Italian for business and institutional communication Cecilia Robustelli
Il linguaggio burocratico
Precisazioni preliminari
L’aggettivo burocratico viene usato per definire una varietà linguistica usata dalle istituzioni (quali statali, scolastiche)
nella comunicazione verso l’interno (ovvero all’interno degli stessi uffici) ma anche nella comunicazione con l‘esterno
(ovvero rivolta verso il pubblico).
In realtà, il termine burocrazia risulta essere dispregiativo. (Burocrazia come accezione negativa di amministrazione).
La parola burocrazia, fin dalle origini è marcata negativamente, indicando lo strapotere delle istituzioni (il primo
elemento è di origine francese bureaux “uffici”, mentre il secondo elemento, -crazia che significa “potere”, non ha
valore neutro come in democrazia, ma ha valore negativo, come in plutarchia predominio nella vita pubblica e politica
di esponenti dell’alta finanza e dell’industria; plutos = ricchezza, kraten = potere).
Il termine Burocrazia apparve in Italia nel 1781, con accezione negativa perché il linguaggio burocratico è un
linguaggio oscuro, artificioso e complicato.
Il linguaggio burocratico è tendenzialmente scritto, legato ad un registro alto della lingua.
Il linguaggio burocratico (intendendo qui il linguaggio amministrativo) è una variante del linguaggio giuridico che
rappresenta la fonte primaria della normativa burocratica, e quindi i testi burocratici imitano l’impostazione e la lingua
dei testi legislativi, avendo come risultato la grave difficoltà di comunicazione.
A caratterizzare il linguaggio burocratese viene spesso citato un brano di Calvino, Per ora sommersi dall’antilingua, in
cui l’autore fornice un’efficace descrizione dell’antilingua burocratica:
Un brigadiere si trova davanti alla macchina da scrivere, l’interrogato risponde alle domande, ma nel
trascrivere la testimonianza il brigadiere complica il linguaggio, giungendo cosi alla poca chiarezza del
contenuto del testo. I contenuti risultano essere gli stessi di quelli esposti dall’interrogato, ma le differenze
linguistiche e testuali sono notevoli. Il testo dell’interrogato è formulato in prima persona, è più breve e
contiene parole di uso comune, il testo risulta chiaro ed efficace.
Nella traduzione in burocratese, trascritta dal brigadiere, il discorso viene trascritto in terza persona, il testo
risulta contorto e difficile, ed è molto più lungo, costituito da un solo periodo (con 7 frasi subordinate è
definita così una frase il cui significato dipende dalla principale, che, a sua volta, risulta meglio definita sulla
base di informazioni di vario tipo (tempo, spazio, causa e non solo); esempio: Sono andato a casa sua, perché
me lo ha chiesto più volte. Se si legge solo la principale "Sono andato a casa sua", questa vi risulterà completa;
se tralasciate la principale e si legge soltanto "perché me lo ha chiesto più volte", invece, questa proposizione vi
risulterà incompleta: è una subordinata; per capirne il senso, infatti, necessita per forza della principale).
Anche il linguaggio istituzionale e amministrativo può essere burocratico nel momento in cui risulti essere complesso.
In Italia, a partire dagli anni ’80, ’90, quando si decise di aprire l’accesso agli atti alla cittadinanza da parte dello Stato
(Legge 241, Legge 7 Agosto 1990), si presentò il problema del linguaggio molto oscuro, per una questione puramente
storica. Infatti, il linguaggio burocratico trae origine dalle prime documentazioni scritte.
Excursus storico
La lingua di un Paese è da sempre collegata alle sue vicende socio-politiche. Proprio come queste ultime, anche i vari
sistemi linguistici sono caratterizzati da una notevole dinamicità, dal momento che ogni lingua descrive, interpreta e
segmenta la realtà circostante. L’Italia da questo punto di vista rappresenta un caso piuttosto singolare: non solo ad
una tardiva unificazione politica ha corrisposto un altrettanto tardiva unificazione linguistica, ma ha dovuto fare i
conti con una lunga serie di conseguenze come l’alto tasso di analfabetizzazione e la dialettofonia.
La storica frammentazione geopolitica della penisola italiana aveva avuto come conseguenza l’assenza di una lingua
nazionale non letteraria, aggravata dal diffusissimo analfabetismo e dalla mancanza, fino all’unità, di organi di stampa
unitari, di un apparato militare e burocratico che facessero da terreno di scambio linguistico e contribuissero
alla creazione di una lingua comune diversa da quella dei letterati e a quella della Chiesa cattolica che era il latino.
