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sulla manifestazione del tutto regolare, i destinatari della manifestazione stessa, e

perché non merita tutela chi abbia consapevolmente provocato tale affidamento.

Non valevano per la simulazione. In essa vi è la consapevolezza di non volere ciò

c) che si dichiara, tale consapevolezza è comune alle parti del negozio e l’intento di

non volere il negozio dichiarato è tra esse concordato. Si ha, dunque, un negozio

palese simulato e un accordo simulatorio occulto. In tali ipotesi i negozi solenni del

ius civile restavano validi ed efficaci anche se simulati. Tuttavia, in caso di

simulazione relativa, riconosciuta tutela giuridica ai patti, l’interessato avrebbe

potuto opporre all’altra parte che avesse preteso l’adempimento del negozio

simulato l’exceptio pacti conventi; in tal caso il negozio simulato, ancorché valido

iure civili, sarebbe stato invalidato iure pretorio in forza di exceptio. Negli altri

negozi, dove l’effettiva volontà non poteva mancare, la conseguenza della

simulazione sarebbe stata la nullità del negozio simulato.

Il negozio dissimulato, cioè quello effettivamente voluto dalle parti, era valido

purchè sussistessero i requisiti di forma e di sostanza. Ad es. se tra coniugi fosse

stata simulata una vendita, mentre in effetti si voleva una donazione, la vendita era

invalida, ma era anche invalido il negozio dissimulato perché era vietata la

donazione tra coniugi pena la nullità.

L’errore.

L’errore prende in considerazione una divergenza tra il dichiarato e il voluto non

consapevole, che si ha quando, per inconsapevole deviazione dal vero si attribuisce alla

manifestazione di volontà, propria o a quella dell’altra parte, un significato diverso da

quello che obiettivamente essa ha. In tali casi l’errore esclude la volontà e viene designato

errore ostativo, che si contraddistingue dall’errore-vizio che di per sé non esclude la

volontà.

L’errore-vizio si ha quando taluno, convinto di circostanze non vere, e in conseguenza di

ciò, compie un negozio. In tali ipotesi il negozio è in sé voluto, ma l’autore non lo avrebbe

compiuto o l’avrebbe compiuto a condizioni diverse se non fosse stato in errore. Dunque,

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la volontà esiste ma è viziata, dunque non vi è una divergenza tra manifestazione e

volontà.

I giuristi romani non distinguevano l’errore ostativo dall’errore vizio per cui erano trattati

congiuntamente.

Quando l’errore riguardava parti fisse dei negozi formali del ius civile l’errore era

irrilevante e il negozio valido; così compiuta la stipulatio si dava per scontato che

stipulante e promittente avessero manifestato la volontà di fare sorgere a carico del

promittente un’obbligazione avente per oggetto la prestazione promessa.

Quando l’errore riguardava le parti in bianco da riempire con i dati del negozio che si

andava a compiere, ad esempio l’oggetto della prestazione promessa o il nome dell’erede

nell’istituzione di erede, l’errore, in generale dava in genere luogo a nullità. Ma non ogni

errore comportava la nullità poiché bisognava contemperare due esigenze diverse,

l’esigenza di certezza e l’esigenza di rispetto della volontà effettiva.

Così l’errore di diritto, ossia che dipende da ignoranza o fraintendimento di norme o

istituti giuridici, è irrilevante per cui il negozio è valido.

L’errore su elementi di fatto fu ritenuto rilevante con conseguente nullità del negozio,

sempre che esso fosse al contempo scusabile ed essenziale. Non è scusabile l’errore che

deriva da negligenza, ovvero è essenziale l’errore che investe il negozio sui suoi aspetti

fondamentali.

Fu così ritenuto essenziale, quindi rilevante, l’error in negotio, ossia l’errore che cade

sull’identità del negozio. L’error in persona, ossia l’errore che cade sull’identità di una delle

parti, era sempre ritenuto essenziale nei negozi mortis causa, mentre nei negozi inter vivos

era rilevante solo se l’elemento della fiducia fosse determinante. L’error in corpore, ossia

l’errore sull’identità fisica dell’oggetto del negozio, era sempre rilevante. L’error in

substantia, o in materia, si riferiva alla composizione materiale dell’oggetto del negozio,

mentre l’error in qualitate alla qualità di esso; il primo errore fu ritenuto essenziale mentre

l’errore sulla qualità no. 27

L’errore che cade sui motivi, ossia sulle circostanze di fatto credute esistenti e per cui

taluno, nell’erronea convinzione della loro esistenza, è indotto a compiere un negozio, è

stato ritenuto dai romani irrilevante.

Tra i vizi della volontà si prendono in considerazione anche il dolo e la violenza.

Dolo

Il dolo negoziale può essere definito come una macchinazione volta a trarre in inganno

altra persona in modo che questa compia un negozio per lei pregiudizievole che

diversamente non avrebbe compiuto o avrebbe compiuto a condizioni diverse. Si

distingue dall’errore poiché esso non è imputabile all’autore del negozio ma è indotto

dall’altrui macchinazione.

Il dolo negoziale fu dapprima ritenuto irrilevante: per il ius civile il negozio viziato da

dolo era pur sempre un negozio voluto e quindi valido ed efficace. Il principio subì però

una deroga per quei negozi che davano luogo a giudizi di buona fede. In essi, dovendo il

giudice stabilire a che cosa fosse tenuto il convenuto secondo criteri di buona fede, se

l’impegno assunto dal convenuto era conseguenza del dolo dell’attore, il giudice avrebbe

dovuto concludere che il convenuto non era tenuto a nulla, e pertanto assolverlo. Se poi la

vittima, inconsapevole del dolo, avesse adempiuto all’altra parte, autore del dolo, prima di

essere chiamata in giudizio, essa avrebbe potuto, con la stessa azione di buona fede agire

contro l’altro contraente e chiedere il ristoro per il danno subito.

L’exceptio doli.

Fu lo strumento giudiziario di difesa del convenuto raggirato di fronte ad un’eventuale

azione per l’adempimento promossa dall’autore del dolo. Esso pertanto era diretto a

invalidare i negozi dai quali nascevano azioni che non erano di buona fede e in virtù dei

quali la vittima del raggiro avrebbe potuto essere chiamata in giudizio per l’adempimento,

e la relativa azione sarebbe stata fondata. In virtù dell’exceptio doli il convenuto, accertato

l’inganno, sarebbe stato assolto. 28

L’exceptio doli generalis.

L’exceptio doli si applicava non solo al dolo negoziale, ma anche a una serie di casi in cui

appariva comunque iniquo che l’attore conseguisse quanto iure civili gli era dovuto.

Dunque, l’exceptio doli si applicava non solo al dolo commesso dall’attore prima del

giudizio, c.d. dolo preterito, passato, che consiste nel raggiro perpetrato prima del giudizio

e contestualmente al compimento del negozio per cui si agiva, ma anche al dolo che

l’attore commetteva nel momento stesso in cui agiva e per il fatto stesso che agiva, dolo

presente, ma non si tratta in tal caso di un inganno, bensì di un comportamento iniquo. Si

parla in quest’ultimo caso di exceptio doli praesentis, detta exceptio doli generalis per la

molteplicità delle possibili applicazioni. Esempio di exceptio doli praesentis è quella che il

possessore di buona fede convenuto con la rivendica avrebbe potuto opporre all’attore che

non gli rimborsava le spese necessarie e utili erogate sul bene rivendicato.

L’actio de dolo era l’azione esperibile dalla vittima contro l’autore del dolo nel caso in cui,

inconsapevole del raggiro subito, avesse dato esecuzione al negozio, dato che l’exceptio doli

era solo uno strumento giudiziario di difesa. Si trattava di un’azione penale esperibile solo

contro l’autore dell’inganno e all’occorrenza era nossale; l’importo della pena

corrispondeva al danno subito. Essa comportava l’infamia a carico di chi fosse stato in essa

condannato. Poiché si trattava in factum di un’azione penale pretoria, non poteva essere

esperita oltre un anno dalla commissione del dolo.

Si trattava di un’azione arbitraria, per cui il convenuto avrebbe potuto evitare la condanna

se prima della sentenza e su invito del giudice avesse risarcito il danno.

L’actio de dolo era poi un’azione sussidiaria; il pretore la concedeva, infatti, solo in difetto

di altro mezzo giudiziario in favore dell’ingannato.

Il negozio non veniva pertanto invalidato, ma l’ingannato poteva solo ottenere la

condanna dell’autore del dolo a una pena corrispondente alla stima del pregiudizio subito.

In età classica l’actio de dolo fu ammessa anche per una serie di comportamenti iniqui,

quindi anche al di fuori di dolo negoziale. 29

Ulteriore rimedio pretorio contro il dolo negoziale, e non solo, è l’in integrum restituito

propter dolum.

Il metus (timore).

Si tratta di un vizio della volontà che consiste nel timore generato dall’altrui violenza

morale, c.d. vis compulsiva o vis animo illata, ossia la minaccia di provocare un male se il

minacciato non compie un certo negozio.

Il timore è rilevante quando la minaccia è diretta a indurre taluno a compiere un negozio

per lui pregiudizievole, che altrimenti non avrebbe voluto o avrebbe voluto a condizioni

diverse. Deve trattarsi di una minaccia grave, ossia di un pregiudizio maggiore di quello

rappresentato dalla conclusione del negozio.

È inoltre necessario per la rilevanza giuridica del metus, che il male minacciato sia ingiusto

e la minaccia seria, ossia tale da spaventare anche un homo constantissimus.

Anche in tal caso il negozio in sé è voluto ma la volontà si è formata per effetto del timore

generato dalla vis; il timore non esclude la volontà ma la vizia.

Inizialmente il negozio estorto era iure civili valido ed efficace. Tuttavia, il convenuto con

una azione ex fide bona avrebbe potuto ottenere l’assoluzione opponendo che il negozio di

cui l’altra parte pretendeva l’adempimento gli era stato estorto con la minaccia; ovvero

una volta che avesse adempiuto, la vittima del metus avrebbe potuto, con la stessa azione

ex fide bona, pretendere la restituzione; e ciò in quanto secondo i criteri della buona fede a

nulla poteva essere tenuto colui che ha assunto un impegno per effetto di metus.

L’exceptio metus, introdotta con un editto del pretore del I secolo a.C., era appunto

l’eccezione con la quale la persona convenuta, con azioni di stretto diritto, per

l’adempimento di un negozio estorto con la violenza avrebbe ottenuto l’assoluzione.

L’eccezione era opponibile anche a persona diversa dall’autore della violenza, era

sufficiente che l’attore fondasse la sua pretesa su un negozio estorto al convenuto per

timore. Proprio perché essa aveva valenza generale, ossia non limitata all’autore della vis,

fu qualificata exceptio in rem scripta. 30

L’actio quod metus causa era invece l’azione consentita a chi avesse dato esecuzione al

negozio estorto con la violenza, prima di essere chiamato in giudizio per l’adempimento.

Anche questa era un’azione penale che poteva essere esperita non solo contro l’autore

della vis ma anche contro terzi che si fossero avvantaggiati in dipendenza del metus, per

cui anch’essa era detta in rem scripta.

In alternativa all’actio quod metus causa, alla vittima della violenza era attribuito un

ulteriore rimedio pretorio edittale, la in integrum restituito propter metum, che tendeva a

neutralizzare gli effetti che iure civili si erano già prodotti.

La causa.

Per causa di un negozio s’intende la funzione che si intende realizzare attraverso gli effetti

del negozio; essa è pertanto un elemento oggettivo che sta alla base del negozio giuridico.

Così ad esempio nella compravendita la causa negoziale sarà lo scambio di cosa contro

prezzo.

In alcuni negozi, come ad esempio la compravendita, il mutuo, la causa determina la

struttura del negozio, quindi ne rappresenta un elemento costitutivo. Si parla in tali casi di

negozi causali. In essi il difetto di causa comporta la nullità del negozio.

Ai negozi causali si contrappongono i negozi astratti; in essi la causa non è un elemento

costitutivo del negozio, ma è ad esso esterna, per cui i negozi dello stesso tipo potranno

essere compiuti per cause diverse.

Erano astratti tra i negozi del ius vivile, la mancipatio, la in iure cessio, la stipulatio. Così

mancipatio e in iure cessio erano traslative della proprietà, mentre la stipulatio era produttiva

di obbligazioni; ma ciò erano gli effetti dell’atto e non la causa, per cui gli stessi negozi

potevano essere compiuti per cause diverse, a scopo di donazione o di costituzione di

dote.

Ne consegue che i negozi astratti erano validi ed efficaci anche se la causa mancava o era

illecita. Tuttavia, dall’età preclassica, si ammette, in caso di mancanza di causa o causa

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illecita, il ricorso o alla condictio, rimedio civilistico per la restituzione di quanto già

prestato, o all’exceptio, strumentio pretorio diretto alla neutralizzazione degli effetti del

negozio, a seconda che il negozio avesse o non avesse avuto esecuzione. Così ad esempio

la causa veniva a mancare quando, promessa una somma di denaro mediante stipulatio che

il promittente avrebbe dovuto ricevere a titolo di mutuo, non l’ottiene; in questo caso il

promittente può opporre l’exceptio doli all’azione esercitata dallo stipulante.

La condictio.

La condictio fu la versione formulare della legis actio per condictionem; si trattava di

un’azione, azione civile in personam e di stretto diritto, per la ripetizione del dato. Essa

presupponeva pertanto : una datio, intesa nel significato di trasferimento di proprietà, e,

quindi, che l’attore avesse in precedenza trasferito al convenuto la proprietà di una res o di

una certa pecunia; nel primo caso si parlava di condictio certae rei e nel secondo caso di actio

certae creditae pecuniae; un dovere del convenuto di dare oportere, inteso nel significato di

trasferimento della proprietà, ossia, l’obbligo del convenuto soccombente di trasferire

all’attore la proprietà della stessa cosa ricevuta, se si trattava di cosa determinata, o

dell’equivalente se si trattava di denaro o di altre cose fungibili.

Carattere eccezionale ebbe la condictio ex causa furtiva che non presupponeva una datio in

senso tecnico né il convenuto soccombente era tenuto a una datio in senso tecnico.

Di essa si dette applicazioni contrattuali e applicazioni extracontrattuali. Le applicazione

contrattuali presupponevano che la datio fosse stata compiuta con l’intesa che quanto si

trasferiva sarebbe stato poi restituito, o la stessa cosa o l’equivalente.

Le applicazione extracontrattuali riguardavano dationes compiute per una causa

inesistente o venuta a mancare.

Essa fu pertanto impiegata tra l’altro anche come rimedio contro il difetto di causa nei

negozi astratti di trasferimento. Così, se qualcuno avesse trasferito la proprietà di qualcosa

nell’erronea convinzione di esservi obbligato, il falso creditore sarebbe stato perseguibile

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con la condictio, assumendo in tal caso la denominazione di condictio indebiti, e avrebbe

dovuto restituire la stessa cosa o l’equivalente.

Elementi accidentali del negozio giuridico.

Si tratta delle clausole che era possibile aggiungere al negozio giuridico per modificare o

integrare gli effetti tipici del negozio. Tali sono la condizione, il termine e il modus.

La condizione.

Per condizione s’intende un evento futuro e oggettivamente incerto dal quale si fanno

dipendere gli effetti del negozio. Il negozio soggetto a condizione fu denominato dai

giureconsulti romani condicionalis, e “puro” il negozio senza condizioni.

Le condizioni si distinguono in sospensive e risolutive. Il negozio con condizione

sospensiva non produce effetti se e fino a quando l’evento non si verifica; mentre il

negozio con condizione risolutiva produce i suoi effetti, che però cesseranno

automaticamente se e quando l’evento si verifica.

Non tutti i negozi tolleravano l’apposizione di condizioni. L’aggiunta di una condizione

nei c.d. actus legitimi comportava l’invalidità dell’intero negozio e non soltanto della

clausola. Si trattava di negozi che si compivano mediante la pronunzia di certa verba, e

perciò detti legitimi, tali da risultare incompatibili con un rinvio degli effetti loro propri.

