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Critica della ragion pratica

Introduzione

La ragion pura teoretica riguarda solo la conoscenza empirica. La ragion pura pratica indaga i motivi che determinano la volontà, la quale produce oggetti che corrispondono a rappresentazioni oppure si autodetermina. Compito dell’opera è distogliere la ragione pratica (non pura, che ha in sé le regole per criticare se stessa) empiricamente condizionata dalla pretesa di determinare da sola la volontà.

Analitica della ragion pura pratica

Capitolo I: Dei principi della ragion pura pratica

Definizione

Principi pratici = proposizioni che contengono una determinazione universale della volontà. Possono essere massime soggettive se la condizione è valida solo per la volontà di uno o leggi pratiche oggettive se la condizione è valida per la volontà di ogni essere razionale. I principi non sono leggi necessarie perché la ragion pratica ha a che fare con il soggetto/volontà. Quando non è solo la ragione a determinare la volontà, le regole sono imperativi oggettivi. Possono essere imperativi ipotetici (semplici precetti pratici) quando sono condizionati dalla volontà di ottenere un fine specifico, o imperativi categorici, vere leggi universali, necessarie, indipendenti dalle specifiche volontà e condizioni accidentali/soggettive; la ragione presuppone solo se stessa a priori.

Principi pratici materiali non possono fornire leggi pratiche in quanto non hanno necessità oggettiva conosciuta a priori, quindi sono semplici massime per un soggetto (consigli per l'uso del desiderio), non leggi. Il motivo determinante del libero arbitrio è sempre empirico e anche il principio pratico materiale che lo presuppone; nessuna rappresentazione di un oggetto è conoscibile a priori se è legata al piacere o dispiacere arbitrario/soggettivo di chi desidera quell'oggetto. I principi pratici materiali appartengono al principio universale dell’amor proprio, ovvero alla felicità/piacere di un oggetto, che appartiene al senso/sentimento, non all’intelletto, quindi è pratico; la sensazione di piacere determina la facoltà di desiderare.

Nessuno indaga se le sue rappresentazioni provengono dai sensi o dall’intelletto ma soltanto il grado di piacere provato. Questa ragione patologicamente determinabile è subordinata alla ragione pura pratica (che come pura può essere pratica) la quale è la vera facoltà superiore di desiderare poiché determina la volontà per se stessa e non in funzione delle inclinazioni di piacere o dispiacere, ed è quindi legislatrice. La felicità/piacere è un motivo determinante materiale che può essere conosciuto solo empiricamente; è una legge soggettivamente universale poiché la felicità è alla base del desiderio ovunque ma non può valere come legge pratica poiché una legge dev’essere conosciuta con la ragione e dev’essere oggettivamente universale e necessaria.

Se la materia di un principio pratico è il motivo determinante della volontà, questa è soggetta a condizione empirica. Per avere una legge bisogna astrarre da essa ogni materia/oggetto della volontà e rimane quindi la forma di una legge universale, e questa è la vera legge pratica: una proposizione identica e chiara di per sé, non affetta da inclinazioni sensibili. Se si volesse dare a una massima l’universalità di una legge si otterrebbe la distruzione della massima stessa e del suo scopo poiché la volontà di ognuno ha un diverso oggetto (il proprio benessere/felicità).

La volontà che segue la legge composta dalla semplice forma legislativa delle massime è una volontà libera in quanto indipendente dalla legge naturale di causalità dei fenomeni; la forma legislativa, in quanto unica cosa contenuta nella massima, è ciò che solo può costituire il motivo determinante della volontà libera. Libertà e legge pratica incondizionata si corrispondono. Appena ci formiamo la massima della volontà diveniamo consci della legge morale poiché essa deriva dalle leggi pure pratiche di cui possiamo divenir consci esattamente come siamo consci dei principi teoretici puri (che portano alla coscienza di un intelletto puro); la ragione ci presenta la legge morale come un motivo determinante e questo ci porta al concetto di libertà, della quale non possiamo essere subito consci né dedurla dall’esperienza.

Legge fondamentale della ragion pura pratica

Le azioni sono giuste quando la massima della volontà vale come principio di una legge universale. La regola pratica è incondizionata; si presenta a priori come una proposizione pratica categorica; determina oggettivamente la volontà pura, indipendente dalle condizioni empiriche (non ricerca un effetto desiderato) e determinata mediante la semplice forma legislativa. La coscienza di questa legge fondamentale è un fatto della ragione; non si può dedurre per ragionamento a posteriori ma è una proposizione sintetica a priori che non si fonda su alcuna intuizione né pura né empirica. Questa legge universale proviene dalla ragion pura pratica e si chiama legge morale, valida per tutti gli esseri razionali in quanto dotati di ragione e volontà (anche l’intelligenza suprema dell’essere infinito), quindi capaci di azioni secondo principi e dunque anche secondo principi pratici a priori. Nell’uomo però ha la forma di imperativo categorico poiché nell’uomo si gioca una dialettica tra la ragione e i bisogni sensibili, quindi ha una volontà pura ma non una volontà santa e ha bisogno di una legge morale diversa dal libero arbitrio patologicamente affetto (implica un desiderio che deriva da cause soggettive); costrizione interna intellettuale della ragion pratica.

