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Per quanto riguarda l’ordinamento morale dell’inferno, nel XI canto Virgilio spiega

che c’è una tripartizione dei peccati tra incontinenza frode e violenza.

L’incontinenza è l’uso di quelle cose che non costituiscono un peccato, è solo un

peccato di abuso (lussuriosi golosi avari). Poi c’è la violenza, ma la peggiore è la

frode, perchè quello che conta è il modo in cui l’uomo concepisce il peccato, e

quindi la frode è più grave della violenza poiché è un peccato intellettuale, e

peccare con il cervello è più grave che usare la violenza; per esempio anche le

bestie sono violente, ma non sono fraudolente perchè non sono dotate di ragione e

quindi non possono peccare con il cervello. In origine Dante concepiva l’inferno in

modo molto più ristretto.

Si parla di Firenze in termini non identici, ossia Brunetto conferma la diagnosi di

Ciacco (VI canto: superbia, invidia e avarizia); con Rusticucci, Dante pone una

diagnosi parzialmente diversa: si parla della situazione socioeconomica fiorentina

dell’epoca.

CANTO XIX

Nell’ottavo cerchio sono presenti i fraudolenti; questo cerchio è chiamato

Malebolge. L'ottavo cerchio punisce i peccatori che usarono la malizia, ma questa

volta in modo fraudolento contro chi non si fida. Esso ha una forma molto

particolare che Dante descrive con cura: si trova infatti in un fosso molto profondo,

nel mezzo del quale c'è un pozzo (la parte più profonda dell'Inferno); tra la ripa e il

pozzo sono scavati dieci immensi fossati collegati tra loro da scogli rocciosi che

fungono da ponti: questi dieci fossati sono le bolge dell'ottavo cerchio, detto

complessivamente "Malebolge", termine coniato da Dante così come i nomi dei

diavoli che custodiscono alcune bolge, come i Malebranche della quinta. Il custode

di Malebolge è Gerione, simbolo della frode secondo le parole stesse del poeta che

lo presenta al canto XVII (v. 7 «sozza immagine di froda»): infatti ha «faccia d'uom

giusto» e corpo di serpente (altra immagine emblematica del male sin dalle prime

pagine della Bibbia); la sua coda biforcuta rappresenta la suddivisione tra ottavo e

nono cerchio, cioè la frode praticata rispettivamente contro chi non si fida e contro

chi invece si fida, mentre la sua pelle multicolore rappresenta la multiformità

dell'inganno, come vediamo nelle dieci bolge.

Dante e Virgilio per passare da una bolgia all’altra utilizzano i ponti, questo

comporta una differenza tra loro e i peccatori: nei primi canti c’è un contatto diretto,

Dante e Virgilio quasi si mescolano tra i peccatori (in particolare nei golosi); qui,

invece, c’è un certo distacco.L’argomento del Canto è la visione della III Bolgia

dell'VIII Cerchio (Malebolge), in cui sono puniti i simoniaci. Incontro con

papa Niccolò III, che predice la futura dannazione di Bonifacio VIII e Clemente V.

Invettiva di Dante contro la corruzione ecclesiastica. È l'alba di sabato 9 aprile (o 26

marzo) del 1300, alle prime ore del mattino.

• vv.1-30 Dante esordisce maledicendo Simon mago e tutti i suoi seguaci che

fanno turpe mercato delle cose sacre, per i quali è necessario che suoni la

tromba del Giudizio Universale visto che sono ospitati nella III Bolgia. Dante

e Virgilio sono giunti sul punto più alto del ponte roccioso che sovrasta la Bolgia,

da dove il poeta può vedere quanta è la giustizia divina che si manifesta nel

mondo. Infatti egli vede le pareti e il fondo della Bolgia pieni di buche circolari,

tutte della stessa dimensione, del tutto simili ai fonti battesimali del battistero di

San Giovanni a Firenze, uno dei quali era stato spezzato da Dante per salvare

uno che vi stava annegando. Ogni peccatore è confitto a testa in giù nella buca,

lasciando emergere solo le gambe fino alle cosce, mentre le piante dei piedi

sono accese da delle sottili fiammelle. I peccatori scalciano con forza, mentre le

fiammelle lambiscono i piedi come fa il fuoco sulle cose unte.

Il Canto è interamente dedicato alla III Bolgia, che punisce insieme a Simon mago

tutti coloro che hanno commesso simonia ovvero hanno fatto commercio delle cose

sacre. I simoniaci sono conficcati a testa in giù entro buche circolari dalle quali

emergono solo le gambe, mentre sottili fiammelle lambiscono loro le piante dei

piedi e provocano dolore: non è chiaro se fra di essi ci siano solo gli ecclesiastici o

anche i laici che si diedero a questo turpe mercato col clero, mentre il contrappasso

si riferisce probabilmente allo Spirito Santo che nell'episodio degli Atti degli

Apostoli (8 capitolo) scese dall'alto in forma di fiamma (Simon mago aveva cercato

di acquistare il potere e di dispensarlo con le mani).

Chiama a raccolta i peccatori con la tromba, come se appunto fosse la tromba del

banditore ma con sottile allusione alla tromba del Giudizio che suonerà alla fine dei

tempi.

Dante chiama la bolgia sia tomba che tasca, per intendere una zona segnata da

scavi. Erano giunti alla parte centrale del ponte.

• vv. 16-21 due terzine in cui Dante inserisce un ricordo di un’esperienza

autobiografica. Non era chiaro chi fossero i battezzatori, e in un articolo di

qualche anno fa, il prof Tavoni si occupa di questo ricordo dantesco: Dante ha

rotto uno dei battezzatori del battistero per salvare un bambino che era caduto

dentro e che stava per annegare. Ciò esclude la possibilità che i battezzatori

fossero delle persone e rende impossibile anche che fossero dei bozzetti di

marmo (poiché difficili da rompere). Secondo l’ipotesi di Tavoni, Dante allude ad

un altro passo biblico del profeta Geremia: il libro di Geremia è pieno di gesti

simbolici e nel XIX capitolo afferma di essere stato ordinato da Dio di rompere

una brocca; la rottura di questa brocca doveva significare, nell’intenzione di Dio

trasmessa dal profeta, la futura rovina di Gerusalemme. Se le cose sono così, i

battezzatori sono brocche. Così facendo, Dante si assimila al profeta Geremia, e

accreditarsi come profeta perché per la prima volta Dante si scaglia direttamente

contro il papato.

Il contrappasso dei simoniaci è abbastanza chiaro: poiché essi preferirono

guardare alle cose terrene piuttosto che a quelle celesti, ora sono conficcati a testa

in giù nel suolo. La santità mancata è sottolineata anche dai due rimandi che

indicano l'uso di tali fosse: per i battesimi e per punire gli "assassini" (due cose, fra

l'altro, collegate la prima alla nascita, la seconda alla morte). Inoltre, com'essi

badarono solo ad 'insaccare' denaro, nella terra sono ora 'insaccati'.

La presenza di fiammelle sulle piante dei piedi si potrebbe spiegare in particolare

per i papi: al contrario degli apostoli che durante la Pentecoste ricevettero il fuoco

dello Spirito Santo sulla testa, essi lo calpestarono (2 capitolo Atti degli Apostoli). La

pena sarebbe poi stata applicata per analogia anche agli altri simoniaci, un po'

come la pena della pioggia di fuoco ritagliata sui sodomiti veniva estesa a tutti i

violenti contro Dio e natura. La visione del fuoco e la discesa graduale verso

l'abisso sono figure presenti anche in alcune visioni di religiosi medievali,

come Alberico di Settefrati o San Pier Damiani. Assomiglia sia alla pena

degli epicurei (Inf. X: sepolti in tombe infuocate), sia a quella degli avari

in Purgatorio, inchiodati al suolo con la faccia rivolta verso il basso.

• vv.31-63 Dante nota che uno dei dannati sembra lamentarsi più degli altri e ha le

fiammelle sui piedi di un colore più acceso, quindi ne chiede conto a Virgilio. Il

maestro risponde che, se Dante vuole, lo porterà sul fondo della Bolgia dove

potrà parlare direttamente con lui. Dante risponde che ne sarà ben lieto,

dopodiché i due giungono al termine del ponte e da lì scendono verso sinistra,

sino al fondo della Bolgia. Dante si avvicina al peccatore e gli chiede di parlare,

proprio come il frate che confessa l'assassino prima dell'esecuzione: il dannato

risponde scambiandolo per papa Bonifacio VIII e chiedendo perché sia già giunto

lì e se sia già stanco di fare scempio della Chiesa. Dante resta stupito e non sa

che rispondere, quindi Virgilio lo invita a dire al dannato di non essere colui che

crede, cosa che il poeta esegue immediatamente. Protagonista dell'episodio è un

papa simoniaco, Niccolò III, che appartenne alla nobile famiglia romana degli

Orsini e che sembra soffrire più degli altri dannati la pena cui è sottoposto. Il

dialogo fra lui e Dante, che scende nel fondo della Bolgia per parlargli, avviene in

un forte contesto comico-realistico: Dante paragona se stesso a un frate che

confessa un assassino prima dell'esecuzione, con un grottesco rovesciamento

dei ruoli (i sicari nel Medioevo venivano messi a testa in giù in una buca poi

riempita di sabbia che li soffocava).

• vv.52-62 Il papa scambia Dante per Bonifacio VIII venuto a prendere il suo posto

nella buca e a spingerlo di sotto: il dannato sa che la morte di Bonifacio avverrà

nel 1303, quindi è stupito di vederlo all'Inferno nella primavera del 1300, con tre

anni di anticipo. L'equivoco è un espediente che consente a Dante di profetizzare

la dannazione di papa Bonifacio VIII e Clemente V.

• vv.64-87 A questo punto il dannato storce dolorosamente i piedi, quindi si

presenta come il papa Niccolò III, appartenente alla nobile famiglia degli Orsini e

che fu assai avido nell'arricchire i suoi famigliari, al punto che è finito all'Inferno.

Sotto di lui nella stessa buca sono conficcati gli altri papi simoniaci, tutti appiattiti

nella roccia, e anche lui verrà spinto più in basso quando arriverà realmente colui

per il quale ha scambiato Dante (Bonifacio VIII). Ma questi rimarrà nella buca coi

piedi di fuori meno tempo di quando c'è rimasto Niccolò: infatti lo seguirà un altro

papa simoniaco (Clemente V), che spingerà di sotto entrambi dopo aver goduto

in vita del favore del re di Francia, Filippo il Bello.

• vv.64-74 Il dannato afferma di aver vestito in vita il gran manto (detto con forte

ironia, vista la sua opera come pontefice) e si dice figliuol de l'orsa, ovvero

appartenente alla famiglia degli Orsini, intento ad avanzar li orsatti (a favorire

nipoti e parenti con i suoi atti di corruzione: nei bestiari medievali l'orsa era

descritta come animale avido e ingordo, particolarmente attaccata alla prole).

Afferma inoltre che se in vita aveva messo il denaro in borsa, nella vita

ultraterrena ha messo se stesso nel sacco, ovvero si è guadagnato la

dannazione (bolgia è sinonimo di «borsa» in volgare fiorentino, quindi il papa usa

un ricercato gioco di parole).

• vv.73-89 La profezia di Niccolò dice infatti che Bonifacio lo seguirà nella buca

restando lì fino alla morte di Clemente V, ovvero meno tempo di quanto Niccolò

sarà rimasto sottosopra: Niccolò era morto nel 1280, quindi resterà nella buca

sino al 1303, anno della morte di Bonifacio (23 anni), mentre Bonifacio vi resterà

fino al 1314, anno della morte di Clemente V (11 anni). Poiché è quasi certo che

la I Cantica del poema circolasse già dopo il 1308, ciò vorrebbe dire che tale

profezia fu fatta da Dante quando Clemente V era ancor vivo. Può darsi che sia

così e che il poeta immaginasse che il papa morisse prima che passassero 24

anni dalla morte di Bonifacio (ipotesi difficile da confermare perché ignoriamo la

data di nascita di Clemente), oppure si può pensare che Dante abbia corretto in

seguito questi versi, anche se di ciò non c'è traccia in alcun manoscritto.

