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Lezione 11

La Grande Guerra conta almeno 10 mln di vittime. Anche la morte con la Prima guerra mondiale diventa

una morte di massa.

La guerra è stata scatenata da una pluralità di cause. All’inizio dell’Ottocento la penisola balcanica è in gran

parte a sovranità ottomana. La progressiva decadenza dell’Impero ottomano ha come effetto la perdita di

controllo su Istanbul e su territori della penisola balcanica, portando alla nascita di vari stati nazionali

indipendenti. L’Impero austriaco si espande allora verso i Balcani, avendo come alleato la vecchia Prussia,

l’Impero tedesco.

La Russia si erge a paladina della causa dei popoli slavi e ortodossi della penisola balcanica. Quindi si crea

attrito tra Impero austriaco, Impero tedesco e Russia.

Il motivo che poi porta a una concatenazione di eventi (che comunque non porterebbero in maniera

inevitabile alla guerra) è il famoso attentato di uno studente irredentista serbo all’arciduca Francesco

Ferdinando.

In Europa si creano due blocchi di alleanza: la Triplice Alleanza (alleanza difensiva, quindi di difendere uno

stato nel caso in cui quello stato fosse stato attaccato) è composta da Germania, Italia e Impero

austroungarico. La Triplice Intesa è tra Francia, Inghilterra e Russia.

Nel 1907, Russia e Inghilterra (da sempre in “guerra fredda”) trovano un accordo sul riconoscere

nell’Afghanistan uno stato cuscinetto tra l’impero russo e l’impero britannico.

Nel 1907 si assiste a una crisi di sovrapproduzione, e lo stesso nel 1911.

L’Europa di quel tempo è un’Europa che viveva in pace, l’Europa della belle époque, un’Europa di

sonnambuli, che non si accorgevano dei germi di guerra, come la corsa agli armamenti.

La Germania cerca di superare la potenza navale della Gran Bretagna. L’idea dell’egemonia dei mari è

fondamentale nella visione imperiale del mondo dell’Impero tedesco.

La corsa al riarmo genera tensioni. Si sviluppa una “cultura di guerra”, diffusasi con il futurismo, con le

avanguardie. “Basta con questa noiosa vita della pace”, si dice. Si pensa alla guerra come novità, come

igiene del mondo (Marinetti). Inizialmente, nel 1914 molti giovani europei sono entusiasti di andare in

guerra volontariamente.

È una guerra di massa perché sono di massa gli eserciti che si combattono e hanno tutte le caratteristiche

di massa: serialità, standardizzazione, comunicazione di massa…

È una guerra meccanizzata e tecnologica in quanto sono disponibili armamenti di nuovo tipo,

tecnologicamente più avanzati e con più ampia capacità distruttiva (come il fucile mitragliatore). Le

tecnologie dell’acciaio permettono la creazione di cannoni più potenti. Si creano i carri armati, si usano per

la prima volta gli aerei come strumenti di guerra, si fa una guerra chimica con l’uso di gas, si usano i

lanciafiamme…

La guerra si vince e si combatte con la capacità di mobilitazione del paese alla causa della guerra e anche

con la capacità di rifornimento continuo degli armamenti. La capacità delle industrie di sostenere la

produzione delle armi per la guerra è fondamentale per l’esito di questa.

La guerra diventa totale perché si deve mobilitare la società nella sua totalità. Molte fabbriche vengono

militarizzate e la disciplina di fabbrica è quella analoga a quella dell’esercito (se si fa sciopero è come se si

disertasse). La guerra fa partire anche l’emancipazione femminile in quanto le donne prendono il lavoro

degli uomini mandati in guerra.

La guerra si combatte sul fronte esterno (contro i nemici) e sul fronte interno (bisogna tenere viva

l’adesione patriottica altrimenti si rischia la dissoluzione dall’interno… è possibile che a volte il nemico sia

interno, come nel caso di discriminazioni a base etnica. Se per esempio l’Italia combatte contro la

Germania, allora tutti i cittadini italiani provenienti dalla Germania sono avvertiti come nemici; nemici sono

anche coloro i quali hanno posizioni politiche critiche a quelle assunte dai governi. Per esempio, i socialisti

italiani sono anti-interventisti, pacifisti per definizione, e sono nemici del fronte interno).

È una guerra della comunicazione: la propaganda è fondamentale e ha tre livelli, almeno: la propaganda

all’interno dell’esercito. Prima della disfatta di Caporetto del 1917 in Italia si teneva unito l’esercito con il

rigore e con l’obbedienza. Se si faceva un errore, si veniva fucilati. Dopo la disfatta di Caporetto si capisce

che non è il metodo giusto per mantenere l’esercito coeso, e allora si usa la propaganda in ogni mezzo.

Altro tipo di propaganda è quella sul fronte interno, all’interno della società, per mantenerla coesa.

