Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

MANUS E PERSONE IN MANCIPIO

MANUS: potestas da parte del pater sulla moglie e sulle mogli dei discendenti. Essa veniva

acquistata con il matrimonio. ( cap 5 pag 247 e paragrafo sul matrimonio)

IN MANCIPIO: i filii familias alienati ad un terzo tramite mancipio. Queste furono inizialmente

veri e propri schiavi. Successivamente si delineò il principio che un cittadino romano non potesse

divenire schiavo a Roma e così si venne a creare la distinzione tra schiavitù e MACIPIUM.

Le persone in mancipio conservavano la libertà e la cittadinanza romana.

Alla morte del titolare della mancipio egli rimaneva sotto il potere degli eredi e potevano essere

liberati solo con una delle manomissioni relative agli schiavi (paragrafo liberi e schiavi).

IL MATRIMONIO

Il matrimonio era strettamente connesso alla manus, poiché essa si aveva solo con il matrimonio.

Erano previsti due distinti atti:

- CONFERREATIO, specie di matrimonio religioso costituito dalla pronunzia di parole

solenni e dal compimento di gesti rituali da parte dei nubenti, richiedeva la presenza di 10

testimoni e culminava con il sacrificio a Giove Farreo. Questo era riservato a persone di alto

livello sociale;

- COEMPIO, compera fittizia della donna mediante mancipatio. La forma della vendita

veniva adattata per far sì che la donna non cadesse in mancipio del compratore, ma si

assoggettasse alla sua manus in qualità di moglie.

Vi era anche un altro modo per far nascere la manus, l’USUS, ossia l’esercizio di fatto per un anno

della manus sulla donna vivente come moglie nella famiglia. Questo consisteva in una specie di

USUCAPIO (cap 6 pag 336). Gli effetti di ciò erano legati alla continuità dell’esercizio. Se esso era

interrotto per un certo periodo e poi ripreso il tempo precedente non aveva più rilevanza e si doveva

ricominciare per un ulteriore periodo di un anno.

Il matrimonio senza la manus non aveva alcuna rilevanza per il diritto.

Il matrimonio produceva effetti giuridici, tuttavia, era necessario che esso fosse un IUSTUM

MATRIMONIUM, matrimonio giusto/legittimo. I requisiti per poter contrarre matrimonio erano:

1. il raggiungimento dell’età pubere di entrambi i subenti. Aveva duplice importanza sotto

l’aspetto della maturità intellettuale e dal punto di vista fisico;

2. il CONUBIUM, capacità reciproca di essere marito e moglie. Ciò era escluso fra i patrizi e i

plebei, tra romani e peregrini e tra persone legate da parentela fino al 7 grado;

3. il consenso dei coniugi, la cosiddetta MARITALIS AFFECTIO. Se essi erano sottoposti a

patria potestas ciò non bastava, ma era necessario il consenso dei pater;

4. la SANITA’ MENTALE, quindi il pazzo non poteva contrarre matrimonio, ma la pazzia

sopravenuta non aveva alcun effetto sul matrimonio.

Una forma particolare di promessa di matrimonio consisteva negli SPONSALI. Questi,

inizialmente, avevano effetti obbligatori e venivano compiuti soltanto dai padri e almeno dal padre

della sposa. Successivamente, a seguito di una LEX IULIA venne abolita l’obbligatorietà e nacque

la conseguente necessità di avere il consenso dei fidanzati.

Il matrimonio si esplicava con la convivenza, nella procreazione ed educazione dei figli ed era

rigidamente monogamico.

Il matrimonio influiva sulla situazione personale dei coniugi, poiché conferiva ad entrambi una data

posizione sociale, HONOR MATRIMONII. Gli sposi si trovavano tra loro in un rapporto di

uguaglianza, tranne nel caso in cui la moglie fosse in manus. Un’ altra disuguaglianza fra essi era

prevista del punto di vista della fedeltà, la quale vincolava la moglie, ma non il marito.

Essendo estremamente connessi con il scioglimento del matrimonio si aveva anche l’estinzione

della manus.

°Il modo più antico per eliminare la manus era la DIFFAREATIO, la quale operava solo nel caso

in cui il matrimonio era avvenuto con confarreatio e consisteva in un sacrificio nel quale era

impiegata una focaccia di farro. Esso, appunto, comportava direttamente anche la fine del

matrimonio.

°La manus costituita mediante coemptio o usus non si poteva estinguere volontariamente fino a

quando non potè effettuarsi l’emancipatio.

Nei periodo pre e classico venne a mancare la correlazione tra matrimonio e manus e divennero

sempre più frequenti quei matrimoni in cui non si aveva la presa in manus della moglie, la quale,

quindi non faceva parte della famiglia del marito e in conseguenza nemmeno di quella dei suoi figli.

Inoltre il matrimonio si scioglieva per morte o per perdita della libertà o della cittadinanza di uno

dei due coniugi. La decisione di dividersi poteva venire da ambi le parti- DIVORTIUM- oppure da

una parte sola- REPUDIUM. In questo caso si mandava all’altro coniuge un messaggero con un

libellus.

Augusto emanò alcune leggi riguardanti alcuni aspetti legati al matrimonio.

- LEX IULIA DE MARITANDIS ORDINIBUS del 18 a.c. vietò ai nati liberi il matrimonio

con prostitute, donne colte in adulterio e liberte;

- LEX PAPIA POPPAEA del 9 a.c. consiste in un’integrazione della prima e stabilisce

alcune incapacità di acquistare per testamento o successione a coloro che non fossero sposati

o che una volta sciolto il matrimonio non si fossero risposati o non avessero figli, i

cosiddetti ORBI;

- LEX IULIA DE ADULTERIIS punì con pene gravi, come la relegazione su un’isola

deserta o pene patrimoniali, la moglie adultera. La legge oltre a queste previste altre pene,

come la possibilità del padre di uccidere la figlia colta in adulterio e la possibilità del marito

di uccidere il complice.

In epoca postclassica vi furono profonde trasformazione da ricondursi in particolar modo

all’influenza che il matrimonio subì da parte del cristianesimo.

La dottrina cristiana afferma che il matrimonio nasce da un vincolo di carattere sacrale,

indissolubile e quindi destinato a durare per sempre, indipendentemente dal sussistere della volontà

dei coniugi. Di conseguenza, mentre il matrimonio classico aveva come presupposto il consenso

continuo, ora quello cristiano si basa sulla volontà iniziale dei coniugi. Solo la morte poteva

sciogliere tale vincolo.

Anche per ciò che concerne gli sponsali ci furono dei cambiamenti. Si venne a creare il

FIDANZAMENTO ARRALE, in uso presso i cristiani orientali e prevede come elemento

essenziale la donazione di somme di denaro o altri beni dati a conferma e garanzia della promessa

di matrimonio. In caso di rottura del fidanzamento il fidanzato perdeva le ARRHAE, la fidanzata

invece doveva restituirle nella misura del quadruplum, in seguito diminuita al duplum.

Tese, inoltre, ad affermarsi il principio per il quale ogni persona che avesse raggiunto la pubertà e

fosse in grado di intendere e di volere potesse sposarsi con qualsiasi persona dell’altro sesso a

discapito del principio del conubium. Ciò nonostante rimasero alcuni limiti:

- vincoli di parentela;

- divieto di nozze incestuose;

- vincolo da matrimonio precedente.

Durante il periodo postclassico si accentuò l’uguaglianza tra i coniugi e la manus ormai scomparve.

L’uguaglianza riguardava anche l’aspetto della fedeltà e l’adulterio divenne perseguibile anche

quando commesso dal marito e non più solo dalla moglie.

Il matrimonio cristiano era contrario al divorzio e vennero introdotte alcune limitazioni:

° la prima limitazione fu introdotta da Costantino e consiste nel dichiarare il ripudio solo se si

hanno giuste cause, ovvero marito omicida, avvelenatore o violatore di sepolcri e la moglie

adultera, avvelenatrice o mezzana. La moglie che avesse ripudiato senza queste giuste cause

perdeva la dote e veniva deportata sull’isola. Invece il marito doveva restituire l’intero ammontare

della dote e non poteva contrarre un nuovo matrimonio.