Niccolò conclude predicendo la dannazione anche di Clemente V, il guasco che

favorirà le mire di Filippo il Bello trasferendo la sede papale ad Avignone e

appoggiando tutte le sue decisioni: Niccolò lo paragona a Giasone, fratello del

sommo sacerdote Onia III che comprò dal re Antioco IV la carica sacerdotale con

la promessa di dargli 440 talenti d'argento (l'episodio è narrato nella

Bibbia, Maccabei, IV, 7-8).

• vv.88-117 A questo punto lo sdegno di Dante esplode in una violenta invettiva

contro Niccolò e tutti i papi dediti alla simonia, cui il poeta chiede ironicamente

quanto volle Gesù da san Pietro prima di affidargli le chiavi del regno dei cieli, e

rinfacciando che gli apostoli non pretesero alcun pagamento da parte di Mattia

quando prese il posto di Giuda. Niccolò è dunque giustamente punito e deve

custodire il denaro ricevuto per andare contro Carlo I d'Angiò. Solo il rispetto per

il ruolo del papa impedisce a Dante di usare parole ancor più gravi, poiché

l'avarizia dei papi simoniaci ha sovvertito ogni giustizia terrena. La Chiesa si è

vergognosamente asservita agli interessi della monarchia francese, dopo essersi

trasformata in un'orrida bestia. I papi sono simili agli idolatri, in quanto adorano

cento dei d'oro e argento, mentre molto male ha prodotto la donazione di

Costantino.

• vv.88-118 Coraggiosa denuncia del poeta contro la corruzione dei papi, che si

ricollega a quella contro l'avarizia che è fonte di tutti i mali del suo tempo e che è

all'origine di molti dei peccati puniti nelle Malebolge (il discorso contro l'avarizia

era già iniziato con Brunetto Latini e i tre sodomiti fiorentini, nonché con

gli usurai visti subito prima della discesa nell'VIII Cerchio).

Non a caso il Canto si chiude con la violenta invettiva di Dante contro i papi dediti

alla simonia, piena di echi biblici e di sacro furore dovuto allo sdegno provato dal

poeta contro i cattivi pastori che hanno sovvertito la giustizia nel mondo,

sollevando i malvagi e calpestando i buoni: particolarmente efficace l'immagine

della mostruosa bestia in cui si è trasformata la Chiesa a causa della corruzione,

prendendo spunto da un passo dell'Apocalisse in cui il mostro è in realtà l'Impero

romano. L'ultimo riferimento è naturalmente alla famigerata donazione di

Costantino, più tardi dimostratasi un falso dell'VIII sec. ma che al tempo di Dante

si credeva autentica e che secondo il poeta era la fonte prima della corruzione

della Chiesa.

• vv.118-133 Mentre Dante accusa violentemente Niccolò, il dannato scalcia con

forza come se fosse punto dall'ira o dalla coscienza sporca, mentre Virgilio

manifesta col suo volto l'approvazione per il discorso del discepolo. Dopodiché il

maestro sorregge Dante con entrambe le braccia e lo riporta sull'argine della

Bolgia, da dove parte il ponte che conduce alla IV Bolgia, fino al quinto argine.

Arrivato qui lo depone a terra, quindi i due si accingono a visitare la Bolgia

seguente. La tacita approvazione di Virgilio è la conferma della veridicità delle

accuse, proprio come lo scalciare del papa dannato che è punto dall'ira o dai

rimorsi di coscienza: il Canto va messo in relazione ad altri momenti del poema

in cui Dante esprime tutto il suo sdegno per la corruzione che deturpa la Chiesa,

specie nel Paradiso in cui la polemica contro la Curia diventa a tratti assai

virulenta (gli esempi più noti sono l'invettiva di Folchetto di Marsiglia contro

Firenze il cui denaro ha coltivato l'avarizia dei prelati, IX, 127-142; l'attacco

contro Giovanni XXII, reo di annullare i benefici ecclesiastici per arricchirsi, XVIII,

130-136; la violenta invettiva di san Pietro contro Bonifacio VIII, che ha tramutato

la Curia romana in una cloaca / del sangue e de la puzza, XXVII, 22-27). Da

ricordare infine che Clemente V sarà citato da Beatrice in Par., XXX, 142-148

come il papa che ingannerà con la sua ambigua condotta l'imperatore Arrigo

VII e sarà destinato a ricacciare Bonifacio VIII in fondo alla buca di questa Bolgia.

CANTO XXVII

Dante e Virgilio si trovano ancora nell’ottava bolgia, tra i consiglieri di frode. Dopo

Ulisse parlano con Guido di Montefeltro il quale racconta che è a causa del

consiglio fraudolento dato a papa Bonifacio VIII per conquistare la fortezza di

Palestrina che si trova tra i fraudolenti.

Secondo Dante, la frode è un peccato più grave della violenza perché comporta la

perversione della ragione. I canti XXVI e XXVII rappresentano la nobiltà dei

fraudolenti.

Loro vagano per la bolgia, avvolti in una fiamma appuntita a forma di lingua. La

fiamma si agita tutta ogni qual volta parlano. Per contrappasso, come in vita con i

loro consigli provocarono guai ed incendi, così sono avvolti in una fiamma a forma

di lingua.

Ci troviamo ancora nell’ VIII Bolgia dell'VIII Cerchio (Malebolge), in cui sono puniti

consiglieri fraudolenti. Incontro con Guido da Montefeltro, che racconta come è

caduto nel peccato e accusa Bonifacio VIII.

È mezzogiorno di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300.

• vv.1-30 La fiamma di Ulisse è ormai dritta e quieta, poiché il dannato ha smesso

di parlare e si allontana con il permesso di Virgilio, quando un'altra fiamma viene

dietro di essa e fa voltare i due poeti emettendo un suono confuso. Come il bue

che il tiranno Falaride fece costruire a Perillo muggì per la prima volta

martirizzando il suo costruttore, com'era giusto, e muggiva poi con la voce di chi

veniva ucciso così da sembrare vivo anziché di rame, così la fiamma emette il

suono della voce che all'inizio non trova spazio per uscire. Alla fine la voce esce

e la fiamma inizia a guizzare, per cui il dannato si rivolge a Virgilio come colui

che ha parlato in italiano ad Ulisse e lo prega di trattenersi un poco a parlare con

lui che ne ha un forte desiderio. Il dannato (Guido da Montefeltro) vuole sapere

se la Romagna è in pace o in guerra, dal momento che lui è originario della terra

posta tra Urbino e il monte da cui sgorga il Tevere.

• vv. 31-57 Dante osserva chinandosi giù dal ponte che sovrasta la Bolgia, quando

Virgilio lo tocca nel fianco e lo invita a rispondere al dannato che parla la sua

stessa lingua. Il poeta è pronto a rispondere e dice al dannato che la Romagna

non è mai stata senza guerre a causa dei tiranni che la dominano, ma in questo

momento non se ne combatte apertamente nessuna. Ravenna è nella stessa

situazione da molti anni, sotto la signoria dei Da Polenta che domina il territorio

fino a Cervia. Forlì, che sostenne un lungo assedio e fece strage dei Francesi, è

dominata dagli Ordelaffi. I Malatesta, che si sono impadroniti di Rimini

eliminando violentemente Montagna dei Parcitati, dilaniano gli avversari politici.

Le città di Faenza e Imola sono governate da Maghinardo Pagani, che cambia

facilmente le sue alleanze. Cesena, che è bagnata dal fiume Savio, oscilla

continuamente tra libertà e soggezione alla tirannide. Alla fine del suo discorso

Dante chiede al dannato di presentarsi e lo prega di non esser restio più di

quanto lo siano stati altri spiriti, se il suo nome conserva la fama nel mondo.

Protagonista del Canto è Guido da Montefeltro, personaggio molto noto al tempo di

Dante e che costituisce l'esempio moderno dopo quello antico rappresentato da

Ulisse nel Canto precedente. È lui stesso a rivolgersi a Virgilio che ha udito parlare

in lombardo (ovvero in volgare italiano) mentre congedava Ulisse, in quanto ha

desiderio di conoscere la situazione politica della sua terra: Dante lo introduce con

la preziosa similitudine del bue di Falaride, lo strumento di tortura che emetteva un

sinistro mugolio prodotto dai lamenti del malcapitato all'interno (la fiamma in cui è

avvolto il dannato emette un suono simile, sottolineando la sofferenza del

peccatore che arde e, tuttavia, vuole parlare coi due visitatori). Virgilio invita Dante

a rispondere al dannato che è latino, italiano e non greco, per cui la struttura del

Canto è speculare rispetto al canto XXVI. Dante aveva espresso ammirazione e

rispetto per Guido nel Convivio (IV, 28, 8), lodando il suo pentimento e la sua

monacazione negli anni della vecchiaia, cosa che sembra in contrasto con la sua

collocazione tra le anime dannate: in realtà accade altre volte che nel poema Dante

corregga opinioni espresse nel trattato, e qui può aver influito l'aver appreso dal

cronista Riccobaldo da Ferrara l'episodio che aveva coinvolto Guido col papa

Bonifacio VIII e che ne aveva causato la dannazione. In ogni caso Dante crea un

forte contrasto tra la vita di Guido sino al suo farsi francescano e le vicende

successive, ovvero tra l'uomo d'armi e il politico da un lato (astuto e dotato di ogni

abilità militare) e l'uomo di Chiesa dall'altro (ingenuo e pronto a farsi beffare dal

papa cadendo nel peccato mortale). Tale contrasto emerge nella prima parte del

Canto, in cui Guido è ansioso di sapere se la Romagna sia in guerra: non è una

richiesta generica, ma la volontà precisa di sapere se la pace progettata nel 1297

tra i signori romagnoli e poi stipulata nel 1299, quando Guido era già morto, sia poi

stata rispettata (i dannati non possono sapere nulla del presente, come Farinata ha

spiegato in Inf., X, 100-108). La domanda di Guido è dunque legata al suo ruolo di

politico e condottiero che tanto bene aveva svolto nella vita precedente la

conversione, per la quale l'ammirazione di Dante è immutata, e il poeta risponde

illustrando la situazione delle città romagnole soggette alle varie signorie e tirannidi,

il che riflette la sua preoccupazione per una terra che a lungo lo ospitò durante

l'esilio e in cui di fatto morì.

• vv.58-84 La fiamma emette altri mugolii come già ha fatto prima, poi scuote la

punta e il dannato inizia a parlare. Egli afferma che se credesse di rivolgersi a

qualcuno destinato a tornare sulla Terra non direbbe una parola, ma dal

momento che a quel che sa nessuno è mai uscito dall'Inferno, risponderà senza

temere infamia. Si presenta come Guido da Montefeltro, uomo d'armi e poi

francescano, fattosi frate credendo di espiare i suoi peccati: certo ci sarebbe

riuscito, non fosse stato per il papa (Bonifacio VIII) che lo indusse nuovamente a

peccare. Guido spiega che quand'era in vita le sue azioni furono improntate

all'astuzia e conobbe tutti i raggiri e gli inganni della politica, acquistando fama in

tutto il mondo. Una volta arrivato alla vecchiaia, Guido provò dispiacere per la

vita condotta fino a quel momento e si pentì dei suoi peccati, facendosi frate.

