Le istituzioni: regole e vincoli
Abbiamo definito le istituzioni come le regole del gioco di una società o i vincoli che gli uomini si sono posti per disciplinare i propri rapporti. Nel linguaggio comune pensiamo al luogo fisico come il palazzo del Comune, del Governo e così via, ma questi rappresentano semplicemente una base per la creazione delle regole volte a consentire il godimento dei diritti, a facilitare la vita associata e ridurre i costi. Infatti, la ragion d’essere delle istituzioni è rendere possibile la realizzazione degli scambi riducendo i costi di transazione, cioè intervenire su tali costi, i quali potrebbero essere talmente elevati da impedire lo scambio. Alla base dei costi di transazione sta l’incertezza che si mostra nella misurazione degli attributi dei beni e nell'enforcement, vale a dire l’applicazione delle regole, problema dovuto alla interazione tra le parti (es. dilemma del prigioniero). Di conseguenza le istituzioni consentono di ridurre il tasso di incertezza creando delle regolarità nella vita di tutti i giorni.
Vincoli formali e informali
Le istituzioni possono essere sia vincoli formali, cioè norme giuridiche quali codici e costituzioni, sia vincoli informali, come convenzioni, codici morali, abitudini, consuetudini, tradizioni consolidate e regole generalmente accettate, la cui presenza riduce l’incertezza e rende più semplice la definizione degli accordi. Sono le regole del gioco, i fondamenti su cui organizziamo la nostra vita, e precisano le opportunità degli attori sociali. E possiamo tenere ben separate le regole del gioco dai giocatori, vale a dire le organizzazioni create per sfruttare tali opportunità.
Contesto istituzionale e costi di transazione
In particolare, il contesto istituzionale influenza l’evoluzione di una economia agendo sui costi di scambio e produzione ed influisce sulla nascita e l’evoluzione delle organizzazioni (che nascono sulla base delle opportunità create dall’insieme dei vincoli). Queste, a loro volta, nel tentativo di realizzare i propri fini, si rivelano come il soggetto più significativo del cambiamento istituzionale. I vincoli informali derivano dall’informazione diffusa nella società e dalla cultura; si tratta di regole che non sono state concepite consciamente, non sono definite espressamente, ma che tutti hanno interesse a rispettare.
In una società senza stato come una comunità tribale, lo scambio non è elementare e si basa su una fitta rete di relazioni sociali che favorisce lo sviluppo di strutture informali. In una economia moderna, invece, i vincoli informali sono rappresentati da estensioni, modificazioni ed elaborazioni delle regole formali nati per risolvere specifici problemi di scambio, norme di comportamento sanzionate dalla società, condotte individuali sanzionate internamente i quali agiscono modificando le scelte individuali.
Regole formali
Le regole formali completano e accrescono l’efficacia dei vincoli informali e comprendono le regole politiche, quelle economiche e i contratti. Le regole politiche definiscono la struttura gerarchica dell’ordinamento civile, la sua struttura decisionale ed il potere di controllo sull’ordine del giorno; le regole economiche fissano i diritti di proprietà; i contratti contengono le disposizioni concernenti un particolare accordo di scambio. Vale a dire troviamo a monte le regole per la creazione di altre regole, al cuore le regole che fissano i diritti di proprietà, e a valle le regole per i contratti. La loro funzione è facilitare gli scambi politici o economici, dato il potere contrattuale iniziale delle parti.
Le regole politiche in vigore determinano le regole economiche (come diritti di proprietà e contratti), ma a sua volta la struttura degli interessi economici influenza quella politica. Un aspetto importante riguarda l’efficienza nella definizione delle regole, nell’assegnazione dei diritti e nella creazione di contratti ottimali (che massimizzano il surplus): infatti, si corre il rischio che le istituzioni non siano efficienti e falliscano (ad es. in presenza di soggetti molto forti se alcuni scambi non possono essere effettuati il mercato fallisce).
Efficienza delle istituzioni
Le istituzioni, come possono abbassare i costi di transazione, possono anche aumentarli a seguito di una definizione impropria delle regole (come norme che ostacolano l’entrata sul mercato, impongono ispezioni inutili e aumentano i costi di informazione), interazioni con vincoli informali oppure soggetti dotati di autorità poco credibili che finiscono per togliere forza e credibilità alla regola stessa che è come se non ci fosse (alcuni scambi possono non avvenire); l’intervento regolatore sarà utile se genera efficienza e quindi un surplus.