° Giustiniano riordinò la materia del divorzio con particolare severità e previde anche per l’uomo le

medesime pene stabilite nei confronti della donna.

Nacque un nuovo tipo di reato, ovvero quello di BIGAMIA.

Infatti nel corso del tempo si era sviluppata la tendenza di contrarre un nuovo matrimonio senza che

il precedente fosse stato sciolto in maniera definitiva, nel corso del periodo postclassico questo

atteggiamento fu considerato punibile dal punto di vista giuridico e le seconde nozze furono

considerate prive di qualsiasi effetto.

Importanti sviluppi si ebbero anche per quanto riguarda il CONCUBINATO, il quale nell’ultimo

periodo si presentò come un’unione coniugale monogamico che differiva dal matrimonio solo per la

mancanza dell’affectio maritalis.

RAPPORTI PATRIMONIALE FRA I CONIUGI

Prima cosa da evidenziare è il fatto che se la moglie era sottoposta a manus non aveva alcuna

capacità giuridica e quindi non possedeva alcun bene proprio.

Si venne a creare l’uso che il padre della sposa conferisse allo sposo beni che potevano servire a

sostenere economicamente la nuova famiglia, DOS, ovvero DOTE.

Tali beni divenivano proprietà del marito (ADVENTICIA) o se questo sottoposto a patria potestas

del suo pater (PROFETICIA).

Questo uso continuò per tutto il periodo pre e classico.

L’oggetto della dote non erano solo i beni corporali, ma anche diritti reali, come l’usufrutto, sia i

crediti.

Essa poteva avvenire tramite un atto di trasferimento o anche con l’assunzione di un’obbligazione,

la quale può avvenire sia mediante un negozio, ma anche con una stipulatio.

La costituzione di una dote precedentemente al matrimonio diventava efficace solo con l’inizio

della convivenza.

Qualora le nozze non si effettuavano, lo sposo doveva restituire quello che aveva ricevuto.

In epoca postclassica il marito non divenia più il proprietario della dote, ma bensì il suo

amministratore.

La dote si presentava come l’esigenza di pensare alla sorte della donna ripudiata dal marito, così vi

fu la tendenza di far promettere al marito tramite stipulatio la sua restituzione in caso di

scioglimento del matrimonio. In tal modo sorse alcune actio:

- ACTIO REI UXORIAE, con essa si condannava il marito o i suoi eredi ad una somma

corrispondente a ciò che fosse risultato più giusto ed opportuno che venisse restituito.

Questa venne abolita da Giustiniano;

- ACTIO EX STIPULATU, esperita indipendentemente da qualsiasi stipulatio fatta tra le

parti.

In epoca postclassica nacque la tendenza che anche il marito dovesse fare una DONAZIONE alla

fidanzata. Essa era ispirata a due principi:

- destinare la DONATIO ANTE NUPTIAS al sostentamento della donna una volta terminato

il matrimonio;

- era considerata come un patrimonio che doveva sostenere gli oneri del matrimonio e

sostenere i figli.

Quindi si venne a creare per il pater l’obbligo di creare una dote non soltanto per la figlia, ma anche

per il figlio. Le due dovevano essere perfettamente uguali. La loro amministrazione spettava al

marito. E la restituzione della donatio ante nuptias era regolata delle stesse regole della dote.

Importante da ricordare sono i BENI PARAFERNALI, ovvero quei beni di uso personale o

domestico appartenenti alla donna e che questa non aveva costituito in dote. Al marito era vietata

l’amministrazione di tali beni se non con la volontà della moglie.

LE PERSONE SOTTOPOSTE A TUTELA

Inizialmente la TUTELA era vista come un potere spettante al tutore nell’interesse proprio e della

famiglia di cui era esponente. Con il passare del tempo, fino al periodo giustinianeo, essa venne

concepita come un ufficio e un dovere da esercitarsi nell’interesse dell’incapace.

Le PERSONE SOTTOPOSTE A TUTELA erano quelle persone che potevano essere titolari di

situazioni giuridiche, ma erano impedite di gestirle e di compiere quindi gli opportuni atti e negozi

giuridici, erano cioè prive di capacità di agire.

Esse erano:

- IMPUBERI, bambini e ragazzi di entrambi i sessi che non avevano ancora raggiunto la

capacità di generare. Le femmine erano considerate impuberi fino al compimento dei 12

anni, mentre i maschi fino ai 14;

- I MINORI DI 25 ANNI, vennero considerati incapaci a partire dal 3 secolo a.c. vennero

equiparati agli impuberi. L’amministrazione del suo patrimonio fu affidata ad un

CURATOR ( la tutela assunse una colorazione protettiva e cominciò ad essere chiamata

cura da qui il termine curator per indicare il tutore) permanente, il quale era dominato da un

magistrato su richiesta del minore e i suoi compiti erano quelli di compiere atti in voce del

ragazzo oppure prestare il suo consensus a tali atti;

- Le DONNE erano sottoposte alla cura del TUTOR MULIERIS. Il suo potere si attenuò nel

corso del periodo pre e classico. Infatti egli non si doveva più occupare del patrimonio della

donna e doveva limitare i suoi interventi all’AUCTORITAS (vedi più avanti nel paragrafo),

la quale era necessaria per quei negozi o atti regolati dal ius Quiritium e dal ius civile.

Venne istituito l’OPTIO TUTORIS, disposta per testamento dai mariti titolari della manus,

con essa poteva attribuire la facoltà di scegliere un tutore a loro piacimento, TUTOR

OPTIVUS. La continua decadenza di questa tutela portò alla sua definitiva scomparsa tra la

fine del 3 e l’inizio del 4 secolo;

- Il FURIOSUS, malato di mente, che avesse palesi accessi di pazzia era considerato

interamente incapace. Venne istituito con le XII tavole un CURATOR anche per il furiosus.

I suoi poteri per quanto riguarda il patrimonio erano quelli di amministrarlo e di gestirlo.

Poteva compiere tutti gli atti necessari, ma non poteva alienare per causa di donazione, ne

compiere manomissioni. Le obbligazioni sorgenti dalla cura erano fatte valere con l’ACTIO

NEGOTIORUM GESTORUM. La nomina del curator valeva per tutta la vita del furiosus,

ma veniva sospesa nei momenti si sanità di quest’ultimo:

- Il PRODIGUS, ossia scialacquatore che coi suoi atti di amministrazione e disposizione

dissipava il patrimonio familiare rischiando di ridurre in miseria i suoi figli. Egli diveniva

incapace di compiere atti giuridici di carattere patrimoniale a meno che non comportassero

un proprio arricchimento e gli venne affidato un CURATOR.

CARATTERI DELLA TUTELA

I tutori erano essenzialmente di tre tipi:

- LEGITTIMI, era l’adgnatus più prossimo in linea maschile. Nel momento in cui ve ne

fossero più di uno sarebbero stato tutti quanti tutori. Invece, se al contrario non ce ne fossero

stati la tutela sarebbe spettata ai gentiles. In caso di liberto impubero e liberte il loro tutore

era il patrono;

- TESTAMENTARII, venivano nominati tramite il testamento e dovevano essere per forza

cittadini romani. Anche qui era ammessa la tutela di più tutori. Se veniva verifica

l’irregolarità della disposizione il nominato non diveniva automaticamente tutore, ma

doveva esserci un decreto di conferma da parte del pretore o del governatore provinciale. Il

tutore testamentario poteva rinunciare al suo potere;

- La LEX ATILIA nel 186 a.c. istituì un nuovo tipo di tutore, ovvero quello nominato dal

pretore urbano a coloro che non avessero uno dei primi due tutori. Ciò accadeva per lo più

fra le persone di bassa condizione sociale. Questo fu chiamato tutore ATILIANUS. Il

nominato non poteva rifiutarsi, in quanto veniva costretto dal magistrato. La nomina

inizialmente avveniva tramite il voto a maggioranza dei tribuni della plebe, successivamente

con il principato, avveniva anche dai consoli.

In epoca arcaica il tutore veniva considerato il proprietario dei beni, PROPRIETA’ FUNZIONALE,

ovvero riconosciuta al tutore per permettergli l’espletamento della funzione di conservare ed

eventualmente incrementare il patrimonio.