Il terzo aspetto della propaganda è quella internazionale per difendere la causa della guerra.

Società gerarchizzata (lo Stato si dilata, durante la guerra; tutte le industrie si riconvertono alla creazione

della macchina della guerra; lo Stato diventa il principale attore economico), logica del nemico, universo

mentale, mito della guerra.

Lezione 12

Logica del nemico.

Si poteva giustificare l’orrore della Prima guerra mondiale soltanto con la logica di potenza? Le logiche di

potenza non vengono meno, ma si manifesta una ideologizzazione del conflitto: il militarismo prussiano

della Germania viene considerato il grande nemico dell’umanità. La Francia viene considerata un paese

degenerato. La guerra si presenta come una guerra per la causa del bene contro la causa del male. Si

tratta di una guerra contro un nemico, quindi l’unico compimento della guerra è la vittoria sul male,

l’annichilimento del nemico. Non ci potevano essere paci, mediazioni, compromessi…

Il nemico non è un interlocutore o un avversario, ma è un oggetto di odio. L’odio è nazionale, di civiltà,

razziale (anche attraverso il veicolarsi di pregiudizi, come quello del “i francesi pisciano come i piedi” per

indicare il cattivo odore di questi, anche tramite il diffondersi di articoli para-scientifici…).

La guerra moderna è generatrice di odio, della logica del nemico.

Alcune forze politiche sono non-interventiste e pacifiste, contro la guerra. Mentre altre forze politiche sono

favorevoli alla guerra, ma non nelle modalità in cui si manifesta e si combatte la Prima guerra mondiale.

Queste forze politiche (non-interventiste e interventiste-critiche) vengono viste dalle forze politiche

interventiste come nemico.

Non è possibile pensare una politica di compromesso, ma solo una politica di annientamento.

Per la maggior parte degli uomini di quel periodo, l’uso della violenza organizzata diventa una componente

normale della dialettica politica, dalle milizie del fascismo italiano ai corpi degli ex combattenti dell’esercito

tedesco, alla rivoluzione bolscevica…

Per i soldati nelle trincee, cambia l’universo visivo (sangue, mutilazioni, morti, tecnologia di guerra…),

sonoro (cannoni, tuoni, spari, grida…), olfattivo…

L’universo mentale ne esce traumatizzato, violentato. La morte di massa è un trauma che attraversa tutta la

società. La presenza dei mutilati sconvolge sin dalle radici la società: è il segno della presenza costante

della guerra.

La cultura della guerra si sviluppa all’inizio del Novecento. Questa cultura si nutre dell’attesa di un evento

travolgente, catartico, che avrebbe riportato lo “slancio”, che avrebbe “igienizzato il mondo”.

Volontariamente, molti giovani si arruolano per andare a combattere. L’adesione entusiastica ha molte

ragioni: per alcuni è una causa ideale (il liberalismo contro il militarismo prussiano), per altri è una

manifestazione di virtù, di forza di una nazione, per altri è una causa patriottica.

Molti entrano in guerra convinti della “guerra lampo”, di una guerra rapida. In realtà, la guerra si stabilisce

nelle trincee, quindi diventa una guerra lunga, di logoramento. Si scoprono gli orrori della guerra, la non-

eroicità delle trincee… L’impatto con la realtà della guerra determina un affievolimento dell’entusiasmo

bellico, mentre cresce il trauma.

Si elaborano molti miti della guerra. I principali artefici sono soprattutto intellettuali. Questi miti servono in

qualche modo a dare gli strumenti, gli argomenti per elaborare il lutto collettivo di fronte all’esperienza della

morte di massa. Gioca un ruolo fondamentale il culto dei caduti. In questo modo si obbliga anche ai

sopravvissuti a essere fedeli al sacrificio di quello che aveva versato il sangue.

Si esaltano le figure degli aviatori (d’Annunzio). Si consacrano nuovi monumenti, nuovi santuari sui

generis…

Nel 1911 per il cinquantenario dell’Unità d’Italia si riconsacra l’Altare della Patria con la tumulazione del

milite ignoto (caduto in guerra, senza nome; la salma viene portata a Roma con un treno sin da Aquileia).

È il monumento dell’Italia unita riconsacrato intorno al culto dei caduti della Prima guerra mondiale.

Il mito della guerra e il mito dei soldati caduti però non è neutrale ed è caricato di contenuti politici

(nazionalismo, revanscismo…).

