Inferno: il canto I
Mi ritrovai: non sa come ci è capitato, ha smarrito la strada. Nel mezzo del cammin di nostra vita: sta parlando la persona fisica Dante Alighieri che ci racconta di aver attraversato un periodo difficile dopo la morte di Beatrice (1290). Morta Beatrice ha vissuto quindi questo periodo di traviamento morale, ma qui non parla solo per conto suo ma in nome dell’umanità intera, c’è quindi un doppio carattere della scrittura: lettura autobiografica e anche una lettura universale.
La vita umana secondo la Bibbia (salmo 89, particolare perché l’unico che viene attribuito a Mosè) dura 70 anni ma 80 per i più forti, c’è un incrocio tra il libro dei salmi e quello del profeta Isaia, in cui nel capitolo 38 c’è il canto di Ezechia, re di Israele, in cui c’è il lamento funebre che comincia con le parole “a metà della mia vita me ne vado alle porte dell’inferno”. Questa è una delle dimostrazioni che dietro la Divina Commedia ci sia la Bibbia, e la commedia vuole porsi come un libro profetico che non significa predire il futuro, in quanto la maggior parte degli eventi sono già avvenuti, anche se li presenta come predizioni del futuro.
Dante vuole porsi come il profeta, come quello che dice la verità contro i potenti, e se ne vanterà, dirà che ha detto verità scomode, scontentando i potenti. Quando aumenta il profetismo nella commedia, si sottolinea il suo ruolo di profeta e quindi di vicinanza con la Bibbia. Essendo nato nel 1265 e se la vita dura 70 anni, nel 1300 lui aveva 35 anni, quindi era proprio nella metà della vita.
Del giubileo se ne parla nel libro della Bibbia nel vecchio testamento in termini giuridici, ogni 50 anni doveva cessare il diritto di proprietà provata, la terra doveva essere restituita a dio ma non risulta mai essere stato applicato. Bonifacio VIII modifica la tempistica del giubileo e decide di farlo ogni 100 anni, poi ogni 50 poi ogni 25. Il giubileo cattolico non contiene la restituzione della terra ma l’indulgenza plenaria.
Similitudini e simboli nel canto I
- V.13: Nel loro piccolo riproducono tutto il futuro viaggio, quando sono arrivato ai piedi del colle, dove terminava la selva oscura, a quel punto si intravede una possibile via di salvezza, guardo in alto e vede le pendici del colle illuminate dai raggi del sole, sono terzine anticipatorie perché si intravede l’inferno in cui c’è il monte del purgatorio e i cieli che prefigurano il paradiso.
- V.22: Prima similitudine: come colui che stava per affogare, arrivato sulla riva, come se solo allora si fosse reso conto del pericolo, così il cuore del poeta si volta indietro per l’ultima volta a guardare il punto di passaggio da cui nessuno è mai scampato, la selva oscura.
- V.28: Dopo essersi riposato riprende il cammino verso il deserto del mondo che bisogna attraversare tra le difficoltà.
- V.31: Dopo la selva oscura, c’è l’apparizione delle tre selve: lonza—> lince, leopardo, leggera e agile che aveva il mantello chiazzato, leone e lupa, che impedivano il mio cammino e che più volte tentarono di farmi tornare nella selva.
- V.37: Stava sorgendo il sole insieme con le stelle quando dio creò il mondo, la costellazione era l’ariete che segna la primavera, sia il fatto che era mattino, sia la dolce stagione (primavera), gli dava motivo di sperare bene, ma sembrava che il leone ce l’avesse proprio con lui, e poi c’è la lupa, che nella sua magrezza faceva paura e era affamata e molte genti aveva oppresso, gli fece venire così paura che perse la speranza di salire. Con la lonza ha preso paura, il leone di più ma la lupa più di tutti, è il più pericoloso degli animali. Su cosa queste 3 fiere rappresentino, sembra prevalere la spiegazione secondo la quale queste rappresentino la lussuria, superbia e avarizia.
Queste 3 fiere respingono Dante verso la selva e quindi rappresentano 3 vizi:
- Lussuria: lonza ma non si sa con certezza, nel senso che quando Dante parla dei tre peccati, parla di superbia, invidia e avarizia, ma non parla di lussuria, come per esempio nel VI dell’inferno, forse è difficile che qui intenda la lussuria piuttosto che l’invidia.