Il principio unico della morale consiste nell’indipendenza dalla materia (oggetto indesiderato) da parte della legge e nel determinare il libero arbitrio mediante la semplice forma legislativa universale. L’indipendenza dalla materia è libertà negativa mentre la legge morale esprime libertà positiva; esprime l’autonomia della ragion pura pratica. Ogni volere deve avere un oggetto e quindi una materia ma non deve divenire la condizione determinante della massima, altrimenti questa non varrebbe come legge. La materia può divenire una legge pratica oggettiva solo quando si comprende in essa la felicità degli altri.

Se il principio dell’amor proprio è motivo determinante della volontà avviene l’esatto contrario del principio di moralità; il principio può fornire massime ma non leggi della volontà in quanto si fonda su dati empirici e soggettivi; può dare leggi generali ma mai universali. La massima dell’amor proprio consiglia (prudenza) ma la legge morale comanda. I motivi determinanti la volontà possono essere soggettivi (empirici) esterni o interni; non servono al principio universale della moralità o oggettivi (razionali) esterni o interni.

Della deduzione dei principi della ragion pura pratica

La ragion pura è pratica in quanto determina la volontà (libera) in modo autonomo secondo principi pratici. Nella Critica della ragion pura speculativa non erano i principi ma l’intuizione sensibile pura di tempo e spazio il primo dato che rendeva possibile la conoscenza a priori degli oggetti fenomenici. La legge morale invece non ha a che fare con il mondo sensibile e con l’uso teoretico della ragione ma indica e determina un mondo dell’intelletto puro e porta alla luce la legge morale. Gli esseri razionali hanno una natura sensibile che prevede la loro esistenza sotto leggi empiricamente condizionate, e una natura soprasensibile che prevede la loro esistenza sotto leggi che appartengono all’autonomia della ragion pura pratica. Nella natura a cui la volontà è soggetta sono gli oggetti a determinare la volontà, mentre nella natura soggetta ad una volontà libera è essa ad essere causa degli oggetti poiché la causalità è determinata dalla ragion pura pratica.

La possibilità di un ordine naturale sovrasensibile di cui la ragion pura pratica sia legge non può essere conosciuta a priori nel mondo intelligibile. Le leggi pure pratiche sono possibili nel mondo intelligibile non mediante intuizioni ma in relazione alla libertà della volontà; se c’è la libertà, sono necessarie; la volontà è necessaria perché le leggi, in quanto postulati pratici, sono necessarie. Deduzione = giustificazione del valore oggettivo e universale di un principio. La realtà oggettiva della legge morale non può essere dedotta a posteriori con la ragione teoretica, speculativa o empiricamente sostenuta; essa è data come un fatto della ragion pura di cui si è consci a priori e con certezza apodittica. La legge morale non può essere dedotta ma è essa stessa il principio della deduzione della libertà; dimostra la realtà della libertà negli esseri che riconoscono la legge morale come obbligatoria; la legge morale è una legge della causalità mediante la libertà e quindi della possibilità di una natura soprasensibile. Il concetto di causalità, la sua applicazione e il suo significato hanno luogo solo in relazione ai fenomeni.

Del diritto della ragion pura, nell’uso pratico, a una estensione che non le è possibile nell’uso speculativo per sé

Nell’ambito della morale il motivo determinante della causalità è al di sopra delle condizioni del mondo fenomenico. Critica all’empirismo humiano: per Hume il concetto stesso di causa è ingannevole in quanto si fonda su una connessione che in realtà è inesistente e frutto dell’abitudine di collegare un effetto alla causa necessariamente. In questo caso la soluzione è il puro empirismo che porta come conseguenza lo scetticismo sull’intera scienza della natura, e quindi in ogni uso teoretico della ragione. Hume pone l’abitudine al posto della necessità oggettiva riguardo al concetto di causa. Kant dimostra che la teoria di Hume si applica sì ai noumeni (in quanto ritiene gli oggetti dell’esperienza cose in sé), dei quali è vero che non si possono conoscere le determinazioni, ma non ai fenomeni.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/06 Storia della filosofia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher elib. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della filosofia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Trieste o del prof Martinelli Riccardo.
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