La Prima guerra mondiale modifica profondamente la carta geopolitica mondiale. La fine della guerra

segna il crollo di alcuni imperi multinazionali (imperi austroungarico, ottomano, russo). Il crollo degli imperi

porta a un processo di riconfigurazione territoriali, grazie alla Conferenza di Parigi e a una serie di accordi

di pace. Le forze vincitrici sono Gran Bretagna, Usa, Francia e Italia. Di solito nella politica, soprattutto

estera, non intervengono solo gli ideali, ma anche gli interessi. Vienna diventa capitale non di un grande

impero austroungarico, ma di un piccolo stato come la Svizzera; l’Ungheria viene ridotta (non vengono

assegnati all’Ungheria territori abitati anche da popolazioni ungheresi, come la Transylvania alla Romania,),

e questo porta inevitabilmente a un risentimento, a un sentimento nazionalistico e di “vendetta” che oggi

trova sfogo con la politica di estrema destra di Orban.

Rinasce uno stato Polacco dalla dissoluzione dei tre imperi. Rinasce una Polonia che non esisteva più

come stato sovrano sin dalla fine del Settecento, quando era stata suddivisa nei tre imperi.

L’Italia porta a compimento l’unità. Si ottiene Trentino, Friuli Venezia Giulia e parte dell’Istria. Non viene

annessa la Dalmazia, richiesta dall’Italia.

La dissoluzione dell’Impero ottomano crea la questione mediorientale. Alcuni territori vengono “colonizzati”

da Francia (Siria, Libano) e Gran Bretagna (Iraq, Palestina, Penisola arabica).

In Turchia (Penisola anatolica) si forma un nuovo stato repubblicano, abolendo sultano e califfo. La

repubblica dei turchi è laica e nazionalista, con a capo Ataturk. La repubblica è formata da cristiani, turchi,

curdi… nel 1915-1916 avviene un’azione programmata e organizzata, volta a eliminare la presenza

cristiana nella Penisola anatolica, perché gli armeni (cristiani) guardano con simpatia ai russi. Questo porta

a due milioni di morti. È il primo genocidio della storia, quello contro gli armeni della Penisola anatolica.

L’obiettivo principale dei turchi è l’omogeneizzazione culturale ed etnica della Penisola anatolica.

Non è un caso che il primo genocidio avvenga nella Prima guerra mondiale, e non è un caso che il

genocidio di ebrei, rom, omosessuali, dissidenti eccetera avvenga durante la Seconda guerra mondiale.

La guerra è il terreno in cui progetti criminali vengono attuati.

Lezione 12 bis

Bisogna conoscere le alterità tra le vicende e i profili europei e le vicende e il profilo della Russia.

La prima differenza tra Europa e Russia è il diverso tipo di cristianesimo. La Russia ha la Chiesa ortodossa.

La prima divisione del Cristianesimo avviene nel 451 con il Concilio di Calcedonia.

Nel 476 cade l’Impero romano d’Occidente. L’Impero romano d’Oriente (o Impero bizantino) invece

continua a esistere fino al 1453.

Il Cristianesimo bizantino si connota di sue caratteristiche specifiche: cambiano i riti liturgici. Esiste un

divisorio (iconostasi, soglia di contatto tra regno di Dio e regno degli uomini) tra l’assemblea dei fedeli e

l’altare dove avviene la celebrazione liturgica. Le liturgie strutturano degli spazi culturali e mentali, delle

modalità di rapporto con la storia. La celebrazione liturgica è centrale nella Chiesa ortodossa. La liturgia

per questa Chiesa è il modo principale di rapportarsi alla storia. Il tempo diventa sacro, religioso (con le

relative festività). In Russia era in vigore il Calendario Giuliano (anche in Occidente c’era questo calendario

fino al Calendario Gregoriano, che all’inizio del Novecento ha 13 giorni di differenza). Lenin poi adotta il

Calendario Gregoriano nel 1918. La Chiesa ortodossa non si è mai adeguata a questo cambiamento,

mantenendo il Calendario giuliano (il Natale si festeggia il 7 gennaio).

Si sviluppa quindi una idea liturgica di essere fuori dalla storia. “La storia va, noi restiamo con il nostro

tempo e con i nostri riti”. Questo è un atteggiamento fortemente conservatore.

L’icona raffigurativa nella tradizione ortodossa è una finestra, attraverso la quale avviene una

comunicazione tra il fedele e i santi, il Cristo, la Madonna… l’iconostasi suggerisce l’idea di una soglia, di

un contatto tra due civiltà.

L’icona raffigurativa nella tradizione cristiana ha invece solo funzione esplicativa e catechetica.

Nel pensiero occidentale si tende a risolvere le contraddizioni. Nel pensiero russo non c’è il problema di

arrivare una sintesi: si pensa l’uomo e la natura a partire dall’antinomia, dall’esistenza degli opposti. Non

c’è il problema di risolvere la contraddizione, che viene ritenuta parte dell’universo culturale in cui si vive.

Con il mausoleo della salma imbalsamata di Lenin ci fa capire il trasferimento della liturgia anche in politica.

La Chiesa ortodossa è di tipo conciliare: il papa ha sempre un concilio di vescovi. I preti possono sposarsi.