Dunque la situazione linguistica italiana era molto variegata, poiché ciascun regno parlava un proprio dialetto
caratteristico della zona.
Nel 1867, nel nuovo Regno d’Italia, la questione della lingua era un problema serio e riconosciuto come parte del
difficile processo di unificazione politica e sociale dell'Italia che non poteva certo dirsi concluso. Nel momento
dell’unificazione nazionale, il problema di una lingua comune si afferma soprattutto come esigenza concreta di una
giovane Nazione che sta creando le proprie basi e che ha bisogno di condividere un codice linguistico che sia
comprensibile ai più.
Koinè
Di italiano burocratico si può parlare dalla nascita del Regno d’Italia (1861), quando la formazione di
un’amministrazione centrale rese possibile una progressiva omogeneizzazione delle diverse strutture amministrative dei
vari Stati che componeva l’Italia.
Quella dell’italiano burocratico è la storia di un processo lento di conquista da parte del volgare.
Anche se il latino, lingua ufficiale del diritto romano, resterà ben saldo in alcune aree anche nel ‘700, il volgare
comincia a essere adoperato tra Due e Trecento nelle scritture ufficiali delle cancellerie comunali.
Nel rapporto sempre più stretto che l’Italia comunicale si stringeva tra le istituzioni e i cittadini, un desiderio di
partecipazione civile faceva sì che si rendesse necessaria la comprensione dei documenti che regolamentavano la vita
cittadina. Di quelli in latino i comuni provvedevano a dare pubblica lettura nel volgare cittadino, in qualche caso anche
una traduzione scrizione in volgare.
Il linguaggio burocratico-amministrativo delle origini nasce dal bisogno di partecipazione civile e dal declino del latino
come lingua dell’uso.
In mancanza di una lingua comune a tutta la popolazione, per la sua organizzazione interna e per le necessità di
comunicazione ai nuovi cittadini del Regno, la pubblica amministrazione adotta l’italiano, lingua con una ricca
tradizione letteraria, ma poco adatta alle necessità di comunicazione quotidiana degli uffici pubblici.
La pubblica amministrazione si trova così nella necessità di ‘inventare’ un linguaggio amministrativo per il nuovo
Stato. Il nuovo stato unitario forgia la nuova lingua amministrativa attingendo a terminologie giuridiche, latineggianti
(come decorus). Ne nasce quella che gli studiosi hanno chiamato koiné, ovvero lingua comune per comprendersi tra i
vari stati italiani.
Tale esigenza di una comunicazione sovralocale negli usi pubblici e ufficiali è alla base della formazione nel delle koinè
cancelleresche.
Koinè, termine greco che sta a indicare la lingua comune, tra e ‘400 e ‘500, basata sul dialetto antico, diffusa nelle
regioni del Mediterraneo centro-orientale come strumento di comunicazione a partire dal sec. ‘500.
L’etichetta koinè cancelleresca riguarda una vasta gamma di manifestazioni scritte, tipica dell’ambiente della
cancelleria, in cui segretari, notai e scrivani mettevano per iscritto testi (tra cui atti legislativi, discorsi ufficiali, bandi,
ecc.). La cancelleria era solitamente concentrata nella capitale di ogni stato.
La koinè si rifà a due modelli fondamentali:
- Il latino
- Il toscano.
A questi elementi si aggiunge il volgare locale. Le koinè cancelleresche operano in tutto il ‘400, agevolando la
comunicazione scritta tra zone linguisticamente lontane, e configurandosi come lingue diverse dai volgari promosse a
scopi divulgativi.
L’uso del volgare nelle cancellerie dei vari stati regionali della penisola si registra in periodi tra ‘300 e ‘400.
Alcuni tratti fondamentali linguistici comuni a varie documentazioni di scritture cancelleresche sono:
- L’eliminazione dei fenomeni locale in favore di tratti toscani
- La presenza di latinismi.
Con l’avanzare del processo di toscanizzazione, le lingue cancelleresche tendono a orientarsi verso il toscano. In
alcuni casi, la koinè subisce un processo di tecnicizzazione, con l’eliminazione di vocaboli locali in favore di parole
toscane e di latinismi.
Tale progressiva omogeneizzazione delle lingue ufficiali dei vari stati, comporta però l’allontanamento dagli usi
comuni, parlati: tra ‘500 e ‘600 il distacco tra lingua degli uffici e quella del popolo si fa più spiccato.
In Sicilia, il volgare entrò in una sorta di “competizione silenziosa” con il toscano, che portò all’affermazione del
volgare tosco-fiorentino.
