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dagli appaltatori delle imposte, che esercitavano

l’usura in Sicilia, beneficiando della politica

corrotta dei governatori. Dall’altra parte egli

apparteneva al senato da cinque anni e

comprendeva che era impossibile realizzare le sue

ambizioni andando contro di esso: così, con

grande abilità tecnica, distinse l’ordine senatorio

in onesti e improbi, e contro di essi, non si scagliò

personalmente, ma come portavoce della pubblica

opinione. La fine repentina del processo non

diede soddisfazione a Cicerone, che scrisse così

l’actio secunda in Verrem, dove sosteneva che

basta scegliere buoni giudici per avere un buon

tribunale senatorio. Quella di Cicerone, in fondo,

fu comunque una posizione intermedia. Il

processo di Verre non produsse nessuna

conseguenza per l’amministrazione delle

province. Pompeo, con la riforma giudiziaria

rafforzò la sua politica, l’ordine equestre acquistò

supremazia nei tribunali e Cicerone allontanò

Verre da ogni pubblico ufficio, ma per i Siciliani

tutto rimase come prima.

LA CARRIERA DI VERRE

Verre nacque nel 115 a.C., era figlio del senatore

Gaio Verre e da una donna della gens Tadia.

Nell’84 divenne questore del console Gneo

Papirio Carbone in Gallia Cisalpina. A Roma era

in corso una guerra civile e il senato cercò di

formare un esercito vincente. Silla, ritornato

vincitore dell’oriente e sostenitore della parte

anti-aristocratica, si scontrava con i seguaci del

generale Mario, esponente del ceto popolare.

Verre capì che le cose si svolgevano a favore di

Silla, abbandonò Carbone e scomparve con la

cassa dell’esercito, che, in quanto questore

doveva amministrare. Nell’81 si aprì un’inchiesta,

Verre sostenne di aver lasciato la cassa a Rimini,

e che la sua scomparsa fu dovuta ai saccheggi

dalle truppe di Silla. Verre schierandosi con Silla

ottenne dei benefici: fu mandato a Benevento e

gli furono concessi i beni proscritti. Nell’80 Verre

fu nominato legatus dal governatore Dolabella e

quando Gaio Malleolo fu ucciso, Verre, prese il

suo posto di questore. Durante il tragitto, Verre,

innamorato dell’arte saccheggiò templi, tentò di

rapire una fanciulla, derubò e saccheggiò.

Dolabella comunque lo proteggeva sempre, ma

quando poi nel 78 egli dovette rendere i conti del

suo governo davanti al tribunale, Verre si

presentò come accusator facendolo condannare.

Con molto tatto si assentò da Roma per qualche

anno affinché fosse dimenticato il suo passato e

nel 75 si comprò i voti alle elezioni del praetor

Urbanus. Con tale carica poteva aspirare al

governo delle province e con l’aiuto della sua

amante «rondinella» ottenne il governo della

Sicilia, nel 73. Egli non ebbe più ritegno, avido di

ricchezze e amante del lusso, non sentiva il peso

delle sue responsabilità e quando le cose si

mettevano male la sua pazzia lo spingeva a

bramare di più così da poter comprare il tribunale.

Ironia del caso fu che per 2 anni impedì l’arrivo

del suo successore, lasciando così i siciliani alla

deriva. Verre poté così agire indisturbato: non fu

solo un ladro ma anche carnefice. Tutto era una

burla, comprava, eleggeva e vendeva tutto ciò che

gli conveniva. Amante dell’arte fece erigere

statue in suo onore, in onore del padre e di suo

figlio. Rubò moltissime statue grazie alla

complicità dei collaboratori, che facevano tutto

per interesse. Oltre che destituito di ogni senso

morale era anche crudele.

DE SIGNIS

Cicerone mette alla luce dei fatti la bramosia di

Verre, governatore della Sicilia, che non ha

lasciato nulla in casa di nessuno.

Gaio Eio possedeva nella sua casa una cappella

con quattro statue: Cupido (marmo), Ercole

(bronzo) e due Canefore (in bronzo); Verre

gliel’ha portate via lasciandogli solo un pezzo

ligneo rappresentante la Buona fortuna. La

plausibile scusa di Verre era che li avesse

comprati ma Gaio non aveva alcun motivo per

venderli, anche perché nutriva grande rispetto per

i suoi antenati. Fatto sta che Verre gli fece

annotare nei suoi registri che gli furono state

vendute per 6500 sterzi. Chiamò Gaio a

testimoniare e, essendo rappresentante dell’unica

città che difendeva Verre, Messina, inizialmente

elogiò Verre ma poi confermò la versione dei fatti

raccontata da Cicerone richiedendo, non i soldi,

ma le statue degli dei. Messina si dimostrò l’unica

città amica perché nascondeva i suoi imbrogli in

cambio di favoritismi. A Gaio Eio derubò anche i

drappi, ma non si premurò di registrare un falso

acquisto come fece con le statue, cosa che gli

costò cara poiché non poté difendersi dall’accusa

di furto.

