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Il fascismo

Il fascismo si costruisce il consenso attraverso tutto un insieme di strumenti; abbiamo parlato del consenso costruito attraverso le organizzazioni giovanili, attraverso l’irreggimentazione della popolazione italiana a partire dai giovani per arrivare alla popolazione adulta, agli universitari, agli impiegati pubblici, ai professori universitari, attraverso l’imposizione del giuramento, attraverso l’imposizione della tessera del partito nazionale fascista. Senza la tessera del partito nazionale fascista, dopo l’inizio degli anni ’30, era impossibile ottenere incarichi pubblici, appalti, ecc.

Costruzione del consenso

Il fascismo costruisce consenso rivolgendosi anche a gruppi specifici: si rivolge ai giovani con dei programmi specifici per i giovani (creazione di istituzioni giovanili), si rivolge agli operai attraverso i dopolavoro, si rivolge alle donne costruendo ed istituendo delle associazioni che dovevano in qualche modo organizzarle. Abbiamo anche accennato all’atteggiamento che il fascismo aveva nei confronti delle donne.

Ruolo delle donne

Il fascismo è un movimento profondamente anti-egualitario benché ai suoi esordi rivoluzionari ad un certo punto viene anche ipotizzato l’estensione del voto anche alle donne (uno degli elementi del programma politico del fascismo). In realtà questo punto del programma politico viene rapidamente abbandonato e, nella visione gerarchica della società che ha il fascismo, le donne ovviamente non si trovano all’apice di questa scala gerarchica. D’altra parte il fascismo è un movimento che non favorisce in alcun modo la mobilità sociale, anzi è un movimento che tende a scoraggiare qualsiasi ipotesi di mobilità sociale.

Il fascismo fa del ruralismo, del ritorno ad un’Italia rurale, agricola, uno degli slogan più importanti del ventennio. Un ritorno all’Italia rurale significa anche un tentativo di frenare quei flussi, non soltanto geografici, di spostamento di popolazioni da una parte all’altra d’Italia, ma anche la mobilità sociale che spesso la mobilità geografica si porta dietro. Spesso spostarsi da una parte all’altra significa anche migliorare la propria condizione, significa transitare da una classe sociale all’altra; scoraggiare tutto questo significa sostanzialmente mantenere lo status quo.

Politiche demografiche e nataliste

Le donne nella gerarchia fascista hanno una funzione che non è certo all’apice della gerarchia del fascismo ma è comunque importante perché è una funzione di stabilizzazione della società, di conservazione della tradizione; è alle donne che si attribuisce in qualche modo questo ruolo. Il compito fondamentale delle donne nell’era fascista è quello della procreazione, perché il fascismo è convinto che la grandezza e la potenza dell’Italia non risieda semplicemente nel fatto che l’Italia al momento si presenti in un certo modo nel consesso internazionale e che quindi avvii le sue campagne coloniali, che diventi un interlocutore importante per le grandi potenze europee come la Francia, la GB, la Germania, ma per essere una grande nazione l’Italia deve essere una nazione popolosa.

Il fascismo, ad un certo punto, si fissa un obiettivo che è quello di superare, nel giro di un ventennio, i 40 milioni di abitanti (l’Italia di quel periodo conta 22-25 milioni di abitanti).

Flussi migratori e politiche razziste

Quel periodo è caratterizzato da grandissimi flussi di migrazione e l’Italia, appunto tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900, a causa della crisi agraria degli anni ’80, sperimenta una delle più straordinarie ondate migratorie, una percentuale elevatissima della popolazione italiana lascia il paese diretta prevalentemente verso il continente americano (Nord America e Sud America). Questi imponenti flussi migratori vengono frenati solo dalla prima guerra mondiale in quanto proprio durante questo conflitto vengono un po’ rallentati, anzi l’Italia, così come i paesi che avevano un esercito di leva, aveva richiamato tutti gli uomini che erano in età per fare la guerra; a seguito di tale richiamo molti avevano fatto ritorno e molti altri invece no venendo così dichiarati renitenti e vedendosi quindi preclusa la possibilità di un successivo rientro in patria.

Questi flussi migratori riprendono massicciamente alla fine della guerra venendo nuovamente fermati, questa volta, dal fatto che gli Stati Uniti, nel 1924, chiudono le frontiere.

Per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, che fino a quel momento si erano costruiti come paese attraverso l’immigrazione (la popolazione americana è una popolazione interamente immigrata anche se in più fasi) vengono chiuse le frontiere. Nel 1924, infatti, secondo le autorità americane, non c’è più bisogno di ulteriori apporti di popolazione, e iniziano così ad applicare una “politica delle quote”; stabiliscono cioè una quota massima di immigrati che possono legalmente arrivare da ciascun paese (questo sistema è tuttora adottato nei paesi europei ed anche in Italia) rimanendo sempre comunque attivi i flussi di immigrati clandestini.