- Superbia: il leone è il re della foresta, e quindi è superbo.
- Avarizia: la lupa. All’inizio del XX canto del purgatorio Dante lo dice chiaramente che la lupa è l’avarizia, anche se ha scritto l’opera in un grande lasso di tempo, a volte è chiara questa fedeltà a se stesso e costanza, proprio come in questo caso.
- V.55: Seconda similitudine, come l’avaro che prende il denaro e poi arriva il tempo di spendere tutto, e che quindi si lamenta, così ero io che avevo perso la salvezza, a causa della bestia (finora si è parlato di 3 fiere ma da questo punto in poi usa il singolare, normalmente si interpreta pensando che alluda alla lupa, ma c’è un’altra spiegazione alternativa secondo cui queste 3 belve effettivamente sono una sola che assume diversi aspetti, come il peccato che è uno, ma che assume aspetti diversi).
- V.61: Mentre stava per ricadere dentro la foresta, incontrò colui che essendo stato in silenzio per lungo tempo, sembrava fioco, e gli grida di aver pietà di lui, sia che tu sia un morto o un vivo. Mi rispose che non era vivo, e i suoi genitori erano lombardi, Virgilio infatti era nato a Mantova ma Dante per Lombardia intende la Padania di oggi. Nacqui sotto Giulio Cesare, (in realtà quando Virgilio nacque, Cesare non era ancora al potere, ma scrivendo così Dante vuole accostare la figura di Virgilio all’impero) ma fui ucciso quando lui era troppo piccolo e visse a Roma sotto l’impero augusto in cui c’era il paganesimo. Con l’espressione “pare fioco”, rappresentando Virgilio la ragione, Dante vuole indicare il fatto che la ragione è stata inascoltata per molto tempo tra gli uomini.
Virgilio come guida e simbolo
Virgilio è considerato il punto più alto dell’umanità anteriore al sorgere del cristianesimo, e rimane escluso dalla salvezza perché muore prima della venuta di Cristo. La prima cosa che conta per Virgilio è la poetica, infatti parla di aver scritto di Enea.
Dante sceglie Virgilio perché:
- Virgilio poeta: ha scritto le Bucoliche (mondo di pastori, sono servi messi lì a guardare le pecore), Georgiche (mondo agricoltori, piccoli proprietari terrieri che si collocano un po' più in alto) e Eneide (mondo degli eroi, viaggio di Enea e scontro con le popolazioni autoctone e dunque la venuta di Enea in Italia fa nascere Roma), che si dispongono in climax. Grazie all’importanza di Virgilio, il sommo poeta, queste 3 opere suggeriscono un canone stilistico tripartito: Rota Virgilii; tre spicchi, uno per ogni opera, c’erano scritto dei consigli in base agli stili in cui c’era scritto cosa dovevi presentare e come.
- Virgilio era un mago, leggenda che girava a Napoli, in cui esiste un’aneddotica che mostra Virgilio come mago, con poteri soprannaturali, elemento studiato nel 800 in particolare da Domenico Comparetti che scrive un’opera intitolata “Virgilio nel medioevo” che raccoglie queste notizie e le organizza. Dante mostra di tenere presente l’aspetto del mago soprattutto nei primi canti dell’inferno in cui Virgilio ha a che fare con potenze avverse che cercano di impedire il viaggio e Virgilio in questi casi opera usando gesti magici.
- Virgilio profeta, pre-cristiano (IV bucolica, guarda moodle). Mentre le altre parlano di pastori, questa fa eccezione, infatti dice cose stupefacenti per un lettore medioevale, parla di una vergine, di un bambino che sta per nascere e dice che sta per arrivare una nuova era, un’epoca di pace in cui la terra produce da sola il frutto senza essere coltivata. Ovviamente non intende la Vergine Maria ma la vergine Astrea, il bambino forse è un bambino comune, e quando parla di regno di pace non è il regno dei cieli ma c’erano aspettative di una pace generale con il regno d’Augusto.
Il personaggio di Dante non coincide con quello vero perché qui è molto più cristiano e Virgilio rappresenta il massimo sforzo della ragione umana, il punto massimo a cui possa arrivare l’umanità, ma questa con i suoi soli sforzi non può salvarsi, infatti lui non è salvo. Non era fatto ovvio scegliere Virgilio come guida, perché un poeta: non è un santo, un angelo.