Con il tempo i poteri del tutore si attenuarono. Egli cominciò a lasciare compiere gli atti al

sottoposto limitandosi a ratificarli con la AUCTORITATIS INTERPOSITIO, che consisteva in

una pronunzia formale. Ciò perché gli effetti degli atti compiuti ricadevano sul tutore stesso, quindi

egli preferiva fargli compiere dal sottoposto e ratificarli.

Tuttavia questo era impossibile in alcuni casi- se il curato era un impubere o se era lontano dal

luogo in cui avveniva il negozio o l’atto- in questi casi il tutore gestiva personalmente il patrimonio

e concludeva il negozio, GESTIO. Gli effetti di ciò ricadevano sul tutore, il quale compiendo un

ulteriore negozio li traslava sull’interessato.

In epoca postclassica i poteri del tutore furono resi al minimo e consistevano per lo più nella

salvaguardia del patrimonio, la quale era sottoposta a regole ben precise sull’impiego dei capitali e

la conservazione dei beni.

Inizialmente i limiti del tutore erano fondati sia sulla fides, ma anche su divieti di usare a proprio

vantaggio i propri poteri. Se ciò era violato vi erano due conseguenze:

- ACTIO RATIONIBUS DISTRAHENDIS, esperita contro il tutor legitimus condannava al

doppio del valore dei beni sottratti e degli altri guadagni dolosamente fatti a danno del

sottoposto;

- CRIMEN SUSPECTI TUTORIS, commesso dal tutor testamentarius, il quale frodava il

sottoposto. Ciò portava alla perdita della nomina e spesso anche all’infamia.

Inoltre venne introdotta nel periodo preclassico l’ACTIO TUTELAE nei riguardi dei tutori

nominati dal pretore. Essi erano chiamati a rendere i conti della loro gestione e in genere a

rispondere del mondo in cui avevano esercitato i loro poteri e la loro funzione.

Il tutore a sua volta poteva agire contro l’ex pupillo mediante ACTIO TUTELAE CONTRARIa,

con la quale il tutore poteva ottenere il rimborso di tutte le spese sostenute e di tutte le obbligazioni

per lui assunte e per tutto ciò che avesse perduto con l’esercizio della sua funzione. Questa si

esperiva solo dopo la fine della tutela.

SOGGETTI DIVERSI DALLE PERSONE FISICHE

Il mondo del diritto si occupa non solo delle persone fisiche, ovvero gli uomini, ma cerca di

occuparsi anche delle cosiddette PERSONE NON FISICHE, ovvero le PERSONE GIURIDICHE.

Il diritto romano riconosce come persone giuridiche:

- MANCA LA FAMILIA E LE GENS Xkè NON HO CAPITO

Pag 279;

- il POPULUS ROMANUS, espressione giuridica della comunità organizzata a repubblica,

regolato dal ius Quiritium, è considerato un soggetto collettivo, il quale corrisponde a quello

che noi oggi chiamiamo stato. Fra i beni del populus romanus importante è la terra e il

denaro e altri beni mobili custoditi nella cassa pubblica, AERARIUM POPULI ROMANI.

Gli atti giuridici e le situazioni giuridiche facenti capo ad esso vengono regolate dal ius

pubblicum. Con la nascita del principato il populus romanus continuò a sussistere per tutta

l’epoca classica, ma non riuscì a sopravvivere alla nascita del dominato, poiché tutti gli

organi ormai facevano capo solo all’imperatore;

- il PRINCEPS, persona fisica, ma la sua prerogativa di personificare l’insieme degli

individui organizzati a monarchia e di costituire il volto monarchico dello stato dipendeva

dalla carica rivestita. Non operava secondo il ius pubblicum. Si presentava come persona

fisica, ma aveva alcune differenze da esse, in particolare per ciò che riguarda il settore dei

beni. La cassa in cui egli custodiva il denaro e altri beni era chiamato……

- …….FISCUS, beni che pervenivano al principe in ragione del suo ufficio. La gestione del

ficus era a carico di funzionari di fiducia del principe e i beni di esso non passavano

nell’eredità del principe, ma passavano al successivo principe. Il ficus era trattato come

soggetto a se stante;

- MUNICIPIA e COLONIE, stato che ricevettero alcune città. Potevano compiere atti o

concludere negozi mediante i loro magistrati e furono ammessi dal pretore ad essere parte in

processi per formula. Essi potevano operare sia in campo privato che in quello pubblico, a

differenza del populus romanus;

- ASSOCIAZIONI, un’altra categoria di soggetti che si configurò nel periodo preclassico.

Queste erano associazioni e corporazioni che venivano trattati, appunto, come soggetti. Le

associazioni che vennero costituite furono quelle: 1.professionali 2.religiose 3.funerarie

4.ispirate a fini di lucro, come appaltatori di miniere, chiamate SOCIETATES

PUBLICANORUM. Alcuni esempi di tali associazioni sono: i COLLEGIA, CORPORA

e DECURIAE. Nel periodo classico vi fu l’emanazione di una serie di norme tese a porre

argine alla costituzioni di esse in quanto ritenute fomentatrici di disordini. Una di esse fu

una LEX IULIA la quale determinò che per costituire i collegia ci dovesse essere

l’autorizzazione del pretore tramite senatoconsulto. In epoca psotclassica nacquero le

CORPORAZIONI DI CARATTERE COATTIVO, infatti, l’appartenenza a determinate

corporazioni divenne obbligatoria;

- Le CHIESE CRISTIANE, all’epoca di Costantino furono considerate delle associazioni

volontarie. L’affermarsi di un’organizzazione stabile determinò la concentrazione del potere

nelle mani delle gerarchie ecclesiastiche. Al vescovo venne attribuito la rappresentanza

dell’istituzione ecclesiastica e gli fu affidata l’amministrazione del patrimonio, la quale era

sottoposta a particolari regole per la sua salvaguardia;

- In epoca postclassica e di Giustiniano furono considerate come centro autonomo dei

patrimoni sprovvisti di titolari. Questi erano:

1. PIAE CAUSAE, beni lasciati e donati da cristiani abbienti allo scopo di istituire ed

organizzare ospedali, orfanotrofi e ospizi per vecchi e poveri. In un primo tempo fu

considerato proprietà della chiesa, ma poi venne istituita una propria amministrazione

differente dai vescovi o da altri soggetti così vengono considerati come soggetti a se stanti;

2. HEREDITAS, l’opinione classica era che l’eredità non ancora acquistata non appartenesse

a nessuno. Ma con il tempo nacque la necessità di individuare un soggetto al quale essa

faceva capo e in età postclassica si stabilì che l’hereditas era essa stessa un soggetto titolare

di diritti e doveri che rientrano in essa.

CAPITOLO 6

I BENI

BENE: ciò che serve alla soddisfazione dei bisogni materiali degli individui e dei gruppi sociali e

ha quindi un valore economico.

BENE GIURIDICO: oggetto di situazioni giuridiche soggettive favorevoli o sfavorevoli. I romani

definiscono tali oggetti con il termine di RES.

Il fatto che i romani qualificarono le situazioni giuridiche come RES dipende dal fatto che ance’esse

servivano a soddisfare le esigenze e bisogni degli uomini e avevano quindi un valore economico.

A riguardo vi sono molteplici distinzioni:

1. tra: - RES MANCIPI, terra coltivata intensivamente con la capanna o la casa in cui abitare, gli

schiavi, gli animali domanti sia bovini che equini, le strade e i sentieri sulla terra altrui, il canale o la

condotta d’acqua per l’irrigazione che attraversavano la terra altrui

- RES NEC MANCIPI, tutti gli altri beni di uso strettamente personale, come gli indumenti, il

denaro, animali come gli ovini e i caprini.

Tale distinzione rimase in vita per tutto il periodo pre e classico. Le prime furono considerate più

privilegiate dal punto di vista economico e sociale per la loro connessione con l’agricoltura

intensiva. Il loro trasferimento richiedevano o la MANCIPATIO (cap6 pag330) o l’IN IURE

CESSIO (cap6 pag333). Solo nel periodo giustinianeo con la scomparsa della mancipatio e dell’in

iure cessio venì a meno anche la distinzione tra res mancipi e nec mancipi;

2. tra: - RES CORPORALES, le cose che si potevano toccare, come i fondi, gli schiavi, i vestiti

- RES INCORPORALES, quelle che non si potevano toccare, ovvero quelle aventi soltanto

consistenza giuridica, come l’usufrutto, il diritto di eredità.