Tali erano la mancipatio, la in iure cessio, l’acceptilatio, la manumissio vendicta.

Non costituiva invece condizione negoziale la condicio iuris, che si aveva quando gli effetti

dell’atto erano di per sè subordinati al verificarsi di determinati eventi : ad esempio il

legato sarebbe stato efficace se fosse stato efficace il testamento; non erano poi condizioni

in senso proprio le condizioni in praesens vel in praeteritum conlatae, che facevano dipendere

gli effetti del negozio da eventi passati o attuali, e neanche oggettivamente incerti. In tal

caso l’atto sarebbe stato immediatamente efficace se l’evento dedotto risultava verificato,

in caso contrario non sarebbe mai venuto ad esistenza. 33

Per quanto riguarda invece le condizioni impossibili, siano essi materialmente impossibili

o giuridicamente impossibili, la conseguenza era l’invalidità del negozio se si trattava di

atti inter vivos, in quanto l’atto non avrebbe mai prodotto i suoi effetti. Se si trattava di atti

mortis causa invece, si affermò il principio della loro validità ed efficacia anche se con

condizione impossibile, considerando questa come non apposta.

Nell’ipotesi di condizioni nelle quali l’evento dedotto fosse illecito, per i negozi inter vivos

bisognava distinguere da un lato i negozi che davano luogo a giudizi di buona fede, nei

quali l’aggiunta di una condizione illecita dava luogo a nullità dell’atto, e dall’altro la

stipulatio, ove dapprima si parlava di invalidità iure pretorio e poi ipso iure. In ordine ai

negozi mortis causa, inizialmente fu ritenuta come non apposta perché illecita la sola

condizione che subordinava l’acquisto al fatto che il destinatario della disposizione

testamentaria non contraesse matrimonio, poi tale regime venne esteso ad ogni altro caso

di condizione illecita aggiunta ad una disposizione testamentaria.

Le condizioni possono infine essere potestative, casuali e miste.

Per condizioni potestative si intendono quelle il cui avveramento dipende da un atto

volontario di una persona interessata; per condizione casuale si intende quella il cui

avveramento dipende dal caso o dalla volontà di terzi; miste quelle il cui avveramento

dipende sia dalla volontà di persona interessata sia dal caso o dalla volontà di terzi. Era

ritenuto nullo il solo negozio sottoposto a condizione potestativa il cui avveramento

dipendesse dalla volontà della parte che vi aveva interesse contrario.

Le condizioni potestative possono essere negative. In tal caso la condizione si verifica se la

persona che dal negozio trarrebbe vantaggio non adotti in futuro un determinato

comportamento.

In tali casi, se la condizione è a sua volta soggetta a termine, ad esempio se non

affrancherai alcun servo per il prossimo biennio, non si pone alcun problema. Se la

condizione non sia soggetta a termine, per essere certi che la condizione si verifichi,

bisognerà attenderà la morte dell’interessato, potendo questo far verificare l’evento fino

all’ultimo istante di vita. Da ciò si andò affermando la cautio Muciana, c.d. perché suggerita

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da Quinto Mucio Scevola, con la quale si dava esecuzione al legato previa prestazione da

parte del legatario di una stipulatio con la quale lo stesso legatario prometteva all’erede che

gli avrebbe restituito quanto ottenuto a titolo di legato se la condizione fosse mancata.

In pendenza della condizione il negozio è in sé valido, ma non produce i suoi effetti. Il

debitore che avesse adempiuto la prestazione in pendenza della condizione avrebbe

potuto, con la condictio indebiti, pretenderne la restituzione.

Quando la condizione viene a mancare, per cui il negozio si è certi che non produrrà mai i

suoi effetti, esso cade nel nulla.

Se la condizione si è verificata, il negozio comincia a produrre i suoi effetti. Inizialmente il

negozio cominciava a produrre i suoi effetti dal momento dell’avveramento della

condizione, ma nel diritto giustinianeo si manifesta la tendenza ad attribuire

all’avveramento della condizione efficacia retroattiva.

Condizione risolutiva.

Il principio generale era di non ammettere che ai negozi giuridici si aggiungessero

condizioni risolutive, ciò in quanto non si ammetteva che effetti giuridici potessero cessare

automaticamente per il verificarsi di un evento qualsiasi; così ad esempio la proprietà si

trasmetteva e si acquistava per effetto di atti appositi e non diversamente.

In caso contrario, gli actus legitimi sarebbero stati interamente invalidati, mentre negli altri

negozi la condizione risolutiva si considerava come non apposta.

Il pretore tuttavia concedeva l’exceptio pacti conventi contro l’azione esercitata dallo

stipulante dopo l’avveramento della condizione. Era pertanto considerata come un patto,

nella specie risolutivo, e subordinato all’avveramento di una condizione sospensiva.

Patti risolutivi sospensivamente condizionati si poterono così aggiungere ad altri negozi,

non però alla manumissio né a negozi con cui si acquistavano o perdevano potestà

familiari. 35

Il termine.

Anche il termine era un elemento accidentale del negozio giuridico, ma a differenza della

condizione si tratta di un evento futuro e certo, dal quale dipendono gli effetti del negozio;

poteva trattarsi di un evento che vi era certezza sia che si sarebbe verificato sia quando si

sarebbe verificato,ad esempio di una data del calendario, ovvero di un evento per cui la

certezza verteva solo sul se e non sul quando.

Il termine poteva essere poi iniziale o finale. Il negozio con termine iniziale non produce

effetti, ma li avrebbe prodotti alla scadenza. Al contrario il negozio con termine finale

produceva immediatamente i suoi effetti che sarebbero però cessati alla scadenza.

Anche in tal caso, alcuni negozi non tolleravano l’apposizione di termini: negli actus

legitimi dava luogo a nullità dell’atto, mentre negli altri casi il termine si considerava come

non apposto e l’atto restava valido.

La traditio e la stipulatio non tolleravano l’apposizione di termine finale, per cui si

considerava come non apposto.

Tuttavia, come per la condizione risolutiva, nella stipulatio, il pretore diede rilevanza al

termine finale, concedendo l’exceptio pacti conventi contro lo stipulante che avesse agito

dopo la scadenza del termine.

Prima della scadenza i negozi con termine iniziale non producevano gli effetti tipici.

Tuttavia, data la certezza che l’evento si sarebbe verificato, il debitore che avesse

adempiuto prima della scadenza non avrebbe potuto pretendere la restituzione di quanto

prestato.

Scaduto il termine iniziale il negozio cominciava a produrre i suoi effetti automaticamente

dal momento della scadenza. Nei negozi con termine finale gli effetti già prodotti

cessavano alla scadenza.

Il modus.

Consiste nell’imposizione al destinatario di un atto di liberalità di adottare un

comportamento determinato. Esso si differenzia dalla condizione potestativa in quanto

quest’ultima subordina gli effetti del negozio all’avveramento della condizione, mentre il

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negozio modale è immediatamente efficace, ed efficace rimane a prescindere

dall’adempimento del modus; il beneficiario sarà obbligato a compiere quanto il modus gli

impone, ma tale obbligo non subordina gli effetti dell’atto.

Dato che il modus non subordina gli effetti dell’atto, si suggerì che prima di dare

esecuzione ad un legato modale si facesse obbligo al legatario di prestare una stipulatio con

cui promettere all’erede l’esecuzione del modus. Così il legatario il quale avesse preteso

che si desse corso al legato senza prima avere prestato la cautio, sarebbe stato respinto in

forza di exceptio doli.

Tuttavia, si è rilevato che il modus aggiunto a un legato potesse comportare prestazioni in

favore di terzi, per cui l’erede avrebbe potuto non avere interesse ad opporre l’exceptio doli

al legatario. Così, su impulso di Settimio Severo, tali casi furono assimilati ai

fedecommessi, ossia disposizioni di ultima volontà in favore di terzi che il testatore

rimetteva per l’esecuzione alla fides dell’erede o del legatario, con l’applicazione della

petitio fideicommissi del terzo contro l’onerato.

Nel caso invece di modus posto all’istituzione di erede, se erano più gli eredi, ciascuno di

essi avrebbe potuto pretendere l’adempimento del modus al momento della divisione

dell’eredità. In ogni caso non era escluso, quando sussisteva un interesse della collettività

all’adempimento del modus, l’intervento dell’autorità pubblica per costringere l’onerato al

rispetto della volontà del testatore.

Per quanto riguarda la donazione modale, in particolare la donazione reale con cui il

donante trasferiva al donatario la proprietà del bene che donava con negozi astratti, quali

la mancipatio, la in iure cessio, la traditio. Quando contestualmente all’atto traslativo della

proprietà si stabiliva un modus a carico del donatario, questo poteva essere tale da apparire

come causa dell’atto di trasferimento, cosicché avrebbe dato luogo ad un trasferimento di

proprietà per una causa che, se fosse venuta a mancare, avrebbe legittimato il donante

all’esercizio della condictio per la restituzione del donato.

Quando ad avere interesse all’adempimento era un terzo, inizialmente questi non poteva

agire per il principio che negava la validità a patti e contratti in favore di terzi. Una serie di

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costituzioni imperiali diedero però successivamente al terzo beneficiario del modus,

contro il donatario, un’actio utilitis per l’adempimento.

La rappresentanza.

Gli effetti principali del negozio giuridico vengono solitamente imputati in via diretta ed

esclusiva alle parti del negozio.

Non costituisce eccezione alla regola il caso del nuntius (messaggero) che è soltanto colui

che riferisce puntualmente quanto è stato invitato a riferire; questi non dichiara una

volontà propria per cui non può essere considerato l’autore del negozio. E colui che si

avvale del nuntius non può essere considerato terzo estraneo al negozio poiché è egli

stesso l’autore, perciò è a lui che se ne collegano direttamente gli effetti del negozio.

I negozi formali e solenni non potevano essere compiuti mediante nuntius, in quanto

esigevano la presenza delle parti.

Diverso è il caso delle persone fisiche che agiscono, quindi concludono negozi, quali

organi di collettività alle quali viene riconosciuta soggettività giuridica; in tali casi la

dottrina moderna parla di rappresentanza organica, e le persone fisiche che agiscono per

l’ente giuridico sono comunemente dette rappresentanti legali.

Il rappresentante legale esprime una volontà propria ma gli effetti dell’atto si producono

direttamente ed esclusivamente in capo all’ente. Essi però non agiscono quali soggetti

autonomi ma quali organi dell’ente che per sua natura non potrebbe operare nel mondo

giuridico. Ciò contraddistingue la rappresentanza organica dalla rappresentanza diretta.

Rientra nello schema della rappresentanza organica l’ipotesi dei negozi di acquisto

conclusi da soggetti alieni iuris, ossia soggette ad altrui potestà, sia in nome proprio sia in

nome dell’avente potestà. Questi atti erano validi ed efficaci ma gli effetti dell’atto si

producevano direttamente ed esclusivamente in capo all’avente potestà, dunque ad

acquistare era il dominus o il pater familias.

I soggetti alieni iuris erano inseriti nell’organizzazione della famiglia, sotto la potestas del

pater familias, del quale erano sostanzialmente organi di acquisto. 38

In presenza di determinate circostanze, era possibile che gli effetti principali del negozio si

imputassero agli autori del negozio, soggetti alieni iuris, ma vincolassero anche l’avente

potestà (responsabilità addietizia).

Rappresentanza diretta.

Si ha rappresentanza in senso proprio nel caso in cui un soggetto autonomo,

giuridicamente capace, detto rappresentante, conclude un negozio in nome e per conto di

un altro soggetto, detto rappresentato, in capo al quale si producono direttamente ed

esclusivamente gli effetti del negozio concluso dal rappresentante. In questo caso, il

rappresentante, esprime una propria volontà, ma a differenza della rappresentanza

organica a concludere il negozio è un soggetto autonomo.

Essa si distingue in rappresentanza volontaria, quando i poteri al rappresentante sono

conferiti dal rappresentato con un suo atto volontario, e in rappresentanza legale in tutti

gli altri casi.

L’istituto della rappresentanza in senso proprio non fu all’inizio riconosciuta dai Romani,

e ciò per il carattere solenne e formale dei negozi del ius civile che esigevano la presenza

delle persone partecipi degli effetti dell’atto che si compiva.

Alla rappresentanza diretta si contrappone la rappresentanza indiretta che costituì un

espediente per ovviare al divieto di rappresentanza diretta, che consisteva nel concludere

un negozio per conto altrui ma in nome proprio, con effetti, dunque, che si imputavano al

dichiarante salvo poi il dovere dello stesso dichiarante di trasferire al terzo, per conto del

quale aveva concluso il negozio, i diritti con esso acquistati; a tale dovere corrispondeva il

dovere del terzo di addossarsi gli obblighi assunti con lo stesso negozio in nome del

dichiarante.

I Romani tuttavia ammisero la rappresentanza diretta in determinati casi.

Il potere di rappresentanza fu attribuito al curator furiosi, coloro cioè cui era attribuito il

potere di amministrare il patrimonio dell’infermo di mente; il curator furiosi poteva

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acquistare e trasferire il possesso nonché trasferire e acquistare proprietà di res nec

mancipi per l’infermo di mente; si riconosce inoltre al curator furiosi il potere di alienare,

con mancipatio e in iure cessio, cose appartenenti al furiosus.

Un potere di rappresentanza fu anche riconosciuto al tutor impuberis e al curator prodigi

(prodigi erano coloro che erano ritenuti incapaci di amministrare i propri beni per

inettitudine pratica) legittimati ad acquistare e trasferire il possesso con effetti diretti in

capo agli amministrati, ma cui non fu riconosciuto il potere di alienare beni del pupillo o

del prodigo.

La stessa legittimazione si riconobbe anche al procurator omnium bonorum (procuratore di

tutti i beni), ossia un amministratore generale cui il pater familias affidava

l’amministrazione del proprio patrimonio e che sceglieva dapprima tra i propri liberti e

poi anche tra estranei vicini all’ambito familiare.

In età classica, la legittimazione ad acquistare e trasferire il possesso con effetti in capo a

terzi fu estesa anche al procurator nominato di volta in volta per singoli negozi (procurator

unius rei).

Il fatto che la proprietà di res nec mancipi si trasmetteva con la traditio che si effettuava con

la consegna materiale della cosa che comportava il trasferimento del possesso dal tradens

all’accipiens, deve desumersi che per tramite del procuratore o del tutore si potesse

acquistare o trasferire la proprietà di res nec mancipi.

In età postclassica, venendo meno la distinzione tra res nec mancipi e res mancipi, la traditio

divenne il modo generale di trasferimento per ogni bene suscettibile di proprietà. Ne

conseguì allora il riconoscimento che la proprietà di qualsiasi cosa potesse trasferirsi e

acquistarsi tramite rappresentante.

Patti e contratti a favore di terzi.

Il principio generale, inizialmente, fu di un divieto, pena la nullità, di patti e contratti in

favore di terzi; per cui le parti non potevano convenire che dal negozio che stavano

compiendo nascessero crediti in favore di terzi estranei al negozio, “alteri stipulari nemo

potest” (nessuno può stipulare in favore di altro). 40

La regola era che da una stipulatio, non nasceva azione né a favore dello stipulante, perché

questi non aveva interesse affinché il promittente adempisse a un terzo, né a favore del

terzo, poiché questi non aveva partecipato alla stipulatio. Dunque, negando che il terzo

potesse agire direttamente nei confronti del promittente, si negava che un negozio

obbligatorio potesse avere effetti direttamente in capo a un terzo.

A tale divieto si derogò nel tardo diritto romano concedendo actiones utiles e in factum a

terzi in materia di donazioni, deposito, dote e pegno.

