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L'inizio della letteratura greca e Omero

Nel documento si descrive la letteratura greca delle origini, in particolare le fasi della lingua, i dialetti e il significato di "cultura orale e aurale" di aedi e rapsodi. Inoltre, vi è un approfondimento su Omero (vita, opere maggiori e minori, lingua, linguaggio formulare e forme narrative) e sulla questione omerica dall'antichità al Novecento.

Esame di Letteratura greca docente Prof. G. Avezzù

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Avendo scritto l'Iliade nella pienezza del suo spirito,

tutto il corpo di quest'opera egli fece drammatico e

ardente d'azione; quello dell'Odissea invece narrativo, il

che appunto è proprio della vecchiezza. Quindi

nell'Odissea potrebbe Omero paragonarsi al sole quando

tramonta, che mantiene la sua grandezza, perduto però

l'ardore. [Anonimo, Sul sublime IX, 3, trad. Rostagni]

In età moderna

- Nel Settecento

Per secoli e secoli non si tornò più sulla questione, finché nel primo Settecento l'abate francese

d'Aubignac e l'italiano Vico negarono l'esistenza storica di Omero, approdando però a esiti critici

opposti: d'Aubignac giunse a una radicale condanna della poesia omerica in nome della sua

rozzezza, mentre Vico ne esaltò la validità artistica come il prodotto collettivo della fantasia

creatrice dell'intero popolo greco.

Il vero padre della "questione omerica" fu però il tedesco Wolf, che, facendo costante riferimento

a D'Aubignac, nel 1795 considerò Omero come il punto di partenza di una lunga tradizione epica

orale che verrà fissata per iscritto solo nel VI secolo a.C. con Pisistrato (Cicerone, De oratore:

(Pisistratus) primus Homerii libros, confusos antea, sic disposuisse dicitur, ut nunc habemus) o

con il figlio Ipparco; due furono le conseguenze principali della sua tesi: innanzitutto Omero non

sarebbe mai esistito come persona fisica e in secondo luogo i due poemi sarebbero derivati

dall'unione di canti o spezzoni autonomi composti in varie epoche e da poeti diversi e recitati da

rapsodi.

- Nell'Ottocento

Sulle orme di Wolf si collocarono nell'Ottocento i filologi tedeschi del metodo analitico, che

sostennero una teoria volta all'individuazione di nuclei originari nei due poemi, dissolvendone

l'unità: Hermann, per esempio, con la "teoria del nucleo" affermò che era esistita una sorta di

Iliade primitiva che trattava dell'ira di Achille e che nel corso del tempo sarebbe stata integrata e

ampliata fino a diventare l'Iliade nella forma a noi nota.

Un'altra personalità di spicco fu Lachmann, che con la "teoria dei canti" individuò nell'Iliade

almeno 16 canti originari e indipendenti tra loro, i quali sarebbero stati poi conglomerati nel

poema attuale.

Il suo discepolo Kirchhoff con la "teoria della compilazione", riguardante questa volta l'Odissea,

affermò che qui si potevano rintracciare non singoli canti originariamente indipendenti, ma

composizioni epiche minori di varia lunghezza e di epoca diversa, poi accorpate da un anonimo

rielaboratore.

Alle posizioni del metodo analitico si opposero gli studiosi della tendenza neo-unitaria che

sostennero, al di là delle possibili incongruenze, la tesi dell'unità compositiva dei poemi omerici;

secondo Schadewaldt, per esempio, l'architettura dell'Iliade era talmente solida che non poteva

aver assunto tale forma per l'opera confusa e diluita nel tempo di vari "cucitori di canti", anzi,

tutto suggeriva piuttosto l'esistenza di una mente creatrice di un poeta geniale che avrebbe

perseguito un disegno poetico unitario.

- Nel Novecento

La svolta decisiva nell'approccio alla questione omerica ebbe luogo nei primi decenni del

Novecento grazie allo statunitense Milman Parry, che, attraverso un'analisi comparata con i canti

popolari della Serbia, puntò l'attenzione sulla composizione orale e sul carattere della cosiddetta

"formularità": la formula era un gruppo di parole fisso regolarmente impiegato nelle stesse

condizioni metriche per esprimere una certa idea; più formule costituivano una sorta di ricco

vademecum mnemonico a disposizione degli aedi, che potevano così improvvisare oralmente,

completando più agevolmente i loro versi; tale materiale pre-costituito aiutava anche la fruizione

da parte del pubblico, che poteva così capire più facilmente e ascoltare senza sforzo.

Questo approccio cambiò radicalmente le prospettive della questione omerica, spostando

l'interesse degli studiosi dall'autore e dall'origine dei poemi omerici all'analisi dei meccanismi che

governano la poesia orale.

