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Inferno canto VI

Nel terzo cerchio è punito il vizio della gola, il secondo nella scala dei peccati di incontinenza. In

questo canto si instaura un modo di raccontare vivo e concreto e un linguaggio realistico e

immediato (tono medio o ‘comico’).

I golosi sono stesi a terra, immersi nel fango sotto una pioggia greve e maleodorante; tra loro si

leverà un personaggio senza alcuna notorietà, un fiorentino di nome Ciacco.

Il tema politico è quello della tragica condizione di Firenze, con l’alta profezia della sconfitta dei

Bianchi. La fine del canto propone in un tono minore il motivo della resurrezione della carne.

La struttura del canto, quasi un arco (descrizione iniziale, incontro e riconoscimento e

decrescendo finale, con digressione e colloquio in toni più pacati) è qui costruita per la prima

volta.

Una della novità dio questo canto è l’incontro da uomo a uomo che segnerà tutto il cammino di

Dante.

Tre temi sostengono tutto il canto:

1. Tema politico: del disordine civile dovuto alla corruzione (civile e ecclesiastica) morale

degli animi (superbia, invidia, avarizia); denuncia situazione di Firenze.

Ciacco rappresenta l’uomo piccolo e debole che giudica i grandi e i potenti.

N.B. Ai sesti canti Dante affida il tema politico: qui nell’Inferno protagonista è la città, nel

Purgatorio sarà l’Italia, nel Paradiso l’Impero universale.

A intendere il nucleo stesso di tutta l’invenzione dell’Inferno, appare il problema che

2. apre la seconda domanda di Dante: dove sono i grandi cittadini della generazione

passata, dediti al saggio operare politico? Sono tra le anime più nere. Il ben fare umano

non appare sufficiente alla salvezza dell’uomo (che cosa ad esso manchi lo si intenderà

con Farinata o Brunetto).

3. Giudizio finale e resurrezione dei corpi, si tratta della prima questione dottrinale, il

termine a cui è diretta la storia dell’uomo, su cui il poema è fondato.

Un elemento essenziale nel racconto è la presenza nel dannato di una coscienza etica, per cui

egli riconosce la propria colpa e considera giusta la propria condanna. Tale coscienza, che

fonda la dignità umana dell’uomo nell’Inferno, sarà riscontrabile in ognuno dei personaggi

incontrati. Inferno canto X

Caratterizzato da un’estrema concentrazione e complessità tematica, dalla forza e bellezza del

suo stile, è uno dei canti più perfetti dal punto di vista compositivo: dal primo all’ultimo verso,

l’arco della narrazione si svolge senza mai allentarsi, con un’acme drammatica al suo esatto

centro.

Due figure si levano dalle tombe infuocate destinate agli eretici (coloro che hanno rifiutato la

dimensione ultraterrena dell’uomo): Farinata, il grande capo ghibellino delle generazioni

passate, emblema del valore e della magnanimità civile e Cavalcante, il padre di colui che fu

compagno e maestro di poesia, di studi e d’ideali di Dante.

In Farinata e Guido (pur non essendo presente è lui il vero protagonista del canto) Dante riflette

se stesso e insieme se ne divide.

Il tema del canto è l’alta statura o grandezza, fisica e morale.

Farinata è detto magnanimo nella sua stoica resistenza al dolore. Egli appare grande sia nel suo

alzarsi dalla tomba all’inizio, sia nella scena del concilio di Empoli, dove egli difese Firenze dalla

distruzione totale dopo la sconfitta di Montaperti. Ma la sua nobiltà d’animo, dignità, capacità di

tollerare la sventura, non basta a salvarlo; come l’altezza dell’ingegno non basta a salvare

Guido. Non è la grandezza che salva l’uomo nella Commedia.

Farinata è presentato profondamente infelice; egli si duole per il rimorso che ancora lo tiene

per la strage di Montaperti, è tormentato per la sorte dei suoi, esuli per sempre da Firenze. Lui

e i suoi compagni di pena possono conoscere solo il futuro e non il presente.