Questa distinzione è ispirata a concetti diffusi tra i filosofi e i grammatici fin dal tempo di Aristotele

e Platone.

3. tra: - BENI CONSUMABILI, le cose che, usate una sola volta, non si trovavano più nel

possesso di chi se ne era servito, in quanto distrutte, trasformate o alienate, come il denaro e le

materie prime.

- BENI INCONSUMABILI, cose che potevano essere riutilizzate innumerevoli volte, anche se

poteva accadere che ognuna di esse le poteva deteriorare.

4. tra: - BENI FUNGIBILI, erano le cose che rivelavano soltanto per il loro peso, numero, misure,

in modo che quantità uguali di cose della medesima specie erano considerate la stessa cosa, come il

denaro, l’olio e il grano. Quando cose fungibili della medesima specie appartenenti a diversi

soggetti venivano mescolati o confusi insieme in modo da non potersi più discernere i beni

dell’uno da quelli dell’altro si possedeva in comune tenendo conto della quantità dei loro beni

originari;

- BENI INFUNGIBILI, erano tutte le altre cose.

Questa distinzione per certi aspetti può coincidere con quella precedente, in quanto le cose

consumabili erano anche fungibili.

5. tra: - BENI MOBILI, cose con la possibilità di essere trasportate

- BENI IMMOBILI, non potevano essere spostati, terreni e edifici.

Tale distinzione si riflette sulla possibilità dell’usucapio. Infatti i primi venivano acquistati in un

anno, mentre gli immobili in due anni. Anche la legis actio sacramento in rem era differenza a

seconda se si trattasse di un bene mobile o immobile. La differenza si accentua negli ultimi due

periodi.

6. tra: - COSE SEMPLICI, cose che obbediscono ad un’ispirazione unitaria, come lo schiavo, una

trave, una pietra.

- COSE COMPOSTE, cose che comprendono vari elementi strettamente congiunti fra loro, come

un edificio, una nave, un armadio.

- UNIVERSALITA’ DI COSE, composte di elementi omogenei individuabili e separati l’uno

dall’altro, ma congiunti fra loro dalla comune destinazione e dalla reciproca funzione in modo da

formare un’unità, come il popolo, una legione, un gregge.

Le ultime due nel corso del periodo postclassico e giustinaneo continuarono ad essere trattati come

un bene unico.

7. tra: - BENI APPARTENENTI A PRIVATI, beni che facevano parte del patrimonio di una

determinata persona.

- BENI NON APPARTENENTI, beni che non facevano capo a nessun patrimoni privato.

Questa distinzione era collegata e quella tra:

- BENI DIVINI IURIS, i beni consacrati agli dei Superi (RES SACRAE) e quei beni che

erano dedicati agli dei Mai per effetto del seppellimento di un cadavere da parte di chi ne era

legittimato (RES RELIGIOSAE). Le regole attinenti all’uso di tali beni erano di natura

religiosa.

- BENI HUMANI IURIS, consistevano in quei beni appartenenti al populus romanus. Essi

potevano essere di natura patrimoniale o in uso pubblico e quindi non suscettibili al

commercium. Inoltre furono considerati fra questi beni anche quelli come il mare, il lido e i

fiumi che erano comuni a tutti, anche ai non cittadini romani.

8. BENI AVENTI NATURA DI FRUTTI, in quanto li si riteneva idonei a essere separati da un

altro bene che appariva averli prodotti, senza che questo venisse impoverito. I frutti divenivano beni

a se stanti con la separazione dal bene produttivo e venivano acquistati dai soggetti che ne avevano

il diritto.

Erano frutti non solo i prodotti del suolo, ma anche la legna derivante dal taglio dei boschi, i parti

degli animali, la lane e il latte. L’AGER PUBLICUS

Una parte molto importante dei fondi era quella AGER PUBLICUS POPOLI ROMANI, ovvero

che non apparteneva ai privati, ma bensì allo stato.

Tali terreni venivano vendute ai QUAESTORES, ma i compratori acquistavo solo il diritto di

utilizzare tali terre, ma non l’effettivo possesso. Infatti essi dovevano pagare ogni anno allo stato un

canone, VECTIGAL, la cui riscossione fu affidata a esattori che la prendevano in appalto,

PUBLICANI. Questi terreni furono chiamati AGER VECTIGAL, l’affitto durava per 5 anni.

Questi dal punto di vista giuridico iniziarono ad essere considerati come dei POSSESORES, in

quanto si riteneva che il loro stare sulla terra ed utilizzarla a loro piacimento consisteva in un

POSSIDERE, ossia un occuparla da padrone.

Di conseguenza iniziarono ad essere protetti dal pretore mediante particolari ordinanze (vedi

paragrafo la difesa del possesso), le quali vietarono l’uso della violenza per modificare lo stato di

fatto e che tutelassero chi veniva espulso dalla terra con la violenza.

IL POSSESSO

Il significato originale di POSSESSO, come si è appena visto, era la signoria su una porzione

dell’ager publicus.

Anche qui vi sono delle distinzioni.

° Innanzitutto quella fra:

- POSSESSOR SUO o NOMINE PROPRIO, possessore della cosa propria, considerato

vero possessore e tutelato con gli interdetti (vedi paragrafo la difesa del possesso);

- POSSESSOR ALIENO NOMINE, colui che possiede perché altri gli aveva dato la cosa o

gliela aveva lasciata prendere. Egli non era trattato da vero possessore e quindi non veniva

tutelato con gli interdetti (interdetti vedi cap4 paragrafo provvedimenti integrativi).

Tuttavia la tutela avveniva in alcune eccezioni:

1. in caso di PRECARIO, consisteva nella benevola concessione, gratuita e revocabile in

qualsiasi momento, di un appezzamento di terra fatta da una gens ad un cliente, in

accoglimento di sue preghiere. La protezione interdittale era accettata per l’antichità di

questo istituto;

2. in caso di PIGNORATIZIO (cap6 pag368), il riconoscimento del possesso e quindi della

tutela interdittale dipende da alcune valutazioni socio economiche che fecero considerare

l’interesse del creditore pignoratizio al controllo sulla cosa prevalente su quello del

concedente o dei litiganti;

3. in caso di SEQUESTRATARIO, soggetto a cui le parti affidavano la cosa durante la

controversia. (ved sopra punto 2).

° Nel possesso si distingue tra:

- ELEMENTO SOGGETTIVO, ANIMUS, volontà di possedere;

- ELEMENTO OGGETTIVO, CORPUS, detenzione materiale.

L’acquisto richiede entrambi gli elementi. Tale distinzione conduce a concepire il possessore alieno

nomine come dotato del solo corpus, ma non dell’animus.

DIFESA DEL POSSESSO

La principale forma di tutela della possesso, come si è già accennato, consisteva negli

INTERDICTA (vedi cap4 paragrafo provvedimenti integrativi). Ce ne sono molteplici:

- interdetti ADIPISCENDAE POSSESSIONIS, per l’acquisto del possesso, come

l’interdictum salvianum (cap6 pag363);

- interdetti RETINENDAE POSSESSIONIS, per la conservazione del possesso. Vinceva chi

avesse posseduto per la maggior parte del tempo nell’ultimo anno;

- interdetti RECUPERANDAE POSSESIONIS, per il recupero del possesso. Spettavano a

chi fosse stato spogliato del possesso di un immobile con la forza. Questo tutelava anche

l’iniusta possessio. Un tipo di interdetto recuperandae era quello DE PRECARIO, con cui

il concedente di un bene a precario poteva in qualsiasi momento pretendere la restituzione

da parte del precarista. LA PROPRIETA’

Per ciò che riguarda il termine tecnico con cui si identificava la proprietà vi sono delle differenza

fra i vari periodi.

Nel periodo antico non risulta che si sia usata una parola specifica. Tuttavia sembra che si prendesse

come base la nozione di APPARTENENZA, infatti, non si diceva di avere la proprietà delle cose,

ma bensì che esse erano proprie.

