Teoria della letteratura italiana – Gatto 2019/2020
Jameson
Nasce negli USA nel 1934 e si forma nei primi anni '50 (si laurea nel 1954) in un’università tipica degli Stati Uniti degli anni '50, che ha due caratteristiche: ha accolto molti studiosi di origine ebraica dall’Europa a causa del nazismo sotto cui si forma Jameson (tra questi c’è Adorno, scappato dalla Germania; Tomas Mann; Auerbach, autore di “Mimesis”, uno studio del realismo da Omero a Proust in chiave storicista). L'accademia, nonostante accolga questi studiosi, produce una visione della letteratura e della cultura un po’ retriva, restia ad accogliere novità. È fortemente tradizionalista. Tra gli anni '30-'60, il metodo critico teorico che si insegna ha poco a che fare con la visione della letteratura che poteva avere un Auerbach, ovvero una profonda storicità dei fatti culturali.
Invece, negli USA c’è una lettura dei testi diversa, che chiude il testo in sé stesso e non lo apre al mondo, alla storicità, alla realtà. C’è una lettura dei testi ravvicinata, quasi privatista, chiusa a tutto ciò che viene considerato extra-testuale. Questo diventa poi una scuola: la New Criticism.
Nel 1930 è pubblicato “Sette tipi di ambiguità” di Empson, che tratta delle analisi di alcune tipologie di ambiguità nella poesia. Quest’analisi è una sorta di attenzione analitica profondissima. Tuttavia, non restano fermi a un dato filologico di ricostruzione testuale ma ragionano molto sul significato del testo. Però il significato del testo è interno al testo stesso, non ha bisogno di richiamare in causa altri fattori esterni. Questa lettura dei testi proposta da questi teorici, in primis Empson, è detta close reading ovvero lettura ravvicinata. Il testo è considerato come un organismo indipendente, autonomo, che può essere studiato a prescindere da tutto il resto, attraverso uno strumentario analitico solamente letterario.
Perché quest’impostazione diventa egemonica? Solitamente, nei periodi di forte crisi storica e culturale, la cultura reagisce chiudendosi in sé stessa. E l’accademia, sia negli USA sia in Europa, rappresenta questa tendenza. (Auerbach non condivide quest’approccio).
Jameson si trova davanti a questa situazione: un’accademia molto conservatrice che, tuttavia, per ragioni storiche accoglie alcuni tra i più grandi intellettuali dell’epoca. Ed è un’accademia a digiuno di Pensiero Dialettico, cioè a digiuno della tradizione concettuale, tipicamente occidentale, che concepisce l’attività speculativa concettuale come un perenne dinamismo, come una perenne verifica di sé stesso.
Il pensiero dialettico è sempre in movimento, mai statico. I concetti nel pensiero dialettico vengono concepiti e letti come se fossero dinamici, sempre in costruzione, mai definitivi. La verità si costruisce attraverso un processo, e per farlo il pensiero ha bisogno di volta in volta di verificarsi. Questa mentalità non c’è in America in quegli anni; anzi, domina la mentalità pratica, empiristica, materiale, tipica anglosassone. Dove i concetti, se esistono, sono strumento di qualcosa che deve essere realizzato. La verifica concettuale è messa un po’ da parte, l’importante è il dato, l’efficienza di quel dato pensiero in quel momento perché produce qualcosa. Se il pensiero non produce qualcosa, a livello empirico non serve.
Mentre nella tradizione occidentale il pensiero è quasi scisso dalla sua strumentalità, dal suo uso diretto. Gli intellettuali che vengono dall’Europa soffrono questa situazione e Jameson introietta, da americano, l’esigenza di portare i fondamenti del pensiero dialettico in un contesto dominato dall’empirismo. Questo è uno dei suoi primi obiettivi.
Nel '60 si addottora sotto Auerbach e la sua tesi è un lavoro molto particolare, diverso dai suoi futuri lavori, fortemente influenzato da Auerbach e da una tradizione umanistica molto legata alla filologia (anche se è una filologia storica). Questo libro esce nel '61 e si intitola “Sartre – le origini di uno stile”, ed è uno studio sullo stile di Sartre. La parola che ci deve far interrogare è stile, perché quest’opera, se fra una decina d’anni, appare totalmente interna a un campo di studi che è diversissimo da questo, ma in fondo rimane ancora una lettura analitica del testo, ed è un’interrogazione sulla specificità stilistica dell’autore.