Guido è poi invitato a manifestarsi e a spiegare chi sia, senza essere più restio di

quanto lo siano stati altri prima di lui, e il dannato acconsente basandosi

sull'errata convinzione di parlare con un altro dannato, quindi con qualcuno che

non può tornare sulla Terra e causargli infamia col riferire il racconto della sua

dannazione. La situazione è opposta a quella di Pier della Vigna nel Canto XIII,

in cui le parole di Dante avrebbero riabilitato la sua reputazione diffamata, e qui

Dante inganna indirettamente Guido proprio come Virgilio, forse, aveva

ingannato Ulisse e Diomede spacciandosi per Omero. Guido ignora infatti che

Dante è vivo, essendo avvolto dalle fiamme che non gli permettono di vederlo,

ma non comprende neppure il privilegio eccezionale datogli dalla grazia divina di

visitare anzitempo il mondo ultraterreno, ripresentando una situazione analoga a

quella già vista con Farinata, Cavalcante, Brunetto Latini. E infatti la prosopopea

del dannato diventa un discorso paradossale, in cui Guido crede di elogiarsi ma

finisce col dimostrare quanto era stato ingenuo: le sue opere furono sì di

volpe durante la sua attività politica, ma poi si era illuso che indossare il cordone

francescano bastasse ad assicurargli la salvezza (Dante insinua il sospetto che il

pentimento di Guido non fosse sincero ma dovuto, piuttosto, al tardivo desiderio

di fare ammenda, il che è dimostrato dal consiglio fraudolento dato a Bonifacio

VIII smanioso di espugnare la rocca di Palestrina). Guido dà tutta la colpa del

suo peccato al papa corrotto, ma in realtà la responsabilità principale è sua: se il

suo pentimento fosse stato sincero Guido non avrebbe ceduto alle lusinghe del

papa, né si sarebbe accontentato della sua assicurazione di avere l'assoluzione

prima ancora di commettere il peccato (non si può assolvere chi non si pente e

non ci si può pentire e voler peccare al tempo stesso, come il diavolo loico non

mancherà di spiegare a Guido prima di condurlo all'Inferno).

• vv.85-111 Allora Bonifacio VIII, il principe dei nuovi Farisei, era in guerra contro i

Colonna e non contro Saraceni o Ebrei, poiché ogni suo nemico era cristiano e

nessuno di questi aveva assediato Acri o mercanteggiato coi musulmani; il papa,

non avendo alcun riguardo per il suo alto ufficio né per il cordone francescano di

Guido, lo chiamò a sé come Costantino fece chiamare Silvestro per guarire della

lebbra. Bonifacio gli aveva chiesto un consiglio e Guido aveva esitato a darglielo,

ma poi il papa lo aveva rassicurato dicendogli di assolverlo in anticipo e

pregandolo di dirgli come prendere la rocca di Palestrina. Il papa gli aveva detto

di possedere le due chiavi del potere papale, che il suo precedessore (Celestino

V) non ebbe care. Allora Guido fu indotto a parlare, spinto anche dal timore di più

gravi conseguenze, e consigliò a Bonifacio di promettere il perdono ai suoi

nemici senza poi mantenerlo.

• vv. 112-136 Quando poi Guido morì, san Francesco venne a prendere la sua

anima, ma un diavolo si oppose dicendo che doveva in realtà andare all'Inferno

per il consiglio fraudolento dato al papa e per il quale lo aveva seguito sino a

quel momento: infatti non si può assolvere chi non si pente della sua colpa, e

pentirsi e voler peccare allo stesso momento è una contraddizione in termini.

Guido ricorda di essersi disperato quando il diavolo lo prese e lo irrise dicendogli

che forse non pensava che lui fosse filosofo. Il demone lo aveva portato

a Minosse il quale si attorcigliò la coda attorno al corpo otto volte, destinandolo

alla Bolgia dei consiglieri fraudolenti e mordendosi la coda stessa per rabbia. Da

allora Guido è dannato e si duole avvolto dalla fiamma.

Al termine del suo racconto il dannato si allontana, agitando la punta aguzza.

Dante e Virgilio passano oltre, percorrendo il ponte fino alla Bolgia successiva

dove sono puniti i seminatori di discordie.

Guido è dannato perché tale pentimento nel suo cuore non c'era, così come il

figlio Bonconte sarà salvo (cfr. Purg., V, 85 ss.) per essersi invece pentito in punto

di morte contrariamente a quanto il mondo pensava di lui. Il contrasto tra san

Francesco e il diavolo che si contendono l'anima di Guido anticipa quello analogo

tra l'angelo e il diavolo che si contendono quella di Bonconte, con un preciso

parallelismo tra i due episodi che si rifà, tra l'altro, a un tema assai diffuso nella

letteratura religiosa del Due-Trecento.

Se Dante condanna dunque la condotta peccaminosa di Guido, altrettanto si può

naturalmente dire per papa Bonifacio VIII, il pontefice la cui dannazione tra i

simoniaci è già stata predetta: egli è presentato qui come gran prete (l'epiteto è

beffardo e ironico), come il principe d'i novi Farisei, intento a far guerra ai cristiani

anziché agli infedeli e indifferente al suo supremo ufficio o all'abito di Guido; è

talmente ansioso di sconfiggere i Colonna suoi nemici da promettere al

francescano ciò che non può dargli, ovvero l'assoluzione per qualcosa che non ha

ancora fatto, colpendo con amara ironia il suo antecessore Celestino V che non

ebbe care le due chiavi del potere papale, quella dell'assoluzione e della condanna.

Non a caso è paragonato all'imperatore Costantino che chiamò a sé papa Silvestro

I per guarire dalla lebbra, in quanto nel Medioevo si riteneva che Costantino avesse

fatto proprio a Silvestro la famosa donazione che gettò le basi del potere temporale

dei papi, che fu radice della corruzione della Chiesa di cui Bonifacio è per Dante

insigne rappresentante (anche in XIX, 115-117, Dante nella sua invettiva contro la

Curia corrotta deplorava la dote consegnata da Costantino al primo ricco patre,

proprio nel Canto dei papi simoniaci in cui era profetizzata la dannazione di

Bonifacio VIII).

• vv.73 In seguito si parla dell’assedio di Forlì. Guido era il capo dei ghibellini

assediati. Nel quarto libro del Convivio Dante accenna a questo personaggio e

usa proprio il fatto di pentirsi di tutti i peccati una volta diventati vecchi, “celar le

vele”, proprio come si pensa abbia fatto Guido. Contrasta con quello che Dante

scrive in questo canto poiché guido si trova comunque all’inferno anche se si è

pentito. Dante difficilmente inventava tutto di sua iniziativa, quindi la cosa più

probabile è che cambiò la sua posizione politica. Nell’inferno Dante è ancora

guelfo quindi è possibile che qui abbia voluto accentuare il fatto che guido non si

sia realmente pentito per condannare uno dei capi principali ghibellini.

• vv. 85 Guido fa riferimento a una guerra civile contro la famiglia Colonna,

colpendo così un altro aspetto della politica di Bonifacio, ovvero la sete di potere,

tanto da fare guerra civile. Scoppia nel 1297. Costantino porta in se la colpa della

nascita dell’atto della chiesa v.94 e sottolinea un evento che per Dante è molto

importante: come Costantino chiamò Silvestro per le cure, ora Bonifacio ha

bisogno di Guido per chiedere un rimedio contro la sete di potere. Guido è

stupefatto da questa richiesta da parte del papa. Il predecessore Celestino V che

si dimise anche perché del potere non gli interessava. Guido nel canto è sempre

calcolatore e questo dimostra che non si è realmente pentito. È sempre una

volpe che calcola il male minore. I diavoli sono malvagi ma hanno una

conoscenza perfetta di cosa è giusto e sbagliato, a differenza del papa che si

dimostra molto spregiudicato.

• vv. 113 Il diavolo del canto è quasi simpatico e rimette le cose in chiaro. Minosse

era quello che assegnava ai peccatori il girone avvolgendo la coda intorno a loro

tante volte quanto il numero del girone, anche se nei gironi divisi a loro volta (non

è un sistema molto chiaro). I consiglieri di frode sono avvolti in una fiamma e

parlano attraverso essa.

Canto XXXIII

Il tradimento per Dante è la colpa più grave in assoluto e per questo i peccatori

sono quelli più vicini a Lucifero (nella sua bocca ci sono Giuda, Bruto e Cassio,

traditori per eccellenza). Per Dante l’Impero è un’entità sacrale e non deve essere

tradito, al pari del cristianesimo. Il tradimento secondo lui è un peccato di

intelligenza, è una frode contro coloro che si aspettano qualcosa dagli altri. Nel 32°

canto incontra alcuni traditori politici tra cui il Conte Ugolino e l’Arcivescovo

Ruggeri. La punizione dei traditori è quella di essere conficcati nel ghiaccio in

eterno. Già nel canto precedente Dante si rende conto che, a differenza di tutti i

dannati visti fino a ora, i traditori non ci tengono a far sapere nulla di loro e per

questo negano a Dante di dare indicazioni. Ottiene notizie perché i traditori

continuano a tradirsi a vicenda dicendo uno le cose dell’altro. Alla fine si rende

conto di un uomo che morde il cranio di un altro e gli chiede notizie dicendoli che

frutterà infamia al traditore morso, è il movente delle azioni. Si conclude quindi con

un forte effetto di suspence. Questo canto inizia con il mordatore, che poi si scopre

essere il Conte Ugolino, che lascia l’altro.

• vv.4 Anche qui c’è una citazione virgiliana dell’Eneide del secondo libro che

comincia con le parole che Dante traduce nella commedia. Si tratta di una

citazione non messa a caso, ma per dare un tono al canto, essendoci un clima

profondamente tragico. Alla fine del 32° canto c’è un'altra allusione che si

riferisce al poema Tebaide di Stazio, guerra di Tebe durante la quale uno dei

combattenti era stato ferito a morte, ma aveva ucciso il suo feritore per poi

mordere la testa.

• vv.10 Anche Ugolino è ossessionato dalla propria condizione, non gli interessa

vedere che Dante è vivo, pensa solo a se. Qui omette completamente il motivo

per cui Ugolino e Ruggeri si trovano qui in quanto, essendo fiorentino, conosce

già bene i fatti che loro raccontano. Il conte era stato il signore di Pisa ghibellina,

ma nel periodo della sua signoria ha avuto oscillazioni nei confronti di Firenze e

Lucca, principali città guelfe. Ugolino qui racconta il modo in cui è morto,

qualcosa che dante non sa. I figli di cui parla Dante, in realtà, sono due figli e due

nipoti ma dice il contrario per aumentare il pathos. La storia che racconta Ugolino

è estremamente silenziosa, in quanto lui non risponde alle domande dei figli per

tutto il giorno. Solo quando non serve più a nulla e i figli sono morti Ugolino

riprende a parlare. Abilmente Dante non dice in modo chiaro che il conte si è

nutrito dei corpi dei figli, v.75. ma si capisce dall’atteggiamento in cui Dante trova

il conte per il contrappasso: come lui mangiò i figli ora mangia il suo nemico.

• vv.66 È presente anche un’altra citazione classica presa da una tragedia di

Seneca, il Tieste. Si tratta di una tragedia in cui due fratelli sono nemici e uno dei

due, per vendicarsi, uccide i figli dell’altro per poi farglieli mangiare senza dirgli

che erano loro.

• vv.89 Pisa era una città in cui si rinnovavano gli orrori che Stazio racconta nella

Tebaide riguardo a Tebe. Nel 34° canto Lucifero muove le ali e il movimento crea

il ghiaccio per i traditori. Le anime dei traditori sono precipitate all’inferno prima

della loro morte: si tratta di un’invenzione poiché, secondo la dottrina della

chiesa, ci si può pentire fino all’ultimo, tranne che i traditori v.121. Branca Doria

muore nel 1325 e fa in tempo anche a leggere quello che dante scrive di lui. Nel

canto infatti dante si stupisce nel vederlo fare tutto quello che fanno i vivi.