Così tra depositario e deponente si conviene che il depositario restituisca a un terzo la cosa

depositata; tra il costituente la dote e il marito si conviene che il marito, in caso di

scioglimento del matrimonio, restituisca la dote alla moglie.

Sostituti processuali.

La figura del sostituto processuale fu riconosciuta solo nell’ambito del processo formulare.

Il cognitor era appunto un sostituto processuale nominato dalla persona che intendeva farsi

sostituire nel processo, con pronunzia orale e solenne rivolta all’avversario. Esso

partecipava al giudizio “nomine alieno”, ossia in nome altrui; contestava la lite con

l’adozione di una formula con trasposizione di soggetti, per cui nell’intentio stava il nome

del dominus litis mentre il nome del cognitor figurava nella condemnatio. Dunque, la

eventuale condanna del giudice era rivolta a favore o contro il cognitor, anche se gli effetti

preclusivi della litis contestatio si producevano direttamente nei confronti del dominus litis.

A quest’ultimo, o contro di esso, sarebbe spettata l’actio iudicati una volta emanata la

sentenza.

La nomina del procurator ad litem aveva invece luogo informalmente, anche in assenza

dell’avversario. In tal caso la formula sarebbe stata sempre con trasposizione di soggetti

ma la litis contestatio e la sentenza inizialmente non avrebbero avuto effetti nei confronti

del dominus litis. Tuttavia il convenuto avrebbe preteso che il procurator promettesse con

stipulatio che il dominus avrebbe ratificato l’iniziativa del procurator, e quindi non avrebbe

riproposto l’azione. Se l’avversario intraprendeva la lite col ruolo di attore, avrebbe

41

preteso dal procurator la cautio iudicatum solvi, promettendo, sempre con stipulatio, che la

eventuale sentenza di condanna sarebbe stata comunque adempiuta.

In età classica la figura del procurator ad litem venne però equiparata a quella del cognitor.

Le persone.

Nel diritto romano la capacità di agire, ossia l’idoneità a compiere personalmente atti

giuridici era riconosciuta solo, ma non necessariamente, alle persone fisiche

intellettualmente capaci, ma, a differenza della dottrina moderna, essa non presupponeva

necessariamente la capacità giuridica, ossia l’idoneità ad essere titolari di diritti e doveri.

Così un pater familias adulto e sano di mente era giuridicamente capace e al contempo

capace di agire; schiavi e filii familias adulti e sani di mente erano capaci di agire, per cui

compivano atti i cui effetti si imputavano al dominus o al pater familias, ma era loro

negata la capacità giuridica.

Aveva la piena capacità giuridica la persona che si trovava in una certa posizione giuridica

rispetto a tre diversi status : status libertatis, status civitatis e status familiae. In particolare

aveva la piena capacità giuridica la persona che era al contempo libera, cittadina romana e

pater familias, o comunque non soggetta a potestà, e per questo detta sui iuris, al contrario

delle persone soggette alla altrui potestà, e quindi giuridicamente incapaci, e dette alieni

iuris.

Dunque la prima condizione per potere godere della capacità giuridica era lo status

libertatis, ossia l’essere uomo libero.

Liberi si nasceva o si diventava. Nascevano liberi i nati da madre libera, detti ingenui;

mentre diventavano liberi gli schiavi liberati, detti liberti.

La schiavitù.

La nascita da madre schiava era dunque una delle cause della schiavitù.

L’altra causa era la cattura del nemico. Con la cattura il prigioniero diventava schiavo e

successivamente un’autorità pubblica avrebbe provveduto alla vendita in modo che gli

schiavi si acquistassero in proprietà ai privati. La regola valeva tanto per i nemici catturati

dai romani quanto per i romani catturati dai nemici. Tuttavia secondo un antico istituto, il

42

ius postliminii, il cittadino romano catturato e divenuto schiavo del nemico avrebbe

riacquistato la libertà e la cittadinanza una volta tornato in patria.

In età postclassica fu poi consentita e regolamentata la vendita dei figli ancora neonati, che

sarebbero divenuti schiavi del compratore, lasciando però ai genitori la possibilità di

riscatto in modo da restituire al figlio la condizione di libertà; tale facoltà era tuttavia

consentita solo in casi di estrema indigenza.

Dunque, i servi, quali esseri umani, sono fatti rientrare tra le personae, ma si considerano

cose, o meglio res mancipi in quanto possibili oggetti di proprietà o di altri diritti soggettivi.

Non sono giuridicamente capaci, per cui non possono far capo ad essi né diritti soggettivi

né obblighi giuridici. Non hanno alcun rilievo giuridico né le unioni tra servo e serva né i

vincoli tra genitori e figli, da qui nasce il potere dei proprietari di separare le famiglie

servili che possano di fatto essersi costituite.

Gli schiavi erano persone alieni iuris, assoggettati alla potestà del proprietario, il quale

esercitava su di essi un potere assoluto, pure il diritto di vita e di morte.

Tuttavia ai servi si riconobbe, dall’età arcaica, una sorta di capacità di agire; essi

fungevano da organo di acquisto del dominus, ossia partecipavano validamente a negozi

che comportassero l’acquisto di diritti soggettivi, ma ad acquistare la proprietà, il credito,

non era il servo ma il suo proprietario.

Per gli atti di disposizione e di assunzione di debiti compiuti da schiavi, avrebbero dovuto

essere del tutto inefficaci, in quanto il servo nulla aveva di proprio per cui di nulla poteva

disporre; non era giuridicamente capace quindi non poteva assumere obblighi; non poteva

peggiorare la situazione patrimoniale del dominus, per cui nessun negozio da lui compiuto

avrebbe potuto generare obligatio a carico dello stesso dominus. Tuttavia, già nell’età arcaica

si affermò la prassi di concedere ai servi un peculio, consistente dapprima in un gruzzoletto

di denaro, poi anche beni di diversa natura, anche schiavi e persino immobili.

Il peculio era comunque di proprietà del dominus, ma gli schiavi potevano disporne,

trasferendone il possesso e, quindi, anche la proprietà quando si trattava di res nec mancipi,

salva la facoltà del dominus di revocare il peculio in ogni momento. 43

Spendere il peculio significava fare onore agli impegni assunti, e da qui il riconoscimento

che i servi potessero adempiere gli obblighi assunti con atto lecito, anche se i terzi non

avrebbero potuto costringerli, in quanto i servi non stavano in giudizio, né il dominus

rispondeva degli obblighi loro.

Si negò così al dominus il diritto di pretendere dal terzo la restituzione di quanto il servo

gli avesse dato in adempimento di un proprio obbligo.

In età classica venne poi riconosciuto al servo la facoltà di assumere obligationes da atto

lecito; si trattava però di obligationes naturales che non davano luogo ad actiones, e non di

obligationes civiles che attribuivano al creditore un’actio in personam per convenire il

debitore in giudizio.

Tuttavia il creditore, non potendo costringere il servo, né il dominus ad adempiere, avrebbe

potuto trattenere quanto ricevuto in adempimento (soluti retentio).

Le azioni adiettizie.

I terzi creditori, dunque dovevano contare su un atto di spontaneo adempimento da parte

dello schiavo.

All’esigenza di riconoscere ai terzi strumenti giudiziari idonei che garantissero loro

l’adempimento si rispose con il riconoscimento, a partire dal II secolo, da parte del pretore

ai terzi creditori da atto lecito di un servo altrui di una serie di actiones contro il dominus

dette actiones adiecticiae qualitatis.

Nei casi in cui il dominus in via preliminare si fosse assunto esplicitamente, o per le quali

era dato pensare che si fosse assunto implicitamente, la responsabilità di certe operazioni

finanziarie compiute dal servo vi era una responsabilità aggiunta del dominus sanzionata

da actio, che si aggiungeva a quella “naturale” del servo.

Erano azioni adiettizie, l’actio quos iussu, l’actio exercitoria, l’actio institoria, nelle quali il

dominus rispondeva dell’intero debito contratto dallo schiavo, e l’actio de peculio et de in

rem verso, alle quali si accosta l’actio tributaria, nelle quali la responsabilità del dominus non

andava oltre certi limiti. Nell’intentio della formula era sempre indicato quale debitore il

servo, ma la condemnatio era contro il dominus. 44

L’actio quod iussu presupponeva che l’impegno del servo nei confronti del terzo fosse stato

assunto in seguito ad autorizzazione del dominus rivolta al terzo di negoziare con il servo,

assumendosi così il dominus ogni rischio.

L’actio exercitoria presupponeva che il proprietario dello schiavo fosse un exercitor navis,

ossia un armatore, il quale poteva affidare la gestione e l’amministrazione della nave ad

un proprio schiavo proponendolo ad essa quale magister navis. Per i debiti contratti dallo

schiavo nell’ambito dell’incarico, si dava ai creditori l’actio exercitoria contro il dominus.

Con l’actio institoria il dominus rispondeva dei debiti contratti dal servo nell’espletamento

dei compiti a lui affidati quale institor (direttore) con riguardo ad un settore di attività

economica.

L’actio de peculio et de in rem verso era caratterizzata dall’esistenza di due taxationes: una era

de peculio, e presupponeva che il servo avesse un peculio, per cui la responsabilità del

dominus per i debiti contratti dal servo verso terzi nella gestione del peculio non andava

oltre il valore del peculio stesso; l’altra taxatio era de in rem verso che presupponeva un

arricchimento del dominus, secondo la quale, lo stesso dominus, mancando o risultando

insufficiente il peculio, rispondeva dei debiti del servo nei limiti di quanto lo stesso si fosse

concretamente avvantaggiato in dipendenza dell’obbligazione assunta dal servo.

Ciò presupponeva che si procedesse alla stima del peculio, il quale si calcolava al netto dei

debiti che il servo avesse verso il proprio padrone, il quale pertanto veniva considerato

come un creditore privilegiato.

I terzi creditori, venivano così soddisfatti man mano che promuovevano l’azione, con il

rischio, nel caso in cui si fosse esaurito il peculio e non ci fosse un arricchimento del

dominus, che i creditori restassero insoddisfatti.

L’actio tributaria, presupponeva anch’essa la concessione di un peculio, nonché che il servo

avesse compiuto negozi e assunto obbligazioni in ordine a beni peculiari affidatigli dal

dominus perché ne commerciasse, e che i terzi creditori, avendo fondate ragioni di temere

un dissesto finanziario del servo, si fossero rivolti al pretore e questi avesse

conseguentemente invitato il dominus a procedere alla ripartizione dell’importo delle

merci peculiari tra i creditori, attribuendo agli stessi una quota proporzionale al credito di

45

ciascuno nel caso in cui il peculio fosse insufficiente, partecipando egli stesso alla

ripartizione sullo stesso piano degli altri creditori.

Dunque, in tal caso, si realizzava una par condicio dei terzi creditori tra loro e con il

dominus.

L’actio tributoria poteva pertanto essere esperita contro il dominus dai creditori che

lamentassero di avere avuto fraudolentemente attribuita una quota minore rispetto a

quella loro dovuta.

Le liti di libertà.

Lo status libertatis poteva essere oggetto di contestazione. A tal fine si istaurava un

processo di libertà che poteva essere o una vindicatio in libertatem ex servitute, nel caso del

libero che viveva come schiavo, o una vindicatio in servitutem ex libertate nel caso opposto.

Il rito adottato fu dapprima quello della legis actio sacramenti in rem. Nel processo

formulare si adottarono formule ricalcate su quella della rei vindicatio e a giudicare erano i

recuperatores. Durante l’età preclassica poi si inserisce la concorrente competenza dei

consoli, e poi del praetor de liberalibus causis, che giudicavano extra ordinem.

Nel processo postclassico poi la forma processuale adottata fu quella dei praeiudicia, azioni

meramente dichiarative che si concludevano con una sentenza di accertamento, senza

condanna.

La persona sul cui status si verteva, non era dal punto di vista formale soggetto della lite,

bensì l’oggetto. Ad essere parte nel giudizio era l’adsertor in libertatem, colui cioè che

rappresentava con il ruolo di attore o convenuto gli interessi della persona il cui status era

contestato, e il preteso dominus. Ciò in quanto il servo non aveva capacità di stare in

giudizio e lo stato di libero o di servo sarebbe rimasto incerto fino alla sentenza.

Tuttavia, l’esigenza dell’adsertor fu abolita da Giustiniano e si consentì all’interessato,

presunto servo o presunto libero, di litigare personalmente pro sua libertate.

Cessazione dello stato di schiavitù. 46

Lo stato di schiavitù poteva cessare con l’atto di affrancazione, detto manumissio, che

poteva essere validamente compiuto solo dal dominus, e con il quale lo schiavo acquistava

la libertà e la cittadinanza.

Si avevano tre tipi diversi di manumissio, la manumissio vindicta e la manumissio censu, che

erano atti inter vivos, e la manumissio testamento, che era una disposizione mortis causa.

La manumissio vindicta era un negozio solenne e formale che si svolgeva innanzi al

magistrato, in iure, presenti il dominus e lo schiavo. Un adsertor in libertatem dichiarava

libero il servo toccandolo con una bacchetta (festuca o vindicta); il dominus non si

opponeva, così il magistrato pronunciava l’addictio secundum libertatem, acquistando così il

servo la libertà.

Nel diritto giustinianeo la manumissio vindicta si compirà mediante una semplice

dichiarazione della volontà di affrancare il servo resa dal dominus al magistrato.

Alla manumissio censu vi si ricorreva in occasione delle operazioni di redazione delle liste

del censo che il censore compiva ogni 5 anni. Essa si realizzava con l’iscrizione del servo

nelle liste del censo, quindi tra i cives Romani, dietro autorizzazione del dominus espressa

con parole solenni.

Venuta meno la magistratura censoria, prima fu compiuta con la cooperazione di altri

funzionari pubblici fino a cadere in desuetudine in età postclassica.

La manumissio testamento era una disposizione testamentaria, aveva pertanto efficacia dopo

la morte del testatore, per la quale occorreva l’impiego di termini imperativi e vi potevano

essere apposte condizioni sospensive o termini iniziali; durante la pendenza della

condizione o prima della scadenza del termine il servo era detto statuliber.

Dall’ultima età repubblicana si usò affrancare i servi in altre forme, si tratta in tal caso di

manomissioni pretorie.

E cioè, inter amicos, ossia con dichiarazione informale resa dal dominus a più persone

appartenenti ad una circoscritta cerchia di “amici”; e per epistulam, ossia per iscritto

mediante una semplice lettera. 47

Tali forme però non erano riconosciute dal ius civile, per cui i manomessi non acquistavano

inizialmente la libertà, ma il pretore tutelava la libertà di cui di fatto godevano negando al

Dominus la vindicatio in servitutem. La Lex Iunia Norbana del 19 d.C. li parificò ai Latini

Coloniarii, (la giurisprudenza parla di Latini Iuniani) ossia in posizione di liberi ma non di

cittadini romani. Giustiniano li equiparò ai manomessi nelle forme civili.

La manumissio fedecommissaria.

Si aveva la manumissio fedecommissaria quando il testatore avesse fatto carico, all’erede o

altro onerato, di manomettere un servo. Era, dunque, una manumissio indiretta rispetto

alla manumissio testamento.

L’erede era obbligato a procedere alla manumissio, con uno dei tipi conosciuti, e in caso di

rifiuto l’onerato avrebbe potuto esservi costretto extra ordinem, prima dal console e poi dal

praetor fideicommissarius, su iniziativa dello stesso schiavo.

Per effetto, tuttavia, di disposizioni contenute in senatoconsulti e costituzioni imperiali si

ammise che l’organo giudiziario, su iniziativa dello stesso schiavo, persistendo il rifiuto

dell’onerato, potesse attribuire direttamente la libertà allo schiavo.

In età postclassica si riconobbe anche la manumissio in sacrosanctis ecclesiis, dichiarazione di

volontà di voler liberare il servo resa dal dominus dinanzi all’assemblea dei fedeli

presieduta dal vescovo.