- V.76: Virgilio gli chiede perché invece di salire sta tornando verso la foresta, e Dante con la testa abbassata gli chiede se è davvero quel Virgilio che lui conosce.
- V.91: Virgilio è inizialmente scoraggiante, gli dice che per questa strada non si passa, perché le bestie non ti fanno passare e ti uccidono ma non fisicamente ma spiritualmente, parla infatti della morte spirituale per mano del peccato. Molti sono gli animali che contamina e farà sempre di peggio finché arriverà il veltro—> prima profezia della commedia, letteralmente è un cane da caccia, ma se questa fosse la vera spiegazione sarebbe verosimile che riuscirebbe a sconfiggere la lupa, infatti va inteso sul piano metaforico; il veltro non cercherà la ricchezza né la terra, ma sapienza, amore e virtù, e sarà il contrario della lupa. Il veltro ucciderà la lupa, e salverà l’Italia per cui morirono i personaggi virgiliani, (sono mescolati i Troiani (Eurialo e Niso) e i nemici (Camilla e Turno), infatti non importa con chi stavano, ma importa il fatto che siano morti per salvare l’Italia. Il veltro caccerà la lupa di città in città finché non la riporterà nell’inferno da cui era uscita.
Quando parla del veltro Dante si comporta veramente come un profeta che anticipa il futuro, ma non ha in mente una persona precisa, per cui si pensa che abbia modificato successivamente questi versi, perché forse si parla di Can Grande della Scala di cui parlerà successivamente.
Nel “Convivio”, che Dante ha scritto nel primo decennio del 1300, parlando dell’imperatore, dice che si auspica che questo sia universale, per Dante l’imperatore infatti deve essere il capo di tutto l’universo e possedendo tutto, non può desiderare nulla, è immune dall’avarizia; queste parole sono le stesse che Dante ripete nella commedia parlando del veltro, di cui non si sa il nome. Si pensa quindi che Dante, parlando del veltro, si riferisca velatamente ad un imperatore, in quanto, essendo lui contro la figura del papa, di certo non vede in lui una figura di salvezza, anzi, dice che il papa in generale, sia caratterizzato dall’avarizia.
Visto che la lupa blocca il cammino, si deve fare il giro lungo e Dante deve seguire Virgilio, “andremo attraverso l’inferno, poi il purgatorio in cui c’è gente che soffre ma sono contenti perché sanno che la sofferenza serve per guarire, e poi in paradiso” ma come sappiamo non ci andrà con lui, ma con Beatrice, in quanto per Virgilio il viaggio di purificazione finisce con la fine del purgatorio.
Il canto II
Il vero e proprio inizio, c’è l’invocazione alle muse. Il primo dell’inferno era cominciato di mattina, adesso che inizia la vera e propria azione, siamo di notte. Un tipico tema virgiliano è il contrasto tra la notte che porta riposo a tutti gli altri, tranne al protagonista.
- V.7-8-9: Terzina in cui invoca le muse, e poi il suo ingegno. L’invocazione è importante, il poema è profondamente cristiano ma aggiunge comunque l’invocazione alle muse, e quindi non rifiuta la mitologia pagana. È significativo che sia all’inizio del secondo canto, sottolinea infatti che il primo canto è in più, infatti l’invocazione nel purgatorio (attraverso Calliope) e paradiso (attraverso Apollo) c’è nei primi canti, qui è nel secondo.
L’inferno è 34 canti compreso il primo che è soprannumerario, il purgatorio e il paradiso 33, totale 100= indica la totalità. La commedia è un’opera che tende a contenere quante più cose possibile. Il Decameron di Boccaccio ha lo stesso 100 novelle, ad indicare la totalità di ciò che si vuole scrivere.
- V.9 - V.30: Virgilio, considera la mia virtù se basta a questa impresa prima che inizi il percorso, perché tu Virgilio scrivi nel sesto canto dell’Eneide che Enea, il futuro genitore di Silvio, ancora corruttibile, scese negli inferi, e ci andò con il suo corpo, non spiritualmente, così come faccio io, e considerando che la venuta di Enea nel Lazio aveva permesso la creazione di Roma, sembra giusto che dio gli abbia concesso questo privilegio. A Dante qui interessa la Roma papale più che quella imperiale. Per questo viaggio di cui Virgilio racconti nell’Eneide, racconti che Enea dovette scendere negli inferi per parlare con il padre Anchise, e Anchise gli disse cose che lo fecero vincere contro i laziali. Poi nell’aldilà c’è andato San Paolo, che racconta nella seconda lettera ai Corinzi, che conosce un uomo (cioè lui) che salì al terzo cielo in carne ed ossa, per rinsaldare la nostra fede senza la quale non ci si salva. Successivamente Dante si chiederà perché proprio lui sia stato scelto per questo compito, visto che non è paragonabile né a Enea, né tantomeno a San Paolo.
