DANTE – INFERNO
CANTI IV – V – VI – X – XV
CANTO IV
Limbo, Dante e Virgilio hanno appena superato Caronte.
Arrivo nel limbo arrivo in una zona dove atmosfera trema causa urla delle anime.
La prima zona che attraversano è immersa nella tenebra ed abitata da bambini morti
prima del battesimo e dai pagani. Da questa zona Cristo liberò i patriarchi,
riscattandoli a vita eterna.
La seconda zona è la dimora eterna di virgilio, molto luminosa rispetto alle altre zone
dell’inferno. È libera dalla suddetta atmosfera melanconica. Quivi un maestoso castello
cinto da sette cerchie di mura, sede degli spiriti magni: anime magnanime, grandi
poeti, saggi ed eroi dell’antichità.
Versi 40 e seguenti:
“Non per altre colpe, ma per mancanze siamo condannati in eterno e puniti con
quest’unica pena: vivere, desiderando dio senza alcuna speranza di raggiungerlo.”
Quando udii queste parole, mi sentii profondamente addolorato: mi resi conto infatti
che in quel limbo vivevano nella condizione sospesa tra disperazione e salvezza anche
personaggi di gran pregio.
Due terzine dense di significati: chiarito il concetto consistente nella colpa rarefatta.
Una colpa fatta d’assenza, mancanza, un difetto (deficere, mancare). Questa assenza
gravissima giustifica in parte la condizione delle anime, la loro posizione.
(v. 126 Canto III, si definiscono i peccatori dell’antinferno come coloro che avevano
trasformato il timore in desiderio. Quest’ultimi, sottoposti alla violenza di caronte,
hanno identificato loro stessi nella paura, nel terrore, nella consapevolezza
dell’assenza di futuro).
Qui, invece, senza speranza si vive il desiderio (sanza speme si vive il desio). Si ha una
consapevolezza mite, piana. Le anime sono offese, condannate a causa dell’assenza e
pertanto prive di speranza: si ha una consapevolezza più tranquilla rispetto al
suddetto antinferno.
Nel verso 45 torna l’immagine della sospensione, tra la condizione indegna dei dannati
e la perfezione assoluta e spirituale dei beati.
Il Dante che attraversa l’aldilà (il dante personaggio) è rammaricato dalla condizione
delle anime: si dispiace del fatto che non abbiano ottenuto la salvezza. D’altro canto,
dante autore, riesce a superare questo disagio, tant’è che colloca all’inferno le
suddette anime. Certo vi è un certo valore allegorico in questo, poiché gli abitanti del
limbo rappresentano l’insufficienza della ragione umana, quando quest’ultima
pretende da sola di definire il destino d’una persona. Quella ragione quando è priva
dell’illuminazione della grazia, e pertanto impossibilitata dal raggiungimento della
salvezza.
Questo concetto degli spiriti del limbo è valido per il mondo classico, e per i propri
poeti, ma anche per il mondo del paganesimo contemporaneo, a cui appartengono il
saladino, averroè e savicenna: personaggi del mondo islamico che dicono alcune cose
simbolicamente importanti nella costruzione di questo gruppo d’intellettuali che
popolano il castello.
Il problema della salvezza per chi non conosce il battesimo, invece, viene affrontato
nuovamente da Dante nel purgatorio, canto VII, e nel paradiso, Canto IXX): quivi è
molto chiaro ciò che Dante dice, arrivando alla conclusione che per accettare decisioni
della giustizia divina, occorre fare atto d’umiltà e spogliarsi dell’arroganza della
ragione, non ascoltando tutti i dubbi e gli interrogativi, per quanto giustificabili ed
umani, della suddetta: un passaggio al di là della ragione.
Domandai io, per essere rassicurato intorno alla fede che ogni errore batte, a colui che
è capace di togliere ogni dubbio (Virgilio), se qualcuno fosse mai uscito dal limbo per
merito proprio o per merito d’altri, per poter essere accolto nella sfera dei Beati.
“Verso 49, uscicci” particella enclichica (dopo il verbo) che non indica
complemento di stato in luogo ma complemento d’allontanamento.
Qui Dante si pone un dubbio affrontato anche dal pensiero teologico contemporaneo,
facendo riferimento ad un dogma non riportato dalla bibbia ma proclamato dal concilio
di Lione del 1274: un dogma consistente nell’immagine di Cristo che, dopo la
resurrezione, scende negli inferi per portare alla salvezza le anime degli ebrei che
crebbero alla propria venuta, alla propria discesa ed al proprio sacrificio.
Questa è la salvezza di quei patriarchi che verranno menzionati poco dopo nella parte
del Canto IV.