Più avanti fu riconosciuta anche la distruzione, dinanzi a testimoni, dei documenti da cui

risultava la proprietà del servo.

Acquistava la libertà in modo diverso dalla manomissione, il cittadino romano prigioniero

di guerra che tornava in patria; ovvero diventava libera la schiava venduta a patto che non

venisse prostituita, quando il patto fosse stato violato.

Limiti alle manumissioni furono introdotte dalla lex Fufia Caninia del 2 a.C. e la lex Aelia

Sentia del 4 d.C., che rispettivamente disposero un limite percentuale alle manumissioni

48

testamentarie e il divieto di manumissione degli schiavi di condotta turpe e le

manumissioni in frode ai creditori; la seconda inoltre subordinò a speciali garanzie le

manumissioni compiute dai domini minori di 20 anni e quelle di servi di età inferiore a 30

anni.

Le due leggi vennero però abolite da Giustiniano, ad eccezione del divieto di

manumissione in frode ai creditori.

Gli schiavi liberati acquistavano la libertà e la cittadinanza romana, e divenivano sui iuris,

quindi giuridicamente capaci, ma la loro condizione non era uguale a quella degli ingenui.

Essi erano esclusi dall’esercizio di attività riservate agli ingenui (artes liberales), nonché

erano esclusi dalle cariche pubbliche.

L’ex dominus assumeva la qualifica di patrono e godeva nei confronti del liberto del ius

patronatus (diritto di patronato), trasmissibile mortis causa ai discendenti. Inizialmente il

diritto di patronato comportava poteri di coercizione personale sufficienti al patrono per

esigere dal liberto la prestazione di operae, ossia servizi giornalieri e artigianali. Tali poteri

si andarono però attenuando sino a riassumersi, in età classica, nel dovere del liberto di

prestare al patrono obsequium e reverentia, che comportavano ad esempio il divieto per il

liberto di chiamare in giudizio il proprio patrono senza la preventiva autorizzazione del

magistrato; al liberto il pretore avrebbe comunque denegato actiones infamanti contro il

proprio patrono. Con il ridimensionamento di tali poteri si affermò la prassi secondo cui il

servo, prima della manumissione faceva al dominus un giuramento con cui prometteva

che avrebbe prestato le operae richieste una volta liberato; ma in tal caso egli sarebbe stato

vincolato solo sul piano religioso; così dopo la manumissione o il giuramento veniva

rinnovato o il servo manomesso prometteva le operae mediante stipulatio, in tal caso al

patrono sarebbe spettata, per l’adempimento, l’actio operarum.

Il ius patronatus comportava inoltre una aspettativa successoria del patrono sui beni del

liberto, nonché il diritto del patrono alla tutela legittima.

Inoltre, patrono e liberto avevano anche diritti e doveri reciproci, potendo ognuno

pretendere dall’altro la prestazione di alimenti in caso di indigenza. 49

Le personae in causa mancipii.

Si trovavano nella condizione giuridica di personae in causa mancipi i filii familias mancipati

dal loro pater familias. Per effetto della mancipatio, essi erano assoggettati alla potestà, che

assumeva in questo caso la qualifica di mancipium, di altra persona, ossia del mancipio

accipiens.

La mancipatio dei filii familias era in età arcaica una vendita ma diventata desueta in età

preclassica, anche se si continuò a farvi ricorso, fino però all’età postclassica, ai fini

dell’adoptio e dell’emancipatio come strumento per il passaggio, nel primo caso, del filius ad

altra famiglia, o per l’acquisto dello status di sui iuris nell’emancipatio.

Alla mancipatio si fece poi ricorso per la dazione a nossa, ma in tal caso i filii dovevano

essere liberati una volta scontato il debito.

Le personae in causa mancipi, erano liberi e cittadini romani per cui potevano vivere in

matrimonio ed avere figli legittimi; erano però soggetti a potestà, per cui non avevano

capacità giuridica per i rapporti patrimoniali; a differenza dei filii familias, morta la

persona che su di essi esercitava il mancipium non diventavano sui iuris e cadevano sotto il

mancipium dell’erede.

Come gli schiavi, erano liberati dalla soggezione al mancipium,diventando sui iuris, con la

manumissio; l’avente potestà che li liberava acquistava nei loro confronti la qualifica di

patrono.

Situazione di dipendenza personale che non comportò la privazione della capacità

giuridica fu il colonato. I coloni erano persone libere di umile condizione, piccoli affittuari

di terre, ovvero umili liberi lavoratori giornalieri dei campi che dietro compenso si

obbligavano a un lavoro subordinato.

Con l’attuazione di una politica di tendenziale irrigidimento delle classi, legata ad una

grave crisi che travagliò l’impero romano, i coloni subirono una limitazione della propria

capacità giuridica e di agire. Essi furono vincolati alla terra che coltivavano al punto da

non poter essere distaccati neanche dai proprietari, e venivano alienati insieme al fondo. I

50

loro beni furono considerati quasi come un peculio servile, alienabile solo con il consenso

del proprietario del fondo; era inoltre disapprovato il matrimonio con persone di ceto

diverso e si ammise che su di essi il proprietario terriero potesse esercitare legittimamente

atti di coercizione fisica.

Status civitatis.

Il possesso della civitas romana presupponeva lo stato di libertà e costituiva una delle

condizioni per la piena capacità di diritto privato. Soltanto i cives romani potevano fruire

del ius civile.

Cittadini romani si nasceva o si diventava. Nascevano cittadini romani sia i nati da padre

cittadino purchè procreati in matrimonio legittimo, sia i nati fuori dal matrimonio da

madre cittadina.

Diventavano cittadini romani gli schiavi liberati; ovvero, per concessione dello Stato

romano, che poteva riguardare sia singoli individui sia intere collettività. Le concessioni di

più ampia portata furono quella riguardante gli alleati italici, in esito alla guerra sociale al

tempo di Silla, e quella attuata con la Constitutio Antoniniana del 212 d.C. in favore di tutti

gli abitanti liberi dell’impero romano, ad eccezione dei peregrini dediticii, condizione

giuridica abolita da Giustiniano.

Perdevano la cittadinanza romana i cives che fossero stati ridotti in schiavitù; quelli che si

fossero stabiliti in colonie di nuova costituzione; i cittadini che, liberamente o per sfuggire

alla pena capitale, avessero scelto l’esilio presso altro stato sovrano legato a Roma da

trattato; i cittadini che per i crimini commessi avessero subito la condanna all’esilio.

Ai cives Romani si contrapponevano i peregrini, ossia gli stranieri liberi. Per i rapporti

privati si applicava loro il diritto proprio della collettività cui appartenevano. Talora

veniva ad essi concesso il ius commercii, che comportava la capacità di alienare ed

acquistare con mancipatio, e il ius connubii, ossia la capacità di contrarre iustae nuptiae con

cittadini romani. 51

Tra i peregrini, una categoria privilegiata era quella dei Latini. In particolare i latini prisci,

ossia i cittadini delle città laziali vincolate a Roma da antica alleanza e formalmente

sovrane, godevano del ius migrandi, per cui diventavano cittadini romani trasferendosi

stabilmente a Roma ed iscrivendosi in una delle tribù in cui era divisa la popolazione. Essi

mantenevano le loro istituzioni di diritto pubblico e privato e godevano del ius commercii e

del ius connubii, e potevano ricevere per testamento da cittadini romani.

Ai Latini prisci furono assimilati coloro che si stabilivano nelle colonie fondate da Roma e

che vennero detti Latini coloniarii.

Ai Latini coloniarii vennero a loro volta assimilati gli schiavi liberati nelle forme pretorie e i

minori di 30 anni manomessi senza le garanzie della lex Aelia Sentia, detti Latini Iuniani.

I peregrini dediticii erano membri di collettività straniere che si erano arrese a Roma senza

condizioni all’interno delle quali il vincitore aveva abrogato ogni ordinamento nazionale.

Ad essi era negata ogni capacità di diritto privato nazionale, fruivano solo del ius gentium.

Status familiae.

Ulteriore condizione per il riconoscimento della piena capacità giuridica era il possesso

dello status familiae di sui iuris, ossia di persona non soggetta a potestà.

Ai sui iuris si contrapponevano gli alieni iuris, ossia le persone soggette a potestà, che

poteva essere dominium, cui erano soggetti gli schiavi, mancipium, cui erano soggette le

personae in causa mancipii, patria potestas, cui erano soggetti i filii familias, e manus, cui erano

soggette le donne per le quali avesse avuto luogo conventio in manum.

Le persone sui iuris potevano essere maschi o femmine, indipendentemente dall’età. I

maschi sono pure chiamati nelle fonti giuridiche patres familias, che esprimeva l’attitudine

a esercitare la patria potestas. Solo i patres familias, e quindi solo i sui iuris maschi potevano

avere filii sotto la loro potestà. Le donne, se sui iuris, potevano essere titolari di diritti e

doveri giuridici, ma non di potestà familiari.

La familia era pertanto un gruppo unitario composto da una sola persona sui iuris e,

quando questa era di sesso maschile, anche da filii familias e dalle donne in manu

assoggettati alla sua potestà. 52

Presupposto per l’esercizio delle potestà familiari era il matrimonio.

Il matrimonio era preceduto dalla promessa di matrimonio che si compiva mediante

sponsio, per mezzo della quale il pater familias della donna faceva al fidanzato promessa di

matrimonio, appunto detta sponsalia. Da ciò ne nasceva un vincolo giuridico

all’adempimento. Poteva anche trattarsi di sponsiones reciproche tra i due fidanzati, se sui

iuris, o tra i rispettivi patres familias.

Dall’età preclassica la promessa si compì mediante semplice reciproco consenso

comunque espresso, e da essa non nascevano vincoli giuridici; continuò a parlarsi di

sponsalia, ma essi davano luogo a conseguenza giuridiche minori, così ad esempio una

volta rotto il fidanzamento dava luogo all’obbligo di restituire i doni.

Per le iustae (ossia secundum ius) nuptiae era richiesto il connubium, che gli sposi fossero

almeno in età pubere e il consenso reciproco degli sposi.

Il connubium era l’attitudine a vivere in matrimonio legittimo con l’altro coniuge. Era, cioè,

una sorta di capacità civile con riferimento all’altro coniuge, e che di regola sussisteva tra

cittadini romani. Così ad esempio sussisteva un divieto di connubium tra parenti in linea

retta e in linea collaterale fino al quarto grado e tra affini in linea retta e in linea collaterale

fino al secondo grado; ovvero il divieto di connubium tra patrizi e plebei, rimosso dalla lex

Canuleia del 445 a.C.

La mancanza di tali requisiti era di impedimento all’esistenza di iustae nuptiae.

Non comportava impedimento la violazione del lutto vedovile, che consisteva nel divieto

per la vedova di contrarre un nuovo matrimonio prima del decorso del tempus lugendi che

era di 10 mesi dalla morte del marito. La violazione dava luogo, prima a sanzioni di

carattere sacrale e poi l’editto pretorio comminò l’infamia per quanti avessero

responsabilità nel prematuro matrimonio della vedova; in età postclassica fu poi sancito

per la vedova la perdita dei lasciti disposti in suo favore nel testamento del marito e la

perdita della capacità di acquistare mortis causa da terzi. 53

Il matrimonio romano consisteva nel fatto in sé della convivenza stabile di due persone di

sesso diverso, con la volontà costante di vivere in unione monogamica come marito e

moglie, atteggiamento soggettivo detto affectio maritalis, in difetto del quale vi sarebbe

stato concubinato, con la conseguenza che non sarebbero prodotti gli effetti giuridici

collegati al matrimonio. Dunque, per i Romani il matrimonio era un fatto sociale e non un

negozio giuridico. Non si esigeva alcun rito, ma, sussistendo tutti i requisiti di validità, era

sufficiente che tra due persone di sesso diverso si stabilisse convivenza.

Al matrimonio poteva accompagnarsi, o meno, la conventio in manum, per effetto della

quale la moglie cadeva sotto la manus del marito, per cui veniva incorporata di diritto nella

famiglia del marito, con la conseguente perdita di ogni legame con i parenti di prima.

Il matrimonio poteva, dunque, essere cum manu e sine manu dove la moglie manteneva lo

status familiae di prima, per cui se sui iuris restava tale, altrimenti continuava a sussistere su

di lei la patria potestas del suo pater familias.

In età arcaica e nella prima età preclassica i matrimoni cum manu costituivano la regola, ma

già nell’età della repubblica i matrimoni sine manu finirono per prevalere su quelli cum

manu che scomparvero del tutto nell’epoca del principato.

Il momento a partire dal quale il matrimonio si costituiva era l’inizio della convivenza

quando era accompagnata dall’affectio maritalis. Questa, dato che si trattava di un dato

soggettivo, poteva desumersi dalla preesistenza di sponsali, dalla circostanza che si era

proceduto a costituzione di dote, o a conventio in manum; e,con la diffusione del

Cristianesimo, dall’avvenuta benedizione nuziale in Chiesa.

Per quanto riguarda gli effetti del matrimonio, in primo luogo solo i figli nati da iustae

nuptiae erano detti legittimi e potevano ricadere sotto la patria potestas del padre; la donna

acquistava la dignità sociale e giuridica del marito; tra coniugi vi era il dovere reciproco di

fedeltà. L’infedeltà dava luogo a sanzioni patrimoniali costituite, sciolto il matrimonio,

dalla restituzione della dote. L’infedeltà della moglie era giuridicamente configurata come

adulterio, e comportava che essa potesse essere impunemente uccisa dal marito, e, dalla

lex Iulia de adulteris, si incorreva nel crimen adulterii punito con pene severe; 54

dall’ultima età repubblicana furono vietate le donazioni tra coniugi, pena la nullità

dell’atto compiuto nonostante il divieto; tra marito e moglie fu sempre esclusa l’azione

penale di furto; tuttavia, per le cose che la moglie avesse sottratto al marito in vista del

divorzio, poi estesa ad ogni altra ipotesi, l’editto pretorio previde un’actio rerum amotarum,

reipersecutoria e non infamante; contro l’actio rei uxoriae; per la restituzione della dote ,e

contro ogni altra azione contrattuale della moglie, al marito era concesso il beneficium

competentiae, poi esteso anche in favore della moglie contro le azioni contrattuali esperite

dal marito, che comportava che il debitore non potesse subire condanna oltre il limite delle

sue possibilità economiche.

La conventio in manum si compiva mediante confarreatio, coemptio, usus.

L’usus consisteva nel fatto in sé della convivenza coniugale protratto per un anno. La

donna avrebbe potuto interromperlo allontanandosi dalla casa del marito per tre notti

consecutive.

La confarreatio era un rito religioso che esigeva la pronunzia di parole determinate in

presenza di 10 testimoni; il rito prevedeva l’intervento degli sposi e la partecipazione di

sacerdoti di rango elevato e nel quale si consumava un sacrificio a Giove; veniva inoltre

impiegato pane di farro. Tale istituto scomparve del tutto alla fine dell’età classica.

La coemptio era una mancipatio adattata all’acquisto della manus. Oggetto era la donna;

alienante la donna stessa se sui iuris o il suo pater familias; acquirente era il marito, se sui

iuris, o il suo pater familias.

Il divorzio.

Il matrimonio si scioglieva, oltre che per morte di uno dei coniugi o per la perdita della

libertà o cittadinanza o connubium, anche quando in uno o in ambedue i coniugi fosse

venuta meno l’affectio maritalis e conseguentemente si fosse interrotta la convivenza; si

parla di divortium, e nei casi di divorzio unilaterale anche di repudium. Non era richiesta

alcuna formalità per il divorzio; soltanto nel caso di matrimonio cum manu, affinché si

estinguesse la manus sulla moglie e uscisse dalla familia del marito si doveva ricorrere ai

negozi formali, che riguardavano però la manus e non il matrimonio. In particolare la

55

cessazione della manus sulla moglie era conseguente alla morte del marito o in seguito al

procedimento della emancipatio. Nel caso in cui la manus si fosse costituita mediante

confarreatio, la cessazione della manus avveniva anche mediante il negozio della diffarreatio,

rito uguale e contrario alla confarreatio.