Mentre mancava il termine tecnico per indicare la proprietà, lo si aveva per indicare il proprietario.

Questo era DOMINUS, derivante da domus, ovvero casa e dominus era colui che comandava nella

casa.

Un termine specifico per indicare proprietà lo si inizia ad avere a partire dal periodo preclassico.

Inizialmente si utilizzava la parola MANCIPIUM, ma successivamente vi fu la tendenza ad

utilizzare DOMINIUM o meglio DOMINIUM EX IURE QUIRITIUM. Con esso si conferiva al

titolare tutte le facoltà di usare e godere il bene, traendone i frutti, e inoltre il potere di disporre di

esso, sia per intero sia parzialmente, e la pretesa verso qualsiasi terzo all’estensione da ingerenze sul

bene di qualunque tipo ed entità.

Riguardo la proprietà dei periodi pre e classico vanno precisati tre punti:

- ACCENTUAZIONE DEL CARATTERE PATRIMONIALE e quindi la

DIFFERENZIAZIONE DAI POTERI FAMILIARI, coi quali conservò la possibilità di

venire fatta valere nei confronti di chiunque si trovasse in una situazione di fatto con essa

contrastante;

- Collegato alla PROCEDURA DI RIVENDICAZIONE. Chi aveva di fatto il controllo del

bene era avvantaggiato, perché non aveva affatto l’onere di affermarsi proprietario del bene,

e perché ne conservava l’usus o la possessio, se l’attore non dimostrava di essere

effettivamente proprietario del bene;……NON SO SE HO CAPITO IN MANIERA

GIUSTA

- Riguarda la POSIZIONE DELLA PROPRIETA’ NEL SISTEMA DEI DIRITTI SUI

BENI. I giuristi focalizzarono la loro attenzione su tutti i beni sia mobili che immobili e

delinearono un sistema imperniato sulla proprietà. Non si concepivano beni privi in modo

permanente di un proprietario. Infatti in mancanza di ciò i beni andavano all’aerarium poi

sostituito dal fiscus.

Nel periodo postclassico si perde la netta distinzione fra possesso e proprietà, la quale, tuttavia,

ricompare con Giustiniano.

Egli sotto l’influenza del modello classico di regime fondiario (proprietà al centro e intorno i diritti

reali) raggruppa in una nozione di proprietà le signorie generali preesistenti dotate di più spiccato

contenuto dominicale e da essa separa signorie reputate meno piene come l’ENFITUESI (cap6

pag354) e il IUS PERPETUUM facendole ricadere nei diritti reali su cosa altrui.

Nel periodo antico la proprietà come potere era:

- GENERALE, ossia indefinita e capace di assumere per iniziativa del titolare vari contenuti;

- ASSOLUTA, opponibile a tutti gli altri soggetti.

Ma essa non era:

- ILLIMITATA, rispetto al terzo che si fosse impossessato di una cosa, in quanto il titolare

non poteva che reagire in processo, e quindi nei modi e nei limiti della legis actio

sacramento in rem. Non lo era quanto all’utilizzazione del bene, in quanto il potere di usare

e di godere della cosa rientrava nei limiti di carattere giuridico e religioso delle XII tavole;

- EQUIPAREBILE AD UNA SOVRANITA’

Oltre a quelli appena accennati vi sono altri limiti in particolare quelli riguardanti la VICINANZA.

Per esempio l’autorizzazione di tagliare i rami dell’albero sporgenti dal fondo altrui e più bassi di

15 piedi dal suolo, con l’ordine invece di tollerare i rami più alti e di permettere al vicino di

prendere ogni 2 giorni i frutti prodotti dal suo albero.

Nel periodo preclassico i limiti furono posti nell’interesse della comunità e in quello dei singoli

privati. A questo riguardo vennero emanate norme nelle quali si imponeva, per esempio, ai

proprietari di compiere determinate prestazioni positive, come aggiustare strade, o di tollerare

ingerenze nei loro fondi di organi pubblici, come asportazioni di pietre. Nel periodo i limiti

riguardanti la vicinanza non furono coinvolti da cambiamenti importanti. Si ebbe un’integrazione

relativa alle IMMISSIONI, con riferimento a particelle più o meno piccole, prodotte da attività nel

proprio immobile e entrate o cadute nell’immobile vicino. Qui sembra vigere il principio che

considera lecita l’immissione che dipende dall’uso normale. Un regime speciale venne previsto per

l’acqua piovana, già presa in considerazione dalle XII tavole da cui derivò l’ACTIO ACQUAE

PLUVIANE ARCENDAE. Essa era esperita dal proprietario che a causa di un’opera eseguita

dall’uomo sul fondo vicino temesse un eccesso di acqua piovana sul suo fondo. Riguardo a ciò

Giustiniano decise che ognuno poteva utilizzare l’acqua scorrente nel suo fondo solo nei limiti del

proprio fabbisogno e quindi era costretto a restituire l’eccedenza.

Inoltre potevano sorgere dei limiti da tre rimedi per la tutela della proprietà (vedi paragrafo sulla

tutela della proprietà):

- il primo limite da considerare è quello dell’ESPROPRIABILITA’ dei beni per ragioni di

pubblica utilità. Ciò è previsto solo per certi categorie di beni, quali i fondi su cui si

intendono costruire opere pubbliche. Potevano essere espropriati anche beni mobili, come i

generi alimentari occorrenti in caso di carestia;

- un altro limite è la pesante IMPOSIZIONE FISCALE che caratterizza il regime fondiario.

Essa costringeva i possessori di terre ad intaccare i loro capitali e quindi erano portati a

vendere le terre per liberarsene o ad abbandonarle.

Talvolta poteva accadere che un bene apparteneva ad un insieme di soggetti, ciascuno dei quali ne

era il proprietario, ciò viene definito come COMUNIONE. La fonte più antica di ciò è la

successione ereditaria. Coloro che ereditano insieme sono chiamati SUI HEREDES (cap8 pag505).

Ciascuno di essi appariva proprietario per intero del patrimonio ereditario e proprietario per intero

di ciascuno dei beni che lo compongono. Però nel godimento concreto vi sarà una ripartizione di

fatto.

La comunione era una situazione tendenzialmente temporanea. La divisione, di cui si è appena

accennato, veniva disposta dall’ARBITER, e trasformava al comunione in tante proprietà singole

quanti erano i condividenti, ma il bene o la parte materiale di un bene che ciascuno riceveva poteva

non corrispondere al valore della sua quota. Così l’arbiter condannava colui che riceveva di più a

pagare un conguaglio in denaro a chi riceveva di meno o nulla.

All’inizio del periodo preclassico poteva aversi una comunione non ereditaria su un singolo bene,

CONSORTIUM, anche qui, come nella comunione, ognuno era titolare di ciascuna parte e quindi

ne poteva disporne da solo. Ciò significa che a ciascun soggetto appartenesse qualsiasi particella del

bene, ma solo per una quota matematica ideale. A tale riguardo si parla di COMMUNIO PRO

INDIVIDUI, contrapponendola a ciò che PRO DIVISO NOSTRUM EST.

I frutti che poteva produrre tale bene spettavano a tutti i proprietari in proporzione alla propria

quota. Nella stessa misura si ripartivano le spese. Ciascuno dei comunisti poteva compiere atti di

disposizione della propria quota. Anche le innovazioni materiali potevano essere riportate da

chiunque, mentre tutti gli altri le poteva impedire esercitando tempestivamente il IUS

PROHIBENDI, diritto di proibire, senza, però ottenere la demolizione di ciò che fosse stato già

eseguito in precedenza.

La comunione sussiste anche nel periodo di Giustiniano anche se con dei cambiamenti.