Da Filarco di Centuripe e da altri uomini illustri

pretese che gli venissero date delle fálere (piastre

rotonde di metallo, generalmente prezioso e con

figure cesellate, usate come decorazioni da

appendere al petto sopra la corazza), inizialmente

gli uomini cercarono di sviarlo, ma Verre, con la

forza, otteneva sempre ciò che chiedeva.

Verre rintracciava tutti questi oggetti dopo vari

controlli, e nel far ciò era assistito da due fratelli

originari di Cíbira. Uno di loro faceva il

modellatore in cera, l’altro il pittore. Costoro

erano fuggiti dalla loro città dopo aver

saccheggiato il tempio di Apollo, e dopo essere

entrati in contatto con Verre, trovarono asilo da

lui mentre stava in Asia. Egli si valse a più riprese

della loro opera e del loro consiglio per le rapine

e i furti compiuti durante le sua legislazione.

Dopo averli oramai conosciuti a dovere e

ampiamente sperimentati, se li portò in Sicilia.

Una volta arrivati li, sembravano cani da caccia:

in un modo o nell’altro riuscivano a scovare ogni

oggetto, dovunque si trovasse.

A Panfilo Verre portò via l’idria cesellata, e

successivamente, inviò uno schiavo a casa sua per

intimargli di consegnargli anche due coppe ornate

a bassorilievi. A questo punto, quando Panfilo

supplica i fratelli di lasciargli tenere le coppe,

questi gli chiedono in riscatto 1000 sesterzi, lui

accetta, si porta via le coppe, e i cani da caccia

raccontano al loro padrone di avergliele restituite

poiché erano di mediocre fattura.

Cicerone risulta clemente riguardo al furto subìto

da Apollonio di Trapani (Verre depredò la sua

argenteria dei pezzi di maggior pregio) perché

considera quest’ uomo vile quanto Verre: rubò

tutte le eredità degli orfani di cui ne era tutore, e

si divise il bottino con il governatore.

Originario di Malta fu Diodoro che abitò poi a

Marsala. Egli possedeva bellissimi vasi cesellati,

fra cui le tericlee. Verre, che le voleva tutte per se,

chiese a Diodoro di portargliele, ma questo,

furbo, gli disse che le aveva lasciate a Malta, e

così ottenne tempo per fuggire. Verre, scoperto

l’inganno, divenne un pazzo e diceva a tutti di

essere stato derubato. Da ordine di cercare

Diodoro in tutta la Sicilia, ma questi, intanto

sen’era già andato. Allora Verre, per farlo tornare

escogita questo stratagemma: gli affibbia come

accusatore uno dei suoi scagnozzi che manifesti

la sua volontà di mandare sotto processo per

delitto capitale Diodoro di Malta. Fu quella la

prima volta che, venne accolta un’accusa contro

un’assente. Il fatto destò grande indignazione in

tutta la Sicilia: Verre rischiava un processo per

delitto capitale. Intanto Diodoro cercò rifugio a

Roma e raccontò a tutti il suo accaduto, ciò arrivò

all’orecchie del padre di Verre che, richiamando il

figlio, non fece condannare Diodoro in

contumacia. Disprezzando la classe dei cavalieri

li derubò tutti o, addirittura, spiantava i rilievi

incastonati dai vasellami.

Derubò tutta la Sicilia: Cicerone sostiene che un

tempo questa terra fosse ricca di oggetti artistici,

ma l’avidità e l’ingordigia di quest’uomo fecero

si che con il tempo necessario costui riuscì ad

accaparrarsi tutto quello su cui valesse la pena

mettere le mani. Anche quando veniva invitato ad

un banchetto tele governatore non riusciva ad

andar via senza aver prima depredato la famiglia

ospite di piatti, suppellettili o qualsiasi altro

oggetto cesellato.

A Filone di Tindari strappò i bassorilievi da un

piatto e glielo riconsegnò, a Eupolemo di Calette

gli strappò i rilievi incastonati da due coppe.

Facendo fare il lavoro sporco agli altri derubò

tutto l’argento di Catania, Centuripe e Alunzio.

Se precedentemente i governatori tenevano

nascoste le loro malefatte, Verre le faceva

pubblicamente, come nel caso della città di

Alunzio. In tale luogo, il tiranno ordina ad

Arcágato, l’uomo più illustre della città, e fra in

più rispettati di tutta la Sicilia, di portar giù dalla

città al mare tutta l’argenteria cesellata ed

eventualmente tutti i vasi di Corinto esistenti ad

Alunzio. Tutto è portato giù alla spiaggia. Si

chiamano i fratelli di Cibira; essi rifiutano un

piccolo numero di pezzi; agli oggetti che

ricevevano la loro approvazione venivano staccati

sia i rivestimenti, sia i rilievi incastonati. Ma che

cosa ne fa Verre di tutti questi fregi in rilievo?