Il divorzio determinava lo scioglimento del matrimonio, qualunque fosse la causa, ma il

comportamento del coniuge che vi avesse dato causa veniva sanzionato: in età

repubblicana con la nota censoria, con la quale il censore avrebbe potuto ad esempio

rimuovere taluno dal Senato o non ammetterlo ad esso, ovvero collocare il cittadino in

una posizione più debole nell’ambito delle assemblee popolari; in età classica con

l’aggravamento della posizione del coniuge colpevole nell’actio rei uxoriae per la

restituzione della dote.

In età postclassica, per l’influsso del cristianesimo, si ostacolò il divorzio, anche se non

venne mai abolito.

Così, mentre nessun ostacolo si oppose al divorzio per mutuo consenso, il ripudio fu

ritenuto lecito solo in alcuni casi tassativi, c.d. di divortium bona gratia, ossia per motivi non

imputabili ad alcuno dei coniugi, come l’impotenza, la scomparsa, la deportazione o

prigionia di guerra dell’altro coniuge; ovvero in ipotesi di comportamento gravemente

colpevole dell’altro coniuge, come l’adulterio o altro comportamento moralmente

disdicevole per quanto riguarda la moglie; avere tentato di prostituire la moglie, tenere

una concubina, per quanto riguarda il marito.

In altre ipotesi, il ripudio sarebbe stato sine causa, quindi illecito; il matrimonio però si

scioglieva ugualmente ma il coniuge che avesse divorziato sarebbe stato colpito da

sanzioni diverse, che andavano dalla perdita della dota alla deportatio in insulam.

Anche per quanto riguarda le forme del divorzio si ebbero novità; si richiese, per il

divorzio unilaterale, che la volontà di divorziare venisse manifestata per iscritto e, se

possibile, notificata all’altro coniuge mediante l’invio di un libellus repudii; oppure

manifestata dinanzi a testimoni. In caso contrario, pur venendo meno l’affectio maritalis e la

convivenza, il matrimonio sarebbe rimasto valido. 56

Il matrimonio viene considerato da tale epoca come vincolo giuridico che, una volta

costituito, può durare a prescindere dalla persistente volontà di marito e moglie di vivere

in matrimonio.

La dote.

La dote consisteva in una o più cose o diritti che la moglie, il di lei pater familias, o un terzo,

conferivano al marito espressamente come dote. Era detta profecticia se costituita dal pater

familias, o adventicia negli altri casi.

Si pensa che la funzione originaria della dote consistesse nel compensare la figlia delle

aspettative ereditarie che perdeva rispetto alla famiglia di origine per il fatto di uscire da

essa ed entrare a far parte della familia del marito.

Tuttavia, i giuristi classici ritennero che poiché la dote riguardava anche i matrimoni sine

manu, essa rappresentava allora un contributo per sostenere i pesi del matrimonio; e dato

che sciolto il matrimonio la dote andava restituita alla moglie, essa adempiva anche alla

funzione di mantenimento della moglie una volta vedova o divorziata.

La dote si costituiva mediante datio, promissio, dictio.

La datio dotis era un trasferimento di proprietà in favore del marito, che si compiva a titolo

di dote. La datio dotis non era però un negozio, ma un effetto, l’effetto reale della

costituzione di dote. Il trasferimento di proprietà si realizzava con negozi astratti quale

mancipatio, in iure cessio e traditio.

La promissio dotis era una stipulatio, quindi un negozio giuridico, compiuta dotis causa. A

stipulare era il marito che di seguito alla promissio dell’altra parte diveniva creditore, e non

proprietario. Essa, pertanto, era una forma obbligatoria di costituzione di dote.

Forma obbligatoria era anche la dotis dictio, negozio solenne che si compiva con la

pronuncia da parte del costituente, di certa verba. Il marito divenuto creditore, avrebbe

avuto per l’adempimento un’actio in personam. 57

La dote poteva essere costituita sia prima che durante il matrimonio. Se costituita prima,

dotis dictio e promissio dotis si intendevano compiute sotto condizione sospensiva,

esplicando i loro effetti a matrimonio avvenuto, con la conseguenza che, se il marito

avesse agito prima del matrimonio o a matrimonio mancato, la sua azione sarebbe stata

respinta ipso iure.

La datio dotis invece, produceva immediatamente i suoi effetti traslativi, ma il costituente,

se le nozze non avessero più avuto luogo, avrebbe potuto pretendere la restituzione, di

quanto dato a titolo di dote, con la condictio.

In conseguenza della dote, era lo stesso marito che diventava titolare dei beni e diritti

dotali. Tuttavia anche se da un punto di vista sociale la dote fu sempre considerata cosa

della moglie; e ciò in considerazione innanzitutto dell’obbligo del marito di restituire la

dote dopo lo scioglimento del matrimonio, e poi dal divieto in capo al marito, introdotto

da una lex Iulia de fundo dotali, di alienare beni immobili dotali senza il consenso della

moglie. I beni dotali hanno allora una condizione giuridica ibrida, in quanto si

consideravano al contempo del marito e della moglie.

L’obbligo del marito di restituire la dote una volta sciolto il matrimonio fu sancito

dall’actio rei uxoriae, anche se tale obbligo veniva spesso assunto dal marito mediante

stipulatio; in tali casi allora il costituente o i suoi eredi avrebbero fatto ricorso all’actio ex

stipulatu.

In mancanza, dunque, di una precedente espressa promessa di restituzione, per la

restituzione della dote, la moglie o il di lei pater familias, quando la dote era stata da lui

costituita, potevano esperire l’actio rei uxoriae; un’azione in personam e in ius.

Essa tuttavia presupponeva che il matrimonio fosse stato sine manu.

L’azione era intrasmissibile, per cui, morta la moglie, la dote restava al marito, salvo che il

pater familias di lei fosse ancora vivente. 58

In sede di actio rei uxoriae il marito godeva del beneficium competentiae. Se la dote aveva ad

oggetto denaro o altre cose fungibili si consentiva al marito di restituirla gradatamente, in

più rate.

Il marito avrebbe potuto trattenere parte della dote in presenza di determinate circostanze.

Si trattava delle retentiones propter liberos e propter mores; la retentio propter liberos spettava

se il matrimonio si era sciolto ad opera del pater familias di lei o per divorzio determinato

da colpa della moglie, ed era nella misura di 1/6 della dote per ciascun figlio. La retentio

propter mores spettava se il matrimonio si era sciolto per motivi a lei imputabili ed era o di

1/6 dell’ammontare della dote in caso di adulterio, di 1/8 per colpe meno gravi. Altre

retentiones erano poi la retentio propter amotas, propter res donatas, propter impensas, che

avevano carattere patrimoniale e riguardavano rispettivamente le cose che la donna avesse

sottratto dalla casa del marito in vista del divorzio, le cose donate alla moglie durante il

matrimonio e le spese erogate dal marito sui beni dotali.

Giustiniano abolì l’actio rei uxoriae e la sostituì con un’actio ex stipulatio che prescindeva da

una antecedente stipulatio; abolì inoltre il sistema delle retentiones.

I filii familias.

Erano filii familias i nati da matrimonio legittimo, i quali, con la nascita, cadevano sotto la

patria potestas del proprio padre, se sui iuris, ovvero, se anche il padre era filius familias,

sotto la patria potestas dell’avo paterno.

Si diveniva filii familias per adrogatio, che era l’adozione di un sui iuris, o per adoptio che era

l’adozione di un alieni iuris.

L’adrogatio si compiva con la partecipazione dei comitia curiata, articolati in 30 curie.

L’assemblea era presieduta dal pontefice, il quale, compiute le necessarie indagini di

legittimità e di merito, interrogava i due soggetti interessati circa la volontà

rispettivamente di adrogare e di essere adrogato; ricevuta risposta positiva, il pontefice

rivolgeva altra rogatio al popolo, per questo detta ad rogatio, che dava il proprio assenso. 59

In età classica si riconobbe che in certi casi l’adrogatio potesse compiersi anche mediante

rescritto dell’imperatore; tale forma finì per soppiantare la complessa forma per populum,

fino a che all’età di Diocleziano l’adrogatio si compirà solo per rescriptum principis.

L’adrogato diveniva filius familias, per cui passava da una condizione di sui iuris a una

condizione di alieni iuris, sotto la potestas del pater familias adrogante; e con lui, cadevano

sotto la potestas dell’adrogante anche i filii familias e le donne in manu già sotto la potestà

dell’adrogato.

I beni, e tutti i diritti soggettivi che facevano capo all’adrogato, erano acquistati

dall’adrogante; si realizzava così una successione universale inter vivos.

I debiti in precedenza contratti dall’adrogato si estinguevano, anche se il pretore

intervenne concedendo ai creditori contro l’adrogato un’actio ficticia (actio utilis rescissa

capitis deminutione), nella quale il giudice avrebbe giudicato come se l’adrogatio non vi fosse

stata.

L’adoptio riguardava invece un alieni iuris fiius familias, il quale, per effetto dell’adoptio

passava dalla famiglia di origine alla famiglia dell’adottante; ossia cessava su di lui la

patria potestas del padre e su di lui acquistava la patria potestas l’adottante.

L’effetto si conseguiva attraverso un complesso procedimento che consentiva di superare

l’antico principio che stabiliva che la patria potestas si estinguesse solo con la morte del

pater familias. Tale procedimento era basato su un precetto delle XII tavole che sanzionava

con la perdita della patria potestas, la condotta del padre che avesse per tre volte venduto

(mancipato) il figlio.

Dunque, il padre mancipava per tre volte il figlio all’adottante il quale, acquistandolo in

causa mancipi, dopo la prima e la seconda mancipatio lo manometteva. Con la terza

mancipatio, il padre perdeva la patria potestas, per cui, quando alla terza volta l’adottante lo

rimancipava, il padre naturale acquistava l’adottato non più come filius ma nella posizione

di persona in causa mancipii. Successivamente dinanzi a un magistrato si compiva, alla

presenza dell’adottante, dell’adottato e del padre naturale, una sorta di in iure cessio:

l’adottante rivendicava come propria la persona che voleva adottare affermando che si

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trattava di un proprio filius; il pater naturalis, interrogato dal magistrato, taceva, per cui il

magistrato pronunciava l’addictio in favore dell’adottante. Questi acquistava così la patria

potestas sull’adottando.

Giustiniano semplificò il procedimento, rendendo sufficienti le dichiarazioni di voler dare

e voler ricevere in adozione rese dal pater naturalis e dall’adottante innanzi ad un

funzionario imperiale, e presente e non contraddicente l’adottato.

Da età postclassica fu riconosciuta la legittimazione per successivo matrimonio, per cui i

figli nati fuori dal matrimonio divenivano figli legittimi, e cadevano sotto la potestà del

loro padre naturale una volta che i genitori si fossero uniti in matrimonio.

La patria potestas comportava un potere del pater che si esprimeva con la formula del ius

vitae ac necis, ossia diritto di vita e di morte, anche se fin dall’età repubblicana fu

sanzionato con pene severe l’abuso del ius vitae ac necis; la sanzione era la sacertas : il pater

divenuto sacer, avrebbe potuto essere impunemente ucciso da chiunque.

I filii familias erano privi della capacità giuridica, non erano sostanzialmente titolari né di

diritti né di doveri giuridici.

Ai filii, tuttavia, poteva essere concesso un peculio, con conseguente facoltà di disporre a

titolo oneroso del possesso delle cose peculiari e, trattandosi di res nec mancipi, di

trasferirne la proprietà. Essi poterono contrarre inoltre obligationes naturales.

A differenza degli schiavi, nell’ultima età repubblicana, fu riconosciuta ai filii familias la

capacità di assumere, con atto lecito e rispetto ai terzi, obligationes civiles, capacità che fu

tuttavia riconosciuta soltanto ai figli maschi. I terzi creditori avrebbero potuto procedere

con l’azione di cognizione per l’accertamento del credito, ma non avrebbero potuto

procedere esecutivamente essendo preclusa sia l’esecuzione personale, in quanto il filius

non poteva essere sottratto alla patria potestas, sia l’esecuzione patrimoniale, in quanto il

filius non disponeva di un proprio patrimonio. Dunque, per l’esecuzione della sentenza

non adempiuta spontaneamente, i creditori avrebbero dovuto attendere che sul filius

cessasse la patria potestas. 61

Naturalmente ciò presupponeva che il filius avesse capacità di stare in giudizio, e tale

capacità gli venne riconosciuta dall’ultima età repubblicana nel processo formulare.

Ben presto, ad opera di Augusto, fu ammesso ai filii familias militari, di avere, e quindi di

disporne validamente sia mortis causa sia con atti inter vivos, beni propri, costituiti dai

proventi del servizio militare e dei beni con tali proventi acquistati; si configurò così il

peculio castrense nel quale ben presto furono ricompresi anche beni comunque acquistati

in relazione al servizio militare. Il peculio castrense apparteneva pertanto al filius e il pater

non avrebbe potuto avocarlo a sé.

In età postclassica il peculio castrense venne esteso ai guadagni e ai beni e diritti acquistati

dal filius coi proventi ricavati dall’esercizio di funzioni civili a servizio dello stato,

dall’esercizio di attività forensi e del sacerdozio. In tali casi si parlò di peculio quasi

castrense.

Sempre in età classica si attribuì ai filii familias la proprietà dei beni provenienti da

successione materna, poi anche beni comunque provenienti dal lato materno anche se non

direttamente dalla madre, beni acquistati in occasione del matrimonio e beni in ogni modo

acquistati dal filius purchè non provenienti dal padre.

Si parla in tali casi di bona adventicia; il regime giuridico era diverso rispetto al peculio

ordinario e castrense; i beni infatti appartenevano al figlio, ma l’amministrazione e il

godimento spettavano al pater familias che non poteva disporne.

Il figli potevano essere mancipati, divenendo personae in causa mancipii, potevano essere

adottati, cadendo in tal caso sotto la patria potestas di un altro pater familias; la figlia poteva

cadere sotto la manus del marito, ma solo in due casi cessava la patria potestas con

conseguente acquisto da parte del filius della qualifica di sui iuris.

Essa si estingueva generalmente con la morte del pater. I figli maschi diventavano patres

familias e la potestas si estendeva anche ai propri figli e ai nipoti,e ciò anche se il loro padre

non fosse più soggetto alieni iuris ma fosse premorto all’avo. 62

La patria potestas si estingueva anche in caso di perdita della libertà o della cittadinanza, in

quanto la patria potestas era istituto del ius civile, per cui non avrebbe potuto essere

esercitata da un non civis.

Il pater familias perdeva la patria potestas anche nel caso in cui avesse per tre volte

mancipato il filius. A tale principio, sancito da una norma delle XII tavole, si fece ricorso

come procedimento che consentiva a un filius di uscire dalla famiglia di appartenenza e

diventare sui iuris quant’anche fosse stato vivo il pater.

Tale procedimento fu detto emancipatio : in seguito a tre mancipationes successive a persona

di fiducia, seguite da manumissione, si estingueva la patria potestas, per cui il filius, alla

terza mancipatio, si trovava in causa mancipi del terzo fiduciario; questi lo rimancipava al

padre, il quale lo acquistava in causa mancipi e lo manometteva diventando in tal modo sui

iuris. Il figlio emancipato cessava di appartenere alla famiglia d’origine e subiva capitis

deminutio minima.

La capitis deminutio era un mutamento di status che comportava una rottura dei

precedenti vincoli di agnatio.

Si distinse tra capitis deminutio maxima, che conseguiva alla perdita dello status libertatis;

media, che conseguiva alla perdita dello status civitatis; minima che conseguiva a un

mutamento dello status familiae.

Alla capitis deminutio erano ricollegati particolari effetti giuridici diversi a seconda del

mutamento di status; così il testamento diveniva invalido se il testatore avesse subito

capitis deminutio.