• v.121 Alla fine del canto, Dante si scaglia contro Genova.

PURGATORIO

La montagna del purgatorio è talmente alta che non può esistere nella realtà,

corrisponde infatti al raggio della terra, ed è stata prodotta dal contraccolpo di

Lucifero quando venne mandato al centro della terra per mano di Dio.

I peccatori sono disposti lungo le pendici della montagna. Le cornici/pendici sono 7,

la suddivisone infatti è basata sui 7 peccati capitali in ordine decrescente di gravità,

perché più si va avanti più si sale, ci si innalza e si va verso il cielo, quindi la pena

deve essere minore.

Differenze con l’inferno:

- qui le anime non hanno una posizione fissa, devono percorrere le 7 cornici

perché si devono purificare da ognuno di questi sette peccati.

- mentre l’inferno ed il paradiso sono sommersi da una logica eterna, il purgatorio

ha un logica temporale. E’ un luogo non destinato ad esistere per sempre, ma

destinato a svuotarsi dopo il giudizio universale, dopo il quale le anime andranno

o all’inferno o al paradiso. Il purgatorio è il regno del tempo, che conta molto, e lo

scopo delle anime è quello di rimanerci il meno possibile.

- qui le pene non hanno solo un carattere punitivo, ma rieducativo, perché le

anime devono essere rieducate e purificate, quindi in ogni cornice vengono

mostrati esempi di quel peccato che è stato punito e esempi di virtù che è stata

ricompensata, opposta al peccato. Questi esempi a volte possono essere

immagini, sculture o voci misteriose, e il primo esempio della virtù riguarda

sempre la Vergine Maria.

- in purgatorio si prega in modo differenziato in ogni cornice.

- nell’inferno regna l’oscurità, e alla fine di questo, quando ne escono e riescono a

vedere le stelle, la situazione cambia, ricompaiono il sole e le stelle appunto, nel

purgatorio infatti ci sono molte perifrasi astronomiche; un aspetto importante del

purgatorio è che Dante fa ombra, ha un corpo, e quando le altre anime se ne

accorgono, si spaventano.

- il purgatorio rappresenta un punto di svolta, in quanto nell’inferno Dante è fedele

alla parte guelfa, condanna i condottieri ghibellini, come per esempio Federico II

o Guido da Montefeltro. Da qui in poi invece, inizia la rivalutazione degli svevi,

Manfredi infatti per lui è salvo (Canto III).

- mentre nell’inferno, negli ultimi canti, nessuno vuole che si sappia la sua identità,

nel purgatorio ciò è invece molto importante, in quanto attraverso le preghiere dei

cari, il tempo in cui dovranno stare qui, sarà diminuito.

Alla base del purgatorio c’è l’anti-purgatorio, il luogo di attesa, popolato da chi si è

pentito solo in punto di morte. In cima alla montagna c’è il paradiso terrestre,

l’eden. Tutto ciò è un’invenzione di Dante, quasi nulla di questa concezione era

presenta prima della Commedia, e il concetto di purgatorio infatti, era recentemente

stato approvato teologicamente nel concilio di Lione del 1274, anche se

precedentemente esistevano delle credenze popolari a riguardo.

Sul piano poetico quindi, la disposizione delle anime nel purgatorio e la forma dello

stesso, è stata inventata da lui. Il fattore del tempo è importante ovunque nel

purgatorio, ma in maniera pericolare nell’anti-purgatorio in quanto queste anime,

devono recuperare il tempo che in vita avevano sprecato pentendosi solo all’ultimo

momento.

CANTO III

Saltiamo la prima parte fino al verso 7.

• v.22-45 il discorso di Virgilio inizia in tono didattico e poi parla di argomenti

molto personali; non dimentichiamo che Virgilio finché si trovava nell’inferno, si

poneva a confronto con persone con cui condivideva la sorte, lui infatti è nel

limbo (IV canto dell’inferno), nel purgatorio, per la prima volta invece, entra in

contatto con anime destinate alla salvezza al contrario suo. Dante sfrutta

questa situazione per ottenere risultati poetici elevati (canto XXI, XXII del

purgatorio). Virgilio è il più saggio degli uomini, ecco perché Dante lo sceglie,

eppur è rimasto escluso dalla salvezza ultraterrena, ha solo intuito che il

cristianesimo stava per arrivare (bucolica), ma essendo morto prima dell’arrivo

di Cristo, non ha potuto credere in lui, e per questo è stato posto all’inferno. In

questo discorso quindi, inizia a parlare del proprio corpo, che è sepolto sulla

terra, e presenta la teoria del corpo aereo: non è chiaro in cosa consista, è uno

dei misteri della fede, anche Dante lo dice. Anche se a volte questi corpo sono

più trasparenti altre volte sono più corposi, ci si chiede come sia possibile che

questi corpi siano aerei ma possano subire le pene corporee tipiche

dell’inferno.

• v.52 dubbio di Virgilio dato dal fatto che lui non è mai stato nel purgatorio, e

quindi, essendo anch’esso nuovo del posto, deve chiedere indicazioni. Dante

come sempre, attraverso la sua gentilezza, non gli fa pesare questo fatto.

• v.79 similitudine fra uomo e pecorelle che si seguono l’un l’altra: come loro

escono dal recinto a gruppetti e le altre stanno impaurite guardando verso terra

e imitando le altre, senza sapere perché, così si comportano le anime dolci,

mansuete: onorevole: chi mantiene la dignità.

• v.97: Dante non è un semplice turista, si muove con lo scopo preciso di

assecondare la volontà di Dio.

• v.107. L’anima, mantenendo l’atteggiamento tipico di chi è abituato a farsi

obbedire e ad essere riconosciuto,chiese a Dante se lo avesse conosciuto in

vita, e alla risposta negativa di Dante, si presentò: era Manfredi, re di Sicilia,

che morì quando Dante aveva solo un anno. L’anima presentava due ferite,

dette dei coraggiosi, perché si trovavano nella parte anteriore del corpo, e

quindi inflitte combattendo e non scappando; una si trovava in faccia, sul

sopracciglio, ed era visibile a differenza dell’altra, che invece si trovava sul

petto. Manfredi era il figlio illegittimo di Federico II imperatore, figlio di madre

nobile ma comunque illegittimo, non aveva diritto alla corona, in quanto questa

spettava al figlio legittimo Corrado IV. Corrado però non seppe ben gestire la

corona che, solo dopo quattro anni, passò dopo la sua morte a Manfredi. Nella

commedia Manfredi non dice di essere il figlio di Federico II perchè riteneva

fosse inopportuno, in quanto lui si trova nel purgatorio, mentre Federico si

trovava tra gli eretici, nell’inferno, e quindi non era tengo di essere neanche

nominato. Per presentarsi dunque, Manfredi disse di essere il nipote di

Costanza imperatrice. Il precedessore di Federico II, nonché suo padre, Enrico

VI, si era spostato con Costanza d’Altavilla, erede del regno normanno di

Sicilia che salì al potere per l’assenza di eredi maschi. Sposandosi con Enrico

VI e gli porta in dote la Sicilia, cioè tutta l’Italia meridionale, che comprendeva il

regno delle due Sicilie (la Campania, la Puglia e la Sicilia). Il papato quindi era

stretto in una morsa con nemici sia a nord che a sud. Costanza fu collocata da

Dante nel III canto del paradiso. Manfredi morì nel 1266 nella battaglia di

Benevento, sconfitto da Carlo d’Angiò che venne chiamato da Clemente IV.

Insieme alla morte di Manfredi, anche gli Svevi vennero sconfitti, e

conseguentemente, la parte ghibellina decadde in maniera irreversibile; il sud

d’Italia quindi, divenne dominio degli Angioini. La figlia di Manfredi, che si

chiamava anche lei Costanza, aveva sposato Pietro III re di Aragona e gli

aveva trasmesso i diritti sul sud Italia, quindi nel 1282 (rivolta dei vespri

siciliani), la Sicilia si ribellò gli Angioini, si distaccò dal regno di Napoli e nel

1302 (pace di Caltabellotta) si distaccò diventando aragonese. Quando

Manfredi nella commedia, chiama la figlia “genitrice”, è perchè vuole

sottolineare che era stata madre di due re. Manfredi, rivolgendosi a Dante, dice

di dire alla figlia che lui è destinato alla salvezza (infatti si trova nel purgatorio),

perchè Manfredi era morto scomunicato in quanto nemico della chiesa

(governava la Sicilia contro la volontà del papa) e tutti quindi pensavano che si

trovasse all’inferno; il fatto che invece si trovasse nel purgatorio, era una

grossa sorpresa. Il purgatorio rappresenta un punto di svolta, in quanto

nell’inferno Dante è fedele alla parte guelfa, condanna i condottieri ghibellini,

come per esempio Federico II o Guido da Montefeltro. Da qui in poi invece,

inizia la rivalutazione degli svevi, Manfredi infatti per lui è salvo, anche se

comunque dice che i suoi peccati furono terribili e che si è salvato solo perché

si pentì all’ultimo. Successivamente passa quindi a raccontare la modalità della

sua morte, parlando del fatto che in un primo momento fu seppellito di corsa

sotto un mucchio di pietre, poi il vescovo Bartolomeo Pignatelli le ha fatte

disseppellire e le ha buttate via, non per fare in modo che il corpo dello

scomunicato non si trovasse in terra consacrata, in quanto questa sarebbe

comunque soltanto la terra dei cimiteri, ma per buttarlo fuori dal regno,

sottolineando che Manfredi, neanche in vita, aveva diritto di salire al potere, e

da morto non aveva diritto di stare nella terra del regno. La scomunica però

vale solo sulla terra, non nell’aldilà, e quindi anche loro possono sperare di

essere salvati, ma chi muore scomunicato, anche che si pente alla fine, deve

rimanere al di fuori del purgatorio vero e proprio per trenta volta il tempo che è

stato scomunicato in vita, a meno che questa condanna non venga abbreviata

per l’azione delle preghiere. Questo è il punto con cui Manfredi conclude il

discorso, il tono si è placato rispetto all’inizio e prega dicendo a Dante di

provare a comunicare con sua figlia affinché possa pregare per me per

alleviare questo tempo. Con la nuova dottrina (concilio di Lione) e con la

nascita di preghiera e indulgenze per i morti, (comunione dei Santi), il fatto che

i vivi possano fare qualcosa per aiutare i morti, aiuta la chiesa ad affermare la

propria giurisdizione sui morti oltre che sui vivi. Nacquero quindi sotto la forma

di opere di indulgenza, anche delle offerte, che aiutavano economicamente la

chiesa.

CANTI VI

Questi due canti sono contigui, ci troviamo ancora nell’anti-purgatorio. La prima

parte si salta perché si collega alla fine del canto V.