Questo modo di leggere i testi si chiama Critica Stilistica (o Stilcritica), di cui fanno parte Auerbach, Spitzer e Vossler. Costoro sono dei grandi umanisti che però non accettano l’autonomia del testo letterario. Anzi, al contrario ritengono che proprio la formazione dello stile individuale dello scrittore non sia un fatto solo letterario. Per cui, quella che dovrebbe essere una nozione che noi attribuiamo alla letteratura (lo stile di un autore), in realtà è una nozione sì letteraria, però che chiama in causa elementi extra letterari. Nella costituzione di uno stile specifico agisce l’influenza di fattori esterni, contestuali, non solo testuali.
E tutto lo studio di Jameson sarà teso a dimostrare come le origini dello stile di Sartre siano, in fondo, legate a una concezione più generale. Tuttavia, è curioso che Jameson consideri tanti aspetti anche della biografia di Sartre ma non menzioni quasi mai (solo un paio di volte) l’affiliazione filosofica di Sartre al Marxismo, e quindi il suo grande impegno politico. Qui l’orizzonte politico resta quasi estraneo. Ma questo non significa che ci sia una visione della letteratura autonomistica o esclusivistica (come nel caso del New Criticism). Tuttavia, c’è un’attenzione analitica riservata ai testi, che restano l’oggetto privilegiato.
Dal '54 al '60, Jameson studia in Francia e Germania (imparando anche la lingua). Ciò è importante perché questi sono gli anni in cui inizia a formarsi lo strutturalismo e l’Europa inizia a diventare un calderone politico. E nel '58/'59 inizia a conoscere il marxismo (come dottrina politica ma anche come metodo di indagine). Oltre a Sartre, che per Jameson è un maestro, è anche importante Althusser, che in quegli anni ('60/'61) pubblica dei saggi sulla visione del marxismo.
Nel '61 Sartre pubblica “Critica della ragione dialettica” (testo che Jameson non tiene in considerazione perché ha già scritto la sua tesi), testamento filosofico di Sartre che cambia la visione di Jameson su di lui. Jameson acquisisce i rudimenti della dialettica da questo libro e la lettura di questo libro trasforma Jameson e rappresenta l’avvio di un nuovo percorso.
Quindi Jameson si ferma e per dieci anni studia la dialettica, il pensiero dialettico, e nel 1971 tutto ciò produce il vero grande libro di Jameson, “Marxismo e forma”, in cui appare la parola forma, tipica del pensiero dialettico, mentre la parola stile era tipica del pensiero letterario relativo a questo tipo di impostazione. Il sottotitolo è “Teorie dialettiche della letteratura nel XX secolo”.
È un libro sulle teorie in cui Jameson, per poter offrire la sua proposta elaborata in questi dieci anni, deve confrontarsi con le migliori letture di tipo dialettico della letteratura, prodotte da una tradizione (che è quella del marxismo) nel '900. Tra queste c’è Sartre. Quindi Sartre non è solo un oggetto analitico di tipo solo letterario come lo era stato nel primo libro, ma diventa un oggetto analitico di tipo filosofico-politico. A Jameson non interessa più un’analisi dello stile di Sartre, ma il modo in cui Sartre ha elaborato una teoria della dialettica della letteratura.
Gli altri che prende in considerazione, oltre a Sartre, sono i grandi personaggi della critica culturale filosofica di ascendenza marxista del '900. Tra questi c’è Lukács, filosofo ungherese importante per il marxismo, unico ad aver scritto un’estetica marxista, cioè una teoria dell’arte marxista fondata soprattutto sulla letteratura. Poi c’è Adorno, il primo a ragionare sulla cultura di massa in un’ottica materialistica. Poi ci sono Bloch, Benjamin, Marcuse, ecc.
Jameson vuole esaltare l’affiliazione al pensiero dialettico e ciò non è facile perché in quegli anni si apre una voragine del marxismo stesso, anche a causa di Althusser. Da un lato c’è chi sostiene l’altissima valenza dialettica del marxismo e quindi il profondo rapporto che c’è tra Hegel e Marx. Quindi per costoro il marxismo è una teoria della storia, colta come processualità e come susseguirsi di lotte di classe. Il marxismo è la filosofia che esalta questo dinamismo.