L’agnatio era il vincolo tra i più componenti della stessa famiglia. Essa prescindeva dal

vincolo di sangue; questo difatti poteva mancare tra pater familias e figli adottivi, tra

questi e gli altri filii. 63

Con la morte del pater familias la familia si spezzava in tante familiae quanti erano i filii

familias. L’agnatio tuttavia non si estingueva, essa si estingueva soltanto per effetto di

emancipatio, datio in adoptionem, coemptio di una filia familias, adrogatio.

La cognatio era parentela di sangue sia in linea maschile che femminile.

Limitazioni della capacità giuridica.

Una grave capacità di diritto pubblico era sancita per gli infames e gli ignominiosi, ossia

coloro che erano dediti a mestieri turpi, quali prostitute, commedianti e gladiatori, i

condannati per taluni crimina e quanti avessero subito condanna per responsabilità

propria in actiones infamanti. Erano inoltre colpiti da infamia i debitori che persistevano

nell’inadempimento nonostante la proscriptio.

Tale incapacità comportava un’incapacità di assumere cariche pubbliche, di proporre

istanze giudiziarie nell’interesse altrui, di nominare ed essere essi stessi cognitores e

procuratores ad litem.

Ulteriore limitazione riguardava le donne cui fu negata ogni capacità tanto di diritto

pubblico quanto di diritto privato.

Capacità di agire.

Il riconoscimento della capacità d’agire dipendeva dall’età.

Si distingueva tra puberi ed impuberi. Gli impuberi erano coloro che non avessero

raggiunto la capacità fisiologica di generare. Si distinguevano tra infantes e infantia maiores.

I primi erano coloro che non avessero compiuto il settimo anno di età, cui era negata del

tutto la capacità d’agire; gli infantia maiores erano gli impuberi che avessero superato

l’infantia, cui venne riconosciuto il potere di compiere validamente senza alcuna assistenza

soltanto i negozi giuridici che comportavano acquisto di un diritto; in ogni caso essi non

poterono compiere senza l’assistenza del tutor impuberum alcun atto di disposizione né

atti di assunzione di obbligazioni. 64

I puberi erano coloro che avessero raggiunto la capacità fisiologica di generare; tale

capacità si riteneva raggiunta al compimento del dodicesimo anno di età per le femmine, e

al compimento del quattordicesimo anno di età per i maschi.

La piena capacità di agire era riconosciuta ai puberi maschi, mentre alle femmine venne

riconosciuta con alcune limitazioni.

Gli impuberi sui iuris furono soggetti a tutela impuberum che poteva essere legitima,

testamentaria e dativa.

La tutela legitima era prevista dalle XII tavole che attribuivano la tutela all’agnatus

proximus dell’impubere, ossia all’agnatio di grado più vicino. Era inoltre legitima la tutela

del patrono sul liberto e quella del parens manumissor sull’emancipato impuberi.

La tutela legitima presupponeva che il pater familias non avesse provveduto alla nomina di

un tutore mediante disposizione testamentaria; in tal caso si parlava di tutela

testamentaria.

La tutela dativa aveva fondamento in una lex Atilia del 210 a.C. che attribuì al pretore il

potere di nominare, su istanza della madre o di altri congiunti, un tutore all’impubere sui

iuris.

La tutela era un istituto potestativo e protettivo; da un lato, infatti, il tutore esercitava un

potere nell’interesse della familia alla buona conservazione del patrimonio familiare e al

contempo adempiva al dovere di assistenza e protezione del pupillo. Il tutore esercitava

allora un potere-dovere.

Poteri del tutore.

Il tutor impuberum era legittimato ad intervenire nei negozi compiuti dal pupillo infantia

maior interponendo la sua auctoritas, ossia una dichiarazione di volontà integrativa a

quella espressa dal pupillo. L’auctoritas era necessaria per gli atti di alienazione, e

comunque per tutti gli atti di disposizione, e per gli atti di assunzione di obbligazioni.

Il tutore era inoltre legittimato a gestire il patrimonio del pupillo, sia infantes che infantia

maiores: poteva acquistare e trasferire il possesso e, quindi, la proprietà di res nec mancipi

nell’interesse del pupillo, dunque con effetti che si imputavano direttamente all’impubere;

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egli agiva pertanto quale rappresentante diretto. Ad esso fu fatto divieto di alienare, pena

la nullità dell’atto, sulla base dell’oratio severi (un senatoconsulto fatto approvare da

Settimio Severo nel 195 d.C.) e con successive costituzioni imperiali, i beni del pupillo,

salvo che si trattasse di beni di scarsissimo valore.

I negozi che avevano ad oggetto acquisto e alienazione di res mancipi e negozi con effetti

obbligatori, compiuti dal solo tutore, avevano effetti in capo allo stesso tutore, anche se

questi agiva nell’interesse del pupillo, salvo poi la necessità di compiere i reciproci atti di

trasferimento una volta cessata la tutela; in questo caso il tutore agiva allora quale

rappresentante indiretto.

Al pupillo era riconosciuta l’actio tutelae, esperibile una volta cessata la tutela, contro il

tutore per la trasmissione degli acquisti fatti a nome proprio e nell’interesse del pupillo; il

tutore inoltre rispondeva per i pregiudizi patrimoniali derivanti al pupillo dalla gestione

della tutela e imputabili a suo dolo o colpa. Si trattava di un’azione reipersecutoria, di

buona fede e infamante.

Al tutore era invece riconosciuta l’actio tutelae contraria, azione non infamante, con la quale

il tutore agiva contro il pupillo per il rimborso delle spese , e comunque per il risarcimento

dei pregiudizi patrimoniali subiti in occasione della gestione.

Azione penale era invece l’actio rationibus distrahendis che spettava all’ex pupillo nei

confronti dell’ex tutore per gli abusi compiuti dolosamente a danno del patrimonio

pupillare.

Una lex Laetoriae del 200 a.C. istituì l’actio legis Laetoriae esperibile contro quanti,

negoziando con un minore di 25 anni pubere e sui iuris, l’avessero raggirato. Si trattava di

azione penale, infamante e populares, per cui essa spettava, oltre che all’interessato, a

qualunque cittadino.

Essa cadde in desuetudine in età postclassica, ma nell’ultima età repubblicana, il pretore

riconobbe ai minori di 25 anni l’exceptio legis Laetoriae, qualora il negozio non aveva ancora

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avuto esecuzione, e la in integrum restitutio propter aetatem in caso contrario al fine di

vanificare gli effetti già prodotti.

Il pretore provvide inoltre alla istituzione di un curatore del minore adolescente con il

compito di assisterlo nella gestione degli affari. Ma in tal caso il mancato consenso del

curatore non comportava l’invalidità del negozio, ma rappresentava una garanzia per i

terzi, non potendo il minore invocare l’exceptio o l’in integrum restitutio per vanificare gli

effetti dell’atto compiuto.

Il curatore avrebbe anche potuto gestire il patrimonio dell’adolescente, ma gli effetti degli

atti compiuti, pur se nell’interesse del minore, erano imputati al curatore stesso. I loro

rapporti erano disciplinati secondo la negotiorum gestio, con la facoltà di ricorrere alle

relative azioni negotiorum gestorum.

Dall’età classica si riconobbe ai minori di 25 anni la venia aetatis secondo la quale il minore

avrebbe amministrato liberamente il proprio patrimonio ma non avrebbe potuto invocare i

rimedi pretori.

La capacità di agire era negata ai furiosi, gli infermi di mente; era poi negata, ma soltanto

parzialmente ai prodigi, ossia coloro che erano ritenuti incapaci di amministrare il proprio

patrimonio per inettitudine pratica. In tal caso l’incapacità derivava a interdictio

magistratuale, e comportava il divieto di compiere validamente atti di alienazione e ad

assumere obbligazioni.

Sia i furiosi che i prodigi erano soggetti a cura, generalmente dell’agnatus proximus, ma in

mancanza era nominato dal magistrato.

Il curator furiosi e il curator prodigi avevano i medesimi poteri del tutor impuberum, ma al

curator furiosi le XII tavole riconobbero anche il potere di alienare, con mancipatio e in iure

cessio, cose appartenenti ai furiosi. In ogni caso non era riconosciuto ai furiosi né ai prodigi

il potere di compiere atti con l’assistenza del curator. 67

La tutela muliebre.

La donna pubere una volta cessata su di lei la patria potestas, ovvero la donna impubere

sui iuris una volta raggiunta la pubertà, era soggetta alla tutela del tutor mulieris.

Il tutor mulieris interpone la propria auctoritas, ossia integra la volontà espressa dalla

donna nel compimento di atti di disposizione dei propri beni e nei negozi di assunzione di

obbligazioni, pena la nullità dell’atto stesso. In ogni caso il tutor mulieris non è legittimato a

gestire il patrimonio della donna.

Dall’ultima età repubblicana la tutela muliebre perde di significato.

Il pater familias avrebbe potuto in testamento, anziché nominare egli stesso il tutore, dare

alla figlia divenuta sui iuris alla sua morte, di scegliere il tutore, per il quale cioè essa

avesse fatto optio.

La lex Iulia et Papia Poppaea riconobbe alle donne con tre figli, se ingenue, o con quattro

figli, se liberte, il ius liberorum, ossia la piena capacità di agire.

Si ammise poi che il pretore potesse, su istanza della donna, costringere il tutore

testamentario o dativo a prestare l’auctoritas.

La tutela legitima dell’agnatus proximus, ad eccezione di quella del patrono e del parens

manumissor, venne abolita da una lex Claudia.

La tutela muliebre scompare del tutto nel 410 d.C. allorché Onorio e Teodosio concessero il

ius liberorum a tutte le donne.

Persone giuridiche.

La capacità giuridica è riconosciuta alle persone giuridiche che si distinguono tra

corporazioni, ossia una aggregazione di persone con propria organizzazione interna cui

possono far capo diritti e doveri; e fondazioni, ossia un complesso patrimoniale volto a

uno scopo considerato esso stesso titolare dei beni che lo compongono.

Aggregazioni simili alle corporazioni riconosciuti dai Romani erano le civitates e i collegia.

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Il termine civitates designava i municipia, composti da cittadini romani, e le colonie,

composte da Latini coloniarii, che erano agglomerati urbani fuori della città di Roma e con

autonomia amministrativa.

I collegia erano delle associazioni di minore importanza, di artigiani, di commercianti o di

povera gente al fine di provvedere ai riti funebri e al seppellimento dei propri membri.

Ad essi fu riconosciuta una capacità di diritto privato: i loro rappresentanti potevano

compiere validamente compravendite, locazioni e mutui, e il pretore consentì loro di stare

in giudizio tramite actores. Essi pertanto potevano avere beni in possesso e in proprietà e

ad essi avrebbero potuto far capo crediti e debiti.

I giuristi classici cercano di costruire la teoria del patrimonio titolare di se stesso, e quindi

della fondazione come persone giuridica, nell’istituto dell’eredità giacente.

Si tratta del complesso ereditario nell’intervallo tra la morte dell’ereditando e

l’accettazione da parte dell’erede.

Si presupponeva che l’eredità giacente non appartenesse a nessuno, per cui la loro

sottrazione non fu considerata furto in quanto il furto presupponeva l’individuazione

della persona del derubato.

Tuttavia, riconoscendo agli eredi la legittimazione all’esercizio dell’actio legis Aquiliae per il

danneggiamento subito dalle cose ereditarie nel periodo della giacenza, prevalse l’idea per

cui l’eredità avrebbe fatto le veci della persona del defunto, onde l’imputazione agli eredi

dei rapporti giuridici attinenti all’eredità che si erano costituiti durante la giacenza.

Autonoma soggettività venne inoltre riconosciuta alle piae causae, ossia corporazioni

religiose create in seguito a lasciti o donazioni, il cui reddito era vincolato a scopi di culto o

di beneficenza.

LE COSE.

Si distingue tra res corporales e res incorporales; le prime erano le cose che si possono toccare,

dunque, entità materiale; le res incorporales erano invece taluni diritti soggettivi, o

comunque posizioni giuridiche soggettive; tali erano l’eredità, l’usufrutto, le obbligazioni.

69

Non era una res incorporales il diritto di proprietà, in quanto esso era identificato con il suo

oggetto e, quindi, res corporalis.

Si distingue poi tra res mancipi e res nec mancipi. Le prime erano le cose di maggior pregio

nella società romana arcaica, in particolare furono dette res mancipi i fondi sul suolo

italico, gli schiavi, gli animali da tiro e da soma e le servitù rustiche. Tutte le altre cose

furono dette res nec mancipi.

Per il trasferimento della proprietà delle res mancipi era necessario il rito solenne della

mancipatio o della in iure cessio; mentre per il trasferimento della proprietà delle res nec

mancipi era sufficiente la traditio.

Tale distinzione perdette valore con la decadenza della mancipatio e della in iure cessio,

ma fu formalmente abolita da Giustiniano.

Beni immobili sono il suolo e tutto ciò che vi inerisce stabilmente; beni mobili sono tutti gli

oggetti inanimati trasportabili e comunque amovibili.

Diritti reali.

Diritti reali sono diritti soggettivi su una cosa, a carattere assoluto e, quindi, opponibili a

tutti i membri della collettività. Tutti i consociati sono potenzialmente obbligati a tenere un

comportamenti negativo, ad astenersi cioè da azioni che con quel diritto siano in contrasto.

Ai diritti reali si contrappongono invece i diritti di credito : diritti patrimoniali relativi, in

quanto la parte attiva e quella passiva sono soggetti precisamente individuati. A

differenza dei diritti reali dove obbligati a tenere un comportamento negativo sono

potenzialmente tutti i consociati, nei diritti relativi obbligata è l’altra parte precisamente

individuata. Questa è tenuta in favore dell’altra all’adempimento di una prestazione.

I diritti reali erano tipici, per cui è sottratto all’autonomia negoziale il potere di crearne di

nuovi. 70

Il diritto di proprietà, che è il diritto reale per eccellenza, attribuisce al titolare una signoria

generale sulla cosa che ne forma oggetto, ossia un potere generale potenzialmente

illimitato al godimento e alla disposizione del bene.

Sulla stessa cosa possono gravare altri diritti reali classificati in diritti reali di godimento e

diritti di garanzia. I primi attribuiscono sulla cosa, di cui altri ne è il proprietario, facoltà di

godimento più o meno limitate; i diritti di garanzia conferiscono al titolare il diritto di

soddisfare un proprio credito rivalendosi su una cosa altrui in caso di inadempimento.

La costituzione di diritti reali di godimento su cosa altrui comportano una limitazione

volontaria, in quanto la costituzione avviene ad opera del proprietario, del diritto di

proprietà, e in particolare della facoltà di godimento. Una volta estinti tali diritti le facoltà

di godimento del proprietario tornano ad espandersi sino a riacquistare pienezza. Tale

carattere della proprietà è definito con il termine di elasticità della proprietà.

La proprietà privata fu dapprima espressa con un’affermazione di appartenenza, “dico

che questa cosa è mia”, e per significare che si trattava di un potere legittimamente

acquistato e riconosciuto dal ius più antico, si aggiungeva “ex iure quiritium”.

Nella tarda età repubblicana la proprietà romana fu poi indicata con l’espressione

“dominium ex iure quiritium”, e con il termine “dominus” si indicò il proprietario; si trattava

di istituto del ius civile, ossia da esso riconosciuto e tutelato, per cui potevano esserne

titolari esclusivamente i cittadini romani.

Poteva avere ad oggetto res corporales, sia mancipi sia nec mancipi, mobili e immobili ma

solo se res mancipi.

Il dominium ex iure quiritium su beni immobili si fa risalire all’età regia allorché si

procedette ad assegnazioni a carattere definitivo di porzioni di ager publicus, cosicché i

beni in tal modo acquistati divenivano propri dei privati ex iure quiritium; all’assegnazione

si procedeva mediante limitatio, un rito che aveva connotazioni sacrali e che si compiva

con l’intervento del magistrato e di un agrimensore : si tracciavano sul suolo parallele e

perpendicolari che incrociandosi stabilivano i confini tra gli appezzamenti da assegnare.