• v.25 dubbio alimentato dal VI libro dell’Eneide in cui Virgilio sembra che neghi

espressamente che il cielo si possa piegare con le preghiere (Enea aveva

incontrato Palinuro che è morto da poco, come anima che prega di poter essere

sepolto così da cessare la sua situazione intermedia e di poter salire al cielo, la

risposta della sibilla era stata categorica, ossia di smettere di cercare di piegare il

cielo con le preghiere poiché il cielo non si piega). Dante quindi chiede a Virgilio

se le anime che si trovano nel purgatorio stiano sperando inutilmente di poter,

attraverso le preghiere, diminuire la propria pena, oppure se Dante non abbia

ben inteso quello che voleva dire Virgilio. Virgilio rispose quindi che Dante aveva

ben capito, ossia, nell’eneide è inutile che le anime preghino cercando di piegare

la volontà divina, perchè si confrontano con dei falsi e bugiardi, ossia pagani,

mentre per le anime del purgatorio la speranza è fondata, perchè la volontà

divina si piega per il fatto che un vivo, per amore, preghi al posto del morto, e

quindi faccia ciò che l’anima avrebbe dovuto fare in vita; la cosa essenziale è che

si devono compiere degli atti di riparazione, un peccato richiede infatti una

compensazione, non importa che venga effettuata dal peccatore o da qualcun

altro, basta che avvenga. Queste parole ovviamente sono del Virgilio

cristianizzato, in realtà quello vero, con il VI libro, intendeva proprio dire che era

inutile pregare per cercare di cambiare la volontà divina, ma a Dante non

interessa il Virgilio storico ma quello cristianizzato.

• v.49 appena sente nominare Beatrice vuole correre e sbrigarsi

• v.58 anima che sta da sola, non si scompone dalla sua posizione autoritaria, li

osserva senza perdere la dignità e non li incoraggia ad avvicinarsi, ma li lascia

camminare e li osserva come un leone accucciato che mostra indifferenza.

Virgilio gli chiede informazioni per proseguire il camino, ma lui non gli risponde,

perchè prima vuole sapere con chi sta parlando. Virgilio allora, forse citando una

frase del suo epitaffio (la frase è Mantua me genuit), inizia a parlare dicendo

Mantua, perchè di fatti è mantovano, ma non riesce a finire la frase perchè

l’anima lo interrompe dicendo di essere Sordello, anche lui mantovano. Sordello

non vuole sapere nient’altro, gli basta capire che sta parlando con un suo

conterraneo che lo abbraccia senza neanche sapere chi fosse.

Da qui nasce la seconda metà del canto, una delle più grandi pagine dantesche in

cui è presente un’invettiva ispirata per contrasto dal fatto che due anime che non si

conoscono ma che sanno che hanno vissuto nella stessa città, anche se

dovrebbero essere distaccate dalla realtà terrena, visto che sono decedute, si

abbracciano e si commuovono.

- Sordello da Goito, poeta mantovano del 200, quindi di qualche decennio prima di

Dante, scriveva in lingua provenzale, che si usava molto anche in Italia, però

solo come lingua letteraria, poetica. Quindi ciò che lo lega a Virgilio non è solo il

fatto di essere conterranei, ma anche il mestiere di poeta. Sordello è un

personaggio che resta un mistero perché non si capisce, nel canto VI, cosa ci

stai a fare qui, ma si inizia a comprendere qualcosa solo nel canto successivo.

Sul piano della distribuzione delle pene non è chiaro il perchè si trovi nell’anti-

purgatorio, mentre si capisce sul piano narrativo, infatti Sordello era un poeta

politico, non scriveva infatti solo d’amore ma anche di politica e nel VII canto

troveremo dei principi che Dante ha pensato bene di far introdurre direttamente

da Sordello, perchè in una sua poesia, “compianto per la morte”, (guarda

moodle), Sordello parla della morte di sir Blacatz.

In sintesi Dante sceglie questo personaggio per introdurre il canto successivo dove

incontrerà dei Nobili europei che si sono salvati. Usa questi nobili, non tanto per

parlare di loro ma per criticare i loro successori (come nel 19° canto dell’Inferno in

cui Dante usa Niccolò III per criticare Bonifacio e Clemente o come nel 20° canto

del purgatorio che vedremo in seguito).

- Testo su Moodle: Compianto per SIr Blacatz. Testo molto noto in Italia e che

conosceva anche Dante. Qui Sordello, compiangendo la morte di questo signore

feudale, invita i sovrani d’Europa a cibarsi del suo cuore per essere degni di lui

poiché sono tutti vigliacchi e indegni della loro carica. A partire dalla seconda fino

alla penultima strofa ci sono quattro versi dedicati a ogni personaggio:

l’Imperatore dei Sacro Romano Impero, il Re di Francia, il Re di Inghilterra, il Re

di Castiglia, il Re di Aragona, il Re di Navarra, il Conte di Tolosa e il Conte di

Provenza. Sordello procede per via gerarchica partendo dall’Imperatore per

arrivare ai conti. Questa situazione gerarchica Dante la riproduce uguale nel

settimo canto.

La seconda parte del sesto canto è una parentesi nel senso che si arresta

l’incontro, il dialogo con Sordello per far si che Dante prenda la parola: qui dante

comincia un’invettiva molto dettagliata divisa in cinque parti ognuna con obbiettivi

diversi:

- Prima parte: Si parte dall’Italia, l’obbiettivo generale, un’Italia non più padrona di

se stessa come un tempo, ma alla mercé di chiunque la voglia a causa

dell’Imperatore di Roma che così non si può chiamare perché in realtà a Roma

non è mai andato abbandonando appunto il suo regno. Dante definisce l’Impero

vacante perché dopo la morte di Federico II nel 1250 il regno cade in un caos

fino all’arrivo di Rodolfo I D’Asburgo, il primo che rifiuta di essere incoronato dal

Papa. I successori fecero lo stesso e Dante sostiene che per questo motivo non

sono degni di essere chiamati tali. Andando avanti in questa prima parte, Dante

nomina Giustiano che incontrerà nel 6° canto del paradiso: si tratta

dell’imperatore bizantino che la storiografia ricorda come quello che diede ordine

al diritto romano. L’Italia viene paragonata da Dante a un cavallo indomabile.

- Seconda parte: Dante va contro gli uomini di chiesa. Ci posso essere frasi del

Nuovo Testamento a cui Dante fa riferimento come per esempio “Date a Cesare

quel che è di Cesare” per dire “Date a Dio quel che è di Dio”. Secondo l’autore,

già nel Nuovo Testamento si parlava della divisione dei poteri e per lui la chiesa

aveva usurpato il potere civile e quindi quello dell’Imperatore. Gli uomini di

chiesa non possono governare l’Italia, al massimo la possono guidare al “passo”,

metafora equina che ritorna ancora una volta.

- Terza parte: contro l’Imperatore che Dante chiama per nome, ovvero Alberto I

D’Asburgo primo figlio di Rodolfo che governava nel 1300. Dante a questo

imperatore lancia una maledizione, anche perché sapeva come sarebbero

andate le cose, ovvero che sarebbe stato assassinato nel 1308 da un parente

per motivi familiari e che il figlio (l’erede) sarebbe morto un anno prima, nel 1307.

La maledizione cade sulla sua stirpe non solo su di lui. Quando dante fa

riferimento al suo successore, parla di Enrico VII di Lussemburgo che avvisa

dicendo che quello che è successo ad Alberto potrebbe succedere anche a lui.

Enrico è l’unico di cui Dante parla sempre bene, ma qui è un momento in cui

ancora non era al potere. Dante elenca le conseguenze della noncuranza per

l’Italia da parte di Alberto:

• La prima è la divisione in parti. I Montecchi erano la famiglia di Verona di parte

ghibellina, mentre i Cappelletti erano la famiglia di Cremona di parte guelfa.

Monaldi e Filippeschi allo stesso modo erano le famiglie guelfa e ghibellina della

città di Orvieto.

• La seconda è la difficoltà con cui i Nobili del Contado gestiscono le zone. Ad

esempio di questo Dante prende il caso degli Aldobrandeschi, i conti di

Santafiora che in quel periodo si erano trovati in difficoltà riguardo all’espansione

del comune di Siena. Uno degli Aldobrandeschi lo introduce nell’undicesimo

canto del purgatorio.

• La terza è la città di Roma ormai abbandonata dal suo imperatore

• La quarta è la speranza di pietà per il popolo italiano.

• Quarta parte: è un rimprovero a Dio stesso.

• Quinta parte: Dante si scaglia contro Firenze. Nel purgatorio non è più

ossessionato dall’idea di rientrare a Firenze come lo era nell’Inferno, ma ricorda

bene tutto quello che si tratta di questa città capendo che, oltre alla parte

politica, c’è altro. Firenze era ricca ma socialmente debole. Con questa parte si

conclude il canto sesto.

CANTO VII

Il settimo canto prosegue dal punto in cui si era interrotto, come se Dante avesse

finito di sfogarsi, e quindi riprende l’incontro fra Sordello e Virgilio. Sordello come

Stazio nel 21° canto accolgono Virgilio con umiltà sentendosi piccoli rispetto a lui.

Dal punto di vista teologico questo non ha senso perché loro sono destinati alla

salvezza mentre lui no, ma per Dante conta la psicologia delle anime che li per li

non si rendono conto della situazione. Ottaviano fece disseppellire le ossa di

Virgilio per portarle a Napoli. I discorsi di Virgilio nel purgatorio sono sottolineati da

una nota dolente dovuta al fatto che ha a che fare con anime che, a differenza sua

si possono salvare e sottolinea in continuazione di non avere colpe. Nel purgatorio

ci si può muovere soltanto alla luce del giorno perché è questa che guida alla cima

del monte. Ai nobili europei è stato riservato il ruolo meraviglioso che Dante

descrive a un certo punto nel canto: scelta data sia per la loro carica ma anche

come rimprovero perché, anche che hanno sempre vissuto in posti belli come

quello, avrebbero potuto fare di meglio. Loro, come Sordello, non è chiaro del

perché sono lì ma si può supporre che, essendo troppo impegnati nei loro affari,

hanno tardato a pentirsi. Questi due canti sono uniti, non solo dallo stesso

personaggio di Sordello ma anche dalla presenza dei due primi imperatori degli

Asburgo, quelli che Dante ha avuto modo di conoscere o comunque di vedere. Ad

entrambi da la stessa colpa, ovvero quella di non aver curato le ferite dell’Italia

quando dovevano. Dante fa di nuovo cenno all’Imperatore Enrico VII, creando però

un problema cronologico: Enrico muore nel 1313 e dal canto sembra che Dante

scriva dopo questo evento. Questo fatto non torna perché il canto dovrebbe essere

stato scritto prima della morte di Enrico quindi i casi sono due: o Dante è

intervenuto in seguito su questo canto aggiungendo questo cenno velato al

fallimento di Enrico VII oppure parla dell’Enrico che ancora non è sceso in Italia che

ormai è persa a priori (la più probabile). Dante inserisce gli otto personaggi della

valletta, di cui i primi sei sono presentati a coppie. Le prime tre sono coppie formate

a ragion veduta:

- Prima Coppia: Rodolfo e Ottocaro II di Boemia durante la vita erano stati rivali

nel 1273 alle elezioni e il secondo, dopo aver perso, dichiarò guerra e perse nel

1278. Nell’antipurgatorio questi due personaggi sono uno accanto all’altro e ciò

ha senso in un’ottica di riconciliazione ultraterrena, presente solo qui e nel

paradiso. Un'altra differenza con l’inferno è che, se li ogni anima era sola, nel

purgatorio e nel paradiso le anime non sono mai sole.

- Seconda coppia: non viene nominata come la prima ma si tratta di Filippo III Re

di Francia e il Re Enrico I di Navarra. Il primo intervenne nella guerra del Vespro,

quella che oppose gli Angioini agli Aragonesi tra il 1282 e il 1302, tentando di

invadere la Spagna ma fallì. I due sono consuoceri in buoni rapporti ma padre e

suocero del successore Filippo IV il Bello di cui Dante parla malissimo (presente

anche nel 19° dell’inferno e nel 20° e 32° del purgatorio).

- Terza coppia: anche in questo caso si tratta di ex rivali ovvero Pietro III

D’Aragona e Carlo I D’Angiò. Vengono nominate anche le due mogli di Carlo I,

ovvero Beatrice e Margherita.