Francesizzazione del linguaggio burocratico-amministrativo
Tra ‘700 e ‘800, l’italiano burocratico-amministrativo, subisce un rinnovamento.
Il ‘700 fu un secolo durante il quale vi fu un forte influsso del francese nell’italiano, con la conseguente apertura verso
le lingue europee (italiano, francese e tedesco).
A seguito della forte espansione del francese, vista come lingua modello, in Europa tra ‘700 e ‘800 molti francesismi
entrarono nell’italiano dell’amministrazione e della burocrazia: autorizzazione, cauzionare, certificato, controllo,
corporazione, dipartimento, giustificativo, vidimare.
Lo stesso vocabolo burocrazia entra dal francese nella lingua italiana alla fine del ‘700, attestato nel 1781.
Dunque si assiste ad una tecnicizzazione della lingua del diritto.
Nella nuova lingua burocratica si mescolavano elementi di provenienza diversa: arcaismi, latinismi, francesismi,
dialettalismi.
Il francese vede il suo splendore nell’opera dell’Encyclopedie di Diderot D'Alembert, che costrinse a dare definizione
ai singoli termini, fornendo all’italiano un modello linguistico di base.
Il francese fu la lingua di modello per questione prettamente sintattica. L’italiano letterario codificò il modello
Boccaccio (1300) che venne scelto come modello per la prosa italiana da Pietro Bembo.
Nel ‘500 sorse la questione di quale lingua dovesse essere scelta per l’ambito letterario. Il volgare era ormai più usato
del latino, tanto che cominciò la prosa scientifica caratterizzata dal linguaggio volgare. Dunque volgare come lingua
della letteratura, in particolare il volgare fiorentino era il più prediletto.
Pietro Bembo definì dunque l’adozione del modello di Boccaccio per la prosa e del modello di Petrarca per la
poesia.
Il ‘500 e il ‘600 sono anni in cui fiorì l’opera grammaticale.
Il periodare Boccacciano è sbilanciato a sinistra (la parte a sinistra del verbo è sbilanciato, poiché racchiude buona
parte della frase). Tale struttura è di tipo letterario.
Il francese presenta invece una struttura sintattica diversa, non di stampo boccacciano, ma più moderna, non marcata e
dunque gli studiosi additarono il francese come modello per la sua sintassi semplice come struttura di base per la lingua
italiana.
Si assiste cosi, nel ‘700, all’imposizione del francese come lingua modello dal punto di vista sintattico (formazione
delle frasi) ma anche dal punto di vista lessicale (la derivazione dei francesismi), soprattutto nei settori di spicco della
Francia, ovvero moda e gastronomia.
Dopo l’Unità d’Italia
Già prima dell’Unità d’Italia cresceva e si diffondeva l’esigenza di chiarezza nelle scritture pubbliche, di
semplificazione (diremmo oggi). A testimoniarlo, un manuale “Il manuale o sia la guida per migliorare lo stile di
cancelleria” di Dembscher, 1830; esso era un invito agli impiegati pubblici perchè evitassero vocaboli ambigui,
usando frasi brevi e costruzioni semplici.
Negli anni si assistette alla pubblicazione da parte di Fanfani di un opera, “il lessico dell’infima e corrotta italianità” nel
quale egli condanna i francesismi, i termini burocratici (biffare invece di sigillare) e regionalismi (cadastro, invece di
catasto).
Nel nuovo Regno, mandando uno strumento diffuso e omogeneo di comunicazione parlata, l’italiano burocratico ha
rappresentato una varietà di lingua nazionale prestigiosa e diffusa. Il linguaggio burocratico-amministrativo diventa cosi
la nuova voce dello stato unitario.
Altra varietà di italiano, diffusasi dopo l’Unità, fu la l’italiano popolare, ovvero “la parlata degli incolti, il tipo di
italiano imperfettamente acquisito da chi ha per madrelingua il dialetto”.
Il ‘900: l’avanzata del burocratese e il progetto di semplificazione
Negli anni seguenti all’unità politica, in mancanza di uno strumento comunicativo che non fosse l’italiano dialettizzato,
il linguaggio burocratico si affermò come una varietà della lingua nazionale prestigiosa e diffusa tra la popolazione.
