessibile dei gesuiti.

La teoria copernicana, come quella galileiana trovavano il loro perno nel

principio eliocentrico. Dunque, è facile capire come queste teorie si scontrassero,

non con un semplice principio cristiano, bensì con un intero modello, il quale

costituiva una colonna portante delle Sacre Scritture. A questo punto, Galileo

pensò di affrontare il problema in modo diverso, proponendo un nuovo metodo

di interpretazione della Scrittura. Lo scienziato affermò pubblicamente che

l’utilità della Bibbia, non fosse spiegare gli eventi naturali, bensì illustrare verità

morali. In quest’ottica, i testi biblici, nelle dispute su questioni naturali e

scientifiche, andavano messi da parte, per far spazio a letture più razionali .

30

Sulla base di queste affermazioni, nel 1616 la teoria copernicana vene definita

eretica e falsa in filosofia, da alcuni teologi ma papa Paolo V, che curava un

rapporto epistolare con Galileo, non condannò tale teoria a patto che venisse

considerata come una semplice ipotesi matematica, volta a confermare la teoria

aristotelica-tolemaica. Nonostante non esistesse alcuna condanna della teoria

copernicana, in quanto la condanna, pronunciata anni prima, dai cardinali

dell’Indice non era valida poiché emessa da un organo non competente in

materia, Galileo venne ugualmente processato nel 1633. In sintesi, da un punto

di vista processuale, Galileo appariva inattaccabile ma le cose presero un piega

diversa. Infatti lo scienziato pisano venne condannato( anche se Paolo V non

promulgò mai tale condanna) e costretto ad abiurare davanti alla corte. La

condanna avvenne essenzialmente grazie ad un abile intrigo tutto basato su

documentazioni false e contraddizioni interne al diritto canonico, ma alla fine fu

il risultato che contò. Le autorità ecclesiastiche dimostrarono la loro abilità nel

manipolare gli eventi e di volgere a proprio favore l’esito di una battaglia che fu

piena di contraddizioni in seno alla chiesa stessa.

LE RESISTENZE ALLA CENSURA

M. Infelise, I libri proibiti, pag. 56

29 V. Frajese, La censura in Italia, pag. 52

30

22

Tra il XVI e il XVIII secolo si sviluppò di pari passo con la censura, un altro

fenomeno ad essa collegato. Questo fenomeno può essere considerato una sorta

di risposta involontaria ad un sistema che aspirava a regolare ogni aspetto del

pensiero e della cultura. Si tratta del fenomeno della resistenza alla censura. Nel

corso di questi secoli, si escogitarono vari modi per eludere i sistemi di controllo

sia preventivi che successivi. Il primo a svilupparsi fu il mercato clandestino , poi

si assistette alla diffusione di idee tramite il manoscritto, alle tecniche di

dissimulazione, alle false date, alle patenti di lettura. Insomma un mondo molto

variegato che seppe adattarsi ai vari mutamenti che esso incontrò nel corso di

tre secoli. In che modo le tecniche di elusione dei controlli si sono sviluppate?

L'irrigidimento della censura, associato ad un sistema di controllo poco efficace,

diede un grandissimo impulso al mercato clandestino, favorendo lo sviluppo di

una fitta rete alternativa.

Se ancora per tutto il '500 i volumi dal contenuto scottante venivano

preferibilmente manoscritti, per eludere i controlli, nei secoli successivi si

escogitarono altri espedienti. Mentre gli editori maggiori preferirono non

correre pericoli, prosperando con poco rischio grazie ad una produzione

allineata, i librai marginali cercarono nel mercato dei libri proibiti una spinta per

risollevarsi. E in effetti il mercato fu fiorente: il pubblico, stanco dei soliti libri,

cercò delle novità, e imparò subito a distinguere le stampe tradizionali (la cui

forma tradisce un altrettanto tradizionale contenuto) da quelle con note

tipografiche falsate, che lasciavano intuire contenuti meno ortodossi.

L'espediente più utilizzato, infatti, che prende il nome di falsa data o stampa alla

macchia, fu quello di stampare libri con frontespizi riportanti falsi luoghi di

edizione. Fin dalla pubblicazione dei primi indici dei libri proibiti, gli stampatori

furono obbligati ad apporre sulle opere il luogo e la data di edizione, insieme al

nome del libraio o del tipografo curatore della pubblicazione, così che si potesse

sempre risalire ad un responsabile nel caso un'opera venisse messa al bando. I

librai che volevano pubblicare testi proibiti o rimettere in circolazione

rimanenze di opere bandite adottarono quindi la stampa alla macchia per

evitare di essere perseguiti.

Il mercato illegale fece una concorrenza spietata a quello legale; alla stampa

clandestina si affiancarono i venditori ambulanti con i loro repertori di libri

importati e spesso le autorità si trovarono a dover scegliere fra un ottimo affare

e l'applicazione rigorosa delle leggi. Altre volte il problema consisteva nel

trovarsi davanti a libri che non erano necessariamente da vietare, ma che non

potevano essere stampati con l'avallo dei censori. L'autorizzazione che veniva

stampata sui volumi, infatti, era quasi sempre una sorta di valutazione positiva,

che rende le autorità corresponsabili della diffusione del contenuto. Non

23

potendo dare il proprio incondizionato appoggio, ma non ritenendo necessario

bandire il libro, i censori davano un'autorizzazione implicita a stamparlo con un

falso luogo di edizione. A Venezia, dove la stampa alla macchia costituiva il 40%

del mercato librario e l'illegalità fu garantita da alte protezioni, persino gli indici

dei libri proibiti vennero stampati con false note tipografiche.