Cavalcante, al non vedere il figlio, lo sospetta morto e già chiede di lui piangendo; alle prime

parole di Dante, che quella morte gli fanno credere certa, prorompe in un grido e ricade nella

sua tomba.

Le due anime appaiono colpite in ciò in cui hanno riposto le proprie speranze in vita: la

passione politica, l’orgoglio di parte, in Farinata, e la passione paterna, l’orgoglio per la

grandezza del figlio, in Cavalcante.

Ciò che ha escluso costoro dalla felicità è il disdegno. La superbia inerisce alla magnanimità

stessa. Il canto è intitolato all’eresia, intesa in quanto aspetto intellettuale di

quell’atteggiamento dell’animo. Il risultato umano dell’eresia, grandezza, disdegno è il

massimo grado di infelicità. Il dolore più grande che appare nella cantica è rappresentato dal

grido di Cavalcante alla morte del figlio e dal silenzio di Farinata alla tragedia dei suoi; entrambi

sono la visibile figura dell’umano dolore senza speranza.

L’ultima parte del canto indica la fine dei tempi e la fine del viaggio di Dante.

Inferno canto XIX

La terza bolgia punisce un grande peccato pubblico che viene annunciato con tono profetico: la

simonia, o commercio delle cose dello spirito, che corrompe la Chiesa di Dio e il mondo.

Questo canto si distanzia, con forte distacco di tono, da tutti gli altri dedicati alle bolge, con

l’eccezione del XXVI, dove troveremo Ulisse. La bolgia di Ulisse ospiterà un peccato privato

dell’uomo: la prevaricazione nell’uso dell’intelletto.

Il tema politico centrale del poema è l’idea che l’avarizia o cupidigia porta alla rovina

dell’umanità. La confusione dei due poteri, e il cattivo esempio dato dai pastori al popolo, sono

l’origine di tutti i mali della comunità umana. Tutto il pensiero dantesco sulla Chiesa che sta alla

radice di questo canto, si trova svolto nel terzo trattato della Monarchia.

Dante mantiene sempre un alto senso di reverenza verso l’ufficio sacro, ben distinto dalle colpe

che lo occupano. La grandezza e la forza di queste pagine sta nell’amore verso la Chiesa, come

di figlio alla madre, che lo porta a quegli appassionati rimproveri.

Il canto appare svolto in tre tempi, più la parte finale (appendice narrativa di tono dimesso).

Tutta la pietra del fondo della bolgia e delle pareti è piena di fori, nei quali sono confitti a testa

in giù i peccatori, con le gambe fuori e le piante dei piedi accese da una fiamma ardente. La

pena presenta una certa somiglianza con il paesaggio del girone degli eretici: anche là tombe

di pietra, fuoco, e peccatori sepolti dentro. La simonia infatti, considerando commerciabile ciò

che è proprio dello Spirito Santo, è in qualche modo un’eresia. Questi uomini, che ebbero

l’animo rivolto sempre alle cose terrene, e non al cielo, come era proprio del loro ufficio, sono

condannati ad essere capovolti con la testa verso la terra; il fuoco sulle piante dei piedi è il

contrappasso al fuoco dello Spirito. Proprio delle bolge è il linguaggio comico usato, con termini

bassi e crudi, nella figurazione della pena.

Un doppio registro, tragico e vile, che sta a ricordare da una parte il disprezzo per il peccato e

dall’altra l’altezza dell’argomento.

N.B. In tutti e tre i luoghi del poema dove è punita l’avarizia o cupidigia, qui e nelle due

ripartizioni destinate agli avari nell’Inferno e nel Purgatorio, la pena è sempre connessa alle

pietre (luogo dove viene estratto l’oro).

Al centro del canto vi è l’incontro con il papa simoniaco Niccolò III; vengono evocate anche altre

due figure di papi ancora viventi. Il registro è amaro e sarcastico.

I due papi preannunciati sono Bonifacio VIII, il papa che ingannò Firenze e segnò la rovina di

Unam sanctam,

Dante, colui che promulgò la bolla affermante la supremazia della Chiesa

sull’autorità temporale; e Clemente V, che portò la Chiesa schiava in Avignone e ingannò Arrigo

VII.