Lezione 13

Lezione venerdì 8 10:00/13:00

La Russia dall’età moderna (Quattrocento - oggi) si è identificata come una realtà imperiale: è una nazione-

impero. Nel Novecento l’impero assume connotati esclusivamente negativi. La cultura comunista è

chiaramente anti-imperialista, basandosi sulle analisi di Marx e di Lenin. Lenin dice che l’impero russo è

stato una “prigione dei popoli”.

I movimenti anti-coloniali hanno allo stesso modo una connotazione anti-imperiale. L’obiettivo è ottenere

l’indipendenza da un determinato stato o impero coloniale.

Dobbiamo osservare l’impero come una categoria neutra che ci permetta di comprendere la storia russa.

Il Principato di Mosca nel Quattrocento è l’erede del Principato di Kiev e si trasforma in uno “stato” zarista.

Nel Settecento diventa un vero impero zarista con Pietro il Grande. Nell’ottobre 1917 termina l’impero

zarista. L’Urss finisce nel 1991, smembrandosi in 15 stati, e il più grande è la Federazione russa e anche

all’interno di questo stato possiamo continuare a rinvenire i tratti di questa dimensione imperiale della storia

russa.

L’Impero romano d’Oriente dura un millennio. L’imperatore è un imperatore cristiano ortodosso, elemento

fondamentale della sua identità. Nel 1453 i Turchi conquistano Costantinopoli e fanno cadere l’Impero

bizantino. Lo spazio geopolitico dell’Impero bizantino viene occupato dall’Impero ottomano, a

predominanza turca e musulmana, anche se coesistono anche molti cristiani.

L’universo bizantino crea una visione del mondo in cui l’Impero bizantino è al centro del mondo. Lo spazio

dell’impero in un certo senso sintetizza l’universo impero, essendo simbolo di universalità.

La fine dell’Impero, per questo mondo cristiano, costituisce un problema notevole.

Avviene una “translatio imperi”: l’Impero russo si configura come il nuovo impero cristiano ortodosso, in

qualche modo erede della tradizione bizantina, quindi anche erede della tradizione romana (perché c’era

continuità tra Roma e Costantinopoli). Si crea una ideologia della “terza Roma”, intorno a Mosca,

ereditando la missione storica dell’Impero bizantino, a sua volta prosecuzione storica dell’Impero romano

d’Occidente.

L’universalismo è insito nel messaggio religioso del Cristianesimo: i vangeli e nel nuovo Testamento si

vuole evangelizzare il mondo. Oggi le diocesi coprono tutto il mondo.

Nel mondo bizantino questo discorso sull’universalità coincide con l’oicumene, con lo spazio del messaggio

cristiano. La prospettiva è escatologica, ovvero ha un fine, un obiettivo (per esempio, il marxismo è

escatologico). L’impero ha universale perché ha una funzione universale nel compimento della storia, e ha

come fine la salvezza del mondo (come il marxismo).

Anche la liturgia si pone sempre escatologicamente verso il regno di Dio. L’impero cristiano ha come

funzione quella di trattenere il male che avrebbe portato alla fine del mondo (catéchon).

L’impero russo conosce una costante espansione territoriale su tutti i lati.

La Russia è grande territorialmente (lo spazio costituisce una categoria fondativa della Russia), ha una

popolazione multiculturale, multi-religiosa e plurilinguistica (anche le città si chiamano in modo diverso

secondo le lingue), ha una particolare concezione del potere (verticalizzata; lo stato è il vertice del potere; il

potere verticale è forte; il potere è stato sempre concentrato in una sola persona, lo zar, il segretario

generale del Pcus, il presidente della Federazione russa; questo potere ha bisogno di forme di

sacralizzazione-legittimazione) ed è proiettata verso l’universalità, la mondialità (collegato al discorso

sull’escatologia in termini politici; lo spazio geopolitico della Russia proietta la Russia su diversi scenari

politici e territoriali; la Russia ha sempre avuto una missione: l’Impero ortodosso che deve difendere la

cristianità; l’Unione sovietica che deve arrivare alla società comunista nel mondo…). La Russia non è

diventata un impero perché è un impero. L’espansione è stata la raccolta delle terre russe (la Russia

colonizza se stessa).

L’Urss mantiene la pluralità culturale, linguistica, etnica…, il potere è verticalizzato, mantiene l’idea di una

missione nel mondo.

Agostino parla di una città di Dio e di una città degli uomini, quindi separa il potere spirituale dal potere

temporale. Altro perno è quello della libertà della Chiesa: si cerca di sottomettere la Chiesa alle esigenze

degli altri poteri, e allora nasce l’esigenza di garantire la libertà della Chiesa rispetto agli altri poteri.

Comunque, tra la divisione agostiniana in città di Dio e città degli uomini implica una gerarchia: la città di

Dio è più importante.