Dall’altro c’è il marxismo scientista che si lega alla proposta di Althusser che vuole conciliare le posizioni scientifiche dello strutturalismo con il marxismo, dicendo che il marxismo non è teoria della storia, né dell’uomo, né un’antropologia sociale ed economica, ma è la scienza dei processi economici. Quindi al pari delle scienze studia i meccanismi non umani, contrassegnati dal calcolo, sono astratti.
Quindi Jameson si trova in questa condizione di dover portare in America l’area dialettica del marxismo, in un contesto profondamente scientifico ed empirista, proprio nel momento in cui questo pensiero scientifico empirista attecchisce in Europa nell’ambito del marxismo stesso. Ovviamente Jameson patteggia per l’aria dialettica e tuttavia non esclude la lezione di Althusser.
In Jameson c’è l’idea di favorire il pensiero dialettico ma di non escludere anche tutto il resto. Ciò ha fatto sì che una delle principali accuse a lui mosse fosse di hegelismo, soprattutto da parte di Franco Fortini che nel 1975 scrive l’introduzione a “Marxismo e forma” e fa a pezzi Jameson, pur dicendo che l’operazione culturale è interessante perché per la prima volta gli studiosi americani hanno una specie di manuale dei dialettica. Tuttavia appare come un generoso pasticcio perché dal libro emerge la necessità di appropriarsi di tutto, di cercare di valorizzare tutto ciò che da una certa tradizione viene senza escludere nulla, per poi in un secondo momento fare delle scelte.
Queste scelte vengono messe in campo nell’ultimo capitolo di “Marxismo e forma” (dove ogni capitolo è dedicato a un teorico, mentre nell’ultimo ci sono le proprie elaborazioni secondarie della teoria dialettica della letteratura. Qui Jameson inizia a dettare i suoi propositi di ricerca che lo accompagneranno nel decennio successivo).
L’acquisizione fondamentale che emerge da questa elaborazione (cioè la lezione che la dialettica può offrire a una concezione marxista della letteratura) si può tradurre in una formula, che poi diventa il motivo chiave della produzione di Jameson: noi possiamo produrre della letteratura solo in un orizzonte. Ciò significa che noi possiamo produrre della letteratura, però l’ultimo orizzonte in cui la letteratura verrà colta sarà sempre quello della politica. E per politica si intende “il profondo orizzonte della storicità umana” come dice Sartre.
Cioè esiste nell’atto dell’interpretazione, secondo Jameson, una pluralità di livelli. E l’ultimo livello è quello storico-politico, che non si può superare anche in testi che sembrano lontani da questo orizzonte e soprattutto anche quando le letture di questi testi non considerano questo orizzonte, il metodo dialettico li conserva, li valorizza per quello che sono, ma li sposta e li trascina sempre sull’orizzonte più alto, che considerato adeguatamente illumina poi di luce propria l’oggetto di cui si tratta.
La letteratura per Jameson va studiata così, e così facendo ci accorgiamo che c’è un punto limite, cioè non potremmo mai andare oltre l’idea che il testo sia un prodotto storico.
Nel 1981 esce “L’inconscio politico”, il cui sottotitolo è “La narrazione come atto socialmente simbolico” dove il testo narrativo viene letto come atto sociale, ma anche come simbolo, come atto simbolico. Ciò significa che, in fondo, in ossequio a quanto ci dicono Lukács, Adorno e gli altri pensatori dialettici i testi, quindi le forme, emergono da una certa contingenza storica e si fanno presenti ad un certo punto spesso come un’esigenza. E si impongono.
Quindi ci si pone il perché ad un certo punto le forme letterarie emergono e si impongono. Perché il romanzo diventa il genere espressivo principale ad un certo punto? È solo un’esigenza di tipo culturale? Di tipo formale? Probabilmente no, quindi dobbiamo cercare di aggredire il problema da una dimensione più generale.