La politica linguistica del regime nazionalista consiste nell’avversione per i forestierismi, la lotta contro le minoranze
etniche (soprattutto altoatesine e giuliane) e avversione ai dialettalismi. Nel ‘900, Calvino, trattando del linguaggio
burocratico e politico, afferma l’esigenza che tutti i cittadini del nuovo stato italiano possano avere accesso alla vita
pubblica, amministrativa e politica. Per Calvino, l’italiano rischia di morire, soffocato da quell’ antilingua del verbale
del brigadiere, che ostacola la trasparenza di comunicazione tra cittadini e istituzioni.
Negli ultimi 30 anni, dal 1990 in poi, la discussione sull’italiano burocratico si è concentrata sulla semplificazione,
trasparenza e leggibilità. Da ricordare i numerosi tentativi di riforma per chiarire il fatto che le istituzioni statali
devono comunicare con i cittadini in modo chiaro e trasparente (la trasparenza degli atti amministrativi deve essere
garantita), perché un linguaggio oscuro è sinonimo di dominazione (LINGUAGGIO = POTERE).
Con tali riforme, lo Stato propose linee guida con qualche errore di fondo, ovvero il lavorarci anche se non si è esperti.
Semplificare non significa per forza rendere il messaggio più semplice, banale, costituito da un lessico di base e da
sintassi elementare; significa adeguare il messaggio alle competenze del destinatario minimizzando le ambiguità,
riscrivendo il testo seguendo regole precise (semplificazione + chiarezza = efficacia comunicativa).
Produrre un testo semplice e chiaro non deve significare scrivere un testo banale, costituito da poche parole di
base, in una sintassi elementare. Scrivere chiaro significa produrre testi coesi e coerenti, e usare parole
comprensibili evitando però di usare sempre gli stessi verbi e stesse parole.
La revisione del linguaggio burocratico è avventa su diversi aspetti: testuale, sintattico e lessicale.
- Aspetto testuale: guarda al testo, ovvero a come esso è strutturato, se le informazioni sono ben organizzate,
comprendere ciò che ci viene chiesto, se le congiunzioni testuali vengono comprese, uso di ripetizioni.
- Aspetto sintattico: guarda alle preposizioni subordinate principali (affinchè prop. Finale [È la subordinata
che indica il fine o lo scopo per cui si compie quanto espresso nella reggente.]; benché prop. Concessiva [È la
subordinata che indica la circostanza nonostante la quale si verifica quanto espresso nella reggente (principale
o subordinata) .]).
- Aspetto lessicale: guarda alle parole (timbrare vs. obliterare).
La lingua della burocrazia
Il linguaggio burocratico non è omogeneo. Esiste una differenza tra un testo redatto da un dirigente per i suoi dipendenti
e un testo redatto d un dirigente per il pubblico (avviso).
Del linguaggio burocratico, in specifico dell’amministrazione, Fioritto identifica 3 caratteristiche:
- Vastità: gli sui del linguaggio burocratico sono molto ampi e variegati e anche il pubblico a cui si rivolge può
essere vastissimo.
- Circolarietà: l’amministrazione non scrive per il cittadino, che è il vero destinatario, ma sessi scrive per se
stessa usando un linguaggio condiviso al suo interno ma oscuro al di fuori di essa e dunque al pubblico.
- Formalità.
Il linguaggio burocratico non deve quindi essere:
- Ambiguo: scelta di espressioni contorte.
- Oscuro: non chiaro
- Vago: esempio l’uso dell’astratto al posto del concreto
- Artificioso: non immediatezza e distante dalla lingua usata dal cittadino.
E’ il linguaggio delle amministrazioni (pubbliche o private). In Italia è caratterizzato da un lessico e da costruzioni
sintattiche particolari che lo rendono lontano dal linguaggio comune e comprensibile.
E’ caratterizzato da:
- Termini ricercati, parole non comuni a volte presi da testi letterali. Ad esempio esborso (spesa); una lettera
inesitata (lettera non spedita).
- Espressioni latine derivanti dal linguaggio giuridico: de facto, de iure, ad valorem ecc.
- Neologismi con un proprio stile. Es: utilizzo, allaccio, subentro. Se si può scegliere tra due termini, uno che
classifica il testo come burocratico e uno normale è preferibile quest’ultimo.
- Accosta nello stesso testo elementi arcaici (locuzioni latine) a prestiti da altre lingue perché c’è l’intenzione di
far vedere una certa efficienza e modernità. Es: partnership, breefing, sharing ecc.
- Tendenza ad usare eufemismi per non essere troppo espliciti, ad esempio quando si parla di soldi e
licenziamenti. (Es. Corresponsione di una somma = pagare).
- Verbo generico più sostantivo: portare a conoscenza invece che informare
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