Il Vescovo di Roma allora assume anche potere temporale ed è il difensore della libertà della Chiesa

ovunque questa si trovi. Per poter esercitare la funzione di garante della Chiesa, il papa non può essere

suddito di un altro potere politico, ma deve avere una sua sovranità politica, essendo indipendente da altri

poteri politici. La difesa della libertà della Chiesa ha portato all’idea di distinzione tra potere spirituale e

temporale. Questo poi genera come evoluzione il concetto di laicità. La distinzione (fare un distinguo) porta

poi alla separazione.

Il cesaropapismo è l’aspirazione temporale a subordinare sotto di sé il potere spirituale (l’imperatore era

pontifex maximum).

In “Zar e il patriarca” si studiano le analogie tra le cerimonie di intronizzazione dello zar e del patriarca. Per

esempio, entrambi vengono unti con il crisma. Nel caso dello zar è la ri-confermazione del sacramento

della Cresima. Nella cerimonia di intronizzazione del patriarca, invece, l’ordinazione episcopale si celebra

anche se il nuovo patriarca è già vescovo, quindi anche in questo caso si va contro le norme della

tradizione della Chiesa, ripetendo un sacramento. La Chiesa fa ripetere solo il sacramento della comunione

e della confessione (e dell’unzione degli infermi), non di altri. Davanti allo zar e al patriarca quindi ci

troviamo come in un eccesso di carisma, che ha bisogno di ripetizione di sacramenti irripetibili.

Lezione 14

Dopo la prima guerra mondiale emergono una serie di movimenti nazionalistici in Russia. In Polonia il

movimento nazionalistico è ben radicato. La Polonia viene poi organizzata come un regno all’interno

dell’Impero zarista (lo zar Alessandro I è anche re di Polonia). Comunque, vi è un senso di superiorità

polacca nei confronti della Russia. La vita nelle città in Polonia ha raggiunto livelli superiori rispetto a quelle

della Russia. Lo sviluppo sociale è più elevato. Vi è quindi un senso di umiliazione in Polonia nell’essere

sottomessa alla Russia zarista.

L’impero russo è abituato per tradizione alla multiculturalità. Tale tradizione è volta a garantire l’esistenza

delle pluralità.

Lo zar Alessandro III attua una politica di russianizzazione sui territori dell’Impero.

Nelle campagne vige la servitù della gleba (i contadini vengono considerati una componente di una

proprietà territoriale, che consiste nel terreno posseduto, negli animali e nei contadini di quella terra e negli

immobili costruiti su questo terreno). Il contadino è quindi in un certo senso ancorato alla tenuta di cui fa

parte. L’unico modo per affrancarsi dalla servitù è quello di compiere il servizio militare. L’economia agraria

serve ai ricchi (la famiglia dello zar, le famiglie aristocratiche e la Chiesa ortodossa) per assicurare

ricchezza a questi e per assicurare sussistenza quasi insufficiente a chi vi lavorava (i contadini - servi della

gleba - nell’impero russo sono il 75% della popolazione). Questo sistema non garantisce lo sviluppo

economico, non porta alle innovazioni e non fa crescere la produttività.

Si registrano allora una serie di rivolte contadine, anche violente, che mettono in pericolo la supremazia dei

ricchi. Viene a formarsi una idea di comunità di villaggio, che dal servaggio era stata distrutta. L’ambizione

del mondo contadino è quello di rivendicare il possedimento della terra che il contadino coltiva (“la terra a

chi la lavora”).

L’intelligentia sta a indicare il ceto degli intellettuali in Russia, fatto di letterati, poeti, insegnanti… Si crea

con il Romanticismo. Questo ceto sviluppa una attitudine di critica nei confronti del potere politico. Negli

intellettuali russi si sviluppa una sensibilità acuta nel mondo contadino, che porta a un avvicinamento

dell’intellettuale verso il popolo. Si ha l’idea che nei contadini venga conservata l’anima russa, l’autenticità

russa. È il populismo, termine che in Russia indica “la causa del popolo”. Nel 1861 l’imperatore Alessandro

II vara allora la riforma che abolisce la servitù della gleba. I contadini avrebbero potuto possedere il

territorio che lavoravano previa un pagamento del territorio stesso. Molte volte però i contadini non

riuscivano a pagare quell’indennità e spesso diventano quindi preda di quegli stessi proprietari, che obbliga

il contadino a coltivare la terra anche senza quei diritti “di sopravvivenza” che possedeva da servo della

gleba. Ergo l’abolizione della servitù non si traduce in un miglioramento assoluto e per tutti della condizione

di vita, sociale ed economica.

L’Impero russo per un fatto di concorrenza rispetto alle altre potenze mondiali, accelera il processo di

industrializzazione. Si tenta di dar vita a zone di industrializzazione. Si cerca di creare una linea ferroviaria,

missione difficile per l’estensione dell’impero. Cresce il mondo operaio.