Nel raffigurare il suo colloquio con il dannato, Dante pone in primo piano una similitudine

significante: egli sta ritto vicino al oro dove l’altro è immerso, come il frate che confessa

l’assassino confitto in una buca del terreno che veniva riempita di terra fino a soffocarlo.

La risposta di Dante si leva con solenne tono di rimprovero (terzo tempo dell’episodio). Dante si

appella al Vangelo e agli Atti degli Apostoli e si rivolge a tutti i pontefici colpevoli dello stesso

meretrix

peccato con parole riprese dall’Apocalisse; egli vede infatti nella Chiesa corrotta la

magna che siede sulle acque, e puttaneggia con i re della terra.

A chiusura della sua invettiva Dante ricorda la donazione di Costantino, che egli denuncia come

l’origine di tutti i mali della Chiesa, in quanto fece per la prima volta ricco, cioè dotato di beni e

di potere terreno, il padre della Chiesa di Cristo. Il pensiero di Dante sulla donazione si trova

anch’esso svolto nel III trattato della Monarchia. Dante ritiene illegittimo sia l’atto del donatore,

a cui non spettava il diritto di alienare parte dell’impero ricevuto da Dio, sia l’atto del ricevente,

la Chiesa, in quanto tenuta espressamente a non possedere beni terreni. Questa doppia

violazione rende invalido l’atto e produce i mali che portano alla rovina del mondo.

Il canto prosegue in tono piano e tranquillo, narrando il silenzioso risalire di Dante e Virgilio

lungo la parete della bolgia, e poi fino al colmo del ponte successivo.

Inferno canto XXVII

Alla bolgia dei consiglieri fraudolenti sono dedicati due interi canti. Non vi è alcun sfondo

corale, generalmente caratteristico del cerchio ottavo. I due canti sono occupati da due

personaggi di forte rilievo; i loro racconti sono posti in parallelo e in contrasto tra loro. Il primo

racconto è di andamento epico-lirico, il secondo vivamente drammatico, e vi si alternano

dolore, ira, sarcasmo.

Il conte Guido da Montefeltro, condottiero di larghissima fama in Italia nella seconda metà del

‘200, era celebre infatti per la sua astuzia non meno che per il suo valore. Le sue prime parole,

che chiedono cortesemente notizie della sua terra di Romagna, denunciano tuttavia un’attesa

altezza e nobiltà di spirito. Da una parte viene presentato in quanto nobile e dignitoso cavaliere

e guerriero, dall’altra come un astuto, calcolatore, ingannatore, tormentato dal rancore di

essere stato battuto nel gioco dove la posta era più alta, la salvezza eterna.

Dante introduce, come risposta alla domanda da lui formulata, un ampio squarcio storico-

geografico: la descrizione della Romagna, con i suoi tiranni. Lo scopo di questa digressione è

compiere una denuncia etico-politica.

Il racconto di Montefeltro, narrato con brevità e precisione, svolge un altro e più profondo tema,

quello della salvezza eterna. Uomo d’arme, giunto in età avanzata si pentì dei suoi peccati e si

fece frate francescano. Ma il papa Bonifacio VIII, in guerra contro i Colonnesi, lo chiamò dal

convento per averne consiglio, promettendogli assoluzione anticipata. Il vecchio condottiero

consiglia di promettere pace e non mantenere. Giunto all’ultima ora il diavolo lo porterà con sé

poiché non possibile assolvere chi non si pente sinceramente. Il motivo dominante, la ragione

stessa del canto: non basta l’abito, né l’assoluzione papale a salvare l’uomo, ma solo la sincera

conversione del cuore.

Il vero contrappasso che lo tortura, sta nel fatto che egli, il grande ingannatore, si è lasciato

ingannare. Inoltre non sa di parlare a qualcuno che tornerà sulla terra a raccontare la sua

esperienza, pensa che la sua fama di convertito resterà intatta (secondo inganno in cui cade).

