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Il caso del governatore Verre

Nel 70 a.C., Verre venne accusato di concussione (de repetundis) dalle città siciliane, ad eccezione di Messina e Siracusa, che volevano vedere restituite le somme che il governatore aveva percepito illegalmente. Al governatore si imputarono estorsioni, rapine, vessazioni, furti e intimidazioni di ogni genere.

Le pratiche illegali di Verre

La forma più efficiente di estorsione sotto il potere di Verre era quella dell’accordo sotto banco con gli appaltatori (i decumani) incaricati di riscuotere la decima del frumento, che era poi il tributo che la Sicilia doveva a Roma. Il grano che avanzava finiva nelle mani del governatore, che lo vendeva a beneficio del proprio portafoglio. Un altro sistema usato da Verre era quello di intervenire nelle amministrazioni locali sicule: chi voleva essere eletto doveva pagare a Verre una tangente.

La difesa e l'accusa

Per sostenere l’accusa, i siciliani si rivolsero a Cicerone. Il collegio di difesa di Verre era invece formato da tre diversi soggetti, tutti membri del Senato di Roma: Quinto Ortensio Ortalo, Lucio Cornelio Sisenna, Publio Cornelio Scipione Nasica. La prima manovra del collegio di difesa fu il tentativo di far nominare un accusatore di paglia: infatti, secondo la procedura penale romana, la scelta dell’accusatore spettava al tribunale. Tuttavia, durante la divinatio (il primo processo per la scelta dell’accusatore) Cicerone riuscì a convincere il tribunale, presieduto da Manio Acilio Glabrione (che aveva fama di essere uomo incorruttibile) ed il tentativo di Ortensio fallì.

I tentativi di rinvio e le indagini di Cicerone

Data la natura “incorruttibile” del Presidente del Tribunale, Ortensio tentò di rinviare il processo all’anno seguente, quando il Presidente avrebbe potuto essere più favorevole; iniziò quindi ad intraprendere una serie di azioni che portarono allo spostamento temporale del processo. Nel frattempo, Cicerone, quale accusatore, tentò di effettuare ispezioni, di sequestrare documenti utili e di interrogare persone; riuscì ad avere i libri dei conti di Verre e di suo padre (che era un senatore) ed esaminò tutta la contabilità delle società di publicani di Roma. Con sorpresa, scoprì però che la gran parte delle registrazioni contabili di Verre erano scomparse.

Partì quindi alla volta della Sicilia, dove si aspettava di avere l’aiuto del nuovo governatore, Lucio Cecilio Metello, che in realtà si rivelò ostile, in quanto Verre aveva “promesso” di finanziare la campagna elettorale dei Metello, in cambio della loro protezione al processo. Cicerone dovette quindi procedere senza alcun sostegno e, dopo circa un mese, ripartì per Roma per presentarsi alla data stabilita dinanzi al tribunale. La sua eventuale mancata presenza avrebbe infatti annullato il processo; non a caso, nel viaggio di ritorno, incontrò diverse difficoltà (si allude anche a tentativi di bloccarlo sulla strada per Roma).

Il processo e le accuse

Durante il processo, Verre venne accusato di concussione per le attività illegali commesse durante il periodo in cui era stato governatore. La concussione era definita come estorsione e indebita appropriazione di beni, connessa all’esercizio di pubblici poteri a danno dei provinciali, anche senza arricchimento dell’autore.

Le sanzioni per concussione

  • Perdita dei diritti di elettorato attivo e passivo
  • Perdita del rango privilegiato di appartenenza, ad esempio esclusione dalla classe senatoria
  • Proibizione di rappresentare in giudizio persone non congiunte
  • Esilio (aqua et igni interdictio)
  • Risarcimento dei danni (litis aestimatio)

Nonostante i tentativi di rinvio del processo da parte della difesa di Verre, Cicerone riuscì a far accusare Verre.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/03 Storia romana

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