71

Tra fondi contigui veniva lasciato libero uno spazio di almeno 5 piedi, detto limer o iter

limitare, che non poteva essere acquistato per usucapione.

Anche per gli edifici le XII tavole stabilirono che tra gli aedes dovesse essere lasciato un

ambitus, ossia uno spazio di almeno 5 piedi di larghezza che non poteva essere acquistato

per usucapione.

Tuttavia, il fatto che da età repubblicana si procedette anche ad assegnazioni di terre senza

il rito della limitatio, e la possibilità di procedere a divisione tra più comproprietari di

terreni, comportarono la possibilità di fondi direttamente confinanti, detti agri arcifinii.

Anche per gli edifici si finì per ammettere la derogabilità dell’ambitus.

In ogni caso nello stabilire i confini tra fondi si tendeva comunque ad assicurare ai

proprietari l’accesso indipendente; e ciò giustifica il fatto che non esisteva nel diritto

romano un precetto che imponesse l’obbligo ai proprietari di consentire il passaggio sul

proprio fondo al proprietario del fondo vicino, né di costituire servitù di passaggio in suo

favore.

Il dominium comportava un potere assoluto e illimitato, espresso con la formula ius utendi

et abutendi re sua, ossia diritto di usare e abusare della cosa propria.

Nel diritto romano vigeva il principio del “chi esercita un proprio diritto non lede

nessuno”; esso non riconosce alcun divieto generale dei c.d. atti emulativi, ossia quei

comportamenti del proprietario di un fondo, nell’esercizio di un diritto, diretti a nuocere

al vicino.

Tuttavia limitazioni legali alla proprietà erano previste dal diritto: dovevano, ad esempio,

essere tollerate le immissioni di fumo, acqua e simili dall’immobile del vicino al proprio

purché dipendenti dall’uso normale del fondo.

Modi di acquisto.

I modi di acquisto del dominium ex iure quiritium potevano distinguersi innanzitutto in

modi di acquisto iure civilis, con effetti riservati ai soli cittadino romani, e modi di

acquisto iuris gentium con effetti estesi anche ai non cittadini. 72

Sono modi di acquisto iuris civilis: la mancipatio, la in iure cessio, la usucapio; sono modi

di acquisto iuris gentium: l’occupazione, l’accessione, la specificazione, la traditio.

Essi si distinguevano inoltre tra modi di acquisto originari, che prescindono da ogni

relazione tra chi acquista e il precedente proprietario, e modi di acquisto derivativi, ossia

quei modi in cui l’acquisto dipende dalla trasmissione che ne fa il proprietario.

L’ampiezza del diritto acquistato può essere diversa a seconda che si tratti di acquisto

originario o a titolo derivativo: nei modi derivativi la proprietà viene acquistata così

com’era presso colui che l’ha trasmessa; il proprietario di un bene gravato da diritti reali

limitati lo trasmetterà con gli stessi pesi.

Il dominio quiritario si acquistava a titolo originario per occupazione, per accessione e per

specificazione; si acquistava a titolo derivativo per mancipatio, in iure cessio, traditio, legato

per vindicationem, adiudicatio, pagamento della litis contestatio.

L’occupazione.

L’occupazione era, dunque, un modo di acquisto del dominio quiritario a titolo originario

e iuris gentium (con effetti cioè estesi anche ai non cittadini romani).

Consisteva nella presa di possesso di cose che non appartenevano a nessuno. Tali erano gli

animali allo stato selvatico, le cose trovate sulla riva del mare, le cose dei privati sottratte

al nemico in tempo di guerra, l’isola formatasi nel letto del fiume, sempre che i fondi

rivieraschi fossero stati limitati, le cose abbandonate purchè res nec mancipi; il dominio

delle res mancipi abbandonate si acquistava dall’occupante per usucapione.

Per quanto riguarda il tesoro, consistente in denaro e preziosi rimasti sepolti in un fondo

da epoca tanto lontana da non conservarne memoria, spettava al proprietario del fondo, e

se rinvenuto da persona diversa dal proprietario del fondo, esso spettava per metà al

dominus fundi e per metà a chi l’avesse scoperto.

L’accessione.

L’accessione è un incremento, un completamento, un arricchimento, di una cosa corporale,

detta principale in quanto determina la funzione di tutto, per l’aggiunta di un'altra che

non appartiene allo stesso proprietario e detta accessoria. L’incremento si verifica a

73

vantaggio del proprietario della cosa principale anche se non possessore e anche se ignaro.

L’acquisto è a titolo originario in quanto prescinde dal consenso del dominus della cosa

accessoria.

L’unione è organica allorché ha luogo per compenetrazione di corpi in modo che la cosa

accessoria diventa un tutt’uno con la cosa principale.

Costituiscono accessione gli incrementi fluviali, ossia : l’alveo abbandonato, per cui i

proprietari dei fondi rivieraschi, non limitati, estendevano il dominium sino alla linea

mediana del fiume; la porzione di terra affiorata nel mezzo del fiume che cadeva in

proprietà dei domini dei fondi rivieraschi opposti, con confine segnato dalla linea mediana

del fiume.

Anche la inaedificatio è un’ipotesi di accessione e consiste nella costruzione di un edificio

con materiale appartenente a persona diversa.

Secondo il principio per cui il dominio quiritario si estendeva senza limiti in profondità e

in altezza, il proprietario del suolo diveniva automaticamente proprietario dell’edificio nel

suo complesso; poiché nel mondo antico i materiali di costruzione non perdevano con

l’utilizzazione le connotazioni originarie, questi avrebbero continuato ad appartenere a

colui al quale appartenevano prima.

Tuttavia, il proprietario dei materiali non avrebbe potuto rivendicarli fino a quando

l’edificio non fosse stato demolito; demolizione che non avrebbe potuto pretendere. Fino

ad allora il suo diritto di proprietà sarebbe rimasto quiescente.

Fino a che durava la costruzione il dominus fundi non avrebbe potuto usucapire i materiali;

per cui, anche se la costruzione fosse durata per lungo tempo, una volta avvenuta la

demolizione, il proprietario dei materiali avrebbe potuto pretendere la restituzione

mediante rei vindicatio.

Nel caso invece di costruzione con materiali propri su suolo altrui, il proprietario dei

materiali ne manteneva la proprietà quiescente solo se all’atto della costruzione fosse stato

in buona fede. 74

La specificazione.

La specificazione è la trasformazione di una cosa altrui sino a farne altra cosa che, nel

comune apprezzamento, appare nuova; ad esempio dalle olive si ricava olio.

Due opposte concezioni erano espresse dai proculiani, i quali ritenevano che lo

specificatore avrebbe dovuto acquistare la proprietà della res nova, e dai sabiniani i quali

invece ritenevano che il proprietario della materia avrebbe mantenuto il dominio anche

dopo la specificazione. In età classica prevalse invece una tesi intermedia che distingueva

a seconda che la specificazione fosse o meno reversibile: se era reversibile il dominus

materiae ne avrebbe mantenuto la proprietà, in caso contrario lo specificatore avrebbe

acquistato la proprietà della res nova.

La traditio.

Si tratta di negozio bilaterale non formale per il trasferimento del possesso. Poteva avere

ad oggetto soltanto res corporales, in quanto le sole suscettibili di possesso, sia res mancipi

che res nec mancipi. Quando aveva ad oggetto res nec mancipi, la traditio trasferiva al

contempo la proprietà e il possesso.

Essa si realizzava mediante la consegna materiale della cosa. Tuttavia in determinati casi

la consegna materiale poteva anche mancare: in tali ipotesi era sufficiente che il tradens

facesse comunque conseguire all’accipiens la disponibilità della cosa. Così mancava la

consegna materiale nel caso di traditio simbolica, ad esempio mediante la consegna delle

chiavi del magazzino in cui erano contenute le merci da trasferire; con la traditio longa

manu, ad esempio mediante l’indicazione dei confini dall’alienante all’acquirente e

contemporanea dichiarazione di volere trasferire il fondo; con la traditio brevi manu, che

si realizzava quando l’acquirente teneva già la cosa che l’alienante gli trasmetteva, ad

esempio quando il deponente vendeva la cosa depositata al depositario; ovvero nel caso di

costituto possessorio, cioè quando l’alienante tratteneva presso di se come affittuario la

cosa che vendeva, per cui al compratore non veniva fatta consegna materiale anche se si

intendeva a lui tradita. 75

Per il passaggio del possesso occorreva inoltre la concorde volontà di tradens e accipiens,

ossia che le parti fossero d’accordo di volere rispettivamente trasferire e acquistare il

possesso. Non era traditio la consegna della cosa a scopo di custodia, in tali casi la persona

che riceveva ne acquistava soltanto la detenzione.

Nel caso in cui avesse ad oggetto res nec mancipi, per il passaggio di proprietà si richiedeva

la volontà delle parti di fare acquistare all’accipiens il possesso uti dominus, cioè quale

proprietario, in modo che esso tenesse la cosa come propria.

Poteva procedersi a traditio per più causae. Le iustae causae traditionis, ossia le ragioni per

le quali si procedeva a traditio, erano in un numero definito: la causa vendendi, nel caso del

venditore che consegnava al compratore la cosa venduta; la causa donandi; la causa solvendi,

nel caso del debitore che adempiva un’obbligazione di dare).

Si è incerti se ai fini dell’effetto traslativo dovesse effettivamente sussistere la iusta causa o

se bastava che le parti la credessero esistente.

Si ritiene prevalente la seconda ipotesi, basti pensare che la traditio dava luogo a passaggio

della proprietà nella solutio indebiti pure in difetto di un debito da solvere; ed ancora, con

la traditio la proprietà passava anche se compiuta per una causa illecita.

Legato per vindicationem.

Si tratta di un modo di acquisto derivativo e a titolo particolare del dominium, ma a

differenza degli altri negozi è un atto mortis causa. Si trattava, infatti, di una disposizione

testamentaria con la quale il testatore attribuiva, con l’impiego delle parole do lego, una

cosa propria a un terzo, detto legatario, il quale acquistava la proprietà civile una volta che

il testamento fosse divenuto efficace.

L’adiudicatio.

L’adiudicatio era la pronunzia del giudice formulare con la quale esercitava il suo potere di

adiudicare, ossia di attribuire con efficacia costitutiva ai litiganti parti definite di quanto

fosse oggetto di divisione giudiziale o parti del terreno confinante. Tale potere era

76

attribuito al giudice dalla parte della formula, pure essa detta adiudicatio, dei giudizi

divisori e dalla formula dell’azione per il regolamento dei confini.

Per effetto dell’adiudicatio i comproprietari o i coeredi di quote ideali cessavano di essere

tali e diventavano proprietari esclusivi di beni determinati.

La litis aestimatio.

La litis aestimatio era il valore della cosa oggetto di rivendica nel processo formulare da

parte del proprietario nei confronti del possessore. Poiché nel processo formulare

l’eventuale condanna poteva essere espressa solo in denaro, il possessore convenuto, una

volta rimasto soccombente, anziché restituire subiva la condanna pecuniaria, il cui

importo equivaleva alla litis aestimatio. Una volta offerto di pagare la litis aestimatio il

convenuto manteneva il possesso della cosa rivendicata, e, se nec mancipi, ne acquistava

anche la proprietà ex iure quiritium. Se invece si trattava di res mancipi, il convenuto

acquistava la proprietà pretoria, in quanto gli veniva riconosciuto un possesso valido ai

fini dell’usucapione.

L’usucapione.

L’usucapione trovava fondamento nelle XII tavole e comportava l’acquisto del dominium

ex iure quiritium in presenza di determinati requisiti: res habilis, titulus, fides, possessio e

tempus.

Res habilis. Erano usucapibili le cose suscettibili di dominium ex iure quiritium che fossero

al contempo anche res habilis, ossia idonee ad essere usucapite. Non erano res habilis in

virtù di un precetto delle XII, le res furtivae, ossia le cose rubate, e, in virtù di una lex

plautia, le res vi possessae, ossia le cose di cui taluno si fosse impossessato con violenza.

Mantenevano la non usucapibilità anche presso eventuali terzi acquirenti in buona fede;

queste sarebbero state di nuovo usucapibili una volta tornate nel possesso del

proprietario. 77

Possessio. Era essenziale inoltre per l’acquisto del dominium sulla cosa il suo possesso; in

particolare era essenziale che il possessore tenesse la cosa come propria, uti dominus. Non

si poterono pertanto usucapire le res incorporales in quanto non suscettibili di possesso.

Tempus. A norma delle XII tavole, il dominium si acquistava con il possesso ininterrotto

protratto per 2 anni in caso di beni immobili e per un anno in caso di altre cose.

In caso di morte del possessore, si applicava il principio della successio possessionis, secondo

il quale il tempus usucapionis non subiva interruzioni per cui l’erede subentrava

all’ereditando nella sua stessa posizione possessoria.

Si applicava inoltre il principio dell’accessio possessionis, per cui il compratore avrebbe

potuto sommare il proprio possesso a quello del dante causa in modo che l’usucapione

iniziata presso il venditore avrebbe potuto essere portata a termine dal compratore, ma a

condizione che il possesso di quest’ultimo fosse stato della stessa qualità, ossia di buona

fede e con giusta causa, di quello del compratore.

Titulus o iusta causa. Requisito essenziale era inoltre la sussistenza di un titulus o iusta

causae, ossia una ragione oggettiva per l’acquisto del possesso tale da giustificare l’acquisto

della proprietà per effetto del possesso continuato.

Il titolo più ricorrente era quello del possesso pro emptore, che sussisteva nelle ipotesi in cui

il venditore avesse trasmesso il possesso della cosa venduta ma non la proprietà; e ciò

perchè, o il venditore non era proprietario della cosa venduta o, trattandosi di res mancipi,

avesse fatto solo traditio e non anche mancipatio o in iure cessio. Allo stesso modo ad

esempio acquistava possessio cum iusta causa il marito cui fosse stata costituita dote

mediante datio; l’attore di un giudizio nossale possedeva cum iusta causa il servo datogli a

nossa da un non proprietario.

Fides. Ai fini dell’usucapione era inoltre richiesta la buona fede, ossia la convinzione del

possessore di non arrecare ad altri con il proprio possesso, un pregiudizio ingiusto. La

buona fede doveva sussistere al tempo dell’acquisto del possesso; se veniva meno dopo

l’usucapione si compiva ugualmente. 78

Vi erano due casi di usucapione speciale : l’usureceptio e l’usucapio pro erede.

L’usucapio pro erede si verificava nel caso in cui taluno avesse preso possesso, anche in

difetto di titolo e anche in mala fede, di una cosa ereditaria appartenente ad una eredità

giacente; in tal caso, trascorso un anno, avrebbe acquistato l’eredità nel suo complesso.

In età preclassica gli effetti dell’usucapio pro erede furono limitate alle sole cose ereditarie

possedute.

Successivamente si diede all’erede che avesse acquistato l’eredità una hereditatis petitio

ficticia contro il possessore in male fede che avesse usucapito pro erede, in modo che il

giudice giudicasse come se l’usucapione non vi fosse stata.

La rei vindicatio.

La rei vindicatio era l’azione reale a tutela del dominium ex iure quiritium che tendeva a far

conseguire al proprietario il possesso. Essa, infatti, spettava al proprietario non possessore

contro il possessore non proprietario.

Per la rei vindicatio nel processo formulare si agiva con una formula con clausola

arbitraria secondo cui il giudice avrebbe condannato il convenuto solo se questi non

avesse ottemperato all’invito di restituire la cosa e se questa risultava appartenere

all’attore.

La condanna doveva essere in ogni caso pecuniaria e sarebbe stata commisurata al valore

della cosa al tempo della sentenza.