L’umano ingegno non basta a salvare l’uomo. La grande scena del dialogo fra il papa e il

condottiero è la rivelatrice di questa idea; entrambi non si curano di Dio. Il cruccio più grande

del Conte è quello di non aver fatto bene i suoi calcoli; della sua colpa non ha la minima

coscienza, o rimpianto.

Nel Conte si riflette il contrasto dei due sentimenti provati dall’autore: l’ammirazione e il

rispetto per il coraggioso abbandono del mondo e della sua gloria, e lo sgomento, l’acerba

delusione nel constatare il persistere del vecchio costume di vita.

Nella vicenda del XXVII canto sono riconoscibili due livelli, che corrispondono a due linee

tematiche che si estendono lungo tutto il poema:

1. Uno è il tema politico-profetico di aperta denuncia della corruzione della Chiesa, e in

particolare della cupidigia sfrenata di potere impersonata in Bonifacio VIII.

2. Tema propriamente etico, ‘della salvezza’, alla quale è necessaria l’interna conversione

del cuore.

In questo il secondo tema appare primario, costituendo tutta la struttura e la conclusione del

racconto. Inferno canto XXXIII

Il più celebre della commedia, quello del conte Ugolino. Siamo nell’ultimo luogo dell’Inferno, e

nell’ultimo canto dove si parlerà ancora con degli uomini, sia pur degradati a poco più che

pietre; nel prossimo infatti, dove si traverserà la quarta zona di Cocito, la Giudecca, i peccatori

saranno sommersi totalmente nel ghiaccio, e neppure la testa affiorerà alla superficie.

Questo incontro è dunque l’ultimo dell’Inferno, in cui Dante ha voluto esprimere il suo più

profondo significato. Che sta nello strazio dei cuori di cui la malvagità umana è causa, e

nell’odio che rende disperato il dolore.

Nel racconto di Ugolino che rivive la tragedia di un padre costretto a veder morire di fame con

sé i propri figli, senza trovare né poter dare loro alcun conforto, è racchiuso il massimo dolore

pensabile sulla terra, e il massimo dell’odio. È questo il peggior inferno.

L’amore paterno e filiale, la morte, e l’impotenza di fronte alla morte, stanno alle radici stesse

dell’umanità.

In Ugolino vi sono due volti:

1. Da una parte, la belva feroce e disumana che rode accanitamente il cranio insanguinato

del nemico.

2. Dall’altra, il padre straziato d’amore e di dolore per i propri figli innocenti e condannati.

Dante presenta questo racconto in una cornice di disumanità.. lo spettacolo della ghiacciaia e i

due peccatori che si incontrano prima e dopo Ugolino, Bocca degli Abati e frate Alberigo; e la

figura di Ugolino che rode il suo nemico.

In mezzo si leva una voce diversa, una storia di profondi affetti umani lacerati e offesi, ora

escono le parole alte e pietose del dolore umano.

In questa scena tragica, due figure contrapposte:

1. da una parte i giovani figli innocenti, che parlano, che piangono, che esprimono amore,

dolore e fiducia;

2. dall’altra parte il padre muto, impietrato di disperazione repressa, che si morde le mani,

e tace.

Anche la scena è infernale: la cupa cella della torre, il fioco lume, i silenzi interminabili, lo

scorrere inesorabile dei giorni verso la morte. Questa torre è l’inferno stesso, creato dall’odio

degli uomini sulla terra. Delle voci giovanili spezzano il silenzio, chiedono aiuto, si offrono in

sacrificio. È l’eterna richiesta di chi si sente abbandonato di fronte alla morte, come Gesù sulla

croce. Ma il padre è impietrito nel suo silenzio, nella sua impotenza, nella sua disperazione.

La terribilità della storia sta di fatto nella mancanza di ogni luce, di ogni speranza. Il cuore di

Ugolino è serrato e buio; quella cella chiusa e sinistra altro non è che figura dell’uomo chiuso

nell’odio, e chiuso alla speranza.

N.B. La tragedia di Ugolino è nel non poter dare quel conforto.