Nel 1924 per i cittadini italiani si interrompe sostanzialmente la possibilità di emigrare verso gli Stati Uniti. Il fascismo era molto preoccupato dell’eccesso di emigrazione, secondo i suoi principi, infatti, avere un paese molto popoloso significava essere una nazione potente, poter disporre di un grosso esercito e avere la possibilità di fare delle conquiste. L’Italia, però, non è un paese le cui condizioni economiche consentono alla popolazione di crescere e soprattutto di prosperare. Nel frattempo si era aperto il flusso migratorio verso la Francia perché quest’ultimo paese, dopo la guerra, aveva dovuto fare i conti con un calo di popolazione e, al contrario degli Stati Uniti, aveva aperto le frontiere e dato gli incentivi per l’ingresso nel paese.

Il fascismo interpreta la possibilità che la gente se ne vada dall’Italia come un pericolo, e, addirittura, come tale vede anche la possibilità che i cittadini si spostino all’interno del paese. A tal proposito adotta una legislazione volta a regolare i flussi di migrazione interna facendo così in modo da regolare anche gli spostamenti di popolazione da una regione all’altra. Il fascismo è altresì preoccupato del fatto che la gente si sposti verso le città: l’inurbamento e la crescita delle città vengono considerati estremamente pericolosi perché nei centri urbani ci si organizza molto più facilmente, aumenta il livello di socializzazione, di sindacalizzazione e via di questo passo.

Ruolo delle donne e lavoro

Il linguaggio del fascismo è un linguaggio che esalta il ruolo delle donne come madri, c’è una esaltazione della famiglia numerosa, c’è una esaltazione della donna procreatrice ed educatrice, c’è soprattutto la glorificazione della massaia rurale. Non a caso il fascismo aveva messo in piedi, appunto, il “fascio delle massaie rurali” che vedeva esaltata la donna come procreatrice e come perno di una società rurale, una società contadina, una società tradizionale. Ovviamente questo tipo di donna veniva contrapposto a quel modello di donna moderna che era anche un po’ emersa dalla prima guerra mondiale; durante questo conflitto, infatti, le donne avevano acquisito un ruolo importante nella società e nella famiglia; quelle donne che andavano assumendo nel resto del mondo una serie di diritti: sono gli anni in cui viene concesso il voto in GB, in America era stato concesso nel 1920, nei paesi dell’Europa del nord era stato concesso agli inizi del ‘900.

Ovviamente il fascismo scoraggia il lavoro delle donne nell’industria, lo rende più oneroso, meno competitivo rispetto a quello maschile, fa di tutto perché le donne tornino a casa; il fatto che le donne tornino a casa libera di contro posti di lavoro per gli uomini. Alle donne vengono poi progressivamente vietati alcuni mestieri, alcune professioni. Se fossimo durante il fascismo io (n.d.r. prof) non potrei stare qui a parlarvi di storia perché le donne da un certo momento in poi non possono più insegnare storia, filosofia, lettere classiche. Queste materie nella concezione del fascismo erano le materie fondamentali per indottrinare i giovani. La storia, infatti, era una di quelle materie con cui si poteva veicolare tutta un’idea della nazione, del passato glorioso dell’Italia, tutta un’idea mitica della storia del paese nella quale gli italiani dovevano identificarsi e della quale il fascismo era il necessario completamento.

Le donne, quindi, vengono escluse da quelli che tradizionalmente erano i ruoli di insegnanti, di maestre; quello dell’insegnamento era uno dei settori che a poco a poco cominciava a diventare il settore di impiego più femminilizzato. I licei erano, secondo la concezione del Gentile (con la riforma gentiliana), i luoghi dove si formava la classe dirigente (specialmente il liceo classico), i licei erano all’apice della struttura della formazione scolastica, erano il luogo ove si formava l’elite e quindi non ci potevano essere donne; gli insegnanti dovevano essere rigorosamente uomini.

Dall’inizio degli anni ’30 le donne vengono addirittura escluse dai concorsi statali e a partire dal 1938 viene stabilita una quota (che non può superare il 10%) dei posti nella Pubblica Amministrazione e del settore privato che può essere ricoperto da donne. In realtà questa politica si rivela per certi versi perdente e soprattutto, da un certo momento in poi, non sostenibile. Questo accade in Italia così come in Germania. Questa politica si rivela insostenibile dal 1940, cioè dal momento in cui l’Italia entra in guerra (10/06/1940) perché da allora in poi le donne serviranno ancora di più per svolgere tutte quelle attività che non potevano più fare gli uomini perché al fronte a combattere. C’è bisogno delle donne nei posti lasciati scoperti dagli uomini.