V’è però anche un ulteriore dubbio che Dante sente di dover enunciare: chiede infatti
a Virgilio se qualcuno fosse mai uscito dal Limbo per merito proprio o per merito d’altri
(fa riferimento all’intercessione dei Santi verso l’anime del Limbo).
Verso 51, e seguenti:
il Maestro, intendendo la mia indiretta allusione, rispose: io mi trovavo qui da poco
tempo (nel limbo) quando, assistetti all’ingresso d’una figura dall’aspetto maestoso e
nobile, coronato da segni di vittoria (il trionfo sull’inferno). Fu questi a portar via
l’anime del primo genitore dell’umanità, Adamo, di suo figlio Abele (non certo di
Caino), di Noè, quindi di Mosè legislatore, ubbidiente e legislatore della volontà divina
(i 10 comandamenti). Portò poi via l’anime del patriarca Abramo e di Re Davide, quindi
d’Israele (nome ebraico di Giacobbe) assieme al padre di lui (Isacco) ed i suoi dodici
figli assieme alla moglie del primo (Giacobbe). Portò con sé altre anime beate e le
portò all’inferno.
Ma, una cosa in più voglio dire: prima di questi non furono mai salvati spiriti umani
dalla suddetta figura (Cristo).
Virgilio era appena giunto nel Limbo, appena in tempo per poter vedere la venuta di
Cristo (Virgilio muore infatti nel 19 a.C.). la perifrasi ai versi 53-54 (di divenir possente
con segno di vittoria coronato) porta con sé l’immagine del Cristo salvatore, il simbolo
della croce: la vittoria del bene sul male, della grazia sugli inferi.
Potrebbe essere un riferimento al vangelo apocrifo di Nicodemo, dove cristo segna
negli inferi, con la croce, la propria vittoria.
Verso 62-63: altro importante riferimento ad un dogma di fede.
Il Paradiso, luogo raggiungibile solo dopo la cancellazione del peccato originale, si
riapre ancora una volta per permettere ai più degni di salvarsi. Che qui siano in gioco
parecchie fonti latine lo dicono i molti elementi lessicali (eran salvati- servati erant,
preso dal latino perfettamente).
La quantità enorme, inoltre, di nomi propri presenti in questa lista, indicanti i vari
personaggi dell’antico testamento: da Abramo a Rachele, e via dicendo.
Da notare, Il Libro Dei Salmi, di cui si riteneva autore di Re David, funse da punto di
riferimento per molti dei poeti e letterati del tempo (Dante, ma anche Petrarca e via
dicendo).
“Non lasciavam…”:
Benchè continuasse a parlare (Virgilio) noi non smettevamo di camminare ma anzi,
continuavamo ad attraversare una folla molto numerosa di spiriti: non avevamo
percorso molto cammino dal punto in cui m’ero svegliato dal sonno (il sotterfugio
dantesco per far vedere il passaggio da un regno all’altro) quando vidi un bagliore
sconfiggere le tenebre di quell’emisfero (vincia, emisfero).
A dire il vero eravamo ancora un po’ lontani da quel punto, ma non abbastanza da
poter intuire che quel luogo era abitato da spiriti degni d’onore, riconoscibili come
degni ed onorevoli.
Qui Dante consegna un’immagine importante: quella dell’unico luogo degli Inferi nel
quale una luce (quella delle virtù riconosciute a questi spiriti in particolare) abbaglia il
suddetto luogo, sconfiggendo il male.
Il verbo vincia viene interpretato come “vincere”: alcuni interpreti sostengono, però,
che questo verbo derivi dal latino “vincire”, ovvero sia “avvincere”, “legare”, come se
rappresentasse un’emisfero di tenebre che circondava quella luce (che stava intorno
ad essa).
Con queste parole Dante parla d’un luogo privilegiato: quello delle tenebre sconfitte
dalla luce. A sconfiggere il male, nel dettaglio, v’è una cascata di termini legati al
concetto d’onore (onrevol, onori, onranza, onrata nominanza, onrate, fanomi onore,
onore, onor). Questo onore rappresenta la grande fama che circonda questi
personaggi, distinguendoli dagli altri presenti nel limbo, giustificando pertanto
l’ammirazione che Dante dimostra nei loro confronti.
Versi 73 e seguenti:
Tu che con la tua opera onori la sapienza, il sapere e l’arte dimmi: chi sono questi
spiriti, che godono d’un tale onore che li distingue dalla condizione degli altri? (li
diparte).