Allora Jameson non ricorre all’idea di simbolo ma di un oggetto simbolico. Dice che quando una forma emerge e ci sono presupposti di tipo storico, politici, materiali, culturali, viene fuori come fosse un atto simbolico. Cioè come fosse il sintomo di qualcosa, così come in un ambito psicoanalitico il sintomo è il simbolo di una nevrosi. L’inconscio politico mi fa capire che è intervenuta, nel frattempo, la presenza di un nuovo grande modello: la psicoanalisi freudiana (infatti nel '81 Jameson è visto come un freudo-marxista: un teorico che mette insieme psicoanalisi e marxismo).
La psicoanalisi gli serve, a livello quasi metaforico teorico, per spiegare l’emersione della forma. Le forme emergono come sintomo sociale. In psicoanalisi il sintomo è qualcosa che sta in superficie (è invisibile come lo è qualsiasi forma). Un pensiero dialettico, privo di dialettica, potrebbe accontentarsi di questo. Il pensiero dialettico però concepisce il simbolo, quindi l’emersione della forma, come il risultato epidermico, superficiale e apparente di un qualcosa che sta sotto. Mentre in psicoanalisi l’inconscio sta sotto.
Se trasferiamo in ambito letterario questo modello, una forma si fa presente con un simbolo (un romanzo, la nascita del romanzo). Questa forma è sintomo di un inconscio (che non è l’inconscio individuale del soggetto nevrotico, ma è l’inconscio di una forma). Jameson chiama l’inconscio di una forma inconscio politico. Nel senso che questa forma qui non è solo l’esito di un sintomo soggettivo, individuale, ma un sintomo sociale che ha una pluralità di spiegazioni, di presupposti, di risultanze che possiamo spiegare solo se tiriamo in causa quell’orizzonte intrascendibile politico.
Infatti, il suo libro si apre con lo slogan “storicizzare sempre”. L’altra espressione che Jameson usa sempre è “in fondo io voglio che la letteratura venga compresa come fosse parte della grande storia umana collettiva, cioè come fosse una delle funzioni imprescindibili dell’umano. Non del singolo ma della società”.
Questo è il macro modello che si spiega alla proposta dell’inconscio politico. Ma nello specifico del testo ha una sua tradizione teorica ben definita. Jameson alla fine vuole dire che, per il pensiero dialettico, gli altri oggetti culturali (i testi) sono sempre apparenze, simboli, manifestazioni superficiali di un’essenza. Tutta l’estetica hegeliana, ma anche la fenomenologia dello spirito si fonda su una dialettica che è senza apparenza. Ciò significa che le cose non sono mai quelle che appaiono e che l’indagine deve mostrare i motivi per cui quelle cose appaiono in un certo modo.
Marx dice che ciò che vedo, la merce, non è solo una merce che viene posta. La lettura dialettica deve andare a vedere da dove nasce questa merce. E in fondo tutta la teorizzazione marxiana delle merci e del capitalismo nasce dall’idea che questa merce possa essere scomposta e compresa in tutti i suoi presupposti. Tanto da poterla leggere poi come il simbolo di tutta la civiltà capitalistica, che è una civiltà che si fonda sulla produzione di merci.
Questa dialettica in Freud si chiama manifesto/latente, dove il manifesto è il sintomo nevrotico. Nel testo letterario è detto/non detto. Il testo letterario è una superficie costituita da una trama di parole, che appare in un certo modo, che ha una forma che appare allo stesso modo. Ma dentro quest’apparenza, questa forma, si nasconde molto altro (il non detto). Il dialettico va alla ricerca di questo non detto, e per Jameson è l’inconscio politico del testo letterario.
Questa è la proposta del '900 più importante di matrice freudiana e marxiana. E produce un dibattito critico enorme. Rappresenta il prodotto teoretico massimo di Jameson.
Moderno
Per poter parlare di Post Moderno bisogna sapere che cos’è il Moderno, concetto che entra in crisi. Ci sono delle date segnaletiche per l’inizio del Moderno. Per molti, il Moderno, la concezione moderna della vita, inizia con le grandi scoperte geografiche (America, 1492). Si pensa che la Modernità inizi da qui perché le grandi scoperte geografiche cambiano la percezione dello spazio, del tempo, l’uomo proietta in un altrove. Quest’immagine è tipica della Modernità, è quasi un segno distintivo: l’
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