La politica di esclusione delle donne, il tentativo di far tornare le donne a casa, ai lavori domestici, non funziona, nel senso che non ha più nessuna possibilità effettiva di riuscita, di essere realizzata.

Politiche nataliste e statuto razziale

Le donne per il fascismo sono il perno della politica demografica perché il fascismo è un regime particolarmente impegnato sul piano legislativo, sul piano delle azioni pubbliche, in una politica cosiddetta natalista. Il fascismo non vuole soltanto che le coppie italiane facciano più figli ma cerca di impegnarsi perché le donne italiane facciano più figli e quindi promuove una battaglia contro il declino delle nascite e cerca in tutti i modi di invertire la tendenza demografica. Le politiche demografiche del fascismo sono particolarmente importanti anche perché alle politiche demografiche e alle politiche nataliste è fortemente legato lo sviluppo in senso razzista delle politiche del fascismo (il fascismo assume da un certo momento in poi la caratteristica di uno stato razziale).

Le politiche nataliste sono, per certi versi, simili a quelle relative alla cultura nella quale il fascismo si fa censore (vieta, abolisce, frena) e però poi produce in un senso più consono alla sua logica politica. Il fascismo infatti inasprisce la legislazione contro l’aborto; nel “famigerato Codice Rocco” viene stabilito che l’aborto è un reato sostanzialmente contro lo Stato, contro la morale, non di tipo individuale e viene condannato non perché, secondo quanto sostiene la Chiesa, consiste nell’uccidere un individuo, ma perché, secondo la logica fascista, si sottrae un individuo alla vita e allo Stato. In realtà questa concessione del Codice Rocco è rimasta tale sino a quando l’Italia non legifererà in merito alla fine degli anni ’70 liberalizzando così questo residuo del codice fascista.

Proseguendo quindi con le politiche nataliste, il fascismo da una parte vieta divorzi e separazioni e li persegue così come tutte le pratiche di controllo delle nascite diverse dall’aborto; sull’altro terreno invece si danno incentivi, di tipo essenzialmente economico, e disincentivi, come ad esempio una tassa sul celibato, per la quale gli uomini che non si sposano devono pagare un corrispettivo in luogo di una mancata procreazione. I capifamiglia di nuclei numerosi ottengono delle promozioni; chi è a capo di una famiglia molto numerosa può aspirare, se dipendente pubblico, ad una certa carriera grazie al fatto che ha un’ampia prole; vengono dati premi in denaro alle famiglie prolifiche per ogni nuovo figlio che nasce.

Vi è quindi un’attività piuttosto intensa. Nasce sempre in questo periodo l’Opera Nazionale Maternità e Infanzia (1925) (O.N.M.I.) che è una istituzione che ha continuato ad esistere anche nell’era repubblicana e che ha avuto il compito di tutelare la maternità e l’infanzia.

Non necessariamente tutto questo si realizza, non dà effettivamente luogo ad una crescita della popolazione. I dati fanno registrare un aumento degli aborti clandestini specialmente nelle grandi città e in quei luoghi ove era più difficile far quadrare il bilancio familiare (arrivare alla fine del mese). Contestualmente a queste politiche nataliste, a questo forte impegno affinché la popolazione aumenti, ad un certo punto il fascismo fa dei programmi di colonizzazione, di ripopolazione del Mezzogiorno, il cui numero di abitanti era calato a causa delle emigrazioni, ma che comunque non portano a nulla di concreto.

C’è tutta una elaborazione teorica per ripopolare le campagne. C’è un tentativo di ripopolamento legato alla bonifica integrale di tutta una serie di territori paludosi che vengono bonificati e contestualmente popolati con persone spostate da altre parti d’Italia e insediate in quei territori. Contestualmente alle politiche nataliste si sviluppa in maniera significativa l’ispirazione razzista del fascismo. Ad un certo punto non soltanto si comincia a parlare di aumento della popolazione ma di “aumento di popolazione sana”, che deve essere anche in possesso di un patrimonio genetico ben fatto, senza difetti; questo è un periodo in cui in Europa, un po’ dappertutto si sviluppano pratiche eugenetiche e non soltanto nei paesi con regimi autoritari o totalitari, ma anche in quelle nazioni a regime democratico come la Svezia che si avvia a diventare un modello di socialdemocrazia e di welfare per tutta Europa.

Insomma il fascismo comincia a ragionare sulla possibilità che questa popolazione italiana, questa razza latina, sia anche eugeneticamente perfetta. Questo elemento di razzismo che comincia a circolare come conseguenza delle politiche nataliste diventa poi molto significativo e darà luogo anche a una legislazione di tipo razziale dopo la conquista dell’Etiopia.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

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