Nella Russia zarista, lo zar è dotato di massimi poteri e assume ruoli sacrali. Alcune persone si proclamano

zar (“falsi zar”) e per indicare il falso zar si usa il termine di “anticristo” (mentre in una monarchia il falso

monarca è indicato come “sovrano empio”). Questo indica che nel popolo contadino russo lo zar ha un

significato cristico, religioso, sacrale. “Autocrazia, ortodossia, senso del popolo” è la triade russa

corrispettiva di “égalité, fraternité, liberté"). Si attuano in seguito cambiamenti di ordinamento politico verso

forme liberali, minando il potere assoluto e autocratico del monarca.

Nel 1904-1905 l’impero russo è impegnato nella guerra con la nuova potenza emergente del Giappone

(che aveva cominciato una politica espansionista scontrandosi con l’espansionismo russo).

La Russia dopo la guerra in Crimea comincia a estendersi verso oriente. L’impero russo decide di invadere

la zona dell’Asia centrale nota come Turkestan, ma anche il subcontinente indiano. Sorge una

competizione russo-inglese sulla conquista dell’Afghanistan e della Persia.

In oriente si tenta di conquistare anche la Manciuria, verso la Cina e la penisola di Corea.

Nella guerra Giappone-Russia è il Giappone ad avere la meglio.

I soviet sono i consigli di contadini che organizzano la rivoluzione del 1905.

Il partito socialdemocratico operaio russo, fondato sul 1898, è di formazione marxista, e dunque proibito dal

potere imperiale. Questo partito si divide in due correnti: quella di maggioranza (bolscevichi) e quella di

minoranza (menscevichi, i “riformisti” come vengono chiamati nei partiti socialisti europei). La fazione di

minoranza sosteneva le posizioni di un socialismo marxista gradualista (prima bisogna aspettare l’avvento

del capitalismo, dopo si sarebbe attuata una rivoluzione borghese verso il liberismo e solo dopo si sarebbe

potuto pensare alla rivoluzione proletaria).

I bolscevichi sono il corrispettivo dei “massimalisti” dei partiti socialisti europei: in ogni caso bisogna attuare

la rivoluzione proletaria per arrivare alla costruzione della società socialista.

Nel contesto russo (feudale o post-feudale) le posizioni dei bolscevichi rappresentano più che negli altri

stati e negli altri partiti socialisti una forzatura della storia. Una “doppia rivoluzione”, ancora più radicale di

una “semplice” rivoluzione nel contesto di una società capitalista. La rivoluzione russa avviene in una

società ancora imperiale, post-feudale (la maggioranza della popolazione è fatta di contadini).

Lenin analizza l’imperialismo come fase ultima del capitalismo, che mostra tutte le contraddizioni del

capitalismo che avrebbero portato a un conflitto tra le potenze capitalistiche e da questo conflitto sarebbe

derivata una rivoluzione comunista. Il partito rivoluzionario è l’espressione dell’avanguardia del proletariato.

Il partito è organizzato in una rigida struttura centralizzata e verticale, con una rigida disciplina di partito.

A differenza del Pcus, il Partito socialista rivoluzionario è il portavoce degli ideali populisti-rivoluzionari,

diversi dagli ideali comunisti-rivoluzionari.

Nel 1905 si fa una manifestazione in appoggio allo zar, ma il governo spara ad altezza umana sulla folla.

Quella “domenica di sangue” cambia il rapporto tra zar e popolo. Lo zar allora concede la convocazione

della Duma, una specie di parlamento russo.

Nel 1914 la Russia entra in guerra. Nel cuore della guerra, nel febbraio 1917 l’impero collassa con la presa

del Palazzo d’Inverno, sede dello zar. Dal 1914 al 1921 la Russia vive permanentemente in uno stato di

guerra.

Lezione 15

Nell’ottobre 1917, mentre la Russia è ancora in guerra, avviene la seconda rivoluzione, la Rivoluzione

d’ottobre, una presa del potere da parte delle forze armate della parte bolscevica del Pcus (maggioranza

nel Pcus, ma minoranza nella popolazione comunista). I bolscevichi mettono al centro il partito nella lotta

rivoluzionaria, con una organizzazione verticale e rigida di questo. Il 25 ottobre (7 novembre) 1917

comincia l’esperimento bolscevico, fondato sulla presa del potere rivoluzionario e sulla fondazione di uno

stato che per la prima volta ha una ideologia ufficiale, ovvero il marxismo-leninismo, e lo stato si costituisce

sulle basi di un partito, quello bolscevico. Nel vasto territorio russo dopo la presa del potere da parte dei

bolscevichi, comincia una guerra civile: alcuni approfittano del clima rivoluzionario per dare una svolta

nazionale al potere (come in Ucraina, che si dichiara una repubblica indipendente, nel Caucaso, in

Georgia, in Azerbaigian). Alcuni pezzi di esercito (l’esercito bianco) non riconoscono il potere bolscevico;

anche i contadini si ribellano contro il potere bolscevico (anche organizzati in eserciti contadini). Nel

1920-1921 la Russia rivoluzionaria combatte contro il nuovo stato della Polonia, ristabilito dalle potenze

vincitrici dopo la Prima guerra mondiale con il Congresso di Parigi. Lo stato bolscevico si forma in una

condizione di guerra costante (la Russia sta sempre in guerra dal 1914 al 1921).