Il linguaggio formulare

Gli elementi formulari più importanti sono:

l'epiteto: è un attributo o un'apposizione che indica le qualità di una persona (es. Achille pié

veloce), di un elemento naturale (es. mare urlante), di un animale (es. cani veloci) o di una

cosa (es. navi nere);

il patronimico: è un attributo che allude agli antenati dell'eroe (es. il Pelide = Achille, figlio di

Peleo);

la scena tipica che segue un calco comune e prefissato (es. banchetti, assemblee,

vestizione delle armi prima di un duello, funerale, ecc.);

la frase fatta che può occupare poche parole o interi versi (es. Quando apparve la figlia

della luce, l'Aurora dalle dita di rosa).

Le forme narrative

Visto il carattere orale della poesia epica, essa richiedeva l'impiego di specifici schemi narrativi per

riuscire a colpire immediatamente l'uditorio e per non incatenare il fluire del discorso. Oltre

all'impiego della formula, i procedimenti più tipici della tecnica orale sono:

la paratassi: è la coordinazione di periodi generalmente brevi;

la similitudine: istituisce un rapporto di somiglianza tra fenomeni, elementi o oggetti diversi

attraverso l'uso dell'avverbio "come" (es. Per primo, con i suoi stessi occhi, il vecchio

Priamo lo scorse / lanciarsi per la pianura, lucente come l'astro / che sorge in autunno e i

cui fulgidi raggi / brillano in mezzo a molte stelle);

la composizione circolare o Ringkomposition: il poeta, prima di passare a un nuovo

argomento, tende a riepilogare quanto detto in precedenza riallacciandosi all'esordio del

brano, così da formare una specie di anello narrativo;

l'esametro dattilico catalettico: è un verso di natura quantitativa composto da 6 piedi o

misure, chiamati "dattili", composti ciascuno da una sillaba lunga e due sillabe brevi (─ ),

ں ں

queste ultime eventualmente sostituibili da un'unica lunga (─ l'ultimo piede è catalettico,

─);

cioè difettoso di una sillaba, e per questo è detto indifferens.

L'esametro è un verso fluente e narrativo che dà al linguaggio un ritmo lento e solenne.

La lingua di Omero

La lingua di Omero consiste in una mescolanza di dialetti; essa è "stratificata", nel senso che vi si

possono distinguere forme arcaiche e forme più recenti mescolate insieme:

base: dialetto ionico (es. dativo plurale della I declinazione in -ῃς/-ῃσι e non in -αις e quello

− della II in -οισι e non in -οις);

varie forme del dialetto eolico (es. apocope della vocale finale di particelle e preposizioni o

− dativo plurale della III declinazione in -εσσι e non in -σι);

ristretto numero di atticismi (es. pochissimi verbi con aumento).

I poemi omerici: Iliade e Odissea

I poemi omerici rientrano in una produzione epica precedente: infatti, presentano un argomento di

base micenea, in quanto la guerra di Troia si è combattuta prima della caduta dei Micenei nel 1250

a.C., ma con caratteristiche risalenti a una società più evoluta. Essi risalgono a una fase codificata

per iscritto, collocandosi così ai margini delle due fasi: da un lato sono il prodotto di una tradizione

orale attraverso generazioni e generazioni di aedi, dall'altra mostrano i caratteri di un'elaborazione

unitaria conservata attraverso la scrittura (auralità).

- Iliade

L'Iliade è il "poema di Ilio" (Troia) e consta di circa 15.500 esametri, che nel III secolo a.C. i

grammatici alessandrini divisero in 24 canti, ciascuno contrassegnato da una lettera maiuscola

dell'alfabeto greco (Α-Ω). Essa narra la storia della conquista della città di Troia da parte

dell'esercito greco, sebbene si soffermi sugli ultimi 51 giorni del decimo anno della guerra.

L'antefatto della vicenda è mitico: nel corso di un banchetto la dea della discordia offre una mela

d'oro alla dea più bella; subito scoppia una disputa tra la dea dell'amore Afrodite, la sposa di

Zeus Era e la dea della saggezza e della guerra Atena, e si stabilisce che la scelta venga fatta

da Paride, uno dei figli di Priamo, re di Troia; il giovane giudica Afrodite la più bella e in cambio la

dea gli offre l'amore della donna più bella della terra, ossia Elena, che però è già moglie di

Menelao, re di Sparta. Giunto a Sparta, Paride se ne innamora e la rapisce, portandola con sé a

Troia, e Menelao, con l'aiuto del fratello Agamennone, re di Micene, organizza una spedizione

militare per vendicare l'offesa subita.

Il poema ha inizio: per non aver restituito Criseide a Crise, sacerdote di Apollo, Agamennone ha

provocato l'ira del dio, il quale devasta il campo acheo con un'epidemia; costretto a restituire la

fanciulla, Agamennone prende in cambio Briseide, l'ancella di Achille, che, irato, decide di non

combattere più a fianco dei Greci.

La guerra continua e la situazione peggiora: Patroclo, il più caro amico di Achille, ottiene

dall'eroe il permesso di indossare le sue armi; fa strage dei nemici, spingendosi fin sotto le mura

di Troia, e qui, colpito dapprima alle spalle da Apollo, viene ucciso da Ettore.