Il principale riguarda la FACOLTA’ DI APPORTARE INNOVAZIONI. Infatti, il principio

appena suddetto, appare sostituito con il conferimento alla maggioranza del potere di decidere in

merito. LA TUTELA DELLA PROPRIETA’

- REI VINDICATIO: principale tutela è quella che consente al titolare di recuperare il

possesso del bene che ne era oggetto dell’attuale possessore, o di ricevere una somma di

denaro ritenuta equivalente. Venne esercitata in varie forme, come nell’actio sacramento in

rem. L’attore aveva l’onere di provare di essere il reale proprietario. Dopo aver accertato

ciò, il giudice emanava il IUSSUM RESTITUENDO e qual’ora non venisse eseguito si

condannava al pagamento di una somma di denaro. Vi era l’ordine di restituire non solo il

bene, ma anche i frutti da esso prodotti in precedenza. Giustiniano compì a riguardo alcuni

cambiamenti. Egli generalizza la legittimazione sia a colui che ha dimesso volontariamente

il possesso della res, sia colui che pur non essendo realmente possessore si è fatto convenire

in giudizio, facendosi credere possessore, per consentire al vero possessore di acquistare per

usucapio la proprietà della res……NON HO COMPRESO MOLTO BENE CIO’, MA ERA

SCRITTO COSì.

- ACTIO NEGATIORIA, tutela che spettava al proprietario e consisteva nell’accertare che

un dato terzo, il quale pretendeva di avere e di esercitare di fatto un proprio diritto sul bene,

non aveva tale diritto e che gli si impedisse di esercitarlo. L’attore doveva solo provare di

essere proprietario. La formula era munita di CLAUSULA RESTITUTORIA.

Vi sono altri rimedi a tutela della proprietà e sono quelli che comportano i limiti (vedi paragrafo

sopra). Questi sono:

- LEGIS ACTIO DAMNI INFECTI, concessa nel caso in cui il proprietario di un immobile

temesse danno dal fondo o edificio vicino. Il proprietario del fondo o dell’edificio vicino era

costretto dal pretore a prestare la cautio, con cui prometteva di risarcire il danno;

- OPERIS NOVI NUNTIATIO, caso in cui taluno iniziasse sul proprio fondo uno scavo,

una costruzione o un’altra qualsiasi opera che il proprietario vicino ritenesse lesiva di un suo

diritto o tale da determinare a lui un danno. Essa mirava a far sospendere la prosecuzione

dell’opera e obbligava a ripristinare la situazione precedente se fosse risultato che l’opera

fosse illegittima;

- INTERDICTUM QUOD VI AUT CLAM, esperibile nei confronti di colui che ponesse in

essere un OPUS dannoso contro il divieto del proprietario o clandestinamente nella

consapevolezza che l’autorizzazione sarebbe stata negata. Tendeva al ripristino della

situazione antecedente al compimento dell’opus.

MANCA L’ACTIO PUBLICANA E IN BONIS HABERE

Pag320

MODI D’ACQUISTO DELLA PROPRIETA’

Per quanto riguarda i modi di acquistare la proprietà vi sono due distinzioni.

Una che ci perviene da Gaio:

- operanti NATURALI IURE, per diritto naturale;

- operanti NATURALI RATIONE, per ragione naturale

oppure un'altra versione:

- operanti IURE GENTIUM;

- operanti IURE CIVILI.

Inoltre vi è quella elaborata dalla tradizione romanistica:

- modi di acquisto ORIGINARI, la proprietà sorge EX NOVO in capo all’acquirente. Questi

sono: °l’OCCUPAZIONE, materiale impossessamento delle RES NULLIUS, ovvero delle

cose che non fossero in proprietà di nessuno, nemmeno del populus romano. In massima si

trattava di animali selvatici e di altri beni mobili, come quelli ritrovati sul lido del mare. I

beni immobili non erano esclusi dall’occupazione, purchè fossero nullius, e ciò rendeva

l’acquisto possibile quasi esclusivamente per le isole nate nel mare o nei fiumi. In caso di

ritrovamento di denaro o di un qualcosa di prezioso di cui era ignoto il proprietari si

stabiliva che metà dovesse andare al proprietario del terreno in cui si ritrovava e l’altra metà

al ritrovatore. Un caso particolare è rappresentato dalle RES DERELICTAE, ovvero quei

beni che erano stati abbandonati definitivamente dal precedente proprietario. Riguardo ad

essi i giuristi si dividono. Alcuni ritengono che tale bene potesse divenire subito

acquistabile, mentre altri ritengono che il nuovo proprietario potesse acquistare la proprietà

solo mediante usucapione. °ACCESSIONE, per la quale il proprietario di un bene reputato

socialmente più importante (cosa principale) diveniva proprietario del bene meno

importante (cosa accessoria) che fosse stato permanentemente congiunto al primo. I beni

immobili risultavano sempre più importanti di quelli mobili. In caso di congiunzione un

bene mobile a un immobile il proprietario di quest’ultimo diventava proprietario di tutto.

Lo stesso principio valeva anche per la COSTRUZIONE, infatti, la parte superiore del

suolo, e quindi ciò che vi è costruito, accede al suolo. Può esserci anche l’accessione tra un

immobile con un altro immobile, la cosiddetta ALLUVIO, il fiume in maniera

impercettibile aggiungeva terra al fondo rivierasco, la cui proprietà si espandeva quindi in

modo corrispondente. Se invece in maniera violenta il fiume staccava una parte del fondo di

un altro soggetto e la faceva aderire al fondo di un altro, non si aveva un immediato cambio

di proprietà, ma se essa aveva aderito al nuovo fondo e i suoi alberi avevano messo le radici

in esso, la parte era acquistata del proprietario del nuovo fondo. Se in un fiume ci fosse

un’isola questa veniva acquistata dai proprietari dei fondi dell’una e dell’altra riva.

Nell’accessione tra due beni mobili la determinazione del bene principale poteva dipendere

dal valore, dalla funzione rispettiva dei beni e dalla loro natura. Nel corso del periodo

postclassico si venne a diffondere il principio secondo il quale l’individuo che a cause di

un’accessione perdesse il bene poteva venire risarcito. Tutti questi beni considerati fino ad

ora non implicano il trasferimento del bene da un precedente proprietario ad uno nuovo;

- modi di acquisto DERIVATIVI, per i quali c’è un trasferimento di proprietà da un

precedente a un nuovo proprietario. E ciò avveniva tramite: °MANCIPATIO,

compravendita a contanti, scambio immediato di una cosa contro il prezzo. Si trattava di un

negozio formale, richiedeva la presenza, oltre che del venditore e del compratore, di 5

testimoni cittadini romani puberi e di un LIBRIPENS, colui che teneva la bilancia di

bronzo. L’effetto della mancipatio non era solo il trasferimento del bene, ma anche la

garanzia che colui che dava il bene doveva a chi riceveva della proprietà che egli trasferiva.

Questa forma di compravendita nel periodo giustinianeo non viene più menzionata. °IN

IURE CESSIO, espediente che trovava applicazione riguardo a tutte le situazioni giuridiche

tutelabili con l.a. sacramento in rem, in quanto consisteva in un’applicazione fittizia della

prima parte di questa legis actio. Le due parti si presentavano dinanzi al rex o al magistrato

con il bene da trasferire o una sua parte simbolica. L’acquirente faceva una vindicatio,

affermando che il bene era suo, mentre l’alienante poteva o tacere oppure confermare. Così

il magistrato o il rex riconosceva la proprietà del bene all’acquirente. Essa tende a non usarsi

più già verso la fine del periodo classico. °TRADITIO, consegna materiale di un bene

corporale nec mancipi con la volontà di trasferire la proprietà sulla base di iusta causa. Le

cause maggiormente riconosciute erano quelle della compravendita, donazione, costituzione

di dote, mutuo e pagamento. A differenza della mancipatio e dell’in iure cessio essa era iuris

gentium. Nel corso del periodo classico subì un processo di materializzazione. Divenne

sufficiente che l’alienante mostrasse il fondo in questione da una torre dichiarando la

volontà di volere trasferire la proprietà ad un altro, TRADITIO LONGA MANU, consegna

a distanza. Oppure era ammesso che colui che trasferiva il determinato bene si facesse

concedere l’usufrutto, CONSTITUTUM POSSESSORIUM. Infine venne concessa la sola

consegna delle chiavi in cui erano racchiusi i beni in questione, TRADITIO

SIMBOLICA. L’USOCAPIO

L’USUCAPIO era un modo di acquisto iuris civili e aveva le sue radici nel ius Quiritium.