I bolscevichi sono per la pace, quindi per la fuoriuscita della Russia dal Primo conflitto mondiale, infatti

viene firmato il trattato di pace nel 1918. Il secondo decreto di Lenin è sulle nazionalità: l’impero russo è

una prigione di popoli. Lenin vuole la liberazione dei popoli dal giogo zarista. Lenin dichiara quindi i diritti

delle nazionalità dell’impero russo. Tutte le nazionalità dell’impero vengono riconosciute. Questo secondo

decreto, a differenza del primo sulla pace, non trova attuazione: il governo bolscevico manda un esercito in

Ucraina per attenuare il sentimento secessionista. L’Urss viene fondata nel 1922 mantenendo buona parte

dei territori imperiali e mantiene anche in un certo senso il modus operandi dell’impero. Da quattro

repubbliche che fanno parte dell’Urss, dopo la Seconda guerra le repubbliche diventano quindici,

individuate con un principio di tipo nazionale. Comunque, in futuro tali repubbliche si smembreranno

secondo principi nazionali.

Alcune di queste repubbliche in Urss hanno comunque una autonomia amministrativa di tipo nazionale.

Il terzo decreto che Lenin proclama è quello sulla terra ai contadini: si parla di una alleanza tra operai e

contadini per realizzare la rivoluzione (forzatura del marxismo “classico”, poiché in Russia la maggioranza

è formata da contadini, che fanno parte di un sistema di tipo “feudale”). Il potere bolscevico abolisce la

proprietà privata e nazionalizza banche, imprese, commercio. Ma un grande problema della Russia è

quello dell’approvvigionamento alimentare delle città. C’è il problema di approvvigionare l’esercito (formato

da Trotsky nel 1905). E allora nel “comunismo di guerra” fondato da Lenin si obbliga i contadini di fornire il

raccolto, di metterlo in comune, e di tenere una minima parte del raccolto per il sostentamento degli stessi

contadini. Il mondo contadino chiaramente resiste, con parti di raccolto nascoste o con rivolte contadine

(eserciti anarchici contadini), sempre represse nel sangue. Insomma, i contadini sono i principali oppositori

del nuovo potere bolscevico. I contadini sono legati all’universo culturale tradizionale del mondo rurale,

mentre i bolscevichi sono interpreti di una cultura urbana, industriale, operaia. Dopo il “comunismo di

guerra” si passa alla Nuova politica economica (Nep), che va incontro alle esigenze del mondo contadino,

perché abolisce il sistema delle requisizioni di raccolto, ma introduce un sistema di tassazioni. La Nep ha

opposizioni all’interno del Pcus. Si passa alla Nep anche grazie a una carestia (raccolto scarso per

condizioni climatiche), che provoca diversi milioni di morti e che indebolisce il mondo contadino. Allora con

la Nep si tenta di far rientrare questa forte opposizione contadina che era diventata ben organizzata.

Caso analogo si ripropone nel 1933. Nel 1929, quando è al potere Stalin, si cambia la politica della Nep,

perché Stalin introduce una campagna per la collettivizzazione delle terre, sempre per via del problema

degli approvvigionamenti delle città, che crescono sempre più e si vuole dare uno slancio

all’industrializzazione (per questo c’è bisogno di una garanzia degli approvvigionamenti alimentari). I

contadini vengono suddivisi in tre “fasce”: i kulaki (contadini ricchi), i contadini medi e i contadini poveri. I

Kulaki si erano arricchiti grazie alla Nep. La terra adesso non è più dei contadini ma diventa delle aziende

contadine (kolchoz), per un principio di socializzazione. Si attua quindi una campagna di de-

kulakinizzazione. Ogni tipo di resistenza viene represso con la forza. Anche in questo caso una carestia

interviene fiaccando la resistenza contadina. Questa carestia provoca milioni di morti (in Ucraina 3-4

milioni).