Achille decide allora di tornare in campo per vendicare l'amico ucciso e il suo pianto è tanto

disperato che la madre Teti accorre dalle profondità del mare promettendogli nuove armi, che

Efesto forgerà durante la notte.

Rientrato in battaglia, Achille riempie di cadaveri il fiume Xanto, ma Apollo, assunta la figura del

troiano Agenore, lo respinge, consentendo ai Troiani di rifugiarsi entro le mura. Solo Ettore è

rimasto fuori: egli fugge di fronte ad Achille e per tre volte corre intorno alle mura della città;

Atena, con le sembianze del fratello Deifobo, lo inganna promettendogli aiuto e così Achille lo

uccide. L'ira di Achille non si placa e, legato il cadavere del nemico al suo carro, lo trascina nella

polvere sotto lo sguardo del padre Priamo, della madre Ecuba e della moglie Andromaca; poi si

ritira nel campo greco per celebrare il funerale dell'amico Patroclo.

Nel campo greco giunge Priamo che implora Achille di restituire la salma del figlio per potergli

dare sepoltura, offrendogli in cambio ricchi doni; l'eroe dapprima rifiuta ma poi, commosso dalle

parole del vecchio re e pensando al proprio padre, gli restituisce il cadavere di Ettore, che viene

arso su una grande pira e riceve i dovuti onori.

- Odissea

L'Odissea è il "poema di Odisseo" (Ulisse) e consta di circa 12.000 esametri; anch'essi furono

divisi nel III secolo a.C. dai grammatici alessandrini in 24 canti, ciascuno contrassegnato da una

lettera minuscola dell'alfabeto greco (α-ω). Essa narra le avventure e i molti dolori patiti da Ulisse

durante il viaggio di ritorno all'isola di Itaca dopo la distruzione di Troia.

Sono passati dieci anni dalla fine della guerra, ma il dio del mare Poseidone, in collera con

Ulisse che ha accecato suo figlio Polifemo, continua a ostacolarne il ritorno.

Il poema ha inizio: gli déi, riuniti sull'Olimpo, decidono che Ulisse può finalmente lasciare l'isola di

Ogigia dove la ninfa Calipso, innamorata di lui, lo tiene prigioniero da circa sette anni.

L'azione si sposta a Itaca, dove solo la moglie Penelope e il figlio Telemaco sperano ancora nel

ritorno dell'amato, lontano ormai da vent'anni e di cui da dieci non si hanno più notizie. Così

Telemaco decide di compiere un viaggio a Pilo e a Sparta per chiedere ai rispettivi re, Nestore e

Menelao, se hanno notizie del padre: il primo non sa dargli informazioni a riguardo, mentre il

secondo narra di aver saputo che è vivo e trattenuto lontano dalla ninfa Calipso.

Nel frattempo, Ulisse parte dall'isola di Ogigia su una zattera, ma una tempesta, sollevatagli

contro da Poseidone, lo fa naufragare sull'isola dei Feaci, dove viene trovato da Nausicaa, figlia

del re Alcinoo. Nel corso di un banchetto, sentendo narrare dall'aedo Demodoco le vicende della

caduta di Troia, Ulisse si commuove, rivela agli abitanti dell'isola la sua identità e inizia a narrare

con un lungo flashback le sue avventure: egli ha incontrato i Lotòfagi, che offre ai compagni il

fiore del loto, facendo loro perdere il desiderio di tornare in patria; il ciclope Polifemo, figlio di

Poseidone, che viene accecato per aver divorato sei compagni; Eolo, re dei venti, che regala un

otre nel quale sono racchiusi i venti contrari alla navigazione e che i compagni aprono, persuasi

che contenga ricchezze; la maga Circe nell'isola di Eèa che trasforma in porci i compagni; le

Sirene; Scilla e Cariddi, mostri collocati ai lati dello stretto di Messina che mettono a repentaglio

la vita dei naviganti; e il dio Sole, del quale vengono mangiati i buoi a lui sacri. Per conoscere il

proprio destino, Ulisse è dovuto pure scendere nel regno dei morti, dove ha parlato con le anime

di Achille, Agamennone e la madre Anticlea.

I Feaci decidono di ricondurre Ulisse alla sua isola: lo imbarcano su una nave e lo depongono

addormentato sulla spiaggia di Itaca.

Su consiglio di Atena, Ulisse, vestito da mendicante, va alla stalla di Eumeo, il guardiano dei

porci, che lo accoglie fraternamente senza riconoscerlo e gli narra la situazione dell'isola. Anche

Telemaco, ritornato dal suo viaggio, si reca da Eumeo e, su suggerimento della dea Atena,

Ulisse gli si rivela.


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AUTORE

Tonnina

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
Università: Verona - Univr
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Tonnina di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura greca e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Verona - Univr o del prof Avezzù Guido.

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