Egli crea un laboratorio nel quale fa chiamare a

raccolta tutti gli artisti esperti nel cesello e nella

fabbricazione di vasi preziosi. Per otto mesi

costoro furono impegnati nella fabbricazione di

vasi d’oro sui quali applicare tutti i fregi rubati.

Un’evento a dir poco impensabile accadde con i

principi di Siria: Verre invitò a banchetto i reali e

questi a loro volta ricambiarono dando

l’occasione a Verre di cedere in “prestito” del

vasellame impreziosito; interesse di Verre stava

comunque in un candelabro che i reali volevano

donare al tempio di Giove e, con la scusa del

prestito, se lo fece portare. I regnanti richiesero

più volte che gli fosse restituito ma Verre chiese

che gli fosse regalato, i regnanti non accettarono e

Verre li minacciò e, sotto gli occhi di tutti, li fece

andar via dalla provincia provocando il

malcontento tra le popolazioni stranierie. Facendo

ciò non dichiarò guerra solo agli umani ma anche

agli dei immortali.

In Sicilia c’è una città di nome Segesta che la

tradizione vuole che sia stata fondata da Enea

(doppio legame con Roma). Dopo la vittoria dei

Cartaginesi su questa città, essi trasportarono da

Segesta a Cartagine una statua di Diana in

bronzo, oggetto di una venerazione tutta

particolare che risaliva a tempi molto antichi.

Senza profanarla, ne continuarono il culto, in

quanto in merito alla sua splendida bellezza anche

ai nemici sembrava degna della più devota

adorazione. Publio Scipione Africano, conquistata

Cartagine, la restituì ai legittimi proprietari che,

come segno di gratitudine, segnarono il suo nome

sul piedistallo. Verre allora la richiese e vedendo

opposizioni iniziò a far gravare sui Segestiani

qualsiasi tipo di imposizioni fin quando

quest’ultimi cedettero. Cicerone sceglie

quest’argomento perché tra la difesa di Verre c’è

Publio Scipione, discendente dell’Africano, e così

facendo egli, da liberale, fa leva sui valori della

nobiltà in modo da sposare la causa popolare. Se

Scipione accetta di restituire la statua, condanna

automaticamente il suo cliente, d’altro canto se si

rifiuta dimostra che Cicerone, da persona

appartenente al popolo, è in grado di accollarsi il

compito di difensore del nome di un’eroe

romano, adempiendo ad un dovere che

spetterebbe alla sua casata, dimostrando che i

valori professati dall’Africano appartengono al

popolo romano, o quantomeno a chi dimostri di

avere le stesse qualità professate dagli

insegnamenti dell’eroe: l’Africano è eroe romano,

non eroe degli scipioni e perciò ogni romano può

abbracciare la sua causa. In questo caso Cicerone,

dimostrando una straordinaria abilità vince

comunque.

Nonostante tutto non è il solo monumento che

rubò a Scipione poiché anche agli abitanti di

Tindari, sottrasse una statua di Mercurio: pose la

questione al senato tramite Sópatro e vedendosi

rifiutato innumerevoli volte, fa denudare in piazza

quest’ultimo e lo fa legare a cavalcioni su una

statua equestre di Gaio Marcello, sotto la pioggia

e al freddo, fino a quando i cittadini non

convinsero il senato a dargli in dono la statua di

Mercurio. Dietro a tale furto ci sono innumerevoli

reati: estorsione, peculato, lesa maestà e

sacrilegio. Accanto alla statua dei Marcelli fece

erigere a Tindari una sua statua che gli abitanti

demolirono. Ora Cicerone crea un contrappasso

tra la pena inflitta da Verre per mezzo della statua

di Marcello e la situazione in cui egli attualmente

si trova come imputato di fronte alla stessa

persona, ora suo giudice.

Ma i furti a Scipione non finirono qui, infatti rubò

dal santuario di Esculapio una statua di Apollo;

sempre ad Agrigento vi era il tempio di Ercole

con una statua di quest’ultimo che però Verre non

riusciì a ottenere poiché i cittadini attaccarono i

servitori del governatore. Gli abitanti di Assoro

imitarono tale avvenimento e quando Verre volle

rubare la statua di Crisa, i suoi uomini si

trovarono attaccati dagli abitanti della città.

Sempre di Scipione derubò agli abitanti di Egidio

corazze ed elmi di bronzo. A certificare la sua

bramosia è il furto di Cerere: gli abitanti di

Catania hanno un sacrario di Cerere dove solo le


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DETTAGLI
Esame: Storia romana
Corso di laurea: Corso di laurea in turismo culturale e dams
SSD:
Università: Messina - Unime
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher angelo.scilipoti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia romana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Messina - Unime o del prof Franchina Duilio.

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