Consisteva nell’acquisto della proprietà mediante l’uso del determinato bene, un anno per beni

mobili e due per quelli immobili. Non era necessario che l’usus fosse in qualche modo

giustificato. Questo fino all’età repubblicana quando si determinò che il possessore per

usucapire dovesse dimostrare di avere acquistato il possesso per una causa astrattamente idonea

a giustificare l’acquisto della proprietà e con la convinzione di non ledere una situazione

giuridica altrui al momento dell’acquisto del possesso.

Quindi all’inizio del periodo classico l’usucapione richiedeva:

- POSSESSIO NOMINE PRORPIO (vedi paragrafo il possesso);

- Beni suscettibili di proprietà privata e che non fossero stati oggetto di un furto o di uno

spossessamento violento;

- Per il tempo previsto dalla legge, 2anni beni immobili e 1quelli mobili;

- Causa astrattamente idonea a giustificare l’acquisto del dominio.

Come è noto i fondi provinciali non erano oggetto di dominium ex iure Quiritium, ma soltanto di

possessio vel usufructus (vedi paragrafo ager publicus), quindi essi non potevano essere oggetto di

usucapio. Tuttavia Caracalla e Settimio Severo disposero che chi era in possesso con un giusto

inizio e una giusta causa poteva occorrere all’azione di chi si affermava vero titolare una

PRAESCRIPTIO LONGI TEMPORIS, eccezione di lungo possesso, di 20 anni se quegli abitava

in un’altra città e 10 se abitava nella stessa……….NON HO COMPRESO PRORPIO ALLA

PERFEZIONE IL PASSAGGIO.

Queste due, usucapio e praescriptio, coesistettero per lungo tempo mantenendo ambiti di

applicazioni differenti sino a Giustiniano. Egli, infatti riordina tale materia, rendendo applicabile

per tutti i fondi la praescriptio longi temporis e alle cose mobili l’usucapione e il tempo previsto per

esso viene portato a 3 anni. DIRITTI REALI DI GODIMENTO

Nel corso del periodo antico si delineò una particolare concezione: il proprietario di un fondo che

poteva attraversare con un carro, un gregge o a piedi il fondo altrui, o che poteva condurvi l’acqua,

anziché avere la proprietà della strada, sentiero o acquedotto era titolare del IUS IRE AGERE,

diritto di passare, o del IUS AQUAM DUCERE, diritto di condurre acqua. Tuttavia questa

costruzione giuridica iniziò a modificarsi, poiché si vennero a creare dei nuovi rapporti fra fondi. E’

così che sorsero due nuove categorie di iura:

- IURA PRAEDIORUM RUSTICORUM, dei fondi destinati all’agricoltura e alla pastorizia

e quindi rustici;

- IURA PRAEDIORUM URBANORUM, dei fondi costruiti o destinati alla costruzione e

quindi urbani.

Riguardo ai primi, ovvero ai fondi rustici si parlava di:

- IURA INTINERUM, diritti delle strade;

- IURA ACQUARUM, diritti delle acque.

Riguardo ai secondi, ovvero quelli urbani, invece, si parlava di:

- IURA STILLICIDIORUM, diritti degli stillicidi;

- IURA PARETIUM, diritti dei muri;

- IURA LUMINUM, diritti delle luci.

Queste erano le SERVITU’ principali. Vi erano anche servitù negative, in quanto negavano al

proprietario del fondo servente del ius di esercitare in un certo modo la sua proprietà, per esempio

innalzare il proprio edificio, in quanto avrebbe tolto la luce al vicino.

Il fondo che traeva vantaggio dal rapporto era detto DOMINANTE, mentre l’altro SERVENTE.

Le caratteristiche principali della servitù sono:

- DOPPIA INERENZA REALE, non soltanto esse gravavano sul fondo servente e potevano

essere fatte valere contro qualunque proprietario o possessore di questo fondo, ma esse

appartenevano di necessità a chiunque fosse proprietario del fondo dominante;

- IMPOSSIBILITA’ di una servitù su un proprio fondo;

- IMPOSSIBILITA’ che una servitù divenisse oggetto di usufrutto, formulata in seguito da

Giustiniano;

- Il proprietario del fondo servente aveva un DOVERE, ma non di fare qualcosa, bensì di

tollerare, di non fare nulla.

°Le servitù rustiche, in quanto mancipi, potevano essere costituite mediante MACIPATIO fra il

proprietario del fondo dominante e il proprietario del fondo futuro servente.

°Le servitù urbane, poiché nec mancipi, non potevano costituirsi con mancipatio, ma nemmeno

con la traditio, poiché essa comportava l’attribuzione del possesso, mentre l’incorporalità delle

servitù escludeva che esse fossero oggetto di possesso. Quindi l’atto idoneo era l’IN IURE

CESSIO.

Inoltre era possibile una °costituzione MORTIS CAUSA, se nel testamento il proprietario del

fondo futuro servente disponeva un LEGATUM PER VINDICATIONEM (cap8 pag552) a favore

del proprietario del fondo futuro dominante.

Vi era anche un altro modo chiamato °PER DESTINAZIONE DEL PADRE DI FAMIGLIA.

Consisteva nella separazione giuridica di due fondi, fra i quali il proprietario aveva stabilito un

rapporto di servizio di fatto, senza farne oggetto di nessuna menzione al momento in cui ne alienava

o legava uno o entrambi a soggetti diversi…………BO!!!!

In età giustinianea con il venir meno della mancipatio e dell’in iure cessio si diffuse l’uso delle

°PACTIONES e STIPULATIONES, alle quali si attribuiva l’efficacia di far sorgere direttamente

la servitù, in poche parole è un esempio di contratto ad effetti reali.

Per quanto riguarda l’estinzione poteva avvenire °per rinunzia del proprietario del fondo

dominante. Oppure °quando la proprietà del fondo dominante e del fondo servente si univano nello

stesso soggetto (confusione- vedi punto4 del paragrafo i beni). Oppure °se uno dei due fondi

veniva distrutto. Oppure °interruzione dell’esercizio per 2 anni consecutivi.

La tutela della servitù si attuava con la VINDICATIO SERVITUTIS, inizialmente esperita nelle

forme della legis actio sacramento in rem, in quelle dell’agere in rem per sponsionem e infine con la

procedura formulare. L’azione era contro il proprietario attuale del fondo servente. Inoltre a tutela

della servitù vi erano anche gli interdetti.

L’USUFRUTTO

Fu istituito verso l’inizio del periodo preclassico e classico. Poteva sussistere sia sui beni immobili

che su quelli mobili, come schiavi e greggi. Conferiva al titolare facoltà generali di uso e godimento

con il conseguente diritto di percepire i frutti della cosa, acquistandone la proprietà. Anche

l’usufrutto poteva spettare a più persone e quindi essere diviso in quote.

Era un diritto limitato perché personalmente connesso al suo titolare si estingueva quando egli

moriva o subiva una capitis deminutio. In presenza di usufrutto il titolare del diritto di proprietà era

chiamato NUDO PROPRIETARIO.

La sua costituzione avveniva °INTER VIVOS con IN IURE CESSIO. Oppure °MORTIS

CAUSA mediante LEGATUM PER VINDICATIONEM (cap8 pag552), inoltre, poteva accadere

che il testatore non costituiva lui l’usufrutto, ma obbligava, tramite LEGATUM PER

DAMNATIONEM (cap8 pag552) l’erede a costituirlo.

Una volta costituito non poteva essere trasferito ad altri.

Nell’epoca postclassica e di Giustiniano ci furono molte modifiche, in particolare, riguardo proprio

ai modi di costituzione.

Con la scomparsa della mancipatio e dell’in iure cessio, si generalizzò anche per l’usufrutto

l’utilizzo della TRADITIO.

L’ESTINZIONE poteva avvenire per °rinunzia attuata mediante in iure cessio. Oppure ° con la

morte dell’usufruttuario o con la sua capitis deminutio. O °con la riunione nella stessa persona

dell’usufrutto e della prorprietà. O °distruzione o trasformazione del bene. oppure °la cessazione

dell’esercizio per due anni se un immobile e un anno per il mobile. In epoca di Giustiniano questi

tempi furono portati rispettivamente a 30 e 20 anni.

Per la tutela dell’usufrutto era prevista la VINDICATIO USUSFRUCTUS e il cui soggetto

passivo era chiunque impedisse il godimento e l’uso del bene a chi se ne pretendesse usufruttuario.