Di queste sei terzine, cinque sono dedicate a Enea e una a San Paolo, che rappresentano uno l’impero e uno il papato. Fin dall’inizio Dante ha presente questo contrasto e se qui vengono esaltati come fondatori, più avanti i peccatori con la pena più grave sono i traditori di queste due sfere religiose e politiche (Giuda, Bruto). Più avanti, Dante cambierà il suo punto di vista, e in particolare nel XVI canto dell’inferno scriverà della teoria dei due soli, dicendo che sono quasi sullo stesso piano e indipendenti l’uno dell’altro. Qui non c’è ancora una concezione matura, infatti si nota che Dante creda che l’impero sia subordinato dalla chiesa perché:
- 1. Dice che la principale funzione di Roma è essere sede della chiesa e non dell’impero.
- 2. Funzione provvidenzialista della storia, volontà divina nascosta che si manifesta nella storia e guida il cammino degli uomini.
- 3. Enea che nel suo viaggio nell’aldilà va negli inferi, mentre San Paolo sale al cielo.
- 4. Dante non sembra credere del tutto al racconto virgiliano, infatti nei versi v.13 e v.25, Dante ci fa capire che crede che nell’Eneide i fatti raccontati fossero sì fatti storici, (la venuta di Enea in Italia che ha favorito la nascita di Roma è reale), però forse Virgilio ha esagerato la storia, non è sicuro per Dante che Enea sia veramente stato agli inferi, e lascia intravedere che forse questa è un’invenzione poetica.
- V.37 a v.72: Pseudo similitudine, due terzine, “E come colui che non vuole più quello che voleva prima e per il sopraggiungere di nuovi pensieri, muta la propria intenzione, al punto che si distoglie del tutto dal fare ciò che aveva cominciato.” L’interpretazione non è univoca in alcuni punti. “Consumai la presa”: Virgilio si sdegna e dice “Se capisco bene quello che vuoi dire, la tua anima è colpita da pusillanimità, che spesso colpisce l’uomo tanto da distoglierlo da una cosa positiva così come quando un animale vede qualcosa che non c’è e si spaventa e non procede.” È la prima volta in cui Virgilio deve intervenire per rincuorare Dante. “Per liberarti da questa paura ti dirò perché son venuto e cosa ho ascoltato nel momento in cui per la prima volta ho sentito parlare di te.” Questo secondo canto è un po' il completamento del primo in quanto Virgilio riferisce cose che nel primo canto aveva omesso, come per esempio chi gli aveva dato il compito di aiutare Dante.
Continuando, Virgilio disse “Io ero tra gli spiriti sospesi del limbo, e mi chiamò una donna così bella e beata (Beatrice) tanto che gli chiesi di darmi ordini. Aveva gli occhi più luminosi delle stelle e mi disse soavemente (stile stilnovista), “O gentile anima Mantovana, la cui fama perdura nel mondo e durerà ancora a lungo finché esisterà il mondo, l’amico mio, (due interpretazioni: o
La nominazione ritardata, per cui un personaggio non viene nominato subito ma successivamente, è un espediente molto comunemente utilizzato da Dante, che qui lo mette in pratica con Beatrice. Viene introdotto per la prima volta il personaggio di Beatrice, morta nel 1290, personaggio chiave della “Vita Nova”; la commedia ruota intorno a Beatrice, ogni tanto Virgilio la ricorderà e il viaggio di Dante da ora in poi non avrà più il solo scopo di arrivare al colle facendo il giro lungo.
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Appunti Divina Commedia, Dante
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Inferno, canti VI,X,XIX,XXVII,XXXIII; Purgatorio, canti V,VI,XVI, Paradiso canti VI,XVII,XXVII
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Riassunto 44 canti (15 Inferno, 14 Purgatorio,15 Paradiso) Divina Commedia Dante Alighieri
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Divina commedia, Paradiso - Analisi di alcuni canti