Mercati efficienti presuppongono misurazioni ed applicazioni perfette dei contratti ed un complesso di istituzioni che incoraggino la mobilità dei fattori, l’acquisizione di competenze, la trasmissione dell’informazione e l’innovazione. Realizzare queste condizioni è difficile ed il quadro che ne emerge è una commistione tra istituzioni che promuovono prestazioni produttive e istituzioni che creano delle barriere. Inoltre, se i costi di transazione politici sono bassi e gli attori sono guidati da modelli precisi, allora si otterranno diritti di proprietà efficienti, al contrario con alti costi di transazione e modelli soggettivi si otterranno diritti di proprietà che non promuovono sviluppo economico e le cui forme organizzative possono non offrire incentivi alla creazione di regole economiche più produttive.
Democrazia e crescita economica
L’evoluzione degli stati dall’assolutismo alle democrazie è concepita come un movimento verso una maggiore efficienza politica, dato che consentono ad una ampia percentuale della popolazione di partecipare ai processi di decisione politica eliminando il potere arbitrario del re e sviluppando garanzie di applicazione dei contratti. Nel 1994 Barro pubblicò una ricerca sul rapporto tra democrazia e crescita. La crescita della democrazia consisterebbe nella crescita di libertà politiche che determinano libertà economiche e quindi crescita. Ma il rapporto tra libertà e crescita è ambiguo.
Secondo alcuni, come Friedman, le due si rinforzano a vicenda, per cui più diritti politici comportano più democrazia. Ma in realtà non possiamo dire se sia meglio la dittatura o la democrazia, ma sappiamo che a bassi ed alti livelli di democrazia troviamo un basso livello di crescita e un livello medio di democrazia comporta alta crescita. Gli aspetti del rallentamento sono stati sottolineati dalla presenza di due limiti: l’esistenza di lobbies, cioè gruppi di interesse in sistemi con legislature rappresentative ed il problema redistributivo il quale rappresenta un disincentivo al lavoro, dato che aumentando la democrazia fasce disagiate ammesse al voto chiederanno parte della ricchezza dei ricchi disincentivati a produrre di più e ciò finirà per ridurre la crescita.
I regimi autoritari possono in parte evitare gli inconvenienti della democrazia, infatti nulla impedisce che i governi non democratici mantengano libertà economiche e la proprietà privata. Gli effetti sono negativi se un dittatore usa il suo potere per rubare la ricchezza di una nazione ed effettuare investimenti non produttivi, come hanno fatto molti governi in Africa, America Latina e Filippine. La storia suggerisce che i dittatori possono avere obiettivi personali in conflitto con la promozione della crescita o obiettivi che la promuovono.
Democrazia e libertà secondo Sen
La stessa ipotesi di Lipset incontra i limiti della democrazia. Secondo tale ipotesi, solo in una società ricca in cui effettivamente pochi cittadini vivono in povertà potrebbe esistere una partecipazione di massa alla politica. Essa presenta una regolarità empirica forte per cui migliorando il tenore di vita dovrebbe aumentare la democrazia. La misura principale della democrazia è l’indicatore di diritti politici di Gastil, che si basa su tre elementi (la possibile di votare, di essere eletto e di prendere decisioni) e classifica i paesi da 1 a 7, dove 1 è il più alto livello di diritti politici e 7 il più basso. La classificazione è stata poi convertita in una scala 0-1, dove 0 corrisponde al 7 di Barro ed 1 coincide con l’1.
Il modello analizzato ci dice che la crescita aumenta nei paesi con bassi livelli di democrazia, ad esempio nella peggiore dittatura un aumento dei diritti politici tende ad aumentare crescita ed investimenti grazie al beneficio della limitazione del potere governativo. La crescita diventa negativa quando è stato raggiunto un certo livello di democrazia, che l’indicatore stima a 0,5 (il livello di democrazia di Malesia e Messico del 1994), infatti in luoghi che hanno già raggiunto una quantità moderata di democrazia un ulteriore incremento ostacola la crescita e gli investimenti a causa della redistribuzione dei redditi. Il rapporto tra crescita e democrazia non è però perfetto, per esempio un certo numero di paesi con bassa democrazia hanno grandi residui positivi di crescita e luoghi con livelli medi di democrazia sembrano lontani da bassi tassi di crescita ma non hanno tassi particolarmente elevati.