L’USUS

Esso era il diritto di servirsi di un bene, senza goderlo al fine di percepirne i frutti. Fu istituito per i

beni che non producevano frutti naturali, per lo più edifici. Questi potevano essere direttamente

usati dall’usuraio, non potevano essere concesse ad altri, salvo che a liberti, clienti o ospiti che vi

dimorassero insieme con lui. Il contenuto del diritto dell’usus tese ad ampliarsi nel corso del

periodo giustinianeo e comprese la concessione all’usuraio di percepire i frutti entro i limiti del

fabbisogno quotidiano personale e dei propri famigliari.

LE SERVITU’ PERSONALI NEL DIRITTO POSTCLASSICO E GIUSTINIANEO

In epoca postclassica tende ad affermarsi un’ampia nozione di proprietà , nella quale vengono fatti

rientrare i diritti reali, come l’usufrutto, i quali attribuiscono al titolare l’uso ed il godimento delle

res.

Ritorna la distinzione netta tra il DOMINIUM e il diritto di usufrutto che viene ricompresso

nell’ampia categoria delle SERVITUTES, quale SERVITUTES PERSONARUM.

In quest’ampia categoria viene fatta rientrare l’HABITATIO, creata da Giustiniano con una

costituzione del 530. Tale diritto si avvicina a quello d’usufrutto, in quanto attribuisce al titolare le

facoltà di locare o di dare in comodato l’abitazione a terzi. Tuttavia diversamente dall’usufrutto non

si estingue ne per non uso e nemmeno per capitis deminutio.

In questa categoria Giustiniano inserisce anche le opere dei servi e degli animali.

Ma non sembrano rientrare i due diritti reali di godimento, i quali si caratterizzano per il fatto di

assorbire nelle facoltà del titolare pressoché totalmente le facoltà del proprietario. Essi sono diritti

alienabili e trasmissibili e sono:

- ENFITUESI, si riferisce a coloro che sono in possesso di un ager vectigal. Essa conferisce

possessi di tipo dominicale, ma i titolari sono soggetti a limiti più rigorosi che non i

concessionari di ius privatum. Consiste nell’assunzione da parte di quelli che erano divenuti

grandi proprietari terrieri di poteri politico-sociali sugli inferiori, che venivano protetti e

insieme subordinati. Si differenzia dalla proprietà a causa dei limiti e dei doveri imposti

all’enfitueta. Le sue facoltà possono essere regolate dal contratto, ma nel suo silenzio esse

continuano a coincidere in massima con quelle del proprietario. Egli è tenuto al pagamento

del canone annuo il cui ammontare è variabile. Il mancamento del canone per tre annualità

comporta la decadenza del diritto;

- SUPERFICIES, si riferisce alla costruzione posta sopra un determinato suolo

(SUPERFICIES) e a colui che senza essere il proprietario del suolo era autorizzato ad

utilizzarla (SUPERFICIARIUS). Fra lui e il proprietario c’è un contratto di locazione che

lo autorizzava a costruire e a utilizzare in modo esclusivo la costruzione, la quale però

apparteneva di necessità al proprietario del suolo. Il superficiario era solo possessore alieno

nomine e quindi non aveva alcuna tutela. Nel periodo preclassico con un editto gli si

promise uno speciale interdetto probatorio, con cui si vietava l’uso della forza per impedire

al superficiario di continuare a godere della costruzione. Con questo il superficiario poteva

mantenere il godimento, ma non era previsto il suo recupero una volta che per qualsiasi

motivo l’avesse perduto. Inoltre gli venne concessa un’actio sacramento in rem. Ma non si

poteva ancora dire che egli fosse completamente titolare poiché il pretore poteva decidere a

sua discrezione se concederla o meno. Fu con Giustiniano che il superficiario ebbe la

completa tutela, infatti, ad egli spettava l’actio sacramento in rem e in più tutti gli altri mezzi

spettanti al proprietario (vedi paragrafo tutela della proprietà). Questo diritto può costituirsi

in forza di una convenzione tra concedente proprietario del suolo e concessionario. Il

corrispettivo che viene pagato al proprietario prende il nome di SOLARIUM.

DIRITTI REALI DI GARANZIA

Le garanzie reali delle obbligazioni erano piuttosto elementari nel periodo antico e si sviluppano

lentamente nel corso dei periodi pre e classico. I romani ritenerro molto più utili le garanzie

personali, ossia l’assunzione di un vincolo da parte di un’altra persona o al posto di quella da cui si

aspettava la prestazione o accanto ad essa.

Tuttavia con il tempo i romani provvidero a far si che non venissero vincolati tali beni con un

particolare diritto reale.

°Una delle loro soluzioni fu il TRASFERIMENTO DELLA PROPRIETA’ dei beni in questione

al creditore con l’intesa che egli non avrebbe approfittato della proprietà per fini diversi dalla

garanzia e avrebbe restituito i beni, se e quando avesse ricevuto l’adempimento. Per questo motivo

il negozio continuò a conservare il nome di FIDUCIA. Essa era costituita con mancipatio o in iure

cessio spesso accompagnato da un PACTUM FIDUCAE. Il patto inizialmente si limitava a

permettere all’acquirente di conservare il bene finchè il credito non fosse soddisfatto, ma

successivamente iniziò a comprendere la LEX VENDITIONIS (vedi sotto).

°L’altra soluzione fu quella di CONSEGNARE al creditore un bene per lo più mobile perché egli

lo tenesse finchè non fosse soddisfatto, PIGNUS, ve ne sono di diversi tipi e primi due sono captum

e datum e la differenza fra i due era che, invece di essere preso con una determinata procedura e

nell’esercizio di un determinato potere, il secondo veniva dato volontariamente dal debitore:

- PIGNUS CAPTUM

- PIGNUS DATUM, la costituzione veniva effettuata con la dazione del bene e l’accordo di

vincolarlo come pegno a garanzia di un dato credito. Il bene doveva appartenere al

costituente almeno iure onorario. Suo oggetto poteva essere qualunque bene mobile e

immobile. Se il bene produceva frutti dopo la costituzione del pegno, poteva essere stabilito

che il pegno si estendesse ad essi. Oggetto di pegno poterono essere anche diritti, sia di

credito, sia di usufrutto e del conduttore di un ager vectigalis, però questi si prestavano

meglio ad un altro tipo di pegno:

- PIGNUS CONVENTUM, ciò che era oggetto di pegno, pur essendo tale, rimanevano in

possesso del debitore e avrebbero potuto essere presi dal creditore solo in caso di

inadempimento.

I patti che vennero in uso durante il perido preclassico per determinare i modi in cui il creditore

pignoratizio poteva soddisfarsi in caso di inadempimento sono:

- LEX COMMISORIA, se il creditore non veniva pagato entro un dato termine il bene

passava in proprietà dek creditore, come se fosse stato venduto sotto condizione al momento

della dazione del pegno e fungendo da prezzo il credito garantito;

- LEX VENDITIONIS, per cui il creditore acquistava il potere di vendere il bene.

Il creditore aveva l’obbligo di restituire il bene una volte che il credito fosse soddisfatto, inoltre,

egli doveva restituire il superfluo nel caso in cui il bene fosse stato venduto e il prezzo superasse


ACQUISTATO

4 volte

PAGINE

36

PESO

180.97 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto romano, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Istituzioni di diritto romano, Vacca. Con particolare attenzione ai seguenti argomenti: la struttura della formula,la praescriptio pro reo, l'exceptio, lo svolgimento del processo in iure, la postulatio actionis, la causae cognitio, il processo dinnanzi al giudice.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Cagliari - Unica
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di diritto romano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cagliari - Unica o del prof Sitzia Francesco.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Istituzioni di diritto romano

Le fonti del diritto romano
Appunto
Istituzioni di diritto romano - Appunti
Appunto
Riassunto esame Diritto dell'Unione Europea, prof. Castangia, libro consigliato Istituzioni di Diritto dell'Unione Europea, Villani
Appunto
Riassunto esame Filosofia del diritto, prof. Lorini, libro consigliato I fondamenti a priori del diritto civile, Reinach
Appunto