Un'altra tecnica di elusione dei controllo era costituita dalla dissimulazione, più

antica del nicodemismo cinquecentesco, si sviluppò durante l’umanesimo , e

31

venne ampiamente utilizzata successivamente, quando la censura si fece più

intensa. La riscoperta della scrittura di dissimulazione, comportò anche la

riscoperta della retorica antica, che prevedeva l’uso del dialogo. Essenzialmente

la tecnica consisteva nella consegna del pensiero dello scrittore ad uno o più

personaggi ed inserirli all’interno di un dialogo. In questo modo, il pensiero

dell’autore veniva protetto, celato all’interno di uno dei personaggi. L’uso del

dialogo spezzava il legame stretto tra l’autore e il suo pensiero. Durante questi

secoli gli esempi di dissimulazione sono numerosi. Sicuramente uno degli

Dialogo

esempi maggiori è costituito da Galileo, che utilizzò questa tecnica nel

sopra i due massimi sistemi del mondo. L’opera seguiva la struttura di un dialogo

tra tre personaggi( Salviati, Simplicio e Sagredo). Nonostante il pensiero

dell’autore fosse stato ben celato, questo non bastò a Galileo per salvarlo dal

processo inquisitoriale. Altri casi di dissimulazione sono costituiti dalle opere di

Leon Battista Alberti, che attraverso il suo “ Dio momo” riuscì a celare il proprio

pensiero critico nei confronti di una grande varietà di temi, dalla critica ai papi

alla critica degli umanisti, giungendo a criticare anche se stesso .

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LA CENSURA DI STATO

I primi cenni di insofferenza al regime censorio si manifestarono già a cavallo tra

il XVI e il XVII secolo. Furono in primo luogo i librai a sentire il bisogno di regole

più flessibili, per poter lavorare in tranquillità. Se da una parte la loro attività li

portò ad avere contatti con letterati di cultura e religione diversa, e quindi ad

avere una mentalità più aperta e liberale, dall'altra proprio la natura

commerciale del loro mestiere li rendeva prudenti nel contrapporsi al potere

costituito dal quale dipendevano permessi e licenze. Quelli che non convertirono

la propria produzione per adeguarsi alle norme, escogitarono tutti i mezzi per

eludere i controlli e dovettero lavorare in un clima di continuo mutamento, con

un'elasticità che pochi altri settori richiedevano. Per quanto riguarda gli autori,

molti pensavano che il controllo sulle opere stampate fosse necessario, che la

libertà di parola non potesse garantire uno stato stabile; altri invece si

dichiararono per una cultura senza divieti. Ma già nel corso del XVII secolo

Inquisizione e censura persero la loro valenza minacciosa. Ai processi molti

V. Frajese, La censura in Italia, pag. 58

31 V. Frajese, La censura in Italia, pag. 62

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lettori e librai dichiararono di non aver pratica degli indici, a riprova della loro

progressiva scomparsa come strumenti di controllo. Paradossalmente, le

persone interessate a testi non convenzionali, usavano gli stessi indici dei libri

proibiti come cataloghi da cui prendere spunto per future letture. Stessa cosa

avvenne per gli indici espurgatori, che vennero adoperati per rintracciare

agilmente, nei libri stessi, i passi proibiti.

La prima voce a difesa della libertà di stampa si alzò in Inghilterra. Nel 1644

pamphlet licensing order

John Milton scrisse il l'Areopagitica come risposta al del

1643 con cui il Parlamento ripristinò la censura preventiva dopo tre anni in cui

pamphlet,

non si registrarono controlli. Nonostante lo scarso successo del fu

proprio l'Inghilterra, nel 1695, il primo paese ad abolire la censura preventiva.

Alla fine del XVII secolo l'Inquisizione aveva ormai perso il suo significato. Per i

prìncipi, al contrario, era sempre più importante influenzare la circolazione delle

idee al fine di consolidare il proprio assolutismo.

Si viene cosi a delineare definitivamente la figura della censura politica,

contrapposta a quella ecclesiastica. Le due censure operarono, compiutamente

all’interno di contesti storici differenti. Infatti, se la censura ecclesiastica

raggiunse il suo apice nel corso del XVI secolo, trovando la sua ragion d’essere

prima nella lotta alla Riforma e poi, in modo più generale, nella lotta all’eresia, la

censura politica fece il suo ingresso in scena a partire dal XVII secolo, per

imporsi definitvamente solo nel XVIII secolo. Nonostante questo, le due censure

si trovarono spesso a dover operare nello stesso territorio, generando frequenti

conflitti giurisdizionali. Ma in cosa consistevano la censura ecclesiastica e quella

politica? Lo scopo della censura ecclesiastica consisteva nell’affermare la verità

sui testi, distruggendo quelli irrecuperabili, correggendo quelli recuperabili.

Inoltre era una censura che poneva la propria attenzione verso il patrimonio

storico della tradizione culturale antica e recente ed era un istituto stabile,

potenzialmente rivolto a tutti, anche alle più alte sfere delle gerarchie

ecclesiastiche . Dall’altra parte la censura politica proteggeva gli interessi dei

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governanti e dello Stato; si trattava di una forma di tutela del consenso e

dell’autorità politica; la sua azione era indirizzata al suddito e colpiva la

diffusione di notizie presso il largo pubblico per impedire che il popolo si facesse

giudice del governo. La censura politica si ergeva a protezione delle discussioni

politiche e delle condotte delle classi elevate. La caratteristica più importante,

che la rendeva differente, strutturalmente dalla censura ecclesiastica, consisteva

nell’esclusione, da tale istituto, dei governanti. Infatti, per poter governare

V. Frajese, La censura in Italia, pag. 83

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Scienze politiche e delle relazioni Internazionali
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lucaferrante90 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'Europa e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Caravale Giorgio.

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