Gli ultimi due personaggi non vengono presentati in coppia e sono: Arrigo III di

Inghilterra, re dalla vita semplice e padre di Edoardo I detto il Grande, e Guglielmo

Marchese di Monferrato, tenuto prigionieri ad Alessandria e il figlio per vendicarsi

fece scoppiare una guerra.

CANTO XIV

Rispetto ai canti precedenti qui troviamo una visuale più ridotta, infatti si si parla

solamente della Toscana all’inizio del canto, e della Romagna nella seconda parte.

Ovviamente Dante non parlerà sempre dell’impero o del papato, come farà nel XVI

canto, ma qui mostra, parlando di questi luoghi, il proprio superamento della visuale

municipale fiorentina, e mostra la propria competenza nel territorio romagnolo.

• v.79 Dante fa conoscere i nomi dei due personaggi che sono descritti

precedentemente, ma non ci importa sapere chi sono nel particolare, basta

sapere che il primo, Guido del Duca, era un ghibellino di Forlì, l’altro, Rinieri da

Calboli, era un guelfo di Ravenna. Non erano contemporanei, ma Dante li pone

vicini per dare un’idea di totalità politica. Non si conosce il motivo preciso per il

quale si trovino tra gli invidiosi, ma le opzioni sono due: o Dante ha raccolto voci

popolari a proposito dell’invidia dei due, oppure ha forzato la situazione per

poterli inserire proprio qui.

• v.22 Dante non si presenta con il suo nome, ma dice soltanto che viene

dall’Arno; non nomina nemmeno il nome del fiume, ma fa capire di cosa stia

parlando attraverso una perifrasi; proprio per questo le anime si chiederanno il

motivo per il quale Dante non abbia nominato il fiume, come se questo fosse una

cosa così terribile da non poter essere nemmeno nominata.

• v.31 perifrasi che indicano la sorgente dell’Arno. Riprendendo delle constatazioni

di Virgilio, Dante scrive che prima la Sicilia era attaccata, poi si è staccata

formando l’isola. I monti Pelora sono i monti siciliani. Dalla sorgente alla foce,

lungo il percorso, tutti gli uomini che popolano la Valdarno, non conoscono la

virtù, o perché il luogo è stato maledetto per qualche motivo sovrumano, per la

sorte, oppure per la cattiva abitudine e comportamento degli stessi. Guido non

da una soluzione ma un’alternativa che darà inizio al 16 canto.

• v.43 le quattro terzine successive spiegano ciò: inizialmente siamo nel casentino,

l’Arno dapprima indirizza il suo piccolo corso tra porci più degni di ghiande che

di altro cibo dedicato agli uomini, (forse fa un riferimento al castello di Porciano,

che Dante stesso aveva frequentato quando si trovava in contatto con la famiglia

che ci abitava, ossia un ramo della famiglia dei Guidi da Romena). La visuale,

sempre seguendo il corso dell’Arno cambia e ci troviamo ad Arezzo, in realtà

l’Arno non bagna Arezzo, ma per parlarne male, Dante lo cita comunque dicendo

che l’Arno sembra dirigersi verso Arezzo, ma poi fa una curva di 180 gradi, per

non andarci. Ad Arezzo ci sono dei cagnolini ringhiosi più di quanto permetta il

loro stato, che, come dice il detto, abbaiano ma non mordono (allusioni alle

passate ambizioni di predominio della città di Arezzo, che vennero stroncate

nella battaglia di Campaldino; Arezzo infatti vene sconfitta dai fiorentini, e da quel

momento le loro ambizioni erano state ridimensionate). La descrizione procede

quindi verso il basso verso il mare, e quanto più il corso del fiume si ingrossa,

tanto più trova i lupi al posto dei cani; il lupo, come sappiamo, è simbolo

dell’avarizia, e qui rappresentano i fiorentini, che sono avari e invidiosi.

Successivamente la critica passa ai Pisani che vengono raffigurati come volpi,

tradizionalmente simbolo dell’astuzia, e infatti sono condannati come tali

Questo è il panorama scoraggiante che si trova, seguendo lo scorrere dell’Arno, tra

i popoli da cui Dante stesso si allontana.

• v.54 fino a questo punto si è trattato di una semplice descrizione, da qui mi poi

invece ci sarà una profezia post factum, attraverso tre terzine violente come

l’argomento di cui parla. [Guarda l’avvenimento sul file PDF degli avvenimenti

storici].Dante racconta di come nel 1303 il nipote di Rinieri(parla guido e si

riferisce al vicino, Rinieri appunto) che si chiamava Fulcieri da Calboli diventa

,

cacciatore di lupi, i fiorentini appunto, infatti compì cose orrende nei confronti dei

bianchi fuoriusciti, e li impaurì tutti, li vendeva come bestie da macello. Con

“antica belva” Dante si riferiva o ai lupi che il cacciatore uccide e vende la loro

carne vecchia, oppure potrebbe intendere Fulcieri stesso, che li uccide come un

predatore carnivoro esperto, ecco perché antico; delle due, la possibilità più

logica è la prima. Fulcieri, comportandosi nei confronti dei fiorentini in maniera

così aspra, oltre ad ucciderne molti, disonora se stesso, perché, essendo un

podestà, il suo comportamento non è accettabile. La carica di podestà era a

tempo, a lui venne riconfermata una seconda volta, poi però, come dice Dante,

tornò a Forlì insanguinato dalla foresta (la foresta sarebbe il luogo in cui ha

ucciso i fiorentini) e lasciò la foresta in tali condizioni che questa non migliorerà

neanche nel corso di mille anni. Rinieri si sente dispiaciuto di quello che appunto

farà suo nipote che, con i suoi atti,disonorerà se stesso e la casata tutta.

• v.87 si rivolge agli uomini chiedendogli il motivo per il quale desiderano qualcosa

che non possa essere condivisa, ossia qualcosa il cui possesso esclude la

condivisione con l’altro, come ad esempio i beni terreni che possono essere di

una sola persona. E’ sottinteso quindi, il consiglio di desiderare cose che

possano essere condivise. La parola passa poi a Rinieri che introduce la

seconda parte del canto, in cui si parlerà della Romagna. Ai tempi di Rinieri la

famiglia Calboli, era onorata, adesso no a causa degli eredi. Ciò non riguarda

solo la sua famiglia, ma molte famiglie romagnole. Dice infatti che la Romagna,

tra i suoi quattro confini della Romagna ( il po, il monte Appennino, il mare

adriatico e il fiume Reno) è piena di velenosi sterpi, ossia di cattivi eredi. Segue

poi un elenco di famiglie e casate romagnole che saltiamo perchè non importanti

singolarmente, che portano Dante, attraverso le parole di Rinieri, al ripianto di

un’epoca passata, idilliaca, però vaga, in quanto Dante non pone termini

cronologici precisi, ma rimpiange il passato in quanto passato. Visto che gli eredi

sono tutti incapaci, Dante “invidia” le casate che si son estinte, così non hanno

dovuto subire il declino che sicuramente avrebbero causato i loro eredi. Questa

panoramica completa quella del XXVII canto dell’inferno, in cui venivano descritti

dei comuni che si trasformavano in signorie, sempre romagnole.

• v.109: ha ispirato l’inizio dell’orlando furioso, che è una delle maggiori

espressioni di questo mondo signorile.

• v.118 faranno bene i pagani ad estinguersi prima che arrivi il loro demonio

• v.124 conclude bruscamente dicendo “vattene via che adesso mi viene da

piangere più che di parlare”.

Nelle cornici le pene sono accompagnate da azioni rieducative, mostrando esempi

del peccato punito e della virtù opposta; gli esempi qui, nella cornice degli invidiosi,

sono voci che percorrono velocemente l’aria; un esempio è “mi ucciderà chiunque

mi troverà”, la frase che pronuncia Caino, l’invidioso per eccellenza, dopo aver

ucciso suo fratello Abele.

• v.139 esempio mitologico sempre di invidia.

CANTO XVI

Questo canto è dedicato agli iracondi, la cui punizione temporanea è quella di

essere immersi in una fitta oscurità che non permette di vedere nulla. Il

contrappasso è chiaro: chi in vita è è stato accecato dall’ira, adesso si vede

sottratta la vista. In questo canto il personaggio che si trova e che incontra Dante,

non compare in realtà, si sente soltanto la sua voce, è Marco Lombardo, di cui non

si vede la faccia. Marco è un personaggio che non conta nulla, di cui si sa poco,

non ci importa infatti la vita, ma i discorsi che Dante gli fa pronunciare. Proprio per

accentuare maggiormente l’importanza di questi discorsi, Dante ha dato la minima

importanza all’aspetto fisico mostrando soltanto la voce. Alla fine del XV canto si

erano trovati nell’oscurità che qui viene descritta usando termini di paragoni noti,

come notte senza stelle, ottenebrata dalle nuvole, tipica dell’inferno. Questo fumo

non era solo spesso, ma anche irritante per la vista, così fastidioso che l’occhio non

riusciva stare aperto, quindi Virgilio da il braccio a Dante per fargli strada.

• v.16 le anime nel purgatorio generalmente pregano, e qui in particolare pregano

l’agnello di dio “Agnus dei”, per ottenere la pace. Dante sente le loro voci ma non

vede nessuno. Questa non è proprio una punizione, ma contrappasso, erano

stati cattivi con gli altri in vita, e adesso sono tutti in pace e pregano tutti insieme.

Dante gli chiede se sono spiriti perché potrebbe essere angeli, e Virgilio dice si, si

stanno purificando dall’ira.

• v.24 allora interviene un’anima, una voce senza aspetto, che ha sentito parlare

Dante e gli chiede chi sia, visto che fende il fumo e parla come se dividesse il

tempo attraverso calendari, come se fosse vivo; Virgilio gli chiede poi indicazioni

per proseguire il cammino.

• v.46 qui abbiamo un personaggio storico che, come il Guido di prima, non ha

nulla di importante, dietro la sua figura c’è solo un tradizione novellistica, era

stato un personaggio letterario, ma non ci interessa. Uomo di corte esperto del

mondo, sdegnoso e spocchioso.

• v.52 terzina oscura nei dettagli, che tralasciamo: prima aveva un dubbio legato

alla frase detta da Guido del Duca, che non faceva capire da dove venisse il

male del mondo, adesso anche lui dice che tutto sta decadendo e il suo dubbio si

raddoppia. Questo è un dubbio eterno, ossia da dove derivi il male, e perché.

“Prego che mi indichi la causa così capisco quale sia, così da poterla dire agli

altri”. Alcuni pensano che sia per motivi sovrannaturali, quindi nel cielo, e altri

invece ne pongono la causa e provenienza qua giù nella terra.

La commedia è composta da 100 canti, 34 dell’inferno,33 del purgatorio,e 33 del

paradiso; sommando i 34 dell’infero ai primi 16 del purgatorio, ossia questo canto,

abbiamo il numero 50, siamo quindi arrivati a metà strada, e proprio in questo

punto cruciale Dante pone il discorso di Marco:

• v.64. All’inizio l’anima non risponde, poi sospira e comincia: “il mondo è cieco e

di certo tu sei un uomo cieco come gli altri, altri non mi porresti queste

domande”. La prima parte del discorso è basata sul confutare l’opinione

sbagliata: “voi siete portati a ricondurre ogni caos su al cielo, come se tutto

fosse determinato dal cielo, ma se così fosse gli uomini non avrebbero la

libertà di scegliere, il libero arbitrio, perché ogni loro comportamento sarebbe

determinato dal cielo e quindi non sarebbe giusto ricevere la beatitudine per

essersi comportati bene oppure ricevere la punizione per essersi comportati

male.” Questo è un ragionamento per assurdo, ossia da certe premesse si

arriva a una cosa sbagliata, la conseguenza infatti di tutto è che dio sarebbe

ingiusto, e ciò non è concepibile. “Dio comunque interviene a modo suo,

incoraggiando i vostri movimenti, ma è della ragione personale il compito di

distinguere il bene dal male. Ammesso che il cielo abbia questi influssi, la

nostra libertà di scelta gli si può opporre, ed inizialmente si possono affrontare

delle difficoltà, poi però la nostra libertà e coscienza, se ben nutrita, avrà la

meglio. Voi non siete sottoposti al cielo, ma a Dio, siete liberi ma comunque gli

sottostate, Dio ha creato la vostra anima che non è in cura al cielo ma a lui; se

però il mondo disvia, è colpa vostra, degli uomini.”