Sen sostiene che il processo di sviluppo sia un processo di espansione delle libertà reali godute dagli esseri umani. La sua concezione si contrappone ad altre che identificano lo sviluppo con la crescita del Pil, dei redditi individuali o dell’industrializzazione, che per lui sono semplicemente dei mezzi per espandere le libertà. La variabile principale per Sen è quindi la libertà e non il bisogno economico, infatti la mancanza di libertà è strettamente legata alla povertà materiale che sottrae a molti la possibilità di nutrirsi, vestirsi decentemente e procurarsi medicine. Rifiutare ad un essere umano la libertà di partecipare al mercato del lavoro è uno dei modi per tenerlo in cattività e sottomesso come accade in molti paesi del terzo mondo.
Sen pone un esempio di come la forza del bisogno economico in molti paesi del terzo mondo prevale su altre spinte come quelle alla libertà politica e ai diritti civili (che me ne faccio dei diritti se non ho da mangiare? Quindi perché preoccuparsi delle libertà politiche di fronte alla schiacciante brutalità del bisogno economico acuto?). Ma sostiene che l’intensità del bisogno economico rende più urgenti le libertà politiche. Egli parla di tre funzioni della libertà (o democrazia): una diretta o intrinseca per la quale la democrazia è preferibile e buona in sé; una funzionale o strumentale dato che rende più facile esprimere e portare all’attenzione dei politici le proprie richieste, serve a qualcosa (democrazia porta libertà politiche, economiche e benessere); infine costruttiva nel senso che consente di ottenere risultati migliori rispetto ad altri sistemi.
Obiezioni alla democrazia
Tre ipotesi però si oppongono all’idea di democrazia e libertà politiche. La prima è la tesi di Lee, ex primo ministro di Singapore, per cui libertà e diritti intralciano lo sviluppo economico; la seconda per cui lasciando ai poveri la possibilità di scegliere tra libertà politiche e soddisfacimento dei bisogni economici sceglieranno il secondo (che non è del tutto vera, dato che in realtà in India la soppressione dei diritti politici venne duramente respinta dagli elettori indiani che risposero con proteste, oppure le stesse lotte per la libertà in Corea del Sud, Thailandia e Bangladesh ne sono una prova); la terza per cui dare importanza a libertà politiche e democrazia è una priorità occidentale e va contro i valori asiatici.
Libertà e sviluppo
Sen affronta il problema dei tassi di scomparsa femminile che sono elevatissimi nei paesi non democratici. Infatti, la democrazia consente una maggiore informazione sulle cause di morte per parto e si assiste ad una riduzione del numero di figli al crescere della stessa, vale a dire l’optimum scelto involontariamente dalle famiglie è molto più basso. In altri paesi, come la Cina, il numero di figli viene limitato dal governo tramite la legge, proprio perché in assenza di democrazia mancano le informazioni. Sen si rifà alla teoria di Condorcet che nel ‘700 prevedeva la riduzione del tasso di fertilità in seguito al progresso della ragione, cioè ad una maggiore sicurezza, diffusione dell’istruzione e libertà di decidere che avrebbero frenato la crescita demografica.
Inoltre, in nessun paese indipendente con una forma di governo democratica e stampa realmente libera c’è mai stata una carestia grave: le carestie c’erano nei regni antichi e ci sono nelle società autoritarie e dittatoriali. Ma non in paesi i cui la stampa ha la possibilità di riferire liberamente ciò che accade e l’opposizione di criticare il governo. Sen sostiene che le funzioni di utilità dell’economia non sono “date” come vengono considerate di solito. Occorre inserire la vita della gente; facendo ciò si modifica la percezione dell’utilità ed è possibile che si modifichino la forma ed il livello delle curve d’utilità. Le curve non devono essere date, ma devono considerare i bisogni degli individui. La misurazione del benessere era dunque sbagliata, perché non si può misurare il benessere sulla base della crescita, occorre misurarlo sulla base dell’esistenza degli individui.