E Virgilio: La fama straordinaria che hanno lasciato di sé ancora nel mondo terreno (di
lor suona su nella tua vita) ottiene per loro, nel cielo, un favore tale che così li spinge
avanti, avvantaggiandoli (li avanza). Così riescono queste anime ad ottenere la grazia,
mentre nessun’altro peccatore ottiene la grazia, ma solo la grazia. Questi ottengono la
grazia in base all’onorata nominanza, in base alle grandi virtù mostrate in vita.
Questo concetto, abbastanza singolare, non contrasta mai col punto di vista teologico
e tomistico (il fatto che alcune anime possano beneficiare d’onore e fama anche post-
mortem, nell’aldilà): questo proviene direttamente dalla mentalità preumanistica di
Dante, che sostiene che queste anime siano graziate per il loro onore, per le loro
grandi virtù mostrate in vita.
Si sentì una voce (verbo passivo: fu udita una voce. Complemento d’agente indicato
con “per”/”da me”. Dante usa espressioni impersonali poiché non si sa chi sia il
soggetto di quest’espressione: secondo alcuni è Omero, secondo altri una voce fuori
campo, riconoscente lo statuto massimo di Virgilio che ora torna a far parte del regno)
che diceva: salutate, onorate, rendete fame all’altissimo poeta: il suo spirito, che s’era
allontanato, infatti ritorna/sta tornando.
Appena la voce tacque, lasciando una condizione di silenzio, vidi quattro grandi anime
avanzare verso di noi: avevano un’espressione né triste e né allegra, ma di grande
dignità (saranno poi rivelate nei versi 89-90 come i più grandi poeti stimati da Dante e
che conosceva meglio di molti altri, ai tempi intendo).
Virglio, da buon maestro, dice: vedi colui con la spada in mano, venire qui con la
spada come un re? Quello è Omero, il re delle anime di questo regno e poeta Magno. Il
secondo è Orazio Satiro, Ovidio è il terzo e l’ultimo è Lucano.
L’ultimo che menziono è Lucano, ma non inferiore ai precedenti: sono tutti parte d’un
bel gruppo di poeti antichi.
Omero, il più grande poeta epico dell’antichità, rappresentato qui con una spada,
alludendo alle imprese da lui raccontate d’eroi della Grecia Antica.
Orazio Satiro, autore di Satire.
Ovidio, una delle fonti più importanti della poesia latina tarda e Dantesca. Autore
principalmente delle Metamorfosi, ma anche delle Eroidi (testi di eroine antiche di
grande stampo).
Alla luce del ritrovamento dei grandi classici dell’antichità, anche d’Ovidio, l’oscuro
medioevo visse per brevi momenti alcune piccole rinascite/rinascimenti.
Lucano, autore celeberrimo della Farsaglia, poema epico dedicato a vicende della
storia romana contemporanea dei latini, la guerra civile tra cesare e pompeo in
particolare. Uno dei testi più cari a dante anche per la composizione della commedia.
Più avanti s’aggiungerà Papinio Stazio. All’altezza dei Canti 21 e 22 del Purgatorio, per
esser precisi.
Questi sono autori dell’età Argentea, escludendo virgilio ed orazio, della cultura latina,
ma comunque di gran fama all’epoca.
Veri 91 e seguenti:
Poiché ciascuno di questi autori condivide con me il nome di poeta, quel nome di
poeta che fu pronunciato poco fa da quell’unica voce, mi salutano festosamente e,
devo dire che, in questo agiscono bene (mi fa piacere). Fa piacere non per superbia
(Virgilio non ha bisogno d’essere onorato e non vuol’esser superbio) ma poiché
onorandolo, onorano sé stessi e la poesia stessa.
Qui, l’espressione “fare onore”, come fatto notare dal Dantista “Michele Bardi”, è
un’espressione molto utilizzata per l’epoca e vuol dire, molto semplicemente, salutare
con affetto. Nonostante ciò, resta un saluto pieno di reciproco rispetto e profonda
dignità.
In questa scena v’è il più alto ideale della vita per Dante (seguir virtute e
canoscenza) secondo alcuni Dantisti, addirittura a punto tale da considerare questa
scena la massima esaltazione di Virgilio da parte di Dante.
Così, vidi riunirsi i più grandi seguaci di quel poeta, sovrano dello stile più alto, che
supera tutti gli altri stili (tutte le altre forme d’espressione poetica) analogamente a
come l’aquila è capace di volare più alta d’ogni altro volatile.
Quei grandi poeti, dopo aver conversato per qualche tempo fra di loro, si rivolsero a
me con un familiare cenno di saluto, ed il mio maestro sorrise compiaciuto d’un gesto
tanto significativo. A dire il vero mi tributarono un onore ancora più grande poiché
m’accolsero nella loro schiera, acciocchè io mi ritrovai ad essere il sesto in questo
gruppo di poeti così importanti.