• v.85 digressione sulla nascita dell’anima. Il soggetto vero della frase si trova al

v88: “ L’anima ancora semplice, appena nata, (usa una teoria della dottrina

ortodossa secondo la quale le anime vengono formate una ad una, mentre altri

pensavano che queste fossero nate tutte insieme e che si distribuissero

successivamente nelle varie personalità) esce dalla mano di Dio che la osserva e

la ama ancora prima che questa esista, come fosse una bambina che piange e

ride senza saperne il motivo, perchè ancora non conosce il mondo. Inizialmente

l’anima desidera il bene ed è attratta dai piccoli piaceri, quelli della fanciullezza

ad esempio, quindi crede che questi rappresentano il maggior piacere possibile,

e continuerebbe ad essere così innocente e ingenua, se non fosse regolata,

frenata, come il freno del cavallo.”

• v.94 così dal metafisico il discorso diventa politico. “Fu necessario indirizzare le

anime, attraverso delle leggi, però serviva qualcuno che le facesse rispettare, un

re che era in grado di vedere, almeno da lontano, la città eterna, la città di Dio.”

Le leggi comunque erano presenti, in quanto erano state lasciate da Giustiniano,

ma non c’era nessuno in grado di farle rispettare, in quanto dal 1250, ossia

l’anno della morte di Federico II, l’impero era vacante. “Il Papa, (allusione presa

dal vecchio testamento, circa le prescrizioni alimentari dell’ebraismo, secondo le

quali non si doveva mangiare la carne degli animali tranne quella degli animali

ruminanti ( rugumar)) e che avevano lo zoccolo diviso (l’unghie fesse)), è un

ruminate, ma non ha lo zoccolo dipartito, ossia può fare alcune cose ma non può

fare tutto, infatti non deve usurpare il potere degli altri, perché non sarebbe in

grado di gestirlo. Il cattivo esempio, per gli uomini, viene dall’alto, il papa infatti

pensa anche ai beni terreni e quindi gli uomini si sentono autorizzati a seguire i

loro istinti animaleschi.” A conclusione della parte politica “adesso potete notare

che il cattivo comportamento di chi vi conduce è la causa del decadimento,e

quindi la colpa è del papa, non degli uomini.”

• v.106 parte ideologica: “Roma, che ha organizzato il mondo per secoli, attraverso

l’impero romano, ha avuto due sedi che mostravano le strade del mondo e di dio,

la sede del papato e sede della chiesa, (immagine dei due soli che non era

presente nell’inferno). Dante invece scrive che il papa ha usurpato la sovranità

imperiale, ha usurpato l’altro sole, e l’autorità civile si è unito al bastone papale; i

due poteri, così uniti malamente, messi insieme innaturalmente, possono

camminare male insieme, perché così congiunti non c’è il controllo reciproco.

Queste sono verità ideologiche che Dante esprime anche nel 3 libro della

monarchia in cui si pala dell’autorità imperiale e della necessità che questa

debba essere autonoma.

CANTO XX

Questo è il completamento del canto XIX dove Dante aveva incontrato il papa

Adriano V morto nel 1276, pochi mesi dopo la sua elezione. A completamento del

discorso politico, qui incontra Ugo Capeto, capostipite dei re di Francia. Qui si

trovano gli avari: Dante condanna l’avarizia sia del papato che dei re di Francia, a

quell’epoca braccio armato della Chiesa. Questa situazione si era già presentata

con Carlo d’Angiò nel 1266 e con Valois nel 1301. Se nel 16° canto si sottolineava

l’importanza della presenza di un imperatore, qui c’è il lato polemico. L’inizio di

questo canto riprende dopo che Adriano aveva congedato Dante, il quale però

voleva ancora continuare a parlare con lui. Anche qui la pena è per contrappasso:

gli avari sono stesi per terra, quasi appiccicati a terra, con mani e piedi legati per

significare in modo drastico il loro attaccamento ai beni terreni. Non possono

sollevare lo sguardo, guardano verso terra. Le anime erano talmente tante che

Dante e Virgilio erano costretti a passare della stradina stretta lungo la cornice.

Come avevamo già detto, il purgatorio, oltre a punire le anime le rieduca mettendo

a confronto pena e virtù o viceversa: in questo caso vengono elencati prima gli

esempi di sobrietà, generosità, il contrario dell’avarizia. Come gli altri canti il primo

esempio riguarda la Vergine Maria. Gli altri esempi non sono fondamentali, ad

esempio Fabrizio, il generale romano che rifiutò i doni degli ambasciatori e morì

povero. L’ultimo esempio è una leggenda cristiana da cui nasce quella di Babbo

Natale: il vescovo Niccolò da Bari donò una dote ad alcune ragazze di buona

famiglia ma povere che il padre voleva far prostituire. In questo canto Dante fa un

ritratto fortemente idealizzato di Ugo Capeto. Ci troviamo in un’epoca molto lontana

per Dante (quasi all’anno 1000) di cui non c’erano molte testimonianze e per

questo l’autore si rifà a leggende generate dalla parte ghibellina, e quindi tendenti a

sminuire la sua origine. Facendo l’elenco di nomi Dante fa una profezia post factum

riferendosi a una guerra condotta dai re di Francia, da Filippo IV il Bello (re dal

1285 al 1314), nei primi anni del ‘300 contro le Fiandre e quei nomi sono le quattro

città principali di quei tempi. Nel 1299 il conte di Fiandra era stato catturato con

l’inganno da Filippo IV e ucciso. Questo tradimento di Filippo sarà vendicato,

secondo Dante, nel 1302 con la battaglia di Curtrè nella quale a sorpresa la

cavalleria feudale francese fu sconfitta dai fiamminghi. Dante interpreta ciò come

se fosse una vendetta dal cielo. Quando parla dei francesi tende a introdurre anche

nella grammatica della commedia francesismi. I re di Francia erano ossessionati

dal potere e quello che potrebbe sembrare un’opera espansionistica, Dante lo vede

come eccesso di avidità. Quando parla della dote provenzale, Dante fa riferimento

al primo matrimonio di Carlo I d’Angiò con Beatrice di Provenza (6° del Paradiso)

da cui appunto ereditò la Provenza (parte bassa della Francia). Dalla Provenza

passò alle regioni inglesi dell’Atlantico. Nel 1266 Carlo sconfisse Manfredi ma qui

Dante non ne parla perché i titoli di Manfredi erano discutibili (figlio illegittimo).

Corradino è il figlio di Corrado IV che nel 1268 tentò di prendere il sud Italia, si

scontrò con Carlo che alla fine lo fece decapitare a Napoli per tradimento anche se

non era vero, era solo un modo per uccidere un erede. Dante dice anche che

uccisa San Tommaso d’Aquino ma anche questa è una delle dicerie. L’altro Carlo di

cui parla è Carlo di Valois chiamato dal papa per restituire Firenze ai Neri. Quando

elenca le profezie Dante tende a non fare nomi. L’altro a cui si riferisce è Carlo II

D’Angiò, figlio di Carlo I e fa riferimento alla guerra del Vespro dove venne preso

prigioniero e vendette la figlia per una grande dote. In seguito dante fa riferimento a

un avvenimento storico del 1303, ovvero l’oltraggio di Anagni. In questo periodo

c’era astio tra il papa e il re di Francia che solitamente non c’era. Bonifacio VIII

aveva cercato di sottrarsi alla tutela dell’Re e Filippo IV organizza una spedizione

punitiva mentre il papa tornava ad Anagni contro i Colonni (27° dell’Inferno). Dante

ha sempre criticato questo papa ma se prima lo faceva da un punto di vista di

persona, qui condanna e si schifa della carica che ha, vicario di Cristo. Nell’ultima

terzina dedicata a Filippo IV Dante si riferisce allo scioglimento dell’Ordine dei

Templari condotto da questo re con estrema spregiudicatezza. Con Tempio dante

allude al tempio di Gerusalemme e non alla Chiesa. I Templari erano un ordine

cavalleresco che prendeva il nome proprio da questo Tempio. In origine svolgevano

le loro spedizioni in terra Santa, nell’ambito delle Crociate durante le quali si erano

arricchiti molto (ecco il peccato dell’avarizia) e questo faceva gola a Filippo IV che

le fece sciogliere in modo illegale. Dopo aver risposto alle domande di Dante, i

versi finali introducono il canto successivo per poi concludersi con un’atmosfera

sospesa.

CANTO XXI

Si apre con la curiosità insoddisfatta di Dante con frasi prese dai Vangeli. Abbiamo

detto che nel Purgatorio Virgilio entra in contatto con anime destinate alla salvezza:

in questi ultimi due canti questo fatto viene sottolineato ancora di più in quanto

Virgilio avverte molto la sua esclusione dalla grazia. Quando il maestro parla di

“segni” intende le 7 P che il guardiano del Purgatorio ha inciso a Dante sulla fronte

corrispondenti ai sette peccati capitali. Mano a mano che si completano i cerchi

queste P vengono cancellate. Nel campo si ripresenta più di una volta l’immagine

della donna samaritana che ha sete, cose che troveremo anche più avanti. Il

personaggio è Stazio. Le anime del Purgatorio desiderano il peccato in modo da

potersi purificare. Stazio è rimasto nel purgatorio per 1200 anni, 500 solo nella

cornice degli avari. Si tratta di un poeta molto importante per il Virgilio personaggio.

Si presenta come poeta pagano e si converte grazie alle parole di Virgilio. Quando

risponde alla domanda del maestro, Stazio parte da lontano alludendo alla

distruzione di Gerusalemme da parte dell’Imperatore Tito che nella storiografia

cristiana viene vista come una vendetta divina per la condanna di Cristo da parte

del popolo ebraico. Tutto il canto in realtà è un’esaltazione della poesia, tre poeti

che si incontrano e parlano di poetica. Nel suo discorso Stazio fa anche un

excursus di opere, ovvero la Tebaide (sette re contro Tebe) e l’Achilleide (avventure

giovanili di Achille anteriori alla guerra di Troia). La prima è un’imitazione

dell’Eneide (12 canti di cui 6 di viaggio e 6 di guerra), mentre il secondo è un

poema un po' più libero rimasto però interrotto.

Stazio aveva molta ammirazione per Virgilio: sappiamo questo sia grazie alle

biografie da lui scritte e che Dante conosceva e grazie al finale della Tebaide dove il

poeta invita a conoscere l’Eneide ma tenendosi a debita distanza. Ogni anima del

purgatorio ha come solo desiderio quello di salire nel regno della beatitudine ma,

nella parte finale del discorso di Stazio, Dante non tiene conto di questo dettaglio

infatti il poeta, come altro desiderio, dice di aver voluto conoscere Virgilio (pochi

decenni li separano). Il canto si conclude con una scenetta quasi comica: Stazio

interpreta male lo scambio di sguardi tra Virgilio e Dante pensando che il secondo

lo deridesse. Dopo questa scena c’è un tentativo di abbraccio di Stazio verso

Virgilio che però è vano perché sono ombre. Se qui i fatti che racconta Dante sono

veritieri, nel canto seguente sono tutte idee di Dante.