Diventa possibile modificare la relazione tra crescita e democrazia: oltre il punto di massimo (quando la crescita cominciava a diminuire all’aumentare della democrazia) la perdita di benessere derivante dalla riduzione della crescita viene compensata dall’aumento di benessere dovuto all’aumento della democrazia (quindi la riduzione della crescita non riduce il benessere che ad un certo punto si stabilizzerà e l’individuo avrà tanta utilità da non dover acquistare altri beni).
Due visioni delle istituzioni
Possiamo evidenziare due visioni differenti circa l’esistenza delle istituzioni: una efficientista, secondo la quale le istituzioni consentono di superare gli ostacoli, di ridurre i costi e migliorare la struttura degli scambi nella ricerca di un benessere più elevato; e una seconda visione per cui le istituzioni stesse sono il risultato dell’esercizio di un potere, un ostacolo ed un vincolo per gli individui (ad es. i regimi totalitari che non sono il risultato di una scelta condivisa) e creano quindi costi di transazione aggiuntivi per la realizzazione degli scambi. Il costo dell’informazione è il fattore essenziale dei costi di transazione i quali comprendono i costi di misurazione delle caratteristiche valutabili del bene e i costi per la garanzia di applicazione e il rispetto dei contratti.
Le informazioni possono riguardare non solo le caratteristiche del bene ma anche la struttura di preferenze delle parti. Il problema è dovuto all’esistenza dell’asimmetria informativa, la situazione in cui una parte è meglio informata dell’altra su qualche attributo importante e può cercare di trarne profitto nascondendo l’informazione. Così ogni parte ruberà, mentirà e imbroglierà ogni volta che il guadagno relativo è superiore al valore ricavabile dalle alternative possibili.
Il costo di transazione riflette anche l’incertezza circa l’esecuzione dei contratti includendo un premio per il rischio, che dipende dalla probabilità di defezione della controparte. L’applicazione delle regole nell’ipotesi di istituzioni formali è garantita dalla coercizione di un terzo, nel caso di regole informali può essere assicurata dalla presenza di una sanzione sociale (la quale dipende dal contesto, dal rapporto, dal momento storico), oppure può essere spontanea se conviene ad entrambe le parti tener fede all’accordo (perché i benefici sono superiori ai costi).
La situazione più probabile è quella in cui le parti si conoscono a vicenda e hanno ripetute occasioni di scambio: rispettare i patti è vantaggioso perché i costi di transazione sono bassi grazie ad una fitta rete di interazioni sociali. All’opposto, lo scambio impersonale che si svolge nel tempo, senza ripetizioni e con alti costi di misurazione in cui i guadagni ottenibili con menzogna e slealtà sono superiori a quelli derivanti dal comportamento cooperativo (si potrebbe giungere ad una soluzione ricorrendo alla reputazione, che costituisce un meccanismo di garanzia di applicazione dei contratti o a legami di parentela per i contratti a lunga distanza).
Ulteriori ipotesi di applicazione spontanea della regola sono l’appartenenza a distretti, cioè esempi di imprese che collaborano tra loro non in forza di un contratto ma sulla base di regole accettate, o l’esistenza di una regola self-enforce (ad es. la scelta di guidare a destra per evitare incidenti) che si applica da sola perché è utile o conveniente da seguire o infine possono esserci dei codici morali di autodisciplina.
Il quadro istituzionale agisce sia sui costi di transazione che su quelli di trasformazione, sui primi attraverso il legame diretto con le istituzioni, sui secondi tramite il suo impatto sulla tecnologia impiegata. I costi di transazione comprendono sia costi di mercato misurabili che costi più difficili da quantificare come il tempo speso per raccogliere informazioni, per le code, la corruzione e così via e perdite dovute alle imperfezioni nel controllo e nella garanzia di applicazione degli accordi.
Le istituzioni influenzano la tecnologia la quale a sua volta influenza i costi di transazione. Ciò avviene tramite una tutela più o meno forte dei diritti di proprietà intellettuale (il diritto ad utilizzare le proprie opere): una tutela debole rappresenta uno scarso incentivo alla produzione di idee dato che queste potrebbero essere facilmente rubate da terzi; con una tutela efficace è possibile proteggere la titolarità delle idee, impedire che siano rubate ed evitare che venga meno l’incentivo alla produzione di idee che è alla base dell’innovazione.
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