Nel 1918-1921 vi è una ondata socialista in Europa che sembra confermare l’obiettivo della rivoluzione

mondiale, ma dal 1922 questa ondata si spegne. Quindi l’Urss viene a pensarsi non come l’inizio di una

rivoluzione mondiale, ma come stato che assume un ruolo di difensore e propagatore della rivoluzione

socialista (“Socialismo in un solo paese” obiettivo individuato da Lenin e poi perseguito da Stalin). Lenin

decide di spostare la capitale da Pietrogrado a Mosca, soluzione motivata da ragioni strategiche e politiche,

perché Mosca è il centro del potere russo. Il Cremlino è il luogo sacro del potere russo. L’intronizzazione

degli zar avveniva infatti al Cremlino. Il Pcus entro il 1921 si costituisce come partito unico. Il Pcus tra l’altro

vieta ogni forma di frazionismo interno. Sono vietate le correnti, i gruppi interni. Il partito deve essere

guidato secondo la logica verticale e centralistica. Lo stato si costituisce quindi intorno al partito. Si formano

però due strutture: una di tipo statale e l’altra di tipo partitico, ma le strutture partitiche hanno più peso

rispetto a quelle di tipo statuale. Il Pcus è organizzato dal Comitato centrale, diviso in dipartimento settoriali

(dipartimento industria pesante, dipartimento agitazione e propaganda…), da una Segreteria che lo

governa e da un Politbjuro che governa la segreteria, e che quindi è l’organo principale del Pcus. È il partito

l’ossatura dello stato sovietico. Il partito ha anche la missione di educare la popolazione al marxismo.

Nell’armata rossa sono aboliti i gradi, così come Lenin e Stalin sono commissari generali del popolo.

Gli apparati di repressione vengono istituiti sin dal 1918 (Cheka, poi KBU, OKBU, NGBD, NGB, KGB) e

diventano il braccio armato del partito. Nel 1921 viene aperto il primo campo di concentramento. Dal 1929

viene formato un estesissimo sistema di campi, il Gulag. È quindi uno stato ideologico, è uno stato-partito,

ma anche uno stato repressivo. La modernizzazione è attuata dall’alto, con l’uso della forza, spesso con

l’uso di lavori forzati (usando la forza lavoro nei campi di concentramento).

Si è cercato di individuare connotati comuni tra i tre regimi tra le due guerre, indicati come totalitarismi. I

primi antifascisti accusano i fascisti di totalitarismo nei confronti del nuovo regime che si andava

affermando. Il regime totalitario si fonda su una ideologia egemone, su un partito unico di tipo centralistico

e di massa, su un utilizzo della forza repressiva e sull’uso del terrore come forma di governo della società.

Il Pnf nasce il 1919 a Milano come Movimento dei fasci italiani, guidato da Mussolini. Resta una dialettica

tra Stato e partito, ma non si risolve mai nella prevaricazione del partito sullo stato. La dialettica spesso

conflittuale tra ras (partito) e prefetti (stato) si risolve nella presa di Mussolini che si proclama capo del

governo e duce del fascismo. A livello provinciale Mussolini decide di far valere le decisioni dei prefetti.

Mussolini al governo quindi usa lo stato anche per dominare il partito. Il fascismo fonda e usa una polizia

politica, l’Ovra, che controlla, reprime, realizza un’ampia rete di spie che controlla il paese; in più usa la

polizia normale in funzione repressiva insita nel dna del fascismo. Il fascismo ha tante anime: futurismo,

socialismo, ruralismo, nazionalismo…

La questione del papato che non riconosce lo Stato italiano costituitosi nel 1861 viene risolta con i Patti

lateranensi del 1929, in cui la Stanta sede riconosce la legittimità dello Stato italiano e lo Stato italiano

riconosce la legittimità del Vaticano e di altre basiliche e territori proprie del Vaticano. La Chiesa resta

comunque un ambito non dominato dal fascismo, così come la monarchia. L’idea corporativa formatasi con

il fascismo favorisce ovviamente i padroni rispetto agli operai. Il Paese deve essere indipendente e non

deve dipendere dall’esterno. L’Italia comunque deve necessariamente dipendere da forniture dall’esterno. Il

fascismo si nutre di miti, come quello della romanità. Via dei fori imperiali è la celebrazione dell’identità e

della romanità imperiale. Altro mito è quello del duce e il mito della guerra, vista come igiene del mondo. Il

movimento fascista si forma e nasce dalla guerra. Nel 1938 vengono proclamate leggi razziste per la

purezza della razza.

Il nazismo in Germania si sviluppa negli anni Venti, ma vince alle elezioni nel 1933. Le riparazioni dei danni

di guerra strozzano l’economia tedesca. Il sistema dei pagamenti delle riparazioni crolla nel 1929, con la


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti presi durante le lezioni del corso Istituzioni di storia contemporanea tenuto dal prof. Adriano Roccucci. Dal senso dello studio della storia (libro: Storia e globalizzazione), passando per una disquisizione sulle tappe centrali della storia contemporanea (libro: Il mondo contemporaneo), fino ad arrivare al rapporto tra il potere spirituale e il potere temporale nella Russia imperiale prima e in quella Sovietica dopo (libro: Stalin e il patriarca).


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher simone.scacchetti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Roccucci Adriano.

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