Canto XXII

Non inizia in modo continuo con il canto precedente per non far calare troppo la

tensione. Subito compare l’angelo che cancella una delle 7P dalla fronte di Dante.

Oltre a cancellare le P, gli angeli pronunciano una beatitudine dal Vangelo di Matteo

ma qui Dante lo dice in maniera un po' criptica. Nell’originale vangelo si legge dei

beati che hanno “fame e sete di giustizia”, mentre qui hanno solo sete. Questo

perché Dante nella cornice successiva, quella dei golosi, riserva quel “hanno fame”.

Tutto questo sempre per contrappasso. Mano a mano che Dante va avanti per il

suo percorso si sente sempre più leggero. Il vero protagonista di questi canti è

Virgilio (massima ragione umana), questo perché sta finendo il suo percorso

insieme a Dante. Qui il maestro svolge la funzione che di solito ha Dante, ovvero

quella di fare domande, a Stazio in questo caso. Giovenale non viene nominato a

caso da Dante in questo canto: si tratta di un poeta satirico del primo secolo dopo

Cristo che Stazio nomina nella sua VII satira (che Dante conosce). Nella prima

domanda che Virgilio pone a Stazio, si stupisce del suo peccato di avarizia. Stazio

dice di essere completamente opposto agli avari, infatti nella cornice ci sono sia gli

avari che i prodighi, l’opposto, cosa che Dante aveva già fatto nell’inferno al settimo

canto (avari e prodighi). Questa prodigalità di Stazio però non emerge dalle fonti,

ma dalla settima satira di Giovenale. Qui racconta della situazione dei poeti

costretti a prostituirsi per sopravvivere e nomina Stazio dicendo che per

sopravvivere è costretto a scrivere per l’Imperatore (cosa che può giustificare la

presenza di Stazio fra i prodighi). Stazio deve tutto a Virgilio: l’ispirazione poetica

(canto precedente) e la guarigione dal suo peccato, la prodigalità.. Dante in questo

canto cita Virgilio con l’Eneide in modo particolare: cita il terzo libro dove si trova

l’episodio di Polidoro e Polinestore (13° Inferno), uno degli esempi di avarizia.

Polinestore aveva accolto Polidoro per poi ucciderlo e derubarlo. Dante cita

l’Eneide in modo però sbagliato. In questo contesto che dovrebbe ammonire la

prodigalità l’autore chiede il perché il giusto uso del denaro non guidi l’umanità, ma

Virgilio nel 3° dell’Eneide dice tutt’altro, ovviamente perché il contesto è diverso.

Questa cosa che Dante traduce, in Virgilio è “quid no cogis”, ovvero “che cosa NON

costringi a fare agli uomini”. Il termine “sacra” è visto da Dante in modo negativo

come per “sacrate ossa” nel canto precedente. Dante condanna l’avarizia e ha

modificato volutamente le parole di Virgilio esplicitando le possibilità del testo.

Dante fa un accenno alla pena degli avari e dei prodighi dell’inferno: nel settimo

canto dice che, nel momento del giudizio, i prodighi recupereranno il corpo ma con i

capelli tagliati perché in vita hanno dato via tutto. Nella seconda domanda Virgilio

chiede a Stazio come ha fatto a salvarsi. Clio era la musa della storia spesso

invocata da Stazio nel corso della Tebaide. Dante scrive che quando Stazio scrisse

la Tebaide era ancora pagano, quindi: se per salvarsi è necessaria la fede come ha

fatto a essere lì e quindi a salvarsi? È questo quello che si chiede Virgilio. Oltre che

i due punti precedenti, Stazio deve a Virgilio la salvezza, la conoscenza della fede.

Quando Dante cita la quarta bucolica di Virgilio interpreta correttamente. Come si

era già detto qui Virgilio parla di una vergine, la dea della giustizia, che però in quel

periodo venne interpretato in senso cristologico come la vergine Maria che partorì

un bambino. In questo canto Dante fa passare Stazio come cristiano ma di ciò non

ci sono documentazioni, è un’invenzione dell’autore per definire Stazio come il

lettore ideale della quarta bucolica. Per giustificare questa scelta di convertirsi al

cristianesimo da parte di Stazio, dice di lui che era un cristiano non aperto, non

esplicito, per paura delle persecuzioni. L’ultima parte della conversazione tra Stazio

e Virgilio è quella che ci interessa di meno perché, in sostanza, è un’appendice del

Limbo (4° Inferno, rassegna degli spiriti dei grandi personaggi che non avevano

conosciuto il cristianesimo ma che Dante ha voluto salvare in questo modo). La

parte finale del canto introduce la cornice successiva. Una cosa importante è che

viene introdotto l’albero dei golosi da cui essi ricevono la pena. È un abete

rovesciato che si trova, simile, anche nell’Eden.

Canto XXXII

Nel paradiso terrestre, Dante, Virgilio e Stazio che gli accompagna fino alla fine del

purgatorio per poi sparire, arrivano alla fine del 27° canto. L’Eden si trova alla fine

della montagna del purgatorio e, stando al racconto della Genesi, è il luogo dove

Dio avrebbe creato l’uomo. Era il luogo dove il genere umano avrebbe dovuto

abitare ma, in seguito al peccato originale, Adamo ed Eva furono mandati sulla

terra. Alla fine del 27° canto Virgilio pronuncia le sue ultime parole e nel 28° canto

avviene l’incontro con il personaggio più enigmatico della Commedia, Matelda, di

cui il nome viene pronunciato solo nel 33° canto. Questo personaggio svolge la

funzione di introdurre i nuovi arrivati nel paradiso (non è chiaro se sia il suo compito

abituale o se lo fa solo con l’arrivo di Dante nel suo percorso per la salvezza). Su

Matelda sono state fatte molte teorie ma tendenzialmente si tratta di un

personaggio allegorico, non è importante chi sia ma la sua funzione di guida. Oltre

ad accogliere i nuovi venuti, li assiste riguardo ai due fiumi dell’Eden: il Lete e

l’Eunoè. Il fatto che nel Paradiso ci siano questi due fiumi se ne parla nella Genesi.

Dante prescinde però dalla Genesi e colloca, con un gesto sincretico, in un luogo

cristiano, luogo della mitologia ebraica il primo fiume che in realtà era un fiume

della tradizione classica, pagana (i Greci pensavano che il fiume Lete fosse il fiume

dell’aldilà). Il Lete è il fiume dell’oblio, della dimenticanza, e immergersi nelle sue

acque porta a dimenticare i propri peccati. Le anime, alla fine del loro percorso, si

immergono prima nel Lete e poi nell’Eunoè. Questo secondo fiume è un’invenzione

di Dante. Il nome è un grecismo che significa “buonamente”, “buona memoria”,

ossia “memoria delle cose buone” e quindi il fiume svolge una funzione opposta a

quella del Lete, ovvero rinfrescare le cose buone che si sono fatte nella vita.

Questo è quello che spiega Matelda nel 28° e 29° canto. Nel 29° e 30° canto si

assiste a una processione sacra aperta da 7 candelabri che illuminano e che

rappresentano i 7 doni dello spirito santo. Questi sette candelabri sono seguiti da

un carro che rappresenta la chiesa trainato da un grifone, animale mitico con corpo

da leone e ali di aquila. Il grifone rappresenta Gesù Cristo nella sua doppia natura

(Dio e uomo secondo la cristologia ortodossa). Il carro è circondato da 7 donne (3

da una parte e 4 dall’altra) che rappresentano le sette virtù (3 virtù teologali, fede,

speranza e carità, virtù divine – 4 virtù cardinali, prudenza, giustizia, fortezza e

temperanza, virtù del mondo terreno). Il carro è seguito da una serie di personaggi,

ognuno dei quali rappresenta un libro della bibbia (anche se in realtà ci sono anche

personaggi collettivi), antico e nuovo testamento. La processione sfila per il 29°

canto, mentre nel 30° e 31° canto appare finalmente Beatrice. Contestualmente

scompare Virgilio senza pronunciare un addio, questo perché Dante non ha voluto

introdurre una scena quasi patetica di addio, ma anche dal punto di vista ideale è

giusto che scompaia con l’avvento di Beatrice. In questi canti c’è un lungo dialogo

tra Beatrice e Dante: lei rimprovera lui delle sue mancanze (non ci interessa perché

è dal punto di vista biografico, ci concentriamo su quello politico). Dante subisce un

vero e proprio processo alla fine del quale si pente e viene purificato. Alla fine del

31° canto Dante viene immerso nel Lete da Matelda e quando ne esce Beatrice

finalmente si toglie il velo facendo vedere il volto. Così comincia il 32° canto.

Beatrice muore nel 1290, quindi Dante la rivede dopo 10 anni (ovviamente quando

scrive ne sono passati molti di più). Dante fissa beatrice e nel suo guardare c’è

ancora qualcosa di terreno, l’amore per la Beatrice donna e per questo motivo

viene rimproverato. La processione che si era fermata per Dante, riprende il suo

percorso ma dalla parte opposta muovendosi come un serpente, mantenendosi

compatta. Davanti all’albero della conoscenza, Dante ripercorre la storia del genere

umano, dal primo peccato ai suoi anni, e questo accadrà per tutto il canto

evidenziando le cose che gli interessano, prima dal punto di vista religioso e poi

con riferimenti politici. Nel canto Dante fa riferimento alla lettera di San Paolo ai

romani dove nel capitolo 5 traccia un parallelo tra Adamo e Cristo, il primo uomo

della vecchia umanità condannata e poi credente dal secondo nuovo uomo, dal

secondo Adamo, appunto Cristo che salva l’umanità (dopo aver nominato “Adamo”

passano a Cristo, il grifone). Quando dice “quel di lei” Dante fa riferimento a una

leggenda popolare di cui ci sono anche importanti riferimenti artistici, cioè il ciclo di

Pier della Francesca sulla leggenda della croce, secondo cui il legno della croce di

Cristo sarebbe stato formato dall’Albero della conoscenza (non si capisce come in

realtà ma lo avrebbe fatto per sottolineare il parallelismo fra Adamo e Cristo).

La costellazione dei pesci è quella che apre l’anno astronomico, la primavera, il

rinnovarsi dell’anno. Il colore rosso ricorda la morte di Cristo che cancella i peccati.

Dante si addormenta per il canto delle anime e racconta ciò attraverso la

similitudine del pastore argo (Ovidio guarda note). Poi venne svegliato da una

voce. Altra similitudine di quattro terzine. Per il risveglio utilizza una similitudine

cristiana, mentre per lo svenimento usa un’immagine mitologica. Dopo il risveglio

vede quella pia (che non viene nominata fino alla fine), e non vedendo nessun altro

chiede dove sia Beatrice. Il fatto che siano saliti tutti al cielo tranne Beatriceà

Beatrice rappresenta la conoscenza divina, e custodisce la coscienza divina, e sta

sopra la radice dell’albero della conoscenza proprio per garantire la giustizia divina;

quelli rimasti intorno a lei sono solo le 7 ninfe. Il grifone rappresenta cristo, è salito

nel cieloà ascensione, salita al cielo di cristo che ha abbandonato la terra fino al

ritorno nell’ultimo giorno, giudizio universale.

I lumi sono i sette doni dello spirito. Attraverso delle perifrasi Beatrice dice a dante

che è destinato alla salvezza. Prima investitura di dante: neanche Virgilio gli aveva


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in informatica umanistica (Facoltà di Lettere e Filosofia e di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali)
SSD:
Università: Pisa - Unipi
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher martasantorelli di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pisa - Unipi o del prof Santagata Marco.

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