Autocelebrazione da parte di Dante, solo in parte mitigata dalla collocazione al sesto
posto in questo gruppo ma, indipendentemente da questo, pur sempre
Autocelebrazione e conferma del proprio posto e della propria importanza nel mondo
della poesia a lui contemporanea.
Camminammo dunque sino alla sfera di luce precedentemente citata, conversando
d’argomenti che qui non è necessario riportare così come là, invece, era piacevole
parlarne.
Dante, per sottolineare questa sua posizione d’eminenza, dice che si misero a parlare
di cose che, al momento, non erano necessariamente da citare poiché, a detta di
Dante, il lettore non era pronto: Dante nuovamente, e con una certa spocchia,
s’investe del ruolo di maestro per il lettore, in modo tale da poterlo includerlo in
quell’elitè capace di comprendere il significato delle suddette cose, evidentemente
incomprensibili al lettore.
La conversazione in sé non indica necessariamente ed unicamente una semplice
conversazione, quanto più una condivisione, una partecipazione collettiva da parte dei
suddetti poeti. Una conversazione piena d’una certa impassibilità, d’una certa
malinconia.
Arrivammo ai piedi d’un castello di nobile aspetto, circondato da sette cerchie di mura
e da un limpido corso d’acqua. Lo superammo come fosse stato di terra battuta. Con
questi poeti entrai, attraversammo sette porte, fino a giungere ad un prato
meraviglioso.
Viene descritto un “Locus Amenus”: un luogo felice, ideale ed idillico (idillio, scena
semplice ma funzionante e bella: spesso luogo d’incontri amorevoli o, più
generalmente, sociali). Luoghi che diedero origine al genere “Plazer” (termine
provenzale. Genere pedantesco e contemporaneo a questo. Qui si mette in scena il
suddetto paesaggio con giovani fanciulli che si dilettano a goder dei piaceri della vita.
È un genere che vuole rappresentare una natura superumana, dove questa raggiunge
una perfezione quasi paradisiaca). Campione di questi componimenti fu Folgore da
San Gimignano, il quale compose sonetti dedicati ai mesi ed ai giorni della settimana.
Al di là di questa raffigurazione, però. è necessario riconoscere diversi elementi dal
valore allegorico: il castello simboleggia infatti la sapienza e, secondo alcuni interpreti,
le sette mura rappresentano le arti del trivio e del quadrivio (rispettivamente:
grammatica, retorica e dialettica più, il passo successivo ovvero sia aritmetica,
geometria, musica ed astronomia/astrologia).
Il torrente potrebbe invece rappresentare, sempre in concordanza con le suddette
interpretazioni, la solidità delle figure poetiche descritte e del loro sapere.
Pietro Alighieri, inoltre, è degno di nota (Contemporaneo di Dante): commentò
sostenendo come il castello, nel suo insieme, rappresentasse la filosofia e le sue sette
parti (Fisica, Metafisica, Etica, Politica, Economia, Matematica e Sillogistica o Logica).
Altri poeti post-danteschi, come Cristoforo Landino o come il Vellutello, sostenevano
che il castello rappresenterebbe alte e solide qualità interiori degli Spiriti Magni (le
virtù morali e le speculative).
In generale, il castello ed i suoi abitanti rappresentano la sapienza ed il sapere.
Dopo essersi avvicinato al Castello, Dante descrive l’atmosfera e l’apparenza
stessa/l’attitudine di questi personaggi (Spiriti Magni).
Versi 112 e seguenti:
Il Castello era abitato da persone dallo sguardo posato e pensoso, d’aspetto molto
autorevole che raramente si rivolgevano la parola (evidentemente solo quando
necessario), ed ogni volta lo facevano con una voce dolce, soave: quasi musicale.
Noi (Io e Virgilio) ci appartammo così da un lato, in un luogo alto, aperto e luminoso:
acciocchè potessimo avere una visione d’insieme di tutto il castello e dei propri
abitanti.
La critica ha dimostrato come la descrizione di questi spiriti magni abbia come
modello la descrizione di San Tommaso dell’aspetto esteriore dell’uomo virtuoso:
aspetto descritto come di Pensosa Impassibilità, come se questi fossero ormai
lontani da qualsiasi estremo, da qualsiasi emozione o desiderio.
Quest’aspetto spiega anche il perché della soavità delle loro voci (degli Spiriti Magni
intendo): questa potrebbe rappresentare l’umile attitudine del poeta, una dote e frut
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Dante Alighieri
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