Il convenuto possessore avrebbe mantenuto il possesso della cosa durante il giudizio, in

quanto non vi era, a differenza della legis actio sacramenti in rem, in iure alcun

provvedimento pretorile di assegnazione provvisoria del possesso. L’onere della prova

incombeva sull’attore; questi avrebbe dovuto dimostrare non solo di avere acquistato in

forza di un adeguato negozio traslativo della proprietà, ma anche di avere acquistato dal

proprietario, ossia che il dante causa avesse a sua volta acquistato la proprietà a domino.

Tuttavia, bastava che il proprietario dimostrasse di avere posseduto la cosa, o che alcuno

dei danti causa l’avesse posseduta in buona fede e con iusta causa per il tempo necessario a

usucapirla. Ciò comportava che il convenuto sarebbe stato assolto qualora l’attore non

79

avesse raggiunto la prova della proprietà. Una volta assunto, il convenuto avrebbe

mantenuto il possesso.

Qualora il convenuto possessore avesse erogato sulla cosa delle spese, questi avrebbe

potuto opporre l’exceptio doli se l’attore avesse insistito nell’azione senza avere rimborsato

prima le spese. Verificata l’exceptio, si riconosceva al convenuto il ius retentionis, ossia

sarebbe stato assolto, per cui avrebbe trattenuto la cosa.

Doveva tuttavia trattarsi di spese necessarie, quando cioè senza di esse la cosa sarebbe

perita o deteriorata, o di spese utili se avessero migliorato la redditività della cosa; le

prime erano rimborsate per intero mentre le spese utili nella misura minore tra lo speso e

il migliorato.

Il convenuto non avrebbe invece potuto pretendere il rimborso delle spese superflue, ma

avrebbe potuto portare via gli oggetti relativi a tali spese solo se fosse possibile senza

danneggiare il bene rivendicato.

Nessun rimborso era dovuto al possessore di mala fede.

Il convenuto soccombente avrebbe dovuto restituire anche i frutti percepiti e i danni che la

cosa avesse subito per suo dolo o colpa dopo la litis contestatio.

Inoltre, poiché l’esercizio della rivendica non interrompeva l’eventuale decorso

dell’usucapione, il convenuto soccombente che avesse usucapito la cosa dopo la litis

contestatio avrebbe dovuto ritrasferire la proprietà all’attore.

Altre azioni a difesa della proprietà.

Al dominus ex iure quiritium erano inoltre riconosciute a difesa della proprietà, le azioni

negatorie di servitù e l’azione negatoria di usufrutto. Erano azioni del ius civile, di natura

reale e con clausola restitutoria, date al proprietario possessore contro quanti esercitassero

illegittimamente sulla cosa servitù o usufrutto.

Al proprietario di un fondo rustico era poi riconosciuta dalle XII tavole, l’actio aquae

pluviae arcendae contro il proprietario del fondo vicino qualora questi o altri avessero

80

alterato lo scorrere naturale delle acque piovane in modo da confluire più copiose e oltre

misura nel fondo dell’attore.

Si trattava di un’actio in personam e con clausola restitutoria; per cui il giudice avrebbe

invitato il convenuto a restituire, o meglio a rimettere le cose in pristino, qualora fosse

questi l’autore delle opere; ovvero, se autore delle opere fosse stata altra persona, ad

esempio la persona dalla quale il convenuto aveva acquistato il fondo, il convenuto

sarebbe stato tenuto a consentire che l’attore ripristinasse lo stato dei luoghi.

Le legis actiones rimasero in vigore per il danno temuto, ossia il danno non ancora

verificato ma che si aveva fondato timore che potesse in seguito verificarsi.

L’azione per il danno temuto era riconosciuta al proprietario di un fondo quando dal

fondo vicino si manifestava un pericolo al proprio fondo.

Presto tale azione cadde però in desuetudine e si ritenne più comodo il rimedio della

cautio damni infecti, che era una stipulatio pretoria con la quale il proprietario del fondo

da cui si temeva il danno prometteva al proprietario del fondo minacciato che se il danno

si fosse verificato l’avrebbe risarcito. Se questi avesse negato di prestare la cautio il pretore

avrebbe dovuto emettere decreto di missio in possessionem con il quale si attribuiva al

proprietario del fondo minacciato la detenzione del fondo dal quale si temeva il danno, sia

ai fini di sorveglianza e prevenzione, sia per premere sulla volontà dell’avversario affinché

si decidesse a prestare la cautio. Se questi non l’avesse prestata entro un certo tempo il

pretore avrebbe emanato una seconda missio, detta missio in possessionem ex secondo decreto,

con la quale il missus avrebbe ottenuto il possesso idoneo ai fini dell’usucapione.

Il proprietario di un fondo poteva fare ricorso all’operis novi nuntiatio qualora sul fondo

vicino erano in corso opere di demolizione o costruzione che si ritenevano lesive di un

proprio diritto; si pensi al caso del proprietario del fondo vicino, gravato da servitù di non

sopraelevare, che inizi a costruire.

Essa si concretizzava in un atto con il quale si intimava al vicino la sospensione dell’opera.

Se l’intimato avesse continuato, il pretore, senza alcuna indagine di merito sul diritto

81

dell’intimante, e dietro sua istanza, avrebbe emesso l’interdictum demolitorium, per cui

l’intimato fosse stato tenuto a demolire quanto costruito dopo la nuntiatio.

Gli effetti sospensivi cessavano dopo un anno, termine entro il quale il nuntians avrebbe

dovuto provocare l’accertamento del suo diritto di proibire l’opera.

Con l’interdictum quod vi aut clam, il proprietario del fondo avrebbe ottenuto la

demolizione della costruzione che taluno avesse realizzato “vi”, ossia nonostante il suo

divieto, o clam, ossia clandestinamente, senza chiedere autorizzazione, sul fondo

dell’attore.

Si procedeva con l’actio finium regundorum quando, per alterazione dello stato dei luoghi

per cause naturali, non si scorgessero più i confini tra due fondi rustici e sorgesse

controversia. In tal caso la pronunzia del giudice, detta adiudicatio, ristabiliva i confini.

L’azione publiciana.

L’azione publiciana era l’azione riconosciuta, per il recupero del possesso, ai possessori di

buona fede e cum iusta causa di una cosa, suscettibile di essere usucapita, che avessero

perso il possesso prima del compimento dei termini per l’usucapione.

A differenza della rivendica, dunque, legittimato all’azione publiciana era chi possedeva la

cosa in maniera utile all’usucapione, e non il proprietario; pertanto il giudice avrebbe

dovuto accertare se, prima di perdere il possesso, l’attore avesse posseduto la cosa cum

iusta causa e in buona fede.

Si trattava di un’actio ficticia, per cui il giudice, una volta accertato il possesso dell’attore,

avrebbe dovuto fingere trascorso il tempo per l’usucapione.

Il possessore ad usucapionem avrebbe potuto esperire l’actio publiciana nei confronti di

ogni possessore attuale, quindi, anche contro il proprietario quiritario possessore; in tal

caso però quest’ultimo avrebbe opposto l’exceptio iusti dominii, che avrebbe annientato

gli effetti dell’actio publiciana. 82

Risolvere in favore del proprietario quiritario un eventuale conflitto con il possessore ad

usucapionem, sarebbe stato giusto nel caso in cui quest’ultimo avesse acquistato il

possesso da un terzo non proprietario; diverso era il caso in cui il venditore di res mancipi

non avesse fatto al compratore mancipatio o in iure cessio ma solo traditio. In tale ipotesi

intervenne il pretore che concesse al compratore contro la eventuale rei vindicatio del

dominus alienante, una exceptio rei venditae ac traditae e una replicatio doli per potere

neutralizzare l’exceptio iusti dominii esercitata dal proprietario quiritario contro l’actio

publiciana dello stesso compratore.

Proprietà pretoria.

Nei casi in cui il possessore ad usucapionem aveva tutela assoluta (come nel caso di res

mancipi tradita), ossia anche di fronte al proprietario civile, il diritto del proprietario civile

fu qualificato nudum ius Quiritium, e si disse che il possessore ad usucapionem teneva la cosa

in bonis; tale posizione del possessore fu definita dai classici duplex dominium, e dagli

studiosi moderni “proprietà pretoria”.

Proprietà provinciale.

Le terre dei paesi assoggettati dai romani e organizzati in province furono lasciate nella

disponibilità dei privati che già le detenevano, ma il dominium si ritenne competere al

populus romanus, nelle province senatorie, e all’imperatore, nelle province imperiali. Il

potere dei privati su di esse fu qualificato possessio, ma di fatto si trattava di proprietà,

qualificata come proprietà provinciale, in quanto contenuti e tutela di tale possessio erano

simili a quelli del dominium ex iure quiritium sui fondi italici: era, dunque, trasmissibile

mortis causa, per atto inter vivos ed era tutelata con un’actio in rem e comunque con

strumenti analoghi a quelli spettanti al proprietario civile.

I fondi provinciali rientravano tra le res nec mancipi, per cui si trasmettevano mediante

traditio. Esse, inoltre, non essendo suscettibili di dominium ex iure quiritium non si

acquistavano per usucapione.

La praescriptio longi temporis.

La praescriptio longi temporis era uno strumento di difesa del convenuto, riconosciuto

nell’ambito della cognitio extra ordinem delle province. Era opponibile, infatti, dal

83

convenuto possessore per lungo tempo di un fondo, nei confronti di chi, assumendosene

proprietario, con l’azione reale ne reclamava la restituzione.

Essa pertanto non era utile per il recupero del possesso, né era un modo di acquisto della

proprietà.

Fu recepita nell’ordinamento romano nel 199 d.C. estendendo ad essa i requisiti richiesti

per l’usucapione, ad eccezione per il tempus che fu stabilito in 10 anni se le parti vivevano

nella stessa città e in 20 se le parti vivevano in città diverse.

A differenza dell’usucapione, ove l’azione di rivendica non ne interrompeva i termini,

l’esercizio dell’azione reale interrompeva il decorso dei termini della praescriptio.

L’imperatore Costantino istituì una longissimi temporis praescriptio, quarantennale

opponibile dal possessore di un immobile, a prescindere da titolo e da buona fede.

Successivamente Giustiniano ne ridusse il termine a 30 anni e dispose la fusione

dell’usucapio e della longi temporis praescriptio, riferendo la prima ai soli beni mobili e la

longi temporis praescriptio ai beni immobili. A quest’ultima allora l’imperatore estese il

medesimo effetto acquisitivo proprio dell’usucapione. I termini, suscettibili di essere

interrotti dall’esercizio della rivendica, si stabilirono in 3 anni per i beni mobili, e in 10 o 20

anni per i beni immobili a seconda che le parti abitassero o meno nella stessa provincia.

Con Giustiniano fu soppressa la qualifica “ex iure quiritium” del dominium e ad esso fu

assimilata la proprietà pretoria; si eliminò ogni distinzione tra fondi italici e fondi

provinciali, assoggettati tutti a imposta fondiaria, e tutti oggetto di dominium senza

ulteriore qualifica.

Consortium “ercto non cito”. - Comproprietà

Il consortium, detto ercto non cito (dominio non diviso), fu la prima manifestazione di

comproprietà, per cui più soggetti sono riconosciuti proprietari di uno stesso bene. Esso si

costituiva automaticamente alla morte del pater familias tra più heredes sui; ovvero si poteva

costituire tra estranei mediante il ricorso a una legis actio. 84

Ciascun consorte avrebbe potuto, anche senza il concorso degli altri, gestire e fruire delle

cose comuni, nonché alienarle o comunque disporne per l’intero, con effetti verso tutti gli

appartenenti al consortium. Ciascun partecipante alla comunione era pertanto considerato

proprietario dell’intero (proprietà plurima integrale).

Alla divisione tra heredes sui si procedeva, a norma delle XII tavole, mediante l’actio

familiare erciscundae; mentre tra estranei, in forza della lex Licinna, con l’actio communi

dividendo.

Alla sua scomparsa, prima dell’età repubblicana, si riconosce un altro tipo di

comproprietà, detta semplicemente communio, che poteva essere volontaria, in quanto si

costituiva per volontà dei comproprietari, o incidentale, ad esempio per effetto di un

legato per vindicationem in favore di più persone in ordine alla stessa res.

Si differenzia dal consortium in quanto ciascun partecipante era titolare di una quota

ideale del bene, con la conseguenza che ogni comproprietario potesse, senza il consenso

degli altri, alienare solo la propria quota, poteva costituire su di essa pegno, usufrutto, e

partecipava alle spese nella misura corrispondente alla sua quota; pro quota rispondeva

inoltre dei danni che la cosa comune avesse provocato a terzi.

Tuttavia ciascun comproprietario, anche senza il consenso preventivo degli altri, poteva

gestire e fruire della cosa comune; a ciascun partecipante era tuttavia riconosciuto il diritto

di veto (ius prohibendi), per le innovazioni.

Se un socio avesse rinunciato alla sua quota, questa si sarebbe accresciuta a ciascuna delle

altre quote in proporzione della misura del suo diritto sulla cosa comune. Da ciò si è

ritenuto che anche la communio contenga in se l’idea della proprietà plurima integrale,

ritenendo che il comproprietario è potenzialmente proprietario per l’intero, per cui il suo

diritto si espande naturalmente una volta che non è più compresso dal concorrente diritto

degli altri contitolari.

Anche nel caso di manumissione del servo da parte di uno dei socii, non si rendeva libero

lo schiavo, ma comportava accrescimento in favore degli altri comproprietari; lo schiavo si

rendeva libero solo nel caso in cui tutti i soci avessero compiuto l’atto di affrancazione.

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Tuttavia, nel caso in cui gli altri comproprietari non intendessero rinunciare al servo,

Giustiniano impose loro di vendere la propria quota al socius che intendesse procedere alla

manumissione.

Per la divisione dei beni comuni era esperibile l’actio communi dividundo con adiudicatio

e una condemnatio che consentiva al giudice di procedere a conguagli in denaro e al

regolamento di dare e avere reciproco tra i comproprietari per spese, frutti e danni relativi

alla communio. In ogni caso, almeno inizialmente, l’actio communi dividundo non poteva

essere esperita soltanto per esigere dagli altri contitolari il dovuto in relazione alla

gestione, ma si doveva pertanto attendere la divisione giudiziale. Tale possibilità fu però

ammessa dal diritto giustinianeo.

Le servitù prediali.

Le servitù prediali possono essere definite diritti soggettivi di natura reale (rientra tra i

diritti reali di godimento), per cui il proprietario di un fondo può pretendere dal

proprietario di un fondo vicino un comportamento determinato di tolleranza (pati) o di

omissione (non facere).

Esse, pertanto, riguardano solo beni immobili: fondi rustici (servitù rustiche che si fecero

rientrare tra le res mancipi), o edifici (servitù urbane che si fecero rientrare tra le res nec

mancipi); spettano al proprietario di un fondo in quanto tale e hanno come obbligato il

proprietario in quanto tale di un fondo vicino.

Le servitù, dunque, seguono i due fondi, detti rispettivamente dominante e servente; per

cui, nel caso di vendita di uno o dell’altro, la servitù passa necessariamente in capo o a

carico del nuovo acquirente.

I due fondi devono appartenere a proprietari diversi e, se non contigui, devono almeno

essere vicini, in quanto la servitù deve essere oggettivamente utile al fondo dominante.

Guardando dal lato attivo del rapporto, le servitù si distinguono in positive e negative. Sono

positive le servitù per il cui esercizio il proprietario del fondo dominante deve tenere un

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flaviael

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Istituzioni di Diritto Romano, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Istituzioni di Diritto Romano, Talamanca. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: il processo, tipi di processo, leges actio sacramenti, la fase apud iudicem, Legis actio sacramenti in personam, Legis actio per iudicis arbitrive postulationem.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di diritto romano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Tor Vergata - Uniroma2 o del prof Finazzi Giovanni.

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