L’uomo della ghiacciaia è lo stesso uomo della torre; gli uomini dell’Inferno di Dante sono di

fatto sempre tali quali furono in terra.

La figura parallela di Ugolino è quella di Francesca; l’una pecca e parla per amore, l’altro per

odio.

Il supremo gesto antiumano bene occupa il fondo dell’Inferno. Lucifero stesso divora Giuda in

eterno, e il tradimento compiuto nel banchetto ospitale che apparirà alla fine del canto, tutto

riporta al tema dominante del mangiare.

Quella pietà che Dante non esprime mai vero Ugolino è tuttavia ben presene nelle pietose

parole che egli gli ha prestato, e che ripetono gli umanissimi atti e parole dei figli; in quel

racconto è il suo riscatto, la sua dignità umana che non può perdersi, nonostante tutto:

narrando egli soffre ed esprime il dolore e la pietà dei figli, il suo rimorso di padre.

Anche Dante vide i suoi figli giovanetti costretti a subire l’esilio e gli stenti a lui inflitti che

avrebbe forse potuto risparmiar loro, ma cedendo al compromesso, rinunciando cioè alla

propria dignità e coscienza morale. Questa dolorosa esperienza personale sta monte della dura

condanna politica degli odi di parte e delle atroci conseguenze.

Da questo motivo nasce l’invettiva contro Pisa, il luogo politico delle fazioni e dei terribili odi; se

il conte poteva aver tradito, e meritato una pena, essa non doveva colpire i suoi figli che erano

innocenti.

La seconda parte del canto ci riporta nella terza zona di Cocito, la Tolomea, dove stanno i

traditori degli ospiti. Ritornano qui i modi duri e sdegnosi. I dannati hanno la testa rovesciata

indietro, cosicché le lacrime congelandosi fanno da schermo agli occhi.

Quello con cui parla Dante è Alberigo di Faenza e, l’altro che costui denuncerà, Branca d’Oria

da Genova, hanno ambedue fatto uccidere i loro ospiti durante un banchetto.

N.B. Gli ospiti della Tolomea precipitano nell’inferno appena consumato il tradimento, prima

cioè di morire, e il loro corpo resta vivo in terra, abitato cioè da un demonio.

L’idea di questa eccezionale pena, contraria alla dottrina cristiana, nasce da passo evangelico

dove si dice che un demonio si impossessò di Giuda non appena egli ebbe mangiato il pane

dell’ultima cena. Dante ha voluto sottolineare così la particolare disumanità del gesto di chi

tradisce il proprio commensale, essendo la mensa la figura della comunità di amore fra gli

uomini, come Cristo la consacrò.

Il rispetto verso l’umanità da loro tradita e avvilita sta alla radice del suo atteggiamento

spietato e duro verso Frate Alberigo. Esser cortesi verso costoro significa infatti mancare di

cortesia verso l’uomo e verso Dio.

Alla fine del canto è posta una seconda più breve invettiva contro una città, Genova, che ripete

in tono minore quella contro Pisa. l’una e l’altra città, con i loro interni odi politici, sono il nido

della peggiore malizia, quella che porta a tradire colui che si fida.

Purgatorio canto V

In questo canto vi sono i penitenti dell’ultima ora. Si tratta di uno dei più drammatici,

strutturato in tre parti, in gradazione ascendente di intensità.

Il parlare è dimesso, in stile comico. Ma all’indugiare di Dante, il rimprovero alto di Virgilio già

passa a un altro registro (etico), questo perché il coraggioso andare, senza lasciarsi trattenere

o fermare dai terreni richiami, è costante etica del viaggio.

Qui si trovano i morti di morte violenta, uccisi nel fiore della gioventù, e che non ebbero quindi,

pentirsi e salvarsi, che l’ultimo breve momento della vita. Solo un momento, di fede e di amore,

basta all’uomo, e a Dio, perché qualunque vita si è riscattata e salvata.


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Corso di laurea: Corso di laurea in lingue e culture moderne
SSD:
Università: Genova - Unige
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alessxrap di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Genova - Unige o del prof Morando Simona.

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